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Creato da: Antonio10d il 13/06/2007
blog di Antonio Del Prete

 

 

CIANCIMINO GETTA L’OMBRA DELLA MAFIA SU FORZA ITALIA

Post n°289 pubblicato il 09 Febbraio 2010 da Antonio10d
 

Reagisce il PDL, che parla di “disegno criminoso”

 

Le dichiarazioni di Ciancimino jr. scuotono il Palazzo della politica. Nell’ambito del processo in cui sono imputati l’ex comandante del ROS Mori e l’ex colonnello dei carabinieri Mario Obinu, il figlio di Vito, sindaco di Palermo negli anni ’70, definisce Forza italia quale frutto della trattativa tra Stato e mafia.

 Nell’aula bunker dell’Ucciardone prende corpo dopo quasi vent’anni una lettura alternativa del periodo delle stragi. Ad innescare la “bomba” un pizzino consegnato da Ciancimino nelle mani del pubblico ministero ed ammesso agli atti dal giudice: “Intendo portare il mio contributo che non sarà di poco conto perché questo triste evento non si verifichi. Sono convinto che Berlusconi potrà mettere a disposizione le sue reti televisive”. Con queste parole Bernardo Provenzano, perno dell’accordo che secondo il testimone indiretto bloccò la strategia stragista e condusse all’arresto di Riina, avrebbe minacciato il Cavaliere di ritorsioni contro il figlio, qualora l’attuale presidente del Consiglio non si fosse “ricordato” della collaborazione in atto con “Cosa nostra”.

Difficile che una testimonianza di tale gravità, dati i fatti ed i personaggi, potesse restare immune dal fuoco della polemica politica. Immediata la reazione di Alfano e Ghedini, i quali, oltre a bollare come falso il merito delle accuse, teorizzano una strategia di delegittimazione politica operata dalla procura di Palermo, evidentemente gradita alle cosche: “Non vorrei che vi fosse da più parti un tentativo di delegittimazione dell'azione di un governo che contrasta la mafia. La mafia non sempre sceglie la via dell'assassinio fisico, ma a volte quella della delegittimazione” – ha affermato il Guardasigilli con un’espressione dubitativa, che non alleggerisce il peso delle accuse e nulla toglie all’acrimonia di un conflitto senza precedenti tra politica e magistratura. Al di là della svogliata prudenza e delle formule ellittiche, il PDL sostiene, infatti, l’esistenza di un piano finalizzato alla caduta del governo Berlusconi, ordito, approvato o avallato dai magistrati di Palermo, che si gioverebbero dell’interessata loquacità di Ciancimino jr., e dalle cosche, avvelenate dalla politica di un esecutivo autore, stando alle parole del ministro Alfano, di una “guerra alla mafia con la normativa di contrasto più duro dai tempi di Falcone e Borsellino”.

L’Italia dei valori, ovviamente, fatta salva l’eccezione dello scettico Arlacchi, difende la magistratura ed utilizza le frasi del figlio di uno dei due leader siciliani (l’altro era Salvo Lima) della fu corrente democristiana “primavera”, come munizioni da scaricare addosso al premier: “l’Italia dei valori è un’alternativa di governo a quello piduista, fascista e a ciò che dice oggi Ciancimino, se fosse vero, paramafioso di Berlusconi” – sbraita Di Pietro.

 Intanto sul tavolo aumentano le carte, s’infittiscono i misteri e pare sempre più difficile assistere all’evolversi di questa vicenda senza indossare la toga o il doppiopetto blu.

 

 
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TERRY NON E’ PIU’ IL CAPITANO DELL’INGHILTERRA. RAGIONI D’IMMAGINE ALLA BASE DELLA DECISIONE DI CAPELLO

Post n°288 pubblicato il 06 Febbraio 2010 da Antonio10d
 

John Terry non è più il capitano della nazionale inglese. Lo ha comunicato oggi il ct Fabio Capello, il quale ha affidato la fascia al difensore del Manchester United Rio Ferdinand.

La decisione, conseguenza dello scandalo sessuale venuto alla ribalta in questi giorni, è stata dapprima comunicata al calciatore del Chelsea e poi ufficializzata alla stampa. Terry, che aveva avuto una relazione con la fidanzata di Bridge, compagno di nazionale ed ex del club londinese, ha dichiarato di rispettare la scelta dell’allenatore di Pieris: “continuerò a dare tutto per l’Inghilterra”.

Ciò che non è chiaro della vicenda è, invece, quale sia il vero scopo di questa scelta. Difficile pensare che sia stata una questione affrontata sulla base dell’etica, poiché al giorno d’oggi essa è considerata solo un inutile intralcio per bigotti. Figuriamoci, poi, se in un ambiente come quello del calcio, emancipato e plutocratico, si faccia caso a fatti di … corna.

Se, d’altra parte, l’obiettivo di Capello era quello di ridurre al minimo i problemi di coesione in seno alla squadra, in cui militano sia Terry sia Bridge, non sarà certo l’azzeramento della gerarchia tra i due a rasserenare il loro rapporto e a preservare lo spirito di corpo.

Probabilmente, quindi, in un mondo nel quale le regole del mercato rappresentano il nord di una ipotetica bussola, la mossa capelliana, forse suggerita dalla Football Association, è stata dettata soltanto da ragioni d’immagine.


 
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BOLOGNA. COMUNALI A GIUGNO, UN’ALTRA ILLUSIONE ?

Post n°287 pubblicato il 05 Febbraio 2010 da Antonio10d
 

Ora è davvero ufficiale: Bologna non voterà a marzo. Maroni, dunque, tarpa definitivamente le ali ad una città che, dopo un anno economicamente e politicamente difficile, aveva una gran voglia di “ripartire”.

Le dichiarazioni del Ministro dell’Interno irritano, peraltro, il segretario del PD Pierluigi Bersani e lo stesso Flavio Delbono, dapprima proprio dal Viminale costretto a lasciare frettolosamente per consentire alla città di recarsi alle urne a marzo, e poi incolpato del fallito election day.

Non è così peregrino pensare che, col senno di poi, il “buon Flavio” sarebbe rimasto in sella. D’altronde, in queste ore pare avere pensato e ripensato alla possibilità di revocare le sue dimissioni, salvo poi resistere alla tentazione.

Ora tocca al Parlamento giocare la sua carta. In tal senso, il deputato del PD Vassallo ha elaborato un emendamento al decreto sugli enti locali, che consentirebbe di utilizzare una data tra il 15 aprile e il 15 giugno per andare alle urne. Sul punto conviene Fabio Garagnani, coordinatore cittadino del PDL, ma nel centrodestra sembrano ad un tratto aver riscoperto quell’ossequio per la legalità, dimenticato quando si trattava di derogare alla Costituzione  approvando leggi in materia di Giustizia: “La legge parla di una sola finestra elettorale e le leggi vanno rispettate”, ruggisce Berselli. Mentre Giuliano Cazzola arriva addirittura a sdrammatizzare l’ipotesi di un lungo commissariamento.

Insomma, la scena politica bolognese somiglia sempre di più all’incendio del Reichstag ordinato da Hitler per accusare dell'accaduto i comunisti: sia il PD sia il PDL hanno fatto il possibile al fine di far dimettere Delbono, esprimendo all’opinione pubblica la volontà di recarsi immediatamente al voto. Of course. Peccato però che entrambi i partiti si siano poi adoperati per sabotare l’election day, incolpandosi reciprocamente per l’onta del commissariamento.

 La verità, come spesso accade, si nasconde sotto le righe. Guarda caso nel centrodestra a frenare sin’ora sono stati proprio Berselli e Raisi, i quali contano sui prossimi mesi per vincere quella battaglia interna, che consentirebbe loro di ottenere la candidatura a sindaco di Bologna. In un momento, peraltro, mai così vantaggioso. Dall’altra parte il PD ha bisogno di tempo per riorganizzarsi ed evitare una candidatura troppo “forte”, che l’eventualità di elezioni anticipate in un contesto così disastrato giocoforza imporrebbe. Infatti, cominciano a moltiplicarsi gli appelli all’ex Presidente del Consiglio, affinché si candidi. Egli, però, potente e “sopportato” dall’establishment democratico bolognese, declina e ringrazia. D’altronde sarebbe curioso vedere Prodi scendere in campo nella città reduce dal fallimento del suo “pupillo” Delbono. Ovvero dal “cattolico adulto” al “cattolico adultero”, andata e ritorno.

 

 
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IMUSSOLINI RIMOSSA DALLA APPLE. PER DENARO O PER “AMORE” ?

Post n°286 pubblicato il 05 Febbraio 2010 da Antonio10d
 

 

Benito Mussolini sempre al centro delle polemiche, neanche fosse un politico in attività. Stavolta, però, è toccata a lui la censura, quasi per un paradossale contrappasso della storia.

