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Creato da vietcong70 il 27/08/2010

OTTOBRE-ROSSO

LA LOTTA RIPRENDE.... COME PRIMA... PIU' DI PRIMA!

Messaggi del 23/04/2012

Mah...

Post n°377 pubblicato il 23 Aprile 2012 da vietcong70

 

Mario Monti? Pappa e ciccia con le banche

Debiti dello Stato con le imprese: perché devono guadagnarci gli istituti di credito?

Chi l’ha detto che il governo Monti è il governo delle banche e dei banchieri? Tutto falso, quello di Monti è il governo dell’equità e del rigore per tutti, che lavora senza sosta per la ripresa generale del Paese e i suoi interessi diffusi. Ne dubitate?! Basta guardare come affronta la questione economicamente d’attualità dei ritardati pagamenti e dei debiti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese private (specie le piccole che sono le più a soffrirne).

Ora, a parte la drammatizzazione di un problema “storico”, che è la crisi a rendere materialmente più acuto, ma che sembra scoperto solo ora ed è mediaticamente sovaesposto; a parte, quindi, il fatto che viene indicato come fondamentale un problema che fondamentale non è, forse per oscurare altre emergenze più “vere”, perché metterci di mezzo le banche? E perché il governo consente che le banche, che non fanno niente contro la crisi, ci guadagnino addirittura sopra?!

Cerchiamo di documentare queste affermazioni critiche, per non farle apparire arbitrarie. Punto primo: quello dei ritardati pagamenti è un problema reale dell’intero sistema economico italiano e delle imprese, non solo attribuibile alla pubblica amministrazione. Anzi, si può dire che la parte riguardante lo Stato e le altre istituzioni o enti pubblici costituisce, per vari motivi, la parte “minore” del problema: perché i privati fornitori del “pubblico” quando assumono commesse o stipulano contratti sono consapevoli di cosa li aspetta; perché il più delle volte “scaricano”, con le revisioni prezzi o altri sistemi di maggiorazione dei costi, gli oneri derivanti dai tempi lunghi delle riscossioni; perché preferiscono comunque lavorare con l’ente pubblico perché, come si dice, sono soldi sicuri anche se arrivano tardi. Perché infine in un Paese come l’Italia (e in particolare in certe sue aree) la spesa e gli investimenti pubblici sono una componente assolutamente decisiva del ciclo economico, che, senza di essi, sarebbe rimasto e rimarrebbe in uno stato atrofico.

Il problema vero dell’Italia è la subfornitura. Il 60% delle piccole e medie imprese (che rappresentano più dell’80% della struttura economica del Paese) lavora per imprese, italiane o in alcuni casi straniere, più grandi di loro, legate a queste ultime da un rapporto, appunto, di subfornitura, un legame che consente all’impresa committente (in genere una grande impresa) di sottoporre l’azienda fornitrice a condizioni veramente jugulatorie. Queste riguardano, non soltanto e forse non tanto i tempi di pagamento ritardati (uguali o maggiori di quelli del pubblico), quanto la assoluta “flessibilità” che è richiesta al fornitore in termini di tempi ravvicinati degli ordini, assenza di contratti scritti e quindi violazioni unilaterali, modifiche improvvise alla tipologia ed ai quantitativi di prodotto richiesto ecc. E’ questo tipo di rapporto (sul quale, tra parentesi, è per gran parte fondato il “miracolo del nord est”) che costringe, in molti casi, le Pmi italiane a quello stato di “nanismo” denunciato dalle associazioni di categoria, obbligate come sono da questa condizione di soggezione alla grande impresa, a lavorare dovendo ricorrere al credito bancario e senza la possibilità di “capitalizzarsi” abbastanza. La legge sulla sbfornitura, approvata dal Parlamento alcuni anni fa (per spinta fondamentale di Rifondazione Comunista), che raccoglieva le aspirazioni dei piccoli imprenditori, è stata sabotata ed è sostanzialmente rimasta inapplicata.

Se è così, perché le associazioni imprenditoriali hanno assecondato il governo nel porre sotto accusa un problema tutto sommato secondario rispetto a quello principale? La risposta è semplice: Confindustria è dominata dalla grande impresa, vuole “glissare” sulle responsabilità di quest’ultima e, insieme al governo, intende ideologicamente “criminalizzare” il “pubblico” per motivare le politiche di privatizzazione e liberalizzazione. Le associazioni dell’artigianato e della piccola impresa sono “ricattate” dal bisogno indotto dalla stretta economica e creditizia e sono piegate a mendicare qualche soldo per i loro associati a qualsiasi costo.

