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Creato da falco58dgl il 26/09/2005

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Blog di narrativa, suggestioni di viaggio, percorsi interiori, sguardi sul mondo.

 

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La fine dei giorni (quarta parte)

Post n°375 pubblicato il 12 Luglio 2009 da falco58dgl

Carlos si alzò, rifece all’indietro la strada che aveva percorso dall’hotel, ignorando i  nastri autotrasportanti  e dando un’occhiata alle vetrine degli esercizi  commerciali che esibivano una ricca gamma di giochi psy,  riproduttori di  video  a tre dimensioni della grandezza di  un francobollo, poltrone insonorizzate di riposo, gioielli sintetici, alimenti geneticamente modificati, accessori per il bagno che consentivano di evitare l’uso, ormai obsoleto, della carta igienica, bottiglie di vino di soia, utensili multiuso per la cucina che permettevano di preparare pasti con un semplice comando vocale, robot multifunzionali interattivi di terza generazione.

Rientrò in hotel verso le undici e trenta e si  mise a guardare dalla finestra i panni stesi mossi lievemente dal vento che sembravano, nel panorama della città, gli unici oggetti dotati di vita e movimento autonomo e rimase in osservazione per una trentina di minuti.

Poi si alzò ed esplorò le possibilità  ricreative offerte dall’hotel.

 *** 

Carlos si avvicinò a una pulsantiera che prevedeva alcune opzioni:

 1. giochi di simulazione,
2.  film hardcore a tre dimensioni,
3. film interattivi,
 4. notizie in tempo reale,

5.giochi psy,
 6.musica,
7. tour organizzati,
8. Incontri reali.

Carlos preme il pulsante 6 e viene avvolto da sonorità ibride che mescolano ritmi siberiani con musica d’ambiente. Ascolta una voce capace di estensioni vocali impressionanti, che spazia da note acute capaci di incrinare un cristallo a bassi sconvolgenti.

Senza pensarci troppo, preme il pulsante 8 e sceglie la lingua desiderata. In un Italiano meccanico gli viene domandato che tipo di incontri preferisce. Uomini, donne, trans, gruppi.

 Mormora “donne” e gli viene chiesto se le vuole bianche, nere, orientali, mulatte o mongole. Carlos rimane un attimo in silenzio e la voce ripete “selezionare opzione: bianche,  nere, orientali, mulatte o mongole”.  Carlos sussurra “nere”, seleziona la durata dell’incontro e la tipologia della prestazione.
Da gli estremi della sua tessera e paga anticipatamente. Poi preme nuovamente  il tasto numero sei e viene immerso in una  musica algerina miscelata col rap.

Non deve attendere molto. Dopo una mezz’ora sente bussare alla porta. Attende un attimo, si alza dal letto, apre. Gli appare una ragazza di circa venticinque anni e di media statura.

E’ bella,  di pelle scura, anche se non nera ebano, ha un corpo armonioso e slanciato con due seni  a punta che s’intuiscono sotto la maglietta  Porta una gonna corta che mette in mostra gambe sottili che s’ingrossano nella parte superiore della coscia.  Rimane sulla soglia, sorridendo con grazia disinvolta.

 Carlos le fa cenno di entrare, le chiede in uno stentato portoghese se vuol bere qualcosa.

“Un bourbon con soda” risponde lei in un italiano  che sembra imparato in una scuola per traduttori dilettanti.
“Parli la mia lingua?”
“Solo un po’. Cerchiamo di fare piacere ai clienti”.
Carlos pensa “forse vuol dire accontentare”, poi scaccia quel pensiero, in fondo “fare piacere” è un’espressione adatta, anche se di piacere ce n’è poco negli “incontri reali” da hotel.
“Posso chiederti quanti anni hai?”
“Ventiquattro e tu?”
“Quasi settanta”.
“Sei ancora giovane”
“Non so, credo che la gioventù mi abbia abbandonato da tempo”.
“Cosa vuoi fare?”
Carlos guarda la ragazza  di sbieco, come se avesse paura di gettare un’occhiata diretta. Non sa bene cosa dire, cosa chiedere, non sa neanche perché ha fatto chiamare in camera una donna  nata quando la sua giovinezza già declinava.

