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Creato da: Antonio10d il 13/06/2007
blog di Antonio Del Prete

 

 

Stefano Cucchi e lo Stato bullo

Post n°279 pubblicato il 11 Novembre 2009 da Antonio10d
 

Il caso di Stefano Cucchi ha scosso la mia coscienza, come quella di tutti coloro che riconoscono nell’altro il loro simile e nell’altrui dolore il proprio. Il mio senso dell’ordine e delle regole, nonché lo scivolo umano che induce a scegliere da quale parte stare, hanno costruito in me nel tempo una presunzione pro polizia. Nel senso che ogni atto o fatto dubbio e controverso veniva risolto dai miei ragionamenti con un laconico: “se rispetti le regole non può succederti nulla di male”. Retaggio senz’altro di una immaturità ottimista, e superficialmente ingeneroso per la mia profondità di oggi. Tuttavia importante per esprimere la distanza mentale che mi separa dalla folta schiera di “anti sbirri” che abita l’Italia.

Proprio muovendo da questo presupposto vengo a dire ciò che debbo. Pur avendo ascoltato le parole di Giovanardi è come se ne avessi sentito la puzza. Emblema dei politici parrucconi, il presidente dei “Popolari liberali” ha emesso la sua velata sentenza, steso sul velluto di una poltrona a far riposare la sua incomoda ingordigia. Lo immagino: uno stracco ed impercettibile assestamento del pancione ed il laconico affanno sputato verso il suo capo ufficio stampa: “era anoressico e drogato”. Quattro parole gettate a terra come una ormai inutile cicca di sigaretta. Non si liquida così una morte. Neppure se davvero l’anoressia od un’overdose fossero state le reali cause. Come se non avessimo visto le fotografie.

D’altronde di cosa stupirsi ? Di chi brandisce il Crocefisso come arma elettorale per poi ripudiare i chiodi e la corona di spine ? Politica e religione corrono sicuramente su due binari diversi. Devono farlo, ma il “carburante” a volte è lo stesso: umanesimo e responsabilità. Guardare dall’altra parte, gettando distrattamente un velo sul cadavere, vuol dire allargare la macchia del crimine. Negare il delitto di pochi significa responsabilizzare tutti, umiliandone il sacrificio e l’onestà. Questa non è forza, né autorità. Lo Stato forte è quello che impone a tutti le stesse regole e le fa rispettare. Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri, Stefano Cucchi ed altri ancora non meritavano di morire. Questo è lo Stato bullo. Uccidiamo il “Leviatano”.

 

 
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Verdetto sul Berlusconismo

Post n°278 pubblicato il 08 Ottobre 2009 da Antonio10d
 

[Questo è un post "postumo", scritto nel primo pomeriggio di ieri ( quindi prima della sentenza della Corte ) che per mancanza di tempo ed ironia della sorte non sono riuscito a pubblicare in tempo utile; è scaduto, ma le notazioni di carattere generale si possono salvare...]

 

Sono ore calde di fronti gocciolanti e polvere da sparo. La scure della Consulta pende minacciosa sul salvacondotto del legato popolare. Il lodo Alfano, chiamato così - parrebbe - in omaggio ad una burlesca ironia, è stato il frutto di un "accordo" ottenuto mesi fa puntando la pistola della fiducia sulle tempie dei "borsisti" delle due Camere. Scusate, avete ragione, meglio puntualizzare: delle due Camere parlamentari. In tempi tanto ambigui di rovesciamento etico non basta una umile maiuscola a distinguere il purpureo velluto delle onorevoli poltrone dall'ardita seta del lettone presidenziale. A maggior ragione data l'affinità occasionale dei metodi di reclutamento.

Lasciati i palazzi romani per recarci al fronte, udiamo incrociarsi urla provenienti da opposte trincee. C'è chi afferma la indispensabilità democratica del suddetto lodo richiamando il rischio di un sovvertimento giacobino della volontà popolare espressa nell'aprile dell'anno passato. L'esito elettorale sarebbe stato il medesimo qualora quello stesso popolo, in virtù di una sentenza della magistratura - che ad onor del vero oggi ancora manca - avesse conosciuto il Berlusconi corruttore di giudici ? Domanda inutile: in quel caso egli non si sarebbe nemmeno potuto presentare. Appunto. Allora la questione diventa: i cittadini Italiani vorrebbero ancora il Cavaliere alla guida del Paese se fosse accertato il crimine? Altro interrogativo vano: Silvio, vicenda e conseguenze penali a parte, si dovrebbe quantomeno dimettere a prescindere dai sondaggi di Euromedia. Il problema dunque non si porrebbe nemmeno. Con i se e con i ma, tuttavia, non si fa la storia. E allora perché dalle opposte trincee si invocano tanto democrazia e volontà popolare ? Qualcuno forse ritiene la legge condizionata dal conteggio delle schede, e dunque a questo quantitativamente e qualitativamente subordinata: "ho vinto ergo comando" (non "governo"). Probabilmente altri, timorosamente snob, crederanno invece che gli italiani siano talmente immaturi e seducibili da poter accettare qualsiasi peccato del leader maximo eletto a salvatore della Patria.

Taluni sostengono la necessità di una norma finalizzata a garantire la stabilità del Governo in carica. Allora perché includere nel pacchetto anche le prime tre cariche dello Stato ? Il motivo probabilmente risiede nella inopportunità dell'esplicitare la funzione specifica di una disposizione cucita addosso a Silvio Berlusconi. Ammesso ciò, siamo al punto di partenza. Può mai essere stabile un esecutivo diretto da un uomo sul cui capo pendono, direttamente o indirettamente, diversi giudizi penali e - cronaca di questi giorni - civili ? Senza contare la tormentata vita amorosa dell'ignaro premier. Beh, se il Legislatore voleva a tutti i costi una guida stabile per il Paese, quantomeno dirglielo. A Silvio, s'intende. Magari sarebbe stato più accorto.

