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Creato da vietcong70 il 27/08/2010

OTTOBRE-ROSSO

LA LOTTA RIPRENDE.... COME PRIMA... PIU' DI PRIMA!

Messaggi del 26/04/2012

Mah...

Post n°385 pubblicato il 26 Aprile 2012 da vietcong70

 

Il quarto stato del capitale

La lotta di classe non è finita, così come non sono scomparse le classi sociali. L’ultimo libro di Luciano Gallino per Laterza sgombra il campo da molte erronee convinzioni che hanno orientato le politiche delle sinistre. Ma è anche un invito a guardare con lucidità la crisi del pensiero critico, che non può invece essere aggirata proponendo soluzioni che non scalfiscono la religione del libero mercato

Con un titolo provocatorio, parole che le ex sinistre italiane non hanno il coraggio di pronunciare, Luciano Gallino ha chiamato il suo ultimo libro La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza, pp. 212, euro 18).
Quante volte sentiamo dire «la lotta di classe» non c’è più? Non esistono più le classi sociali? Non ci sono più una destra e una sinistra? Dov’è oggi l’operaio? A che servono i sindacati? Come si può pretendere oggi un posto fisso per la vita? E poi, che noia il posto fisso!». Eccetera. E da queste asseverazioni parte Gallino nel dare al suo lavoro la forma di un’ampia intervista alla sociologa Paola Borgna, definendole come sciocchezze, ideologia, falsa coscienza della società. Mai infatti il capitale ha messo al lavoro tanti milioni di persone come oggi con l’estensione dell’economia mondializzata. Mai come oggi l’innovazione tecnologica ha permesso di ridurre il lavoro degli uomini su ogni segmento del produre, aumentandone la produttività, non già per liberare il lavoratore dalla fatica ma per ridurne il costo al produttore. Mai la tecnologia della comunicazione gli ha permesso come ora di conoscere in tempo reale dove si trovano le forze di lavoro il cui costo è più basso. Mai come ora, organizzate in megafusioni e saltando da investimenti in produzione a quelli sulla finanza e viceversa, i mezzi di cui dispone gli permettono di spostarsi dove la forza di lavoro costa meno, lasciando a terra la manodopera di cui aveva bisogno per esempio in Europa, dove i lavoratori avevano conquistato da un secolo salari e diritti maggiori.
Si è allargato quindi, in quantità e qualità, il conflitto di interessi fra capitale e lavoro, i capitali concorrono (ma è più elegante dire «competono») nel ridurne il costo, mentre i vecchi e nuovi lavoratori, non ancora o non più organizzati, si fanno la guerra, concorrendo gli uni contro gli altri più o meno consapevolmente al ribasso, per conquistare un posto. Dunque le classi non solo ci sono ancora, ma l’offerta di manodopera e lo sventagliarsi delle retribuzioni, che trent’anni fa dispiegavano su scalini di circa trenta grandezze diverse (ed era già un bel salto), oggi avviene in grandezze da 1 a 300: in altre parole occorrono trecento anni di lavoro a una operia o cassiera dei supermercati per guadagnare quello che il suo direttore generale guadagna in un anno. Qualcuno ricorderà che negli anni Ottanta i padroni italiani sostenevano che il costo del lavoro era diventato una voce minima nell’insieme dei costi di bilancio, ma oggi è su di esso, sia pur calato in assoluto, che esercitano la maggiore pressione possibile. Nella lotta di classe sono cambiati l’attaccante e chi si difende; l’attaccante che, pur in inferiorità di mezzi, era il salariato oggi si difende sia dal padrone sia dallo stato, che legifera a favore del padrone – Monti ed Elsa Fornero ne sono figure da manuale. Adesso le parti sono invertite. All’attacco è il capitale e il lavoro è sotto botta.
Divisi e senza partito
Qualche anno fa, scendendo all’aeroporto di Roma, mi sorprese un grande pannello luminoso che riproduceva il famoso quadro di Pelizza da Volpedo, «Il quarto stato», dove operai e contadini, assieme a una donna con il bambino in braccio, marciano avanti senza paura, a rappresentare il proletariato emergente come figura politica, con i suoi sindacati e i suoi partiti. Soltanto che al posto delle facce affaticate e degli abiti modesti, giubba sulla spalla, c’erano una schiera di inappuntabili manager in giacca e cravatta che avanzavano sotto la scritta: «Capitalisti di tutto il mondo unitevi!»

