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Creato da vietcong70 il 27/08/2010

OTTOBRE-ROSSO

LA LOTTA RIPRENDE.... COME PRIMA... PIU' DI PRIMA!

 

Mah...

Post n°447 pubblicato il 21 Maggio 2012 da vietcong70

 

La meglio gioventù

La meglio gioventù del nostro tempo sostiene questo Paese con idee, desideri, progetti, volontariato, scopre nuovi mondi e inventa il futuro eppure è sempre disoccupata, in cerca di lavoro, precaria, senza stipendio. Studia per dare il meglio di sé e migliorare le vite di tutti e di tutte, ma una volta laureata è costretta ad andarsene. In nome di questa generazione il governo Monti propone una riforma sbagliata, una truffa per tutti e in primo luogo per i giovani. Il disegno di legge sul mercato del lavoro lascia intatta la giungla delle 46 forme contrattuali, comprese quelle che il governo aveva annunciato di voler eliminare; non estende gli ammortizzatori sociali, visto che l’assicurazione per l’impiego lascerà fuori buona parte dei lavoratori precari; non prevede nessuna forma di reddito minimo; scarica l’aumento di costo dei contratti a progetto sulle buste paga dei collaboratori; rappresenta una beffa per le reali partite Iva che dovranno pagare di tasca loro l’aumento dei contributi.
Le tante promesse del governo non sono state mantenute, così i giovani sono diventati il pretesto per precarizzare chi ha ancora un contratto stabile. Si è cercato di dividere i padri dai figli, le madri dalle figlie. Noi pensiamo che ci siano, oggi come ieri, i ricchi e i poveri, chi vive di sfruttamento e speculazione e chi vive di lavoro. Per questo vogliamo mobilitarci assieme ai nostri padri e alle nostri madri, perché vogliamo unire due generazioni nella difesa dei diritti e nella lotta contro la precarietà, perché non è vero che non c’è alternativa. La precarietà non è un’emergenza del mercato del lavoro, è il più grande attacco alla democrazia italiana degli ultimi decenni. Per noi la precarietà è il messaggio che da vent’anni una classe dirigente ci trasmette: andatevene. Noi vogliamo restare, cambiare le nostre vite e dare un presente al nostro Paese.
Abbiamo proposte migliori di quelle del governo. Noi chiediamo di investire su Università e Ricerca, di riconvertire ecologicamente il nostro sistema industriale per creare buoni e nuovi posti di lavoro. Chiediamo un modello di welfare universale. Chiediamo che venga bandita sul serio la truffa della precarietà. A un lavoro stabile deve corrispondere un contratto stabile e i diritti fondamentali devono essere estesi a tutte le forme di lavoro: l’equo compenso, il diritto universale alla maternità/paternità e alla malattia, i diritti sindacali, il diritto ad una pensione dignitosa, la continuità di reddito nei periodi di non lavoro, la formazione continua. Chiediamo infine un reddito minimo, fatto di sussidi e servizi, per garantire la dignità della vita e del lavoro com’è in tutti i paesi europei.
È necessaria una grande mobilitazione contro la precarietà, per il reddito, per i saperi e per l’estensione dei diritti e delle tutele: per un Paese diverso e per una nuova idea di cittadinanza, fuori e dentro il lavoro. L’alternativa è il cambiamento, non il mantenimento di pochi diritti e o la versione soft della precarietà. Vogliamo un altro Paese e un’altra politica. Scendiamo in piazza il 26 maggio. Per riprenderci il nostro Paese. Noi, la meglio gioventù del nostro tempo precario.

lamegliogioventu.org

red. - il manifesto

fonte: www.esserecomunisti.it

 
 
 

Mah...

Post n°446 pubblicato il 21 Maggio 2012 da vietcong70

 

Jp Morgan, la bomba atomica sotto il tavolo

 

Mentre ci si concentra su eventi e provocazioni molto più vicini a noi, una bomba nucleare finanziaria sembra arrivata sul punto di esplodere. Si tratta di Jp Morgan Chase, la seconda più grande banca d’affari del pianeta – dopo Goldman Sachs – già salita a dubbi onori della cronaca alcuni giorni fa per una perdita di oltre due miliardi del suo ufficio di Londra.