La Apple, infatti, ha cancellato l’applicazione “IMussolini” dai suoi prodotti, dopo che la proposta dei discorsi del Duce aveva scalato tutte le classifiche di vendita, consigliando al suo ideatore di raddoppiarne il prezzo.

E’ stato lo stesso Luigi Marino, tuttavia, “per non sapere né leggere né scrivere”, a rimuovere il software dal mercato dopo la minaccia dell’Istituto Luce: “Procederemo contro chiunque abbia impropriamente fatto uso e commercializzazione di materiale di nostra proprietà. Non abbiamo in alcun modo autorizzato la commercializzazione di tali filmati né al signor Luigi Marino, che risulta essere l’ideatore dell’applicazione, né tanto meno alla Apple”.

Lo sviluppatore si è comunque difeso dalle accuse, sostenendo di aver utilizzato materiale liberamente rinvenibile su internet; anche a questo proposito, però, è giunto l’anatema di Cinecittà”: è “odioso e diseducativo l’uso strumentale, e a fini economici, dei discorsi di Mussolini fuori dal contesto dell’analisi complessiva che caratterizza da sempre la produzione di documentari da parte di Cinecittà Luce”. Parole, queste, che ricordano le invettive della Chiesa “tridentina” contro l’”autodeterminazione” spirituale professata da Lutero, il quale abolì il medium sacerdotale per l’interpretazione delle Sacre Scritture.

Nel frattempo si erano levate proteste anche oltreconfine, come se la pubblicazione nuda e cruda di un fenomeno storico ne rappresentasse, per ciò stesso, l’apologia. Polemiche che non sono bastate a determinare nella Apple l’idea di censurare una buona fonte di guadagno. Evidentemente, nel caso specifico, più che di “storia-fobia” si è trattato di una banale questione di quattrini.

 
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L’INEVITABILE IPOCRISIA DELLA RAI

Post n°285 pubblicato il 04 Febbraio 2010 da Antonio10d
 

Morgan: “mi sto disintossicando”

“Sono ancora all'inizio del mio percorso di recupero dalla tossicodipendenza, ma voglio farcela, prima di tutto per mia figlia, poi per la musica che è la parte migliore di me”. Con queste parole Marco Castoldi, in arte Morgan, si confessa dalle frequenze di RTL 102.5, intervenendo nella trasmissione “Radio Gioventù”, condotta da Pierluigi Diaco.

 Il cantante, “traumatizzato” dall’esclusione sanremese, tenta, insomma, il tutto per tutto per “riprendersi” quella che doveva essere la sua rinascita musicale. E qualche spiraglio pare esserci, a dispetto del clamore suscitato dal caso e della solerzia con cui la RAI ha sbattuto la porta in faccia all’ex giurato di “X factor”.

 Intanto i commenti sulla vicenda continuano a rincorrersi. D’altronde, l’intervista rilasciata alla rivista Max da Morgan coinvolge, per forza di cose dato il contesto, la società, il mondo dello spettacolo e la politica. Se il centrodestra plaude alla decisione della Tv pubblica, Adinolfi, blogger ed esponente del PD, la boccia come ipocrita. Dello stesso avviso Claudia Mori, moglie del “molleggiato” e compagna di avventura di Castoldi nell’ultima edizione del talent show di Raidue: “Non mi piace tutta questa alzata di scudi che dà molto l'idea dell'ipocrisia, e poi non serve fatta in questa maniera. Non c'è dietro un ragionamento”. Don Gelmini, per il quale si tratta comunque di un provvedimento inutile, propone addirittura di sostituire Morgan con un ragazzo della sua comunità di recupero: “Non a cantare ma per dire a tutti che la droga fa male, crea dipendenza ed è morte. E comunque da essa si può uscire”.

 Prescindendo da valutazioni filosofiche sull’esistenza della libertà di drogarsi, e senza scomodare la Costituzione in materia di libera manifestazione del pensiero, occorre tuttavia porsi qualche interrogativo. E’ ipocrita escludere da una competizione canora un tossicodipendente (o ex) quando vi partecipano altri tossicodipendenti (o ex) ? Sì, lo è. Poteva la RAI evitare di prendere un simile provvedimento nei confronti di un idolo (e modello) dei giovanissimi a pochi giorni dal festival, compromettendo così la sua immagine ? No, non poteva. Accettare la partecipazione di Morgan nonostante il caos suscitato dalle sue dichiarazioni avrebbe significato, infatti, condividere, avallare o quantomeno legittimare il suo (smentito da lui, ma confermato dal direttore di Max) drug pride.

 E allora ? Il punto non è tanto la tossicodipendenza del cantante, ma il messaggio da lui promosso (volutamente o meno), amplificato e sostenuto dalla prospettiva sanremese. Allora, se si cerca il successo esasperando la trasgressività del proprio personaggio, bisognerebbe anche pensare a quanti, spesso giovanissimi, affascinati dal trucco e dalle paillettes, cadono nell’emulazione senza che ad attutirne il tonfo ci siano soldi e fama.

 

 
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COMUNALI DI BOLOGNA, PD ALLE PRESE CON LE PRIMARIE: E’ BAGARRE

Post n°284 pubblicato il 29 Gennaio 2010 da Antonio10d
 

A Bologna ormai si passa da un tormentone all’altro. Se Delbono ha sfogliato la margherita (ma l’ultimo petalo l’ha strappato il partito) per decidere se dimettersi o meno, ora servirà un prato intero per scegliere il candidato sindaco del PD.

 

Sempre che sia un democratico. Da più parti, infatti, si chiedono primarie di coalizione. Sia Arturo Parisi, prodiano di ferro, sia il capogruppo in comune Sergio Lo Giudice, propenderebbero per una consultazione allargata agli altri soggetti della sinistra. Si conta forse, come accaduto in Puglia, su una mobilitazione generale, capace di energizzare l’elettorato, anche se a Bologna fuori dal PD non esistono personalità del carisma di Vendola (neanche all’interno, per il vero). Ad ogni modo, Andrea De Maria, segretario provinciale, esclude tale ipotesi dati i tempi stretti.  

La data ? A conti fatti, probabilmente il 14 febbraio, giorno inviso a Maurizio Cevenini, il quale lo utilizzerebbe volentieri per migliorare il suo record di oltre quattromila matrimoni celebrati. Solo una battuta o un niet alle primarie ? “Le primarie non sono un dogma. Nei tempi stretti la priorità è il candidato forte e condiviso. Serve unità e bisogna dare un messaggio di serietà a questa città”, incalza il “sindaco dello stadio”, senza escludere peraltro una propria candidatura. Anzi, queste parole sembrano scolpire esattamente il suo profilo.

Dello stesso avviso i Verdi, che però preferirebbero un personaggio apartitico: “Le primarie? Ma per favore... bisognerebbe cercare fuori dai partiti, viste le perfomance rese dai partiti finora. Ci vorrebbe un candidato fuori dai partiti e riconosciuto per il suo impegno, un tipo alla Milena Gabanelli”.

Al di là delle boutades sono tanti ancora i nomi in ballo. Dall’assessore regionale alle attività produttive Campagnoli al vicesindaco Merighi, dal presidente del Consiglio provinciale Merola a Luciano Sita, si moltiplicano di giorno in giorno le ipotesi dei “papabili”. E il tempo stringe.

 

 
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CINZIA-GATE: IL PD BOLOGNESE SULLE SPINE, NEI CORRIDOI CIRCOLANO VOCI DI DIMISSIONI

Post n°283 pubblicato il 24 Gennaio 2010 da Antonio10d
 

Si è tenuta venerdì sera nella sede di via Rivani la riunione dell’esecutivo provinciale del PD bolognese. Originariamente convocata per discutere di elezioni regionali e candidature, l’assise si è occupata soprattutto di un tema spinoso, peraltro “liquidato” in poco più di mezz’ora: il “Cinzia gate”.

Il segretario provinciale Andrea De Maria ha trovato il consenso unanime su una formula neutrale, atta a coprire le spalle del partito. Se da una parte, infatti, si è affermata l’innocenza di Delbono, dall’altra è stata espressa piena fiducia nel lavoro della magistratura. Una posizione cauta e molto diversa, a ben vedere, da quella assunta non più di un mese fa, quando il PD, incalzato da un Popolo della Libertà locale incoerentemente (rispetto al dogma governativo) “giustizialista”, faceva professione di garantismo, difendendo a spada tratta il suo sindaco.

Evidentemente nel frattempo qualcosa è cambiato. D’altronde le ultime dichiarazioni della Cracchi hanno posto più di un’ombra sulla condotta dell’ex vicepresidente della regione Emilia – Romagna. Una presa di distanza, seppure smussata da una esplicitata fiducia, era dunque inevitabile.

