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°°°Tu_Lo_Sai°°°

Post n°447 pubblicato il 27 Aprile 2012 da fragolozza

Non mi sono fidanzata con Jude Law. Anche se l’idea resta di quelle più interessanti che abbia mai avuto.
E’ che le cose vanno, vanno e vanno, talvolta a danno del tempo che vorrei (citare Fabio volo è un inconveniente da esaurimento) e che non è mai abbastanza.
Che poi, magari, nemmeno a qualcuno importa, se non alla sottoscritta, perché ho smesso di scrivere con frequenza…
Potrei dire che è perché ho smesso di fare le cose a cazzo di cane, facendole per fretta a razzo di rane o per avidità a pazzo di pane, ma questo avrebbe senso solo se non fosse così notte.
Comunque sia…

Credo siano trascorsi giorni a sufficienza per poter scriverlo.
Il bello di avere un blog ed essere contemporaneamente autoriconoscenti alle proprie smanie da ritardo, ha fatto si che maturassi l’abitudine a non scrivere mai di quello che mi accade nel mentre mi accade.
Ed è per questo che, oltre ad avere coscienza che parlerò di quello che mi è successo oggi tra almeno due anni, colgo l’occasione per rimembrare il periodo fervidamente creativo di Alex Kapranos, coincidente con una fase, per la sottoscritta parimente, ma diversamente creativa.
E per scrivere pubblicamente che non c’è volta in cui io passi dalle parti di quella fermata della metro senza che io avverta una stretta allo stomaco.
Perché?
Tu lo sai.

 
 
 

°°°l'opposizione_dei_contrari°°°

Post n°446 pubblicato il 13 Marzo 2012 da fragolozza

Oggi sono tornata com’ero ieri senza mai sapere in che modo ero cambiata.
Ho avuto il coraggio di ammetterlo, mentre ce ne stavamo con le mani intrecciate dietro la schiena, adagiati sullo sfondo dell’ennesimo paesaggio urbano, troppo pieno di elementi per non farci apparire ridondanti e sfuocati.
Tu indossavi la tua maglietta giallo ocra, quella che quando t’incontro e magari indossi altro, mi porta ad esclamare, sorridendo: “Bello che tu oggi non abbia avuto male allo stomaco!”
Io, invece, avevo messo su il vecchio berretto con visiera di tela scura, a ripararmi dal sole che sicuramente mi avrebbe ferito gli occhi. Il vento, però, me lo ha portato via e non ho avuto la forza di rincorrerlo. Ora i miei capelli danzavano liberi ed il sole,  per nulla mite carezzatore, mi sta bruciando le guance.
Il discorso è venuto fuori dal nulla.
A guardare i fili d’erba che ornano i marciapiedi, si direbbe che ogni mio pensiero, da quello più geniale al più inutile, stia emergendo senza una logica razionalizzante, come lo sputo di un bambino che non sappia dove mirare, ma che sputa comunque.
“Se ti dicessi che il per sempre è solo un’illusione- ho esordito- ma che, ciononostante, io credo nel per sempre, sono certa che tu replicheresti con un mai. E non lo faresti per spirito di contraddizione. No. Tu lo faresti semplicemente perché questo è il tuo ruolo. Un ruolo imposto dalla circostanza, secondo cui, tutto ciò che si dice degli opposti, non può non essere vero. E’ per questo che l’onestà inevitabilmente si paga con la disonestà, che alla giustizia inevitabilmente corrisponde ingiustizia e, non per ultimo, l’ amore inevitabilmente si sconta con il disamore.”
Il sole ha ferito anche te, dritto al centro dello sguardo.

A volte mi chiedo a cosa serve contare sulle dita di una mano e poi, di seguito, passando all’altra mano, riprendere il conto dei giorni che mi separano dall’ultima volta che ebbi la certezza che non vi è bene più grande di quello che, per rifiuto di colpa, si è sempre in grado di negare.

 
 
 

***Pre_Visioni***

Post n°445 pubblicato il 02 Febbraio 2012 da fragolozza

E' colpa dei ritardi dovuti all'emergenza neve e ghiaccio, altrimenti questo post lo pubblicavo l'anno scorso. O al massimo il mese scorso.
Comunque sia...

