LOGOS
Proviamo a comunicare, condividere, criticare per costruire, confrontarci, ascoltarci, relazionarci. Proviamo a crescere oltre i nostri confini.
L'Ass. I.N.S.E.U. è nata dall'unione di un gruppo di persone che trovano un unico interesse nello sviluppo e potenziamento delle risorse umane, abbracciando pensieri diversi che spingono alla ricerca continua della "magia umana" ma che convergono inequivocabilmente verso un unico importante consistente valore:
L'ENTITA' UMANA
L'approccio olistico, che accomuna i soci dell'associaizone I.N.S.E.U., vuole essere un invito a guardare l'essere umano nella sua interezza per comprendere meglio le sue particolarità che lo compongono, aggiungendo quindi valore al dettaglio, che va si considerato importante, ma comunque sempre parte integrante ed imprescindibile di un intero.
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Post n°39 pubblicato il 22 Gennaio 2010 da counselor63
Cervello: Neo-cortex - Limbico - R-complex Quando parliamo di cambiamento di un qualsiasi nostro comportamento che ci crea disagio nella nostra esistenza, di solito pensiamo che sia sufficiente la sola volontà di fare o non fare una determinata cosa. In un nostro qualsiasi comportamento che vorremmo cambiare, come ad esempio smettere di fumare, oppure, avere un igiene alimentare conforme alla nostra struttura fisica, oppure ancora smettere di fare eccessivo uso di alcool o droghe, sappiamo che possono coesistere in noi sia la consapevolezza di quello che stiamo facendo, che la nostra inconsapevolezza in merito al perché lo facciamo e questo accade anche se siamo molto convinti di voler evitare uno dei comportamenti su detti. Lavorare quindi solo sull’aspetto emotivo (inconscio) della persona rispetto a quello razionale (conscio) o viceversa, non fornisce, secondo il mio punto di vista, la soluzione migliore. Partendo dal concetto olistico e quindi ad una visione più ampia delle conoscenze a cui faccio riferimento in ambito dello sviluppo e potenziamento delle risorse umane, credo che si debba sempre tenere conto l’intero di qualsiasi cosa, arrivare magari al dettaglio per poi ricomporre il tutto in un intero. In qualità di esseri umani, sappiamo di essere dotati di un struttura superiore del cervello (neo-mammifero) rispetto agli altri esseri viventi sulla terra, che ci ha reso intelligenti e capaci di strutturare pensieri adeguati alle diverse situazioni e contesti in cui viviamo, con una proiezione futura di miglioramento intellettuale illimitata. Questa struttura del nostro cervello superiore si è costituita nel corso di milioni di anni, sopra altri due cervelli più primitivi che non costituiscono la nostra attuale intelligenza, ma essendo presenti nel nostro sistema nervoso centrale creano comunque delle connessioni con la parte superiore e più giovane. Al di sotto del nostro cervello superiore definito neo-mammifero (o neo-cortex) troviamo infatti il cervello paleo-mammario (o sistema limbico) ed infine quello più primitivo, il cervello rettiliano (o r-complex). Secondo la teoria di Paul Mac Lean (si vedano indicazioni sul Triune Brain “cervello trino”), ognuno di questi tre cervelli ha specifiche funzioni di vitali importanza per l’essere umano. Partendo dal cervello rettiliano, possiamo notare come le sue funzioni siano istintive e reattive all’ambiente in cui l’uomo vive, permettendogli di adattarsi ad esso, istintivamente appunto e come anche nell’istinto sessuale di riproduzione della nostra specie! In quello limbico invece, hanno sede le emozioni e i rituali. Questo cervello ha necessità di una ripetizione costante e continua per poter apprendere, ma poi mantiene saldamente ciò che ha appreso, qui hanno sede quei rituali che difficilmente cambiamo. Infine troviamo quello che abbiamo chiamato cervello superiore (o neo-cortex) che aggiungo ha un’ulteriore caratteristica, quella di divedersi in due emisferi cerebrali, destro e sinistro, con specifiche funzioni. Intanto possiamo affermare che l’emisfero destro controlla e gestisce la parte sinistra del corpo umano e l’emisfero sinistro controlla e gestisce la parte destra del corpo umano. Laddove quindi l’emisfero destro è emotivo, sognatore, olistico, spaziale, intuitivo; quello sinistro è logico, temporale, analitico, sequenziale, verbale. Occorre quindi considerare quanto appena accennato nella formulazione ed applicazione di un qualsiasi cambiamento di un nostro comportamento, integrando le conoscenze e le specifiche caratteristiche di cui il nostro sistema nervoso centrale è dotato, siano esse istintive, emotive che intellettive. Da qui se ne deduce che l’essere umano attraverso le proprie esperienze, assorbe informazioni dalla sua realtà circostante, creando dei vincoli con la stessa, siano essi neurologici che sociali ed individuali. Facciamo ora un esempio di cambiamento di un comportamento indesiderato. Poniamo che una persona sia in sovrappeso, non relativamente ad una patologia in atto ma per effetto di un comportamento disordinato alimentare, ed intenda ritrovare la “silhouette” conforme alla sua struttura fisica di base. La sola dieta ben studiata da uno specialista nella nutrizione umana, non sarà sufficiente a far ritrovare ciò che la persona vuole riconquistare, se non limitatamente nel tempo e se non in aggiunta di altre specifiche azioni. Né tanto meno la sola volontà di applicare la dieta con regolarità. Come abbiamo visto, in particolare nella sede del cervello limbico (cervello emotivo), esistono meccanismi di registrazione lenti, ma che poi rimangono impressi indelebilmente in questa sede. Se non consideriamo ed integriamo nel processo di cambiamento di abitudine (alimentare), anche quanto registrato emotivamente, sarà una partita persa sin dall’inizio. Ma anche il nostro sistema neurologico primitivo (cervello rettiliano) va considerato, permettendo ad esso di trovare quei ritmi equilbrati a lui indispensabili, come la qualità e la quantità di sonno necessari; qualità e quantità di alimentazione; qualità e quantità di attività sessuale; conformi all’ordinarietà dell’essere umano. In ultimo, bisogna poi considerare quello che viene chiamato anche cervello parlante (neo-cortex) che presenta ulteriori ostacoli da superare. Infatti con le sue caratteristiche bilaterali, che hanno funzioni diverse e che sono sede una dell’inconscio (emisfero cerebrale destro) e del conscio (emisfero cerebrale sinistro) della persona, la stessa dovrà attivare un processo di “dialogo” tra le due parti, al fine di poter mandare ad effetto le eventuali azioni che intende intraprendere per attivare un comportamento alternativo e risolutivo al suo problema di peso. Un “dialogo” adeguato tra i due emisferi, permette alla persona di considerare le eventuali azioni inconsce che l’emisfero destro attiva perché non soddisfatto emotivamente in alcuni suoi bisogni. In questo caso la parte inconscia incalza appunto l’emisfero sinistro con una pressione emotiva che quest’ultimo interpreta come messaggio semplice di ricerca, in questo caso, di cibo (vincolo neurologico ed emotivo). Laddove viene permesso all’inconscio di dialogare con la parte cosciente della persona, diverrà più facile creare i presupposti per trovare diverse soluzioni al suo problema, che potrà attivare con maggiore facilità. Se consideriamo tutto quanto suddetto e lo attiviamo nelle successive tre quattro settimane con costanza, l’assunzione e la memorizzazione di nuove informazioni avranno un effetto di radicamento nel sistema della persona, per cui la stessa originerà un automatismo del nuovo comportamento.
Massimo Catalucci |
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Post n°38 pubblicato il 09 Gennaio 2010 da counselor63
PSICOBLOG: MASCHERARE LA PROPRIA IDENTITA’ Oscar Wilde diceva: Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero. Spesso, dietro ad un nickname “maschera”, si nascondono persone che vivono la frustrazione della propria identità, vincolati dentro involucri psicoemotivipersonalità, pervertiti o altro, anche se credo che nel web ne navighino molti, ma a quelle persone che soffrono il confronto diretto con l’altro/gli altri, per cui internet, diventa un motivo di appagamento dei propri bisogni, appunto emotivi, una valvola di scarico. La timidezza ad esempio, per chi la vive, sappiamo che è sinonimo di una forte concetrazione su di sé oltre che insicurezza, è sentirsi sempre al centro dell’attenzione anche se nella realtà, chi circonda il timido, non gli presta consciamente nessuno sguardo. E’ il timido stesso che crea dentro di sè situazioni che lo vedono “protagonista”, di solito come soggetto da criticare negativamente. Certo è difficle valutare chi si nasconde realmente dietro un’icona (foto, immagine, disegno) ed una serie di dati personali fittizi. Questo è quello che si chiama però democrazia, libertà e diritto di privacy. Personalmente, trattando argomenti di attualità e di interesse sociale, prefersico mettere la mia foto e descrivermi per quello che sono, anche se questo potrebbe non piacere a qualcuno. La cosa che più mi intristisce però, è quella per cui molti giovani oggi, apparentemente forti caratterialmente, probailmente per mancanza di attenzione e dialogo in famiglia (laddove esista), passano ore davanti al PC in chat, evitando il confronto diretto con i propri coetanei. Questo se da una parte offre l’opportunità di comunicare con più tranquillità celandosi dietro un nome inventato, dall’altra, prevarica la possibilità di crescita e sviluppo armonico della propria personalità. L’interazione reale, non virtuale, in particolare nei giovani, è elemento indispensabile per la loro crescita: devono imparare a confrontarsi, ricevere dei “no”, trovare soluzioni ai piccoli disguidi tra loro coetanei, socializzare insomma…Spesso per evitare questo però, utilizzano l’interazione virtuale, dove, nel caso in cui la comunicazione non è più gradita, per qualsiasi motivo, basta un click per chiuderla…e tornare poi on-line con un nuovo nickname, pronti a rinavigare… Come tutte le cose, anche internet, quale mezzo teconologicamente avanzato delle comunicazioni, ha i suoi lati positivi e negativi, spetta sempre alla coscienza degli uomini usare tali teconologie per migliorare la propria qualità di vita anzichè “deturpare” la propria e, ahimè, in alcuni casi, quella di altri esseri umani. destabilizzanti. Non mi sto riferendo a soggetti con forti disturbi di Ne parliamo? Cordialmente Massimo Catalucci |
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Post n°37 pubblicato il 24 Dicembre 2009 da counselor63
Ciccia è Bella.
Mi immagino in particolare il messaggio che può arrivare ai più giovani! Io credo, che quanto visto in questo nuovo reality, non faccia altro che aumentare la sofferenza di chi già vive una situazione psicofisica ed emotiva particolare, relativamente al proprio corpo.
Dove il progetto prevede l’assistenza totale del partecipante, da parte del medico, dello psicologico, del motivatore (Counselor, Coach, Trainer), dell’estetista, del look maker, e di tutte quelle altre figure che possono contribuire a ridonare, non in una settimana, ma in un arco di tempo più esteso, un cambiamento conforme alle aspettative psicoemotive della persona che si è sottoposta a questo, che potremmo chiamare così: “Mind and Body Reality Programme?
Concludendo, voglio lasciarvi con due quesiti: * non sarebbe stato più coerente con il tema trattato, affiancare alle protagoniste del Reality una conduttrice con forme un pò più generose e più vicina alla loro forma fisica?; * quanto da me affermato, relativamente ad una TV più educativa, non pensate che creerebbe un’informazione più vera offrendo la possibilità di scelte migliori e più vantaggiose per gli utenti che la seguono? Mi piacerebbe conoscere il parere degli utenti del web in merito all’argomento da me trattato.
