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Creato da vietcong70 il 27/08/2010

OTTOBRE-ROSSO

LA LOTTA RIPRENDE.... COME PRIMA... PIU' DI PRIMA!

Messaggi del 06/06/2012

Mah ...

Post n°501 pubblicato il 06 Giugno 2012 da vietcong70

A che serve premiare il merito?

 

Che cosa ha fatto finora il ministero dell’Università per la mancanza di fondi di ricerca, borse di studio, assegni per laureati, dottorati, Ph.d e master, deficit che buttano nella disperazione i nostri studenti e ricercatori? Nulla, però annuncia la svolta meritocratica. In realtà, ciò che preme a Profumo è creare delle élite per il mercato. E basta

Ma come fa il sottosegretario all’Università e alla Pubblica Istruzione, Marco Rossi Doria – su Repubblica del 4 giugno – a lodare il ministro Profumo per le sue recenti proposte sulla scuola e sull’Università del merito? Ma non si accorge che quanto sostiene il suo ministro è il rovesciamento e il dileggio di tutto ciò che egli ha fatto per una vita come maestro di strada per i vicoli di Napoli? Sostiene Profumo che nell’Università verrà premiata una piccola percentuale dei laureati più bravi, segnalata alle imprese che saranno incentivati ad assumere tra questi pochi eletti. E tutti gli altri? Tutti gli altri si devono sentire degli sconfitti, “demeritanti”, e devono accettare la loro condizione di senza futuro. È questa la grande trovata: l’incapacità odierna delle società capitalistiche di valorizzare le energie intellettuali di massa della nostra gioventù deve essere percepita come una colpa individuale da ciascuno dei perdenti. Così si neutralizzano le loro frustrazioni. Si capovolge la realtà e si rovesciano le responsabilità.
Ma lo sa Rossi Doria, lo sa Profumo che oggi migliaia di nostri giovani, detentori con pieno merito di lauree, dottorati, Ph.d, master ecc. sono gettati nella più cupa disperazione per mancanza di fondi di ricerca, borse di studio, assegni, oltre che per l’assenza anche della più modesta prospettiva di lavoro? Quali risorse ha messo a disposizione il ministero dell’Università per questo enorme potenziale di intelligenze e di energie che languiscono? Nulla. Crede, Profumo, che il riconoscimento del merito arriva oggi con lui e che i titoli accumulati dai nostri ragazzi negli ultimi anni siano frutto di clientelismo baronale? E come mai questi ragazzi primeggiano in tutte le Università e centri di ricerca appena mettono il naso fuori dai confini nazionali?
Ma il problema, in Italia, è premiare i più bravi, cosa che in realtà neppure avviene, o portare il più gran numero possibile di nostri ragazzi a diventare davvero bravi? Dov’è lo sforzo finanziario per rendere il premio al merito un riconoscimento degli sforzi individuali e non l’ulteriore consacrazione delle disparità di partenza dei ragazzi, delle differenze di classe, che in Italia confermano una spaccatura di fortune familiari fra le più laceranti dell’Occidente? Gli unici soldi promessi dal governo riguardano quelli annunciati dal ministro Barca per le scuole del Sud e per il terzo settore di quelle regioni. Non mi sembrano in cima alle preoccupazioni e agli sforzi del ministro Profumo. Perfino nel Pd se ne sono accorti, ed è un segno che dice tanto.
In cima alle preoccupazioni del ministro c’è in realtà la volontà di creare delle élite per il mercato – come ha ben ricordato Silvia Niccolai sul manifesto del 3 giugno – accrescendo la mercificazione del sapere, tutto finalizzato a rispondere alle esigenze delle aziende, a creare soldati scelti nella guerra per la nuova divinità che mangia i suoi figli: la crescita.
Ma l’idea dei “giochi olimpionici” della bravura nella scuola, l’istituzione della figura dello “studente dell’anno” costituiscono un’ipotesi davvero grottesca a cui non sono mancate le critiche. Al confronto i Littoriali della cultura e dell’arte, organizzati dal fascismo negli anni ’30, erano esibizioni meno individualistiche e competitive. Ma si è chiesto il ministro – portatore di una cultura inguaribilmente tecnocratica – che cosa succede alla formazione di bambini e adolescenti per i quali l’apprendimento deve diventare un mezzo per primeggiare, un modo per prevalere sui compagni? E che cultura è quella che deve servire a “vincere”. E che cosa accade nelle psicologia di questi ragazzi, quale torsione agonistica subisce la formazione in una fase della vita nella quale la coscienza dovrebbe essere plasmata dai valori della cooperazione e della solidarietà? Vogliamo avvelenare le comunità scolastiche con competizioni, invidie e soprusi? Vogliamo preparare i nostri ragazzi a diventare pescecani dai denti affilati per un mondo concepito come pura arena di competizione economica? Negli Stati Uniti, negli anni ’90, molte scuole elementari hanno abolito la pausa della refezione per non far perdere tempo agli allievi, per rendere i bambini more productive. Testuale. Si vede il gran successo che gli Usa hanno raccolto.
Il ministro Profumo vuole continuare su questa strada? Vogliamo che sin nelle nostre prime istituzioni formative siano diffusi i valori della gara, della competizione, della vittoria, simulazione e mimesi della guerra? Ricordo che sono queste idee che hanno dominato la scena negli ultimi 30 anni, hanno innervato i valori collettivi e hanno condotto le società al presente disastro. Eppure dovrebbe essere evidente che sono i paradigmi della cooperazione quelli che aiutano i gruppi e le società a conseguire i migliori risultati. Questo è evidente da tempo nel campo della ricerca e della scienza. È la concertazione fra vari saperi il segreto di scoperte e innovazioni e non la semplice genialità individuale. Allo stesso modo nelle imprese, che stanno tanto a cuore al ministro, dove si raggiungono risultati grazie al contributo cooperativo di tutti i reparti. E come non vedere che analoga logica fa premio nella società tutta intera?
Che pena, ministro Profumo! Vedere paesi tanto ricchi governate da élite con idee tanto povere, che esaltano, in mezzo all’opulenza e allo spreco, i valori guerrieri per tenere in piedi un progetto di società ingiusta e fallimentare. Quanto è sfortunata l’Italia, a cui, in tutta la storia repubblicana, è capitato in sorte, salvo qualche apprezzabile eccezione, un ministro della Pubblica istruzione peggiore del precedente.