In barba a frate indovino, rinnovo l’angolo delle previsioni  per il nuovo anno redatte da me medesima sulla base dell’andamento degli ultimi dodici giorni dell’anno appena trascorso.
Per correttezza, ammetto che la natura approssimativa dei calcoli, condizionata dalla scarsa attenzione ai dettagli per mancante concentrazione, dall’andamento altalenante del mio umore, nonché dalla necessità che questo sia forzatamente un anno “che spacca”, riduce a minimi storici la credibilità di quanto di seguito si potrà leggere.
Se si considera, però, che Maya permettendo, ci sarà la certezza di 366 giorni da vivere, fare, disfare e raddrizzare; se si considera, però, che Maya non permettendo, ci saranno comunque 356 giorni altrettanto vivibili, fattibili, disfattibili e raddrizzabili; se si considera, però, che Maya a parte, c’è sempre l’oroscopo di Branko e le stelle a cui potersi aggrappare... Buon Anno!!!

GENNAIO: guardo un’alba in technicolor all’inizio di un giorno che si conclude con me che vengo scambiata per spagnola da un gruppo di messicani che a sentire che no, non sono spagnola, appaiono propensi ad ingaggiarmi come insegnante di italiano. Sembra un buon inizio… speriamo!
(Di gennaio 2011 ricordo improbabili regali di compleanno, la discrezionalità dell’uso della parola guanciale e la sensazione che tutto fosse meravigliosamente semplice. Soprattutto in prossimità di un camino.)

FEBBRAIO: tre ore in attesa del nulla, per dirottarmi verso qualcosa che, causa mio ritardo, è altrettanto nulla. Lo so di mio che febbraio è dispettoso e che non mi gira mai tanto bene. Riuscirò a ricredermi in itinere? Forse… visto che alla fine un po’ di entusiasmo c’è stato.
(A febbraio 2011, la tristezza arginata dagli effetti comici del decolorante per capelli ha movimentato l’ultima decade, in coincidenza col compimento dei miei trent’anni e con una serie di lunghe, memorabili insonnie. Felice no. Coraggiosa sì. Nel complesso inaspettatamente serena)

MARZO: giornata concentrata, per pensieri opere e azioni, sui presenti. Il presente è un dono. Proverò a ricordarmelo più spesso.
(Marzo 2011, cominciato sulla scia degli eventi intrapresi a febbraio, si è poi declinato verso una profonda crisi mistica, caratterizzata da un desiderio, rimasto irrealizzato, di maggiore concretezza e sostanza. Avrei fatto meglio a rispettare le mie regole senza metterle in discussione. Ma col senno di poi è troppo facile sindacare.)

APRILE: orario e stallo di partenza non sono più gli stessi. Lo scopro per caso, in procinto di un viaggio che non ho mai voglia di fare. Dormo tanto, ma si sa che aprile è così. Riuscirò a svegliarmi?
(Ero convinta che per Aprile 2011 mi sarei innamorata. Nella realtà, non sono nemmeno tornata a casa per Pasqua.)

MAGGIO: ne vogliamo parlare?
(Maggio 2011 è stato una sorpresa. Per la prima volta piacevole, sereno e pieno di vita. Voglio la replica!)

GIUGNO: certe cose non funzioneranno mai, allo stesso modo in cui certe persone mi infastidiranno sempre. Non so che auspicio trarne. Incrocio le dita per l’arrivo dell’estate.
(Nel Giugno del 2011 ho sorriso tanto. E a contatto con la natura ho ripreso coscienza di quanto può essere piacevole la mia natura quando si confronta con quella altrui.)

LUGLIO: digiunare non fa bene. Non quando tutti festeggiano. Sono il bastian contrario della partenza intelligente.
(A Luglio 2011 ho fatto troppe cose ed altrettante me ne sono capitate. Un affettuoso saluto ai rumeni che mi hanno rubato la borsa a Villa Borghese!)

AGOSTO: mi sa tanto che come ogni anno lo trascorrerò lavorando. Ma la consolazione di una piccola trasferta si intravede. Speriamo bene!
(Nell’Agosto 2011 ho scritto impunemente di polli allo spiedo. E mi sono fatta anche una foto con una mucca. Solo che la mucca era finta quanto il mio racconto. Solo che la finzione a volte aiuta a vivere meglio. Decisamente!) 