Ora la cifra semrba decisamente più elevata: tra i 100 e i 150 miliardi. E, come dialettica insegna, la quantità diventa qualità. Le perdite – in gergo tecnico definite “titoli tossici”, ovvero si assai incerto valore, forse anche semplice spazzatura – sarebbe state accumulate nel settore più oscuro e pricoloso della finanza internazionale: i derivati.

Si chiamano così perché si tratta di titoli la cui “garanzia sottostante” è costituita da altri titoli, a loro volta garantiti da altri titoli finanziari oppure titoli di debito in qualche misura legati a “cose” (tipicamente: mutui immobiliari). Una catena di S. Antonio in cui la “tossicità”, come un virus, si diffonde certamente, ma senza permettere di sapere fin dove può essere arrivata.

Vedremo domani la reazione dei mercati alla notizia. Jp Morgan è un colosso molto più grandi di Lehmann Brothers, il cui improvviso crollo, nel settembre 2008, segnò l’inizio della fase più acuta della crisi esplosa l’anno precedente con la bolla dei mutui subprime.

Il Sole 24 Ore propone un articolo molto “freddo”, dalle cui righe traspare però una preoccupazione incalcolabile. Come gli effetti sistemici di un niente affatto impossibile tracollo anche di Jp Morgan.

In JP Morgan spuntano 100 miliardi di titoli a rischio: nel mirino del mercato arriva il portafoglio Abs

NEW YORK – Jamie Dimon sapeva e aveva anzi approvato le rischiose strategie della sua banca, Jp Morgan. E quel rischio minaccia di rivelarsi sempre più vasto e ramificato: accanto alle fallite scommesse nei derivati sul credito la divisione sotto accusa, il Chief Investment Office (Cio), avrebbe accumulato un portafoglio di cento, forse 150 miliardi di dollari in titoli che potrebbero rivelarsi «tossici», dagli Abs, Asset backed securities, a prodotti strutturati, ovvero investimenti simili a quelli che nel 2008 scossero il sistema finanziario.

L’esposizione è stata portata alla luce dal Financial Times, che ha citato fonti di trading. La banca sarebbe stata in particolare il più grande compratore di titoli garantiti da mutui in Europa negli ultimi tre anni e aveva fatto man bassa di complesse securities legate al debito sui mercati internazionali. Il Cio, in tutto, secondo quanto emerso in precedenza, gestiva un gigantesco portafoglio da quasi mezzo miliardo.
Il ruolo di Dimon nelle controverse attività, più diretto di quanto finora parso, è stato dimostrato dal Wall Street Journal. Il chief executive, secondo fonti bancarie, aveva dato il proprio via libera ai principi generali delle scommesse poi messe in atto anzitutto dall’ufficio di Londra del Cio. Anche se in seguito è rimasto scioccato dalla scoperta delle perdite e dei rischi che aveva sottovalutato.

Il Journal cita un vertice interno del 30 aprile durante il quale a Dimon fu presentato il resoconto delle perdite, che potrebbero superare i cinque miliardi. La sua reazione fu di incredulità: chiese di vedere subito tutte le posizioni. In seguito, durante riunioni formali come davanti a un bicchiere di vodka, avrebbe confessato ad altri dirigenti il rimorso per gli errori commessi. «Non mi sono accorto di qualcosa di grosso», ha ammesso anche alla moglie. Parlando al Journal, Dimon ha detto di aver imparato una lezione: «Mai compiacersi dei successi passati».

Dimon aveva approvato le linee guida delle operazioni ma, con un insolito laissez faire, non ne aveva verificato esecuzione o dettagli, delegati a una divisione di cui si fidava ciecamente e che lo aveva ammaliato garantendo ingenti profitti negli anni scorsi. Il Chief investment office era guidato da Ina Drew e Dimon iniziamente avrebbe anche resistito alle pressioni per un suo allontanamento, poi avvenuto. Altre divisioni della banca erano al contrario sottoposte a controlli molto più rigorosi da parte dell’amministratore delegato.

JP Morgan dovrà presto rispondere dei sospetti di aver minimizzato o nascosto le perdite al mercato. Dimon ha fatto sapere ieri di aver accettato l’invito a testimoniare al Senato in giugno. Il dibattito sull’entità delle perdite e sui tempi della loro comunicazione alla Sec è stato per giorni oggetto di intenso dibattito nella banca. Dimon il 27 aprile ritardò l’invio alla Sec di documenti trimestrali spiegando che doveva comprendere meglio l’impatto delle scommesse andate male.

