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Un blog creato da AdamLeve il 18/01/2008

Adam Leve

Parole e musica

 
 

SOGNO NUMERO 2

Imputato ascolta,
noi ti abbiamo ascoltato.
Tu non sapevi
di avere una coscienza al fosforo
piantata tra l'aorta e l'intenzione,
noi ti abbiamo osservato
dal primo battere del cuore
fino ai ritmi più brevi
dell'ultima emozione
quando uccidevi,
favorendo il potere
i soci vitalizi del potere
ammucchiati in discesa
a difesa della loro celebrazione.
E se tu la credevi vendetta
il fosforo di guardia
segnalava la tua urgenza di potere
mentre ti emozionavi
nel ruolo più eccitante della legge
quello che non protegge
la parte del boia.
Imputato,
il dito più lungo della tua mano
è il medio
quello della mia
è l'indice,
eppure anche tu hai giudicato.
Hai assolto e hai condannato
al di sopra di me,
ma al di sopra di me,
per quello che hai fatto,
per come lo hai rinnovato
il potere ti è grato.
Ascolta
una volta
un giudice come me giudicò
chi gli aveva dettato la legge:
prima cambiarono il giudice
e subito dopo
la legge.
Oggi, un giudice come me,
lo chiede al potere se può giudicare.
Tu sei il potere.
Vuoi essere giudicato?
Vuoi essere assolto o condannato?

(Fabrizio de André)

 

 

IL BACIO SULLA BOCCA

Bella
che ci importa del mondo
verremo perdonati te lo dico io
da un bacio sulla bocca
un giorno o l'altro
Ti sembra tutto visto
tutto già fatto
tutto quell'avvenire già avvenuto
scritto corretto e interpretato
da altri meglio che da te
Bella
non ho mica vent'anni
ne ho molti di meno
e questo vuol dire (capirai)
responsabilità perciò…
Volami addosso
se questo è un valzer
volami addosso
qualunque cosa sia
abbraccia la mia giacca
sotto il glicine
e fammi correre
inciampa
piuttosto che tacere
e domanda
piuttosto che aspettare
Stancami
e parlami
abbracciami
guarda dietro le mie spalle
poi racconta
e spiegami
tutto questo tempo nuovo
che arriva con te
Mi vedi pulito pettinato
ho proprio l'aria
di un campo rifiorito
e tu sei il genio scaltro
della bellezza
che il tempo non sfiora
Ah
eccolo il quadro
dei due vecchi pazzi
sul ciglio del prato di cicale
con l'orchestra
che suona fili d'erba
e fisarmoniche
Ti dico
bella
che ci importa del mondo
Stancami
e parlami
abbracciami
fruga dentro le mie tasche
poi perdonami
sorridi
guarda questo tempo
che arriva con te
guarda quanto tempo
arriva con te

(Ivano Fossati)

 

 

CULODRITTO

Ma come vorrei avere
i tuoi occhi
spalancati sul mondo
come carte assorbenti
e le tue risate
pulite e piene
 quasi senza rimorsi
o pentimenti
Ma come vorrei avere
da guardare
ancora tutto
come i libri da sfogliare
e avere ancora tutto
o quasi tutto da provare
Culodritto
che vai via sicura
trasformando dal vivo
cromosomi corsari
di longobardi
di celti e romani
dell'antica pianura
di montanari
Reginetta dei telecomandi
di gnosi assolute
che asserisci e domandi
di sospetto e di fede
nel mondo curioso
dei grandi
Anche se non avrai
le mie risse terrose
di campi
cortile e di strade
e non saprai
che sapore ha il sapore dell'uva
rubato a un filare
presto ti accorgerai
com'è facile farsi
un'inutile software di scienza
e vedrai
che confuso problema
è adoprare la propria esperienza
Culodritto
cosa vuoi che ti dica
solo che costa sempre fatica
e che il vivere è sempre quello
ma è storia antica
Culodritto...
Dammi ancora la mano
anche se quello stringerla
è solo un pretesto
per sentire
quella tua fiducia totale
che nessuno mi ha dato
o mi ha mai chiesto
Vola
vola tu
dov' io vorrei volare
verso un mondo
dove è ancora tutto da fare
e dove è ancora tutto,
o quasi tutto...
Vola
vola tu
dov' io vorrei volare
verso un mondo
dove è ancora tutto da fare
e dove è ancora tutto
o quasi tutto
da sbagliare

(Frencesco Guccini)

 

ALL'UNA E TRENTACINQUE CIRCA

Un'altra volta bionda
la serata sta finendo
e servi la mia birra dietro al bar
Negroni whisky Coca
un Camparino con la soda
e il ghiaccio il frigo il rusco
c'è da cambiare pure il fusto
e il cliente è già servito
e la cassa ha registrato
l'ultimo drink dell'avvocato
E se passasse così in fretta
come ora che è finita
questa serata maledetta
per cinquantamila lire
tra Negroni whisky trucco
un narghilè con il tabacco
qualche indirizzo nel cappotto
per finire sotto il letto
ma ti ricordi
che hai servito dietro al bar
Chimay,
Bacardi Jamaican rhum
White Lady,
Beck's bier, tequila bum bum
Dry gin, Charrington,
Four Roses Bourbon
Son state storie interessanti
di risate in mezzo ai denti
di amori
messi sotto spirito ad affogar
di vecchi camionisti
un po' arrivisti, un po' alcolisti
con la moglie
lasciata a casa ad ingrassar
avventurieri di frontiera
che non san passare
il sabato sera
senza finire
ad ubriacarsi dentro un bar
Che strana razza è poi il cliente
c'è quello bello e intelligente
c'è il casinaro e l'invadente
c'è chi ascolta trasognato
c'è chi urla e sta sbracato
c'è chi la donna se la intorta
c'è chi gli fa la mano morta
ma c'è il cliente più divino
il più richiesto
e il più invitante
è quello che offre,
paga a tutti e fa il brillante
Chimay,
Bacardi Jamaican rhum
White Lady,
Beck's bier, tequila bum bum
Dry gin, Charrington,
Four Roses Bourbon
E ci siam poi noi musicisti
un po' beoni, un poco artisti
compagnoni e nati tristi
sempre afflitti dal denaro
perché la roba costa caro
ma l'arte è cosa sacra
e seria da salvar
per cento sacchi alla serata
facciamo una vita sregolata
ma il grande mito
ci ha fregato
che sei un eroe se sei suonato
E per ultima
la strofa più dolente
quella ahimé sull'esercente
dietro il banco o nell'ufficio
intellettuale o ben vestito
lui guadagna sempre poco
tasse Iva e forniture
mamma mia quante paure
con gli incassi son dolori
per pagare i suonatori
per pagare i suonatori
Chimay,
Bacardi Jamaican rhum
White Lady,
Beck's bier, tequila bum bum
Dry gin, Charrington,
Four Roses Bourbon...