SETTEMBRE: Tristezza per favore vai via.
(A Settembre 2011 ho rivisto Luca Carboni e quindi… ah… ma le storie d’amore no, non finiscono mai! Poi è ovvio che tutto dipende dalla percentuale di interesse.)

OTTOBRE: partiamo dal presupposto che sono fondamentalmente una bohemienne, per di più  orgogliosa di essere tale. Questo non significa però che sono fatta di gommapiuma e assenzio. Né tantomeno che posso  reagire d’assenso a fronte di iniziative che mi procurano dissenso. Ci si può sempre scoprire diversi da ciò che si credeva di essere.
(Ottobre 2011 è scivolato via piuttosto in fretta. Resto dell’idea che la mia selettività in fatto di rapporti interpersonali mi sia fondamentale)

NOVEMBRE: mi sono svegliata col volto giusto, a conferma del sorriso di Saimi che mi dice: “Sei sempre bellissima”, per poi incazzarsi del mio mettermi a ridere. Non è sempre tutto bellissimo e non è detto che lo sarà. Tantomeno posso esserlo io. Ma con un briciolo di speranza….
(A Novembre 2011 per la prima volta mi sono immersa nella vera nebbia- e non nelle mie stupide nebbie immaginarie- e ne sono riemersa incolume. Non esiste grigiore che non possa illuminarsi).

DICEMBRE: Un’altra fine, ma io parto dall’inizio. È tutto un girotondo ed io ci giro dentro.
(A dicembre 2011, ho pianto, riso, pianto, riso, in un’alternanza che in termini di pronuncia si è trasformata in ho piantato riso. e fu così che la “mondina” visse felice e contenta!)

 

 
 
 

°°°MeMoRiA_tAtTiLe***

Post n°444 pubblicato il 03 Dicembre 2011 da fragolozza

Sul tavolo giacciono sei monete fuori conio, quattro ninnoli, un po’ di foto e tre scontrini.
E’ impressionante il numero di cose inutili che un portafogli contiene.
MEMORIA TATTILE. Io la chiamo così.
La gara è a chi conserva cose più assurde e credo di aver vinto io, quando finalmente trovo la coda di Cippo Cippo, il mio amato bimbo scoiattolo, a cui malauguratamente la strappai nel tentativo di recuperarlo dall’angolo in cui si era ficcato, dopo l’ennesima fuga dalla gabbia (su questo
forum la prova che non è successo solo a me!).
Poi lo sguardo mi cade sui tre scontrini.
Uno fa male, un altro è indifferente, un altro…
Leggo “Jolly Bar” e €1,60 di importo.
“Questi sono due caffè” dico a me stessa, infilandolo nuovamente nel portafogli.
Il tono però mi ha tradita e la domanda mi arriva a sorpresa.
“Lui chi era?”
“Lui era” rispondo secca.
E so che non mi serve aggiungere altro.

 
 
 

°°°UnDiCi***

Post n°443 pubblicato il 11 Novembre 2011 da fragolozza

Cosa rende un giorno speciale?
11/11/11
Undici.
Oppure DICI UN. Dici UNO.
Che anche a volerlo mettere come:
1
1
1
1
1
1
rimane UNO.
Uno come tanti, uno come niente.
Che anche a volerlo mettere come:
1+1+1+1+1+1
dà 6.
SEI.
Ed è appunto un SEI UNO. Anzi UNA.
Come tante.
Come niente.

 
 
 

*°*numeri_telefonici*°*

Post n°442 pubblicato il 19 Ottobre 2011 da fragolozza
 

“Pensa che manterrà attiva questa utenza Vodafone?”
“…”
“Per quanto ancora?”
“…”

Ho tre utenze telefoniche, ossia un numero Tim, un numero Wind ed un numero Vodafone.
Sono troppi, lo so.
Non ne ho bisogno, lo so.
Ma la gamma di promozioni e piani tariffari offerti dai diversi gestori è tale che è psicologicamente impossibile avere un solo numero di telefono.
Perché il Tim è il mio numero storico, quello che ha più di dieci anni e che mi mantiene i contatti con parenti, amici, colleghi, conoscenti, animali, fiori, città, cose, cantanti, lettera e testamento. Insomma, il numero Tim è il mio numero universale.
E poi c’è il numero Wind, che, sì, nasceva da un’esigenza di “noi due” per due persone successivamente trasformatesi in “io uno” e “tu zero”. Ma l’estensione filantropica al “noi tutti” non si poteva perdere e quindi ora il numero Wind mi mantiene i contatti con la mamma e con gli amici più cari. E perciò non posso farne a meno.
Il numero Vodafone… Ebbene il numero Vodafone è la variabile dipendente, in quanto sussiste dal momento che esiste una relazione che lo coinvolge ad un’altra variabile, che numero non è, ma da cui la sottoscritta è dipendente e che, se venisse a mancare, lo renderebbe variabile indipendente e quindi insussistente. Il che, ovviamente, si spera non accada.

