Creato da: BobSaintClair il 12/09/2007
Il vasino di Pandorino/ The Wall of Flowers

FAVORITI

 


ALESSANDRO PORTELLI BLOG
        Attualità

 


METALMESSIAHRADIO

 

 

*** CINEMA ***

à

FUORI ORARIO
COSE (mai) VISTE
Programmazione
RAI3 NOTTE - orario
e altre
curiosità clic 
QUACK!!!


 

 

Area personale

 

Archivio messaggi

 
 << Dicembre 2017 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
        1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28 29 30 31
 
 

Ultime visite al Blog

angaBobSaintClairoscurolamenteThasalaPrimosireKatartica_3000b.bagnolichiaraN_y_lcriand2tuataradiletta.castellisantiago.gamboaamistad.siempreil.cuculoio86dark
 

Ultimi commenti

questo post mi ha fatto molto riflettere. Complimenti per...
Inviato da: diletta.castelli
il 23/10/2016 alle 13:14
 
qui il tempo si č proprio fermato, l'orologio non...
Inviato da: altro_che_mela
il 30/12/2014 alle 20:29
 
Ciao MISS Kata... sono spesso assente, cercherņ di...
Inviato da: BobSaintClair
il 18/01/2014 alle 21:23
 
:*
Inviato da: BobSaintClair
il 18/01/2014 alle 21:21
 
:*
Inviato da: BobSaintClair
il 18/01/2014 alle 21:21
 
 

free counters



 
 

FACEBOOK

 
 

Cerca in questo Blog

  Trova
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom
 
Citazioni nei Blog Amici: 61
 

 

 
« John Surman - As if we knewLaetitia Sadier - Find M... »

Maussiani

Post n°762 pubblicato il 10 Gennaio 2013 da BobSaintClair

*

Logica del dono: dono dunque sono

Il dono è una moneta di scambio? Ci aspettiamo un'utilità
per noi nel donare qualcosa ad altri?

*


di Stefano Cazzato

L'importante è il pensiero, si dice, a proposito di un dono. Non importa quanto o cosa ci sia donato, ma il fatto che qualcuno si sia ricordato di noi.
Roland Barthes in L'impero dei segni, ricorda che in Giappone quello che si regala è un pacchetto, elegante e ben confezionato, che contiene poco o addirittura nulla, o comunque qualcosa che valga meno del pacchetto stesso. Come a dire: è il segno, il contenitore, la forma che conta, non il contenuto.
Più ironicamente il filosofo tedesco T. W. Adorno ha scritto in Minima Moralia che generalmente doniamo agli altri quello che piace a noi, ma di qualità leggermente inferiore. Questa affermazione getta una luce negativa sull'atto di donare che, secondo Adorno, non terrebbe conto né dei bisogni affettivi dell'altro (visto che gli regaliamo ciò che piace a noi), né della sua dignità personale (visto che la qualità di ciò che gli regaliamo è leggermente inferiore a quella che desidereremmo per noi).
Ma veramente il dono comporta, come dice Adorno, questo controsenso e questa sottile ipocrisia? E più in generale: che cosa si deve intendere per dono? Qual è il suo significato? Quali sono i sentimenti e le motivazioni che ispirano un atto così nobile, così virtuoso eppure così difficile come quello di dare?

Antropologia del dono
Sono stati gli antropologi a occuparsi inizialmente del dono, mettendone in luce soprattutto la funzione aggregante che svolge all'interno di alcuni gruppi e società arcaiche.
Secondo la teoria antropologica il dono, più dell'interesse, sarebbe un formidabile collante sociale e, come ha sostenuto Mauss, la roccia di ogni morale.
Oggi M.A.U.S.S. è anche una sigla importante che gioca, in forma di omaggio, proprio con il nome di Marcel Mauss, grande antropologo francese del Novecento e autore di un celebre Saggio sul dono.  M.A.U.S.S. indica infatti il Movimento Anti-Utilitarista nelle Scienze Sociali che si è sviluppato a Parigi nei primi anni ottanta, per iniziativa di alcuni intellettuali di diversa estrazione (A. Caillè, S. Latouche, C. Tarot, J.T. Godbout, J.L. Laville) accomunati dalla volontà di comprendere cosa si nasconde nella logica del dono.
A prima vista, dire che il dono ha una logica significa quasi contraddire il concetto stesso di dono la cui essenza è nella gratuità, nella spontaneità, nella libertà, nella mancanza di calcolo e di obbligo, nel rifiuto di un tornaconto personale. Tuttavia per i maussiani il dono ha una logica nella misura in cui chi dona ha delle buone ragioni per donare, dei validi motivi per essere altruista.
Questo non significa che sia la ricerca dell'utilità il motivo ispiratore del dono. Che cosa si ricaverebbe infatti dal donare? Chi dona non ha sicurezze, si espone a un rischio, a un'incertezza, a una possibilità. La possibilità, scrive Alain Caillè in Il terzo paradigma,  che "quello che viene restituito sia differente da quello che è stato dato, che sia restituito ad una scadenza sconosciuta, forse mai, che sia dato in cambio da altri che quello che avevano ricevuto o non sia restituito per niente". E Jacques Godbout, in Il linguaggio del dono,  aggiunge che "la restituzione, se mai ci sarà, sarà a sua volta un dono. Il che vuol dire che anche essa sarà libera".