Il punto maggiormente dolente non riguarda però né la legalità, né la democrazia, né tantomeno la stabilità governativa. Che poi questa ultima fosse un principio costituzionale fondamentale non ce n'eravamo proprio accorti. Prima Repubblica docet. Il problema è l'uguaglianza. "La legge è uguale per tutti" recitano le Italiche aule di Giustizia. E'possibile derogare a questo principio? Andiamo con ordine. Sotto il profilo costituzionale l'applicazione dell'art. 3 (che enuncia proprio il principio di uguaglianza) si traduce nel prevedere le medesime soluzioni in situazioni uguali e viceversa in casi differenti. Il punto quindi è: il Presidente del Consiglio (e le alte cariche coinvolte nel lodo Alfano, che tralasciamo per semplicità e manifesta ininfluenza ...) svolge una funzione che lo pone in una condizione diversa rispetto a tutti gli altri cittadini? "Certamente!", risponderebbe l'uomo della strada, il quale spiegherebbe che "il Capo del Governo gode del consenso popolare, ha la responsabilità di guidare una Nazione e deve quindi godere di una immunità, seppure temporanea, che gli consenta di lavorare al meglio per il bene comune". "E per porsi al riparo dagli attacchi periodici di una magistratura politicamente avversa ed ostile" direbbero i più maliziosi. Non è così semplice. Gli argomenti a sostegno della derogabilità del principio di uguaglianza debbono essere costituzionalmente fondati. Vale a dire che "valori" protetti dalla Costituzione dovrebbero risultare più "pesanti" da una ipotetica operazione di bilanciamento; quindi da proteggere maggiormente rispetto al suddetto bene giuridico. Può  l'art. 3, che fa della Repubblica Italiana uno Stato propriamente (ma teoricamente) di Diritto, essere in tal senso "vinto" dal fine della stabilità governativa ? Questo è, in'ultima analisi, il punto centrale. L'uomo della strada (il dirimpettaio di quello di cui sopra) potrebbe ancora maliziosamente commentare che la pratica conseguente ad una risposta affermativa vedrebbe un Capo del Governo, più uguale degli altri, continuare a farsi "stabilmente" e indisturbato i fatti suoi. Noi, d'altra parte, più umilmente concordiamo che il supremo responsabile della politica nazionale debba essere "più uguale degli altri". Nel senso, però, delineato implicitamente dal principio della separazione dei poteri, base di una democrazia compiuta: egli dovrebbe essere, come la moglie di Cesare, al di sopra di ogni sospetto, e per ciò stesso più "controllato". Lo esigono l'immagine, l'onore, il Popolo di una Nazione che va rispettata prima di ogni altra cosa. Anche per questo è irresponsabile e menefreghista sottovalutare la portata internazionale della abitudini "mondane" del Presidente del Consiglio in termini di credibilità, serietà ed importanza politica ( "grazie a Dio" è sufficiente qualche chilo di carne umana cotta al sole dell'Afghanistan per rimediare ... ); ma questa è un'altra storia ...

La Corte Costituzionale si trova a dirimere questo intricato groviglio di vite, partiti, scenari politici. Cosa succederà ? Nel caso in cui il ricorso venisse rigettato Berlusconi ne uscirebbe incredibilmente rafforzato al cospetto di una sinistra che si è approcciata a tal verdetto come ad una questione di vita o di morte. Fini, Casini e Montezemolo verrebbero poi ricacciati indietro come per effetto di una risacca. E se la sentenza fosse di accoglimento ? Molti dai banchi della maggioranza dipingono scenari apocalittici parlando di golpe. Se nell'alleanza PDL - Lega Nord il sospetto aleggia a tal punto da far venir meno la fiducia nel supremo organo di garanzia costituzionale perché non imbracciare le armi o quantomeno radere al suolo il vigente ordinamento ? Giusto: Bossi è già pronto. Scherzi (della natura) a parte, l'Avvocatura dello Stato che difende il lodo Alfano nel giudizio in questione pone ad argomento del rigetto le dimissioni del premier e la conseguente drammatica situazione d'instabilità politica che deriverebbero da un eventuale accoglimento. Saltando a piè pari le considerazioni sulla raffinatezza giuridica di tale argomentazione, basterebbe rispondere  che l'Italia è una repubblica parlamentare. Dunque, se è vero che il Presidente del Consiglio si troverebbe ad affrontare tutti i procedimenti penali in cui è imputato, nondimeno rimarrebbe inalterata l'attuale maggioranza di Governo. Certo sarebbe tutto da verificare il comportamento di un Bossi privato del "compagno di merende", ma tant'è allo stato delle cose. Ammesso che Berlusconi si dimetta (il che non è scontato dati i precedenti), Napolitano, altro sconfitto di questo potenziale scenario, nominerebbe il nuovo Presidente del Consiglio, il quale potrebbe contare sul sostegno di PDL e Lega.

In definitiva, cosa augurarsi ? Che l'Italia esca definitivamente dal cortocircuito pubblico-privato in cui l'ha infilata il Cavaliere. Il nostro Paese non merita di vedere le sue sorti politiche e legislative condizionate dal privato penale, civile o sessuale di un solo uomo. Viva il popolo Italiano. Viva la legalità !

 

 
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Berlusconi, Boffo e la "malafemmina" (Koff...)

Post n°277 pubblicato il 30 Agosto 2009 da Antonio10d
 

Tutti si sentono in dovere di prender parte. In una rissa, però, difficilmente c'è qualcuno che ha ragione, e tutti fanno una brutta figura. Un giornalista dovrebbe informare e non coprire le spalle al politico di turno (peraltro proprietario del quotidiano che dirige) in difficoltà, mediante incursioni che definire "spregiudicate" è dire poco. Quale sarebbe poi l'argomento ? "Dici che Berlusconi è un sessuomane che se la fa con ragazzine e prostitute ? ( così apriva il "Financial Times" di ieri ) Ebbene, stai zitto, ché sei un violento invertito !" Quanto meno infantile, non vi pare ?

 

Non si tratta di morale, né di ipocrisia. Anzi, i moralisti sono proprio coloro i quali gridano "chi è senza peccato scagli la prima pietra!", equiparando di fatto, sotto il profilo morale, Berlusconi e il direttore di Avvenire. La questione è di immagine e di ruolo. Personalmente, se il mio vicino di casa passa le serate accompagnandosi a procaci fanciulle, non ci faccio troppo caso. Se, invece, colui che rappresenta l'immagine dell'Italia all'estero, trasforma la sua residenza estiva in un "paese dei balocchi per adulti", nel quale vengono ricevuti (anche) capi di governo stranieri, qualche problema ce lo vedo. Credo che le Istituzioni, la Nazione, il ruolo ricoperto, meritino un po' di rispetto e contegno in più di quelli espressi da un settantaduenne che non accetta la sua età e sbava ancora al solo odor di carne fresca.

 

Italia, Italia … Terra di Santi, poeti, navigatori … e “puttanieri”. Sic!

 

 
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La Lega sbatte Napolitano e il PDL nelle “gabbie salariali”. La chiave per uscirne ( quoziente familiare ) è stata smarrita …

Post n°276 pubblicato il 12 Agosto 2009 da Antonio10d
 

 

Il dibattito politico è da tempo ostaggio della Lega Nord. Mentre in passato, però, dagli altri partiti della coalizione di centrodestra si levavano immediatamente dichiarazioni “tranquillizzanti” ( almeno nel fine originario ), che etichettavano le sparate di Bossi e compari quali uscite ad uso e consumo della base “padana”, oggi la musica è cambiata. Il Berlusconi IV, infatti, è caratterizzato dalla costante rincorsa del Popolo della Libertà agli alleati di governo. Il partito di maggioranza relativa è di fatto subalterno sotto il profilo programmatico ad un movimento che vanta all’incirca solo un quarto dei suoi elettori.