Piero Bevilacqua - il manifesto

fonte: www.esserecomunisti.it

 
 
 

Mah ...

Post n°500 pubblicato il 06 Giugno 2012 da vietcong70

Il nuovo capitalismo che sta egemonizzando il Paese

 

Quello appena trascorso è stato il due Giugno forse più difficile nella storia della nostra Repubblica. Il Paese appare come in balia di se stesso, privo di un orientamento capace di tracciarne un percorso democratico, lontano da quel clima necessario per ripartire, sul terreno economico e sociale come su quello politico. E a differenza di altre stagioni le vicende difficili,anche occasionali, che segnano l’Italia (dal terremoto in Emilia Romagna alla bufera delle scommesse che sta travolgendo il calcio) piuttosto che rappresentare un propellente per una orgogliosa reazione collettiva , sembrano vissute malinconicamente come una ulteriore manifestazione di declino. Le cause di tale smarrimento sono diverse e tra loro anche intrecciate.
Stanno nella crisi finanziaria che stressa l’immaginario sociale con scenari di tragedia, stanno nella crudezza di cifre che squadernano la situazione della povertà e dell’occupazione, stanno soprattutto nell’esaurirsi, forse definitivo, di quel rapporto costruttivo con la politica e lo Stato che il Paese aveva saputo costruire in particolare nella parte centrale del novecento (dalla liberazione più o meno fino ai primi anni ’80), anche invertendo tutta una tradizione, antistatuale e plebiscitaria, che in fondo aveva segnato la penisola prima ancora dell’unità. Una tradizione antistatuale e plebiscitaria che, in forme diverse, si è ripresentata, esaurita la parentesi dei grandi partiti politici di massa, nell’ultimo ventennio. L’Europa che doveva essere e che potrebbe essere l’occasione per conferire all’ Italia una fisionomia più civile e matura, sta diventando, per via delle caratteristiche perverse con cui si è delineata la sua costruzione, al contrario occasione di ulteriore devastazione e disaffezione democratica.
Se la sovranazionalità che l’Europa rappresenta si mostra incapace di incidere (e anzi sembra assecondarne gli intenti) nel circuito del grande potere finanziario planetario quale potrà mai essere il suo ruolo di intelligenza regolatrice in sostituzione di quella di cui erano dotati gli Stati nazionali che oggi appaiono svuotati?