La logica del dono
In che senso di deve parlare allora di logica del dono?
Per rispondere alla domanda bisogna ricostruire il terreno filosofico di questo dibattito e ricordare che i maussiani hanno una concezione complessivamente ottimistica della natura umana che li differenzia sia dalla tradizione apocalittica inaugurata nel  Seicento da Hobbes che riteneva l'uomo come un potenziale nemico per i suoi simili (da cui l'espressione homo homini lupus), sia dalla tradizione utilitaristica ottocentesca secondo cui le azioni umane sarebbero  determinate essenzialmente dall'interesse personale. I maussiani, al contrario, pensano che l'uomo possa fare il bene nel senso di essere naturalmente predisposto verso sentimenti positivi verso la generosità, la fiducia, la condivisione, la simpatia. I maussiani sono aristotelici nel pensare chel'amicizia sia alla base della società e kantiani nel ritenere che si agisca con giustizia per il senso di un dovere e non per perseguire un vantaggio.
Il dono, pertanto, è logico perché, al di là del guadagno che se ne può ricavare, consente di stabilire dei legami sociali, di affermare un'appartenenza, di fare comunità. Le buoni ragioni per donare hanno a che vedere, dunque, con il bisogno dell'individuo di realizzarsi come animale sociale, di non restare escluso dalla cerchia dei suoi simili, di combattere e vincere la solitudine costruendo una socialità aperta, allargata, che non poggia sull'ipocrisia dello scambio o del calcolo delle azioni solo in termini di costi e benefici. In questo senso, e solo in questo senso estremamente paradossale, si può parlare di interesse a donare.
Tanto più è evidente il disinteresse del dono, quanto più i destinatari non sono gli amici, dai quali ci si attende o pretende la restituzione, ma gli estranei e i più bisognosi, i quali è molto difficile che possano sdebitarsi e ricambiare.

Il dono è un'azione a una sola andata?
Il filosofo francese Jacques Derrida, in un bellisiimo libro del 1991, intitolato Donare in tempo, ha scritto infatti che il dono è un'azione a una sola andata che non deve implicare necessariamente un ritorno, una reciprocità, uno scambio, una circolarità, altrimenti non sarebbe più un dono.
In questo senso il dono è un evento straordinario che eccede le nostre previsioni, i nostri calcoli, le nostre attese.
Se, per Derrida, quello dei calcoli e degli scambi è il linguaggio materialistico dell'economia, quello del dono è, invece, il linguaggio, sempre più raro ed eccezionale, dell'etica e della politica. Un linguaggio etico in quanto chiama in causa la nostra responsabilità morale nei confronti degli altri; politico in quanto chiama in causa le responsabilità istituzionali nei confronti delle classi e degli individui meno fortunati. Infatti, scrive Caillè, "la questione vera è quella di sapere a chi donare" perché il dono viene svuotato dei suoi contenuti morali e sociali quando ad esempi si preferisce una solidarietà corporativa (quella della famiglia, del proprio gruppo, del campanile, della razza) a una solidarietà più estesa e generale: quella nei confronti della comunità e dell'umanità. Anzi la forza della solidarietà si misura proprio a partire dalla capacità di destinare il dono agli estranei, ai lontani, ai diversi e persino a quelli che, secondo il senso comune, sarebbero nemici.
Non tutti, però, la pensano come Caillè, Godbout o Derrida. Molti pensatori, partendo da principi utilitaristici, hanno criticato l'ideologia dei maussiani, ritenendola ingenua, idealistica, utopica. Una serie di buoni propositi, nobili e condivisibili sul piano dei principi, ma difficili da tradursi nella realtà di un capitalismo talvolta selvaggio ed incontrollato, che parla non il linguaggio del dono, ma quello dell'individualismo.
Chiaramente i maussiani non sottovalutano il fatto che le tendenze culturali dominanti del nostro tempo subordinino la gratuità all'interesse, il dono allo scambio. Ma l'obiettivo della loro ricerca è, da un lato, quello di denunciare le ingiutizie del mercato, e, dall'altro, quello di sensibilizzare l'opinione pubblica rispetto alla possibilità di un modello sociale ed economico differente.
Del resto, la conferma diretta della teoria antiutilitaristica è data dalla presenza profetica di tante persone e associazioni che donano (denaro, tempo, beni, impegno, conoscenza, amore, studio, energie). Una presenza che - per dirla con Barthes - è un segno per tutti noi.

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 
Vai alla Home Page del blog