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Un blog creato da AdamLeve il 18/01/2008

Adam Leve

Parole e musica

 
 

SOGNO NUMERO 2

Imputato ascolta,
noi ti abbiamo ascoltato.
Tu non sapevi
di avere una coscienza al fosforo
piantata tra l'aorta e l'intenzione,
noi ti abbiamo osservato
dal primo battere del cuore
fino ai ritmi più brevi
dell'ultima emozione
quando uccidevi,
favorendo il potere
i soci vitalizi del potere
ammucchiati in discesa
a difesa della loro celebrazione.
E se tu la credevi vendetta
il fosforo di guardia
segnalava la tua urgenza di potere
mentre ti emozionavi
nel ruolo più eccitante della legge
quello che non protegge
la parte del boia.
Imputato,
il dito più lungo della tua mano
è il medio
quello della mia
è l'indice,
eppure anche tu hai giudicato.
Hai assolto e hai condannato
al di sopra di me,
ma al di sopra di me,
per quello che hai fatto,
per come lo hai rinnovato
il potere ti è grato.
Ascolta
una volta
un giudice come me giudicò
chi gli aveva dettato la legge:
prima cambiarono il giudice
e subito dopo
la legge.
Oggi, un giudice come me,
lo chiede al potere se può giudicare.
Tu sei il potere.
Vuoi essere giudicato?
Vuoi essere assolto o condannato?

(Fabrizio de André)

 

 

IL BACIO SULLA BOCCA

Bella
che ci importa del mondo
verremo perdonati te lo dico io
da un bacio sulla bocca
un giorno o l'altro
Ti sembra tutto visto
tutto già fatto
tutto quell'avvenire già avvenuto
scritto corretto e interpretato
da altri meglio che da te
Bella
non ho mica vent'anni
ne ho molti di meno
e questo vuol dire (capirai)
responsabilità perciò…
Volami addosso
se questo è un valzer
volami addosso
qualunque cosa sia
abbraccia la mia giacca
sotto il glicine
e fammi correre
inciampa
piuttosto che tacere
e domanda
piuttosto che aspettare
Stancami
e parlami
abbracciami
guarda dietro le mie spalle
poi racconta
e spiegami
tutto questo tempo nuovo
che arriva con te
Mi vedi pulito pettinato
ho proprio l'aria
di un campo rifiorito
e tu sei il genio scaltro
della bellezza
che il tempo non sfiora
Ah
eccolo il quadro
dei due vecchi pazzi
sul ciglio del prato di cicale
con l'orchestra
che suona fili d'erba
e fisarmoniche
Ti dico
bella
che ci importa del mondo
Stancami
e parlami
abbracciami
fruga dentro le mie tasche
poi perdonami
sorridi
guarda questo tempo
che arriva con te
guarda quanto tempo
arriva con te

(Ivano Fossati)

 

 

CULODRITTO

Ma come vorrei avere
i tuoi occhi
spalancati sul mondo
come carte assorbenti
e le tue risate
pulite e piene
 quasi senza rimorsi
o pentimenti
Ma come vorrei avere
da guardare
ancora tutto
come i libri da sfogliare
e avere ancora tutto
o quasi tutto da provare
Culodritto
che vai via sicura
trasformando dal vivo
cromosomi corsari
di longobardi
di celti e romani
dell'antica pianura
di montanari
Reginetta dei telecomandi
di gnosi assolute
che asserisci e domandi
di sospetto e di fede
nel mondo curioso
dei grandi
Anche se non avrai
le mie risse terrose
di campi
cortile e di strade
e non saprai
che sapore ha il sapore dell'uva
rubato a un filare
presto ti accorgerai
com'è facile farsi
un'inutile software di scienza
e vedrai
che confuso problema
è adoprare la propria esperienza
Culodritto
cosa vuoi che ti dica
solo che costa sempre fatica
e che il vivere è sempre quello
ma è storia antica
Culodritto...
Dammi ancora la mano
anche se quello stringerla
è solo un pretesto
per sentire
quella tua fiducia totale
che nessuno mi ha dato
o mi ha mai chiesto
Vola
vola tu
dov' io vorrei volare
verso un mondo
dove è ancora tutto da fare
e dove è ancora tutto,
o quasi tutto...
Vola
vola tu
dov' io vorrei volare
verso un mondo
dove è ancora tutto da fare
e dove è ancora tutto
o quasi tutto
da sbagliare

