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Un blog creato da icszeta il 14/02/2008

NO NO E POI NO (VAT)

una notizia al giorno toglie il vaticano di torno...

 
 
 
 
 
 

PRESENTAZIONE DEL BLOG

Questo blog intende raccogliere notizie e riflessioni sul Vaticano: a partire dalla considerazione che il sistema informativo italiano funziona sempre più come velina dei poteri forti, e che il massimo potere in Italia è proprio il Vaticano, cerca di diffondere notizie sulla Santa Sede e sulle sue derivazioni, sulla loro organizzazione e sulla loro attività, che non trovano spazio sui media.
E' un blog di parte ed ha come obiettivo politico dichiarato l'informazione e la denuncia della non neutralità e non eticità di uno dei maggiori poteri economici, politici e militari globali.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge numero 62 del 7/03/01.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Desaparecidos: il Vaticano colpisce ancora

Post n°20 pubblicato il 25 Marzo 2008 da icszeta
 
Foto di icszeta

24 marzo 1976: i militari al potere in Argentina. Nessun ricordo in Italia, solo la continuazione di quel potere che il Vaticano ha legittimato e vuole continuare a legittimare, per il semplice fatto che ne fa parte.

Ricordiamolo, almeno noi, così:

Lo ha denunciato Eleonora Martini su Il Manifesto del 13 marzo scorso: non solo Ciarrapico, raccoglie Berlusconi fra l’estrema destra… Basta spingere lo sguardo oltre Atlantico per incontrare un altro personaggio di cattivo gusto: il capolista del Pdl per il Sud America è Esteban Caselli (nella foto con Wojtyla), conosciuto in Argentina come “il vescovo”.
Denuncia Luciano Neri:
“Caselli, che con la contrarietà della Chiesa Cattolica Argentina fu nominato ambasciatore in Vaticano durante il governo di Menem, è stato protagonista di una impressionante carriera finanziaria che lo ha portato in poco tempo dal niente a controllare un ingente patrimonio finanziario e a condizionare la politica del governo argentino”.
“Esteban Cacho Caselli – prosegue Luciano Neri - è stato attivo funzionario durante la dittatura, quando al potere erano i generali Viola e Bignone. Sulla cospicua eredità che gli avrebbe lasciato un ufficiale dell’aviazione militare, Miguel Cardalda, di cui era autista, sono state riempite pagine e pagine da giornalisti e scrittori, fra i quali l’attuale deputato Miguel Bonasso, autore di Don Alfred, e Olga Wornat, autrice di Nuestra Santa Madre”.
“Ma il più implacabile fustigatore di Caselli – afferma Neri - è l’ex ministro dell’Economia e padre dell’Argentina economica e finanziaria moderna, Domingo Cavallo, che ha esplicitamente incluso l’aspirante senatore italiano Caselli in una "mafia" legata ad Alfredo Yabran, personaggio collegato tra l’altro all’uccisione di Josè Luis Cabezas, fotografo del settimanale politico argentino “Noticias”. Yabran è stato considerato anche "prestanome eccellente" dell’ex presidente Menem. Il Ministro Cavallo ha ripetutamente e pubblicamente accusato Caselli di essere coinvolto anche nel traffico illegale di armi tra Argentina, Croazia ed Ecuador, in un traffico d’oro e perfino nella rete di protezione dei colpevoli dell’attentato antiebraico alla Amia (Associazione di mutua assistenza Israelo argentina) che causò a Buenos Aires una ottantina di morti e centinaia di feriti il 18 luglio 1994."

Se Ciarrapico è stato fatto salire sulla barca del cavaliere per raccogliere voti fra gli estremisti di destra, confusi tra varie listine fasciste, diverso è il caso di Caselli, la cui caratteristica non è semplicemente quella di strizzare l’occhio ai “camerati” italiani che popolano il Sud America.
Se con la destra Argentina i suoi rapporti sono stati altalenanti, grazie soprattutto ai suoi frequenti doppi giochi, non così si può dire della sua fedeltà al Vaticano, e mai il soprannome vescovo fu più ben speso.
Se infatti è inviso all’attuale governo argentino, è invece amato dal governo d’oltretevere che, se questa operazione andrà a buon fine, vede un modo per mettere i bastoni all’attuale Casa Rosada, in un’Argentina sempre più insofferente nei confronti di una chiesa cattolica che, dopo essere stata complice della dittatura, continua a mantenere privilegi economici e a pretendere di determinare le politiche del paese.
La diplomazia fra i due paesi è in crisi dal 2005, quando il governo argentino non aveva digerito alcune dichiarazioni dell’Ordinario militare, monsignor Antonio Juan Baseotto, che criticò aspramente alcune iniziative legislative sull’aborto, ottenendone in cambio la sospensione dello stipendio, pagato dallo Stato argentino.
Ogni occasione è buona per peggiorare i rapporti: dopo il tentativo di pacificazione con l’incontro fra la presidente Cristina Kirchner e il segretario di Stato Tarcisio Bertone dell’autunno scorso, nuova crisi ad inizio d’anno con il rifiuto del Vaticano del nuovo ambasciatore argentino Alberto Iribarne, ex ministro della Giustizia, perché divorziato (invece Sarkozy va benissimo come alleato contro il relativismo europeo…).