Claudio Conti - Contropiano.org

fonte: www.esserecomunisti.it

 
 
 

Mah...

Post n°445 pubblicato il 21 Maggio 2012 da vietcong70

 

Economia e finanza: prima e dopo la crisi

Con la crisi, i rapporti tra capitalismo industriale e finanziario sono mutati. Rimane la necessità di abbandonare il neoliberismo, con riforme radicali e cooperazione internazionale

1. Premessa

Da circa cinque anni i paesi occidentali sono immersi in una crisi che ha prodotto un livello di disoccupazione inaccettabile e che sta determinando l’impoverimento di vasti strati della classe media, mettendo a rischio la tenuta democratica. Questo periodo, diversamente dal precedente ciclo di crescita, ancora non è stato adeguatamente studiato nelle sue dinamiche e dal punto di vista teorico. Il modello neoliberista basato sulle privatizzazioni e sulla deregolamentazione finanziaria continua ad essere dominante nonostante i massicci interventi pubblici che sono stati attuati da quando è scoppiata la crisi nel 2007/2008. Però, in questa fase si ha la sensazione che gli obiettivi della finanza non siano più funzionali a quelli dell’economia reale come era accaduto nel periodo precedente, dove l’espansione materiale si era associata a quella finanziaria. Sembra che la finanza abbia smesso di puntare sulla crescita scommettendo invece su una depressione prolungata delle economie occidentali con conseguenze che potrebbero essere distruttive per lo stesso capitalismo finanziario.

2. Il ciclo di crescita neoliberista e lo scoppio della crisi

Dai primi anni ’80 fino all’estate del 2007 l’interazione virtuosa tra crescita dell’economia reale, espansione dell’indebitamento privato, inflazione finanziaria (azionaria e immobiliare) e creazione di moneta endogena aveva funzionato, nonostante il ristagno dei salari e il fortissimo aumento del divario nella distribuzione del reddito, generando ricchezza e occupazione per l’intero pianeta. Nel 2007/2008 questo meccanismo si è inceppato rendendo il debito privato insostenibile, provocando una deflazione delle quotazioni azionarie e dei valori immobiliari, distruggendo una grossa fetta della moneta endogena creata dal mercato fino a determinare il crollo della domanda, della produzione e dell’occupazione nei Paesi più avanzati del Pianeta

3. Gli interventi per fronteggiare la crisi

Per evitare una profonda depressione dell’economia si è ricorsi ad un fortissimo intervento pubblico sotto forma di espansione del debito e dell’offerta di base monetaria. Così nella fase iniziale della crisi non solo l’economia reale ma anche i mercati finanziari si sono ritrovati completamente dipendenti dall’intervento pubblico, che è riuscito a scongiurare l’innesco di fallimenti a catena delle imprese industriali, delle banche e delle istituzioni finanziarie. Questo intervento si è concentrato non a valle del sistema e cioè sostenendo gli investimenti pubblici, l’occupazione, i redditi bassi e i consumi, bensì a monte iniettando denaro nelle banche che sono state ritenute, a torto, come il principale motore della crescita. Si è pensato che fosse di primaria importanza ricapitalizzare le banche e si è sottovalutato il fatto che, se la moneta bancaria dipende dalla fiducia nella capacità di rispettare gli impegni di pagamento e la fiducia a sua volta si regge sulle aspettative di crescita dell’economia, la liquidità delle banche è in stretta relazione con il ciclo economico e cioè con la crescita della domanda aggregata, della produzione, degli investimenti e dell’occupazione.

4. La ripresa del processo di finanziarizzazione

Superata questa fase, si è iniziato a prendere coscienza che il debito pubblico aveva raggiunto livelli di guardia[1] senza che si fosse messo in moto un ciclo di crescita in grado di autosostenersi e senza che fosse comparso un nuovo consumatore in grado di sostituire il consumatore americano iper-indebitato. E, in conseguenza del ristagno della domanda aggregata che non sta generando convenienti opportunità di investimento dei capitali nel settore reale, ha ripreso vigore il processo di finanziarizzazione[2], che è stato alimentato anche dai generosi interventi delle Banche centrali a favore delle banche private.