(Vinicio Capossela)

 

IODIO

Bisogna sempre
per forza parlare d'amore?
Bisogna sempre
comunque far nascere il sole?
E' necessario far credere
di fare del bene?
E' necessario alle feste
donare le rose?
Ripeto:
Bisogna sempre
per forza parlare d'amore?
Bisogna sempre
comunque far nascere il sole?
E' necessario far credere
di fare del bene?
E' necessario alle feste
donare le rose?
Beh, io sinceramente
provo anche:
ODIO
la mia vicina che reclama
ODIO
per il frastuono che procuro
ODIO
e questa è una canzone sull'
ODIO
un sentimento umano e duraturo
ODIO
quando sono esasperato
ODIO
e non mi sento esagerato
ODIO
sinceramente sono fiero
ODIO
forse ora un po' troppo sincero
ODIO
è sempre scomodo parlarne
ODIO
poi sembra di essere gli stronzi
ODIO
è veramente un paradosso
ODIO
forse è meglio lasciar stare
ODIO
Masini e le sue ansie
ODIO
e provo tutti i sentimenti
ODIO
oltre all'amare e il tollerare
ODIO
quando mi portano ad odiare

Bisogna sempre tentare
di farsi accettare?
Bisogna sempre scrivere
solo testi d'amore?
E' necessario ogni volta
mentire al nostro cuore?
non sarebbe meglio
liberarsi e confessare?
Bisogna sempre tentare
di farsi accettare?
Bisogna sempre scrivere
solo testi d'amore?
E' necessario ogni volta
mentire al nostro cuore?
non sarebbe meglio
liberarsi e confessare?
Beh, io sinceramente provo anche:
ODIO
la mia vicina che reclama
ODIO
per il frastuono che procuro
ODIO
e questa è una canzone sull'
ODIO
un sentimento umano e duraturo
ODIO
quando sono esasperato
ODIO
e non mi sento esagerato
ODIO
sinceramente sono fiero
ODIO
forse ora un po' troppo sincero
ODIO
è sempre scomodo parlarne
ODIO
poi sembra di essere gli stronzi
ODIO
è veramente un paradosso
ODIO
forse è meglio lasciar stare
ODIO
Masini e le sue ansie
ODIO
e provo tutti i sentimenti
ODIO
oltre all'amare e il tollerare
ODIO
quando mi portano ad odiare
ODIO
IO ODIO
IO ODIO
IO ODIO
IO ODIO

(Bluvertigo)

 

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ULTIMI COMMENTI

Auguri per una serena e felice Pasqua...Kemper Boyd
Inviato da: Anonimo
il 23/03/2008 alle 17:03
 
Auguri per una serena e felice Pasqua...Kemper Boyd
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Caro Vento, la parola "leggenda" deriva dal...
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u uto veloce ...buon weekend ......Vento
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Dell'amore della musica - Kobo books

Post n°19 pubblicato il 20 Luglio 2015 da AdamLeve

Kobobooks

Dell'amore della musica

Adam Leve - Dell'amore della musica

 
 
 

Dell'amore della musica - Mondadori store

Post n°18 pubblicato il 20 Luglio 2015 da AdamLeve

Mondadori Store

Dell'amore della musica

Adam Leve - Dell'amore della musica

 

 
 
 

Dell'amore della musica - Il trailer

Post n°17 pubblicato il 20 Luglio 2015 da AdamLeve

 
 
 

Giganti

Post n°16 pubblicato il 17 Marzo 2009 da AdamLeve
 
Tag: Giganti

CYRANO DE BERGERAC

Destino schernitore. Io che volevo cader da eroe, la punta al cuore... e infatti sono stato ucciso in un'imboscata, di spalle, da un lacché, con una bastonata. E sta bene. Ho mancato tutto, anche la mia morte.

Troppo tardi, cugina. Sto per salir lassù, nella luna opalina. Le anime che amo, simili agli estri miei, ritroverò in esilio, tra Socrate e Galilei. Filosofo, naturalista, maestro d'arme e rime, musicista, viaggiatore ascensionista, istrione ma non ebbe claque, amante anche, senza conquista. Qui giace Ercole Savignano Cirano de Bergerac che fu tutto, e lo fu invano. Ma io vado, pardon, non posso far attendere. Visto? Il raggio di luna che mi è venuto a prendere? Non voglio il vostro appoggio, null'altro che le piante. Lei viene. Già mi sento di marmo raggelante, inguantato di piombo. Ah, poiché ella è in cammino, andrò a incontrar la sua falce col mio destino. Voi che dite? Non serve? Lo so, bella scoperta. Perché battersi solo se la vittoria è certa? Più bello quando è inutile, tra scoppi di scintille! Chi sono tutti quelli? Ah, ma siete mille e mille. Ah, sì, vi riconosco, nemici miei in consesso. Menzogna, Codardia, Doppiezza, Compromesso... Lo so che alla fin fine voi mi darete il matto. Che importa, io mi batto, io mi batto, io mi batto! Ah! Voi mi strappate tutto, l'alloro e la rosa. Servitevi. Malgrado voi, mi resta un'altra cosa che è mia. E quando a sera entrerò in quel di Dio, spazzerà il mio saluto l'azzurro sfavillìo e offrirò, con l'orgoglio che mai macchiai né macchio, l'indomita purezza del...

... mio pennacchio.

(Edmond Rostandt)

 
 
 

Giganti

Post n°15 pubblicato il 14 Marzo 2009 da AdamLeve
 
Tag: Giganti

Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni.
Questa è la base di tutta la moralità umana.