Dei rapporti di Esteban Caselli con il Vaticano ci parla Washington Franga sul quotidiano argentino on-line pagina/12 dello scorso 17 marzo:

Caselli assicura che fu invitato a proporre la sua candidatura direttamente da Berlusconi, cosa di cui dice di sentirsi “onorato” e sostiene che è suo proposito aiutare a “migliorare le relazioni fra l’Italia e i paesi dell’America del Sud”. L’esperienza diplomatica non manca all’ex segretario del Culto della gestione del presidente Carlos Menem. Fino al 1999 è stato ambasciatore argentino presso la Santa Sede e attualmente è rappresentante del Sovrano Ordine di Malta presso il governo del Perù.
Ma la traiettoria di Caselli parla, più che delle sue doti di diplomatico, della sua grande capacità di adattarsi alle circostanze e di trarre profitto da tutte le situazioni facendo i propri affari.
Nel 1974 lo si poteva vedere a fianco dell’ultraconservatore dirigente metallurgico Victorio Calabrò, al tempo governatore della provincia di Buenos Aires. Durante la dittatura visse situazioni contraddittorie.
Collaborò con i militari, ma allo stesso tempo finì in carcere. Cerca di vendere una storia collegata con la persecuzione politica, ma altre versioni riportano manovre di denaro poco chiare che finirono per inferocire alcuni militari che fino a poco tempo prima erano suoi protettori.
Durante il governo di Carlos Memen, l’attuale candidato al parlamento italiano transitò per molti incarichi, in diversi settori e diversi luoghi. Fu sottosegretario di Acción de Gobierno e in “Somisa”, la maggior acciaieria del paese, strinse relazioni con Hugo Franco*, uno dei principali agenti politici del già defunto Cardinale di Cordoba Raul Francisco Primatesta**.
Negli anni di Menem, Esteban Cacho Caselli, che ostenta oggi il titolo onorifico di “gentiluomo di sua santità” ottenuto dal Vaticano, si trasformò nel collegamento stabile fra il gruppo di vescovi più conservatori, fra i quali stava per l’appunto il Primatesta, il cardinale Antonio Quarracino e i vescovi Emilio Ognenovic e Desiderio Collino. Attraverso Caselli, Menem ripagò in privilegi e in denaro i vescovi che gli erano stati fedeli e avevano difeso la sua gestione. Cacho era l’incaricato delle negoziazioni.
La sua fedeltà ecclesiastica fu premiata innanzitutto con la Segreteria del Culto nel governo e poi con la titolarità dell’ambasciata argentina presso il Vaticano, incarico molto più redditizio sotto ogni punto di vista, che esercitò fra il 1997 e il 1999 e che utilizzò per consolidare la sua amicizia e il suo sodalizio di affari con colui che al tempo era il segretario di Stato e il numero due del Vaticano, il cardinale Angelo Sodano. Con Sodano e la sua famiglia l’ambasciatore Caselli costituì una vera e propria società politico-commerciale che prosegue tutt’ora.
A Roma l’ambasciatore Caselli non si privò di nulla. Agiva con una tale impunità che un giorno chiamò per telefono direttamente dall’ambasciata il vescovo Rafael Rey, titolare della Caritas, per dirgli di moderare le sue critiche al governo di Carlos Menem. Poco prima lo stesso vescovo di Zarate-Campana aveva reso pubblica un offerta di denaro alla Caritas da parte di Carlos Corach con lo stesso obiettivo: placare gli avvertimenti ecclesiastici sulla difficile situazione sociale.
In altra situazione, l’attuale candidato a occupare per il Sudamerica un seggio per il PdL, compare nel mezzo della trama di relazioni fra l’impresario Alfredo Yabrán, il cardinale Primatesta e colui che ne fu il tesoriere, il prete Marcelo Martorell, oggi vescovo di Iguazú, carica al quale costui arriverà nonostante l’opposizione del cardinale Jorge Bergoglio, ma per l'appunto con la raccomandazione a Roma del solito Esteban Caselli.
Nel 1999 l’ambasciatore Esteban Caselli si accomiatò dall’ambasciata in Vaticano con un pomposo ricevimento, al quale assistette Menem in persona e a cui furono invitate le più alte autorità della curia romana.
Ritornò immediatamente in Argentina per partecipare alla campagna elettorale e sostenere il candidato a governatore della provincia di Buenos Aires, Carlos Ruckauf che, riconoscente, una volta eletto lo designò nel 1999 segretario generale del Governatorato.
Durante il governo di Fernando de la Rúa e il mandato di Néstor Kirchner, Caselli non lasciò mai perdere i suoi assidui contatti con i settori più conservatori della chiesa. Fra i vescovi c’è chi si vanta della propria amicizia con lui, come il già citato Martorell, l’attuale vescovo di Zárate-Campana, Oscar Sarlinga, o l’arcivescovo platense Héctor Aguer. Altri lo detestano, fra l’altro anche per l’influenza che continua ad esercitare in certi circoli vaticani, anche dopo la partenza del cardinale Angelo Sodano dalla Segreteria di Stato.
Il suo principale contatto continua ad essere il cardinale argentino Leonardo Sandri, legame importante, nonostante oggi sia relegato a un posto non strategico della struttura vaticana. Questo potere ha portato Caselli a operare nella designazione di vescovi, agendo anche contro il volere della Conferenza Episcopale. E’ chiaro che Caselli continua a praticare i corridoi della curia vaticana e, dall’epoca di Kirchner, lo si segnala come qualcuno che lavora per creare difficoltà nelle relazioni fra la chiesa e il governo. Caselli smentisce regolarmente ogni intromissione negli affari interni della chiesa e si mostra perfettamente alleato con l’istituzione cattolica e in particolare con il potere vaticano.
Ora, come candidato a un posto nel parlamento italiano in rappresentanza del Sudamerica, Caselli fonda la sua proposta elettorale su “educazione, benefici per i cittadini italiani all’estero, benefici diretti per le associazioni italiane in Sudamerica, cooperazione economica e sviluppo della cultura”, promettendo piani di immediata realizzazione. Nulla dice dei suoi contatti ecclesiastici, però si assicura che sia proprio Berlusconi a considerarlo un collegamento efficace con molti degli uffici vaticani.