A questo punto, specialmente in Europa dove non esiste una Banca centrale che sia prestatore di ultima istanza, i mercati finanziari hanno iniziato ad attaccare gli Stati più in difficoltà. Così questi mercati, che poi non sono entità metafisiche ma sono dominati da poche grandi concentrazioni di potere[3], dopo essere stati salvati dall’intervento pubblico si sono rivoltati contro di esso mettendo in ginocchio gli anelli più deboli della catena. E anche se sono stati colpiti singoli Paesi come la Grecia, il Portogallo e poi l’Italia e la Spagna, il risultato è stato quello di esercitare una spinta depressiva verso la domanda aggregata con effetti negativi che vanno ben aldilà dei Paesi appena menzionati. La situazione europea può essere ricondotta all’azione di una miscela esplosiva composta da ideologia liberista e nazionalismo tedesco che sta producendo effetti economici e sociali devastanti.

Il livello insufficiente della domanda aggregata si sta ripercuotendo sul settore privato dell’economia reale che è costretto a ridurre la produzione e non ha incentivi a investire i capitali nell’industria, nell’edilizia e nei servizi. Per questo sono assolutamente vitali delle politiche pubbliche espansive. Ma queste politiche, che richiederebbero tempi relativamente lunghi per dispiegare i loro effetti, non vengono sostenute dai mercati finanziari che tendono invece a “premiare” i paesi che adottano pesanti misure di austerità per risanare le finanze pubbliche. Eppure è evidente che se durante una recessione si fanno manovre restrittive si manda a picco l’economia con effetti depressivi che si propagheranno a livello globale.

Dunque, in questa fase di recessione, la maggior parte degli Stati occidentali è diventata ostaggio dei mercati finanziari che sono pronti a far fuoco non appena ci sono avvisaglie di ulteriori espansioni del rapporto tra debito pubblico e Pil. E lo scontro non coinvolge solo gli Stati ma riguarda anche il settore privato che ha una fortissima necessità di avere una maggiore domanda attraverso minori tasse e maggiori spese (checché ne dica la Banca centrale europea, anche la spesa pubblica sottoforma di stipendi, di servizi e di investimenti traina le attività delle imprese). L’impatto della recessione produce gli effetti più negativi sulle piccole e medie imprese in quanto le grandi imprese possono sfruttare il loro potere di mercato e tendono ad investire parte dei loro profitti nel settore finanziario dove si possono ottenere dei rendimenti superiori a quelli del settore reale.

In sintesi, i rapporti tra capitalismo finanziario e capitalismo industriale hanno registrato dei cambiamenti importanti da quando è scoppiata la crisi del 2007/2008. Nel lungo ciclo di crescita precedente alla crisi, la finanza, l’industria e gli Stati avevano raggiunto una coesistenza funzionale grazie alla continua espansione del debito privato che da un lato alimentava la finanziarizzazione dell’economia e dall’altro permetteva di sostenere i consumi, la produzione industriale e l’acquisto degli immobili. Nel contempo, questo meccanismo garantiva una crescita dell’economia reale che aveva effetti positivi sulle finanze pubbliche. La fine di questo ciclo di espansione materiale non è stata determinata tanto da un problema di sovraccumulazione e di spostamento dei capitali dal settore reale a quello finanziario[4], quanto dall’insostenibilità del debito privato che ha fatto crollare la domanda aggregata, la produzione e l’occupazione. Successivamente, gli obiettivi di brevissimo termine della finanza non si sono più dimostrati compatibili con quelli di medio termine delle imprese industriali e degli Stati, in quanto l’intervento pubblico non è riuscito a riavviare un ciclo di crescita in grado di autosostenersi e la finanza ha iniziato a scommettere su una depressione prolungata delle economie occidentali, a partire da quella europea[5].

5. Vie d’uscita dalla crisi

Come rompere questa spirale che ci sta facendo affondare? Come sconfiggere la dittatura dei mercati finanziari che con i loro obiettivi di brevissimo periodo penalizzano le finanze pubbliche, gli investimenti delle imprese e la coesione sociale? Come riportare la finanza al servizio dell’economia? Ovviamente facendo ripartire un nuovo ciclo di crescita, cioè rilanciando la domanda finale e quindi la produzione e l’occupazione. Così si potrebbero creare nuove occasioni di investimento nell’economia reale e i capitali potrebbero tornare a finanziare le iniziative industriali.