Intanto tra i democratici si fanno largo persino voci che non escludono le dimissioni di Delbono, in carica da meno di un anno. Per la città, inchiodata da una mal curata crisi economica, perdere la stabilità politica sarebbe davvero un brutto colpo. L’ex partitone rosso, invece, qualora le cose dovessero precipitare, avrebbe già pronto l’argomento di deresponsabilizzazione politica. Il più democratico e partecipato degli alibi: le primarie.

 
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Milan, Sacchi e Leonardo a confronto

Post n°282 pubblicato il 21 Gennaio 2010 da Antonio10d
 

Negli ultimi tempi piovono i confronti tra il Milan di Leonardo ed altre formazioni passate alla storia del calcio. Dapprima l’attenzione è andata sul Brasile del 1982: quello allenato da Tele Santana. Un po’ perché il modulo “leonardiano”, ribattezzato “4-2-fantasia”, ricorda sulla carta l’attitudine offensiva di quello storico Brazil, ma soprattutto per le parole dette dal tecnico milanista ad inizio stagione. Egli, infatti, nei primi giorni di ritiro, immaginava un Milan che si disponesse in campo con tre attaccanti in linea o quasi, più un trequartista a ridosso. Com’è noto quel progetto fu abbandonato ben presto per riabbracciare il rassicurante schema ancelottiano, ma poi ripresentato all’ultima spiaggia contro la Roma con esiti positivi.

Recentemente, un Milan “reduce” da un filotto di vittorie e bel gioco è stato paragonato a quello di Sacchi. Lo stesso ex ct della Nazionale ha speso parole lusinghiere per la creatura di Leonardo, dicendosi finalmente convinto dal “calcio totale” praticato dal Diavolo negli ultimi match di campionato. Se da un lato un simile accostamento regge, dall’altro non è soddisfacente. E non soltanto per la continuità ed i trionfi che questo Milan deve ancora dimostrare di poter raggiungere. Andiamo con ordine.

La rosa

L’ultima campagna acquisti ha permesso di ringiovanire una rosa divenuta ormai logora, ma non di azzerare la differenza di età con la squadra di fine anni ’80, la quale vantava un’età media di circa 25 anni. Il dato non è una semplice curiosità, poiché un calciatore giovane è maggiormente propenso al sacrificio atletico e all’apprendimento di concetti innovativi. La capacità di Leonardo è stata quindi quella di convincere giocatori affermati a partecipare ad un gioco “nuovo”, pur non potendo vantare alcun pedigree da tecnico vincente.

In secondo luogo occorre soffermarsi sul livello tecnico delle due formazioni  a confronto. Il Milan di Sacchi rappresentava un sublime mix di fisico e tecnica, mentre la squadra di Leonardo compensa una minore attitudine atletica con un tasso di classe leggermente maggiore; tant’è che, quando i giocatori erano lontani dalla forma, si formavano in campo spesso due tronconi “stile oratorio” con sei difensori e quattro attaccanti. Oggi che la tenuta fisica della squadra è buona  ed i meccanismi sufficientemente oliati, Sacchi parla addirittura di “calcio totale”. Vediamo perché.

Il modulo

La differenza che balza subito agli occhi tra i due Milan separati da oltre vent’anni consiste nella disposizione in campo: 4-4-2 per il primo, 4-2-1-3 per il secondo.

La difesa

Dovendo superficialmente sintetizzare il “sacchismo”, useremmo tre parole: pressing, fuorigioco, sovrapposizioni. Sostanzialmente la linea difensiva delle sue squadre era sempre molto alta (spesso a centrocampo), impegnata allo stesso tempo in un’azione di pressing e di fuorigioco continuo. All’epoca tale pratica non era utilizzata dai tecnici italiani, che preferivano proteggersi con un libero alle spalle dei marcatori; con essa, quindi, si causarono diversi problemi agli attaccanti avversari, spaesati al cospetto di questa novità (ricordiamo le 22 volte in cui gli attaccanti del Real caddero in fuorigioco a Madrid). I difensori di Sacchi, dunque, si muovevano più o meno come i centrocampisti (nella fase difensiva), ma qualche metro indietro: aggredendo e raddoppiando il portatore o il ricevitore del pallone nella rispettiva zona di competenza. Tale pressione si accompagnava ad un fuorigioco esercitato sistematicamente col duplice fine di tenere gli attaccanti avversari lontani dalla porta, recuperare il pallone e far ripartire immediatamente l’azione. A questo punto i difensori non si disinteressavano della manovra, ma vi partecipavano, da una parte salendo e mantenendo la squadra corta, dall’altra impegnandosi in continue sovrapposizioni sulle fasce laterali, allo scopo di creare sorpresa, superiorità numerica e raggiungere fondo campo per crossare al centro. A differenza di Sacchi, Leonardo utilizza la trappola del fuorigioco assai più raramente, porta meno pressione con i difensori, ma similmente detta ai due terzini di accompagnare l’azione, per sovrapporsi ed andare al cross; il che avviene molto più facilmente adesso con i giovani Abate e Antonini, rispetto a prima con Oddo e Zambrotta.

Centrocampo

Il centrocampo di Sacchi era più muscolare e feroce nella fase di pressione di quello di Leonardo. Ciò garantiva una transizione immediata, accompagnata da una linea difensiva alta a protezione, un recupero rapido del pallone ed una ripartenza fulminea verso la porta avversaria. Gli esterni, con la squadra in possesso del pallone, alternavano movimenti ad allargarsi per arrivare al cross, e a stringere per andare al tiro o per favorire la sovrapposizione dei terzini sulle fasce, i quali comunque costituivano un’opzione in più per la giocata offensiva ed un punto di riferimento in meno per la difesa avversaria.  Il reparto mediano di Leonardo è completamente diverso: due giocatori restano maggiormente a protezione della difesa, uno dei quali – Ambrosini – va spesso in pressing sul portatore di palla avversario, mentre l’altro – Pirlo – si dedica alla gestione della palla e alla ripartenza dell’azione. Seedorf, liberato dall’”ipocrisia” del 4-3-1-2 ancelottiano, che ne prevedeva l’impiego sul centrosinistra per poi vederlo vagare a tutto campo, funge finalmente (dal suo punto di vista) nella posizione di rifinitore, abile quando serve a mantenere la calma, il pallone, e a rifornire il tridente offensivo, duettando spesso sulla sinistra con Ronaldinho. In buona sostanza un centrocampo più anarchico di quello sacchiano, ma anche più bloccato sia per quanto riguarda i movimenti in orizzontale sia quelli in verticale: in pratica la posizione più avanzata di  Seedorf sostituisce i continui movimenti, pur concentrati nei trenta metri (l’ottimo) di lunghezza della squadra, dei vari Colombo, Rijkaard, Ancelotti e Donadoni.

Attacco

Qui la differenza più evidente si chiama Ronaldinho: calciatore dal talento assoluto, che Sacchi non aveva. Il Milan di fine anni ’80 privilegiava infatti giocatori che abbinavano ad una tecnica indubbiamente fantastica altrettanta capacità atletica. L’emblema di quanto appena detto è rappresentato da Ruud Gullit, strapotere fisico al servizio di ottimi piedi. Per Sacchi gli attaccanti erano i primi difensori: pressavano e difendevano la zona, muovendosi armonicamente con il resto della squadra in modo da mantenere le distanze. Anche in questo caso la formazione di Leonardo appare più anarchica, con il solo Borriello che aiuta in copertura con continuità, mentre Pato e Ronaldinho lo fanno più sporadicamente.

Dopo aver visto le differenze più grandi, occorre però, infine, sottolineare gli aspetti che accomunano i due Milan: zona, gioco sulle fasce laterali con i terzini che spingono, coinvolgimento di tutti i giocatori nella manovra, compresi  i due difensori centrali (i quali spesso avanzano; soprattutto T. Silva oggi e Baresi ieri), Caratteristiche, queste, che hanno convinto Sacchi a parlare di calcio totale a proposito della creatura di Leonardo.

 

 
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Delbono proponga di abolire il matrimonio !

Post n°281 pubblicato il 13 Gennaio 2010 da Antonio10d
 

Povero, povero sindaco Delbono! Qualcuno lo liberi dalla prigione legislativa che per ben tre volte gli ha impedito di sposare persone dello stesso sesso. Quale tremenda sofferenza! Ha dinanzi a sé l’unico modo per giungere ad un record durante la sua amministrazione: sposare il maggior numero di omosessuali (sempre se riesce a strapparli dalle grinfie di Cevenini …). Purtroppo però la strada è sbarrata. Colpa di un “paradosso legislativo”, secondo Flavio, il quale afferma che siccome usiamo tutti la stessa moneta, ossia l’aspetto notoriamente più importante per l’essere umano, allora dovremmo attrarre per osmosi le legislazioni di altri Paesi europei in materia di matrimonio gay. Che ragionamento profondo e raffinato! Perché, dunque, non diventare avanguardia deliberando le unioni tra gli animali o le piante? O tra l’ape ed il fiore dalla stessa impollinato. Anzi, in un certo senso, essi avrebbero maggiori diritti rispetto a due uomini o due donne: in fin dei conti creano qualcosa dal nulla; vogliamo forse discriminarli? Saltando dall’ironia alla provocazione, proponiamo a Delbono di chiedere che l’istituto del matrimonio sia abolito. D’altronde equiparare tutto e tutti, stabilendo diritti e doveri a prescindere dalla realtà, significa eludere le ragioni per cui esso esiste ed è nato: disciplinare e tutelare una situazione specifica e peculiare.  Delbono si faccia quindi curare dalla matrimoniomania da cui è “affetto” per farsi portavoce dell’unica istanza coerente con le sue idee: abolire il matrimonio!