* La Somisa, una delle maggiori acciaierie del paese, sotto la gestione di Hugo Franco fu privatizzata e furono licenziate 6.000 persone.

** Morto nel 2006, il cardinale Raul Francisco Primatesta è stato anche presidente della conferenza episcopale argentina, confidente di Wojtyla, nonché complice della dittatura e sospettato di aver indicato ai militari i nomi dei professori e degli allievi liberali, molti dei quali finiti poi fra i desaparecidos (vedere il suo necrologio sull’Indipendent).


Chi sarà Esteban Caselli? Il vescovo di Berlusconi o il senatore del Vaticano?
Comunque sia, il gentiluomo di sua santità, continua ad avere delle frequentazioni degne del suo titolo, fedele nei secoli dei secoli...

 
 
 

Di necrofilie, esorcismi e truffe

Post n°18 pubblicato il 20 Marzo 2008 da icszeta
 
Foto di icszeta

Il prossimo giovedì 24 aprile sarà esposta, a San Giovanni Rotondo, la salma di Padre Pio.
Tutta la necrofilia cattolica emerge nelle parole del vescovo di San Giovanni Rotondo-Manfredonia-Vieste, Domenico D'Ambrosio, delegato per la Santa Sede per le opere di Padre Pio:
"Sin dall'inizio - ha riferito - si vedeva chiaramente la barba. La parte superiore del teschio è in parte scheletrita, il mento è perfetto, il resto del corpo è conservato bene. Si vedono benissimo le ginocchia, le mani, i mezzi guanti, le unghie. Se padre Pio mi permette, è come se fosse passato un manicure".
Non ci dilungheremo sulla vicenda, rinviando ad un articolo di Massimo Ortalli sul settimanale anarchico Umanità Nova dove bene vengono individuati i due significati dell’evento:
Naturalmente una notizia così clamorosa, che coinvolge emotivamente milioni di fedeli aggrappati al superstizioso mito del cappuccino del Gargano (quante insopportabili gigantografie del frate sui camion e quanti santini accuratamente conservati fra la tessera della Coop e quella del Bancomat!) non poteva passare inosservata, anzi, era prevedibile che avrebbe suscitato non poche polemiche. E non tanto fra gli innocenti "credenti", ai quali, in un modo o nell'altro se ne propinano di ogni, quanto, ovviamente, fra coloro che su questo gigantesco imbroglio ci speculano. Economicamente e spiritualmente. Da un lato, dunque, la curia, intenzionata attraverso l'opera del vescovo locale, a sottrarre influenza e prebende ai frati; dall'altro i frati Cappuccini, che sul culto del prezioso sodale hanno impiantato un affare miliardario (in euro); e poi, da terzi incomodi, alcune associazioni di fedeli in cerca di protagonismo e i parenti del frate, "obbligati" a dire la loro.
[…]
Si sbaglierebbe, però, se si riconducesse questa grottesca e squallida vicenda a un fatto meramente economico. Che è importante, certo, anche importantissimo, ma non il solo motore, a mio parere, del bizzarro trasloco. Da tempo, infatti, si cerca di riportare all'interno di una comunità di fedeli troppo a lungo influenzata, e quindi indebolita, dal "razionalismo materialista" della chiesa conciliare, uno spirito irrazionale e miracolistico, fortemente intriso di elementi fideistici e sovrannaturali, necessario a ristabilire un forte senso di appartenenza e a dare più forza alla struttura clericale.