 Da questo quadro le “camicie verdi”, dapprima snobbate e ritenute un effetto collaterale grezzo della seconda repubblica, emergono in modo rilevante; con esse anche i temi proposti: dal dialetto a scuola, nella duplice veste di materia di studio e criterio d’accesso alla professione docente, ai vessilli locali di sostegno al “poco amato” Tricolore ( in attesa di superarlo ); dal federalismo fiscale alle “attuali” gabbie salariali. Pur sorvolando sulle canzoni intonate in occasione delle feste di partito anche da elementi di spicco del Carroccio, non si può ignorare questo continuo attacco all’Italia e alla sua integrità. E’ del tutto naturale, quindi, che l’uomo della strada, quello che ha studiato due – articoli – due della Carta fondamentale alle scuole medie, si chieda cosa accipicchia stia lì a fare il Presidente della REPUBBLICA ITALIANA se non a garantire l’Unità dello Stato ed il rispetto della Costituzione repubblicana ( n.d.P. : nota del Popolo ). Napolitano tace. Tuttavia, da migliorista che era in “gioventù” dev’essere diventato migliore tout court . Ergo non si può criticare. Oppure, come d’altra parte è evidente, anche la Carta Costituzionale si è piegata ad una delle regole prime degli ultimi decenni nazionali: le opere “transitorie”, destinate a durare, divengono più stabili ed importanti di quelle “fondamentali”…  Che dire ? Laddove tendopoli e container rappresentano la normalità è logico attendersi che lo sciacallo di turno ( leghista !?! )  acquisti considerazione ed autorevolezza.

 Va dunque preso sul serio. L’ultima proposta scaturita dalle prolifiche menti dei pensatori leghisti riguarda il ripristino delle cosiddette gabbie salariali, una sorta di apartheid retributivo abolito circa trent’anni fa. L’idea è quella di differenziare i salari su scala regionale, parametrandoli  al costo della vita. Il ragionamento muove dal presupposto secondo cui esso sia più alto al nord rispetto al sud; il che è vero. Come insegna Aristotele, però, non sempre la validità dell’ipotesi iniziale garantisce l’opportunità della tesi. Soprattutto quando questa celi sotto il velo di una apparente, ma strumentale razionalità, propositi segregazionisti e propagandistici. Strumentalità provata dal fatto che l’ordinamento Italiano prevede già la possibilità di differenziare i salari mediante la contrattazione aziendale. A meno che, in maniera dirigistica ed anticostituzionale, non si vogliano imporre dei livelli di retribuzione predefiniti dal Governo o dalle giunte regionali ( l’UE, comunque, non lo permetterebbe mai ). Tappandosi gli occhi persino di fronte a cotanta incongruenza, non si può però fare a meno di considerare l’abisso sussistente tra nord e sud per quanto riguarda la qualità dei servizi. Ciò, se si pensa ad esempio a quanti studenti meridionali studiano nelle facoltà universitarie dell’alta Italia, si traduce inevitabilmente in maggiori costi.  Infine, sono stati dolosamente ignorati nel ragionamento fattori fondamentali  capaci di ribaltarne la logica, già di per sé strampalata. Innanzitutto è scorretto impostare il discorso sul salario individuale, giacché gli Italiani, solitamente, vivono in formazioni famigliari. Questo significa che la retribuzione di uno va a sommarsi ( o meno ) a quella degli altri membri. Solo tale somma, in definitiva, può essere in qualche modo realisticamente rapportata al costo della vita. Tenuta in conto l’atavica disoccupazione meridionale, che assume percentuali drammatiche per il genere femminile, non è difficile concludere deducendo che nel settentrione le entrate siano maggiori rispetto al meridione. Inoltre, l’ulteriore considerazione sulla numerosità dei nuclei familiari del Mezzogiorno introduce uno dei temi sul quale il PDL ( ex Cdl ) ha incentrato le ultime campagne elettorali; tanto gloriosamente sbandierato prima, altrettanto sommessamente accantonato poi: il quoziente familiare. Esso peraltro sarebbe uno strumento atto ad incidere sulla sfera fiscale, terreno, a differenza di quello salariale, sul quale il Governo potrebbe agire. E’ strano ( ? ) registrare come una compagine politica che ha sempre blaterato di famiglia quale nucleo fondamentale della comunità nazionale, non imperni la propria azione politica su di essa e si rassegni alla disgregazione sociale, quando avrebbe tra le sue corde ( a parole almeno ) una equa riforma capace di tappare la bocca al rude e scomodo alleato leghista.

 

 
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I graffiti e la cultura mafiosa

Post n°275 pubblicato il 09 Agosto 2009 da Antonio10d
 

Non si parla molto della mafia. Poco sui giornali, meno in televisione, per nulla tra la gente. Soprattutto al nord. Si pensa, infatti, a cosa nostra e alle altre organizzazioni simili come ad affari lontani e vaghi. Qualcosa, insomma, per cui indignarsi di tanto in tanto, più in quanto uomini che cittadini. Si ignora, tuttavia, che le cosche, pur avendo origine meridionale, abbiano esteso i loro interessi anche in alta Italia. Tutto sommato, però, tale presenza non è ancora così invasiva. Invisibile agli occhi dei più. Almeno per quanto riguarda i fatti più eclatanti, di macro e micro criminalità. C’è però un aspetto più subdolo da considerare, che attiene alla capacità espansiva, testata negli anni, di una certa cultura mafiosa per la quale è importante il contatto con il territorio. Non un vincolo sano e fecondo  tra una persona e la sua terra, ma l’atto arbitrario di esprimere ed imporre la propria presenza. Il riferimento, per quanto possa sembrare in apparenza esagerato, è alle scritte sui muri ed ai graffiti. Tali fenomeni solitamente vengono rubricati quali normali episodi di innocua devianza giovanile. Si tratta, infatti, di una pratica “accettata” poiché ritenuta tollerabile e scevra da qualsiasi pericoloso retaggio culturale. Sorvolando sugli episodi isolati ed individuali, spesso “a sfondo amoroso”, i quali poco c’entrano col discorso in questione, è opportuno soffermarsi sull’attività dei gruppi. Capita sovente – e Bologna costituisce un esempio emblematico – che membri di associazioni para o pseudo politiche usino “condire” le loro passeggiate con la vernice di bombolette spray, impressa su qualsiasi superficie muraria. Spesso questo modo variopinto di testimoniare il proprio passaggio rappresenta la perversione del legame con vie, quartieri e zone. Viene dunque rovesciato quel sano principio di appartenenza ad un territorio e ad una comunità per imporre l’esatto contrario: “questa via, questo quartiere appartengono a noi !” Una esasperata concezione di proprietà, esaltata di frequente da chi ne propugna l’abolizione, che esula dalla legge, dagli usi e dai costumi. Essa si concretizza nel “proletario” imbratto delle case di impiegati, operai, commercianti, ignorando pavidamente le ville dei “padroni” fuori porta. Non è possibile definire libera espressione l’opera di coloro i quali, al contrario, imprimono il loro marchio sui muri della città, non per rappresentare sé stessi, ma per comunicare la propria signoria su quella zona. Un metodo, insomma, più da bande che da gruppi politici. La riprova di quanto detto consiste nella puntuale cancellazione di scritte “difformi” e nello staccare i manifesti altrui. I graffiti, più o meno elaborati, stanno lì, dunque, come la pipì dei cani, a marcare animalescamente un territorio entro il quale non è tollerato un pensiero diverso. Di cosa si tratta, allora, se non di un atteggiamento mafioso ? Occorre quindi condannare tali pratiche e restituire le città alla loro dimensione estetica ed ai cittadini. Tutti.