 
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Crocefisso, Islam, minareti. Fermi tutti

Post n°280 pubblicato il 02 Dicembre 2009 da Antonio10d
 

Abbiamo vissuto giornate di colpevole caos mediatico. Dapprima la proposta di istituire un’ora di Islam nelle scuole pubbliche, poi la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo contro il Crocefisso, infine il referendum svizzero sui minareti. Tutti hanno detto la loro, spesso a sproposito. Negli anni duemila anche politica ed informazione sono fast food nei quali mangiare tanto e subito. E a volte si vomita. Così è stata gettata benzina sul fuoco dello scontro di civiltà, tema davvero troppo inflazionato da otto anni a questa parte. Cui prodest ? Proviamo a fermarci un attimo tutti e ragionare, limitandoci al “piccolo” dibattito interno.

Indubbie sono le differenze tra la società Italiana e quelle Islamiche. Dico “quelle” perché è impossibile individuare un corpo unico omogeneo capace di includere utilmente tutti i mussulmani del pianeta. Pertanto chi si diverte a gettare inchiostro contro il tipico seguace di Maometto, descrivendolo come tagliagole, misogino, in perenne guerra contro l’infedele, può essere quantomeno tacciato di superficialità.  Sia chiaro: tali “loschi figuri” esistono nel mare magnum che ondeggia verso La Mecca, così come non mancano individui pronti a far saltare in aria con loro l’Occidente variamente inteso. Quanto detto è tuttavia  insufficiente per tratteggiare l’esistenza di un conflitto reale tra soggetti antagonisti.

Senza andare a ricercare cause prime o scomodare la geopolitica, basta qui trarre dall’ultima polemica sui minareti due tra i più accesi protagonisti: la Lega Nord e Massimo Teodori. I leghisti, felici per il responso popolare; il giornalista turbato. Se i primi, novelli crociati, si dividono tra l’ampolla del “dio Po” e l’acqua Santa, Teodori, fallaciano teorico dello scontro di civiltà, argomenta la presunta erroneità della scelta svizzera con la superiorità che il mondo Occidentale dovrebbe mostrare all’Oriente, garantendo anche ai mussulmani libertà di culto. Praticamente una barzelletta. La xenofobia e l’avversione per l’altro hanno caratterizzato tutti i popoli nella storia; soprattutto in momenti di crisi. Ciascuno ritiene la propria cultura “superiore” a quella del “vicino”: è normale e sano. E’ sbagliato, tuttavia, fare della propria presunta superiorità una categoria politica, in un senso o nell’altro: l’ historia magistra vitae sta lì a ricordare l’esempio dell’Impero Romano.

Dopo oltre millecinquecento anni poco è rimasto di quella lezione: il dibattito sul referendum svizzero non è che l’ennesima dimostrazione. Il tutto si può riassumere citando e commentando gli argomenti sostenuti dai contendenti pro e contro i minareti. Da una parte, infatti, si rallegrano i conservatori, gli anti – islamici, “quelli che l’Occidente”, per i quali inginocchiarsi verso est equivale ad un atto di guerra; dall’altra i professoroni democratici, pronti a bacchettare la stupida massa di montanari che non ha compreso.

La questione in realtà è molto semplice: gli svizzeri hanno detto no ai minareti, non all’Islam, né alle moschee. La libertà di culto, insomma, non c’entra nulla, e non si tratta assolutamente di una guerra di religione. Chi ha parlato di sconfitta della democrazia e coloro i quali, dopo aver utilizzato il Tricolore per l’igiene personale, hanno proposto di “arricchirlo” con una croce, sono finiti in fuorigioco.

I progressisti, per i quali la democrazia è una materia in cui rimandare le masse a settembre, hanno criticato la scelta del referendum, invocato la laicità, inveito contro la chiusura ed il razzismo. Tra essi il neoacquisto Gianfranco Fini, che, con la cravatta rosa e la sua mimica decisa – un po’ mamma un po’ porca – declina in modo persuasivo il concetto di identità dinamica. Per me - che mammone non sono e il rosa non mi rassicura (semmai mi “turba”…) – affermare che l’identità di un Popolo possa mutare nel corso di una generazione è una contraddizione in termini. E una presa per i fondelli. Anche perché la coesione, in base alla quale individui possono vivere insieme, finirebbe in lavatrice, e la società stritolata.

Gli svizzeri lo hanno capito, poiché non si sono limitati ad impedire la costruzione di minareti, né hanno imitato il Governo Italiano, che sull’immigrazione fa solo molta propaganda ( come definire diversamente la politica dei respingimenti, tanto pubblicizzata, ma “utile” a filtrare soltanto il due per cento dei flussi complessivi ?): in Svizzera “entrare” e diventare cittadini è davvero molto arduo. Gli Italiani lo sanno bene.

D’altra parte in un Paese come l’Italia, a natalità zero ed in preda a migrazioni massicce, diventa difficile dire dei no ponendo questioni d’identità. A fronte di una popolazione immigrata che assorbe via via quote di società nazionale, come impedire la costruzione di luoghi di culto “altri”, preservando al tempo stesso l’ordine pubblico ? Il problema, per una Nazione che vuole restare sé stessa, si risolve certamente limitando l’immigrazione, ma soprattutto mediante radicali politiche demografiche. E’ una questione di equilibrio, che, qualora perturbato, determinerebbe inevitabilmente forti e drammatici scossoni. Non lo capiscono i “progressisti” e neppure i “conservatori”, parolai inconsapevoli che ignorano una differenza fondamentale: conservazione e Tradizione sono etimologicamente, nonché sostanzialmente agli antipodi.

 

 

 
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Stefano Cucchi e lo Stato bullo

Post n°279 pubblicato il 11 Novembre 2009 da Antonio10d
 

Il caso di Stefano Cucchi ha scosso la mia coscienza, come quella di tutti coloro che riconoscono nell’altro il loro simile e nell’altrui dolore il proprio. Il mio senso dell’ordine e delle regole, nonché lo scivolo umano che induce a scegliere da quale parte stare, hanno costruito in me nel tempo una presunzione pro polizia. Nel senso che ogni atto o fatto dubbio e controverso veniva risolto dai miei ragionamenti con un laconico: “se rispetti le regole non può succederti nulla di male”. Retaggio senz’altro di una immaturità ottimista, e superficialmente ingeneroso per la mia profondità di oggi. Tuttavia importante per esprimere la distanza mentale che mi separa dalla folta schiera di “anti sbirri” che abita l’Italia.

Proprio muovendo da questo presupposto vengo a dire ciò che debbo. Pur avendo ascoltato le parole di Giovanardi è come se ne avessi sentito la puzza. Emblema dei politici parrucconi, il presidente dei “Popolari liberali” ha emesso la sua velata sentenza, steso sul velluto di una poltrona a far riposare la sua incomoda ingordigia. Lo immagino: uno stracco ed impercettibile assestamento del pancione ed il laconico affanno sputato verso il suo capo ufficio stampa: “era anoressico e drogato”. Quattro parole gettate a terra come una ormai inutile cicca di sigaretta. Non si liquida così una morte. Neppure se davvero l’anoressia od un’overdose fossero state le reali cause. Come se non avessimo visto le fotografie.

D’altronde di cosa stupirsi ? Di chi brandisce il Crocefisso come arma elettorale per poi ripudiare i chiodi e la corona di spine ? Politica e religione corrono sicuramente su due binari diversi. Devono farlo, ma il “carburante” a volte è lo stesso: umanesimo e responsabilità. Guardare dall’altra parte, gettando distrattamente un velo sul cadavere, vuol dire allargare la macchia del crimine. Negare il delitto di pochi significa responsabilizzare tutti, umiliandone il sacrificio e l’onestà. Questa non è forza, né autorità. Lo Stato forte è quello che impone a tutti le stesse regole e le fa rispettare. Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri, Stefano Cucchi ed altri ancora non meritavano di morire. Questo è lo Stato bullo. Uccidiamo il “Leviatano”.