Da Padre Pio a Francesco (Saverio) Bazzoffi

Vogliamo qui porre in evidenza invece una vicenda che emerge a latere di Padre Pio, ma che dal medesimo spirito irrazionale e miracolistico trae origine, e che riguarda, ancora una volta, l’arcidiocesi di Firenze.
Scrive il 17 marzo Marco Neirotti su La Stampa:
C’è anche un sacerdote tra le 10 persone su cui indaga la procura fiorentina, per una truffa basata su falsi esorcismi, compiuti in una casa di preghiera vicino a Firenze per raccogliere soldi dai fedeli. Accuse respinte dagli indagati che parlano «di semplici benedizioni». L’ipotesi di reato è quella di associazione per delinquere finalizzata alla truffa. Il sacerdote indagato è don Francesco Bazzoffi, direttore dell’Ufficio matrimoni della Diocesi fiorentina e responsabile regionale dei gruppi di preghiera di Padre Pio (n.d.r.: 123 gruppi in Toscana). La Finanza ha effettuato diverse perquisizioni, una nella casa del prete.
Immediata la solidarietà di Angelo Passaleva, presidente del Movimento per la Vita fiorentino e da Marcello Masotti, Presidente dell' Associazione Scienza e Vita di Firenze, mentre la curia è certa che tutto si risolverà in una bolla di sapone. “Il sacerdote — fanno sapere gli ambienti ecclesiastici — non è un esorcista e non è stato incaricato del discernimento di anime disturbate, le quali 99 volte su cento hanno bisogno di un sostegno medico e non di un prete.”
Ma chi è Francesco Bazzoffi? E’ un esorcista che afferma di operare come tale da vent’anni ma che, oltre ad essere inquadrato nella diocesi fiorentina all’Ufficio matrimoni, è responsabile regionale dei gruppi di preghiera di Padre Pio.
Oggi si difende affermando che si tratta di semplici “benedizioni”…
Ma se così fosse, che bisogno ci sarebbe stato che, un anno fa, il cardinale fiorentino Antonelli  scrivesse direttamente al Bazzoffi per vietargli per l’appunto di esercitare esorcismi? E a invitarlo a una corretta gestione dei suoi bilanci milionari?
Secondo La Nazione, fin dagli anni novanta accorrono fedeli a farsi “benedire” dal Bazzoffi:
Sono accorse da questo sacerdote carismatico centinaia e centinaia di persone. Secondo la procura della Repubblica, alle benedizioni che concludevano le messe avrebbero partecipato quattro persone che «avrebbero finto di essere indemoniati»: tutte sarebbero state raggiunte da un avviso di garanzia.
Ma come mai un prete così “imbarazzante” viene messo a dirigere un ufficio in Curia, anziché lasciarlo semplice parroco di Pietramala, un piccolo centro montano nel comune di Firenzuola, quasi al confine con la Romagna? E perché proprio ad un personaggio così ambiguo vengono lasciati i gruppi di preghiera che fioriscono intorno al mito di Padre Pio, rilanciato in grande stile con l’esposizione del cadavere? Non è venuto all’arcivescovo il sospetto che tale operazione potesse creare ulteriori inconsapevoli vittime di pratiche anomale?
La Nazione parla di prete carismatico
Che siano i medesimi carismatici all’ombra dei quali si sono consumati parecchi episodi di abusi sessuali su bambini e donne ad opera dell’altro prete carismatico Lelio Cantini, il cui scandalo venne alla luce esattamente un anno fa? Perché solo dopo questo scandalo la lettera di Antonelli a Bazzoffi? Si tratta forse dei medesimi carismatici da cui proviene il “vescovo più giovane d’Italia”, ordinato a soli 44 anni, e ausiliare di Firenze, Claudio Maniago? Un anno fa anche su Maniago furono disposti accertamenti dalla magistratura.
Le due vicende Bazzoffi-Cantini hanno dei punti in comune?
Rimane il fatto che a Barberino del Mugello, in località Santa Lucia, si trova la Casa Santi Arcangeli, sul bivio per l'Acqua Panna (tel. 055-84.23.152), aperta nel 1991 ed inaugurata dal cardinale Silvano Piovanelli, ed è giusto lì che Bazzoffi gestisce (gestiva?) il suo gruppo di preghiera per Padre Pio ed esplica la sua attività carismatica per cui è noto in tutto l'Appennino tosco-emiliano, nonché una fiorente attività di albergatore.
Rimane pure il fatto che il notevole giro di denaro intorno al Bazzoffi lo ha trasformato da prete di montagna in direttore di un ufficio della Curia e Rettore del Convitto La Calza, ed è a lui che viene attribuita la realizzazione dell’auditorium in occasione del Giubileo.
C’è chi mormora che abbia deciso di mettersi in proprio, e che questo non sia piaciuto.
Su answers di yahoo si può trovare questa risposta proveniente dal nick FREE MYDEVICE!! che risale a un mese fa: è un po’ la dimostrazione di cosa dice la vox populi in zona… 
"su a Barberino del Mugello c'è una comunità di nome "Casa Santi Arcangeli" all'interno della quale c'era una chiesa dove un prete aveva il permesso vescovile di fare esorcismi comunitari.
Durante la Messa il prete diceva frasi in aramaico durante le quali succedeva veramente di tutto e di più. Che sia stata isteria di gruppo, suggestionabilità delle persone, finzione ...non so. Mi è rimasta in mente la scena di una donna molto anziana che si è messa ad urlare frasi sconnesse con voce da uomo ed erano in 5 ragazzoni a tenerla ferma... Ora il prete (Don Saverio Bazzoffi) non è più lì, di conseguenza non so se praticano ancora esorcismi... –
Riferimenti: ero lì."
Dunque, esorcismi o benedizioni?
Lo dovrebbe scoprire la magistratura, anche se viene da chiedersi con quale avanzata prova scientifica sarà possibile valutare se si sia trattato o meno di reali possessioni diaboliche...