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Post n°36 pubblicato il 23 Dicembre 2009 da counselor63
AFORISMI: Qual è il tuo?“Pensieri significativi” In questi giorni di Feste Natalizie, riceviamo attraverso sms, mail, facebook ed altre applicazioni internet, chi più chi meno, diversi aforismi, frasi che manifestano sentimenti e desideri. È interessante notare come gli aforismi, nella loro struttura linguistica, sono pieni di cancellature, generalizzazioni e deformazioni. Probabilmente il successo di queste brevi pillole di saggezza, è proprio nella struttura che le compone. Potremmo altresì considerare il fatto che attraverso la scelta di un aforisma, di una frase “saggia”, probabilmente si invia anche una propria esperienza di vita, una parte del proprio vissuto personale. È possibile fare una prova scegliendo una frase di cui ne condividiamo il contenuto. Possiamo scegliere tra uno dei tanti siti internet che elenchino una serie di aforismi, talvolta divisi anche per categoria, “amore, desideri, vita, aforismi antichi, ecc”. Credo che ognuno scelga la frase che sente più vicina al suo vissuto, una frase nella quale si riconosca e che intende condividere con gli altri. Soffermandoci sulla struttura delle frasi stesse, possiamo osservare insieme come spesso siano però negative e contengono delle generalizzazioni che ognuno può arricchire con le proprie esperienze di vita. Citiamone una per fare un esempio (è una frase che ho letto publicata su internet da un utente):
Può capitare che qualcuno ci ferisca, ci faccia sentire male, può essere una parola detta in un certo modo o un gesto particolare, uno sguardo, non ha importanza cosa, è importante come noi stiamo vivendo quel momento. Ripensare al fatto in se per se accaduto tempo fa, riformulandolo sotto forma di un aforisma, crea continuamente nella nostra mente immagini dove ci vediamo in relazione con qualcuno che fa qualcosa che ci fa provare la sensazione di infelicità (sofferenza), mentre noi gli concediamo quest’opportunità. Il passo successivo è quello di crearsi scene in cui assumiamo un atteggiamento più cauto nei confronti dell’altro (perché rimasti delusi da una relazione di qualsiasi tipo), avendo sempre come riferimento l’esperienza negativa che abbiamo fatto, provando “infelicità” nel rapporto con un nostro simile. Ora potremmo puntualizzare sul fatto che in qualche modo ognuno nella sua Ma quello su cui vorrei soffermarmi però in questo post, è che le nostre “antenne sensoriali”, tendono a captare sistematicamente le stesse situazioni, talvolta spingendoci ad utilizzare anche espressioni verbali (le parole sappiamo che sono un ponte di collegamento tra il nostro mondo interiore e la realtà che ci circonda) che ci inducono proprio a creare condizioni interne che ci proiettano continuamente in quello che vorremmo evitare. Forse la frase su indicata potrebbe assumere il significato che vorrebbe esprimere, con più potenza, se fosse strutturata in quest’altro modo: Ci sono persone che ti fanno sentire felice solo perché rispettano come tu sei. Il senso letterale della frase (Razionale/Logico) rimane lo stesso, ma la nostra mente segue un processo diverso (Irrazionale/Emotivo):
In riferimento a questo post, sarebbe interessante interagire con gli utenti del web per fare un gioco, un esperimento. Proviamo a formulare delle frasi e analizziamole insieme per vedere che tipo di struttura hanno. Possono anche essere frasi inventate. Proviamo a scriverne qualcuna. Cordialmente Massimo Catalucci |
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Post n°35 pubblicato il 17 Dicembre 2009 da counselor63
Tag: ascolto, attacchi di panico, attacco, Autostima, cardiaco, Coaching, comportamento, Comunicazione, conflitti emotivi, conflitti interiori, conscio, crdicaci, cuore, DAP, dialogo, DISTRESS, disturbi da attacchi di panico, disturbi della personalità, disturbi emotivi, disturbo da attacco di panico, EUSTRESS, Fisica Quantistica, GAS, Hans Selye, incosncio, intimità, Mente e Cervello, Motivazione, Obiettivi, panico, Parlare in Pubblico, piacere, Pnl, psicologia, razionalità, realtà, Relazioni, risposta allo stress, sensi di colpa, senso di colpa, sociale, sofferenza, soffrire di attacchi di panico, stress, stress buono, stress cattivo, Sviluppo Personale ansia
Il Disturbo di Attacco di Panico (DAP) è una vera "tempesta a ciel sereno".
L’Attacco di Panico arriva quando meno te lo aspetti. Una volta provato poi, la paura di ritrovarsi in quella spiacevolissima ondata emotiva, fa aumentare l'ansia e lo stress, fino a portare la persona colpita da questo problema, lontano anche dalla vita sociale. La vita privata si complica, le relazioni, da quelle più intime a quelle più generiche, subiscono delle modifiche. L'Attacco di Panico (DAP) non coinvolge purtroppo solo la persona che lo subisce, ma anche il contesto in cui essa vive e questo aumenta lo stress nella persona sofferente di questo fastidiosissimo disturbo psicoemotivo.
È difficile far comprendere cosa si prova a chi non ha mai avuto questo problema.
A volte chi soffre di DAP prova anche sensi di colpa verso chi gli vive accanto perché razionalmente, pur avendo conforto dagli esami clinici che rivelano la mancanza di una patologia e riconducono quindi la condizione generale della persona solo ad uno stato alterato della sua emotività, la stessa, continua purtroppo a stare male e cosa ancora più complicata, non sa spiegarsi e spiegare cosa le sta accadendo.
Quando l’Attacco di Panico arriva, la persona colpita è presa da un senso di disorientamento totale che le fa perdere il contatto con la realtà che la circonda e con l’oggettività di ciò che sta vivendo. È l’emotività che prende il sopravvento sulla razionalità.
Penso che combattere con senso critico e logico l’Attacco di Panico è forse il modo meno indicato, anche se mi è capitato di sentire persone che affermano con decisione, che la razionalità e la forza di volontà possono sconfiggere questo ed altri disturbi.
Sono dell’avviso che questo tipo di disturbo, si debba affrontare sia razionalmente che emotivamente. Razionalmente, prendendo coscienza del fatto che è possibile superarlo evitando di opporsi ad esso; emotivamente, intraprendendo un percorso guidato all’ascolto attivo dei segnali che lo stesso inconscio ci invia sotto forma di disturbo emotivo. In quest’ultimo caso, tale percorso è da intraprendere con il sostegno di un operatore qualificato al trattamento di disturbi di questo genere.
Se dovessimo andare a ricercare le cause che possono aver dato origine alla manifestazione di un DAP, probabilmente dovremmo ricercarle nella qualità delle relazioni che la persona ha vissuto, in particolare con le figure importanti della sua esistenza, i contesti in cui si è trovata, il peso che ha dovuto sopportare di situazioni conflittuali in cui forse avrebbe preferito evitare di esserci, ascoltare parole che non avrebbe voluto ascoltare, evitare di pronunciare parole che avrebbe voluto esprimere, caricarsi di una eccessiva responsabilità nei contesti in cui ha vissuto. Sono molteplici i motivi per cui può presentarsi il DAP, che forse ancora non sono ben chiari neanche agli specialisti che si occupano della salute psicologica delle persone.
Certo è che, laddove in famiglia ci siano stati casi di DAP, forse sarebbe meglio prevenire con i successori diretti, l’insorgere di tale disagio, attraverso il controllo del livello dello stress individuale.
Lo stress è un indicatore di vitalità, non è tutto nocivo. Il neuroendocrinologo Hans Selye, nel 1930 diede questa definizione scientifica dello STRESS: “lo stress è la risposta strategica dell’organismo nell’adattarsi a qualunque esigenza, sia fisiologica che psicologica, a cui venga sottoposto. In altre parole è la risposta specifica dell’organismo a ogni richiesta effettuata su di esso”. C’è da fare quindi una distinzione tra stress buono “EUSTRESS” e cattivo “DISTRESS”. L’EUSTRESS ha origine in tutte quelle condizioni in cui percepiamo consciamente e inconsciamente l’ambiente intorno a noi come stimoli positivi; Il DISTRESS ha origine in tutte quelle condizioni che percepiamo consciamente e inconsciamente come stimoli negativi, conflittuali. La relazione che abbiamo con l’ambiente a noi circostante (persone, cose, fatti, ecc.) determina una nostra RISPOSTA allo STRESS che lo stesso Hans Selye ha definito “General Adaptation Syndrome” (Sindrome Generale di Adattamento).
Credo quindi che sia fondamentale per tutti noi, non solo per chi potrebbe essere esposto al DAP per un fattore genetico, evitare di accumulare troppe tensioni emotive nel nostro sistema inconscio.
Potremmo immaginare il nostro sistema psicoemotivo energetico come un contenitore nel quale affluiscono tutte le nostre emozioni buone e cattive, sotto forma di Piaceri e Sofferenze.
Il fatto è che se accumuliamo piaceri, questi non creano spessore in quello che abbiamo identificato come un contenitore di emozioni. I piaceri potremmo rappresentarli come qualcosa che evapora, che ha una struttura leggera. Mentre se pensiamo alle sofferenze, non sarà difficile immaginare che queste creino dei residui che difficilmente riusciamo a smaltire. Infatti, anche attraverso le espressioni verbali, ci sarà capitato sicuramente di manifestare una nostra sofferenza, un nostro stato emotivo negativo, come un “peso”. Qualcosa che sentiamo, anche fisicamente in qualche parte del corpo, sia lo stomaco, il ventre, la gola, la testa ecc. ecc.. Ecco quindi che, depositandosi nel contenitore emotivo, le sofferenze, a lungo andare formeranno uno strato solido che sarà difficile da diluire e smaltire. E questa condizione potrebbe rientrare ancora in una fase gestibile dalla persona della sua emotività. Ma laddove questa pressione dovesse superare il livello di tolleranza individuale, potrebbe diventare ingestibile e dare seguito a disturbi emotivi fino anche, appunto, ai Disturbi di Attacchi di Panico.
L’aspetto conflittuale emotivo, in cui verte la persona colpita dal DAP, tende a farla sentire sempre più sola e incompresa. Spesso le persone che le ruotano intorno, richiamano la stessa a razionalizzare di più sul suo stato, ma essendo di natura emotiva, appunto, le persone stesse non riescono a comprendere che un consiglio di questo genere si ferma esclusivamente alla parte logica del sofferente ma non ha una funzione positiva sulla sua parte emotiva (inconscia) anzi, tutt'altro, ne aumenta gli effetti negativi. Credo che in questi casi, il primo importante intervento da fare sia quello di ascoltare la persona colpita dal DAP. Aggiungerei anche che potrebbe essere, forse, di aiuto, per chi si trova a vivere un Attacco di Panico, scrivere, nell'esatto momento in cui vive questo stato emotivo forte, tutte le sensazioni che si provano all'istante .
Forse con il dialogo e con la scrittura si possono scaricare quelle tensioni emotive che in qualche modo con l'Attacco di Panico cercano di trovare sfogo verso l'esterno della persona che ne è colpita. Naturalmente il supporto di un professionista in questo campo, sarà necessario per risolvere il DAP, dal quale sono convinto è possibile e necessario uscire, per recuperare in pieno la propria vita privata e sociale.
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Post n°34 pubblicato il 08 Dicembre 2009 da counselor63
06/12/2009 - OSTIA (RM) - PONTILE Piazza dei Ravennati Grande affluenza di pubblico domenica 6 dicembre al pontile di Ostia. Oltre 2.000 persone hanno transitato presso gli stand che ospitavano un evento dedicato ai più piccoli. Circa 1.000 bambini hanno colorato, con i loro volti sereni e allegri, armati di pennelli e colori, il sito storico di Ostia. A fare da cornice una giornata di sole meravigliosa.