“Vuoi che mi spogli?” Domanda facendo il gesto di levarsi la maglietta.
“Aspetta, mi vuoi dire qualcosa di te? Dove hai studiato, dove vivi, quali sono i tuoi desideri?”
“I miei desideri? Vorrei tornare nel mio paese, in Angola”
“Sei angolana?”
“Sì, la mia terra mi manca molto. E’ l’unico posto dove si trovano farfalle così.”

La ragazza si alza la maglietta, si gira, ha una grande farfalla colorata sulla schiena e altre più piccole, sulla spalla e vicino all’ombelico.

“Quando faccio l’amore, lei vola per davvero.”
Indica la farfalla tatuata sulla schiena.
“E’ l’unica farfalla al mondo ad avere sulle sue ali tutte le gradazioni del blu e del viola.”
Guarda Carlos con curiosità, si mette a sedere a gambe accavallate sulla poltrona e gli chiede, all’improvviso:

”Tu cosa desideri, invece?”
“Morire”
“Morire?”
“Sì, tra qualche settimana a San Diego mi uccidono. Ho dovuto lottare per anni per ottenere questo risultato”
“Vieni qui”
“Qui dove?”
“Qui vicino a me”
“Non so se…”
“Vieni , ti ho detto”.

Carlos  muove due passi  verso la ragazza che siede in poltrona  davanti a lui. S’avvicina fino quasi a sfiorarla. Coglie uno strano luccichio nel suo sguardo, le mette le mani sulle spalle.
 “No, non farlo. E’ inutile”, balbetta all’indirizzo della ragazza che avvicina la testa alla cerniera dei pantaloni.

“Vediamo” risponde lei prima di  aprire le labbra e affondare  con la  bocca   sul suo sesso.

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(in seguito a uno spiacevole episodio
avvenuto su un blog della community)

 

LA RECENSIONE

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DIECIMILA E CENTO GIORNI
Storie di uomini tra Italia e America Latina
di MARIA PIA ROMANO

Un tuffo che ha il colore del giallo ocra e del verde intenso, di mandorle amare, schizzi di sudore e deliri di lacrime. Di Italia ed America Latina, di viaggi e di fughe, di ritorni e di allontanamenti. Di esaltazione di popoli, di passioni e grida senza voce nella notte. Del blu e dell'azzurro di cielo e mare. Gli stessi che guardano fluire i giorni, i diecimila e cento giorni, mentre la brezza marina scuote il pino le cui radici restano annodate alla terra. All'amore, alla ricerca costante che dà un senso alle cose, alla vita che è fatta di scenari che cambiano, di sogni di libertà da
condividere con i compagni, di ansie e sconforti segreti, che si affondano nel dolore della bulimia, ingurgitando per rabbia e insoddisfazione cibi di cui non si riesce a percepire il sapore. Emersione, immersione, navigazione, approdo: in quattro sezioni si snoda avvincente la narrazione, che racchiude un arco di trentaquattro anni, dal 1970 al 2004.

E' uno di quei libri che si vorrebbe non finissero mai i "Diecimila e cento giorni" di Claudio Martini, edito da Besa. Ti capita tra le mani e lo leggi d'un fiato, perdendoti in quei nomi che diventano subito uomini e tu li ascolti e li vedi soffrire, gioire, respirare, far l'amore. Destini che s'incrociano e si salvano a vicenda, in un costrutto narrativo di suprema bellezza.

Ci sono immagini che s'imprimono nitide e vere nella mente, mentre insegui il tuo cuore rapito dalle storie. Storie di uomini. Storie che vengono fuori in una sorta di "stream of consciousness", in cui più che la cronologia conta il tempo interiore, che ti porta direttamente dentro le porte delle loro case e ti dischiude l'universo dell'anima. Fotogrammi sospesi tra un'Italia che si chiude dietro un perbenismo di facciata e cela solo irriguardose marginalità ed un'America Latina che grida la sua libertà con fierezza sconcertante, mentre è ancora oppressa da un macigno sul cuore che non la fa respirare.

Lo psicologo di origini tarantine, che ha una lunga esperienza di lavoro all'estero, proprio in America Latina, scrive di Perù, Nicaragua, Messico, Kosovo, Italia con la penna guizzante di una grande intelligenza che, come lama, squarcia la cortina dell'indifferenza dei tanti.

 

 
 

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