 

 

 
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E il paziente si fece consumatore

Post n°274 pubblicato il 27 Luglio 2009 da Antonio10d
 

In questo mio inverno caldo di giornate ospedaliere alcuni particolari di una realtà “nuova” mi hanno dettato pensieri amari. L’istituto in questione è l’ospedale regionale di Ancona, il vecchio Torrette. Già all’entrata, quasi a rassicurare l’utente che non si tratta di un altro mondo,  cartelloni sensazionalistici annunciano letteralmente che la pubblicità è approdata anche lì. Giusto il tempo di stropicciarsi gli occhi per fugare ogni dubbio di allucinazione, qualche passo avanti, e si notano corridoi allontanarsi in qualsiasi direzione arredati da reclame di ogni sorta. Naturalmente prevalgono quelle “in tinta” col contesto, ma non mancano digressioni sul tema. L’impressione, a primo impatto, è positiva: un po’ di colore smussa la percezione stridente data dall’entrare in un luogo di sofferenza. Eppure, sebbene il pensiero prosegua come un treno in orario sui binari che conducono alla persona per la quale sei lì, permane il rumore di fondo dell’innaturalezza a minare il pensiero totalitario. Poi l’ascensore sposta le lancette in avanti e liquida sbrigativamente quei pensieri rubricandoli come intrusi. Eccoci, finalmente. Varcata l’entrata della camera a passi lenti di pudore, lo sguardo accelera curioso per sciogliersi in gesti e parole. Tutto il resto è invisibile. Almeno per un po’. Fino a quando, cuore e mente saturi, riaffiora la curiosità, e ti guardi attorno. La prima cosa a balzarmi agli occhi è una televisione a schermo piatto collegata ad un dispositivo mobile e regolabile a piacimento dal paziente. Mi dico: “ finalmente un ospedale pubblico che non si limita ad accessori e servizi obsoleti stile Unione Sovietica”. Chiedo in giro del servizio ed apprendo che la tv funziona con una scheda valida per 24 ore il cui costo è di due euro. Immediata mi sale l’indignazione. Provo a raffreddarmi e riprendere lucidità pensando che, tutto sommato, con due euro al giorno si beve un caffè e si legge un giornale. C’è qualcosa, però, che ancora stona. Innanzitutto non è detto che chiunque abbia voglia o si possa permettere di spendere quattromila lire per qualcosa a cui è abituato gratis. E’ vietata ogni obiezione radical - chic : non si sta discettando intorno alla qualità del palinsesto televisivo italiano. La tv è uno strumento che, bene o male, fa compagnia a milioni di persone, anziani soprattutto. Sicuramente alleggerirebbe il tempo della convalescenza anche a chi si vanta di non guardarla. Probabilmente è proprio questo lo scopo per il quale l’ospedale di Ancona ha deciso di installarne una – di ultima generazione, per giunta – accanto ad ogni letto. Il punto è che si paga. Quello sconto di noia, che parrebbe dover essere un diritto per chiunque veda la propria esistenza imbullonata ad un letto bianco, ha un prezzo. Due euro al giorno. Sessanta o sessantadue euro al mese. Una riedizione moderna e terrena delle indulgenze a pagamento tanto contestate da Lutero. Ora la mente è più libera, e il pensiero, boicottando l’ascensore, scivola fluido a quelle pubblicità che nei corridoi avevano tentato di mescolare le carte, confondendo per osmosi due mondi separati e prima indifferenti: il dentro ed il fuori. Tutto è chiaro. Oggi gli ospedali sono aziende con tanto di bilanci, e la colonna delle attività va in qualche modo riempita di sostanza. Tanto vale, allora, spalancare le porte alle reliquie del consumo anche nel luogo sacro della debolezza umana, laddove l’uomo è più uomo, disinteressatamente e fragilmente tale. Tanto vale vendere anche qui. Due euro al giorno: tanto vale qualche momento di fuga dalla malattia e dalla sofferenza. Il fuori si fece dentro. E il paziente consumatore.

 

 
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Lega nord: locale vs globale ? Nient’affatto. I leghisti ovvero l’altra faccia della globalizzazione.

Post n°273 pubblicato il 13 Luglio 2009 da Antonio10d
 

Il successo ottenuto nelle ultime tornate elettorali dalla Lega Nord ispira più di una riflessione. Una di queste riguarda la sostanza politica del rapporto tra il partito di Bossi e lo scenario economico mondiale. Ebbene le “camicie verdi”, a parole, hanno sempre opposto il locale al globale, sottolineando il valore della identità territoriale soprattutto in relazione ai flussi migratori. Tuttavia, tale superficiale conclusione, espressa per lo più mediante slogan, non è mai stata preceduta da premesse ed analisi atte a rintracciare le cause dell’ “azzeramento delle culture”. Nessuna parola di critica ad un sistema basato non sulla persona, ma sul mercato, per i fini del quale si rende necessario plasmare lo status di consumatore ed introdurre manodopera a basso costo. Provando a rovesciare paradossalmente la prospettiva, è possibile una interpretazione secondo cui proprio la Lega, nel suo piccolo, essendo portatrice di quella particolare cultura individualista che fa del recinto intorno al cortile di casa il limite della polis per l’uomo borghese, concorra alla realizzazione dei fini mondialisti.

La globalizzazione, infatti,  debilita la capacità dell’uomo di autodeterminarsi mediante due virus. Da una parte l’omologazione massificante che riduce il cittadino a consumatore. Dall’altra la frammentazione, attuata a più livelli, che annulla le possibilità di risposta al processo massificante. Le identità locali hanno senso se ed in quanto valorizzano, mediante gradazioni peculiari, l’identità nazionale. I partiti regionali, che apparentemente si fanno portatori dei valori della prossimità e della responsabilità, celano una risposta al mondialismo in chiave  individualista e reazionaria. La parcellizzazione delle energie e la sottolineatura delle differenze ( altro sono le specificità all’interno di un contesto organico ) riducono il Popolo alla impotenza ed alla indifferenza. L’unica risposta possibile ad un processo che, con una forza centrifuga ed una centripeta, sfalda la rete sociale, è l’esaltazione, nel concreto della quotidianità e del lavoro, dello spirito nazionale, nella cui unità si rinviene l’ultimo livello di coesione possibile per una vera democrazia e la sovranità popolare.