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Post n°33 pubblicato il 13 Novembre 2009 da counselor63
DISAGIO SOCIALE: Individuale e collettivo. Avete notato come tutti i giorni sentiamo frasi preoccupanti su giornali e radio-tv-giornali? Ne riporto di seguito alcune per poi riflettere insieme a Voi sulle responsabilità del disagio:
Guardando al mondo giovanile troviamo inoltre quanto segue:
Nel gruppo familiare, possiamo notare “problemi” relativi a: 1) cambiamenti profondi nel pensiero inconscio dell’individuo con manifestazioni negative sul comportamento; 2) Abbassamento del rendimento scolastico da parte del giovane; 3) Mancanza di interesse e/o capacità di comunicazione; 4) Aumento di aggressività e ribellione, con tendenza dei giovani a squalificare “figure autoritarie” (p. es., insegnanti, genitori, preti, poliziotti, etc.); 5) Affiancamento di persone poco raccomandabili; 6) Utilizzo, da parte dei giovani, di espressioni verbali scandalosi in presenza di adulti. Credo di aver fatto un "bel" quadro e se non completo, quasi, di ciò che viene spesso messo in risalto dai mass media Ora la mia domanda è: Chi è responsabile di tutto ciò? Mi sono dato questa risposta alla quale mi aspetto i Vs. graditi commenti. Senza andare a fare una considerazione di ciò che accade in tutto il mondo, ma soffermandomi solo su quello che avviene nel mio piccolo mondo, quella realtà urbana in cui vivo, mi sono reso conto che i responsabili di ciò che accade siamo tutti noi. Mi spiego meglio. Tutti, o comunque la maggior parte di noi, siamo sicuramente pronti a dire che questo non è vero e che i responsabili di quello che accade sono “………………..” e qui ognuno conclude la frase con chi ritiene che abbia specificamente la responsabilità di quello che accade e di cui ho riportato sopra un’ampia panoramica. Ma questo pensiero, anche se trova il referente soggettivo specifico quale causa del problema/disagio, toglie in qualche modo chi sostiene questa tesi, dalle proprie responsabilità. È come dire, io non c’entro e non posso fare nulla, è “Tizio” o “Caio” che devono dare risposte e risolvere il problema/disagio che esiste nella nostra società/comunità. A questo punto è bene fare una precisazione in merito ai termini società/comunità. Per comunità intendiamo un insieme di individui legati tra loro da uno o più elementi di comunione e riconosciuti singolarmente da ogni persona. Possiamo altresì dire che, l’elemento condiviso dal gruppo, si trova nello stesso ambiente fisico nel quale sono presenti anche determinate dinamiche relazionali. E già questo aspetto forse ci indica che la responsabilità andrebbe suddivisa all’interno del gruppo (società/comunità), tra gli attori che ne fanno parte e che ne condividono uno spazio specifico oltre agli elementi in esso contenuti Ma forse, un dato specifico che ci indica da dove partono gli esempi di responsabilità ce lo abbiamo e questo ci riconduce inevitabilmente alla figura umana di un adulto. Sappiamo che i giovani infatti, sono il futuro e gli uomini della società di domani. Ma allo stesso tempo vivono la società di oggi e, la società attuale, è governata dagli adulti e come tali credo che le responsabilità di quello che accade partano proprio da questi ultimi (io compreso). Sono del parere che non avremo mai una società rispettosa, antirazziale, produttiva, evoluta e economicamente agiata, fino a quando gli esempi (adulti) non saranno conformi alle aspettative dei giovani. Facciamo finta di ascoltarli, parliamo dall’alto dei nostri pulpiti, ma quando dobbiamo metterci in gioco, accettando le loro critiche, tiriamo fuori il nostro titolo, la nostra età, il ruolo che ricopriamo e sviamo in qualche modo la responsabilità di costruire il mondo come i giovani veramente desidererebbero. Giorni fa ho partecipato ad un Convegno dal titolo: “Disagio Urbano: nelle persone, nei gruppi, nella comunità”; tenutosi presso la Sala Protomoteca del Campidoglio a Roma. A tale Convegno partecipavano al tavolo dei conferenzieri, personaggi qualificati che offrivano il loro contributo professionale su cosa è necessario fare per risolvere il Disagio in cui vertono molte persone e le comunità intere. È inutile sottolineare, quanto ben articolati sono stati gli interventi dei professionisti, ricchi di molti contenuti e sani principi. Purtroppo però, tutto quello che appare sensato e di notevole attenzione verso il sano e coerente esempio socio educativo, è risultato, come spesso accade, contestualmente incoerente nella pratica. Mi spiego. Mentre gli adulti esprimevano l’importanza che si deve dare con il proprio esempio vivente ai giovani, dimostrando che attraverso la politica del “fare” oltre che del “dire”, si acquisiscono dettagli nella memoria che rimangono indelebili, gli stessi, assumevano atteggiamenti contrari a quelli verbalmente espressi. Porto solo un esempio. Il professionista che si trova al tavolo dei conferenzieri, se utilizza diverse volte il suo telefono cellulare nel corso della conferenza, nessuno gli dice che tale comportamento è in antitesi con i principi di esempio che nella stessa riunione si intende far passare. Ma se questo accade ad una ragazza della scolaresca seduta in platea (erano presenti al Convegno su indicato classi di Istituti Socio-Psico-Pedagogici), quest’ultima potrebbe venire immediatamente ripresa dalla sua insegnante (o altro adulto accompagnatore o presente) per cui le verranno fatte le seguenti osservazioni:
Questo di solito e quello che accade in una situazione simile. Nello stesso ambiente troviamo l’adulto ed il giovane che però hanno due ruoli diversi. Il fatto è che il ruolo pesa, infatti laddove l’adulto può dire e fare quello che vuole, il ragazzo no. Naturalmente l’adulto motiverà anche con molta attenzione e logica, il fatto che lui, se utilizza il telefono cellulare anche durante il Convegno, è solo perché ha molti impegni e responsabilità oltre l’evento a cui sta prendendo parte e quindi, il suo comportamento è razionalmente giustificato, perché deve rispondere ad altre persone che lo contattano per motivi molto importanti. Quanto motivato dall’adulto, anche bene e con molta logica, influisce però emotivamente sul ragazzo in modo negativo, perché lo stesso accusa comunque uno stato di disagio, che potremmo azzardare di tradurre in pensieri che lo stesso può generare e che possono essere di questo tenore:
A tal proposito, mi viene in mente la scena di una ragazza chiamata a commentare gli interventi dei relatori. La stessa dopo diversi tentativi da parte dell’adulto di indurla a commentare, si ritrova con un microfono in mano in piedi con gli occhi addosso e le orecchie pronte ad ascoltare di circa 150/200 persone, in particolare, gli occhi e le orecchie delle compagne di scuola. L’adolescente inizia subito dicendo: vorrei manifestare il mio grande disagio nella situazione in cui mi trovo. Voi adulti, parlate di disagio e poi mette le persone nella condizione di trovarcisi in mezzo. Sono stata spinta dalla mia insegnante a fare ciò che non avrei voluto fare, parlare in pubblico. Quindi denuncio il mio forte senso di disagio. Inoltre voi adulti dite sempre quello che bisogna fare ma poi voi siete i primi a non fare quello che dite. Vorrei vedere i fatti oltre che le parole, perché oramai di parole ne sentiamo troppe da molto tempo. Credo che sia significativa la denuncia della giovane ragazza. Occorre quindi riflettere sulle responsabilità che all’interno di una società devono sicuramente partire dall’adulto, ma successivamente, devono approdare nel giovane che, sappiamo, se messo nella condizione di capire (attraverso i fatti degli adulti) che le responsabilità di ciò che accade in una comunità sono di tutti, comprenderà più facilmente che anche lui, nel caso di un qualsiasi disagio giovanile, ha la sua responsabilità, se non altro di domandarsi perché accade quello che sta vivendo e come poter fare, magari con l’appoggio dell’adulto coerente, per far fronte allo specifico problema/disagio, tramutandolo in un a opportunità di crescita personale e sociale. Ringrazio anticipatamente quanti commenteranno il presente post. Cordialmente Massimo Catalucci
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Post n°32 pubblicato il 15 Ottobre 2009 da counselor63
EVENTO SOCIO EDUCATIVO
Patrocinato da COMUNE di ROMA Municipio XIII DOMENICA 6 DICEMBRE 2009 PIAZZA RAVENNATI - Pontile di OSTIA (RM) dalle ore 10:00 alle ore 19:00 UNA GIORNATA DI FESTA PER I RAGAZZI DELLE ELEMENTARI E MEDIE: Animazione, disegni, pittura, karaoke, creta….. VI ASPETTIAMO Organizzano per “Federazione Rete Carrozza 12 bis”: Ass. IDEAS EUROPA Ass. Naufraghi della Vita Ass. I.N.S.E.U. in collaborazione con: Ass. Cocid, Ass. Fertililinfe, Ass. Rovistando tra i Sogni, Ass. Romanimazione, Ass. F.o.r.i.f.o., Ass. Testimoni della carità, Com. di Quartiere Rep. Marinare-Duca di Genova, Artigiani. PER MAGGIORI DETTAGLI CONTATTARE LA DOTT.SSA MARIA CRISTINA FRANCESCHI AI N.RI 065213530 - 3496031677 ***************************************** |
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Post n°31 pubblicato il 02 Ottobre 2009 da counselor63
Libro di Thomas Gordon Ed. La Meridiana
Un’indicazione bibliografica tra le più utili e accessibili per l’educazione dei figli
di Pier Luigi Lando Da diversi anni genitori ed educatori sono oggetto di particolare interesse da parte di addetti ai lavori. Nonostante le buone intenzioni di scrivere in modo comprensibile per un pubblico di utenti il più possibile vasto, in pratica, poi, il linguaggio di tali addetti difficilmente raggiunge lo scopo. D’altro canto nel nostro Bel Paese lo sviluppo delle discipline attinenti l’educazione dei soggetti in età evolutiva, grazie anche al vigoroso apporto dall’estero, è iniziato dopo l’ultima guerra, per cui, per quel che riguarda l’educazione dei piccoli, ci si era del tutto affidati al buon senso comune, nonché a vari espedienti che mirano ad ottenere comunque lo scopo, ossia l’adeguamento comportamentale degli educandi alle direttive dei grandi. Il termine pedagogia per gli Addetti significa guidare un bambino illuminati da un’adeguata conoscenza dell’educando. In pratica, spesso, lo si è inteso nel senso di condurlo arbitrariamente verso gli obiettivi dell’”educatore” oppure lasciare che “il veicolo” prosegua da solo. Educare: il suo vero significato, implicito e indissolubile dal su accennato termine di pedagogia, è quello di favorire le potenzialità evolutive del bambino, mentre per tanti adulti forse tuttora significa inculcare determinate norme di comportamento. In genere l’orientamento pedagogico si è espresso secondo una vasta gamma che va dal più deresponsabilizzato e deresponsabilizzante lassismo al più severo autoritarismo, più o meno con il sostegno di famosi addetti i cui metodi appaiono anche contraddittori, al punto da frastornare i destinatari che non sanno più a chi dare retta. Il volume di Thomas Gordon: “Genitori efficaci – Educare figli responsabili” (edizioni la meridiana) si dimostra tra i più rispondenti alle esigenze educative sia per il linguaggio sia per le numerose esemplificazioni relative alle più diverse e comuni situazioni problematiche in cui essi si possono trovare quotidianamente, ossia essere fermissimi. Tra i più utili e chiarificanti argomenti c’è, nella soluzione dei conflitti, quello di considerare criticamente i due metodi tuttora dominanti nella nostra cultura: quelli indicati come Metodo I e Metodo II che danno per scontato che una delle due parti debba predominare, Insomma, al momento, non si fa generalmente caso al fatto che l‘instaurazione di una specie di braccio di ferro tra genitori e figli, cioè di un campo di scontro frontale comporti dei vinti e dei vincitori. Ciò che si reprime si potrà comportare come una molla o un gas, cioè un ordigno che prima o poi potrà causare danni, ma altrettanto negativo è il lasciar correre irresponsabilmente, ossia essere permissivi. Ancora più gravi conseguenze si potranno avere quando, come di solito avviene, un genitore è per l’eccessivo permissivismo e l’altro per la più rigida disciplina. Tramite segnali contraddittori, Pavlov procurava sperimentalmente la nevrosi nei cani. Altro dannoso metodo educativo è il ricorso alla falsa motivazione per cui si tende a incentivare un determinato comportamento dei figli in vista di un premio. Di particolare interesse nel libro di Gordon è l’esposizione delle conseguenze deleterie che di solito si hanno nell’imporre autoritariamente la propria volontà da parte del genitore di vista del genitore (Metodo I) o al contrario nel darla vinta ai figli (Metodo II). Sia l’uno che l’altro estremo rischiano di provocare quei comportamenti, sia nell’ambito familiare sia in quello scolastico, ivi inclusi i fattacci i cui responsabili sono i giovani e di cui le cronache abbondano Il Metodo III, è auspicato e illustrato in una amplissima casistica dall’autore, si inserisce nelle strategie volte a educare nel modo più adeguato i figli, ottenendo il loro coinvolgimento collaborativo, evitando così conflitti distruttivi e relative nefaste conseguenze sopra accennate. Una sempre più diffusa consapevolezza degli ingannevoli risultati che si possono ottenere con i metodi educativi tradizionali adottati e un’approfondita conoscenza delle su accennate metodiche potrebbe dare l’avvio a una nuova era per i rapporti con i nostri simili- |
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Post n°30 pubblicato il 01 Ottobre 2009 da counselor63