(Frencesco Guccini)

 

ALL'UNA E TRENTACINQUE CIRCA

Un'altra volta bionda
la serata sta finendo
e servi la mia birra dietro al bar
Negroni whisky Coca
un Camparino con la soda
e il ghiaccio il frigo il rusco
c'è da cambiare pure il fusto
e il cliente è già servito
e la cassa ha registrato
l'ultimo drink dell'avvocato
E se passasse così in fretta
come ora che è finita
questa serata maledetta
per cinquantamila lire
tra Negroni whisky trucco
un narghilè con il tabacco
qualche indirizzo nel cappotto
per finire sotto il letto
ma ti ricordi
che hai servito dietro al bar
Chimay,
Bacardi Jamaican rhum
White Lady,
Beck's bier, tequila bum bum
Dry gin, Charrington,
Four Roses Bourbon
Son state storie interessanti
di risate in mezzo ai denti
di amori
messi sotto spirito ad affogar
di vecchi camionisti
un po' arrivisti, un po' alcolisti
con la moglie
lasciata a casa ad ingrassar
avventurieri di frontiera
che non san passare
il sabato sera
senza finire
ad ubriacarsi dentro un bar
Che strana razza è poi il cliente
c'è quello bello e intelligente
c'è il casinaro e l'invadente
c'è chi ascolta trasognato
c'è chi urla e sta sbracato
c'è chi la donna se la intorta
c'è chi gli fa la mano morta
ma c'è il cliente più divino
il più richiesto
e il più invitante
è quello che offre,
paga a tutti e fa il brillante
Chimay,
Bacardi Jamaican rhum
White Lady,
Beck's bier, tequila bum bum
Dry gin, Charrington,
Four Roses Bourbon
E ci siam poi noi musicisti
un po' beoni, un poco artisti
compagnoni e nati tristi
sempre afflitti dal denaro
perché la roba costa caro
ma l'arte è cosa sacra
e seria da salvar
per cento sacchi alla serata
facciamo una vita sregolata
ma il grande mito
ci ha fregato
che sei un eroe se sei suonato
E per ultima
la strofa più dolente
quella ahimé sull'esercente
dietro il banco o nell'ufficio
intellettuale o ben vestito
lui guadagna sempre poco
tasse Iva e forniture
mamma mia quante paure
con gli incassi son dolori
per pagare i suonatori
per pagare i suonatori
Chimay,
Bacardi Jamaican rhum
White Lady,
Beck's bier, tequila bum bum
Dry gin, Charrington,
Four Roses Bourbon...

(Vinicio Capossela)

 

IODIO

Bisogna sempre
per forza parlare d'amore?
Bisogna sempre
comunque far nascere il sole?
E' necessario far credere
di fare del bene?
E' necessario alle feste
donare le rose?
Ripeto:
Bisogna sempre
per forza parlare d'amore?
Bisogna sempre
comunque far nascere il sole?
E' necessario far credere
di fare del bene?
E' necessario alle feste
donare le rose?
Beh, io sinceramente
provo anche:
ODIO
la mia vicina che reclama
ODIO
per il frastuono che procuro
ODIO
e questa è una canzone sull'
ODIO
un sentimento umano e duraturo
ODIO
quando sono esasperato
ODIO
e non mi sento esagerato
ODIO
sinceramente sono fiero
ODIO
forse ora un po' troppo sincero
ODIO
è sempre scomodo parlarne
ODIO
poi sembra di essere gli stronzi
ODIO
è veramente un paradosso
ODIO
forse è meglio lasciar stare
ODIO
Masini e le sue ansie
ODIO
e provo tutti i sentimenti
ODIO
oltre all'amare e il tollerare
ODIO
quando mi portano ad odiare