Pareva una battuta, invece era già fatto. Mentre i proletari non solo sono arretrati, non solo non hanno più, in Italia e altrove, un partito che li rappresenta in parlamento, ma si sono divisi. Gli stessi metalmeccanici, le tute blu cui vanno le nostre simpatie e speranze, non sono collegati neanche a livello europeo, neanche quando dipendono dallo stesso padrone, e quindi sono esposti a essere battuti, su questo o quel punto, ora l’uno ora l’altro. La pressione per azzerare il contratto nazionale, l’indebolimento dell’articolo 18, l’allontanamento dell’articolo 81 della Costituzione, il moltiplicarsi degli «atipici» per dire il sempre più ampio precariato diminuisce anno per anno il peso contrattuale della forza di lavoro, specie europea, tendendo ad allinearla al modello degli Stati Uniti, a negoziato principalmente privato fra datore di lavoro e lavoratore. L’ideale del padronato è che il lavoro possa essere assunto e dimesso solo per il tempo che serve all’impresa e a alle condizioni più modeste possibile. Non ci siamo ancora del tutto, ma la tendenza è questa. Il volume di Gallino infilza una per volta, capitolo per capitolo, questa frammentazione del lavoro e della sua capacità di difesa, ribattendo alle domande di Paola Borgna, che si fa ogni tanto avvocato del diavolo cioè degli stereotipi dell’opinione dominante.
Dominio dell’economia
Con la stessa chiarezza lega le politiche di austerità alla loro natura di classe, mentre le istituzioni, il ceto politico tutto e la presidenza della Repubblica si affanna a descriverla come mera tecnica per rimettere i conti a posto, e indica nella flessibilità del lavoro il fine effettivo cui mira il padronato, che spera di mantenere a tempo indeterminato soltanto quella parte di manodopera che gli garantisce un certo know how, facendo ruotare tutto il resto nel minor tempo e con le minori garanzie possibili. Ma con questo viene meno la possibilità per il lavoratore dipendente di programmare la propria esistenza che viene meno, chiudendo il cerchio sotto il profilo della rappresentanza politica: più si dilata la distanza di reddito fra le classi più sale la sfiducia nella capacità e nella stessa volontà della sfera pubblica di fungere da compensatore o moderatore della tendenza sfavorevole alle classi subalterne. Più si è costretti a constatare che non siamo «nella stessa barca», nel senso che i più possono esserne sbattuti fuori a ogni momento, meno i partiti, specie quelli che si dicono di sinistra, appaiono credibili. Ma meno la sfera politica è credibile, più la cosiddetta «economia» diventa dominante.

Gallino, il cui penultimo libro era, se non erro, Finanzcapitalismo e delineava il contesto in cui il capitale si muove oggi, chiede dunque energicamente che i concetti vengano rimessi al loro posto, che la lotta di classe si veda nei suoi attuali protagonismi e forme, che si sono ribaltate dal 1848 a ieri l’altro, e che si rilanci una battaglia nella sua direzione originaria cominciando con il rimettere sui piedi l’immagine dei rapporti di lavoro.
Perché e come ne sia avvenuto il rovesciamento sarebbe lungo dire. Ma al di là della lucidità e crudeltà intrinseca dei detentori di capitale, che non hanno né funzioni né doveri di beneficenza né di pubblica utilità, sul mutamento di cultura avvenuto nella seconda metà del Novecento ci sarebbe molto da dire. In primo luogo sullo stato di incertezza e confusione delle organizzazioni sindacali e politiche sotto l’urto concomitante della ripresa neoliberista, da Thatcher e Reagan in poi, e della crisi verticale dei socialismi reali. Ma anche negli errori di analisi nostri, delle sinistre radicali, nel corso degli anni Settanta – incapacità di misurare esattamente il rapporto reale di forze, opponendo il precariato ai presunti «garantiti», e moltiplicando negli anni seguenti le categorie interpretative della crisi del movimento operaio invece che guardarla per quello che realmente era. Qualcosa di analogo, a mio avviso, ripetiamo oggi nel convulso bisogno di liberarci dai parametri della lotta di classe attraverso la sottrazione dei «beni comuni» alla dialettica delle classi, causa giusta ma insufficiente, o al rinvio della sussistenza della forza lavoro a un reddito di cittadinanza messo sulle spalle della finanza pubblica. Tutto utile ma tutto esterno alle vicissitudini del modo di produzione e di quella lotta di classe della quale il lavoro di Luciano Gallino non cessa di rappresentarci lo spessore e la violenza.

Rossana Rossanda - il manifesto

fonte: www.esserecomunisti.it

 
 
 

Mah...