Premessa al "Progetto Nessuno Indietro" di Pier Luigi Lando La constatazione che i genitori umani, a differenza di quelli delle altre specie, son dovuti ricorrere ad espedienti per “tenere a bada i figli”, ma, spesso, non riuscendo a ottenere l’optimum delle potenzialità evolutive né rapporti interpersonali soddisfacenti, ha indotto la ricerca ecopsicosociale ad approfondire lo studio dei fattori e delle condizioni favorenti e ostacolanti agenti sull’essere umano seguendone lo sviluppo dall’ecosistema uterino a quello sociale. Privilegiata la dimensione relazionale, si è centrata l’attenzione sugli ecosistemi familiari e scolastici. Per analogia con ciò che avviene nelle combinazioni chimico-fisiche, tenendo ovviamente conto delle più complesse implicazioni umane, si è adottata l’espressione di valenze relazionali rilevando le differenze qualitative tra quelle “primarie” del legame simbiotico madre:figlio e quelle secondarie (pedagogiche. amicali, coniugali, genitoriali, lavorative. Una volta acquisita la nozione che il tutto avviene a spese di energia sin dai primi momenti di vita e che l’investimento del flusso energetico, almeno nei primi tempi della vita intrauterina, viene prevalentemente governato dalle informazioni genetiche e che, a mano a mano che il sistema nervoso centrale procede nella sua maturazione, assumono sempre più influenza le informazioni ambientali, ci si è orientati verso una pedagogia importata sul criterio bio-energetico. Quindi, si è resa sempre più importante la conoscenza di ciò che avviene dal punto di vista bio-energetico nell’insieme somato-neuro-psichico dell’educando in rapporto agli interventi educativi. Se pedagogia significa guidare un bambino tenendo conto delle sue potenzialità evolutive, la stragrande maggioranza degli educatori, primari e secondari, rischia di trovarsi nelle condizioni pregiudicanti la sua funzione educativa molto più di chi pretenda di guidare un autoveicolo sapendolo soltanto mettere a moto. Per i genitori delle altre specie, data la struttura di gran lunga meno complessa del loro sistema nervoso centrale, sono pressoché sufficienti le informazioni eredogenetiche e quel tanto che le precedenti generazioni hanno acquisito; per l’Homo sapiens si richiedono molte e ulteriori conoscenze che vanno acquisite attingendo a varie aree del sapere. Insomma non ci si può improvvisare educatore e se abbiamo il mondo che abbiamo lo dobbiamo al fatto che l’Homo sapiens si è trovato nelle condizioni di dover procedere per tentativi ed errori. Buccia di banana: l’umanamente comprensibile urgenza di ottenere l’effetto immediato. Vi sono comunque comportamenti “fisiologici” che accadono di frequente, specialmente durante i primi anni dell’età evolutiva che si tende a reprimere e che, se non se ne conosce la natura, si rischia non solo di perpetuarle, addirittura indurcendo il soggetto a utilizzarli anche per tutta la vita arbitrariamente a uso e consumo proprio. Con un’enorme popolazione che ricorre a cure medico-chirurgiche, psichiatriche, psicoterapeutiche e un superaffollamento delle carceri, si potrà ritenere che molte delle relative manifestazioni traggano origine da prestazion8i pseudopedagogiche, dall’incapacità degli educatori di discernere se per quel determinato comportamento o sintomo si trattava di qualcosa che normalmente si ha durante quell’età, o di un messaggio S.O.S oppure diimitazione di un altro compagno di asilo, scuola, come spesso avviene per i tic ecc. Per es. le bugie possono essere indici che è entrato in funzione il cervello immaginante-creativo, ma possono essere sollecitate da interventi ritenuti educativi che inducono il bambino a difendersi. La mancata comprensione di altri comportamenti propri dei primi anni vita, come quelli oppositivi, se non “trattati secondo la loro natura, potranno “cronicizzarsi” nelle loro forme peggiori Per spiegare questo concetto si pensi ciò che può avvenire se si somministra un antidolorifico o un antipiretico sopprimendo i relativi sintomi che avrebbero guidato verso la diagnosi di una grave infezione. Altrettanto nefasti possono essere gli interventi educativi consistenti in espedienti che puntano alla repressione di comportamenti disturbanti senza cogliere i sottostanti motivi come messaggi. Il lasciare andare è come non intervenire adeguatamente su un processo morboso che non tenda spontaneamente alla guarigione. Un’altra analogia si ha con ciò che avviene per la salute della prole: si pensi a ciò che responsabilmente farebbero genitori consapevoli di essere affetti sa una malattia trasmissibile. Non sarebbe altrettanto doveroso avviare a soluzione problemi risalenti alla propria infanzia, interferenti con le prestazioni educative? Un altro punto importante è quello della dinamica di gruppo sia di quello familiare che dei gruppi di estranei. Per un insieme di persone motivate dal raggiungimento di compiti prefissati si parla di gruppo di lavoro quando esso funziona in tal senso. Di particolare importanza è anzitutto il contenimento del numero dei componenti. Infatti, a mano a mano che si supera quello di dieci, si rischia di avere un gruppo di dipendenza se il leader è particolarmente “forte”: Per es. un docente, autorevole o autoritario, potrà pure ottenere la disciplina della classe che potrà durare fintantoché sia assicurata tale sua funzione. Tuttavia i componenti non crescono e le loro potenzialità evolutive rimangono pressoché congelate, essi rischiano di divenire soggetti succubi, passivi oppure ribelli, non appena la “compressione” sarà venuta meno. Oppure andranno ad alimentare i servizi sanitari o le istituzioni giudiziarie Un gruppo numeroso tende a frantumarsi in sottogruppi di alleanze o l’un contro l’altro armato, cioè prevarrà l’aggressività, l’insubordinazione, insomma ciò che oggi viene lamentato da tanti docenti. |
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Post n°29 pubblicato il 22 Settembre 2009 da counselor63
CONVEGNO NAZIONALE: Il counselling: una nuova risorsa nel sistema socio-sanitario italiano. Interventi e prospettive in Italia e nei paesi anglosassoni Sabato 3 Ottobre 2009 dalle ore 9.00 alle 18.00 presso la sala convegni del Distretto di Aprilia della ASL Latina - Via Giustiniano, snc – Aprilia INGRESSO GRATUITO (Evento formativo E.C.M. richiesta crediti inoltrata per Medici, Infermieri e responsabile e Coordinatrice del Convegno Maria Julia Iris Per Info e Iscrizioni massimo.catalucci@libero.it http://www.assomediciaprilia.org/home.html |
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Post n°28 pubblicato il 12 Settembre 2009 da counselor63
EFFETTI COLLATERALI DELL'INNAMORAMENTO
È strano lo scherzo che fa l’innamoramento. Innamorarsi è come entrare in una trance profonda dove tutto quello che ci circonda rimane distante dalla coppia. Esistiamo solo noi e l’altro/a, tutto il resto, per utilizzare il titolo di un grande successo musicale, “è noia”. Travolti da questa ondata di emozioni esaltanti ci sentiamo completati in tutto, non abbiamo bisogno di altro, tutto il resto diventa superfluo, anche ciò che ci faceva arrabbiare precedentemente, diventa superabile ed accettabile. Sono fantastici gli effetti dell’innamoramento. Come mai allora accade che si perdono a distanza, più o meno lunga e soggettivamente, gli effetti positivi di un benessere fisico, spirituale ed emotivo? Io la vedo in questo modo. È come se accecati all’inizio da un unico interesse (l’altro/a) non ci accorgiamo che in realtà, li, proprio vicino alle nostre gambe, abbiamo portato con noi ognuno una valigia con tutti i nostri “effetti personali”. Naturalmente non diamo nessuna considerazione al contenuto delle valige, siamo troppo intenti a vivere giustamente il momento magico dell’amore. Andando avanti nella relazione, gli effetti dell’innamoramento cominciano a diminuire, lasciando trapelare altri aspetti, quelli che ho definito: “effetti collaterali”. Gli “effetti collaterali” sono sicuramente derivati degli stessi effetti che provavamo prima: fiducia, complicità e condivisione, accettazione, conquista. Infatti:
Questi quattro stati a cui ho fatto riferimento, secondo una mia personale visione del rapporto di coppia, sono punti di forza che spesso si tramutano in punti di debolezza, di rottura dell’innamoramento stesso. Si sente dire che, dopo la prima fase dell’innamoramento, segue nelle coppie più fortunate (o sfortunate a voi la scelta) una fase che viene definita come affettiva, cioè la passione, l’amore, lascia il passo all’affetto. Ma dietro la parola “affetto” nascondiamo spesso la descrizione di una stasi del rapporto, uno stato scontato di situazioni. Personalmente credo che ciò porti ad una routine, nella quale, uno o l’altra potrebbero avvertirne gli effetti negativi e agire di conseguenza, scappando verso nuove esperienze, o rimanendo nello stato attuale con rassegnazione. Nell’uno e nell’altro caso, comunque, si nasconde la sofferenza. Naturalmente qui entrano anche in gioco i valori, le credenze, le convinzioni, ecc., sulle quali si basa il singolo individuo per fare le proprie scelte nel mondo, anche in relazione appunto, al fatto di scappare o restare nel rapporto attuale. Sono del parere che tutto ciò che ha vita, è in movimento. L’esempio è quello di uno stagno e di un torrente. Ø Nello stagno l’acqua è sicuramente calma, sempre la stessa ed intorbidita, gli abitanti di questo habitat sono sempre gli stessi; Ø nel torrente, ci sono sicuramente molte insidie, forse sotto il livello del fiume si possono nascondere rocce ed ostacoli, ma le sue acque sono sicuramente chiare e limpide, in alcuni tratti scorrono veloci, in altri lente, curvano, scivolano via diritte, ma sempre in movimento per raggiungere il proprio scopo, quello di congiungersi al mare, ed in tutto il suo percorso il torrente da vita a tante qualità di pesci, a seconda dell’ambiente e delle temperature in cui si trova a scorrere.
A questo punto la domanda potrebbe essere la seguente: come è possibile allora(per coloro che vorrebbero avere un rapporto duraturo) ridurre ai minimi termini l’eventualità di minare il proprio rapporto di coppia?
All’inizio di questo post ho parlato metaforicamente (ma non troppo) di due valige che portiamo con noi nella fase di innamoramento. In queste due valige, ognuno porta con se: paure, delusioni, abbandoni, insicurezze, sicurezze, dubbi, gratificazioni; insomma una serie di stati psicoemotivi che in qualche modo hanno formato la nostra personalità. Credo necessario, per la salute della coppia, prendere prima coscienza dell’esistenza delle esperienze che portiamo con noi nel rapporto a due, in considerazione anche del fatto che successivamente questa relazione potrebbe vedere allargato il suo piccolo gruppo con la nascita di uno o più figli. La presa di coscienza delle esperienze che in qualche modo ci hanno formato è il primo passo, successivamente, rivivere e rielaborare conformemente al nostro desiderio più profondo ed in modo “ordinario” al nostro sistema psicoemotivo, quegli stati che nel nostro vissuto precedente non sono risultati appaganti, ci offre l’opportunità di evitare di far affiorare nel rapporto di coppia, elementi di disturbo che possono farci attaccare, vincolare a determinati stimoli a cui siamo sottoposti nell’interazione con l’altro/a e dai quali non possiamo sottrarci ed ai quali rispondiamo con reazioni e azioni specifiche e spesso controproducenti per la salute della coppia stessa.
Sarebbe interessante aprire un dialogo con i lettori di questo blog per confrontarci in merito al rapporto di coppia.
Cordialmente
Massimo Catalucci
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Post n°27 pubblicato il 03 Settembre 2009 da counselor63
NOI EDUCATI... Provo a commentare, per quanto mi è possibile e secondo una mia personale visione, il concetto di educazione dei giovani. Credo che di modelli di insegnamento, educativi, ve ne siano molti e forse in qualche modo potrebbero essere tutti più o meno validi. Il problema secondo me da affrontare al di la del modello pedagogico da assumere e più evidente, è invece quello dell’educatore, spesso molto bravo da un punto di vista teorico, molto meno bravo da un punto di vista pratico ed esperienziale. In particolare nella scuola primaria, per sistema educativo, si tende principalmente se non quasi esclusivamente, con eccezione di alcuni insegnanti più attenti ai bisogni dei bambini, ad impartire le varie discipline didattiche: aritmetica, storia, lingua italiana e straniera, ecc., ecc.. Questo è sicuramente formativo da un punto di vista della conoscenza e della formazione culturale dell’individuo, ma diventa limitativo quando la base (bambino) per ricevere tali informazioni non è pronta per acquisirle, anche per la velocità di trovarsi da un ambiente familiare ad uno sociale più esteso e sicuramente più competitivo (altri bambini e adulti) ed impositivo (regole). Mi spiego meglio. Considero la scuola, quella delle prime classi, un luogo nel quale si dovrebbero formare i ragazzi alla partecipazione attiva della comunità, passando attraverso lo sviluppo della individuale personalità, secondo le caratteristiche di base dell’individuo stesso. Un luogo dove sarebbe più importante impegnare del tempo (parlo della fase iniziale) all’insegnamento ed all’utilizzo dei propri “filtri” naturali che ci permetteranno di formarci emotivamente nel rispetto di una personalità forte e propositiva, ma ancor di più farci apprezzare la scuola come luogo di libere opportunità e crescita individuale in un contesto piacevole anziché sofferente. Quando ci accingiamo a frequentare la prima classe elementare, ma forse ciò avviene già nella classe precedente, portiamo in una comunità formata da altri nostri coetanei, le nostre esperienze educative, dirette ed indirette e ricevute nei nostri primi anni di vita in un ambiente familiare (inteso come gruppo intimo – genitori, fratelli, nonni, zii). Improvvisamente siamo costretti a confrontarci con altri nostri simili e obbligati a ricevere informazioni che spesso utilizzano, quasi esclusivamente, salvo qualche eccezione individuale, un metodo educativo piatto e troppo lineare. Il bambino che arriva alla scuola è un vulcano di emotività, talvolta soppressa o libera, comunque non è ancora pronto alla razionalità, alle regole, alla competizione. Occorre secondo me introdurlo nel mondo delle regole, con strumenti che rispettino le sue attuali caratteristiche, evitando di forzarlo verso un atteggiamento troppo ordinato e lineare. Con questo non voglio dire che l’educazione e la formazione di un individuo non debba prevedere anche l’insegnamento delle