Bisogna sempre tentare
di farsi accettare?
Bisogna sempre scrivere
solo testi d'amore?
E' necessario ogni volta
mentire al nostro cuore?
non sarebbe meglio
liberarsi e confessare?
Bisogna sempre tentare
di farsi accettare?
Bisogna sempre scrivere
solo testi d'amore?
E' necessario ogni volta
mentire al nostro cuore?
non sarebbe meglio
liberarsi e confessare?
Beh, io sinceramente provo anche:
ODIO
la mia vicina che reclama
ODIO
per il frastuono che procuro
ODIO
e questa è una canzone sull'
ODIO
un sentimento umano e duraturo
ODIO
quando sono esasperato
ODIO
e non mi sento esagerato
ODIO
sinceramente sono fiero
ODIO
forse ora un po' troppo sincero
ODIO
è sempre scomodo parlarne
ODIO
poi sembra di essere gli stronzi
ODIO
è veramente un paradosso
ODIO
forse è meglio lasciar stare
ODIO
Masini e le sue ansie
ODIO
e provo tutti i sentimenti
ODIO
oltre all'amare e il tollerare
ODIO
quando mi portano ad odiare
ODIO
IO ODIO
IO ODIO
IO ODIO
IO ODIO

(Bluvertigo)

 

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Auguri per una serena e felice Pasqua...Kemper Boyd
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u uto veloce ...buon weekend ......Vento
Inviato da: controventox
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27/01/2008 - Il Giorno della Memoria

Post n°2 pubblicato il 18 Gennaio 2008 da AdamLeve
 

GLI IGNOBILI

Ci insegnarono a mentire
A tradire
A eludere ogni sorveglianza
E come nessun animale
A uccidere

Adam Leve, 1986

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SUL PALCOSCENICO (PT. 1)

INNANZITUTTO, il mio nome non è Adam Leve. Questo per essere chiari ed onesti sin da subito. E sono italianissimo. Si tratta dunque di uno pseudonimo di pura fantasia, sebbene, siccome mi piace giocare con le parole anche quando non appartengono alla mia lingua madre, ma allora lo faccio con molta minore padronanza, anche nel mio nome di battaglia c’è un piccolo tranello. Infatti, pensando e ripensando, m’era venuto in mente Adam Neave che, pronunciato all’inglese e tradotto in italiano, sarebbe diventato Adamo e Eva. Poi, però, ho controllato su Internet e ho scoperto che Adam Neave esiste già. Così, pensandoci ancora un po’, m’era venuto in mente Abel Kane che, anch’esso, pronunciato all’inglese e tradotto in italiano, sarebbe diventato Abele Caino. È evidente che, in tutto il mondo, non sono l’unico a farsi venire idee bizzarre in mente. Infatti, controllando ancora una volta su Internet, ho scoperto che anche Abel Kane esiste già. Così, ho ripiegato sulla mia idea originale che tanto m’era piaciuta e mi sono detto: Lasciamo da parte Eva. Adamo vive! Adam Leve, pronunciato all’inglese e tradotto in italiano, sta a significare proprio questo: Adamo vive. Questa dovrebbe essere la prefazione dell’autore, che dovrebbe scriversi Autore sebbene a me piaccia molto di più Autore ma che, siccome chi si loda s’imbroda, insisto nello scrivere autore. Ci si aspetta dunque che, in questa sede, io tenti di convincere l’improbabile lettore, Lettore o Lettore che dir si voglia, che vale la pena di tralasciare le altre e ben più importanti faccende in cui è affaccendato per starsene a leggere le cose di cui vado scrivendo. Invece no. Non ho nessuna intenzione di arrovellarmi in sermoni e lanciare anatemi, cosicché il lettore, ancorché improbabile, è lasciato in pace a far quel che più gli conviene. Quel che voglio limitarmi a fare con lo spazio di queste poche pagine è dunque proporre alcune considerazioni preliminari alla lettura dei racconti di questa raccolta, che potrebbero tornare utili magari come chiave di lettura, sebbene anche in questo caso potrebbe trattarsi di un tranello: io metto a disposizione le chiavi, non le serrature. Bene, dopo quest’affermazione metafisica che lascio veleggiare, enigmatica e terribile, nell’atmosfera che fra il serio e il faceto vado creando, voglio chiarire perché ho dedicato un certo periodo di tempo della mia vita alla ricerca di uno pseudonimo, premesso che sul perché io abbia trascorso diverse ore imbrattando d’inchiostro dei fogli di carta come questo non saprei rispondere affatto.