 

 
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Verdetto sul Berlusconismo

Post n°278 pubblicato il 08 Ottobre 2009 da Antonio10d
 

[Questo è un post "postumo", scritto nel primo pomeriggio di ieri ( quindi prima della sentenza della Corte ) che per mancanza di tempo ed ironia della sorte non sono riuscito a pubblicare in tempo utile; è scaduto, ma le notazioni di carattere generale si possono salvare...]

 

Sono ore calde di fronti gocciolanti e polvere da sparo. La scure della Consulta pende minacciosa sul salvacondotto del legato popolare. Il lodo Alfano, chiamato così - parrebbe - in omaggio ad una burlesca ironia, è stato il frutto di un "accordo" ottenuto mesi fa puntando la pistola della fiducia sulle tempie dei "borsisti" delle due Camere. Scusate, avete ragione, meglio puntualizzare: delle due Camere parlamentari. In tempi tanto ambigui di rovesciamento etico non basta una umile maiuscola a distinguere il purpureo velluto delle onorevoli poltrone dall'ardita seta del lettone presidenziale. A maggior ragione data l'affinità occasionale dei metodi di reclutamento.

Lasciati i palazzi romani per recarci al fronte, udiamo incrociarsi urla provenienti da opposte trincee. C'è chi afferma la indispensabilità democratica del suddetto lodo richiamando il rischio di un sovvertimento giacobino della volontà popolare espressa nell'aprile dell'anno passato. L'esito elettorale sarebbe stato il medesimo qualora quello stesso popolo, in virtù di una sentenza della magistratura - che ad onor del vero oggi ancora manca - avesse conosciuto il Berlusconi corruttore di giudici ? Domanda inutile: in quel caso egli non si sarebbe nemmeno potuto presentare. Appunto. Allora la questione diventa: i cittadini Italiani vorrebbero ancora il Cavaliere alla guida del Paese se fosse accertato il crimine? Altro interrogativo vano: Silvio, vicenda e conseguenze penali a parte, si dovrebbe quantomeno dimettere a prescindere dai sondaggi di Euromedia. Il problema dunque non si porrebbe nemmeno. Con i se e con i ma, tuttavia, non si fa la storia. E allora perché dalle opposte trincee si invocano tanto democrazia e volontà popolare ? Qualcuno forse ritiene la legge condizionata dal conteggio delle schede, e dunque a questo quantitativamente e qualitativamente subordinata: "ho vinto ergo comando" (non "governo"). Probabilmente altri, timorosamente snob, crederanno invece che gli italiani siano talmente immaturi e seducibili da poter accettare qualsiasi peccato del leader maximo eletto a salvatore della Patria.

Taluni sostengono la necessità di una norma finalizzata a garantire la stabilità del Governo in carica. Allora perché includere nel pacchetto anche le prime tre cariche dello Stato ? Il motivo probabilmente risiede nella inopportunità dell'esplicitare la funzione specifica di una disposizione cucita addosso a Silvio Berlusconi. Ammesso ciò, siamo al punto di partenza. Può mai essere stabile un esecutivo diretto da un uomo sul cui capo pendono, direttamente o indirettamente, diversi giudizi penali e - cronaca di questi giorni - civili ? Senza contare la tormentata vita amorosa dell'ignaro premier. Beh, se il Legislatore voleva a tutti i costi una guida stabile per il Paese, quantomeno dirglielo. A Silvio, s'intende. Magari sarebbe stato più accorto.

Il punto maggiormente dolente non riguarda però né la legalità, né la democrazia, né tantomeno la stabilità governativa. Che poi questa ultima fosse un principio costituzionale fondamentale non ce n'eravamo proprio accorti. Prima Repubblica docet. Il problema è l'uguaglianza. "La legge è uguale per tutti" recitano le Italiche aule di Giustizia. E'possibile derogare a questo principio? Andiamo con ordine. Sotto il profilo costituzionale l'applicazione dell'art. 3 (che enuncia proprio il principio di uguaglianza) si traduce nel prevedere le medesime soluzioni in situazioni uguali e viceversa in casi differenti. Il punto quindi è: il Presidente del Consiglio (e le alte cariche coinvolte nel lodo Alfano, che tralasciamo per semplicità e manifesta ininfluenza ...) svolge una funzione che lo pone in una condizione diversa rispetto a tutti gli altri cittadini? "Certamente!", risponderebbe l'uomo della strada, il quale spiegherebbe che "il Capo del Governo gode del consenso popolare, ha la responsabilità di guidare una Nazione e deve quindi godere di una immunità, seppure temporanea, che gli consenta di lavorare al meglio per il bene comune". "E per porsi al riparo dagli attacchi periodici di una magistratura politicamente avversa ed ostile" direbbero i più maliziosi. Non è così semplice. Gli argomenti a sostegno della derogabilità del principio di uguaglianza debbono essere costituzionalmente fondati. Vale a dire che "valori" protetti dalla Costituzione dovrebbero risultare più "pesanti" da una ipotetica operazione di bilanciamento; quindi da proteggere maggiormente rispetto al suddetto bene giuridico. Può  l'art. 3, che fa della Repubblica Italiana uno Stato propriamente (ma teoricamente) di Diritto, essere in tal senso "vinto" dal fine della stabilità governativa ? Questo è, in'ultima analisi, il punto centrale. L'uomo della strada (il dirimpettaio di quello di cui sopra) potrebbe ancora maliziosamente commentare che la pratica conseguente ad una risposta affermativa vedrebbe un Capo del Governo, più uguale degli altri, continuare a farsi "stabilmente" e indisturbato i fatti suoi. Noi, d'altra parte, più umilmente concordiamo che il supremo responsabile della politica nazionale debba essere "più uguale degli altri". Nel senso, però, delineato implicitamente dal principio della separazione dei poteri, base di una democrazia compiuta: egli dovrebbe essere, come la moglie di Cesare, al di sopra di ogni sospetto, e per ciò stesso più "controllato". Lo esigono l'immagine, l'onore, il Popolo di una Nazione che va rispettata prima di ogni altra cosa. Anche per questo è irresponsabile e menefreghista sottovalutare la portata internazionale della abitudini "mondane" del Presidente del Consiglio in termini di credibilità, serietà ed importanza politica ( "grazie a Dio" è sufficiente qualche chilo di carne umana cotta al sole dell'Afghanistan per rimediare ... ); ma questa è un'altra storia ...

La Corte Costituzionale si trova a dirimere questo intricato groviglio di vite, partiti, scenari politici. Cosa succederà ? Nel caso in cui il ricorso venisse rigettato Berlusconi ne uscirebbe incredibilmente rafforzato al cospetto di una sinistra che si è approcciata a tal verdetto come ad una questione di vita o di morte. Fini, Casini e Montezemolo verrebbero poi ricacciati indietro come per effetto di una risacca. E se la sentenza fosse di accoglimento ? Molti dai banchi della maggioranza dipingono scenari apocalittici parlando di golpe. Se nell'alleanza PDL - Lega Nord il sospetto aleggia a tal punto da far venir meno la fiducia nel supremo organo di garanzia costituzionale perché non imbracciare le armi o quantomeno radere al suolo il vigente ordinamento ? Giusto: Bossi è già pronto. Scherzi (della natura) a parte, l'Avvocatura dello Stato che difende il lodo Alfano nel giudizio in questione pone ad argomento del rigetto le dimissioni del premier e la conseguente drammatica situazione d'instabilità politica che deriverebbero da un eventuale accoglimento. Saltando a piè pari le considerazioni sulla raffinatezza giuridica di tale argomentazione, basterebbe rispondere  che l'Italia è una repubblica parlamentare. Dunque, se è vero che il Presidente del Consiglio si troverebbe ad affrontare tutti i procedimenti penali in cui è imputato, nondimeno rimarrebbe inalterata l'attuale maggioranza di Governo. Certo sarebbe tutto da verificare il comportamento di un Bossi privato del "compagno di merende", ma tant'è allo stato delle cose. Ammesso che Berlusconi si dimetta (il che non è scontato dati i precedenti), Napolitano, altro sconfitto di questo potenziale scenario, nominerebbe il nuovo Presidente del Consiglio, il quale potrebbe contare sul sostegno di PDL e Lega.

In definitiva, cosa augurarsi ? Che l'Italia esca definitivamente dal cortocircuito pubblico-privato in cui l'ha infilata il Cavaliere. Il nostro Paese non merita di vedere le sue sorti politiche e legislative condizionate dal privato penale, civile o sessuale di un solo uomo. Viva il popolo Italiano. Viva la legalità !

 

 
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Berlusconi, Boffo e la "malafemmina" (Koff...)

