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Una sera a Tulum
Post n°385 pubblicato il 04 Gennaio 2010 da falco58dgl
Sono seduto su una scomoda sedia alta, davanti al bancone di un bar all’aperto. Sono solo le sei del pomeriggio, l’oscurità avvolge Tulum, la temperatura è fresca, simile a quella della nostra primavera. Mi chiedo cosa farò fino a sera, le capanne appaiono semivuote e il ristorante chiude presto. Guardo i due bicchieri di plastica che contengono due margaritas, in ossequio all’”happy hour” che prevede due prodotti al costo di uno, avvicino le labbra alla cannuccia, bevo. Intanto ripenso al viaggio che mi ha condotto da una spettrale Malpensa a New York, alle sigarette fumate fuori dall’aeroporto, al secondo volo per Cancun, all’aria calda e umida che mi ha accolto in questa porzione del Messico che si apre al mar dei Caraibi, al giaccone pesante che ho sepolto in fondo alla valigia, al taxi collettivo che mi ha portato alla stazione degli autobus e all’ultimo balzo verso Playa del Carmen, dove mi sono addormentato di schianto prima di mezzanotte (le sette del mattino in Italia) su un letto di hotel, in una stanza che guardava sulla strada principale di Playa, transito per turisti in shorts e dall’abbronzatura recente. L’arrivo a Tulum mi ha consegnato una fotografia conosciuta, anche se alcuni dettagli erano stati ritoccati dal tempo: due siti di capanne erano chiusi e sembravano reclamare presenze e movimento, sulla spiaggia bianca si vedevano lettini e qualche ombrellone e, in fondo, ho notato con raccapriccio bottiglie di plastica e spazzatura che si erano addensate sulla rena candida. Il mare era esattamente come lo ricordavo: di un verde pastello, calmo e tiepido, protetto dalla linea della barriera corallina, con un sole ardente che pareva giocare a nascondino dentro un cielo nuvoloso dalle nubi chiare e stratificate. Ma adesso mi trovo qui, al bar di Zazil-Kin e sono solo le sei e un quarto del pomeriggio. Avverto una presenza alla mia destra, una voce di donna che parla in Spagnolo con un altro ospite. Colgo le parole “Los Angeles” e “Doctorado en Literatura CentroAmericana”. In una situazione normale non mi sarei intromesso, ma in Messico avverto forti desideri di comunicazione e scambio e dico: “En Los Angeles, el 30% de la poblaciòn es Latina”. La donna si volta, mi corregge dicendo che i Latinos sono ormai la metà della popolazione. La guardo in volto: è bellissima, il viso è un incrocio tra quello di una mulatta e quello di una donna orientale, dalle labbra piene e gli occhi lievemente a mandorla. Lo sguardo appare illuminato da una sorgente interna che le conferisce intelligenza e curiosità. Il corpo appare atletico e slanciato. Mi chiede di dove sono, che lavoro faccio. Lei è Honduregna, ma vive a Los Angeles da anni. Mi dice che studia e lavora, sta per finalizzare un dottorato in letteratura Spagnola. Poi si alza e attacca a ballare con un amico un ritmo tropicale. Lo fa con un senso del ritmo e una grazia che mi sorprendono. Torna a sedersi, mi dice che ama la poesia, le piace scrivere. Quando le comunico che ho pubblicato alcune opere di narrativa, vuole sapere di cosa si tratta, mi chiede se sono libri tradotti in altre lingue. Si aggiunge un ragazzo dallo spagnolo incerto, è un franco canadese. Ci mettiamo a scrivere una poesia collettiva, ognuno scrive un verso e gli altri continuano la composizione. Ne viene fuori qualcosa che assomiglia a una Torre di Babele subito dopo la confusione delle lingue, ma l’effetto generale è divertente. Ci spostiamo verso la parte interna del bar, bevendo e ridendo come ragazzi. C’è un biliardo, un tavolo da ping pong, alcune persone che armeggiano con una stecca e delle palle. Guardo furtivamente il cellulare: sono le otto di sera, il passo del tempo non mi preoccupa più, ormai. Tulum mi ha accolto a modo suo. Chiediamo nuovamente da bere, guardo la ragazza pensando che avrà circa la metà dei miei anni, scaccio il pensiero e mi tuffo nuovamente nella condivisione delle parole e dei gesti nella notte tropicale. Writer. |
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LA RECENSIONE
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DIECIMILA E CENTO GIORNI
Storie di uomini tra Italia e America Latina
di MARIA PIA ROMANO
Un tuffo che ha il colore del giallo ocra e del verde intenso, di mandorle amare, schizzi di sudore e deliri di lacrime. Di Italia ed America Latina, di viaggi e di fughe, di ritorni e di allontanamenti. Di esaltazione di popoli, di passioni e grida senza voce nella notte. Del blu e dell'azzurro di cielo e mare. Gli stessi che guardano fluire i giorni, i diecimila e cento giorni, mentre la brezza marina scuote il pino le cui radici restano annodate alla terra. All'amore, alla ricerca costante che dà un senso alle cose, alla vita che è fatta di scenari che cambiano, di sogni di libertà da
condividere con i compagni, di ansie e sconforti segreti, che si affondano nel dolore della bulimia, ingurgitando per rabbia e insoddisfazione cibi di cui non si riesce a percepire il sapore. Emersione, immersione, navigazione, approdo: in quattro sezioni si snoda avvincente la narrazione, che racchiude un arco di trentaquattro anni, dal 1970 al 2004.
E' uno di quei libri che si vorrebbe non finissero mai i "Diecimila e cento giorni" di Claudio Martini, edito da Besa. Ti capita tra le mani e lo leggi d'un fiato, perdendoti in quei nomi che diventano subito uomini e tu li ascolti e li vedi soffrire, gioire, respirare, far l'amore. Destini che s'incrociano e si salvano a vicenda, in un costrutto narrativo di suprema bellezza.
Ci sono immagini che s'imprimono nitide e vere nella mente, mentre insegui il tuo cuore rapito dalle storie. Storie di uomini. Storie che vengono fuori in una sorta di "stream of consciousness", in cui più che la cronologia conta il tempo interiore, che ti porta direttamente dentro le porte delle loro case e ti dischiude l'universo dell'anima. Fotogrammi sospesi tra un'Italia che si chiude dietro un perbenismo di facciata e cela solo irriguardose marginalità ed un'America Latina che grida la sua libertà con fierezza sconcertante, mentre è ancora oppressa da un macigno sul cuore che non la fa respirare.
Lo psicologo di origini tarantine, che ha una lunga esperienza di lavoro all'estero, proprio in America Latina, scrive di Perù, Nicaragua, Messico, Kosovo, Italia con la penna guizzante di una grande intelligenza che, come lama, squarcia la cortina dell'indifferenza dei tanti.
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