(J.F. Kennedy)

 
 
 

Manifesto del Futurismo

Post n°14 pubblicato il 14 Marzo 2009 da AdamLeve
 
Tag: Giganti

in: Le Figarò, 20 febbraio 1909

  1. Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.
  2. Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
  3. La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità penosa, l'estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
  4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità 
  5. Noi vogliamo inneggiare all'uomo che tiene il volante, la cui asta attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
  6. Bisogna che il poeta si prodichi con ardore, sfarzo e magnificenza, per aumentare l'entusiastico fervore degli elementi primordiali.
  7. Non vi è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro.
  8. Noi siamo sul patrimonio estremo dei secoli!  poichè abbiamo già creata l'eterna velocità onnipresente.
  9. Noi vogliamo glorificare la guerra-sola igene del mondo-il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore 
  10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria
  11. Noi canteremo  le locomotive dall'ampio petto,  il volo scivolante degli areoplani. E' dall'Italia che lanciamo questo manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il Futurismo

(Tommaso Marinetti)

 
 
 

Riflessioni di un canzoniere

Post n°13 pubblicato il 05 Febbraio 2008 da AdamLeve
 

LEGGENDA

Pensai un giorno
Disteso in un prato a contare le antenne di un grillo
Alle leggende dei giorni passati

In fondo al mare
In un forziere sommerso lì dove l’occhio di un uomo non deve guardare
È nascosto un raggio di sole

Chiusi gli occhi soltanto un istante
Per seguire il tempo fin dove si perde
E mi svegliai dove il prato era verde

Io
Aiuto di un servo pastore
Meno di niente a mischiar letame
Mi svegliai dove il prato era verde

Adam Leve, 1988

 
 
 

The call of the sea

Post n°12 pubblicato il 30 Gennaio 2008 da AdamLeve
 

FRIEND

How many times I said "Please"
How many times I said "Sorry"
I went walking down the fly over
Shouting "Friend"
But ash over other ash
And hashish over other hashish
Crying I said "Please sorry my friend"

AMICO
Quante volte ho detto "Ti prego" / Quante volte ho detto "Scusa" / Camminavo sotto il cavalcavia / Gridando "Amico" / Ma polvere sopra altra polvere / Hashish sopra altro hashish / Piangendo dissi "Ti prego scusami amico"

Adam Leve, 1985

 
 
 

Alfredo Fiorani

Post n°11 pubblicato il 27 Gennaio 2008 da alfredofiorani

La speranza è una terra avara
ma non si può fare a meno di coltivarla.

 
 
 

27/01/2008 - Il Giorno della Memoria

Post n°10 pubblicato il 26 Gennaio 2008 da AdamLeve
 

LA GUERRA DEI POVERI

Conservo serrati nella memoria
I giorni in cui dormivamo seduti sul divano davanti alla TV
Mentre i mostri della guerra
Sfilavano al di fuori della nostra finestra
Silenziosamente
Come fantasmi
Senza attraversare la strada
Perché
Dall’altra parte
Dicevano
Era terra di fuoco

Ne vidi passare
In una notte insonne
Più di mille
Che
Come condannati al patibolo
Senza speranza
Andavano incontro alla sorte

Gli eventi
Quella sera
Si svolsero forse troppo rapidamente
Tanto che non fu facile riconoscere tra quei visi
Segnati dal tempo e dalle intemperie
Come montagne antiche
Il droghiere
L’avvocato
Il falegname
Il poeta
Il musicista
L’astrologo
Il viandante

Tutti
Indistintamente
Stringevano la paura fra i denti
Solida e gelida come una lama di ghiaccio
Che sega la lingua ad ogni passo

Spararono qualche colpo di mitraglia
E poi corsero a nascondersi dietro le colonne dell’antico porticato medievale
Di cui restavano ormai
Soltanto macerie

Ivana
Mia moglie da un pezzo
Sembrò dare segni di vita
Mentre affannosamente sospirava rannicchiandosi sotto le coperte
Poi
Tutto tornò com’era prima
Com’era sempre stato

La strada tornò a luccicare sotto gli insistenti rovesci di pioggia sottile
Che inumidivano l’asfalto

Di quei vocii sommessi
Rimase soltanto il ricordo greve
Affannato
Un silenzio tangibile

Tornai ad osservare
Proiettate dal tubo catodico
Le figure ilari e danzanti di un cabaret italiano
Surreali
Sogni ricorrenti di uomini dimenticati
Come poveri accattoni alle metropolitane

Adam Leve, 1987

 
 
 

Don Chisciotte

Post n°9 pubblicato il 25 Gennaio 2008 da AdamLeve
 
Tag: Giganti

Giro nel mio deserto e sto tranquillo
ho solo il vento per barriera
Ah, che cavaliere triste
in realtà avevo dato il cuore alla luna
e la luna l'ho barattata col temporale
e il temporale con un tempo ancor meno normale
e il tempo stesso con una spada
che mi accompagnasse
fuori dei confini di quello che è reale.

(Ivano Fossati)


Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch'io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l'apparenza delle cose come vedi non m'inganna,
preferisco le sorprese di quest'anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d'oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire...

(Francesco Guccini)

 
 
 

Il combattimento di Tancredi e Clorinda

Post n°8 pubblicato il 24 Gennaio 2008 da AdamLeve
 
Tag: Giganti

Tratto da: Gerusalemme Liberata, Canto XII, 52-62, 64-68

Tancredi che Clorinda un uomo stima
vuol ne l'armi provarla al paragone.
Va girando colei l'alpestre cima
ver altra porta, ove d'entrar dispone.
Segue egli impetuoso, onde assai prima
che giunga, in guisa avvien che d'armi suone
ch'ella si volge e grida: - O tu, che porte,
correndo sì? - Rispose: - E guerra e morte.

- Guerra e morte avrai: - disse - io non rifiuto
darlati, se la cerchi e fermo attende. -
Ne vuol Tancredi, ch'ebbe a piè veduto
il suo nemico, usar cavallo, e scende.
E impugna l'un e l'altro il ferro acuto,
ed aguzza l'orgoglio e l'ira accende;
e vansi incontro a passi tardi e lenti
quai due tori gelosi e d'ira ardenti.

Notte, che nel profondo oscuro seno
chiudesti e nell'oblio fatto sì grande,
degne d'un chiaro sol, degne d'un pieno
teatro, opre sarian sì memorande.
Piacciati ch'indi il tragga e'n bel sereno
a le future età lo spieghi e mande.
Viva la fama lor, e tra lor gloria
splenda dal fosco tuo l'alta memoria.

Non schivar, non parar, non pur ritrarsi
voglion costor, ne qui destrezza ha parte.
Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:
toglie l'ombra e'l furor l'uso de l'arte.
Odi le spade orribilmente urtarsi
a mezzo il ferro; e'l piè d'orma non parte:
sempre il piè fermo e la man sempre in moto,
né scende taglio in van, ne punta a voto.

L'onta irrita lo sdegno a la vendetta,
e la vendetta poi l'onta rinova:
onde sempre al ferir, sempre a la fretta
stimol novo s'aggiunge e piaga nova.
D'or in or più si mesce e più ristretta
si fa la pugna, e spada oprar non giova:
dansi con pomi, e infelloniti e crudi
cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.