Post n°277 pubblicato il 30 Agosto 2009 da Antonio10d
 

Tutti si sentono in dovere di prender parte. In una rissa, però, difficilmente c'è qualcuno che ha ragione, e tutti fanno una brutta figura. Un giornalista dovrebbe informare e non coprire le spalle al politico di turno (peraltro proprietario del quotidiano che dirige) in difficoltà, mediante incursioni che definire "spregiudicate" è dire poco. Quale sarebbe poi l'argomento ? "Dici che Berlusconi è un sessuomane che se la fa con ragazzine e prostitute ? ( così apriva il "Financial Times" di ieri ) Ebbene, stai zitto, ché sei un violento invertito !" Quanto meno infantile, non vi pare ?

 

Non si tratta di morale, né di ipocrisia. Anzi, i moralisti sono proprio coloro i quali gridano "chi è senza peccato scagli la prima pietra!", equiparando di fatto, sotto il profilo morale, Berlusconi e il direttore di Avvenire. La questione è di immagine e di ruolo. Personalmente, se il mio vicino di casa passa le serate accompagnandosi a procaci fanciulle, non ci faccio troppo caso. Se, invece, colui che rappresenta l'immagine dell'Italia all'estero, trasforma la sua residenza estiva in un "paese dei balocchi per adulti", nel quale vengono ricevuti (anche) capi di governo stranieri, qualche problema ce lo vedo. Credo che le Istituzioni, la Nazione, il ruolo ricoperto, meritino un po' di rispetto e contegno in più di quelli espressi da un settantaduenne che non accetta la sua età e sbava ancora al solo odor di carne fresca.

 

Italia, Italia … Terra di Santi, poeti, navigatori … e “puttanieri”. Sic!

 

 
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La Lega sbatte Napolitano e il PDL nelle “gabbie salariali”. La chiave per uscirne ( quoziente familiare ) è stata smarrita …

Post n°276 pubblicato il 12 Agosto 2009 da Antonio10d
 

 

Il dibattito politico è da tempo ostaggio della Lega Nord. Mentre in passato, però, dagli altri partiti della coalizione di centrodestra si levavano immediatamente dichiarazioni “tranquillizzanti” ( almeno nel fine originario ), che etichettavano le sparate di Bossi e compari quali uscite ad uso e consumo della base “padana”, oggi la musica è cambiata. Il Berlusconi IV, infatti, è caratterizzato dalla costante rincorsa del Popolo della Libertà agli alleati di governo. Il partito di maggioranza relativa è di fatto subalterno sotto il profilo programmatico ad un movimento che vanta all’incirca solo un quarto dei suoi elettori.

 Da questo quadro le “camicie verdi”, dapprima snobbate e ritenute un effetto collaterale grezzo della seconda repubblica, emergono in modo rilevante; con esse anche i temi proposti: dal dialetto a scuola, nella duplice veste di materia di studio e criterio d’accesso alla professione docente, ai vessilli locali di sostegno al “poco amato” Tricolore ( in attesa di superarlo ); dal federalismo fiscale alle “attuali” gabbie salariali. Pur sorvolando sulle canzoni intonate in occasione delle feste di partito anche da elementi di spicco del Carroccio, non si può ignorare questo continuo attacco all’Italia e alla sua integrità. E’ del tutto naturale, quindi, che l’uomo della strada, quello che ha studiato due – articoli – due della Carta fondamentale alle scuole medie, si chieda cosa accipicchia stia lì a fare il Presidente della REPUBBLICA ITALIANA se non a garantire l’Unità dello Stato ed il rispetto della Costituzione repubblicana ( n.d.P. : nota del Popolo ). Napolitano tace. Tuttavia, da migliorista che era in “gioventù” dev’essere diventato migliore tout court . Ergo non si può criticare. Oppure, come d’altra parte è evidente, anche la Carta Costituzionale si è piegata ad una delle regole prime degli ultimi decenni nazionali: le opere “transitorie”, destinate a durare, divengono più stabili ed importanti di quelle “fondamentali”…  Che dire ? Laddove tendopoli e container rappresentano la normalità è logico attendersi che lo sciacallo di turno ( leghista !?! )  acquisti considerazione ed autorevolezza.

 Va dunque preso sul serio. L’ultima proposta scaturita dalle prolifiche menti dei pensatori leghisti riguarda il ripristino delle cosiddette gabbie salariali, una sorta di apartheid retributivo abolito circa trent’anni fa. L’idea è quella di differenziare i salari su scala regionale, parametrandoli  al costo della vita. Il ragionamento muove dal presupposto secondo cui esso sia più alto al nord rispetto al sud; il che è vero. Come insegna Aristotele, però, non sempre la validità dell’ipotesi iniziale garantisce l’opportunità della tesi. Soprattutto quando questa celi sotto il velo di una apparente, ma strumentale razionalità, propositi segregazionisti e propagandistici. Strumentalità provata dal fatto che l’ordinamento Italiano prevede già la possibilità di differenziare i salari mediante la contrattazione aziendale. A meno che, in maniera dirigistica ed anticostituzionale, non si vogliano imporre dei livelli di retribuzione predefiniti dal Governo o dalle giunte regionali ( l’UE, comunque, non lo permetterebbe mai ). Tappandosi gli occhi persino di fronte a cotanta incongruenza, non si può però fare a meno di considerare l’abisso sussistente tra nord e sud per quanto riguarda la qualità dei servizi. Ciò, se si pensa ad esempio a quanti studenti meridionali studiano nelle facoltà universitarie dell’alta Italia, si traduce inevitabilmente in maggiori costi.  Infine, sono stati dolosamente ignorati nel ragionamento fattori fondamentali  capaci di ribaltarne la logica, già di per sé strampalata. Innanzitutto è scorretto impostare il discorso sul salario individuale, giacché gli Italiani, solitamente, vivono in formazioni famigliari. Questo significa che la retribuzione di uno va a sommarsi ( o meno ) a quella degli altri membri. Solo tale somma, in definitiva, può essere in qualche modo realisticamente rapportata al costo della vita. Tenuta in conto l’atavica disoccupazione meridionale, che assume percentuali drammatiche per il genere femminile, non è difficile concludere deducendo che nel settentrione le entrate siano maggiori rispetto al meridione. Inoltre, l’ulteriore considerazione sulla numerosità dei nuclei familiari del Mezzogiorno introduce uno dei temi sul quale il PDL ( ex Cdl ) ha incentrato le ultime campagne elettorali; tanto gloriosamente sbandierato prima, altrettanto sommessamente accantonato poi: il quoziente familiare. Esso peraltro sarebbe uno strumento atto ad incidere sulla sfera fiscale, terreno, a differenza di quello salariale, sul quale il Governo potrebbe agire. E’ strano ( ? ) registrare come una compagine politica che ha sempre blaterato di famiglia quale nucleo fondamentale della comunità nazionale, non imperni la propria azione politica su di essa e si rassegni alla disgregazione sociale, quando avrebbe tra le sue corde ( a parole almeno ) una equa riforma capace di tappare la bocca al rude e scomodo alleato leghista.

 

 
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I graffiti e la cultura mafiosa

Post n°275 pubblicato il 09 Agosto 2009 da Antonio10d
 

Non si parla molto della mafia. Poco sui giornali, meno in televisione, per nulla tra la gente. Soprattutto al nord. Si pensa, infatti, a cosa nostra e alle altre organizzazioni simili come ad affari lontani e vaghi. Qualcosa, insomma, per cui indignarsi di tanto in tanto, più in quanto uomini che cittadini. Si ignora, tuttavia, che le cosche, pur avendo origine meridionale, abbiano esteso i loro interessi anche in alta Italia. Tutto sommato, però, tale presenza non è ancora così invasiva. Invisibile agli occhi dei più. Almeno per quanto riguarda i fatti più eclatanti, di macro e micro criminalità. C’è però un aspetto più subdolo da considerare, che attiene alla capacità espansiva, testata negli anni, di una certa cultura mafiosa per la quale è importante il contatto con il territorio. Non un vincolo sano e fecondo  tra una persona e la sua terra, ma l’atto arbitrario di esprimere ed imporre la propria presenza. Il riferimento, per quanto possa sembrare in apparenza esagerato, è alle scritte sui muri ed ai graffiti. Tali fenomeni solitamente vengono rubricati quali normali episodi di innocua devianza giovanile. Si tratta, infatti, di una pratica “accettata” poiché ritenuta tollerabile e scevra da qualsiasi pericoloso retaggio culturale. Sorvolando sugli episodi isolati ed individuali, spesso “a sfondo amoroso”, i quali poco c’entrano col discorso in questione, è opportuno soffermarsi sull’attività dei gruppi. Capita sovente – e Bologna costituisce un esempio emblematico – che membri di associazioni para o pseudo politiche usino “condire” le loro passeggiate con la vernice di bombolette spray, impressa su qualsiasi superficie muraria. Spesso questo modo variopinto di testimoniare il proprio passaggio rappresenta la perversione del legame con vie, quartieri e zone. Viene dunque rovesciato quel sano principio di appartenenza ad un territorio e ad una comunità per imporre l’esatto contrario: “questa via, questo quartiere appartengono a noi !” Una esasperata concezione di proprietà, esaltata di frequente da chi ne propugna l’abolizione, che esula dalla legge, dagli usi e dai costumi. Essa si concretizza nel “proletario” imbratto delle case di impiegati, operai, commercianti, ignorando pavidamente le ville dei “padroni” fuori porta. Non è possibile definire libera espressione l’opera di coloro i quali, al contrario, imprimono il loro marchio sui muri della città, non per rappresentare sé stessi, ma per comunicare la propria signoria su quella zona. Un metodo, insomma, più da bande che da gruppi politici. La riprova di quanto detto consiste nella puntuale cancellazione di scritte “difformi” e nello staccare i manifesti altrui. I graffiti, più o meno elaborati, stanno lì, dunque, come la pipì dei cani, a marcare animalescamente un territorio entro il quale non è tollerato un pensiero diverso. Di cosa si tratta, allora, se non di un atteggiamento mafioso ? Occorre quindi condannare tali pratiche e restituire le città alla loro dimensione estetica ed ai cittadini. Tutti.