Post n°384 pubblicato il 26 Aprile 2012 da vietcong70

 

La finanza «vota» per continuare il suo gioco di ombre

La finanza vota, eccome se vota. Di questi tempi poi basta il minimo cenno di pericolo per scatenarla. E il pericolo più grande è costituito dalla «politica». Il povero Hollande è la cartina di tornasole di questo clima. Forse tra 15 giorni vince le elezioni in Francia. Forse. Già questo cambiamento, lui al posto del consolidato Sarkozy, provoca il terrore. Non importa cosa dice ora il candidato socialista; già il fatto che si possa cambiare interlocutore è fonte di preoccupazione.
La finanza è tradizionalmente un mondo di umori fragili, ancorati a dati di brevissimo periodo. Un indice mensile di disoccupazione, un indice di propensione al consumo, possono «bruciare» centinaia di miliardi. Figurarsi un cambiamento politico come nel caso del presidente della Francia in questo momento. Proprio ora che il peggio deve venire. Perché a cinque anni dall’inizio della crisi la finanza ha preso tanto, ma averla sostenuta non ha prodotto i risultati sperati.
Ma quanto ha preso la finanza, quanti aiuti di stato ha ricevuto? Negli Usa, l’amministrazione Obama e quella Bush hanno elargito 7.700 miliardi di dollari meno di quattro anni. La cifra è pari al 50% del Pil americano. Quando l’agenzia Bloomberg ha rivelato il dato nessuno si è sorpreso. Le cifre ufficiose parlavano di una cifra pari ad un terzo, ma a Wall Street si sapeva. Il corso dei titoli è artificiosamente sostenuto da questa immissione di liquidità, senza la quale gli indici azionari sarebbero molto più depressi.
Ma in America questa liquidità ha permesso anche di ristrutturare il sistema bancario. Non tutti gli attori e protagonisti della crisi finanziaria sono rimasti in piedi. La liquidazione di circa 500 banche, tra piccole e grandi, ha permesso anche di ripulire il mercato finanziario da prodotti ormai inesigibili. Diciamo che ora quel sistema ha ridotto, non di molto, la zavorra. L’agenzia statale per la ristrutturazione – la Fdic – è stata rifinanziata e continuerà questa sua azione. Oggi ci sono altre 500 banche che non rispettano i criteri di solvibilità e saranno avviate alla liquidazione.
In Europa abbiamo avuto due fasi. Nella prima, le banche hanno ricevuto dagli stati una serie di aiuti per un totale di 2.178 miliardi. Quasi la metà sono stati restituiti entro giugno 2011. Da agosto le cose sono di nuovo peggiorate. A dicembre i prestiti interbancari – non quelli alle imprese o ai cittadini – erano scesi quasi a zero. La fiducia tra banche era scemata. Si è mossa per prima la Germania, rifinanziando il proprio fondo salvabanche. La Merkel ha messo a disposizione altri 400 miliardi per le banche tedesche. Senza questa immissione la Commerzbank, la seconda banca tedesca, sarebbe fallita. Anche ora non sta molto bene; ben due piani di ristrutturazione, negli ultimi sei mesi, sono stati bocciati, ma continua ad essere operativa. Poi sono arrivati i mille miliardi di Draghi.
La liquidità immessa nelle banche europee supera quindi i 2600 miliardi, quasi due anni di Pil italiano. Eppure non c’è giorno che il sistema non scricchioli. Ieri i numeri della Spagna, oggi il povero Hollande, e l’Olanda. Ma anche il caso Germania dovrebbe essere propedeutico. Qui le aziende fanno utili, la Volkswagen è indicata come l’esempio da seguire; eppure senza i quasi 700 miliardi del fondo salvabanche il sistema finanziario non ce la farebbe.
Colpa dei titoli di stato? Solo in parte. A rivelarlo è l’Irlanda. Qui il sistema bancario è stato salvato con l’immissione di 136 miliardi di euro. Ma da tempo, in cambio di quesat immissione, si è avviata una operazione di pulizia. In accordo con Bruxelles, a piccole dosi, vengono liquidati titoli inesigibili, senza copertura. «A zero», cioè senza rimborsare gli investitori. Oppure con rimborsi simbolici, spesso inferiori al 10% del capitale investito. Una via obbligata per far riprendere operatività alle banche, che avrebbero dovuto immobilizzare risorse reali per coprire ricchezze fittizie. Perchè se si svalutano i titoli greci o portoghesi c’è purtroppo ben altro da liquidare. Come dimostra la liquidazione di Cds.
Accesi tempo fa dal governo italiano e liquidati da Monti con una perdita superiore ai due miliardi. Le banche sono piene di queste ricchezze fasulle e senza una loro ristrutturazione l’uscita dalla crisi si fa sempre più dura. Ecco perché «votano». Per la loro sopravvivenza, per il mantenimento della status quo. Con il rischio di creare una lunga agonia del sistema.

Claudio Mezzanzanica - il manifesto

fonte: www.esserecomunisti.it

 
 
 

Mah...