Tre volte il cavalier la donna stringe
con le robuste braccia, e altrettante
poi da quei nodi tenaci ella si scinge,
nodi di fier nemico e non d'amante.
Tornano al ferro, e l'un e l'altro il tinge
di molto sangue: e stanco e anelante
e questi e quegli al fin pur si ritira,
e dopo lungo faticar respira.

L'un l'altro guarda, e del suo corpo essangue
su'l pomo de la spada appoggia il peso.
Già de l'ultima stella il raggio langue
sul primo albor ch'è in oriente acceso.
Vede Tancredi in maggior copia il sangue
del suo nemico e se non tanto offeso,
ne gode e in superbisce. Oh nostra folle
mente ch'ogn'aura di fortuna estolle!

Misero, di che godi? Oh quanto mesti
siano i trionfi e infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (s'in vita resti)
di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.
Così tacendo e rimirando, questi
sanguinosi guerrier cessaro alquanto.
Ruppe il silenzio al fin Tancredi e disse,
perchè il suo nome l'un l'altro scoprisse:

- Nostra sventura è ben che qui s'impieghi
tanto valor, dove silenzio il copra.
Ma poi che sorte rea vien che ci nieghi
e lode e testimon degni de l'opra,
pregoti (se fra l'armi han loco i preghi)
che'l tuo nome e'l tuo stato a me tu scopra,
acciò ch'io sappia, o vinto o vincitore,
chi la mia morte o vittoria onore. -

Rispose la feroce: - Indarno chiedi
quel c'ho per uso di non far palese.
Ma chiunque io mi sia, tu innanzi vedi
un di quei due che la gran torre accese. -
Arse di sdegno a quel parlar Tancredi
e: - In mal punto il dicesti; (indi riprese)
e'l tuo dir e'l tacer di par m'alletta,
barbaro discortese, a la vendetta.

Torna l'ira ne' cori e li trasporta,
benchè deboli, in guerra a fiera pugna!
Ù'l'arte in bando, ù'già la forza è morta,
ove, in vece, d'entrambi il furor pugna!
O che sanguigna e spaziosa porta
fa l'una e l'altra spada, ovunque giugna
ne l'armi e ne le carni! e se la vita
non esce, sdegno tienla al petto unita.

Ma ecco omai l'ora fatal è giunta
che'l viver di Clorinda al suo fin deve.
Spinge egli il ferro nel bel sen di punta
che vi s'immerge e'l sangue avido beve;
e la veste che d'or vago trapunta
le mammelle stringea tenere e lieve,
l'empiè d'un caldo fiume. Ella già sente
morirsi, e'l piè le manca egro e languente.

Segue egli la vittoria, e la trafitta
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta
movendo, disse le parole estreme:
parole ch'a lei novo spirto addita,
spirto di fè, di carità, di speme,
virtù che Dio le infonde, e se rubella
in vita fu, la vuole in morte ancella.

- Amico, hai vinto: io ti perdon... perdona
tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
a l'alma sì: deh! per lei prega, e dona
battesmo a me ch'ogni mia colpa lave. -
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch'al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,
e gli occhi a lagrimar invoglia e sforza.

Poco quindi lontan nel sen d'un monte
scaturia mormorando un picciol rio.
Egli v'accorse e l'elmo empiè nel fonte,
e tornò mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sentì la man, mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
La vide e la conobbe: e restò senza
e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!

Non morì già, ché sue virtuti accolse
tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,
e premendo il suo affanno a dar si volse
vita con l'acqua a chi col ferro uccise.
Mentre egli il suon de' sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise:
e in atto di morir lieta e vivace
dir parea: "S'apre il ciel: io vado in pace". 

(Torquato Tasso)

 
 
 

Dell'amore della musica

Post n°7 pubblicato il 23 Gennaio 2008 da AdamLeve
 

IL PUNK NON MORIRÀ MAI

The Mouse

I ain’t got a life of my own
And that’s the why I dream
And all I dream in my dreams
I write in my songs