regole comuni ed in particolare della razionalità, della logica. Ma prima di arrivare a questo, credo che sia necessario che un individuo possa passare dall’ambiente familiare, in cui ha assorbito nei primi anni l’impronta educativa dei suoi tutor (parenti), all’ambiente sociale più esteso, gradualmente, avendo così la possibilità di rielaborare eventuali esperienze emotive negative che potrebbero creare successivamente limitazioni allo stesso. Per essere più chiaro, vorrei indicare alcuni esempi in cui una persona cresce nei sui primi anni di vita. Esistono ragazzi che hanno ricevuto un’educazione fatta di particolari attenzioni, atteggiamenti iperprotettivi dei genitori e/o chi per loro – vedi “genitore mantello”, oppure fatte di troppe regole – vedi “genitore autoritario”, per non parlare di altre situazioni dove esiste l’assenteismo, fisico e/o affettivo dei suoi punti di riferimento primari, ovvero, l’atteggiamento del “genitore demolitore”, una posizione dell’adulto che demolisce nel vero senso della parola ogni eventuale possibilità di scelta del ragazzo. In questi anni e relativamente anche all’attività di direttore didattico di un centro di formazione professionale regionale (Lazio), ho avuto purtroppo la spiacevole esperienza di verificare che la scuola, al di la dell’età dei discenti, è considerata dai più, luogo di sofferenza e costrizione. Eppure la scuola dovrebbe essere quel luogo di “saperi” e “conoscenze”, dove, prima di attivare nell'individuo il potere dell’intelletto razionale, per conoscere ed approfondire le varie discipline che gli verranno insegnate (leggere, scrivere, contare), sarebbe importante, secondo me, sviluppare il suo intelletto emotivo con un accrescimento della sensibilità di cui ogni essere umano è già dotato dalla nascita, attivandolo all’ascolto attivo del mondo a se circostante, per mezzo dei suoi filtri naturali: 1) gli organi di senso; 2) la rappresentazione interiore del contesto che lo stesso individuo vive. Lavorando su questi aspetti principali, e qui potremmo discutere sul metodo da utilizzare per farlo al meglio, si proietta il giovane verso una maggiore visione del mondo, dandogli la possibilità di elaborare eventuali tensioni emotive che nella sua prima fase di vita, volutamente e/o involontariamente, potrebbero essersi create in famiglia. A tal proposito, voglio sottolineare anche che, esistono situazioni in cui il ragazzo ama la scuola e non la vede come luogo di sofferenza, ma bensì come valvola di sfogo intesa a volte anche come motivo di attenzione verso di sé da parte del genitore. Faccio un esempio. In quel ragazzo che accusa una carenza (fisica e/o emotiva) affettiva da parte in particolare del genitore che è un maggiore riferimento educativo/emotivo per lui, lo stesso può sviluppare l’esigenza di ricevere gratificazioni ed attenzioni (carezze ed apprezzamenti, fisici e non) proprio attraverso lo strumento scolastico, divenendo un alunno modello con ottimi profitti. Anche in questo ultimo caso però, vediamo come il ragazzo porti con sé le sofferenze di una relazione affettiva non conforme, relativamente alla qualità e quantità ricevute, al suo sistema psicoemotivo ordinario, lasciando così inadeguatamente appagate le proprie esigenze emotive che ritroviamo anche nella scala dei bisogni umani prodotta da Maslow. Credo quindi che l’intervento maggiore oggi, anziché farlo sui ragazzi, sia da fare sugli insegnanti e sulla scuola, i quali dovrebbero, in primo luogo abbandonare i concetti e preconcetti relativi alla struttura del sistema scolastico attuale, ed in secondo luogo, intraprendere un nuovo cammino educativo della propria emotività, di natura esperienziale. Sono convinto che in questo modo, da una parte, l’insegnante troverà nei ragazzi un terreno più fertile e pronto a ricevere le varie discipline scolastiche con più facilità, dall’altra parte troverà un ragazzo più propenso all’ascolto del suo insegnante, riconoscendolo, prima come educatore attento ai suoi bisogni emotivi e successivamente fonte di conoscenza. Questo in parte è ciò che il progetto “Giovani Solidali – Formazione In Valori dei Giovani” (di Ideas Europa), di cui ho già accennato in passato in questo blog, si prefigge di ottenere. Purtroppo, essendo un prodotto privato e di conseguenza non ancora recepito nel modo giusto dalla macchina istituzionale, rimane difficoltoso introdurlo nella scuola con continuità ed il larga scala. Anche in questo caso, laddove troviamo consensi da parte di presidi e/o direttori scolastici nell’introduzione di questo progetto, nelle scuole che rappresentano, ciò viene sempre fatto senza un’adeguata formazione. Non parlo della formazione teorico/pratica che viene già somministrata ai docenti che prendono parte al progetto su indicato e/o ad altri progetti in circolazione, ma a quella relativa all’aspetto esperienziale personale dell’insegnante/educatore. Mi spiego meglio. Se un docente vive ancora vincoli emotivi per i quali ha dovuto creare comportamenti compensatori, razionalmente potrebbe aver superato alcune situazioni, ma inconsciamente tali esperienze vissute continueranno ad avere un’influenza sui suoi comportamenti stessi. L’educatore, per come la vedo io, deve essere necessariamente una persona che conosce il nostro sistema psicoemotivo ed il suo funzionamento, avendolo in prima persona sperimentato. In conclusione, credo che di metodi educativi ve ne siano molti, ma pochissimi istruiscono gli educatori sul loro funzionamento psicofisico emotivo, sulle funzionalità del’inconscio e sull’importanza della creatività nell’applicazione di strumenti educativi e/o pedagogici. Massimo Catalucci
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Post n°26 pubblicato il 28 Agosto 2009 da counselor63
(SEGUE post 22) IPNOSI…..UN FENOMENO NATURALE? Rispondo alla domanda inviatemi da Pier Luigi Lando
http://www.pierluigilando.net/Ecologiapsicosociale/Eps.htm relativa al post 22 su indicato.
1) …si potrà considerare atto ipnotico quando nel training autogeno si propone al soggetto in rilassamento di concentrare l'attenzione su un punto, un'area, una figura geometrica, ecc.?
Per quanto mi riguarda, credo proprio che l’attenzione rivolta in uno specifico punto, sia essa una figura geometrica o quant’altro, induca ad uno stato ipnotico. Poi naturalmente potremmo parlare della profondità dello stato ipnotico. Dal semplice stato di trance leggera (onde alpha), dove il soggetto è presente (rilassamento vigile - conscio/inconscio), a stati di trance più profonda, dove il soggetto ipnotizzato non ricorda nulla consciamente (sonnolenza e primo stadio del sonno: onde theta; sonno profondo: onde delta). Credo altresì che, in base ai casi da trattare, sia valido utilizzare stati di trance diversa. Mi spiego meglio. Forse ci sono situazioni passate della persona, come ad esempio traumi derivati da violenze sessuali in giovane età, che richiedono un trattamento profondo della psiche del malcapitato, senza far affiorare alla sua coscienza l’esperienza negativa dallo stesso vissuta. In questo caso credo che una trance profonda possa essere utile. In situazioni invece quali ad esempio una fobia, quale la paura dell’altezza, salire in ascensore; oppure in altri blocchi emotivi quali ad esempio sostenere un esame scolastico, affrontare il proprio capo al lavoro e/o ancora il cambiamento di una cattiva abitudine e/o altre simili limitazioni; credo che uno stato di trance leggera con una frequenza delle onde cerebrali tra gli 8 e i 14 Hz. (onde Alpha) sia più indicata. Non escludo però la possibilità di utilizzare una trance leggera anche in situazioni quali traumi violenti su già riportati, in questo caso però è importante assicurarsi che l’inconscio della persona sia d’accordo (1) a far rivivere consciamente alla stessa il suo passato fortemente traumatico e debilitante.
(1)…l’inconscio della persona sia d’accordo……: Massimo Catalucci |
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Post n°22 pubblicato il 19 Agosto 2009 da counselor63
IPNOSI…..UN FENOMENO NATURALE?
Quando sentiamo pronunciare questa parola, ci troviamo a discutere con chi crede che la forza di volontà possa ostacolare le capacità comunicative di qualcuno, impedendogli di avere un’influenza significativa nei propri confronti; altre persone credono invece che i messaggi subliminali fatti ad arte possono condizionare chiunque, nessun escluso; altre persone ancora affermano di aver provato l’ipnosi e c’è anche chi sostiene di non averne mai provato gli effetti. La maggior parte però, in qualche modo, guarda con una certa distanza all’ipnosi. Forse perché se ne è sempre parlato come una risorsa affiancabile al plagio. Si pensa di solito all’ipnosi come un processo comunicativo indotto da qualcuno per avere il sopravvento su di noi. Si ha insomma un po’ paura. Eppure… e qui sta il bello, l’ipnosi, che potremmo chiamare anche stato alterato di coscienza, trance, comunicazione emotiva, sonno ad occhi aperti e chi più ne ha… più ne metta, è un fenomeno naturale che tutti abbiamo in qualche modo provato. Sarà sicuramente capitato anche a voi, almeno una volta, di trovarvi a camminare per strada a piedi o in macchina e rendervi conto solo dopo qualche metro (talvolta anche centinaia di metri), di aver percorso il tragitto senza che ve ne siate coscientemente resi conto. È come se avessimo inserito in quel momento il nostro pilota automatico interiore. Ad esempio in macchina, siamo in grado di manovrare il volante a destra o a sinistra, mettere le frecce direzionali, spingere la frizione e mettere le marce, frenare, accelerare, ascoltare la radio, vedere i segnali stradali, ecc.; ma ci potrebbe capitare di non far caso a tutte queste manovre e solo dopo che abbiamo percorso un bel po’ del nostro tragitto, ci rendiamo conto di aver guidato l’auto, di essere arrivati da qualche parte, mentre la nostra mente era assorta in altri pensieri che nulla avevano a che fare con l’attenzione conscia di guida di un’auto. Come chiamereste voi questo fenomeno? Sovrappensiero? Sbadataggine? Disattenzione? Incoscienza? Irresponsabilità? Potremmo chiamarla come meglio desideriamo, fatto sta che, questo stato emotivo nel quale abbiamo percorso un certo tragitto, ci ha fatto trovare, fisicamente e mentalmente, seduti nella nostra auto e contemporaneamente da qualche altra parte. Stavamo in sostanza vivendo due stati completamente veri ed anche se potremmo affermare che consciamente non ricordiamo nulla di quello che è accaduto, sia mentre eravamo alla guida, sia mentre ci eravamo proiettati mentalmente da qualche altra parte, ovvero avvertire la sensazione di essere totalmente presi dai nostri pensieri che l’attenzione conscia alla guida era in quegli attimi andata perduta, siamo stati in grado di crearci in automatico un bello stato ipnotico. Ecco perché, come già affermato da molti luminari in questa disciplina (vedi ad esempio: Milton Erickson, Richard Bandler), sostengo che l’ipnosi è uno stato naturale che tutti abbiamo in qualche modo provato. Quello da me riportato, quando siamo alla guida della nostra auto, è solo un esempio per dimostrare che tutti siamo passati più di una volta, attraverso uno stato ipnotico. Personalmente, considero lo stato ipnotico un momento di alta concentrazione, dove la nostra completa attenzione viene focalizzata in un determinato punto, lasciando che le funzioni vitali controllate dal nostro sistema nervoso continuino a funzionare, ma facendo in modo che il mondo esterno venga pian piano allontanato dalla nostra coscienza, dando spazio ad una nuova realtà del qui ed ora e che può anche essere qualcosa che ha a che fare con il nostro presente e/o passato e/o futuro. Quest’altro esempio potrebbe venirci in aiuto: quando siamo emotivamente coinvolti in una conversazione, pur trovandoci in un ambiente con molte persone che parlano (un party) e ci sentiamo attratti dall’argomento che stiamo affrontando e magari anche fisicamente dal nostro interlocutore, siamo in grado di focalizzare la nostra attenzione esclusivamente su quello che in quello specifico momento a noi interessa, escludendo la ricezione conscia di tutti gli altri suoni (voci, rumori), immagini (persone, contesti). È uno stato di “focus” sul nostro interesse del momento. Allora se l’ipnosi (oppure chiamatela come volete) è qualcosa che già naturalmente facciamo, perché la maggior parte ne ha paura? Sono convinto che i messaggi pubblicitari (Tv, radio, stampa) abbiano un forte impatto sulla nostra emotività, stimolando ad arte i nostri istinti, i nostri valori, i nostri desideri, portandoci ad acquistare qualsiasi prodotto. D’altra parte chi crea spot pubblicitari, sa quanto importante sia lasciare che il consumatore consideri la sua scelta libera, ma allo stesso tempo sa che è importante stimolarlo dal suo interno (istinti, valori, desideri) affinché inconsciamente lo stesso possa indirizzare il suo acquisto verso un prodotto piuttosto che un altro. Anche il rilassamento psicofisico è in qualche modo uno stato ipnotico. Molte persone riescono a raggiungere stati più o meno profondi di rilassamento psicofisico emotivo, grazie alla visualizzazione autoindotta di alcune immagini e la sovrapposizione di altre submodalità legate al nostro sistema sensoriale. Per concludere, non credo che esistano persone non ipnotizzabili, penso piuttosto che vi siano esseri umani facilmente o difficilmente ipnotizzabili. Considero altresì l’ipnosi come uno “strumento” utile per il superamento di alcuni disagi psicofisici emotivi accusati dagli esseri umani, ma anche, nella sua forma più leggera (rilassamento) uno strumento capace di dare maggiore serenità e tranquillità a chi ne fa uso. Rimane naturalmente la considerazione che l’ipnosi può essere imparata da chiunque e pertanto come tale può essere praticata su chiunque ad insaputa del ricevente, ecco perché scuole serie di ipnosi si assicurano che tali tecniche vengano insegnate a professionisti e dagli stessi utilizzate nel rispetto della professione che svolgono e della categoria che rappresentano.
