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Lost e dintorni
Post n°390 pubblicato il 02 Febbraio 2010 da falco58dgl
Questa sera negli Stati Uniti va in onda il primo episodio della sesta (e conclusiva) stagione di Lost, la fiction ambientata su un'isola dalle caratteristiche particolari dove alcuni superstiti di un incidente aereo si trovano a lottare per la sopravvivenza, tra misteri, apparizioni, mostri di fumo, abitanti ostili , viaggi nel tempo e miracoli. Lost è diventata una serie di culto e vanta centinaia di migliaia di fans sparsi nei quattro angoli del globo. Un esercito di appassionati che discute senza posa nei forum e nei siti dedicati anche i più piccoli dettagli che la fiction propone. Non è una patologia ossessiva, Lost ha fatto breccia nell'immaginario collettivo e i temi che tratta (il destino, le scelte, la redenzione, il tempo, la possibilità di avere una seconda chance, il senso della vita, la morte) sono temi universali, nodi e paradigmi delle aspirazioni individuali e collettive. Se a questo aggiungiamo le modalità di narrazione (decisamente postmoderne, fondate sul continuo rimescolamento dei contesti spaziali e dei piani temporali, la componente di mistero che pare volersi rinsaldare e non sciogliere nonostante manchino solo 16 episodi alla fine) e un cast di tutto rispetto, si capisce come Lost sia diventato un fenomeno planetario, qualcosa in più di una serie televisiva, per quanto ben fatta. La scorsa primavera, sulla base di queste suggestioni, ho iniziato a scrivere un romanzo ambientato sull'isola di Lost, immaginando che un fan italiano della fiction (Andrea, educatore in un servizio sanitario) s'imbattesse misteriosamente nell'isola e vi arrivasse in un momento particolare, nel Gennaio del 2005, un tempo "morto" della serie, perché alla fine di Dicembre del 2004, l'isola si sposta nel tempo e nello spazio e inizia a saltellare tra varie epoche come un capriccioso pallone da rugby calciato da un giocatore. Arrivando sull'isola, Andrea (che conosce benissimo gli eventi narrati nella fiction) si rende conto che la realtà è differente da quella prospettata dagli autori. Personaggi morti nella fiction sono vivi, altri sono sull'isola mentre dovrebbero averla abbandonata, appaiono protagonisti nuovi, non previsti nella trama originale... Questo è l'incipit del mio romanzo (My Personal Lost)
Alle tre e trenta del mattino Andrea spense il computer, dette un’occhiata con disgusto al portacenere colmo di mozziconi di sigaretta, represse un colpo di tosse e si preparò a ripetere i gesti abituali prima di andare a dormire: aprire la porta che dà sul balcone, sgombrare il tavolino rotondo pieno di bottiglie di acqua minerale, bicchieri che recavano tracce di un modesto Cabernet, tovaglioli di carta appallottolati, riviste, un piattino con briciole di pane, rassettare il divano, spegnere le luci della stanza, andare in bagno. Guardò la sua immagine riflessa nello specchio con rabbia e malinconia, come se si trovasse davanti a un altro se stesso invecchiato come nel ritratto di Dorian Grey, mentre l’idea che manteneva di sé era ancora giovane e vitale. Giovane e vitale un paio di palle, mormorò a bassa voce prendendo lo spazzolino e strofinandosi i denti svogliatamente. Mise la sveglia del suo cellulare alle otto e trenta, giusto in tempo per il primo appuntamento della giornata che aveva programmato prudentemente per le nove e quarantacinque. Poi, alle undici, due ore di accoglienza pubblica. Fece una smorfia allo specchio, spense la luce e si diresse al buio in camera da letto. Pose il cellulare sul ripiano del tavolo, si spogliò cercando a tastoni la sedia per appoggiare i pantaloni, s’infilò nel letto pensando che aveva davanti a sé meno di cinque ore di sonno. Marzia sarebbe tornata da Milano tra due giorni. Il letto era troppo vasto per una persona sola, la metà occupata da lei giaceva abbandonata come una vedova ancora in lutto, il suo corpo leggero non aveva prodotto nessun avvallamento nel materasso. Eppure era tanti anni che dormivano insieme, così tanti che avrebbe potuto dire di averne perso il conto, anche se ricordava perfettamente quanto tempo era passato. Ventitre anni e mezzo, di cui sedici su quel letto.
Si girò su un fianco, rimase così fino a quando sentì una sensazione di oppressione nello spazio intercostale sinistro, si voltò sull’altro lato, sbuffando. Doveva assolutamente dormire, per non svegliarsi come uno zombie o, peggio, non sentire la sveglia e inventare qualche scusa improbabile che giustificasse un suo ritardo. Sapeva che, per addormentarsi, doveva riuscire a distendere la mente, far fluire i pensieri senza la gabbia della tensione, inseguire immagini legate tra di loro da fili morbidi e aerei, simili ad aquiloni che s’innalzano in una giornata ventosa.