Domanda per chi legge: Che differenza c'è fra Padre Pio e il Bazzoffi?

 
 
 

Inferno africano, ma anche un po' toscano...

Post n°17 pubblicato il 17 Marzo 2008 da icszeta
 
Foto di icszeta

Il 12 marzo scorso Atahane Seromba, il primo prete cattolico giudicato in appello dal Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda, è stato condannato all’ergastolo per genocidio, in seguito ad una vicenda avvenuta nel 1994.
Il 13 dicembre 2006 il prete, un hutu che attualmente ha 45 anni, era stato condannato in prima istanza a 15 anni di carcere per aver “favorito e incoraggiato” i crimini di genocidio e sterminio.
In appello i magistrati sono giunti alla conclusione che la sua responsabilità è stata diretta.
Parte prima
Il crimine del prete
dal Corriere della sera - 15 dicembre 2006 - di Massimo A. Alberizzi
Seromba, sostiene il capo d’accusa firmato nel 2001 dall’allora procuratrice Carla del Ponte e dopo dal sostituto Silvana Arbia, assieme al borgomastro e all’ispettore di polizia prepara e mette in pratica un piano, diabolico, per sterminare la popolazione tutsi della zona. Per incoraggiare i tutsi in fuga disperata nelle campagne a ripararsi nella parrocchia, il ministro di dio li attrae in chiesa usando tutta la sua autorità di religioso: promette protezione. Intere famiglie - certe che gli interahamwe rispetteranno il tempio, come già accaduto durante i massacri degli anni precedenti - accettano l’ospitalità offerta dall’abate. Ma una volta dentro, scoprono di essere intrappolati.
Nessuno dà loro acqua e cibo e padre Seromba respinge il denaro dei rifugiati per acquistare pane e frutta. Si rifiuta persino di celebrare la messa. Secondo l’atto d’accusa del Tribunale dell’Onu il prete ordina ai gendarmi di sparare su quanti, calandosi dalle finestre, cercano di rubare frutti dal bananeto alle spalle della parrocchia. I bambini, in preda a febbre e dissenteria, piangono in continuazione. Manca l’aria, 2 mila persone vivono nella disperazione in un luogo che può contenerne al massimo 1.500. Il 13 aprile matura il primo attacco: i miliziani estremisti circondano la chiesa, sparano raffiche di fucile sui civili inermi e tirano granate all’interno. Nella confusione, tra urla e schizzi di sangue, qualcuno riesce a scappare, ma viene catturato. I testimoni sentono il sacerdote ordinare ai soldati di chiudere tutte le porte e di giustiziare i trenta tutsi bloccati mentre erano in fuga. Il 16 aprile Seromba e le autorità locali decidono per la soluzione finale. Chiamano gli autisti di due bulldozer della società italiana Astaldi, che sta costruendo la strada da Gitarama a Kibuye. L’idea è micidiale: seppellire i rifugiati sotto le macerie del luogo sacro. «Gli hutu sono tanti. Questa chiesa verrà ricostruita in tre giorni», sentenzia l’abate dando all’autista attonito l’ordine di procedere. Pochi minuti prima un suo collega, che si era rifiutato di agire, era stato ammazzato con un colpo alla testa. Con movimenti coordinati le due macchine demoliscono i muri della chiesa, mentre la popolazione del villaggio, armata di machete e bastoni, circonda l’area per attaccare chi cerca di fuggire. Dentro trovano la morte 2mila tutsi.