Occorre dunque rinunciare a visioni particolari ed a singole opzioni, in favore di una concezione organica superiore il cui fine risiede nel benessere della comunità nazionale. Non conflitto, ma collaborazione. Non donna ( o figli, o padri ), ma famiglia. Non imprenditore ( o lavoratore), ma impresa. Non regione, ma Nazione. Porre, in sostanza, le varie specificità in funzione di un bene più grande, individuato dalla comunità. In tal senso, l'indole nobile dell'uomo, che lo porta ad aprirsi e non a chiudersi, individua nella Nazione il limen naturale, dato dalla lingua, dalla storia, dalla tradizione, dalla cultura, dalla spiritualità, all'interno del quale è possibile per un Popolo essere tale e determinare la propria esistenza.

 

 
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Gli immigrati, ovvero il futuro della sinistra

Post n°272 pubblicato il 28 Maggio 2009 da Antonio10d
 

E’ chiaro il disegno delle sinistre. Infatti, un atteggiamento così scriteriatamente aperto nei confronti dell’immigrazione non può trovare ragione unicamente in taluni retaggi ideologici. Anche “lor sinistri” calpestano il suolo italico e, per quanto ciechi e sordi, non possono fingere l’inesistenza di molteplici problemi. Ebbene, accantonata l’ipotesi più “alta”, resta da stabilire dove risieda la cocciutaggine degli ex, post e “mai stati” compagni. Fini elettorali ? Non tanto e non solo. La via utilitaristica del do ut des, la quale pretenderebbe che a cotanta simpatia si accompagnasse un pensierino in cabina elettorale nel prossimo futuro, non è poi così realistica. Difficile coniugare una certa concezione “teocentrica”  e maschilista della vita (e della società) del gruppo d’immigrati numericamente maggioritario con il laicismo sinistroide. “Perché mai un mussulmano dovrebbe sostenere chi si batte per emancipazione femminile e matrimoni omosessuali ? “ – si era chiesto l’attuale Presidente della Camera prima di uscire con la sparata sul voto amministrativo agli stranieri.  Fini, mosso come di consueto dal freddo calcolo delle circostanze, lo aveva già capito tempo fa. E allora ? Possibile  che una seppur sgangherata sinistra agisca per partito preso, senza riferimenti ideali, né tornaconti elettorali ? Naturalmente no, sebbene su questo tema siano mancati nel tempo coerenza e linea politica. Di volta in volta, infatti, sono mutati gli argomenti a sostegno dell’accoglienza indiscriminata. Si è passati da uno sfondo terzomondista ed internazionalista ad uno in cui solidarietà, impotenza storica e PIL vanno a braccetto. A fare pendant il diacronico mezzuccio facile facile, consistente nell’agitare, contro  chiunque si ponga qualche dubbio in merito, il terribile spettro del razzismo.

Per chiarire la prospettiva dell’oggi e del domani, occorre percorrere a ritroso le scale della storia. Caduto il muro di Berlino, e sotto di esso l’utopia comunista, la sinistra Italiana non ha saputo reagire se non accodandosi al sistema occidentale e capitalista. Chiaramente, non potendo più regalare alla classe operaia ed ai lavoratori dipendenti il sogno di una società privata della subalternità, ha perso lentamente il contatto con essi, ricercando l’alternativa di consenso altrove. In tal senso, le rivendicazioni femminili, omosessuali, anticlericali, libertarie hanno soppiantato quello che da sempre era stato il cavallo di battaglia della gauche in tutto il mondo. Tuttavia la società nel frattempo  è  cambiata, divenendo più dinamica ed infittendo la sua rete di relazioni interpersonali. La mobilitazione delle masse, però, risulta impossibile quando manca un gruppo sociale di riferimento coeso. Le associazioni, come fattore coagulante, sono molto distanti per efficacia dalle fabbriche e dai quartieri operai.

Fallito dunque il tentativo di sciogliere il rosso nel fucsia e nella fosforescenza dei colori più strani, la sinistra ha bisogno oggi di modificare ancora una volta la propria ragione sociale. Se è vero come è vero che a monte sta sempre il conflitto, quale miglior oggetto politico degli immigrati ? Essi, proletari per antonomasia, si riproducono a velocità impressionante, sono sottopagati, senza tutele sindacali e diritti sociali,  privi del diritto di voto, vivono in quartieri ghetto,  apprestandosi ( se le cose continueranno così ) a raggiungere e superare la quota del 10 % della popolazione: ricordano molto per caratteristiche la classe operaia di inizio secolo. 

Ecco dunque svelato il disegno della sinistra: riportare indietro le lancette della storia, affidando il proprio futuro politico alla costruzione di un nuovo blocco sociale di riferimento.

 

 
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LA RISSA DI SABATO SERA AL PRATELLO DIMOSTRA IL SUCCESSO DELLE POLITICHE D’INTEGRAZIONE MESSE IN ATTO DALLA SINISTRA

Post n°271 pubblicato il 18 Maggio 2009 da Antonio10d
 

L’episodio accaduto sabato sera in via del Pratello dimostra come i diciotto milioni di euro spesi in tre anni dalla Provincia di Bologna per le politiche dell’integrazione siano stati un investimento di successo. Poche altre volte, infatti, è capitato di registrare un’adesione tanto convinta e convincente agli “usi e costumi” del luogo. Nello specifico, la rissa tra due tunisini ubriachi combattuta a colpi di bottiglie rotte in una delle strade simbolo del degrado cittadino,  esprime in sé il concentrato della politica attuata dalla sinistra bolognese negli ultimi anni: porte spalancate all’immigrazione, lassismo su sicurezza e degrado, ingenti contributi pubblici devoluti agli stranieri. I fatti attestano cinicamente l’inettitudine di una classe dirigente che sta distruggendo un intero territorio. D'altra parte l’integrazione non può prescindere da un numero chiuso rispondente alle reali possibilità di accoglienza e da una struttura sociale sulla quale poter davvero integrare. In questo senso lo sfaldamento dei legami comunitari, la crisi della identità ed il disconoscimento del sostrato di regole basilare per il vivere insieme, determinano l’erosione progressiva di quella base cui potere e dovere aderire. Non si confondano stanchezza e disperazione con razzismo; è proprio muovendo dalla convinzione secondo cui sono Italiani spesso i protagonisti di risse ed episodi analoghi affliggenti il Pratello e la città tutta, che possiamo serenamente affermare di non sentire il bisogno o l’esigenza di importare malviventi dall’estero.