Ieri.
Erano le sette di sera ed ero ancora a lavoro quando ho sentito un telefono squillare. Una chiamata sul mio numero Vodafone.
Strano.
E molto più strano che fosse da parte di un numero privato.
Quel numero lo conoscono quattro persone, ma se ne serve una sola persona, quindi chi poteva essere?
Era un operatore incaricato di compiere un’indagine statistica.
L’ho ascoltato, gli ho chiesto la cortesia di richiamarmi in un altro momento, se era proprio necessario, e l’ho salutato.
Ho finito il lavoro, stavo trotterellando verso casa ed ecco che mi hanno ricontattata per la statistica.

Mi piace partecipare alle indagini di mercato, mi è sempre piaciuto. Una volta mi contattarono per un’indagine sulle sigarette che, dato il mio attaccamento al prodotto, durò più di quaranta minuti.
 Il fatto è che non mi piace solo partecipare alle indagini. A me piace rispondere alle domande, stabilire un’empatia con l’operatore. In parole povere, colgo sempre l’occasione per esaurire la persona all’altro capo del filo come fosse una sorta di ambasciatore del telefono amico.
Perciò, se nel caso delle indagini sulle sigarette, mi ritrovai anche a canticchiare una canzone di Cesare Cremonini al povero malcapitato (domanda: qual è la sigaretta più romantica? Risposta: Ma che domande?! La Benson and Hedges! Soli eppure in mezzo alla gente io e te, riscaldati dal calore di una Benson and Hedges, se mi vuoiiiiiiiiiiii….), ieri, partendo dall’assunto che il numero su cui mi si stava chiamando era il mio numero, anzi no, non era il mio numero, insomma sì era il mio numero, ma fino a qualche mese fa non era il mio numero, bensì era il numero di un’altra persona, che sarebbe quella che mi ha passato la scheda con il numero, l’operatore di turno si è sorbito un breve riassunto della mia vita negli ultimi quattro mesi.
E, mentre gli parlavo, pensavo che certe cose dovrebbero capitare più spesso, riferendomi non solo alle circostanze che mi hanno portata ad essere detentrice di un numero Vodafone (che a volerne scrivere adesso ne verrebbe fuori un romanzo in trenta capitoli), ma anche e soprattutto al fatto che un perfetto estraneo ti chiami e di buona lena stia ad ascoltare tutto quello che gli dici, mantenendo però l’atteggiamento distaccato di chi non abbia alcun interesse ad ascoltare quello che gli stai dicendo.

Il punto è che nessuno sbaglia più numero di telefono.
Prima dell’avvento dei cellulari, prima che i numeri si memorizzassero su un display, vale a dire ai tempi in cui dovevi digitare ogni singola cifra, anziché premere semplicemente la falange sul nome dell’utente desiderato, era facile sbagliarsi.
Ricordo almeno un migliaio di telefonate ricevute a casa, puntualmente ad ora di pranzo, esordienti con un: “Buongiorno, casa Foresta?”, roba che mia madre era diventata un leone a furia di ripetere ogni volta: “No, ha sbagliato numero!”. In seguito scoprimmo che la differenza tra il nostro numero e quello della famiglia Foresta consisteva nella successione di cifre identiche, ma alternatamente disposte, quindi ci rassegnammo.
Quelli, però, non erano gli unici casi.
Ho risposto a tantissime altre telefonate in cui, di volta in volta mi si chiedeva: “Carmeli’, ci sta Giovanna?”, “Signuri’, mi passate o’ Dottore?” etc. E in taluni casi ci stava che, fatto notare che avevano sbagliato numero, con tanto di replica di obiezioni, confutazioni e giustificazioni, tra una scusa e un’altra, si imbastiva una conversazione di convenevoli che si trascinava per decine di minuti e che concludevo con animo decisamente più rilassato.