 

SUL PALCOSCENICO (PT. 2)

Alfredo Fiorani, lui sì Autore, con il quale mi sto impegnando per fargli vincere l’impari lotta con l’uso del computer e delle nuove tecnologie ma che, nonostante tutto, mi degna ancora della sua amicizia, è una delle pochissime persone a cui ho fatto leggere le cose che avevo scritto, fra le quali, alcuni dei racconti di questa raccolta. Sembrano scritti di un autore americano tradotti in italiano, mi disse a suo tempo. Riflettendoci bene, aveva ragione. Però, riflettendoci meglio, io non la metterei esattamente su questo piano o, più che altro, aggiungerei delle osservazioni. Disponendo di una vasta possibilità di scelta fra i diversi livelli di linguaggio, avrei potuto optare per un taglio bizantino, ad esempio. Avrei potuto iniziare ogni periodo con espressioni come ordunque, farcire le frasi con degli acciocché, condirle con una spruzzatina di nondimeno. Oppure avrei potuto preferire un taglio giornalistico, coniugando insistentemente il solo passato prossimo. In entrambi i casi, avrei potuto autocensurarmi le parolacce. Insomma, per farla breve, avrei potuto scrivere in tanti modi, ma ho scelto di utilizzare il linguaggio del mio tempo. E il mio tempo si esprime grosso modo nazionalizzando la lingua inglese, questo è fuori di dubbio. Esiste una vasta letteratura in proposito ma, a prescindere, non accorgersene vuol dire avere i paraocchi o, meglio, il cerume nelle orecchie. Il linguaggio è il segno dei tempi che cambiano. È una continua scoperta e riscoperta. La vecchia cantina è diventata enoteca e quest’ultima, oggi, è un wine-bar. Ma con la parola sono cambiate anche le cose, le persone, la cultura, il vino. Ai tempi di Guglielmo Marconi si pensava di costruire antenne altissime che fossero in grado di trasmettere e ricevere un segnale a lunga gittata, superando così la curvatura dell’orizzonte terrestre. L’evoluzione tecnologica ha dimostrato invece che basta potenziare i generatori del segnale in modo tale che sia l’atmosfera a fare il grosso del lavoro. Parimenti, ai tempi di San Francesco d’Assisi, un anonimo signore di Verona, gettò alle ortiche il latino, che era la lingua ufficiale, ancorché morente, e propose un indovinello che è sopravvissuto ai secoli soprattutto per il fatto di essere uno dei primi scritti in volgare. L’evoluzione del linguaggio è sotto la freccetta del mouse di tutti, e non c’è bisogno di avere nozioni di fisica per rendersene conto.

 

SUL PALCOSCENICO (PT. 3)

Resta il fatto che Alfredo Fiorani ha perfettamente ragione. Allora mi sono detto: Perché no? Perché non andare fino in fondo?, e così mi sono deciso a mentire sul mio nome. Se avessi dedicato il tempo trascorso nella scrittura ad altre attività quali, ad esempio, fare all’amore, lavorare, andare al cinema, fare sport o altre molte cose ancora, ora non mi troverei a discutere di come, quando e perché ho selezionato i racconti di questa raccolta. Se non avessi mai scritto dei racconti, avrei fatto qualcosa d’altro, questo è certo. Ma così è andata, e non è il caso di recriminare. Ciò non toglie che, quando e come ho potuto, ho fatto anche le altre cose, ovviamente. Ma si vede che non mi bastava. Dunque, fatta la frittata, si tratta soltanto di decidersi a mangiarla o gettarla via. Che gusto c’è a starsene lì a veder marcire una frittata? Anche in questo, c’è lo zampino di Alfredo Fiorani. E sì, perché chiacchierando a proposito di scrittura e scrittori davanti ad una pietanza iraniana a base di riso e spezie, della quale non so pronunciare il nome, figuriamoci scriverlo, e con il palato offeso dal sapore di sughero di un vino imbottigliato male e conservato peggio, retaggio dell’era della globalizzazione che induce a frequentare ristoranti esotici che preparano ricette esoteriche col solo scopo di farci rimpiangere il caro, amato e compianto piatto di bucatini all’amatriciana, ci imbarcammo una sera nella tortuosa strada che conduce ad interrogarsi sul perché della scrittura. Considerando me stesso uno scrivente e non uno scrittore, e convinto, come ancora lo sono, che nulla è eterno, faccio fatica a pensare alla mia scrittura come all’elisir dell’eterna giovinezza. Vero è, tuttavia, che già il solo pensare di aver qualcosa da lasciare in eredità ai posteri è rasserenante, terapeutico. Dovendo scegliere, ho ritenuto che, tutto sommato, di questi scritti, piuttosto che farne carta straccia, sarebbe stato meglio farne il mio testamento spirituale, anche se non mi do per spacciato, facciamo ad intenderci. Dopotutto, in questi racconti, c’è riversata forse la parte più consistente di me: il mio pensiero. Si poteva fare di meglio, certo. Ma non è escluso che si possa ancora fare.