Ma, il bello, per così dire, di questa vicenda, si scopre nella modalità scelta e proposta dal governo per, come dicono, dare “una boccata di ossigeno immediata” alle imprese creditrici dello Stato e degli enti pubblici. La soluzione avrebbe dovuto e potuto dovrebbe essere semplice e lineare, come tutti possono comprendere, anche coloro che non hanno esperienza di governo: la pubblica amministrazione estingue il debito che ha con i privati attribuendo loro un corrispettivo in termini di credito fiscale, cioè consentendo ad essi (siamo peraltro vicini alla denuncia dei redditi di primavera) di ridurre o annullare, per una o più rate, il pagamento delle tasse. E’ stato proposto dalle associazioni di categoria e farebbe la felicità degli imprenditori, che non passa giorno che non si lamentino dell’insopportabilità del “carico fiscale”.

Se così non si vuol fare o se non fosse nell’immediato sufficiente, lo Stato potrebbe autorizzare la Cassa Depositi e Prestiti e, in accordo con le Regioni, gli istituti di credito pubblici regionali ad intervenire subito con assegnazioni e sovvenzioni a favore delle imprese creditrici, salvo poi a rimborsare questi istituti. Facile, no?!

E invece niente di tutto questo. Si mettono in mezzo le banche private. In base all’accordo tra associazioni bancaria (Abi) e imprenditoriali, proposto e imposto dal governo, saranno gli istituti di credito ad acquisire i crediti verso lo stato, acquistandoli dalle imprese per poi rivalersene con la parte pubblica. Che lo facciano col sistema del pro soluto o del pro solvendo (le associazioni delle piccole imprese sono molto ostili a questa seconda soluzione), a rimanere “fregate” saranno sempre le imprese (e anche lo Stato). Perché nel primo caso, in cui il creditore “vende” solo l’”esistenza” del credito, la banca lo acquista a prezzo inferiore al suo reale valore, mentre nel secondo caso il creditore prenderà una cifra simile al credito vantato, ma sarà tenuto a rispondere anche della eventuale insolvenza del debitore (da qui la protesta delle imprese). E poi, siamo sicuri che le banche non chiederanno e percepiranno dalla pubblica amministrazione un congruo interesse per il tempo che dovranno aspettare per esigere la risoluzione del debito? E le stesse benamate banche con quali soldi acquisteranno i crediti delle imprese? Con quelli avuti all’irrisorio tasso dell’1%, gentile regalo della Banca Centrale europea e, di conseguenza, anche se non voluto, di tutti noi contribuenti, che faranno fruttare con diversi punti di maggiorazione di interesse rispetto a quello di acquisizione?

Insomma, a conti fatti, a fare il vero affare saranno le banche. Chi l’ha detto che quello di Monti e Passera è il loro governo?!

Leonardo Caponi - il manifesto

fonte: www.liberazione.it    (essere comunisti)

 
 
 

... ?!? ...

Post n°376 pubblicato il 23 Aprile 2012 da vietcong70

 

Comunisti a due cifre

Soffermiamoci su di un aspetto particolare del primo turno delle presidenziali francesi. È andato bene o male il candidato del Front de Gauche Jean-Luc Mélenchon con il suo 11% abbondante dei voti e quattro milioni di francesi che lo hanno votato? Nei titoli dei giornali, che giustamente si soffermano sull’imminente ballottaggio, sull’incollatura di vantaggio di François Hollande su Nikolas Sarkozy e sull’agghiacciante trionfo dell’ultradestra di Marine Le Pen, Mélenchon viene liquidato spesso come delusione. Ma è proprio così?

Partiamo dalle definizioni. Definiamo per comodità “sinistra radicale” tutte quelle candidature collocabili alla sinistra del Partito Socialista. In Francia, come spesso nel mondo, non esiste quella beota corsa italiana ad un centro politico nominalistico. Sarkozy è destra, Hollande è sinistra e ciao.