Massimo Catalucci
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Post n°21 pubblicato il 13 Giugno 2009 da counselor63
"DIALOGO CON L'ESPERIENZA EMOTIVA PERSONALE"
Il Counseling è una professione socio-relazionale che muove verso le problematiche emotive dell’essere umano, privilegiando l’empatia affettiva rispetto a quella cognitiva, facendo riferimento anche alle strutture archetipiche dell’umano, sia nella coscienza collettiva che nell’inconscio collettivo. È una forma di dialogo consapevole tra il Cliente ed il Counselor, nella quale quest’ultimo utilizza tecniche e metodologie specifiche atte ad aiutare la persona nei momenti di particolari blocchi emotivi che gli impediscono di vivere serenamente la propria esistenza. Questi blocchi emotivi hanno origine generalmente negli aspetti relazionali, per cui la persona potrebbe vivere internamente sensazioni di: abbandono, rabbia, delusione, avvilimento, oppressione, ansia, isolamento, esclusione, insicurezza, timidezza, ecc., che possono essere interpretati dalla persona stessa, consciamente, diversamente dal significato che hanno, spingendo la stessa verso comportamenti compensatori non ordinari. Tale situazione, può generare inoltre una minaccia per la sua vita sociale fino anche ad allontanarla da essa, aumentandone di conseguenza la sofferenza. Il Counselor è quindi un professionista con conoscenze e competenze specifiche, preparato per aiutare ed orientare la persona bloccata emotivamente verso la ricerca di nuove opportunità, affinché il suo assistito possa arbitrariamente scegliere gli eventuali cambiamenti da adottare nella propria vita, sia nel comportamento conscio che inconscio, al fine di sentire appagati ordinariamente i suoi bisogni emotivi. Ogni essere umano ha una sua personale rappresentazione della realtà che lo circonda, per cui ognuno di noi porta con sé un proprio modello del mondo unico, al quale fa riferimento per vivere. In questo modello del mondo unico e personale, avvengono dei processi di pensiero che sono la struttura portante di ogni nostro comportamento. Possiamo immaginare che ognuno di noi inizi a costruire il proprio modello del mondo già dal momento in cui viene concepito. Se pensiamo infatti a noi come un nucleo biologico, emotivo e spirituale([1]), che prende vita nel momento in cui il seme maschile feconda l’ovulo femminile, potremmo accorgerci che in quell’istante, cominciamo a formarci come esseri umani che portano con sé memorie attraverso la trasmissione genetica e genealogica. Tutto questo da origine a quella che io chiamo registrazione di una “traccia delle memorie dell’esperienze umane”. L’essere umano è materialità e immaterialità. Così come ha necessità di appagare i suoi bisogni fisiologici, ha necessità di appagare i suoi bisogni emotivi e spirituali. Quest’ultimi, in particolare, si alimentano proprio attraverso le relazioni. Ne consegue che ogni persona, in relazione alla quantità e qualità dei rapporti interpersonali che instaura con i propri simili, formerà una individuale personalità, ed è da queste relazioni che possono nascere conflitti interiori che successivamente possono bloccarci emotivamente ed indurci in comportamenti straordinari già definiti compensatori, che tendono in qualche modo ad allontanarci dalla sofferenza emotiva. Generalmente però questi comportamenti compensatori, rappresentano un rifugio di piacere apparente e talvolta di breve durata, nascondendo il seme di una costante sofferenza che difficilmente riusciamo a placare. Quando ci troviamo a vivere situazioni emotive così penalizzanti, solitamente siamo coscienti solo del risultato finale di un prodotto che è frutto di un processo del nostro pensiero inconscio, per cui ci capita spesso di arrivare anche a somatizzare il disagio, di natura psichica, in specifiche aree del corpo. Un esempio più rappresentativo del concetto espresso, ci viene da comuni espressioni verbali da noi manifeste e al quanto specifiche, apparentemente poco significative. Se pensiamo ad esempio ad una persona che costantemente ha un fastidio ricorrente alla gola con una tosse stizzosa ed alla quale non è stato diagnosticato nulla di patologico, molto probabilmente ci troviamo davanti ad un soggetto che esprime attraverso l’espressione fisica, corporea, il disagio psicoemotivo che sta vivendo. Il disagio psicoemotivo, viene convertito in sintomi fisici le cui manifestazioni possono diventare sempre più fastidiose. Secondo la medicina psicosomatica, la somatizazione è un processo diffuso di dislocazione di un processo psichico di disagio in specifiche aree del corpo. Ascoltare il sintomo diventa determinante quindi anche per individuare l’eventuale relazione malvissuta dalla persona e ritenuta inappagante emotivamente. Possiamo anche affermare che le somatizzazioni sono frutto di memorie inconsce che, stimolate successivamente nella nostra quotidianità nel confronto con gli altri, tornano fuori sotto forma di sintomo psicofisicoemotivo. In questo caso il Counselor interviene sulla somatizzazione concentrata nell’area specifica del corpo della persona, facendo emergere dalla persona stessa, attraverso il dialogo e le verbalizzazioni, le informazioni necessarie che meglio rappresentano la sofferenza manifestata nel suo corpo. A tal proposito e a tutela della persona stessa, che potrebbe ritenere scomodo per sé raccontare i fatti della sua esperienza di vita che secondo lei rappresentano meglio quel sintomo, il Counselor instaura un processo di verbalizzazione basato sulla simbologia. Mi spiego meglio. Laddove alla persona dovesse venire in mente di collegare quel sintomo ad un ricordo, ad esempio traumatico, di cui intende tenere per sé i dettagli di ciò che sta rivivendo mentalmente e fisicamente, il Counselor la invita a dare delle definizioni diverse a ciò che sta vivendo nel “qui ed ora” in relazione al ricordo psicofisico emotivo e ciò, può essere identificato anche con un colore, una forma e tutte quelle rappresentazioni e accostamenti simbolici che la sua mente creativa gli permette di produrre. Potrebbe essere definita una “investigazione discreta” della sintomatologia espressa. Questo lavoro di ascolto attivo a cui la persona viene invitata a prestare attenzione, fornirà al Counselor quegli elementi simbolici che saranno utilizzati nel “training” per soddisfare in modo conforme al sistema inconscio della stessa, i suoi bisogni emotivi. È importante quindi considerare che è necessario che si instauri tra il Counselor ed il suo assistito, un rapporto empatico([2]) ed assertivo([3]) , affinché il professionista possa diventare per la persona che assiste, ciò di cui lei ha bisogno per sviluppare quelle dimensioni relazionali di affinità elettiva che sono rimaste insoddisfatte nel rapporto con le figure importanti della sua esistenza in ogni sua forma e dimensione. Il Counselor attraverso la “Relazione di Aiuto” instaurata con il suo assistito, riporta l’equilibrio nella relazione stessa, sostenendolo con disponibilità, dialogo, riconoscimento, incontro, mediazione, complementarità ed integrazione. Personalmente ritengo l’attività professionale di Counseling una forma di “Training” personale, dove è possibile apprendere, in primo luogo, il modo individuale di come funziona il nostro sistema emotivo, ed in secondo luogo, liberare le potenzialità che risiedono dentro ognuno di noi, spingendoci verso la comprensione logica e/o emotiva dei propri bisogni ordinari e dei comportamenti correlati, nonché la comprensione logica e/o emotiva di cosa abbiamo bisogno per modificare e/o esaltare comportamenti passati, presenti e futuri, con l’obiettivo di migliorare la qualità della propria vita emotiva.
Massimo Catalucci Iscr. Reg. Naz. Counselor F.A.I.P. nr. 522 del 30/10/2006 (Federazione delle Associazioni Italiane di Psicoterapia) Studio di Counseling - Via Savuto 31 - 00040 Tor San Lorenzo - ARDEA (RM) Tel. (+39) 06.89.82.83.50 - Cell. 328.95.90.875 [1] Spirituale: “nel dizionario della lingua italiana (edito da De Agostini) questa parola viene definita come essenza incorporea posta da alcune religioni e da alcune concezioni filosofiche quale principio universale di vita, identificata con Dio e comunque con una divinità”. Non è da escludere comunque che ognuno possa avere una sua personale definizione di spiritualità, libera da concetti religiosi e/o filosofici, attribuendola ad esempio ad un’essenza incorporea ma riconducibile alle funzioni prettamente mentali dell’essere umano. (definizioni tratte dal dizionario essenziale di counseling edito da “Pre-Pos” scuola transteorica di Counseling del Prof. Vincenzo Masini) [2] “Empatico” – Empatia cognitiva: capacità di accogliere il mondo razionale del cliente e codificare i suoi pensieri e i suoi atteggiamenti sulla base della sua diversità dal nostro. È tipica dell’approccio comunicazionale di tipo simbolico; E. emozionale o affettiva: capacità di accogliere il vissuto altrui percependo il substrato emozionale della persona. È tipica dell’approccio comunicazionale di tipo narrativo. [3] “Assertivo” – Assertività: capacità di individuare e delimitare i propri spazi nei gruppi e di esercitare pressione psicologica e controllo mediante espressioni linguistiche semplici ma con elevata densità di significato. […..] L’addestramento all’assertività è una forma di intervento per la costruzione o la ricostruzione dell’identità.
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Post n°20 pubblicato il 07 Aprile 2009 da counselor63
LA "PRESENZA" PERCETTIVA NEL "QUI ED ORA"
Mi spiego meglio. Il vortice emotivo in cui ci muoviamo costantemente, sollecitati se volete, dalle condizioni e dal contesto in cui viviamo, ci rende insensibili e lontani "ascoltatori attivi" della realtà a noi circostante. Purtroppo poi, questo si riversa non solo in quegli aspetti della vita definiti da noi irrilevanti, ma anche in quegli aspetti ritenuti da noi importanti e degni di significato. L'evento si concretizzò in quanto segue. Era un mattino di gennaio molto freddo e all'interno della metro di "Washington DC" c'era un violinista che suonava dei brani di Bach. Era l'orario di punta e molta gente sarebbe passata di li per andare a lavorare. Sono quei momenti dove si concentrano molte persone. Il violinista suonò i celebri brani musicali del noto compositore per circa 45 minuti. Nel via vai veloce, tra passi frettolosi e decisi, solo alcune persone rallentavano il passo per girarsi ad ascoltare quei suoni che in qualche modo percepivano nel grande caos in cui si muovevano. Altri correvano via velocemente senza neanche rendersi conto della presenza del violinista. Altri ancora lanciavano velocemente, quasi in modo automatico, una monetina della cassettina delle offerte del violinista. Solo un uomo, dopo qualche minuto dall’inizio dell’esibizione del violinista, si soffermò un attimo ad ascoltare quella musica appoggiandosi ad un muro. Ma anche lui, poco dopo, guardò l'orologio e riprese velocemente il suo ritmo giornaliero. Tra i tanti passanti, solo i bambini rallentavano il passo all’ascolto di quella musica, costretti però dagli adulti con i quali passeggiavano a procedere senza fermarsi. Ma i bambini attratti da quelle note musicali, continuavano, mentre si allontanavano, a voltare la testa verso il violinista. In 45 minuti solo 6 persone si fermarono qualche istante ad ascoltare la musica prodotta dal violinista e circa una ventina di persone gli donarono qualche dollaro. Il musicista, trascorsi i 45 minuti, smise di suonare. Nessuno applaudì né tantomeno nessuno si accorse che in quel ritmo frastornante, come una meteora, si era materializzato un momento di sublime spiritualità artistica, alla quale in pochi erano stati capaci di prestare “ascolto”, ma in tanti forse erano solo stati capaci di “sentire” o addirittura neanche “sentire” (inteso in questo ultimo caso come ricordo cosciente di aver udito o meno qualcosa in particolare). Nessuno lo sapeva, ma il musicista era un certo Joshua Bell, uno dei più grandi violinisti al mondo. In quei 45 minuti della sua esibizione artistica tra la folla della metro di “Washington DC”, suono uno dei pezzi più complessi mai scritti e lo fece con un violino del valore di 3,5 milioni di dollari. Due giorni prima di questo esperimento alla metro, organizzato come detto da “Washington Post”, Joshua Bell fece il tutto esaurito al teatro di Boston, dove le poltrone per assistere allo spettacolo, costavano in media 100 dollari.
Riflettere su questo aneddoto, ci da la possibilità di riflettere maggiormente su tutte quelle volte in cui troppo frettolosamente diamo giudizi, tutte quelle volte in cui prestiamo poco “ascolto” a qualcuno o qualcosa, tutte quelle volte in cui, travolti magari dal contesto, non riusciamo a fermarci un attimo per valutare meglio cosa, come, con chi, dove e quando stiamo vivendo una determinata situazione. In sintesi, se non troviamo un attimo di tempo nella nostra vita per rallentare i ritmi a cui siamo sottoposti e magari soffermarci anche ad ascoltare attivamente ciò che viviamo giornalmente, in termini di qualità della vita ed in particolare nei rapporti con i nostri simili (figli, partner, collaboratori di lavoro, amici, ecc.), sarà di più quello che potremmo acquisire o perdere?
Massimo Catalucci
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Post n°19 pubblicato il 28 Marzo 2009 da counselor63
FALSA SOCIETA'?