Per rilanciare la domanda senza creare nuovo debito bisognerebbe attuare una gigantesca redistribuzione del reddito dai ricchi verso le fasce sociali medio-basse, un gioco a “somma zero” come direbbe Lester Thurow. Ma come fare se in una fase di elevata di disoccupazione le fasce sociali medio-basse sono molto deboli e non hanno un adeguato peso politico in grado di portare avanti le proprie rivendicazioni? Forse solo un ulteriore peggioramento della situazione potrà creare le condizioni per fuoriuscire dal modello neoliberista che ha tra i suoi pilastri il divario sempre più marcato della distribuzione della ricchezza e la supremazia della finanza sull’economia reale. Altrimenti, qui in Europa andrebbero emessi gli Eurobond associati con una tassa sulle transazioni finanziarie per pagarne le spese sugli interessi e bisognerebbe cambiare lo statuto della Banca centrale europea affidandole anche il compito di comprare i titoli pubblici dei paesi in difficoltà (questo compito è stato delegato alle banche private e sta producendo risultati molto deludenti in quanto non è credibile e non riesce a far diminuire in modo consistente i tassi di interesse, indebolisce le banche che si ritrovano in pancia titoli pubblici considerati ad alto rischio e sottrae risorse che dovrebbero andare verso l’economia reale). Eurobond e nuovo ruolo della BCE sono le proposte rilanciate dal nuovo Presidente della Repubblica di Francia Hollande a cui dovrebbero immediatamente associarsi la Spagna e l’Italia, i due grandi paesi europei in recessione. Un’altra strada consiste nella nazionalizzazione di alcune grandi banche per portarle fuori dalla speculazione di borsa ed utilizzarle come strumento pubblico per finanziare gli investimenti delle piccole e medie imprese e i consumi delle famiglie.

In conclusione, per superare veramente il neoliberismo saranno necessarie riforme radicali e interventi coraggiosi, assolutamente non ortodossi, insieme ad un grande sforzo di cooperazione internazionale. Altrimenti, è sempre pronta la vecchia strada che in Europa conosciamo molto bene essendoci passati già due volte nel secolo scorso.

 —————————— Note all’articolo

[1]Stavolta Germania batte Italia. Nel debito pubblico, Marco Fortis, Sole24Ore, 27 aprile 2011 http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-04-27/stavolta-germania-batte-italia-081952.shtml?uuid=AaTx6FSD

[2] I derivati finanziari Over the counter (Otc), cioè quelli negoziati fuori dai mercati regolamentati e tenuti fuori bilancio, nel primo semestre del 2011 sono aumentati in modo stratosferico. Il valore nozionale totale ha raggiunto 708 trilioni di dollari con un aumento del 18% rispetto ai livelli calcolati a fine dicembre 2010 (601 trilioni di $). Alla vigilia della grande crisi (giugno 2008), il totale Otc aveva raggiunto la vetta di 673 trilioni di dollari.

[3] Se nel 2009 le cinque maggiori banche americane detenevano l’80% di tutti i derivati emessi negli Usa, oggi 4 banche (JP Morgan Chase, Citigroup, Bank of America e Goldman Sachs) ne detengono il 94% del totale.

[4] Cfr. G. Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, Cap 4, Manifestolibri, a cura di G. Cesarale e M. Pianta, 2010.

[5] Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali l’esplosione dei contratti Otc è determinata quasi totalmente dalla crescita dei derivati accesi sul rischio dei tassi di interesse. Da soli, essi coprono 554 trilioni di $.Un altro aspetto preoccupante è che la maggior parte dei contratti ha una scadenza sempre più breve. Quelli con scadenza oltre i 5 anni si sono ridotti del 6%, assestandosi intorno a 130 trilioni di dollari, mentre quelli con scadenza a meno di un anno sono aumentati del 30% raggiungendo i 247 trilioni di dollari.

Stefano Sylos Labini - Sbilanciamoci

fonte: www.esserecomunisti.it

 
 
 

Mah...

