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Sanguineti/Novecento a cura di Giuliano Galletta

Post n°560 pubblicato il 10 Maggio 2010 da BobSaintClair

G. Galletta: - Il Novecento si caratterizza anche per l'ingresso delle masse nella vita politica e per l'affermarsi della democrazia.

E. Sanguineti: - Certamente il Novecento vede lo sviluppo della democrazia, la forza della persuasione. Non c'è solo la semplice ricerca di consenso ma l'intervento delle masse diventa azione pratica, concreta, rivoluzione, adesione, entusiasmi, anche attraverso l'istituzione del suffragio universale, che però è cosa relativamente recente.
Noi parliamo di vita democratica, ma dobbiamo pensare che il corpo elettorale era molto selezionato, che è solo col Novecento, per esempio qui in Italia, che arriva al cittadino il diritto di votare, indipendentemente dal censo, dal ruolo, dalla posizione economica. Il voto femminile è una conquista del dopoguerra, insomma è una storia progressiva di acquisizione di responsabilità. Allora ci si rende conto dell'enorme valore che ha la propaganda e che il conflitto ideologico è in gran parte un conflitto di propagande. Questo permette anche di rileggere, allora, il passato in luce diversa nel momento in cui assistiamo alla transizione dal momento della propaganda a quello della pubblicità, che ne è l'aspetto degradato. Non più un dibattito tra convinzioni diverse, ma un artificio di seduzione, di persuasione occulta in cui le idee vengono vendute come prodotti.
Il decorso novecentesco potrebbe essere così sintetizzato: un secolo che comincia con gravi conflitti di gruppi contrapposti - è il momento in cui si vive il dramma dello scontro tra borghesia e proletariato e in cui anche le posizioni più remote da quelle socialiste e comuniste partono dalla consapevolezza che quello è il terreno conflittuale essenziale - e poi si muove verso una situazione in cui l'elemento della pubblicità, cioè della seduzione, viene sempre più prendendo il posto di quella che dapprima era interpretata come coscienza di classe. Questo, mi pare, potrebbe essere il tratto novecentesco in uno schema minimale di descrizione.

Negli ultimi anni si è molto parlato di fondamentalismo, integralismo e di nuove forme di totalitarismo, altro grande tema novecentesco. Quale pensa sia il rapporto fra il suo concetto di ideologia e queste forme di estremismo culturale e politico?

...è curioso perché il secolo scorso si era concluso, appena ieri, con la convinzione che le ideologie fossero morte, che il ruolo delle ideologie fosse in qualche modo finito. La globalizzazione sembrava coincidere con la fine della storia, anche per chi non accettava alla lettera questa formula. Si trattava di un'idea abbastanza diffusa.
Devo dire che, come molti altri, non credevo alla fine della storia e non credevo nemmeno alla fine dell'ideologia. Sono tra coloro che pensano che la fine delle ideologie sia una formula ideologica, una formula di seduzione, che è nata certamente per combattere, e per accompagnare la caduta del socialismo reale, che era l'oggetto ideologico negativo nella cultura del mondo capitalistico-borghese; per cui dire le ideologie sono finite voleva dire, in sostanza, è morta l'ideologia marxista, con tutti i paradossi che ne conseguivano.
Il proletariato, il mondo dei lavoratori veniva così disarmato della coscienza di classe, di cui, invece, rimaneva perfettamente consapevole il mondo capitalistico-borghese. Agnelli o Berlusconi non hanno dubbi a che classe appartengano, sanno benissimo di essere rappresentanti dei grandi affari, del mondo capitalistico. Quindi, come dire, se si potesse usare questa formula paradossale, gli unici a rimanere marxisti sono stati i capitalisti, voglio dire che hanno imparato davvero la lezione marxiana e l'hanno fatta propria, lasciando disarmato il fronte avverso. Ma il paradosso ulteriore è che non appena il secolo si è concluso, ci si è accorti che la storia non solo era aperta, o se vogliamo dire riaperta, dopo un momento di illusione di conclusione, ma che i conflitti ideologici e le ideologie non solo prendevano rilievo, ma prendevano rilievo in forme estremamente arcaiche e che si supponevano, ingenuamente, superate. Per esempio, i conflitti che nel nome di posizioni religiose venivano a disegnare nuovi terreni di scontro e che si cerca, da un lato, di temperare e di superare e, dall'altro lato, si affermano invece come incombenti.


 

 
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