Ho deciso di pubblicare il commento di un utente del blog (franztravel),fatto al mio post nr. 11 dal titolo “L'opportunità e la libertà di scegliere”, perché trovo interessante il suo intervento, al quale ho già rivolto le mie riflessioni e mi piacerebbe che altrettanto venisse fatto da altri utenti che si troveranno a leggere le righe che seguono. Commento di franztravel al post nr. 11 L'opportunita e la libertà di scegliere. Commento di Massimo Catalucci a franztravel. Ciao franztravel, grazie innanzitutto della tua attenzione e di aver commentato il mio post. Leggo molta rabbia nelle tue parole, sia nel tuo presente commento che nelle tue pagine blog. E’ vero quando dici che la società in qualche modo crea modelli di riferimento insani, che apparentemente ci fanno credere di vivere in uno stato di benessere totale, che i soldi, il materialismo, sono i simboli accecanti, per i più, di un appagamento (straordinario, non ordinario) totale della persona. Tutto vero. Ma questo, non so se ti è mai capitato di pensarlo, esiste da quando esiste l’uomo. Il bene ed il male fanno parte di questa società e formano un riferimento significativo nello stesso, è qualcosa che fa parte di noi. Certo che poi ognuno ha la sua individuale visione di ciò che è il bene e ciò che èil male. Ognuno elabora in modo strettamente personale ed univoco i segnali che gli arrivano, decodificandoli secondo un suo sistema interpretativo. Forse è per questo motivo che molti di noi, pur considerando obiettivamente, ad esempio, il fumo di una sigaretta come un “male” (vedi la scritta sulle confezioni) per se stessi e per la società, allo stesso tempo non riescono a farne a meno, anzi, spesso mi sento dire da chi fuma che una sigaretta lo rilassa. Ma come è possibile che il veleno rilassi. Ma forse si. È Vero. A lungo andare rilassa “definitivamente”! Al di la di questo ironico esempio, la domanda che ti pongo è, “è solo una questione di intelligenza, o c’entra qualcosa anche l’emotività”? Credo altresì che ognuno di noi, indistintamente, alla sua nascita, porti con sé gli archetipi dei sani valori umani, siano essi materiali che spirituali (immateriali). Sotto la continua pressione di stimoli esterni questi riferimenti sani vengono minati gettando nella confusione il soggetto che reagisce ad una spinta emotiva proprio verso ciò che gli è avverso. Anch’io in passato me la prendevo con tutto e tutti, additando la società come coscienza collettiva superficiale autodistruttiva, aumentando quella rabbia interna mista ad una forma di impotenza. Poi successivamente ho cominciato a pormi una serie di domande quali: Ma quando parlo della società, io dove mi posiziono? Non sono anch’io parte integrante della società in cui vivo? Se non accetto questa società, cosa posso fare per cambiare qualcosa? Ma è possibile cambiare la società? Credo che queste stesse domande se le siano fatte in passato, tanto “Hittler” che “Ghandi” (solo per portare degli esempi). La differenza sta nelle risposte. Forse il primo pensava che l’esercizio del potere sugli altri, per mezzo di strumenti distruttivi quali le armi, potesse veramente cambiare il mondo secondo il suo modello interiore di riferimento; ma anche il secondo, pensava di poter cambiare il mondo esercitando il potere dell’amore e della condivisione della carità umana, secondo un suo modello interiore di riferimento. Ad oggi possiamo dire che ilmondo non è né l’uno né l’altro, ma sicuramente ci sono più persone che approvano e seguono l’esempio di Ghandi (meno male!) piuttosto che quello di Hittler. Ma come dato effettivo possiamo però anche affermare che a tutt’oggi esistono i seguaci sia di uno che dell’altro personaggio e delle loro idee. Quindi c’è chi tra noi ha fatto la sua scelta individuando il bene ed il male, da una o dall’altra parte. Per quanto mi riguarda e per onor di cronaca, io mi schiero sicuramente dalla parte di Ghandi, non per l’aspetto religioso ma per il suo comportamento umano e umanitario. Poi, rispondendomi alla domanda,“è possibile cambiare la società?”. Mi sono detto che forse non potrò mai cambiare la società, ma posso sin d’ora rapportarmi ad essa secondo un modello di vita umanitario. Quindi parlerò poco ai miei figli di razzismo, di olocausti, di potere economico, ma concentrerò molto di più la mia e la loro attenzione sulla loro umanità, mettendoli nella condizione di ascoltarsi ed ascoltare, per sapere e conoscere. Certamente non potrò pretendere che vadano verso una direzione specifica. Posso solo informarli. Credo che l’aspetto umanitario nei rapporti tra gli uomini passi attraverso il diritto degli stessi di sapere e di conseguenza conoscere, solo in questo modo si rende l’uomo veramente libero. Poi naturalmente ognuno ha quella vera e democratica possibilità che si chiama “libero arbitrio” e può utilizzarla come meglio crede. Ora vorrei porti una domanda. Secondo te i mass media mettono più in risalto le bellezze dell’umanità, intese non solo come bellezze naturali ma come capacità sane insite nell’essere umano, o le sue brutture? Per quanto mi riguarda, i telegiornali possono esser un esempio e una risposta a questa mia domanda. Se non c’è scandalo, sofferenza, non c’è ascolto, non c’è business. Troppo spesso (questa è una mia visione), assisto a programmi, dibattiti, conferenze, convegni, che mettono in risalto ciò che dobbiamo sconfiggere ciò che non è buono, ma poco risalto viene dato ai tanti aspetti positivi della vita degli uomini. Queste continue immagini di scandali, prepotenze, potere, ecc.ecc., influiscono molto sugli aspetti psicoemotivi di tutti noi, creando delle insofferenze che possano sfociare, ad esempio, proprio in rabbia verso tutti e tutto, o magari, fatto ancor peggiore, diventare modello di riferimento su cui poggiarci, con la classica frase che spesso sentiamo pronunciare: tanto il mondo è così e non è possibile cambiarlo, quindi mi adeguo ad esso facendo ciò che fanno tutti. D’altra parte è scontato che, chi ha i soldi può avere tutto quello che vuole dalla vita. Ma l’esempio è che te, io e molti altri nostri simili, non siamo quei tutti e questo credo che sia l’aspetto positivo e propositivo, oltre che il vero senso di libertà. Forse non cambieremo il mondo, ma abbiamo scoperto che ci siamo e credo che siamo anchei n tanti. Preferisco concentrarmi su questa visione del mondo, piuttosto che su altre, continuando a pensare e a comportarmi con i miei simili nel rispetto della mia e della loro umanità per vivere ed esistere secondo quei valori in cui credo, e verso i quali mi sembra di capire tu faccia riferimento. E questo mi fa sentire libero.
Grazie ancora per la tua attenzione.
Massimo Catalucci
Definizioni tratte da: http://www.dizionario-italiano.it
ESISTERE = avere attuale e reale esistenza; VIVERE = 1 vintr avere vita; 2 vintr condurre lavita, con riferimento al modo di vivere e ai mezzi di sostentamento; 3 vintr [in sensofigurato] durare; 4 vtr passare, trascorrere; 5 sm modo di vivere; 6 sm quel che è necessario al vivere. SOCIETA’ = 1 sf il complesso degli uomini uniti da vincoli naturali eda leggi e convenzioni comuni intese a stabilire rapporti di tranquilla convivenza e di mutua collaborazione; 2 sf associazione di persone che si propongono di collaborare per uno scopo comune; impresa commerciale costituita con capitali comuni da due o più persone; 3 sf ceto, ambiente elegante, mondano; 4 sf compagnia di altre persone. UMANO = [u'mano] agg.,s.m; 1 agg dell'uomo, dell'umanità; 2 agg conforme, adeguato alla persona umana; 3 agg comprensivo,buono UMANITARIO = [umani'tarjo] agg., s.m.; agg improntato ai migliori sentimenti umani. |
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Post n°17 pubblicato il 24 Dicembre 2008 da counselor63
COMUNICARE Il modello verbale Nel modello personale verbale, ognuno di noi include una serie di riferimenti che sono frutto delle proprie esperienze. Queste esperienze, che sono di varia natura, sappiamo che andranno a formare un modello individuale del mondo. Nello specifico le parole sono il risultato del modello del mondo che ci rappresentiamo internamente e che ci permettono di comunicare con il mondo esterno. Ma nel comunicare un nostro concetto, un nostro sentimento, o semplicemente un fatto accaduto, un aneddoto, tendiamo a fare tre passaggi:
Nel comporre una qualsiasi frase quindi omettiamo elementi importanti che sono propri della struttura profonda del linguaggio, dando luogo ad una struttura superficiale. Questo è naturale perché, come abbiamo visto, nel rappresentarci internamente le nostre esperienze tratte dal mondo esterno, è come se le catalogassimo per grandi gruppi e questo è sicuramente un vantaggio se lo vediamo come elemento organizzativo di guida nella nostra vita. Potremmo definirla una forma di sintesi verbale del nostro personale modello del mondo, che facilita la comunicazione ordinaria. Per essere più chiaro vorrei fare questo esempio. Mettiamo che io dica: “Ho aperto la porta dalla maniglia”. Questa frase ha comunque un senso, sta ad indicare la mia azione nel fare qualcosa di specifico. Nella quotidianità utilizziamo spesso forme di linguaggio di questo tipo che vengono da noi integrate in dialoghi più o meno lunghi. Frasi che, utilizzate in un processo di comunicazione che ho definito ordinario, trovano nell'interazione con i nostri simili, una forma fluida di dialogo per farci capire e per capire gli altri. Ne consegue quindi che frasi del genere non hanno bisogno di un'analisi attenta della struttura profonda del linguaggio. Mi spiego meglio, la frase: “Ho aperto la porta dalla maniglia”, indica sicuramente un'azione nella quale il mio interlocutore riesce a farsi un'idea di quello che sto dicendo, questo perché sa a cosa attribuire le etichette “porta” e “maniglia” e sa che generalmente una porta si può aprire e chiudere, non c'è bisogno in questo tipo di comunicazione approfondire il come, cosa, dove, ecc. In questo caso la frase viene lasciata così com'è, rappresenta un'azione che è stata eseguita da qualcuno e non impone pertanto nessun tipo di ricerca nella struttura profonda. Potremmo affermare che la fonte da cui è partito il messaggio è arrivata al ricevente dando chiara indicazione dell'azione che vuole rappresentare. Sarebbe inutile infatti approfondire la ricerca per una frase di questo tipo per capire se:
Tutto questo non avrebbe avuto nessun senso in una comunicazione ordinaria. La cosa cambia quando invece ho necessità di capire meglio il mio interlocutore, cioè quando voglio avere chiaro e dettagliato il modello del mondo a cui fa riferimento la persona con la quale sto interagendo verbalmente. A questo punto potremmo definire la comunicazione straordinaria. Facciamo un esempio. Se mio figlio mi comunica un suo stato emotivo e si rivolge a me dicendomi: “sono triste”. In primo luogo queste due parole sono una generalizzazione della quale ognuno ha una sua personale rappresentazione della “tristezza”, per cui all'affermazione fatta da mio figlio potrei rappresentarmi tale sofferenza secondo il mio modello del mondo. Ma questo sarebbe sufficiente a farmi capire solo che mio figlio vive uno stato di sofferenza e nulla più. In secondo luogo se intendo capire meglio cosa vuole comunicarmi mio figlio con la frase “sono triste”, dovrei invitarlo a spiegarmi i motivi per cui è triste, “investigando” nella struttura profonda del suo linguaggio. Se infatti chiedo a mio figlio: “sei triste rispetto a cosa?” Lui potrebbe rispondermi così: “nessuno mi vuole bene”. In questa ulteriore frase ci sono delle cancellazioni nella formulazione verbale, manca il referente che è indicato con la generalizzazione “nessuno”. Continuando nella comprensione del messaggio reale che mio figlio mi sta inviando, avrei bisogno ora di chiedere chi sono “nessuno” per lui. Per recuperare quindi il referente mancante potrei chiedere: “riesci ad indicarmi chi esattamente non ti vuole bene?” Ponendo ora che il ragazzo insista cancellando il referente di cui sono alla ricerca, opponendo volutamente o involontariamente resistenza rispondendomi ad esempio con la parola “tutti”, potrei cambiare strategia di domanda chiedendogli: “cosa fanno tutti per dimostrarti di non volerti bene?” A questo punto, evitando di dilungarmi nell'esempio di ulteriori resistenze che potrebbero avere luogo nell'ipotetica conversazione tra me e mio figlio, immaginiamo che riceva la risposta seguente: “non giocano mai con me”. Di rimando la mia domanda potrebbe essere la seguente: “Chi esattamente non gioca mai con te?” E di seguito potrei ora ricevere una risposta di questo tipo: “i miei compagni a scuola non giocano con me”. Ora ho finalmente un referente (i compagni) da sostituire all'etichetta “nessuno” e potrei a questo punto pensare di avere sufficienti informazioni per agire:
potrei fare insomma diverse azioni in relazione a ciò che mio figlio mi ha comunicato e/o dargli molti suggerimenti in merito a cosa deve fare e come/cosa deve pensare, ma tutto questo sarebbe solo frutto di una ricerca referenziale nel mio modello del mondo, una mia interpretazione affrettata del messaggio ricevuto, al quale mancano ancora dei pezzi per essere completo. Allora se intendo ridurre ai minimi termini la possibilità di trarre conclusioni affrettate dando consigli veloci e/o agendo in modo altrettanto affrettato, potrei approfondire ancora le mie conoscenze del modello del mondo di mio figlio, cercando di capire cosa fanno i suoi compagni. Attenzione, qui la risposta potrebbe essere scontata e potrebbe farci cadere nella trappola di pensare che abbiamo in realtà già raggiunto il nostro obiettivo, individuando la causa della tristezza del ragazzo: “i compagni non lo fanno giocare con loro”. Ma proviamo per un attimo a pensare che io voglia comprendere meglio la struttura del linguaggio profondo di mio figlio e cosa intende dire con la frase da cui sono partito (“sono triste”) per cui gli chiederò: “in che modo i tuoi compagni ti fanno capire che non vogliono giocare con te”. Il ragazzo potrebbe rispondermi così: “non mi chiedono mai di giocare con loro”. La successiva mia domanda potrebbe essere la seguente: “tu hai mai provato a chiedergli di giocare con loro”? Mio figlio: “no”. Io: “cosa accadrebbe se glielo chiedessi”? Sempre per rimanere in una forma sintetica di esempio e senza aggiungere quelle che potrebbero essere le ulteriori resistenze verbali messe in atto da mio figlio nella conversazione, immaginiamo questa risposta: “non ho il coraggio di chiederglielo”. Ora potrei domandargli: “cosa pensi che ti risponderebbero se glielo chiedessi”? Mio figlio: “mi risponderebbero di no”. Io: “e come ti senti quando ti dicono di no”? Mio figlio: “sento che non mi vogliono”. Io: “e come ti fa sentire quando qualcuno non ti vuole”? Mio figlio: “sono triste”. Quello che ho voluto evidenziare in questo nuovo articolo, è che esistono due strutture nel linguaggio verbale che utilizziamo: superficiale e profonda. Laddove non abbiamo interesse di approfondire una tematica, possiamo tranquillamente poggiarci sulle strutture superficiali del linguaggio, ma dove intendiamo capire veramente cosa ci sta comunicando il nostro interlocutore di turno, figlio, partner, amico, allievo, abbiamo l'esigenza di approfondire le nostre conoscenze nel loro modello del mondo, attraverso l'investigazione verbale dei significati che ognuno di loro mette in atto nella comunicazione stessa. Nel caso sopra portato ad esempio di una conversazione ipotetica tra me e mio figlio, sono partito dalla seguente espressione: “sono triste”; per arrivare a capire che la tristezza espressa verbalmente da mio figlio, nasconde in realtà una sofferenza più profonda chiamata “rifiuto”. Il fatto di evitare di chiedere ai propri compagni di poter giocare con loro per paura di ricevere un “no”, lo mette nella condizione di limitarsi a non fare proprio quello che gli piacerebbe fare, giocare appunto con i suoi compagni. Rimanendo nell'esempio proposto, ecco che la struttura del linguaggio profondo, ha portato alla luce un riferimento sul quale dovrò principalmente lavorare se intendo aiutare mio figlio: la sua paura di ricevere un “rifiuto”. Naturalmente ne consegue che dovrò valutare anche se nel rapporto con mio figlio io possa aver in qualche modo suscitato in lui questo sentimento di “rifiuto”, attraverso alcuni atteggiamenti volontari o involontari da me espressi nella comunicazione. Eventualmente affronteremo questa tematica, la responsabilità del risultato di un'azione, in un prossimo mio articolo. Torniamo ora al tema di questo documento. Dovendo fare riferimento al linguaggio inteso come “modello” di scrittura e lettura, sappiamo che tutti noi abbiamo dovuto impararlo rispettando delle regole ben precise. Mi spiego meglio. Se prendiamo la seguente frase: “è ciò questo fare che piace a me lavoro”; questa di primo impatto risulta senza senso, poi magari con un po' di attenzione riusciamo a trovare il senso esatto, poggiandoci proprio sulle regole che ci sono state indotte nell'apprendimento della nostra lingua. Sta di fatto che la frase proposta può essere definita malformata. Cosa invece che non potremmo dire se la stessa frase fosse stata scritta così: “questo lavoro è ciò che a me piace fare”. Questo avviene quindi anche nella formulazione di frasi verbali nel corso del trasferimento di un messaggio da una fonte ad un ricevente e cioè, nella comunicazione tra due o più persone. Così come si impara a leggere e a scrivere in modo corretto nel rispetto delle regole che determinano l'uso corretto della lingua, è possibile apprendere gli strumenti verbali che ci permettono di comprendere la struttura del linguaggio profondo degli esseri umani e passare da una frase malformata, dove sono presenti delle “cancellazioni”, ad una frase ben formata, dove sono presenti tutti i “referenti” di cui abbiamo bisogno. Invito come sempre gli utenti del blog a prendere in considerazione i miei articoli come esclusiva provocazione a partecipare ad un sano confronto sulle tematiche da me proposte, anche per mezzo di critiche che possano ulteriormente fare espandere le nostre conoscenze. Auguro a tutti i lettori un Sereno Natale ed un Emozionante Nuovo Anno da condividere con chi meglio desiderano. Massimo Catalucci |
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Post n°16 pubblicato il 30 Novembre 2008 da counselor63
Le Favole che Raccontano la Realtà. LE METAFORE Giorni fa rileggevo un bel libro di Milton H. Erickson, “la mia voce ti accompagnerà” (edito da Astrolabio) in cui sono racchiusi alcuni dei racconti didattici del famoso Ipnologo, racconti che apparentemente possono sembrare senza senso, ma che al contrario si rivelavano strumenti terapeutici raffinatissimi, offrendo all’interlocutore di turno (paziente, figlio, allievo, ecc.) una nuova visione di sé e della realtà ad esso circostante. Questo è il grande potere delle parole e di chi impara a comunicare per gli altri e non per sé stesso. Un noto Psichiatra di cui non ricordo il nome, che vidi in una trasmissione televisiva qualche tempo fa, disse: “Il farmaco cura la malattia, le parole curano la persona”. Ecco perché grandi icone della storia dell’uomo: Gesù, Buddha, Gandhi, Martin Luther King, hanno coinvolto masse e continuano a coinvolgerle! Proprio per il potere che le loro parole sprigionano. I concetti espressi, sotto forma di parabole, enigmi a chiave, apologhi, hanno tuttora un potere immenso di comunicazione, arrivano negli strati più profondi dell’uomo fino alla sua “anima”. Le metafore esercitano un forte impatto comunicativo in chi le ascolta, abbattendo le resistenze del ricevente il messaggio stesso. Raccontano la realtà della vita in modo più soft, ma penetrante. L’isomorfismo(1) abbassa le difese della parte razionale nel soggetto, coinvolgendo lo stesso individuo in FORMA INDIRETTA. Diciamo quindi che la realtà del soggetto ricevente il messaggio metaforico, verrà sostituita da una realtà virtuale con personaggi e contesti equivalenti a lui e al suo caso, ma non uguali e diretti al soggetto in forma esplicita. Prendiamo una storia a caso di quelle che potremmo sentire nella nostra quotidianità. Facciamo un esempio: Ipotesi di realtà Mauro è un lavoratore dipendente e soffre il rapporto di lavoro con Giorgio, il suo capoufficio. Mauro si lamenta perché si sente sempre ostacolato da Giorgio, in ogni cosa che fa. Questa situazione provoca a Mauro un forte irritamento per il fatto che descrive il suo superiore come un grande brontolone, uno che urla sempre anche quando non ce ne sarebbe motivo, tanto che alla fine, Mauro s’innervosisce e si confonde, perdendo la concentrazione sulle attività che svolge, sentendosi inoltre insoddisfatto del suo lavoro. In questo stato Mauro, che è una persona sensibile e responsabile, non riesce a lavorare serenamente e comincia a sentire il suo lavoro come una fatica eccessiva, irritandosi ulteriormente perché non riesce a svolgerlo nei tempi previsti, arrivando addirittura a pensare di dare le proprie dimissioni dall’incarico. Ma anche questa ultima eventuale soluzione rende Mauro nervoso, perché è consapevole che lasciando il lavoro questo creerebbe degli ulteriori disagi alla sua famiglia. Oggi non è facile trovare subito un altro lavoro. Non può quindi permettersi di sottrarre alla propria famiglia uno stipendio sicuro. Ha il mutuo di casa da pagare e i figli da crescere. Ma il disagio che Mauro vive è comunque forte. Esempio di Metafora (la storia potrebbe essere riscritta così): C’era una volta un falegname abile e volenteroso che, causa il poco spazio disponibile nel magazzino della sua piccola attività, doveva attraversare spesso a piedi un piccolo torrente per andare a rifornirsi di legna nel villaggio vicino. Il letto del piccolo fiume non era molto profondo e quindi al Falegname, per poterlo attraversare, bastava indossare un paio di stivali che lo coprivano fino al ginocchio. Il falegname però non sempre aveva la possibilità di attraversare il torrente, perché nella località montana dove risiedeva con la sua attività, pioveva di frequente, creando spesso piene nel fiume che a sua volta formava delle paurose e minacciose “rapide” dal rumore assordante. Il falegname suo malgrado, era costretto a rinunciare ad attraversarlo con grande irritazione, perché questo rallentava il suo lavoro e lo preoccupava in merito alle consegne imminenti che doveva fare ai suoi clienti. Ogni volta che gli capitava di vedere il fiume in piena cominciava ad agitarsi e non riusciva più a lavorare serenamente, perché era costretto a rimanere nel suo laboratorio preso dalle preoccupazioni delle consegne dei lavori ai suoi clienti che sapeva sarebbero tardate, colto anche da sconforto. Incominciava pian piano a maturare la voglia di lasciare quel posto immerso nella natura per andare a vivere nel villaggio vicino, magari cercando un altro lavoro. Aveva però le consegne da fare ai suoi clienti per gli ordini di lavoro che aveva precedentemente ricevuto e quindi, si trovava a combattere con se stesso. Da una parte era tentato di abbandonare il suo laboratorio di falegname e andare a vivere nel villaggio, dall’altra sapeva degli impegni presi con i suoi clienti. E intanto il tempo passava e lui si sentiva sempre più nervoso per la situazione che non riusciva a sciogliere. Questa scena si ripeteva troppo spesso e la sua agitazione aumentava ogni qualvolta si trovava nel suo laboratorio ed era costretto a vedere da una parte il lavoro che c’era da fare e dalla sua finestra il fiume in piena che non gli permetteva di andarsi a rifornire dei materiali necessari. Cominciò a sentire il lavoro che tanto amava e che faceva con molta dedizione, come qualcosa che ostacolava la sua libertà. Un giorno però, mentre il fiume era per l’ennesima volta in piena e brontolava tra le rapide, decise di non rimanere nel suo laboratorio ma bensì di andare nella sua casa che era adiacente la sua falegnameria, distogliendo per qualche minuto la sua attenzione dalla sua attività professionale, dai lavori che doveva consegnare e dal fiume in piena che brontolava tra le rapide. Mentre si trovava in questa posizione, si rese conto che ciò lo rendeva più tranquillo, allorché, rivolse a questo punto lo sguardo verso la sua falegnameria e notò che da quella posizione il fiume in piena e il suo laboratorio artigianale assumevano un’importanza diversa. Cominciò a vedere cose che prima d'ora non aveva mai notato. Era come se ci fosse qualcosa in quella prospettiva a cui non aveva fatto attenzione prima. Infatti, osservando la stessa solita scena ma da una posizione diversa rispetto alla precedente, si rese conto che ciò provocava in lui qualcosa di propositivo. Ebbe come la percezione che quel cambiamento di visuale gli dava delle opportunità diverse. E rimaneva tranquillo mentre continuava ad osservare con attenzione quali fossero queste opportunità. Allora si domandò: cosa potrei fare per avere la possibilità di andare a rifornirmi anche quando il fiume è in piena? A questo punto con la sessa scena davanti agli occhi ma vista da un’angolazione diversa e rilassata, esclamò: non mi ero accorto prima d’ora che intorno alla mia falegnameria ci sono degli alberi che stanno troppo vicino al fabbricato e che sono abbastanza grandi ma che cresceranno ancora e in qualche modo potrebbero compromettere la sua struttura. E se utilizzassi quegli alberi per costruire un ponte sopra il torrente, affinché possa passarci sopra tranquillamente quando è in piena? Potrei impegnare un po’ del mio tempo libero per lavorare gli alberi e farne delle tavole per costruire il mio ponte. In questo modo potrei risolvere diverse situazioni: evitare che gli alberi diventino troppo grandi compromettendo la struttura della mia falegnameria; evitare ulteriori spese per ripristinare il fabbricato, laddove dovesse essere danneggiato dagli alberi; avere la possibilità di attraversare il fiume per andare a rifornirmi dei materiali a me necessari per il mio lavoro ogni qualvolta ne avrò bisogno, anche quando il fiume stesso è in piena; avere la possibilità di svolgere il lavoro come sono capace di fare, riuscendo a consegnare gli ordini ai miei clienti secondo i giusti tempi. ………… Ed ora sono anche convinto di una cosa, che il burrascoso rumore del fiume in piena proveniente dalle sue rapide, sarà qualcosa su cui posso fisicamente passarci sopra senza accorgermene e senza nessun disagio tante volte quante ne ho voglia, perché è un ponte creato da me e quindi stabile e so anche che posso sempre tornare in questo luogo tranquillo per qualche minuto, magari rilassandomi e non pensare al mio lavoro per qualche minuto per poi tornare sereno alle mie attività. Sarebbe interessante a questo punto provare, con Voi utenti, a creare dei collegamenti tra la metafora (realtà virtuale) e la Realtà (ipotetica e creata apposta per questo esempio) di Mauro. Aspetto come sempre i Vs. preziosi interventi. Massimo Catalucci (1) Isomorfismo: proprietà di molte sostanze di cristallizzarsi nella stessa forma, o di dare cristalli misti nei quali i componenti siano nella stessa proporzione che nella soluzione o fusione da cui provengono (Tratto da: Grande Dizionario della lingua Italiana – Edizioni: De Agostini) |
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