Le molle di quella sghemba poltrona in vilpelle marrone, a contarle bene, c’erano ancora tutte.
Beh, a dire il vero, non ci giurerei che fosse proprio marrone marrone o, per lo meno, che lo fosse sempre stato.
Certo è che quel pezzo d’arredo, recuperato dalla discarica su in collina, faceva ora bella vista di sé accanto alla parete grande rivestita di cartoni per le uova.
In effetti, ad essere precisi, proprio bella bella quella poltrona non era, anzi.
Il punto è che almeno era comoda o, quantomeno più comoda del nudo pavimento di massetto grezzo o delle casse acustiche degli amplificatori, purché non si badasse alle molle che ogni tanto saltavano fuori dall’imbottitura a punzecchiare il culo.
Lo sgabello della batteria era monopolizzato, dal batterista dico, e quindi era fuori discussione.
Il resto della band sarebbe arrivato da lì a poco.
Tre paia di scarpe sarebbero scese attraverso la scricchiolante scalinata di legno e tre paia di occhi avrebbero gettato uno sguardo intorno per verificare se tutto fosse al proprio posto, se proprio di tutto è il caso di parlare.
E sì, perché a dirla bene, a parte poltrona, l’impianto acustico e strumenti, il resto della faccenda non contemplava un granché.
Tutto ciò che c’era da vedere erano le pareti rivestite di cartoni per le uova, messi lì più per migliorare la resa del suono all’interno che per attutirne l’impatto all’esterno, che di tanto in tanto si spiccicavano e dunque bisognava riattaccarli con la colla a caldo.
Beh, in effetti, un cimelio importante e senz’altro più importante della poltrona se non anche degli strumenti e dell’impianto acustico c’era.
Si trattava di una pistola di quelle per erogare la benzina, ora attaccata ad una catena a significare il tubo di gomma da cui era stata evidentemente asportata, ed appesa in bella vista proprio al minuscolo pianerottolo da cui si aveva accesso alla scala.
Era stata un’idea di Harry, così come lo era stato il nome dato al locale che da qualche tempo avevamo orgogliosamente esposto nel campanello avvitato al legno nero di vernice del portoncino d’ingresso da cui, scarabocchiata su una pellicola in plastica trasparente, si leggeva retroilluminata la scritta “NAFTA BENZA” con tutte le A cerchiate di anarchia.
Nessuno s’era mai informato della provenienza di quella pistola da benzinaio e a Harry non gl’era stato mai chiesto.
Il nome era ganzo e andava bene così, anche se nessuno s’era mai spiegato bene cosa ci stessero a fare tutte quelle A cerchiate.
Anche questo era un altro mistero di Harry, ma andava bene così.
C’è da dire che certe volte Harry aveva delle trovate eccezionali.
Anche quella del campanello era un’idea tutta sua.
L’idea di un interruttore che facesse illuminare una lampadina anziché suonare un campanello fu accolta come un’invenzione geniale.
Harry serbava un sacco di sorprese in quel cilindro da mago che era la sua mente distorta dal ragtime che, come certe banconote false, saltavano fuori quando meno te l’aspettavi.
Harry era anche un ottimo chitarrista, anzi.
Il resto della band sarebbe arrivato da lì a poco, in ritardo come sempre e su qualsiasi orario.
Nel frattempo ero lì, nella penombra di quel monolocale sotterraneo rischiarato appena dalle feritoie che si aprivano sul sottoscala di uno dei locali sovrastanti, cercando di trovare una posizione più o meno comoda fra le molle spinose di quella poltrona sudicia che ben presto sarebbe stata ahimé raggiunta da altri pezzi d’arredo altrettanto sbidonati.
Al volume basso di un Marshall valvolare, facevo scorrere le dita sulla sei corde mia di proprietà e diritto, così, tanto per fare un assolo ed ammazzare il tempo ed accordare un sol che proprio non ci stava.
Se avete acquistato una chitarra, fate attenzione all’accordatura della terza corda.
Se dopo un assolo di cinque minuti il sol è calato c’è un problema ai registri, se è salito c’è un problema al ponticello.
In entrambi i casi, se vi siete svenati per pagare la vostra chitarra, non avete fatto un buon affare.
Mentre volgevo la mia mente a queste autocritiche considerazioni, non badavo alla lampadina rossa collegata al campanello di Harry, né al cigolio dei cardini del portoncino che avevo lasciato accostato, né allo scricchiolio delle assi di legno della scala impolverata.
Quello che vidi venir giù nel chiaroscuro del Nafta Benza, era un tizio che conoscevo già ma che non aveva niente a che fare con la band.
Capelli rasati sovrastati da una cresta puntuta, occhialini tondi, orecchini a croce capovolta, chiodo, jeans, anfibi e ferramenta di vario genere a guarnizione.
Il vero problema?
Era quello che si dice un vero e proprio scassacazzi!
Ogni tanto faceva capolino giù per le scale del locale e senza che nessuno glielo chiedesse e ti si piazzava lì a raccontarti la storia della sua vita, i suoi punti di vista a proposito di musica, politica, trasgressione e altre menate del genere, insomma di tutta quella roba di cui avresti benissimo fatto a meno, specie in quel giorno.
E quel giorno, come tutti gli altri del resto, non m’importava un fico secco di starlo ad ascoltare e pensavo seriamente che avrei fatto ben volentieri a meno di tutte quelle cazze di A cerchiate del campanello di Harry.
Io avevo un sol che mi faceva dannare l’anima, tutto qui.
Lo scassacazzi, in compenso, quel giorno aveva due birre con sé.
Beh, giusto il tempo di una birra glielo avrei dedicato ben volentieri, in fondo avevo una sete del diavolo.
“Ciao Jasse!”, disse avvicinandosi in un tintinnio di catenacci.
“Ciao …”
“Sid … il mio nome è Sid, non ricordi?”
“Oh, Sid …”
“No, è che passavo da queste parti, ho visto il portone aperto e allora ho pensato di prendere un paio di birre …”
“Hai fatto bene Sid. Allora, siediti … beh, magari sul Marshall …”
“No, non ti preoccupare …”, disse accovacciandosi sul pavimento e scansando distrattamente uno scarafaggio, “Ma tu continua pure a suonare, non voglio interromperti.”
“Tranquillo, stavo solo accordando e poi a quelle due birre dovrà pure pensarci qualcuno”, dissi mettendo via la sei corde.
“Oh, hai ragione, ‘spetta …”
Tirò fuori dalla saccoccia un portachiavi e prese ad armeggiare inutilmente intorno ad un tappo.
“Lascia fare a me”, dissi, “C’ho un sistema più semplice. Ecco, vedi, basta trovare uno spigolo e, con un colpo secco …” Plop! “… e poi quest’altra …” Plop!
In men che non si dica avevo stappato entrambe le bottiglie con un paio di colpi ben assestati.
Un vero colpo da maestro che avevo imparato da qualche parte e che tornava sempre utile nel caso in cui non c’era un apribottiglie a portata di mano.
“Come al solito sei in anticipo èh?”, disse, ripulendo con il palmo della mano l’imbocco della bottiglia dai minuscoli detriti di muro che vi erano rimasti appiccicati.
“Non sono io ad essere in anticipo, di solito sono gli altri ad essere in ritardo.”
“Eeeh, la sai lunga tu! Ma d’altra parte … con le canzoni che scrivi.”
“Perché cos’hanno le mie canzoni che non va?”
“Non fare il furbo con me. Hai capito benissimo cosa intendo dire.”
“Si?”
“Lo sanno tutti che sei il migliore e che ci sai fare con la chitarra. Sei avanti di secoli!”
“In effetti, l’inventiva non m’è mai mancata, ma s’è per questo può riuscirci altrettanto bene chiunque. Io faccio semplicemente quel che mi viene.”
“Anch’io ho scritto delle cose, c’ho qua dei fogli, da qualche parte ...”, disse frugandosi nelle centinaia di scomparti che sprofondavano dietro ciascuna di quelle cerniere lampo argentate grosse come cicatrici, “… e volevo fartene leggere giusto qualcuna.”
“No, guarda, oggi non è il caso, e poi, anche se leggessi le tue cose … ecco, io non sono un critico, insomma, cerca di capire …”
Nel frattempo aveva cavato da qualche saccoccia una mazzetta di fogli di quaderno spiegazzati e aveva preso a sventolarmeli sotto il naso.
“Qui c’è tutta la mia vita, sai?”, disse con non celato orgoglio, “La verità, che farà scempio di questi ipocriti del perbenismo buoni solo a criticare!”
Lo lasciai sfogare un po’ e intanto che tracannavo birra calda, lui si invasava nella sua arringa da avvocato sbilenco.
“… E con questo voglio dire basta a tutta quella gente che come metti piede al supermercato si volta ad osservarti come fossi un fenomeno da baraccone soltanto per i vestiti che indossi …”, e ogni tanto leggeva dei brani da quei fogli mischiati e aggiungeva, “… E basta alle divise imperialiste che questa società di paninari ci ha imposto …“, e poi basta a questo! Basta a quello!
Tutto ad un tratto la sua esaltazione si placò.
Evidentemente aveva colto nel mio sguardo distratto una certa indifferenza all’intera questione.
Così, ma tanto per non contrariarlo, dissi “Ok … ” e quello, come se il mio monosillabo avesse agito su un invisibile interruttore del suo cervello, riprese a vomitare fiumi di parole rabbiose, confermando la mia tesi circa la questione dello scassacazzi.
“Quindi, cosa ne pensi delle mie canzoni?”, concluse infine asciutto e prendendomi alla sprovvista come un re bemolle in una scala di do maggiore.
“Beh, se ci tieni tanto alle cose che dici, di qualunque cosa si tratti non può che andar bene. È un po’ come la questione dell’abbigliamento. Del resto, se si è in due in un ascensore e uno dei due piazza una scoreggia, è abbastanza normale che l’altro assuma un’espressione di disgusto. Forse è soltanto una questione di scelte e consapevolezza delle scelte. Tutto qui.”
“No, qui è una questione di omologazione. Se sei trasgressivo perché c’hai il chiodo ti guardano storto, se invece sei paninaro, è tutto ok!”
“Se ti procura tanti problemi puoi benissimo lasciarlo sull’appendiabiti il tuo chiodo. È un fatto di scelte.”
“Guarda che anche il chiodo, così come tutto il modo di vestire di una persona è l’espressione di un modo di essere interiore. La gente deve imparare ad accettare gli altri per quello che sono dentro e non per come appaiono fuori!”
“Forse hai ragione.”
“Come forse? Proprio tu dici forse … con le canzoni che scrivi!”
“Forse trascuri l’ipotesi che il nostro dentro, come lo chiami tu, possa non essere tanto bello a vedersi fuori. Può darsi che siamo fondamentalmente brutti e non ne prendiamo coscienza. Forse è soltanto questo o forse è anche che quelli col chiodo sono omologati a tutti quelli col chiodo, così come quelli col pisello di fuori sono omologati agli altri col pisello di fuori e comunque tutti credono di essere trasgressivi e intanto non si sopportano gli uni con gli altri.”
“Se scrivi di anarchia e canti di anarchia, cioè se sei un anarchico non puoi non essere d’accordo con me su questo modo di vivere la libertà”, enunciò mentre si rimetteva in piedi e ricacciava i suoi fogli stropicciati dentro le cicatrici di metallo.
“Mi dispiace, ma non ho mai scritto di anarchia o forse l’ho fatto, ma comunque a modo mio”, dissi maledicendo le A cerchiate di Harry, “Forse quando ho scritto di anarchia parlavo d’altro e quando ho scritto d’altro magari parlavo di anarchia, chi può dirlo. Forse non me n’è mai fregato niente dell’intera faccenda e ho preso tutti per il culo. Forse ho scritto sempre e solamente un mucchio di cazzate e, del resto, te l’ho già detto che con un po’ d’impegno chiunque può riuscire a fare cose belle. Io non so giudicare il tuo pensiero, può darsi che hai fatto davvero un gran lavoro con quella roba, anzi.”
“Comunque, stavo pensando … che ne dici se buttiamo giù qualcuno dei miei pezzi con la tua band … sai, ho in mente delle cose sul punk … roba da starci dentro, insomma. Poi c’ho delle conoscenze e magari qualche serata …”
“No, guarda … lo sai che non m’interessa il genere. Tutto quello che m’interessa è far andare su e giù il piede improvvisando sul tema di un charleston in controtempo … davvero non ho voglia di fare altro.”
Il caro amico Sid, meglio noto come lo scassacazzi del Nafta Benza si stava finalmente accomiatando.
Ripresi la sei corde che emise un laconico sfrigolio elettronico dolce come il lamento di un bambino svegliatosi di soprassalto al tintinnare dei catenacci di Sid che intanto risaliva le scale col tonfo sordo delle sue Nike bianche e blu.
Si voltò per un istante, giusto all’altezza della pistola da benzinaio di Harry, e nell’alone di una nuvola di polvere illuminata dall’ultimo taglio di sole che si insinuava dal portoncino aperto, bello e sbilenco come un dio pagano sentenziò, “Comunque, ricorda Jasse, il punk non morirà mai” e se ne andò.
Il resto della band sarebbe arrivato da lì a poco e il mio assolo sarebbe stato splendido.
Sid lo scassacazzi sarebbe tornato, oh se sarebbe tornato! Lui e il suo tintinnio di catenacci, col tonfo sordo delle sue Nike nuove di zecca.
Lo scarafaggio ora tentava di arrampicarsi alla bottiglia che Sid aveva lasciato mezza piena.
Avrebbe preso una gran bella sbronza quel giorno.
Pizzicai la terza corda.
Era calata di un semitono.