E’ in questo clima insidioso e vischioso che giocano le proprie carte poteri intelligenti e incontrollati. La sfida per il comando del Paese è oggi più aspra e complicata di quanto anche i più pessimisti potessero immaginare. Per questo appaiono fragili e inefficaci le ricette troppo tradizionali che vengono messe in campo. Il ciclo di Berlusconi, che poi era quell’asse di sviluppo lungo la direttrice settentrionale tra piccole e medie aziende leghiste e circuito informativo mediaset, appare per quanto pericoloso in via di declino. Era riuscito ad essere il collante strutturale capace di dare alla destra italiana una funzione di governo. Tutto il circuito del vecchio capitalismo italiano, quello delle famiglie dalle buone maniere, ne aveva sofferto molto l’egemonia. Parte di esso si era, a un certo punto, rassegnato alla evidenza accettandone il primato.
Altri hanno continuato a cercare nuove strade. E ora la partita si riapre. La crisi dell’esperienza di Berlusconi, non lo si dimentichi, è maturata più sul versante di gruppi economici concorrenti che in una limpida dialettica politica e sociale. E tra chi ha fatto la guerra al cavaliere le strategie si sono spesso divaricate tra quelli che ne puntavano principalmente la vita privata fatta di scandali e pruriti e chi ha preferito insistere sulla inefficacia dell’azione di governo, anche se a un certo punto le due cose si sono tra loro naturalmente sintetizzate. A sinistra è mancata la possibilità, e forse la cultura politica ormai, per svolgere un ruolo più attivo nel groviglio di interessi e poteri che hanno spinto fuori gioco Berlusconi.
Le modalità, e anche i contenuti, con cui si svolge ormai la contesa per il potere spiazzano largamente la sinistra,ne scompaginano il consenso, ne confondono perfino le linee di confine. Per i nuovi gruppi economici che tentano di emergere conta molto meno investire sul controllo dell’acqua o nella costruzione degli inceneritori (non sono nè Ciarrapico nè Impregilo), semmai può essere vantaggioso per la conquista del consenso dare sostegno alle battaglie, anche referendarie, su questi temi. Per loro forse conta di più il controllo dell’informazione, hanno studiato e capito il valore strategico della rivoluzione della comunicazione, sono entrati rapidamente in sintonia con le giovani generazioni, perfino a volte con i loro impulsi di rivolta. Se qualcuno pensa che la partita vera si stia giocando, in queste ore, sulla cosiddetta riforma del lavoro o sulla modifica dell’articolo 18 commette un errore. E non riesce a spiegarsi per questo la marginale incidenza di esperienze come la Fiom di Landini, che pure tanto si è battuta e si batte. Dovrebbe, invece, pur dire qualcosa la forte impennata del movimento di Grillo. Intendiamoci nessuna dietrologia.
Anche perché è tutto alla luce del sole. L’investimento di quel progetto sulla funzione della rete, la sua grande perizia comunicativa, il suo legame di fatto con nuove proposte televisive come la 7, il ruolo di Telecom rispetto alla proprietà di quella rete. Rispetto a questa inedita offensiva di un nuovo capitalismo ad apparente orientamento progressista non sembra esserci resistenza. E’ un fenomeno che arriva da noi in fondo col solito ritardo. Il giovanotto inventore di facebook impazza sui rotocalchi ormai da un po’, Steve Jobs (ebbe negli anni ’80, chi l’avrebbe detto, una storia sentimentale con Joan Baez) è addirittura già morto. E data anni ’70 il mito della California quale culla delle nuove frontiere del post industriale e della rivoluzione tecnologica che, nel mentre celebrava la diversità democratica e liberatoria dell’ecologia e dell’accoglienza degli immigrati, produsse quella rivolta fiscale contro lo Stato di cui Reagan fece la sua bandiera.