Nelle elezioni presidenziali del 2007 la sinistra radicale ottenne circa l’8.5% dei voti. Spiccò il solo Olivier Besancenot che ottenne 1.3 milioni di voti, pari al 4% dell’elettorato. Dietro di lui i vari Buffet, Laguiller, Schivardi e Bové si suddivisero il resto. In particolare la candidata ufficiale del Partito Comunista Marie-George Buffet non arrivò al 2%.

Dopo quel passaggio viene fondato il Fronte delle Sinistre che, sempre per comodità, collochiamo a sinistra del partito socialista e a destra del mondo trotskista, dal quale provenivano Besancenot e Laguiller, riunito nel Nuovo Partito Anticapitalista. Nel 2009 il Front de Gauche si presenta alle elezioni europee. La novità cambia i rapporti di forza dentro la sinistra radicale francese e il Front de Gauche (che ingloba il PCF) supera il 6%, eleggendo 5 parlamentari, superando il Nuovo Partito Anticapitalista (4.8%, nessun eurodeputato).

Quei risultati erano un po’ drogati dal risultato di Europe Écologie, gli ambientalisti capaci di pareggiare il risultato del Partito socialista al 16%. Nelle presidenziali 2012 i verdi di fatto non hanno alcun ruolo. Eva Joly, prestigiosa magistrata franco-norvegese, famosa per le inchieste sui crimini ambientali delle multinazionali, è una comparsa che prende appena un voto su otto di quelli che il suo movimento aveva raccolto nel 2009. Secondo alcuni studi tra la metà e i due terzi dei voti persi da Joly sono andati a rafforzare François Hollande.

Al debutto la candidatura di Jean-Luc Mélenchon parte dal 5% nei sondaggi. È ben di più del 2% della Buffet ma è perfino meno di quanto il partito aveva fatto alle europee. Numericamente il suo compito principale è vincere il solito gironcino di sinistra con il candidato dell’NPA Philippe Poutou, Eva Joly, Nathalie Arthaud. Nessuno prevedeva, anche solo un paio di mesi fa, che potesse avvicinare il candidato centrista, François Bayrou.

Non andrà così. La candidatura di Mélenchon prospererà fino a riempire la piazza della Bastiglia e a proporre probabilmente un modello europeo di aggregazione a sinistra dei grandi partiti, il PS ma anche il PSOE, l’SPD, il PD. Il Front de Gauche, che piaccia o no, riesce a monopolizzare la vasta quanto litigiosa sinistra francese e ad espanderne i confini. A un certo punto i sondaggi lo danno in competizione con Marine Le Pen per il terzo posto. È un miraggio, ma se i sondaggisti hanno sbagliato e per alcuni fin dal primo turno ha prevalso il voto utile anti-Sarkozy, sarebbe non solo errato ma anche in malafede parlare di delusione per Mélenchon.

Erano 31 anni, dal canto del cigno del Partito Comunista Francese, quando Georges Marchais superò il 15% aprendo le porte dell’Eliseo a François Mitterand, che un candidato della sinistra radicale non superava il 10%. Alla sinistra di Mélenchon, Joly, Poutou, Arthaud, sono marginalizzati ma sommano un altro 4%. Ciò vuol dire che la sinistra radicale nell’insieme in cinque anni quasi raddoppia i propri voti passando dall’8.5 al 15%. Quasi un nuovo inizio per chi critica il modello vigente.

La generosità e la lealtà senza infingimenti con la quale Mélenchon ha immediatamente appoggiato Hollande per il ballottaggio del 6 maggio testimoniano la possibile saldatura tra una Francia e un’Europa civile e la Francia di Sarkozy che per vincere il 6 maggio si appiattirà sulla spazzatura neo-fascista di Marine Le Pen. Come ha scritto Vittorio Zambardino, il voto a Le Pen è così grave che è come se Casa Pound (il livello è quello) avesse preso il 20% in Italia.

Secondo i sondaggi oltre i quattro quinti degli elettori di Mélenchon non ha dubbi sul voto ad Hollande. Tale generosità rende pleonastico il dibattito sul condizionamento a sinistra di Hollande lasciandogli mani libere per quello che si prospetta come uno scontro di civiltà. Un regalo prezioso che solo da una posizione di forza la sinistra può fare. E questa sarebbe una sconfitta?

Gennaro Carotenuto - www.gennarocarotenuto.it

fonte: www.liberazione.it     (essere comunisti)

 
 
 

 

 

 

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