 

SUL PALCOSCENICO (PT. 4)

Un’ultima considerazione voglio farla in ordine ai criteri che ho adottato per la scelta dei racconti da includere in questa raccolta. E sì, perché una selezione l’ho dovuta fare. Ho dovuto dolorosamente escludere molte delle cose che in effetti ho scritto nel corso degli anni, posto che questi racconti provengono da un lavoro che si è andato sviluppando dal 1988 al 2001. Ho dunque conservato le sole cose che, secondo i miei personalissimi canoni, ancora oggi condivido, trovandole attuali, anzi, futuribili. Per il resto, non ho altro da aggiungere, e temo persino di aver detto troppo. Non c’è nulla di peggio che spiegare una barzelletta alla quale non ha riso nessuno. Si finisce sempre con il peggiorare la situazione. Ugualmente, non si può raccontare un racconto che, autobiografico o meno, profondo o leggero, è sempre frutto dell’immaginazione e che, come tale, deve maturare sui rami della fantasia prima di marcire sulla terra dell’oblio. Non me ne voglia Alfredo Fiorani per averlo tirato in ballo in un modo molto poco appropriato fra le righe di queste pagine, anche se sono convinto che egli sa perfettamente quanto gli sono riconoscente per queste e molte altre faccende che sono tutte il segno inconfondibile della rara sincerità della nostra amicizia.

Adam Leve

tratto dalla prefazione dell'autore
alla raccolta di racconti intitolata
Dell'amore della musica

 

L’America è un sogno, una via di fuga. Quella che ho sempre avuto negli occhi è l’America delle praterie, delle lunghe strisce d’asfalto rovente che sembrano estendersi all’infinito, un’America inesplorata e forse detestata dagli stessi americani, lontana dalle trappole dei grattacieli di Nuova York e dalle bettole fumose di Nuova Orleans. Quella che ho sempre avuto nel cuore è un’America qualsiasi, un posto che non è soltanto in America ma ovunque. Unica prescrizione: guardare oltre le montagne. E già, perché l’Appennino che custodisce i segreti della piccola provincia abruzzese in cui sono nato e vissuto rischia di trasformarsi in una barriera insormontabile che impedisce l’osservazione e, talvolta, il pensiero. L’America di un italiano è un’invenzione, la secrezione delle ghiandole cerebrali preposte allo sviluppo della fantasia e, dunque, la vera America di ognuno. E sì, perché qui ci sarebbe da affrontare il tema della realtà e chiedersi come la stessa venga trasmutata non tanto nel viaggio attraverso la cornea, la pupilla, il cristallino e la retina, quanto piuttosto nell’elaborazione elettrochimica degli input luminosi operata dal nervo ottico fino alle sinapsi cerebrali e di lì, poi, nei vari cassetti dell’istinto, della memoria e dell’esperienza. Eppure, per quanto interessante, non si potrebbe sviluppare compiutamente un tema tanto ampio neppure riscrivendo l’intera Treccani con indice monotematico, soprattutto se ci si avventura nello studio delle varie espressioni artistiche quali manifestazioni complesse di pensiero e nelle quali i sensi coinvolti tanto nella percezione quanto nella rappresentazione della realtà sono molteplici ed agiscono sinergicamente. Risultato: la realtà è una ma è anche ogni altra ed è cangiante. Per questo, bene inteso, l’America di un italiano che scrive canzoni è una scusa, un pretesto per parlare d’altro e farlo in musica.

Adam Leve

tratto dalla prefazione dell'autore
alla raccolta di canzoni intitolata
Riflessioni di un poeta

 

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