 
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L'infantile presunzione dell'ego moderno

Post n°270 pubblicato il 03 Maggio 2009 da Antonio10d
 

Presumere. Arrogarsi cioè il diritto di stabilire come stiano le cose. Che si parli di sé o no  poco importa. Sta di  fatto  che proprio la presunzione rappresenta oggi uno dei maggiori ostacoli per la comunicazione. Non essere presuntuosi in virtù di una o più sfumature del proprio carattere, ma basare sé stessi, le proprie convinzioni ed il rapporto con l'altro, su ciò di cui si è persuasi. Non parlo delle giuste sicurezze che tutti dovrebbero avere; di quelle, cioè, che formano e rappresentano identità e spessore di una persona. Potendo cavarmela con una metafora, individuo  due modi per  "utilizzare" le proprie certezze: giocare in attacco e giocare in difesa.  In quest'ultimo caso non è la razionalità a guidare apprendimento, riflessione e dialogo, ma il pathos che viene scambiato per essa. Non si ritiene giusto quello che la ragione condurrebbe a ritenere tale, bensì ciò che si vorrebbe lo sia. Si procede dunque per stratificazione, ponendo l'una sull'altra le "infatuazioni della mente"; la precedente costituisce l'antecedente inevitabile ed "illogico" della successiva.  L'unico scopo della novità è quello di confermare la solidità del proprio bagaglio.  In questo modo si rimane pietrificati laddove la componente emotiva ha stabilito; la ricerca consiste nel tentativo di scovare in ogni dove un sostegno alle proprie idee. Non letture, né conversazioni possono incrinarle in nessun modo, poiché altrimenti metterebbero in discussione il proprio essere. Basare le proprie convinzioni sull'emozione e non sulla ragione, infatti, determina un legame inscindibile tra esse e l'identità stessa della persona. Si potrebbe sostenere, un po' arditamente, che un soggetto di questo tipo non pensa, ma è. Anche quando riflette; continua ad essere, senza aggiungere o togliere nulla alla propria identità. Un'identità più rigida, ma meno solida. Perciò va difesa. L'apparente sicurezza di frasi espresse scioltamente cela dunque una fragilità di fondo. L'incapacità, cioè, di "rimescolare le carte" , muovendo il proprio discorso da punti diversi. Riflessione e conversazione si traducono nella pratica di ripetizioni ossessive di concetti sedimentati. La difesa è a oltranza: nella forma del linguaggio prim'ancora che nella sostanza dei contenuti. Tutto diviene maledettamente intraducibile. L'incomunicabilità è il risultato inevitabile, ma non importa al soggetto in questione: la discussione è una gara da affrontare arroccati in difesa, non un mezzo per evolvere il proprio pensiero e giungere a nuovi approdi. Qual è dunque l'alternativa ? Ebbene, affinché le certezze siano reali, è necessario sottoporre qualsiasi convinzione, ogni argomentazione al vaglio spietato della falsificazione. Non basta, infatti, dimostrare a sé stessi la compatibilità di passaggi del discorso con altri. Tanto  più se ottenuta con scorretti adeguamenti lessicali. Falsificare, dunque, nei sensi comune e popperiano del termine. Confutare quotidianamente le proprie ragioni per infondere loro maggiore forza e saldezza. Metterle continuamente in discussione nella comunicazione con gli altri. Essere disposti a ridiscutere tutto attraverso differenti punti di vista. Separare, definendo, sé stessi, quindi la propria identità, dalle idee; assumere, dunque, rispetto ad esse un approccio esterno e distaccato. Questo significa salpare senza la paura di andare in mare aperto. Ciò vuol dire giocare all'attacco. Solo così è possibile comunicare fattivamente muovendo le proprie argomentazioni da certezze solide, ma in evoluzione continua.

 

 
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25 aprile. L'infamia di sempre con un Berlusconi in più

Post n°269 pubblicato il 22 Aprile 2009 da Antonio10d
 

"Finalmente" Berlusconi ha deciso di prendere parte alle celebrazioni per il 25 aprile. Sin'ora, infatti, il premier aveva sempre evitato di partecipare a questa manifestazione, percorrendo il sentiero che il suo fiuto politico gli suggeriva. Quest'anno è diverso. Evidentemente il successo elettorale ottenuto alle politiche del 2008 ed i sondaggi lusinghieri di questi  ultimi mesi lo hanno indotto a pensare di potersi appropriare persino di tale ricorrenza. Sostanzialmente il Presidente del Consiglio, stimolato dalla prospettiva di essere riconosciuto quale "statista", intende scavalcare il muro di una immagine di parte. Quale migliore occasione dell'anniversario della "liberazione" per mostrare all'opinione pubblica di poter rappresentare tutti quanti ? Probabilmente Berlusconi darà all'avvenimento un taglio del tutto personale, ergendosi a protagonista anche laddove si vorrebbe il pathos della storia libero di spadroneggiare. Si sa, Silvio non divide il palcoscenico con nessuno. Così forse esprimerà una lettura di quei giorni di sessantaquattro anni fa un poco diversa rispetto a quella imposta dalla vulgata resistenziale, annacquando il rosso della Brigata Garibaldi nel bianco a strisce condito di stelle su sfondo blu. L'esaltazione di una potenza straniera in luogo della santificazione di una fazione d'Italia. Ad ogni modo non è semplice capire cosa ci sia da festeggiare. Un popolo oppresso da sessant'anni di strisciante  dominazione straniera ? Oppure la vittoria di un Italiano su un altro Italiano ? Quanto al primo aspetto è innegabile come il piano Marshall sia stato per gli USA un imponente e lungimirante investimento. Inconsapevoli folle in tripudio hanno metaforicamente aperto le porte ad un modus vivendi altro rispetto a quello che la Civiltà Italiana aveva espresso fino a quel momento. Assieme a quel modello armi, marchi e sogni...

Per quanto riguarda la definizione della conclusione di una guerra civile come giorno da santificare laicamente quale festa nazionale c'è poco da dire. Gli sciacalli si arricchiscono sulle tragedie;  gli animali non si curano di sviare i propri passi festanti dalle calde pozze del sangue dei fratelli. I nemici di un popolo gioiscono della sua lacerazione.

 

 
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Trilogia settimanale del Silvio Berlusconi comico, ovvero l'uomo che rappresenta l'Italia nel mondo. Esilarante !

 

S'impicca per essere rimasto disoccupato a cinquantacinque anni. Noi ed il cappio della felicità

Post n°267 pubblicato il 29 Marzo 2009 da Antonio10d
 

Depressione, sofferenza,  buio. Le parole, sotto la buccia colorata da immagini sfocate,  faticano a rappresentare la realtà. Sono arnesi inutili per toccare il caldo ed il freddo, ma, proprio per questo, riescono a proteggerci dal rischio di scottature od ibernazioni. Un distacco necessario troppo spesso per lasciarsi scivolare addosso tutto, indistintamente. Dal cielo piovono gocce di sangue e ci si ripara sotto l'ombrello delle parole. Esse perdono la loro carica immaginifica, somigliando sempre di più a ciò che sono: tratti d'inchiostro o pixel; non cambia poi molto. Come fare, allora, per ascoltare il respiro affannoso di due occhi persi nel vuoto ? Perché reagire contro un mondo che strozza speranze e vite ?