Parte seconda
La complicità del Vaticano
Ripreso il potere, i tutsi istituiscono il Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda e migliaia di criminali sono arrestati e processati. Ma padre Athanase Seromba scompare.
Sarà prima in Zaire (l’attuale Repubblica Democratica del Congo) poi in Italia, dove si rifugia clandestinamente grazie alla complicità di alcune personalità del Vaticano, cercando di farsi dimenticare. Sotto il falso nome Padre Atanasio Sumba Bura, viene accolto dall'arcidiocesi di Firenze, diretta dall'arcivescovo Piovanelli, dove svolge le sue funzioni sacerdotali, prima nella Parrocchia dell'Immacolata e di San Martino a Montughi, poi in quella di San Mauro a Signa.
Quando giunge a Firenze, nell’estate del 1997, è raccomandato da una lettera del vescovo di Nyundo, che loda le sue doti di religioso semplice e devoto.
All’associazione African Right, impegnata anche nella ricerca dei colpevoli dei fatti di Rwanda, il nome del neo curato fiorentino crea da subito qualche legittimo sospetto: comincia quindi ad investigare, a scattare foto, a convocare testimoni. Il risultato dell’indagine non lascia dubbi: Atanasio Sumba Bura è Athanase Seromba.
Solo nel novembre del 1999, dopo un articolo del britannico Sunday Times, la magistratura italiana apre un fascicolo. Il prete nega e racconta le sue verità… a condizione che non gli vengano scattate fotografie…
La curia fiorentina è la prima a battersi strenuamente in difesa di Sumba Bura. Il prete è intoccabile. Prima viene trasferito a San Mauro a Signa, poi scompare. La magistratura lo cerca ma Sumba Bura diventa di nuovo introvabile. E il Vaticano, ancora una volta, rimane nel suo muto silenzio, benché si sia scoperto in seguito che, mentre era ricercato in tutto il mondo, il suo nascondiglio fosse nientemeno che il palazzo vescovile di Firenze, a 25 metri dalla Cattedrale. Un luogo impossibile da individuare in quanto appartenente a sovranità, per l’appunto, vaticana. Nel 2001, l'ex procuratore del Tpir Carla del Ponte spicca un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti, ma l'Italia, su pressioni vaticane, si oppone attraverso l’allora ministro Castelli che dichiara l’impossibilità di una simile estradizione per mancata approvazione delle relative leggi di ratifica. All’invito della Procura Speciale di formulare un veloce decreto legge, il ministero risponde che “per un decreto ci vuole tempo, occorre vagliare, vedere…”
Poi la svolta nel febbraio 2002 con l'arresto del prete rwandese e il suo trasferimento ad Arusha, operazione gestita direttamente dal Vaticano, che in cambio chiede di evitare la cattiva pubblicità in Italia con l'arresto del prete da parte della polizia italiana, illudendo i "fedeli" che si tratti di una volontaria consegna da parte del criminale.
I parrocchiani fiorentini, capitanati dal parroco di San Martino a Montugi, don Giovanni Conti, possono così costituire, appunto nel 2002, un comitato in sua difesa. Don Giovanni Conti è un anziano parroco, compagno di studi del cardinale Piovanelli, l’alto prelato fiorentino che ha prima nascosto Surumba e poi diretto, per conto del Vaticano, la sua consegna al Tribunale Internazionale.
Esiste ancora la pagina web del Comitato, che però da allora non verrà mai più aggiornata, né con le notizie relative ai due gradi di condanna per genocidio e sterminio, né con alcuna forma di difesa del prete.

La vicenda di omissioni e di connivenza da parte del Vaticano e del governo Berlusconi con un criminale oggi condannato all’ergastolo per genocidio da un tribunale internazionale, sono ben narrate, con ulteriori particolari, in questo articolo del 2005 sul sito democrazia e legalità.

Nota: indagando nel web ho potuto notare come vi siano molti sacerdoti provenienti dal Rwanda oggi "in servizio" in Italia, e come molti altri membri della chiesa cattolica del Rwanda (preti e suore) stiano per essere giudicati dal Tribunale Penale per il Rwanda, che ha già emesso altre sentenze di condanna nei confronti di appartenenti al clero cattolico.