Adam Leve

Tratto dalla raccolta di racconti intitolata
Dell'amore della musica

 
 
 

Dell'amore della musica

Post n°6 pubblicato il 20 Gennaio 2008 da AdamLeve
 
Tag: Giganti

INDOVINELLO

Boves se pareba
Alba pratalia araba
Albo versorio teneba
Negro semen seminaba

(Anonimo veronese)

 
 
 

Dell'amore della musica

Post n°5 pubblicato il 20 Gennaio 2008 da AdamLeve
 

 
 
 

27/01/2008 - Il Giorno della Memoria

Post n°4 pubblicato il 19 Gennaio 2008 da AdamLeve
 

L’OROLOGIO DEL VECCHIO CAMPANILE

Segnato dal tempo
L’orologio del vecchio campanile
Continua a fare bene il suo lavoro
Puntualmente
Mentre tutto intorno tace

Quasi si possono scorgere i fili
Che tengono questa fiumana di marionette
Che a passi di danza
Sfiorano il selciato ancora sommerso
Dal fogliame inerte degli alberi d’autunno
Come scheletri
Di una antica civiltà di esseri umani

Con gli occhi vuoti e bianchi
Fingono di guardarsi intorno
Mentre proseguono a tentoni
Fra l’inutile folla nascosta dal buio eterno della cecità
Quasi come quello della morte

Si può sentire il battito di ogni singolo cuore
Rintronare
Segnare il ritmo d’un tempo che non passa mai
Come un lungo ciclo di vite
Di cui ognuno rappresenta soltanto
Uno stupido frammento
Destinato com’è
A perdersi alla prima folata di vento
Che sibilando fra le montagne
Teneramente scompare