A questa grande capacità di una parte del capitalismo di stare più in sintonia con la rivolta di quanto non lo sia la stessa sinistra è blanda l’autonomia culturale capace ,a sinistra ,di tentare una risposta. Le forze minori, un po’ per imperizia un po’ per tatticismo, fingono di credere che siamo alla vigilia di una rivoluzione. E, illudendosi di poter coniugare i nuovi impulsi con la classica lotta di classe, perdono tempo smarrendo se stesse. Le correnti più moderate del Pd si dividono tra chi, i liberal, di fatto sono vicini a questo vento (anche per questo apparendo spesso più dinamici delle sinistre interne) e chi, gli ex democristiani, comprendono poco quello che sta succedendo. L’unica vera resistenza al vento “nuovo” che spira è rappresentata dall’attuale maggioranza del Pd, sempre più in difficoltà e assediata da ogni parte. Sbaglia chi pensa che l’equilibrio del Paese non è in bilico e ci si può permettere di scherzare. Perfino quel tentativo reiterato di mettere in ridicolo sulla rete i dirigenti principali del Partito Democratico è uno strumento astuto e persistente di lotta politica moderna. C’è chi presiede a queste campagne e sa come fare a svilupparle. Per questo Vendola e Di Pietro sono stati inopportuni in quella performance con la sagoma di Bersani negli studi della sette.
E’ chiaro a chiunque che questa parte del pd (a cui si imputa in sostanza di essere come il vecchio Pci) cerca uno sbocco per non soccombere del tutto. Ed è un segmento politico che porta con se tanti difetti. Si tratta di stabilire, però, se è l’ultimo argine democratico possibile o meno al dilagare di un nuovo plebiscitarismo totalitario (e referendario). Sciolto questo interrogativo poi si può lavorarci insieme o, al contrario, operare per contribuire a spazzarlo via. Scelta la prima risposta, le sue contraddizioni diventano secondarie e perfino alcune, in un certo senso, necessarie. Chi può pensare si possa combattere poteri così sofisticati e intelligenti senza qualche alleanza nel mondo economico, qualche momento tattico come quello del sostegno al governo Monti ( che comunque se non dovesse sterzare ,ora che in Francia ha vinto Hollande e la Merkel è più debole, deve comunque essere mandato a casa prima della scadenza della legislatura ), e perfino con qualche concessione, sul terreno dell’innovazione, a spinte che provengono da gruppi economici legati a media che si vivono come perdenti rispetto a quelli che sono invece all’offensiva ? L’impressione è che Berlusconi, pur perdente, la sua scelta l’abbia fatta. Da qui le sue performance sulla stampa di moneta, e prima ancora i titoloni dei suoi giornali contro la casta. E che un certo elettorato sia disposto ad assecondarlo forse lo dice anche il voto di ballottaggio a Parma. Vi saranno certo altre giravolte, ma l’indirizzo è questo. Lo stesso, dall’altra parte, vale per Sel e Idv. La preoccupazione nata dall’erosione di consenso a favore di Grillo non ne appanna, credo, la capacità di comprensione che di fronte al gigantesco e inedito scontro che è in atto sarebbe ridicolo stare a perder tempo polemizzando sulla foto di Vasto o l’Udc.
Come se di fronte a un maremoto si stesse a ragionare se lo stabilimento balneare in vista della stagione dei bagni è meglio farlo con il legno o con la paglia. Di Pietro (che non è stato estraneo a quel mondo economico e della comunicazione oggi così aggressivo) e Vendola non credo faranno prevalere mere esigenze di sopravvivenza, hanno a cuore il valore della democrazia e capiscono da che parte stare per provare a difenderla. Altre forze, Fds compresa, non so. Staremo a vedere, anche perché, purtroppo, la loro collocazione oggi non sembra decisiva. In ogni caso la sfida è impari e mortale. Con un Paese tramortito dalle difficoltà dell’economia, psicologicamente depresso, eccitabile solo sul versante della critica alla politica (e alla democrazia), l’unica via di sbocco è dare qualche risposta che intrecci critica della politica, senza concedere nulla alla demagogia, e nuova politica economica che ridimensioni il rigore e, pur dentro una prospettiva di economia più sostenibile e sobria, intanto rimetta in moto i consumi. E che agisca sulle politiche fiscali, su quelle dell’occupazione, sulla tassazione delle grandi ricchezze finanziarie, sulle nuove regole ai mercati. E’ per fare questo (da noi come in Grecia o Spagna) che serve l’Europa.
Un suo profilo diverso, che tenda alla unificazione politica, che ridisegni le sue istituzioni, che dia un diverso ruolo alla banca centrale. Sta in questo la speranza concreta che è arrivata dalla Francia, e anche il segnale parziale ma egualmente incoraggiante che hanno dato gli elettori chiamati al voto in Germania. Ma senza l’Italia questa possibilità si spegnerebbe, per noi e per l’Europa. E’ questa la vera posta in palio del confronto e dello scontro che si sta svolgendo qui in vista della scadenza del 2013, e che proseguirà in forme diverse anche dopo. Non comprenderlo sarebbe davvero una colpa.