 
 
 

La pallottola di Bagnasco

Post n°16 pubblicato il 12 Marzo 2008 da icszeta
 
Foto di icszeta

La triste vicenda del suicidio del ginecologo Ermanno Rossi, in servizio presso l’Ospedale Gaslini di Genova, indagato per il sospetto di aver effettuato aborti clandestini, senza rispettare la Legge 194, oltre a riportarci indietro di 30 anni, solleva il velo su alcune vicende vaticane…
La prossima visita di Ratzinger a Genova, per esempio, che – guarda caso – prevede (o prevedeva?) una tappa anche all’ospedale in cui lavorava Ermanno Rossi.
Ratzinger sarà infatti a Genova e Savona i prossimi 17 e 18 maggio, e salvo imprevisti e modifiche, nella mattinata del 18 è per l’appunto previsto un suo passaggio al Gaslini.
Il feudo ligure riveste particolare importanza nella geografia vaticana, se non altro perché è gestito da uno dei feudatari più in vista, il Cardinale Bagnasco. L’arcivescovo, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, è anche presidente della Fondazione Gaslini che, per l’appunto, gestisce l’omonimo Ospedale, considerato una struttura sanitaria pediatrica d’eccellenza, anche se la sua immagine è uscita offuscata da un servizio sull’Espresso dell’ottobre scorso, in cui si denunciavano incuria e sfruttamento del personale. Guarda caso proprio mentre è in atto l'Operazione Gaslini 2000, in concorrenza con lo stesso Gaslini. Ma di questo riparleremo...
Per ora ci interessa sapere che Angelo Bagnasco presiede pure il Consiglio d’Amministrazione dell’Ospedale Galliera che, a inizio 2007, ha smesso di effettuare aborti. Prima, poiché i suoi ginecologi erano tutti obiettori, gli interventi venivano fatti da medici dell’Ospedale Evangelico. Nella primavera 2007 le donne vengono mandate direttamente là.
All’epoca la notizia fece scalpore. Scriveva infatti Michela Bompani su Repubblica di giovedì 31 maggio 2007:
Lo ha firmato anche Marta Vincenzi, diessina, sindaco di Genova da due giorni, alla vigilia del suo insediamento. È un atto di denuncia durissimo contro uno dei principali ospedali della città, governato dagli uomini scelti dalla influente Curia genovese. "Da due mesi l'ospedale Galliera, presieduto dall'arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, ha sospeso il servizio di interruzione di gravidanza; o le cose cambiano o ci rivolgiamo alla Procura della Repubblica": l'attacco che parte da Genova è lanciato da Mercedes Bo, nipote del grande intellettuale del Novecento Carlo e vicepresidente nazionale dell'Aied. Firmano anche il coordinamento donne della Cgil, l'Udi e un fitto elenco di associazioni di donne. "È interruzione di servizio pubblico, in un ospedale finanziato dallo Stato - protesta Bo - Qui è in gioco la laicità dello Stato".

Proprio a partire dai niet dell’ospedale Galliera è nata la vicenda di Ermanno Rossi, che appare oggi un ginecologo obiettore di convenienza più che di coscienza.
Patrizia Albanese e Marco Menduni sul Secolo XIX di Genova ci raccontano oggi, 12 marzo 2008:
Tutto è nato dopo il racconto di una giovane donna. In un primo tempo si era rivolta all’ospedale Galliera. Di fronte alle difficoltà incontrate nell’ospedale della Curia, ha deciso di scegliere (o qualcuno l’ha indirizzata) la via dell’intervento in uno studio privato. La vicenda è giunta alle orecchie di un’amica della donna, una volontaria antiabortista (n.d.r.: del "Movimento per la Vita"), che ha chiesto un incontro al pm Sabrina Monteverde. Poi le indagini affidate al Nas, con intercettazioni telefoniche e pedinamenti. [...]
Il materiale sequestrato dai Nas, che ieri pomeriggio hanno consegnato al pm Monteverde i verbali di sequestro, è stato giudicato «interessante». Il pm Monteverde avrebbe trovato conferma alle accuse. Accuse che riguarderebbero nove casi di interruzione di gravidanza in contrasto con quanto prevede la legge 194. Che vieta gli aborti fuori dalle strutture sanitarie, oltre i 90 giorni di gestazione e in caso di minorenni, per le quali è indispensabile l’autorizzazione del tribunale dei minorenni.

Insomma, ci sembra che la vicenda sia esemplare: il Vaticano sta scagliando le sue truppe antiabortiste in una crociata moralizzatrice, ma il troppo zelo può risultare una pallottola contro Bagnasco, Ratzinger & C., e sollevare il velo sull’ipocrisia di cui si nutre l’impero vaticano.
Certo, ci sarà molta agitazione – oggi – nelle alte sfere. Ed hanno ben ragione di preoccuparsi!
Aspettiamo notizie su come i maghi della diplomazia riusciranno a gestire questo passo falso, e attendiamo con curiosità l’omelia di Ratzinger all’Ospedale Gaslini di Genova, il 18 maggio prossimo.