Cinquantacinque anni. Disoccupato. Fallito. Morto. Sembra qualcosa di così lontano, una storia tragica, ma, appunto, una storia. Qualcosa da leggere sul giornale, da raccontare. Parole che scorrono illese. Eppure un cappio aleggia sopra le nostre teste di schiavi. Come acqua costretta da una diga artificiale viviamo legati alle lancette di un orologio, schiacciati nel portafogli, ingoiati dalla bocca della gente. Altri ancora cadranno nel baratro, spinti, una volta di più, dalla "mano invisibile"...

 

 
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Questa è l'Italia che volete ?

Post n°266 pubblicato il 24 Marzo 2009 da Antonio10d
 

 

Qualche giorno fa, aspettando l'autobus in via San Vitale a Bologna, ho assistito ad una scena che mai avrei voluto vedere. Spesso e da più parti si tende a smussare l'allarmismo che si fa sull'epoca attuale. " I tempi cambiano", "non c'è niente di male" sono solo due delle frasi ricorrenti pronunciate da chi intende legittimare la metamorfosi sociale, contraddicendone i caratteri degradante e degradata. Ebbene, collegandomi con la premessa fatta, al cospetto di "fotogrammi" emblematici non ho potuto esimermi dal tradurre in azione la mia frustrata indignazione. Così ho messo mano al telefonino ed ho scattato due foto con il preciso proposito di condividere con altri la mia rabbia. Una "madre", di fronte al figlio neonato in passeggino, esprime tutta la sua emancipazione nel trangugiare birra dalla bottiglia. Mezzogiorno, a sinistra il cellulare, a destra una sessantasei, davanti due occhi di una innocente perplessità. Non serve aggiungere altro per approfondire l'indignazione. Le immagini parlano chiaro. E' questa l'Italia che si vuole ? Questo il progresso ? Questa l'emancipazione ?

 

 
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Quale Libertà ?

Post n°265 pubblicato il 16 Marzo 2009 da Antonio10d
 

Ripercorrendo rapidamente l'evoluzione del modus pensandi dell'uomo dall'Illuminismo ad oggi, è curioso rilevare come, in nome dello stesso principio nominale, si siano attraversate fasi opposte. Il "Secolo dei Lumi" ha posto come stella polare delle umane condotte e del pensiero la Ragione; tutto ciò che non fosse razionale non poteva, pertanto, avere dignità. Ragione significò presto anche Libertà, poiché questa ebbe come presupposto filosofico l'affermazione del libero arbitrio quale diretta conseguenza della capacità raziocinante dell'essere umano. Tale principio sfumò presto nel suo estremo facendosi razionalismo, ossia riduzione dell'uomo a matematica degli interessi, uccisione di Dio e condanna "classista" di qualsiasi pulsione emotiva. Da ciò derivò, come proiezione pratico-politica, l'espunzione della Tradizione, della morale e dei Costumi dalla sfera pubblica, parallelamente all'affermazione del noto principio liberale (e in un certo senso cristiano) "la libertà di una persona termina laddove comincia quella del prossimo". La sfrenata progressione di questa legge, secondo la quale la regola è teleologicamente compresa nel concetto di libertà ed è da essa, per ciò, inscindibile, ha sacrificato il prossimo. Infatti, in nome dell'individuo, che non può né deve essere limitato in alcun modo, si è imposta la nozione di libertà quale assenza di regole e vincoli. Questa connotazione assolutista, che caratterizza i nostri giorni sia per quanto riguarda gli ambiti privati sia per quanto concerne quelli pubblici, contrasta naturalmente con i dettami della Ragione. Ciò accade perché tutte le condotte e tutte le decisioni, sia personali sia politiche, non hanno come parametro, criterio e fine, il raziocinio e la ragionevolezza, bensì l'individuo ed i suoi interessi, di qualsiasi natura essi siano. Il paradosso è evidente: la Ragione, sostanza contro forma per definizione, è stata svuotata di senso e resa simbolo ed alibi di dinamiche irrazionali; la Libertà, conseguenza filosofica della Ragione, è stata privata del suo presupposto, che è la regola, connotazione e dimostrazione della natura sociale dell'uomo (che si somma a quella individuale). Occorre, dunque, dare spazio ad una nozione sociale di libertà, più ricca, complessa e garantista di quella individuale. E' necessario, in definitiva, affermarne il valore razionale, rifiutando le ideologie libertarie. In tal senso, le regole sociali, la regolamentazione economica e la legge, costituiscono dei presidi formidabili posti a tutela dell'individuo e della comunità, al fine di garantire la libera e pura espressione della essenza ultima dell'uomo.

 

 
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DIRITTO ALLO STUDIO, GARANTIRE DIRETTA INTERNET IN “STREAMING” DI TUTTE LE LEZIONI UNIVERSITARIE DELL’ATENEO

Post n°264 pubblicato il 10 Marzo 2009 da Antonio10d
 

Lungi da una visione progressista della società, il progresso dev'essere un mezzo al servizio dell'uomo e non viceversa.  In tal senso si esprime una proposta che coniuga tecnologia e diritto allo studio. Al fine di contrastare un caro affitti cavalcante, l'aumento costante del prezzo dei mezzi di trasporto e l'aggravarsi del costo della vita, le lezioni universitarie degli atenei Italiani dovrebbero essere trasmesse in diretta streaming sui siti internet delle facoltà. In questo modo, a fronte di un sistema di borse di studio del tutto insufficiente, si garantirebbe anche ai fuori sede che per motivi economici  fossero costretti o preferissero restare a casa, l'accesso alla didattica. Una spesa media di circa settemila euro annui per vitto, alloggio e trasporto, sarebbe così eliminata dai bilanci delle famiglie. Questo provvedimento diminuirebbe di molto quella speculazione privata sugli affitti che alza a dismisura il canone medio, mascherato molto spesso dal nero. Sotto il profilo della didattica poi, è innegabile che una diretta internet delle lezioni significherebbe maggiore controllo sia per quanto riguarda la reale presenza dei professori, i quali troppo spesso a dispetto di un lauto stipendio delegano le funzioni agli assistenti, sia per ciò che concerne la qualità dell'insegnamento. Infine, sarebbe agevolata la circolazione dei saperi e si renderebbero gli studenti maggiormente consapevoli nella fase di orientamento universitario. In definitiva si realizzerebbe una reale concorrenza tra atenei, determinando un virtuoso innalzamento della qualità".