Post n°444 pubblicato il 20 Maggio 2012 da vietcong70

 

È arrivata la seconda depressione globale

 

Una seconda ondata depressiva è ormai in vista ad occhio nudo. I prezzi delle materie prime, greggio compreso, hanno smesso di oscillare e stanno subendo un drastico calo trascinandosi dietro sia i valori azionari delle società minerarie che le monete dei paesi produttori in fase di svalutazione rispetto al dollaro. Le commodities sono un’ottima spia della situazione economica. Nell’autunno del 2008 furono i loro prezzi e i tassi di cambio delle relative monete, a segnalare il passaggio della crisi da finanziaria a «reale» quando molti esperti ancora ne negavano l’esistenza. In questo contesto la crisi europea ed il rallentamento cinese si sommano. La dinamica di Pechino, anche per effetto della situazione europea, sta scendendo sotto la soglia dell’8% di crescita annua che, dati i ritmi di produttività, è considerata come il livello minimo per impedire un’impennata della disoccupazione e l’aggravarsi delle già alte tensioni sociali rendendo così più problematica la traiettoria della già complessa transizione politica in atto.
Ma il fulcro principale della nuova ondata depressiva è pur sempre l’Europa dell’euro. Dalla firma del patto fiscale agli inizi dell’anno siamo stati testimoni dell’aggravamento della posizione debitoria della Grecia malgrado i drastici tagli alla spesa pubblica ed il miglioramento del deficit di bilancio. Il Fondo monetario internazionale stima che per il 2013 il rapporto debito pil raggiungerà il 160%. Anche in Spagna la percentuale del debito pubblico sul pil, tuttora inferiore a quello della Germania, è aumentato dopo le drastiche decurtazioni alla spesa pubblica. È proprio la Spagna ad evidenziare la dimensione usuraia dell’attuale modello europeo. L’insolvenza delle banche spagnole è stata alleggerita dai prestiti concessi dalla Bce ad un saggio dell’1%.
Parte di questi soldi vene poi prestata allo Stato, ad un tasso molto superiore. E malgrado l’usura le banche continuano a fallire per via delle cartacce tossiche in loro possesso e della crisi reale che attanaglia il paese. Infine abbiamo visto la Francia aggiungersi ai paesi meridionali. Ancora recentemente i banchieri centrali più intelligenti, come Ignazio Visco, riconoscevano che l’austerità avrebbe portato alla recessione. Veniva però mantenuta la fiducia che i sacrifici fossero necessari per sanare i conti pubblici.
Ora, grazie al Financial Times , emerge la validità di ciò che ho scritto sin dal 2010. L’austerità non solo produce recessione ma aggrava l’indebitamento ed aumenta la probabilità di un default selvaggio con effetti a catena. Nessuno dei paesi summenzionati può mantenere il regime di austerità. Dovranno, come ha appena fatto Madrid con Bankia, effettuare gigantesche operazioni di salvataggio per tamponare le crisi aggravate dalle politiche in atto. A rendere la situazione completamente ingovernabile è il patto fiscale europeo la cui insostenibilità non viene resa pubblica. Il patto obbliga i paesi contraenti all’equilibrio di bilancio.
Ma ciò è possibile solo se la differenza tra risparmi ed investimenti è uguale alla differenza tra esportazioni ed importazioni. È formalmente impossibile che tutti i paesi europei possano realizzare quest’obiettivo. Imporne l’impossibile raggiungimento significa condannare la Francia ed il resto dell’Europa meridionale all’implosione economica che si trasformerà in depressione europea e in un’ulteriore crisi mondiale.

Joseph Halevi - il manifesto

fonte: www.esserecomunisti.it

 
 
 

Mah...

Post n°443 pubblicato il 20 Maggio 2012 da vietcong70

 

La svolta nella crisi: una Nato «intelligente»

Il crescente squilibrio tra la spesa Usa, salita dal 50% al 70% del totale, e quella europea che in proporzione è calata