Sembra provino sensazioni umane
Irrazionali
Ma sono soltanto buoni attori

Segnato dal tempo
L’orologio del vecchio campanile
Continua a contare le ore
Mentre tutto intorno tace

Adam Leve, 1987

 
 
 

COMUNICATO STAMPA

Post n°3 pubblicato il 18 Gennaio 2008 da alfredofiorani

Presso lo spazio teatrale

IL LAVATOIO

Via dei Giardini n. 20/A, L’Aquila

Sabato 19 gennaio alle ore 18.00

BARTOLOMEO GIUSTI (VOCE RECITANTE)

SANDRO SERENO (ACCOMPAGNAMENTO MUSICALE)

Interpreteranno il monologo

Il sonno di Amleto

di Alfredo Fiorani

Nel vano tentativo di scrivere la propria biografia,
si svelano i tormenti, i dubbi, le afflizioni di
Amleto, il protagonista. Il senso di precarietà
dell’uno è, in fondo, specchio della società
contemporanea divisa tra le sirene del passato, le
inconsistenze del presente e le oscurità del futuro.

Info e prenotazioni:

Tel. 0862-22183/3391373486

 
 
 

27/01/2008 - Il Giorno della Memoria

Post n°2 pubblicato il 18 Gennaio 2008 da AdamLeve
 

GLI IGNOBILI

Ci insegnarono a mentire
A tradire
A eludere ogni sorveglianza
E come nessun animale
A uccidere

Adam Leve, 1986

 
 
 

27/01/2008 - Il Giorno della Memoria

Post n°1 pubblicato il 18 Gennaio 2008 da AdamLeve
 
Tag: Giganti

SE QUESTO E' UN UOMO

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case;
Voi che trovate tornando la sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce la pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì e per un no

Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno:

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli:
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri cari torcano il viso da voi.

(Primo Levi)

 
 
 
 

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I MIEI LINK PREFERITI

SUL PALCOSCENICO (PT. 1)

INNANZITUTTO, il mio nome non è Adam Leve. Questo per essere chiari ed onesti sin da subito. E sono italianissimo. Si tratta dunque di uno pseudonimo di pura fantasia, sebbene, siccome mi piace giocare con le parole anche quando non appartengono alla mia lingua madre, ma allora lo faccio con molta minore padronanza, anche nel mio nome di battaglia c’è un piccolo tranello. Infatti, pensando e ripensando, m’era venuto in mente Adam Neave che, pronunciato all’inglese e tradotto in italiano, sarebbe diventato Adamo e Eva. Poi, però, ho controllato su Internet e ho scoperto che Adam Neave esiste già. Così, pensandoci ancora un po’, m’era venuto in mente Abel Kane che, anch’esso, pronunciato all’inglese e tradotto in italiano, sarebbe diventato Abele Caino. È evidente che, in tutto il mondo, non sono l’unico a farsi venire idee bizzarre in mente. Infatti, controllando ancora una volta su Internet, ho scoperto che anche Abel Kane esiste già. Così, ho ripiegato sulla mia idea originale che tanto m’era piaciuta e mi sono detto: Lasciamo da parte Eva. Adamo vive! Adam Leve, pronunciato all’inglese e tradotto in italiano, sta a significare proprio questo: Adamo vive. Questa dovrebbe essere la prefazione dell’autore, che dovrebbe scriversi Autore sebbene a me piaccia molto di più Autore ma che, siccome chi si loda s’imbroda, insisto nello scrivere autore. Ci si aspetta dunque che, in questa sede, io tenti di convincere l’improbabile lettore, Lettore o Lettore che dir si voglia, che vale la pena di tralasciare le altre e ben più importanti faccende in cui è affaccendato per starsene a leggere le cose di cui vado scrivendo. Invece no. Non ho nessuna intenzione di arrovellarmi in sermoni e lanciare anatemi, cosicché il lettore, ancorché improbabile, è lasciato in pace a far quel che più gli conviene. Quel che voglio limitarmi a fare con lo spazio di queste poche pagine è dunque proporre alcune considerazioni preliminari alla lettura dei racconti di questa raccolta, che potrebbero tornare utili magari come chiave di lettura, sebbene anche in questo caso potrebbe trattarsi di un tranello: io metto a disposizione le chiavi, non le serrature. Bene, dopo quest’affermazione metafisica che lascio veleggiare, enigmatica e terribile, nell’atmosfera che fra il serio e il faceto vado creando, voglio chiarire perché ho dedicato un certo periodo di tempo della mia vita alla ricerca di uno pseudonimo, premesso che sul perché io abbia trascorso diverse ore imbrattando d’inchiostro dei fogli di carta come questo non saprei rispondere affatto.

 

SUL PALCOSCENICO (PT. 2)

Alfredo Fiorani, lui sì Autore, con il quale mi sto impegnando per fargli vincere l’impari lotta con l’uso del computer e delle nuove tecnologie ma che, nonostante tutto, mi degna ancora della sua amicizia, è una delle pochissime persone a cui ho fatto leggere le cose che avevo scritto, fra le quali, alcuni dei racconti di questa raccolta. Sembrano scritti di un autore americano tradotti in italiano, mi disse a suo tempo. Riflettendoci bene, aveva ragione. Però, riflettendoci meglio, io non la metterei esattamente su questo piano o, più che altro, aggiungerei delle osservazioni. Disponendo di una vasta possibilità di scelta fra i diversi livelli di linguaggio, avrei potuto optare per un taglio bizantino, ad esempio. Avrei potuto iniziare ogni periodo con espressioni come ordunque, farcire le frasi con degli acciocché, condirle con una spruzzatina di nondimeno. Oppure avrei potuto preferire un taglio giornalistico, coniugando insistentemente il solo passato prossimo. In entrambi i casi, avrei potuto autocensurarmi le parolacce. Insomma, per farla breve, avrei potuto scrivere in tanti modi, ma ho scelto di utilizzare il linguaggio del mio tempo. E il mio tempo si esprime grosso modo nazionalizzando la lingua inglese, questo è fuori di dubbio. Esiste una vasta letteratura in proposito ma, a prescindere, non accorgersene vuol dire avere i paraocchi o, meglio, il cerume nelle orecchie. Il linguaggio è il segno dei tempi che cambiano. È una continua scoperta e riscoperta. La vecchia cantina è diventata enoteca e quest’ultima, oggi, è un wine-bar. Ma con la parola sono cambiate anche le cose, le persone, la cultura, il vino. Ai tempi di Guglielmo Marconi si pensava di costruire antenne altissime che fossero in grado di trasmettere e ricevere un segnale a lunga gittata, superando così la curvatura dell’orizzonte terrestre. L’evoluzione tecnologica ha dimostrato invece che basta potenziare i generatori del segnale in modo tale che sia l’atmosfera a fare il grosso del lavoro. Parimenti, ai tempi di San Francesco d’Assisi, un anonimo signore di Verona, gettò alle ortiche il latino, che era la lingua ufficiale, ancorché morente, e propose un indovinello che è sopravvissuto ai secoli soprattutto per il fatto di essere uno dei primi scritti in volgare. L’evoluzione del linguaggio è sotto la freccetta del mouse di tutti, e non c’è bisogno di avere nozioni di fisica per rendersene conto.