 

 
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In odio al riformismo

Post n°263 pubblicato il 03 Marzo 2009 da Antonio10d
 

Riformismo, parola tanto di moda quanto ambigua. Tutti ne parlano, nessuno ne definisce i contenuti. Viene esibito come un marchio di qualità, alla stregua di una denominazione di origine controllata. Appunto, qual è l'origine? E soprattutto, quale il fine ? Andiamo con ordine. Da fine '800, periodo in cui la classe operaia cominciava ad esprimere una propria soggettività politica, si usa contrapporre l'attributo riformista a "rivoluzionario". I tempi erano diversi: i disordini del '48 erano dietro l'angolo, lo Stato di diritto rappresentava ancora una teoria embrionale, ed anche in occidente le controversie internazionali si risolvevano tirando cannonate contro il nemico. Come a dire, la violenza era di casa, e non era improponibile pensare di sovvertire l'ordine costituito a colpi di rivoluzione. Ma oggi ? C'è forse ancora  qualcuno che pensa di perturbare lo status quo partendo lancia in resta ? Qualora ci fosse necessiterebbe urgentemente di TSO. Appurata, dunque, l'imbattibile forza degli Stati e delle organizzazione internazionali, accompagnata da una certa riluttanza per la violenza politica avvertita da una opinione pubblica ad un tempo, paradossalmente,  "evoluta" ed inebetita, non resta che tradurre i suddetti termini nel nuovo contesto. Mutatis mutandis il concetto di riformismo mantiene la propria intrinseca caratteristica di palliativo alla "crudeltà" di un "mondo" che parla in prima persona singolare. Riformare, in sostanza, significa tentare di smussare le ciniche spigolosità del sistema per via legislativa. Come in altri casi, è il non detto implicito della frase precedente che ne rappresenta il lato oscuro. Ergo: il sistema non è in discussione. Si può trattare sul come e sul quanto, ma l'idea di fondo della struttura sociale, economica e politica, rimane inalterata. Vale a dire capitale soggetto attivo, lavoro oggetto; profitto al primo, salario al secondo. In questo contesto una politica riformista si propone, ad esempio, di incentivare una condotta "illuminata" dell'impresa, di favorire la contrattazione collettiva, di stabilire una serie di ammortizzatori sociali (peraltro a spese della collettività) in caso di disoccupazione. In altri termini il riformismo potrebbe essere definito quale alibi del capitalismo, ovvero  mezzo attraverso cui il sistema addormenta le coscienze. Limitare al massimo la "fame", garantire per quanto possibile la stabilità del posto di lavoro, al fine di lasciare il cittadino alla sua tranquilla quotidianità. "Non stuzzicare il can che dorme" recita un vecchio adagio. Ebbene il riformismo si fa carico di questo "sacro" comandamento, ponendo cuscinetti laddove un urto potrebbe far sorgere qualche riflessione. Calando nella politica politicante, al di là della ripetizione ossessionata ed acritica di un termine utilizzato come pass, è possibile che tutti i partiti presenti oggi in Parlamento si definiscano orgogliosamente riformisti ? Assolutamente sì. Nessuno di essi, infatti, si pone più il fine di "cambiare le cose". Non solo: non c'è più neanche bisogno, per attrarre consenso, di indicare una situazione ideale, una sorta di approdo finale del proprio progetto. Proprio per questo, in un contesto nel quale il "sistema" non trova la benché minima opposizione della politica, che peraltro si adopera per garantirlo, passa il messaggio forte che attribuisce al termine rivoluzionario un'accezione negativa. Oggi sono tutti moderati, riformisti, liberali.  Altrimenti non sono in Parlamento.  Il Popolo chiede il cambiamento, ma è impaurito dalla rivoluzione. Operai, impiegati, studenti urlano contro il televisore e scagliano la loro ira contro i giornali, ma sono totalmente incapaci di ribellarsi, associarsi, combattere. La dimensione privata ed individuale della rivolta ha surclassato quella pubblica, finendo per divenire alienazione e frustrazione. Da soli, di fronte alla tv, gli obiettivi si fanno sempre più piccoli e borghesi. L'individualismo indotto diventa la prigione nella quale bruciare le proprie aspirazioni, mentre fuori, al di là delle sbarre, un nuovo ordine, rivoluzionario nella sostanza, democratico nella forma, attende solo il consenso dei più...

 

 
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Il partito dei pedofili avanza in Olanda, ma l'Europa tace...

Post n°262 pubblicato il 24 Febbraio 2009 da Antonio10d
 

E ora l'Europa dov'è ? Ora che in Olanda il partito dei pedofili chiede la liberalizzazione del sesso con bambini di dodici anni, "minacciando" di ottenere qualche seggio in parlamento, perché tutto tace ?

Quando l'Austria, qualche anno fa, registrò un cospicuo successo elettorale del partito del fu Jorg Haider, il quale era in odore di governo, piovvero da Bruxelles minacce di sanzioni anche pesanti. Si tirarono fuori la xenofobia, il razzismo e le presunte simpatie naziste del leader. Eppure le posizioni dei "liberalnazionali" non erano così dissimili da quelle della Lega Nord, partito che oggi in Italia presenta tra le sue fila addirittura il Ministro dell'Interno.

Probabilmente, allora, la questione non verteva tanto sull'immigrazione, annessi e connessi, quanto su una diversa visione di Europa. Se così fosse, il silenzio di questi giorni sull'epifania criminale della ennesima "stravaganza" olandese sarebbe qualcosa di veramente preoccupante. Nessuna sanzione, non una condanna. Da Strasburgo si impongono agli Stati norme atte a sanzionare come reati le opinioni sulla omosessualità, ma neppure una parola viene scagliata contro l'aberrazione pedofila.

Siccome in sede UE non sono i Popoli a determinare il loro destino con il voto, ci sarà qualcun altro, dietro il teatrino, a muovere i burattini. Dubbi e preoccupazioni  scendono sempre più giù nello stomaco...

 

 
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Ammissione del fallimento o colpo di coda del Sistema capitalista ?

Post n°261 pubblicato il 19 Febbraio 2009 da Antonio10d
 

(DIRE) Roma, 19 feb. - Al momento si tratta di "una teoria suggestiva", di "un'ipotesi", ma e' una delle idee "su cui ci stiamo esercitando", a livello internazionale: nazionalizzare le banche per affrontare la crisi economica. Lo dice Silvio Berlusconi, in conferenza stampa dopo l'incontro col premier britannico Gordon Brown.(SEGUE)


 


  (Anb/ Dire)


16:28 19-02-09


 


NNNN


 

 
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LA LEGA NORD RACCOGLIE FIRME PER CASTRAZIONE CHIMICA STUPRATORI. CONFERMANO DI ESSERE IL PARTITO DEL FUMO

Post n°260 pubblicato il 15 Febbraio 2009 da Antonio10d
 

Di fronte all'ennesimo atto di violenza accaduto per opera di un immigrato, la Lega Nord annuncia gazebi e raccolta firme al fine di istituire la castrazione chimica per gli stupratori. Viene spontaneamente da chiedersi se l'ennesima iniziativa propagandistica dei leghisti non celi l'incapacità di avere un peso a palazzo Chigi ed in Parlamento. O forse tutto ciò è parte di una strategia di fondo capace di drenare i voti "arrabbiati", altrimenti in libera uscita al cospetto di un Governo incapace nella lotta contro l'immigrazione clandestina ?

 

 

 

 

 

 

 
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