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Gioie e dolori al Fiction Fest
Post n°374 pubblicato il 10 Luglio 2009 da falco58dgl
- Pronto, Giorgio? Come stai? - Mi sto facendo un culo così, Claudio. - Scusa se ti disturbo, ma volevo sapere se era possibile incontrare al Festival Cuse e Lindelof. Ho bisogno di consegnare loro un materiale elaborato da me. - Non ti preoccupare, ti diamo dieci minuti per poter parlare con loro. - Ne bastano anche cinque. - Va bene, ci sentiamo. Parla con Jenny, una mia collaboratrice, lei segue il festival minuto per minuto ed è al corrente di tutto.
La notizia mi era parsa clamorosa. Poter incontrare i mitici sceneggiatori di Lost al Fiction Fest di Roma mi era sembrato un evento straordinario. Ma, si sa, le parole sono merce facile.
- Jenny, buongiorno. Le telefono per la richiesta di poter incontrare gli sceneggiatori - Guardi, è un bel problema. Hanno numerosissimi impegni e gli uomini che curano la loro agenda sono molto rigidi. Forse riusciamo ad inserirla in un momento informale tra un’intervista e l’altra. - Va bene, le telefono dopodomani per sapere se ci sono novità.
Dopo un paio di giorni, mortificato dall’assenza di risposte, ho composto nuovamente – e con qualche timore- il numero di Giorgio.
-Scusa se ti disturbo nuovamente, Giorgio. Jenny mi ha detto che è quasi impossibile organizzare un incontro con gli sceneggiatori - Non ti preoccupare, ci parlo io, ti faccio richiamare da lei.
Silenzio assoluto. Mi faccio forza e richiamo Jenny per la terza volta. Mi risponde abbastanza seccata. - Guardi, l’unica soluzione è parlare con chi conduce l’evento. La chiamo tra un’ora per darle il suo cellulare. - Va bene, la ringrazio.
Silenzio. Passano 6 ore. Ritelefono nuovamente. Questa volta sono io a essere seccato.
- Jenny, non avrebbe dovuto richiamarmi nel giro di un’ora? - Jenny è occupata. Sono il suo assistente. Le do il numero dell’assistente di chi conduce l’evento, Si chiama Giovanna. Parlare con lei o con il Dottor Marcelli è lo stesso.
A quel punto mi è parso di trovarmi in quel film di Ferreri in cui una persona chiede di parlare con il Papa e passa mesi senza riuscire a concretizzare il suo obiettivo o, per usare una citazione letteraria, di essere il protagonista del “Castello” di Kafka. Ma io sono una persona testarda e non mi sono dato per vinto.
- Pronto, Giovanna? - Sì, buongiorno. - Non so se le hanno parlato della mia richiesta. Avrei piacere di consegnare del materiale a Cuse e Lindelof, con qualche parola di accompagnamento. - Senta, facciamo così. Mi mandi il materiale via mail e noi lo faremo pervenire alla loro attenzione. Poi, durante l’evento, potrà fare una domanda centrata sul suo materiale e così potrà stabilire un collegamento, sia pure breve, con loro. - Veramente, mi farebbe piacere poter illustrare direttamente il mio progetto, anche solo per un minuto.
Roma mi ha accolto con un pomeriggio caldissimo e una serata ardente. Mi sono recato a casa di parenti dopo un’ora e 20 minuti di autobus, insieme a decine di passeggeri pigiati come sardine, e mi sono addormentato con qualche debole refolo di speranza che aveva sostituito il vento ormai assente. Ovviamente non è stato possibile parlare con i mitici sceneggiatori, anche se il mio progetto è sicuramente il primo in Europa in materia. E anche la domanda è rimasta nel repertorio delle buone intenzioni. Il conduttore – che ha esordito chiedendo agli sceneggiatori perché, quando è caduto un aereo in Brasile, alcune televisioni hanno proiettato immagini di Lost (!)- ha fatto di tutto per ignorare la mia mano alzata e non mi ha dato la parola, anche se sono stato uno dei primi a farlo e ha dato spazio a domande brillanti del tipo “perché in una scena della serie si vede un bicchiere e nella sequenza successiva il bicchiere è sparito? E’ stato anche lui proiettato nel passato?” o a un signore di 60 anni che ha confessato teneramente di vedere Lost insieme alla sua figlia di 24. Però gli sceneggiatori sono stati simpatici e l’arrivo di Matthew Fox (l’attore che interpreta il Dottor Jack Shepard) ha provocato un certo trambusto tra il pubblico (e non solo quello femminile). In ogni caso, lo staff del Festival mi ha assicurato più volte che il mio materiale è stato consegnato e alla fine mi è toccato anche ringraziarli. Fanculo J W. |
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LA RECENSIONE
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DIECIMILA E CENTO GIORNI
Storie di uomini tra Italia e America Latina
di MARIA PIA ROMANO
Un tuffo che ha il colore del giallo ocra e del verde intenso, di mandorle amare, schizzi di sudore e deliri di lacrime. Di Italia ed America Latina, di viaggi e di fughe, di ritorni e di allontanamenti. Di esaltazione di popoli, di passioni e grida senza voce nella notte. Del blu e dell'azzurro di cielo e mare. Gli stessi che guardano fluire i giorni, i diecimila e cento giorni, mentre la brezza marina scuote il pino le cui radici restano annodate alla terra. All'amore, alla ricerca costante che dà un senso alle cose, alla vita che è fatta di scenari che cambiano, di sogni di libertà da
condividere con i compagni, di ansie e sconforti segreti, che si affondano nel dolore della bulimia, ingurgitando per rabbia e insoddisfazione cibi di cui non si riesce a percepire il sapore. Emersione, immersione, navigazione, approdo: in quattro sezioni si snoda avvincente la narrazione, che racchiude un arco di trentaquattro anni, dal 1970 al 2004.
E' uno di quei libri che si vorrebbe non finissero mai i "Diecimila e cento giorni" di Claudio Martini, edito da Besa. Ti capita tra le mani e lo leggi d'un fiato, perdendoti in quei nomi che diventano subito uomini e tu li ascolti e li vedi soffrire, gioire, respirare, far l'amore. Destini che s'incrociano e si salvano a vicenda, in un costrutto narrativo di suprema bellezza.
Ci sono immagini che s'imprimono nitide e vere nella mente, mentre insegui il tuo cuore rapito dalle storie. Storie di uomini. Storie che vengono fuori in una sorta di "stream of consciousness", in cui più che la cronologia conta il tempo interiore, che ti porta direttamente dentro le porte delle loro case e ti dischiude l'universo dell'anima. Fotogrammi sospesi tra un'Italia che si chiude dietro un perbenismo di facciata e cela solo irriguardose marginalità ed un'America Latina che grida la sua libertà con fierezza sconcertante, mentre è ancora oppressa da un macigno sul cuore che non la fa respirare.
Lo psicologo di origini tarantine, che ha una lunga esperienza di lavoro all'estero, proprio in America Latina, scrive di Perù, Nicaragua, Messico, Kosovo, Italia con la penna guizzante di una grande intelligenza che, come lama, squarcia la cortina dell'indifferenza dei tanti.
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