Si tiene a Chicago il Summit dei capi di stato e di governo della Nato. Tra le diverse questioni all’ordine del giorno, dall’Afghanistan allo «scudo antimissili», ce n’è una nodale: la capacità dell’Alleanza di mantenere, in una fase di profonda crisi economica, una «spesa per la difesa» che continui ad assicurarle una netta superiorità militare.
Con incosciente ottimismo, il socialista del Pasok Yiannis Ragoussis, che fa le veci di ministro greco della difesa, ha scritto sulla Nato Review , alla vigilia del Summit, che la partecipazione all’Alleanza ha dato alla Grecia «la necessaria stabilità e sicurezza per lo sviluppo nel settore politico, finanziario e civile». Se ne vedono i risultati. Non nasconde invece la sua preoccupazione sull’impatto della crisi il segretario generale dell’Alleanza, Anders Rasmussen. In preparazione del summit, ha avvertito che, se i membri europei della Nato taglieranno troppo le spese militari, «non saremo in grado di difendere la sicurezza da cui dipendono le nostre società democratiche e le nostre prospere economie». Quanto spende la Nato? Secondo i dati ufficiali aggiornati al 2011, le «spese per la difesa» dei 28 stati membri ammontano a 1.038 miliardi di dollari annui. Una cifra equivalente a circa il 60% della spesa militare mondiale. Aggiungendo altre voci di carattere militare, essa sale a circa i due terzi della spesa militare mondiale.
Il tutto pagato con denaro pubblico, sottratto alle spese sociali. C’è però un crescente squilibrio, all’interno della Nato, tra la spesa statunitense, salita in dieci anni dal 50% a oltre il 70% della spesa complessiva, e quella europea che è proporzionalemte calata. Rasmussen preme quindi perché gli alleati europei si impegnino di più: se il divario di capacità militari tra le due sponde dell’Atlantico continuerà a crescere, «rischiamo di avere, a oltre vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, un’Europa debole e divisa». Tace però sul fatto che sulle spalle dei paesi europei gravano altre spese, derivanti dalla partecipazione alla Nato.
C’è il «Budget civile della Nato» per il mantenimento del quartier generale di Bruxelles e dello staff civile: ammonta a circa mezzo miliardo di dollari annui, di cui l’80% pagato dagli alleati europei. C’è il «Budget militare della Nato» per il mantenimento dei quartieri generali subordinati e del personale militare internazionale: ammonta a quasi 2 miliardi annui, per il 75% pagati dagli europei. C’è il «Programma d’investimento per la sicurezza della Nato», destinato al mantenimento di basi militari e altre infrastrutture per la «mobilità e flessibilità delle forze di spiegamento rapido della Nato»: ammonta a circa un miliardo e mezzo di dollari annui, il 78% dei quali pagati dagli europei.
Come specifica un rapporto sui fondi comuni Nato, presentato al Congresso Usa lo scorso febbraio, dal 1993 sono stati eliminati i contributi per le basi militari degli alleati europei, mentre sono stati mantenuti quelli per le basi militari Usa in Europa. Ciò significa, ad esempio, che la Nato non ha sborsato un centesimo per l’uso delle sette basi italiane durante la guerra alla Libia, mentre l’Italia contribuisce alle spese per il mantenimento delle basi Usa in Italia. Ulteriori spese, che si aggiungono ai bilanci della difesa degli alleati europei, sono quelle relative all’allargamento della Nato ad est, stimate tra 10 e oltre 100 miliardi di dollari. Vi sono quelle per l’estensione all’Europa dello «scudo anti-missili» Usa, che Rasmussen quantifica in 260 milioni di dollari, ben sapendo che la spesa reale sarà molto più alta, e che vi si aggiunge quella per il potenziamento dell’attuale sistema Altbmd, il cui costo è previsto in circa un miliardo di dollari. Vi sono le spese per il sistema Ags che, integrato dai droni Global Hawk made in Usa, permetterà alla Nato di «sorvegliare» da Sigonella i territori da attaccare: l’Italia si è accollata il 12% del costo del programma, stimato in almeno 3,5 miliardi di dollari, pagando inoltre 300 milioni per le infrastrutture.
Vi sono le spese per le «missioni internazionali», tra cui almeno 4 miliardi di dollari annui per addestrare e armare le «forze di sicurezza» afghane. Come possono i governi europei, pressati dalla crisi, affrontare queste e altre spese? Il segretario generale della Nato ha la formula magica: poiché gli alleati europei «non possono permettersi di uscire dal business della sicurezza», devono «rivitalizzare il loro ruolo» adottando, secondo l’esempio degli Stati uniti, la «difesa intelligente». Essa «fornirà più sicurezza, per meno denaro, lavorando insieme». La formula, inventata a Washington, prevede una serie di programmi comuni per le esercitazioni, la logistica, l’acquisto di armamenti (a partire dal caccia Usa F-35). Strutturati in modo da rafforzare la leadership statunitense sugli alleati europei. Una sorta di «gruppi di acquisto solidale», almeno per dare l’impressione di risparmiare sulla spesa della guerra.

Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci - il manifesto

fonte: www.esserecomunisti.it

 
 
 
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