E’ per questo che sono convinta che le persone dovrebbero sbagliare numero più spesso. Ed è anche per questo che, molto spesso, se qualcuno mi chiede il numero, io gli do il numero di telefono sbagliato. Sembra cattivo, lo so. Ma dal mio punto di vista è un favore perché: a) sono educata e quindi non oppongo un rifiuto a priori; b) spalanco un mondo di opportunità dal momento che, al numero sbagliato, potrebbe rispondere una persona più interessante e interessata di me.
Persino Eddy lo ha capito (per chi fosse interessato a leggere del mio primo incontro con Eddy legga
qui). L’ho rivisto un po’ di tempo fa, dopo due anni passati a nascondermi sotto i sedili degli autobus, dietro le pensiline delle fermate e dentro i canali di scolo dei marciapiedi tutte le volte che lo incrociavo. Ebbene, un po’ di tempo fa, non avendo io trovato un nascondiglio a portata di mano, nel mentre si aspettava l'autobus, Eddy mi ha di nuovo avvicinata come fosse la prima volta. E’ stato un gran furbone, devo riconoscerglielo. Perché quando mi ha chiesto come mi chiamavo ed io gli ho risposto, lui ha esclamato: “Ma io ti ho già conosciuta! Io ho anche il tuo numero di telefono!”. Io, però, ancora più furbescamente, ho assunto un’aria a metà tra lo sconcerto e il no,no,no,nonèpossibilemiricordereidisicuro. Solo che Eddy è uno furbo davvero, nonché preciso, e mi ha mostrato il mio nominativo con tanto di numero sbagliato in allegato ancora memorizzato nella memoria del cellulare.
E così ho dovuto confessargli la verità seguita da precisa spiegazione della mia teoria. Non credo sia stata convincente, ma almeno non mi ha chiesto di nuovo il numero e questo, secondo me, è già tanto.

Tornando all’indagine telefonica…
Molte delle circostanze migliori della nostra esistenza derivano da un caso, da una circostanza fortuita, da un imprevisto.
“Pensa che manterrà attiva questa utenza Vodafone?”
“Ehmm… beh, non lo so, spero di sì. Cavoli! Spero proprio di sì!”
“Per quanto ancora?”
“Mi auguro il più a lungo possibile.”

 
 
 

*°*citazione*°*

Post n°441 pubblicato il 08 Settembre 2011 da fragolozza

Basta un’aggiunta e pure l’odio diventa oddio.
L’empietà strizza spesso l’occhio alle più sacre forme di sacrilegio e capacitarmene  potrebbe passare per un residuo tentativo da parte mia di tenermi attaccata ad una forma di umanità che attualmente mi sfugge. Ma tanto io non mi capacito.
Tra Adrian Lyne e Nietzsche esiste una qualche differenza? E se sì, qual è?
Non ho questa risposta, né m’interessa averla.
Le troppe citazioni classiche confrontate al gelido algido (da leggersi ghelido/alghido), nonché esacerbato, disfattista e schifoserrimo spirito moderno trasformano le educande in odalische e le odalische in lische che nemmeno un gatto annuserebbe.
Persino De Musset in questo caso sarebbe stato più bravo di me. Ok. Ennesima citazione. E stavolta solo perché il termine citazione scomposto in cita e azione mi fa sentire a casa.

 

 

 
 
 

°*°persiana°*°

Post n°440 pubblicato il 09 Agosto 2011 da fragolozza

E’ come quando leggi che in Siria è scoppiata un’ennesima rivolta. E’ appunto ennesima e quindi te ne frega ben poco.
Ti meraviglieresti, piuttosto, se per una volta ti si informasse che, in Siria, gli iscritti all’associazione “terroristi anonimi” stanno organizzando un party per festeggiare il terzo giorno di astinenza dai bombardamenti e dalle uccisioni indiscriminate.
Quella sì che potrebbe dirsi una notizia.
Dunque, dal momento che non si può certo dire di te che sei una terrorista, tantomeno siriana (semmai persiana per come a volte ti butti giù e non lasci passare la luce), smettila di ripeterti che sei confusa, che sei spaventata, che dentro ti senti piccola stupida e sola.
Tanto non fa notizia e, cosa ben più importante, a molti gliene frega ben poco.
Programmati piuttosto un'astinenza dalla tristezza e annotati con premura i momenti in cui ti senti felice davvero.
Quella sì che potrebbe essere un'ottima annotazione.