Gli aquiloni… curioso che Jack Shepard incontri in Thailandia quella donna che gli insegna a farli volare, una bellissima ragazza dagli occhi a mandorla, il corpo slanciato e un segreto da custodire. Jack è un calvinista, una persona afflitta da continui sensi di colpa, è incongruo vederlo su una spiaggia di Pukhet che si diverte e fa l’amore con una giovane Thai. Però, anche in quell’occasione, fa qualcosa di sbagliato, vuole che lei gli riveli il suo segreto e si fa tatuare sul corpo una frase che dice qualcosa come “cammini con noi, ma non sei uno dei nostri”, con il risultato che viene preso a cazzotti da un gruppo di giovani del posto e deve lasciare la città pesto e sanguinante. Bah, in fondo è fiction, eventi condensati che servono a dimostrare una tesi e a illustrare retroscena. La realtà non è mica così, procede per accumulazione, per ripetizione, assomiglia più a un piccolo conto in banca non ancora scalfito dalla crisi, a solchi che, col passare del tempo, diventano dei binari che segnano la direzione e rendono il percorso obbligato. Forse per questo i serial televisivi, soprattutto quelli fantastici e fantascientifici, hanno tanto successo, permettono a chi li segue di illudersi che la vita possa essere diversa, carica di sorprese, di misteri, di capacità speciali che ci rendono unici, che si possa invertire il passo del tempo e avere delle nuove chance.
Eh, non sarebbe male, non sarebbe male davvero, anche se schiantarsi su un’isola sconosciuta , senza acqua, senza cibo, in un luogo invisibile ai soccorritori e popolato da gente ostile che appare onnisciente è una situazione che ti ammazzerebbe nel giro di qualche giorno, altro che “Isola dei famosi”. Perdersi, perdersi e ritrovarsi, una posizione comoda, niente tensione, aquiloni, pensieri come aquiloni…[...]
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LA RECENSIONE
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DIECIMILA E CENTO GIORNI
Storie di uomini tra Italia e America Latina
di MARIA PIA ROMANO
Un tuffo che ha il colore del giallo ocra e del verde intenso, di mandorle amare, schizzi di sudore e deliri di lacrime. Di Italia ed America Latina, di viaggi e di fughe, di ritorni e di allontanamenti. Di esaltazione di popoli, di passioni e grida senza voce nella notte. Del blu e dell'azzurro di cielo e mare. Gli stessi che guardano fluire i giorni, i diecimila e cento giorni, mentre la brezza marina scuote il pino le cui radici restano annodate alla terra. All'amore, alla ricerca costante che dà un senso alle cose, alla vita che è fatta di scenari che cambiano, di sogni di libertà da
condividere con i compagni, di ansie e sconforti segreti, che si affondano nel dolore della bulimia, ingurgitando per rabbia e insoddisfazione cibi di cui non si riesce a percepire il sapore. Emersione, immersione, navigazione, approdo: in quattro sezioni si snoda avvincente la narrazione, che racchiude un arco di trentaquattro anni, dal 1970 al 2004.
E' uno di quei libri che si vorrebbe non finissero mai i "Diecimila e cento giorni" di Claudio Martini, edito da Besa. Ti capita tra le mani e lo leggi d'un fiato, perdendoti in quei nomi che diventano subito uomini e tu li ascolti e li vedi soffrire, gioire, respirare, far l'amore. Destini che s'incrociano e si salvano a vicenda, in un costrutto narrativo di suprema bellezza.
Ci sono immagini che s'imprimono nitide e vere nella mente, mentre insegui il tuo cuore rapito dalle storie. Storie di uomini. Storie che vengono fuori in una sorta di "stream of consciousness", in cui più che la cronologia conta il tempo interiore, che ti porta direttamente dentro le porte delle loro case e ti dischiude l'universo dell'anima. Fotogrammi sospesi tra un'Italia che si chiude dietro un perbenismo di facciata e cela solo irriguardose marginalità ed un'America Latina che grida la sua libertà con fierezza sconcertante, mentre è ancora oppressa da un macigno sul cuore che non la fa respirare.
Lo psicologo di origini tarantine, che ha una lunga esperienza di lavoro all'estero, proprio in America Latina, scrive di Perù, Nicaragua, Messico, Kosovo, Italia con la penna guizzante di una grande intelligenza che, come lama, squarcia la cortina dell'indifferenza dei tanti.
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