 

 

 
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E il paziente si fece consumatore

Post n°274 pubblicato il 27 Luglio 2009 da Antonio10d
 

In questo mio inverno caldo di giornate ospedaliere alcuni particolari di una realtà “nuova” mi hanno dettato pensieri amari. L’istituto in questione è l’ospedale regionale di Ancona, il vecchio Torrette. Già all’entrata, quasi a rassicurare l’utente che non si tratta di un altro mondo,  cartelloni sensazionalistici annunciano letteralmente che la pubblicità è approdata anche lì. Giusto il tempo di stropicciarsi gli occhi per fugare ogni dubbio di allucinazione, qualche passo avanti, e si notano corridoi allontanarsi in qualsiasi direzione arredati da reclame di ogni sorta. Naturalmente prevalgono quelle “in tinta” col contesto, ma non mancano digressioni sul tema. L’impressione, a primo impatto, è positiva: un po’ di colore smussa la percezione stridente data dall’entrare in un luogo di sofferenza. Eppure, sebbene il pensiero prosegua come un treno in orario sui binari che conducono alla persona per la quale sei lì, permane il rumore di fondo dell’innaturalezza a minare il pensiero totalitario. Poi l’ascensore sposta le lancette in avanti e liquida sbrigativamente quei pensieri rubricandoli come intrusi. Eccoci, finalmente. Varcata l’entrata della camera a passi lenti di pudore, lo sguardo accelera curioso per sciogliersi in gesti e parole. Tutto il resto è invisibile. Almeno per un po’. Fino a quando, cuore e mente saturi, riaffiora la curiosità, e ti guardi attorno. La prima cosa a balzarmi agli occhi è una televisione a schermo piatto collegata ad un dispositivo mobile e regolabile a piacimento dal paziente. Mi dico: “ finalmente un ospedale pubblico che non si limita ad accessori e servizi obsoleti stile Unione Sovietica”. Chiedo in giro del servizio ed apprendo che la tv funziona con una scheda valida per 24 ore il cui costo è di due euro. Immediata mi sale l’indignazione. Provo a raffreddarmi e riprendere lucidità pensando che, tutto sommato, con due euro al giorno si beve un caffè e si legge un giornale. C’è qualcosa, però, che ancora stona. Innanzitutto non è detto che chiunque abbia voglia o si possa permettere di spendere quattromila lire per qualcosa a cui è abituato gratis. E’ vietata ogni obiezione radical - chic : non si sta discettando intorno alla qualità del palinsesto televisivo italiano. La tv è uno strumento che, bene o male, fa compagnia a milioni di persone, anziani soprattutto. Sicuramente alleggerirebbe il tempo della convalescenza anche a chi si vanta di non guardarla. Probabilmente è proprio questo lo scopo per il quale l’ospedale di Ancona ha deciso di installarne una – di ultima generazione, per giunta – accanto ad ogni letto. Il punto è che si paga. Quello sconto di noia, che parrebbe dover essere un diritto per chiunque veda la propria esistenza imbullonata ad un letto bianco, ha un prezzo. Due euro al giorno. Sessanta o sessantadue euro al mese. Una riedizione moderna e terrena delle indulgenze a pagamento tanto contestate da Lutero. Ora la mente è più libera, e il pensiero, boicottando l’ascensore, scivola fluido a quelle pubblicità che nei corridoi avevano tentato di mescolare le carte, confondendo per osmosi due mondi separati e prima indifferenti: il dentro ed il fuori. Tutto è chiaro. Oggi gli ospedali sono aziende con tanto di bilanci, e la colonna delle attività va in qualche modo riempita di sostanza. Tanto vale, allora, spalancare le porte alle reliquie del consumo anche nel luogo sacro della debolezza umana, laddove l’uomo è più uomo, disinteressatamente e fragilmente tale. Tanto vale vendere anche qui. Due euro al giorno: tanto vale qualche momento di fuga dalla malattia e dalla sofferenza. Il fuori si fece dentro. E il paziente consumatore.

 

 
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Lega nord: locale vs globale ? Nient’affatto. I leghisti ovvero l’altra faccia della globalizzazione.

Post n°273 pubblicato il 13 Luglio 2009 da Antonio10d
 

Il successo ottenuto nelle ultime tornate elettorali dalla Lega Nord ispira più di una riflessione. Una di queste riguarda la sostanza politica del rapporto tra il partito di Bossi e lo scenario economico mondiale. Ebbene le “camicie verdi”, a parole, hanno sempre opposto il locale al globale, sottolineando il valore della identità territoriale soprattutto in relazione ai flussi migratori. Tuttavia, tale superficiale conclusione, espressa per lo più mediante slogan, non è mai stata preceduta da premesse ed analisi atte a rintracciare le cause dell’ “azzeramento delle culture”. Nessuna parola di critica ad un sistema basato non sulla persona, ma sul mercato, per i fini del quale si rende necessario plasmare lo status di consumatore ed introdurre manodopera a basso costo. Provando a rovesciare paradossalmente la prospettiva, è possibile una interpretazione secondo cui proprio la Lega, nel suo piccolo, essendo portatrice di quella particolare cultura individualista che fa del recinto intorno al cortile di casa il limite della polis per l’uomo borghese, concorra alla realizzazione dei fini mondialisti.

La globalizzazione, infatti,  debilita la capacità dell’uomo di autodeterminarsi mediante due virus. Da una parte l’omologazione massificante che riduce il cittadino a consumatore. Dall’altra la frammentazione, attuata a più livelli, che annulla le possibilità di risposta al processo massificante. Le identità locali hanno senso se ed in quanto valorizzano, mediante gradazioni peculiari, l’identità nazionale. I partiti regionali, che apparentemente si fanno portatori dei valori della prossimità e della responsabilità, celano una risposta al mondialismo in chiave  individualista e reazionaria. La parcellizzazione delle energie e la sottolineatura delle differenze ( altro sono le specificità all’interno di un contesto organico ) riducono il Popolo alla impotenza ed alla indifferenza. L’unica risposta possibile ad un processo che, con una forza centrifuga ed una centripeta, sfalda la rete sociale, è l’esaltazione, nel concreto della quotidianità e del lavoro, dello spirito nazionale, nella cui unità si rinviene l’ultimo livello di coesione possibile per una vera democrazia e la sovranità popolare.

Occorre dunque rinunciare a visioni particolari ed a singole opzioni, in favore di una concezione organica superiore il cui fine risiede nel benessere della comunità nazionale. Non conflitto, ma collaborazione. Non donna ( o figli, o padri ), ma famiglia. Non imprenditore ( o lavoratore), ma impresa. Non regione, ma Nazione. Porre, in sostanza, le varie specificità in funzione di un bene più grande, individuato dalla comunità. In tal senso, l'indole nobile dell'uomo, che lo porta ad aprirsi e non a chiudersi, individua nella Nazione il limen naturale, dato dalla lingua, dalla storia, dalla tradizione, dalla cultura, dalla spiritualità, all'interno del quale è possibile per un Popolo essere tale e determinare la propria esistenza.