 
 
 

***It's_FRIDAY!***

Post n°439 pubblicato il 05 Agosto 2011 da fragolozza

Fedele ai dettami calendaristici di Robert Smith (il lunedì ti puoi tenere la testa tra le mani/il martedì e il mercoledì puoi rimanere a letto/o giovedì puoi guardare il muro/è il venerdì che sono innamorato/il sabato aspetta/e la domenica arriva sempre troppo tardi/ma il venerdì non esito mai), mi centrifugo in una spirale di neuroni attivati da sinapsi in balia dell’aminoacido triptofano.
Non sono i globuli rossi a farmi dire viva, bensì l’adrenalina a farmi sentire meno morta.
Niente che sia respiro sano batte la tachicardia, nell’emozione sincopata prodotta dall’amigdala che, in quanto mandorla, è al pari di una ghianda e quindi mi rende più simile ad una ghiandaia che a un organismo logicamente pensante.
Volendo essere più chiara, sono fermamente convinta che il sussidiario concetto spaziante dal vagabondaggio spirituale all’ancoraggio semietico e semiologico del volere al fine di volare sufficientemente alta sia riassumibile in due semplicissimi punti: il troppo non storpia e il poco non esiste.
Ed io, in tutta risposta, se proprio non posso avere troppo, quel poco che posso provo a prendermelo meglio che posso.

Firmato Sibilla Cumana*

*Versione italica dell’ellenica Pizia, altrimenti nota come sacerdotessa del dio Apollo, avvezza a stati di alterazione mentale, allucinazione e  trance, nonché affetta da logorrea convulsa, sfogata mediante la trascrizione su fogli di carta di asserzioni dalla dubbia interpretazione e dalla discutibile valenza.

 

 
 
 

°°°teoretica°°°

Post n°438 pubblicato il 02 Agosto 2011 da fragolozza

Non ci è dato sapere quale sia il dato più importante da sapere in un dato momento, dato che, se lo sapessimo, non staremmo certo a chiederci se la felicità è un dato di fatto o se, di fatto, la felicità non ci verrà mai data.
Maschero, dunque, di indolenza la possibilità (riconosciuta e accettata) di vivere per la prima volta la vita degli altri, così come non avrei mai pensato fosse.
Non è un tentativo e nemmeno un esperimento. E’ una scelta non scelta che, come molte altre mie, taglia via le residue possibilità senza per questo ingenerare rimorso, bensì il ricorso a tutta la forza e a tutto il coraggio necessari per andare avanti.
Forza senza sforzo. Coraggio impiegato appannaggio del puro star bene.
A rifletterci, la vita, la propria o degli altri che sia, può essere semplice semplice.
Il mio nuovo teorema del buonumore consiste nel collocare le emozioni sull’asse delle ascisse e le paure sull’asse delle ordinate.
All’origine, nel luogo in cui le rette perpendicolari si incontrano e i treni per i pendolari si scontrano, non è detto che la scelta di sdraiarsi sul fianco offra il fianco solo alla critica di se stessi.
Il silenzio stampa sui dorsi delle mani promemoria che fiumi di vita trascineranno via.
Ma potrebbe anche succedere che ricostruendo una parte di me, passando attraverso la demolizione del sé e inevitabilmente giungendo ad un te, dall’origine scaturisca l’entusiasmo di riprendere a pronunciare un noi.
Il silenzio stampa sui palmi delle mani appunti che il mare della vita cullerà in eterno.

 
 
 
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POETRY

Le cloache di notte somigliano
a fiumi nascosti.
Scommetti che a perdere il cuore
guadagni più spazio?
Sul banco dei pegni
ho impegnato
il mio ombretto di rosa.
Palpebre nude non chiudo
per cogliere il resto
di quello che resta
sul conto in sospeso
dei nostri sospesi.

Le formiche al tramonto ricordano
grani di pepe.
Sai contare al contrario, partendo
da cifre irrisorie?
Sotto l’arco
s’inarca in trionfo
la triade imperfetta.
Me stessa, quell’altra o la stessa
si chiudono a riccio.
Per capriccio
mi cavo d’impiccio.
Mi sento di troppo.

 

 

 

 
 

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 both of you
and maybe sometimes
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