Post n°383 pubblicato il 26 Aprile 2012 da vietcong70

 

Ecco i salari più bassi d’Europa

L’alto prelievo fiscale sulle buste paga, già sotto la media, ci fa scendere al 23° posto. Nessuna relazione tra welfare povero e «crescita» alta; né tra questa e una tassazione minima

Ci deve qualcosa di davvero malato nelle teorie liberiste. A ogni giro di vite su salari e diritti ci spiegano che bisogna aumentare la competitività, che i nostri concorrenti fanno meglio, e – naturalmente – che se diamo retta a loro ci ritroveremo tutti meglio. Un giorno (manca la data, o almeno l’anno, ma mica starete a sottilizzare…).
Poi arriva un bel documento dell’Ocse (l’organizzazione dei 34 paesi più industrializzati del mondo, mica trinariciuti col colbacco) che ci spiega quel che avevamo intuito: siamo scivolati ancora più indietro nella classifica salariale globale. Nel 2010 eravamo 22esimi, ma l’anno successivo siamo diventati più «competitivi», scendendo al 23esimo posto.
Il rapporto si intitola Taxing wages ed esamina il peso del prelievo fiscale sulle retribuzioni «regolari» (trascurando quindi tutta l’immensa platea della precarietà, pardon, della «buona flessibilità»). Ne vien fuori che in Europa dovremmo essere competitivi con tutti; anzi, dovremmo stracciarli proprio. Dietro di noi, infatti, ci sono soltanto i greci, ma solo perché negli ultimi due anni hanno visto precipitare i loro salari mediamente del 25,3%. Tutti gli altri guadagnano più di noi, anche Irlanda, Spagna, che possono vantare una retribuzione netta – per la tipologia che fa da test, il/la single – rispettivamente di 24.200 e 21.11 euro annui. Un italiano, invece, si ferma a 19.147 euro. Com’è logico aspettarsi, i grandi paesi del nord Europa stanno tutti meglio, con la Francia a 22.680 euro, la Germania a 25mila e spiccioli, la Gran Bretagna addirittura a quasi 30.000.
Esiste ovviamente anche un differenza di potere d’acquisto, che rende assai meno «ricchi» i lavoratori inglesi e irlandesi; e anche i francesi, perlomeno i parigini, hanno poco da scialare. ma in Germania, per esempio, il salario medio più alto si coniuga con un livello dei prezzi – per i generi di prima necessità, nonché per l’abitare (sia in affitto che in proprietà) – decisamente più contenuto del nostro.
Lo scarto evidente è imputabile soprattutto al prelievo fiscale, che per un dipendente italiano («medio» e single, ma assunto a tempo indeterminato) arriva nel 2011 al 47,6%, incrementando persino il 47,2 dell’anno precedente. Mezzo stipendio che se ne va tra tasse e contributi sociali, ma senza un corrispettivo in servizi paragonabile a quello dei paesi che hanno un prelievo pari o superiore al nostro (appena cinque, e tutti – tranne l’Ungheria in mano ai fascisti di Viktor Orban – dotati di un welfare molto consistente: Germania, Belgio, Francia e Austria).
Insomma, nella classifica dello stipendio lordo stiamo appena sotto la media europea, ma su quello netto precipitiamo in fondo. È il famoso «cuneo fiscale», che interviene decurtando il salario netto senza però abbassare più di tanto il «costo del lavoro» di cui si lamentano le imprese (siamo comunque al 16esimo posto, mica primi). Ma Vittorio Grilli, bocconiano viceministro dell’economia ed ex ragioniere generale dello Stato, spiega un giorno sì e l’altro pure che «il prelievo non si può abbassare». Soprattutto per quei tanti che non possono evadere proprio nulla.
La cosa più curiosa è che dopo decenni di politiche vendute come «per la famiglia» ci ritroviamo con il più basso livello di detrazioni per i figli a carico o altre agevolazioni paragonabili (e meno servizi, ribadiamo). Al punto che l’Italia è al terzo posto, tra i paesi Ocse, per la tassazione delle famiglie monoreddito e addirittura al secondo per quelle «fortunate» in cui si lavora in due. Al contrario, la tassazione minore si registra in paesi che non se la passano benissimo, come il Cile o il Messico; ma anche in paesi ricchi come Svizzera, Nuova Zelanda, Usa, Giappone.
Da queste sinteticissime comparazioni, vogliamo far notare, non emerge alcuna correlazione tra «bassa tassazione» ed elevati «tassi di crescita», come scrivono spesso gli ideologi liberisti. E nemmeno esiste una correlazione tra alti livelli di welfare, e quindi di spesa pubblica, e una presunta «debolezza competitiva».
In mezzo, totalmente anomala, c’è l’Italia dell’altissima tassazione sul salario, il tasso di crescita nullo (o negativo) e la competitività in ribasso. In quelle teorie c’è molto di sbagliato; ma qualcuno ci guadagna. E tanto.

Francesco Piccioni - il manifesto

fonte: www.esserecomunisti.it

 
 
 

 

 

 

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