 

 
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Gli immigrati, ovvero il futuro della sinistra

Post n°272 pubblicato il 28 Maggio 2009 da Antonio10d
 

E’ chiaro il disegno delle sinistre. Infatti, un atteggiamento così scriteriatamente aperto nei confronti dell’immigrazione non può trovare ragione unicamente in taluni retaggi ideologici. Anche “lor sinistri” calpestano il suolo italico e, per quanto ciechi e sordi, non possono fingere l’inesistenza di molteplici problemi. Ebbene, accantonata l’ipotesi più “alta”, resta da stabilire dove risieda la cocciutaggine degli ex, post e “mai stati” compagni. Fini elettorali ? Non tanto e non solo. La via utilitaristica del do ut des, la quale pretenderebbe che a cotanta simpatia si accompagnasse un pensierino in cabina elettorale nel prossimo futuro, non è poi così realistica. Difficile coniugare una certa concezione “teocentrica”  e maschilista della vita (e della società) del gruppo d’immigrati numericamente maggioritario con il laicismo sinistroide. “Perché mai un mussulmano dovrebbe sostenere chi si batte per emancipazione femminile e matrimoni omosessuali ? “ – si era chiesto l’attuale Presidente della Camera prima di uscire con la sparata sul voto amministrativo agli stranieri.  Fini, mosso come di consueto dal freddo calcolo delle circostanze, lo aveva già capito tempo fa. E allora ? Possibile  che una seppur sgangherata sinistra agisca per partito preso, senza riferimenti ideali, né tornaconti elettorali ? Naturalmente no, sebbene su questo tema siano mancati nel tempo coerenza e linea politica. Di volta in volta, infatti, sono mutati gli argomenti a sostegno dell’accoglienza indiscriminata. Si è passati da uno sfondo terzomondista ed internazionalista ad uno in cui solidarietà, impotenza storica e PIL vanno a braccetto. A fare pendant il diacronico mezzuccio facile facile, consistente nell’agitare, contro  chiunque si ponga qualche dubbio in merito, il terribile spettro del razzismo.

Per chiarire la prospettiva dell’oggi e del domani, occorre percorrere a ritroso le scale della storia. Caduto il muro di Berlino, e sotto di esso l’utopia comunista, la sinistra Italiana non ha saputo reagire se non accodandosi al sistema occidentale e capitalista. Chiaramente, non potendo più regalare alla classe operaia ed ai lavoratori dipendenti il sogno di una società privata della subalternità, ha perso lentamente il contatto con essi, ricercando l’alternativa di consenso altrove. In tal senso, le rivendicazioni femminili, omosessuali, anticlericali, libertarie hanno soppiantato quello che da sempre era stato il cavallo di battaglia della gauche in tutto il mondo. Tuttavia la società nel frattempo  è  cambiata, divenendo più dinamica ed infittendo la sua rete di relazioni interpersonali. La mobilitazione delle masse, però, risulta impossibile quando manca un gruppo sociale di riferimento coeso. Le associazioni, come fattore coagulante, sono molto distanti per efficacia dalle fabbriche e dai quartieri operai.

Fallito dunque il tentativo di sciogliere il rosso nel fucsia e nella fosforescenza dei colori più strani, la sinistra ha bisogno oggi di modificare ancora una volta la propria ragione sociale. Se è vero come è vero che a monte sta sempre il conflitto, quale miglior oggetto politico degli immigrati ? Essi, proletari per antonomasia, si riproducono a velocità impressionante, sono sottopagati, senza tutele sindacali e diritti sociali,  privi del diritto di voto, vivono in quartieri ghetto,  apprestandosi ( se le cose continueranno così ) a raggiungere e superare la quota del 10 % della popolazione: ricordano molto per caratteristiche la classe operaia di inizio secolo. 

Ecco dunque svelato il disegno della sinistra: riportare indietro le lancette della storia, affidando il proprio futuro politico alla costruzione di un nuovo blocco sociale di riferimento.

 

 
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LA RISSA DI SABATO SERA AL PRATELLO DIMOSTRA IL SUCCESSO DELLE POLITICHE D’INTEGRAZIONE MESSE IN ATTO DALLA SINISTRA

Post n°271 pubblicato il 18 Maggio 2009 da Antonio10d
 

L’episodio accaduto sabato sera in via del Pratello dimostra come i diciotto milioni di euro spesi in tre anni dalla Provincia di Bologna per le politiche dell’integrazione siano stati un investimento di successo. Poche altre volte, infatti, è capitato di registrare un’adesione tanto convinta e convincente agli “usi e costumi” del luogo. Nello specifico, la rissa tra due tunisini ubriachi combattuta a colpi di bottiglie rotte in una delle strade simbolo del degrado cittadino,  esprime in sé il concentrato della politica attuata dalla sinistra bolognese negli ultimi anni: porte spalancate all’immigrazione, lassismo su sicurezza e degrado, ingenti contributi pubblici devoluti agli stranieri. I fatti attestano cinicamente l’inettitudine di una classe dirigente che sta distruggendo un intero territorio. D'altra parte l’integrazione non può prescindere da un numero chiuso rispondente alle reali possibilità di accoglienza e da una struttura sociale sulla quale poter davvero integrare. In questo senso lo sfaldamento dei legami comunitari, la crisi della identità ed il disconoscimento del sostrato di regole basilare per il vivere insieme, determinano l’erosione progressiva di quella base cui potere e dovere aderire. Non si confondano stanchezza e disperazione con razzismo; è proprio muovendo dalla convinzione secondo cui sono Italiani spesso i protagonisti di risse ed episodi analoghi affliggenti il Pratello e la città tutta, che possiamo serenamente affermare di non sentire il bisogno o l’esigenza di importare malviventi dall’estero.

 
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L'infantile presunzione dell'ego moderno

Post n°270 pubblicato il 03 Maggio 2009 da Antonio10d
 

Presumere. Arrogarsi cioè il diritto di stabilire come stiano le cose. Che si parli di sé o no  poco importa. Sta di  fatto  che proprio la presunzione rappresenta oggi uno dei maggiori ostacoli per la comunicazione. Non essere presuntuosi in virtù di una o più sfumature del proprio carattere, ma basare sé stessi, le proprie convinzioni ed il rapporto con l'altro, su ciò di cui si è persuasi. Non parlo delle giuste sicurezze che tutti dovrebbero avere; di quelle, cioè, che formano e rappresentano identità e spessore di una persona. Potendo cavarmela con una metafora, individuo  due modi per  "utilizzare" le proprie certezze: giocare in attacco e giocare in difesa.  In quest'ultimo caso non è la razionalità a guidare apprendimento, riflessione e dialogo, ma il pathos che viene scambiato per essa. Non si ritiene giusto quello che la ragione condurrebbe a ritenere tale, bensì ciò che si vorrebbe lo sia. Si procede dunque per stratificazione, ponendo l'una sull'altra le "infatuazioni della mente"; la precedente costituisce l'antecedente inevitabile ed "illogico" della successiva.  L'unico scopo della novità è quello di confermare la solidità del proprio bagaglio.  In questo modo si rimane pietrificati laddove la componente emotiva ha stabilito; la ricerca consiste nel tentativo di scovare in ogni dove un sostegno alle proprie idee. Non letture, né conversazioni possono incrinarle in nessun modo, poiché altrimenti metterebbero in discussione il proprio essere. Basare le proprie convinzioni sull'emozione e non sulla ragione, infatti, determina un legame inscindibile tra esse e l'identità stessa della persona. Si potrebbe sostenere, un po' arditamente, che un soggetto di questo tipo non pensa, ma è. Anche quando riflette; continua ad essere, senza aggiungere o togliere nulla alla propria identità. Un'identità più rigida, ma meno solida. Perciò va difesa. L'apparente sicurezza di frasi espresse scioltamente cela dunque una fragilità di fondo. L'incapacità, cioè, di "rimescolare le carte" , muovendo il proprio discorso da punti diversi. Riflessione e conversazione si traducono nella pratica di ripetizioni ossessive di concetti sedimentati. La difesa è a oltranza: nella forma del linguaggio prim'ancora che nella sostanza dei contenuti. Tutto diviene maledettamente intraducibile. L'incomunicabilità è il risultato inevitabile, ma non importa al soggetto in questione: la discussione è una gara da affrontare arroccati in difesa, non un mezzo per evolvere il proprio pensiero e giungere a nuovi approdi. Qual è dunque l'alternativa ? Ebbene, affinché le certezze siano reali, è necessario sottoporre qualsiasi convinzione, ogni argomentazione al vaglio spietato della falsificazione. Non basta, infatti, dimostrare a sé stessi la compatibilità di passaggi del discorso con altri. Tanto  più se ottenuta con scorretti adeguamenti lessicali. Falsificare, dunque, nei sensi comune e popperiano del termine. Confutare quotidianamente le proprie ragioni per infondere loro maggiore forza e saldezza. Metterle continuamente in discussione nella comunicazione con gli altri. Essere disposti a ridiscutere tutto attraverso differenti punti di vista. Separare, definendo, sé stessi, quindi la propria identità, dalle idee; assumere, dunque, rispetto ad esse un approccio esterno e distaccato. Questo significa salpare senza la paura di andare in mare aperto. Ciò vuol dire giocare all'attacco. Solo così è possibile comunicare fattivamente muovendo le proprie argomentazioni da certezze solide, ma in evoluzione continua.

 

 
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