Vito Nocera - redazionale

fonte: www.esserecomunisti.it

 
 
 

Mah ...

Post n°499 pubblicato il 06 Giugno 2012 da vietcong70

Nove milioni non possono curarsi

Studio Censis sulla sanità italiana: precipita la spesa per il pubblico e lievita quella del privato. Altro colpo diretto agli esclusi

Quasi un sesto degli italiani – nove milioni dei nostri concittadini – non possono curarsi perché non hanno abbastanza soldi: il dato, sconvolgente, viene dall’ultimo rapporto Rbm Salute del Censis, promosso in collaborazione con Munich Re e presentato ieri al Welfare Day. Il quadro è insieme frutto del cronico stato di disperazione del nostro sistema sanitario nazionale e dei tagli sempre più violenti ai trasferimenti statali, causati in larga parte dalla crisi. Lunghe liste di attesa, ticket alle stelle e visite o esami diagnostici di fatto irraggiungibili nel pubblico, portano chi non ha risorse sufficienti a rinunciare del tutto a curarsi, visto che non può accedere alle prestazioni professionali private. Particolarmente colpite alcune parti della popolazione, quelle tradizionalmente deboli: 4 milioni sono abitanti del Sud, 2,4 milioni sono anziani, e altri 2,5 milioni dichiarano di vivere in coppia e di avere dei figli.
Allo stesso tempo, e proprio negli anni della recessione economica, si è incrementato il ricorso al privato: +25,5% la crescita della sanità privata negli ultimi dieci anni, con un parallelo disinvestimento nel pubblico. Significativa la crescita della spesa sanitaria privata negli anni 2008-2010, esattamente quelli in cui è esplosa la crisi: aumenta del 2,3%.
Sempre riferendoci agli ultimi dieci anni rilevati dal rapporto Censis, si è avuto un crollo verticale del ritmo di crescita della spesa pubblica per la sanità: si è passati da un tasso di incremento medio annuo del 6% nel periodo 2000-2007, a solo il +2,3% nel 2008-2010. La flessione si registra soprattutto nelle regioni con piani di rientro – le cosiddette «non virtuose» – dove dal +6,2% all’anno nel periodo 2000-2007, si è scesi a meno dell’1% di crescita media annua nel periodo 2008-2010.
Ma molti italiani hanno scelto di servirsi presso i privati perché li preferiscono ai medici di ospedali e ambulatori pubblici? Non sembra così, almeno a leggere un altro numeretto importante, quello che riguarda chi dichiara di aver scelto il privato a causa delle liste di attesa troppo lunghe del pubblico: sono ben il 77%, cioè 8 italiani su 10. Costretti, dunque, a spendere di più, dalla necessità, con poca o nulla autonomia di scelta.
Pessima è l’opinione che i cittadini danno del servizio nella propria regione: per il 31,7%, la sanità è in peggioramento, con un balzo di 10 punti percentuali in più nel 2012 rispetto al 2009: solo tre anni fa, infatti, a sostenere questa tesi era il 21,7% degli italiani. Quelli che avvertono invece un miglioramento sono diminuiti di oltre il 7%.
«I tagli alla sanità pubblica – si legge nel rapporto – abbassano la qualità delle prestazioni e generano iniquità. Per questo è prioritario trovare nuove risorse aggiuntive per impedire che meno spesa pubblica significhi più spesa privata e meno sanità per chi non può pagare». Invertire quindi un trend che prevede, nel 2015, un gap di circa 17 miliardi di euro tra le esigenze di finanziamento della sanità e le risorse disponibili nelle regioni.
Allarmato lo Spi Cgil, il sindacato che difende i pensionati: «Il numero di anziani che saranno costretti a rinunciare alle cure sanitarie è destinato ad aumentare drasticamente in breve tempo a causa dell’acuirsi della crisi, della mancanza di risposte da parte del governo e per la drammatica condizione in cui versa il sistema sanitario nazionale – dice la segretaria generale Carla Cantone commentando il rapporto Salute del Censis – Ormai siamo arrivati a una situazione davvero insostenibile, in cui il diritto alla salute è garantito solo a chi può permetterselo e a chi si rivolge a strutture private. Chiediamo al governo – ha concluso Cantone – di adoperarsi con urgenza, rafforzando la sanità pubblica e garantendo la possibilità di accedere alle cure a chi ne ha più bisogno».
Lo studio sulla sanità italiana getta uno sguardo anche sul comparto integrativo: «La sanità complementare in Italia è un universo composto da centinaia di Fondi integrativi, a beneficio di oltre 11 milioni di assistiti», spiega il rapporto. La ricerca di Rbm Salute-Censis ha riguardato 14 Fondi sanitari per oltre 2 milioni di assistiti e importi richiesti per prestazioni pari a oltre 1,5 miliardi di euro nel triennio 2008-2010. Il 55% degli importi dei Fondi integrativi ha riguardato prestazioni sostitutive (come ricoveri ospedalieri e day hospital) fornite in alternativa a quelle del servizio sanitario nazionale, mentre il restante 45% ha riguardato prestazioni integrative come le cure dentarie e la fisioterapia.

Antonio Sciotto - il manifesto

fonte: www.esserecomunisti.it

 
 
 

 

 

 

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