 

SUL PALCOSCENICO (PT. 3)

Resta il fatto che Alfredo Fiorani ha perfettamente ragione. Allora mi sono detto: Perché no? Perché non andare fino in fondo?, e così mi sono deciso a mentire sul mio nome. Se avessi dedicato il tempo trascorso nella scrittura ad altre attività quali, ad esempio, fare all’amore, lavorare, andare al cinema, fare sport o altre molte cose ancora, ora non mi troverei a discutere di come, quando e perché ho selezionato i racconti di questa raccolta. Se non avessi mai scritto dei racconti, avrei fatto qualcosa d’altro, questo è certo. Ma così è andata, e non è il caso di recriminare. Ciò non toglie che, quando e come ho potuto, ho fatto anche le altre cose, ovviamente. Ma si vede che non mi bastava. Dunque, fatta la frittata, si tratta soltanto di decidersi a mangiarla o gettarla via. Che gusto c’è a starsene lì a veder marcire una frittata? Anche in questo, c’è lo zampino di Alfredo Fiorani. E sì, perché chiacchierando a proposito di scrittura e scrittori davanti ad una pietanza iraniana a base di riso e spezie, della quale non so pronunciare il nome, figuriamoci scriverlo, e con il palato offeso dal sapore di sughero di un vino imbottigliato male e conservato peggio, retaggio dell’era della globalizzazione che induce a frequentare ristoranti esotici che preparano ricette esoteriche col solo scopo di farci rimpiangere il caro, amato e compianto piatto di bucatini all’amatriciana, ci imbarcammo una sera nella tortuosa strada che conduce ad interrogarsi sul perché della scrittura. Considerando me stesso uno scrivente e non uno scrittore, e convinto, come ancora lo sono, che nulla è eterno, faccio fatica a pensare alla mia scrittura come all’elisir dell’eterna giovinezza. Vero è, tuttavia, che già il solo pensare di aver qualcosa da lasciare in eredità ai posteri è rasserenante, terapeutico. Dovendo scegliere, ho ritenuto che, tutto sommato, di questi scritti, piuttosto che farne carta straccia, sarebbe stato meglio farne il mio testamento spirituale, anche se non mi do per spacciato, facciamo ad intenderci. Dopotutto, in questi racconti, c’è riversata forse la parte più consistente di me: il mio pensiero. Si poteva fare di meglio, certo. Ma non è escluso che si possa ancora fare.

 

SUL PALCOSCENICO (PT. 4)

Un’ultima considerazione voglio farla in ordine ai criteri che ho adottato per la scelta dei racconti da includere in questa raccolta. E sì, perché una selezione l’ho dovuta fare. Ho dovuto dolorosamente escludere molte delle cose che in effetti ho scritto nel corso degli anni, posto che questi racconti provengono da un lavoro che si è andato sviluppando dal 1988 al 2001. Ho dunque conservato le sole cose che, secondo i miei personalissimi canoni, ancora oggi condivido, trovandole attuali, anzi, futuribili. Per il resto, non ho altro da aggiungere, e temo persino di aver detto troppo. Non c’è nulla di peggio che spiegare una barzelletta alla quale non ha riso nessuno. Si finisce sempre con il peggiorare la situazione. Ugualmente, non si può raccontare un racconto che, autobiografico o meno, profondo o leggero, è sempre frutto dell’immaginazione e che, come tale, deve maturare sui rami della fantasia prima di marcire sulla terra dell’oblio. Non me ne voglia Alfredo Fiorani per averlo tirato in ballo in un modo molto poco appropriato fra le righe di queste pagine, anche se sono convinto che egli sa perfettamente quanto gli sono riconoscente per queste e molte altre faccende che sono tutte il segno inconfondibile della rara sincerità della nostra amicizia.

Adam Leve

tratto dalla prefazione dell'autore
alla raccolta di racconti intitolata
Dell'amore della musica

 

L’America è un sogno, una via di fuga. Quella che ho sempre avuto negli occhi è l’America delle praterie, delle lunghe strisce d’asfalto rovente che sembrano estendersi all’infinito, un’America inesplorata e forse detestata dagli stessi americani, lontana dalle trappole dei grattacieli di Nuova York e dalle bettole fumose di Nuova Orleans. Quella che ho sempre avuto nel cuore è un’America qualsiasi, un posto che non è soltanto in America ma ovunque. Unica prescrizione: guardare oltre le montagne. E già, perché l’Appennino che custodisce i segreti della piccola provincia abruzzese in cui sono nato e vissuto rischia di trasformarsi in una barriera insormontabile che impedisce l’osservazione e, talvolta, il pensiero. L’America di un italiano è un’invenzione, la secrezione delle ghiandole cerebrali preposte allo sviluppo della fantasia e, dunque, la vera America di ognuno. E sì, perché qui ci sarebbe da affrontare il tema della realtà e chiedersi come la stessa venga trasmutata non tanto nel viaggio attraverso la cornea, la pupilla, il cristallino e la retina, quanto piuttosto nell’elaborazione elettrochimica degli input luminosi operata dal nervo ottico fino alle sinapsi cerebrali e di lì, poi, nei vari cassetti dell’istinto, della memoria e dell’esperienza. Eppure, per quanto interessante, non si potrebbe sviluppare compiutamente un tema tanto ampio neppure riscrivendo l’intera Treccani con indice monotematico, soprattutto se ci si avventura nello studio delle varie espressioni artistiche quali manifestazioni complesse di pensiero e nelle quali i sensi coinvolti tanto nella percezione quanto nella rappresentazione della realtà sono molteplici ed agiscono sinergicamente. Risultato: la realtà è una ma è anche ogni altra ed è cangiante. Per questo, bene inteso, l’America di un italiano che scrive canzoni è una scusa, un pretesto per parlare d’altro e farlo in musica.

Adam Leve

tratto dalla prefazione dell'autore
alla raccolta di canzoni intitolata
Riflessioni di un poeta

 

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