 
 
 

Pullman gialli e lavoro nero in Vaticano, ma son donne…

Post n°15 pubblicato il 09 Marzo 2008 da icszeta
 
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La precarietà del lavoro è una emergenza etica e sociale… Quando la precarietà non permette ai giovani di costruire una loro famiglia, lo sviluppo autentico e completo della società risulta seriamente compromesso tuonava Ratzinger in un messaggio scritto lo scorso ottobre 2007 ai cattolici radunati a Pistoia per la Settimana Sociale.
Ma evidentemente il monarca vaticano è troppo impegnato ad occuparsi degli affari altrui per accorgersi dei propri.
Ce ne occupiamo noi, e in particolare ci occupiamo dell’Opera Romana Pellegrinaggi, attività istituzionale del Vicariato di Roma, Organo della Santa Sede, alle dirette dipendenze del Cardinale Vicario del Papa, cioè Ruini.
Apprendiamo infatti, sia dai Cobas che da Liberazione (Fabio Sebastiani, 9 marzo 2008) - il cui articolo riportiamo per intero - quanto segue:

Lavorano per il Vaticano e sono in nero. Chi sono? Non sono suore. Sono le lavoratrici dell'Orp, l'Opera romana pellegrinaggi, ribattezzata per un giorno organizzazione reclutamento precarie. Ieri hanno manifestato davanti alla stazione Termini, luogo dove normalmente si danno appuntamento per prendere servizio, denunciando una situazione di totale azzeramento dei diritti e una remunerazione da fame. Sei euro e venti centesimi al giorno l'ora. E' questo l'obolo che circa venti hostess ricevono per prestare la loro assistenza sui bus di Roma Cristiana, una sorta di giro turistico per accedere al quale i pellegrini pagano quasi venti euro.
Nessun problema con l'orario di lavoro, ma la disponibilità a coprire eventuali rimpiazzi deve essere totale. Se protesti, però, non prendi servizio e se durante il lavoro qualcuno, magari un agente di polizia che ferma l'automezzo per i controlli di routine, vuole capire che ci fai lì devi far finta di niente.
«E' successo anche questo - racconta una delle ragazze - e quando ero quasi riuscita a strappare al poliziotto la promessa che almeno avrebbe fatto un verbale è intervenuta la mia coordinatrice ed ha fatto in modo di mettere tutto a tacere. Sono questi i controlli di cui parla il ministro del Lavoro Damiano?».
Il fatto si è verificato il 26 febbraio scorso alle 12.30 in via della Conciliazione, dove Roma Cristiana ha un capolinea.
La protesta di ieri si è fatta sentire. Tanto che l'Orp per un giorno ha dovuto annullare il santo tour.
Lunedì gli avvocati dei Cobas inizieranno le pratiche con la richiesta di regolarizzazione. «E' ora che le gerarchie Vaticane - si legge in un volantino dei Cobas anziché lanciare precetti morali al mondo intero, inizino a fare pulizia totale di ogni forma di precarietà e sfruttamento nelle proprie aziende. Iniziando dalle hostess dei bus di Roma Cristiana che hanno diritto tutte a un contratto regolare e a una retribuzione dignitosa».

Per l’etica vaticana probabilmente il lavoro nero delle donne non è né peccato né reato…
La Legge italiana, invece, non si occupa di peccati, ma di reati sì, e l’attività illegale di Ruini e dell’Opera Romana Pellegrinaggi sconfina in Italia.
Vorremmo ricordare la norma italiana che, con la recente legge 3 agosto 2007, n. 123, ha esteso a tutte le imprese la normativa (precedentemente in vigore nei soli cantieri edili) che affida agli Ispettori del lavoro la possibilità di adottare provvedimenti di sospensione dell’attività (in aggiunta alle sanzioni penali, amministrative e civili vigenti) qualora riscontrino, fra l’altro, lavoro nero in misura pari o superiore al 20% dei lavoratori regolarmente occupati; il provvedimento di sospensione si aggiunge, fra le altre, anche alla maxisanzione (da 1.500 a 12.000 euro per ogni lavoratore irregolare più 150 euro per ogni giornata di lavoro), nonché all’applicazione delle sanzioni civili per le omissioni contributive in misura comunque non inferiore a 3.000 euro (limite riferito a ciascun Ente interessato ed a ciascun lavoratore).

A Ratzinger e Ruini conviene fare bene i conti, non abbiano ad imbattersi in qualche ispettore anticlericale, per poi lamentarsi che l'Italia è un paese laicista che ce l'ha con loro...

 
 
 
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