LOGOS
Proviamo a comunicare, condividere, criticare per costruire, confrontarci, ascoltarci, relazionarci. Proviamo a crescere oltre i nostri confini.
L'Ass. I.N.S.E.U. è nata dall'unione di un gruppo di persone che trovano un unico interesse nello sviluppo e potenziamento delle risorse umane, abbracciando pensieri diversi che spingono alla ricerca continua della "magia umana" ma che convergono inequivocabilmente verso un unico importante consistente valore:
L'ENTITA' UMANA
L'approccio olistico, che accomuna i soci dell'associaizone I.N.S.E.U., vuole essere un invito a guardare l'essere umano nella sua interezza per comprendere meglio le sue particolarità che lo compongono, aggiungendo quindi valore al dettaglio, che va si considerato importante, ma comunque sempre parte integrante ed imprescindibile di un intero.
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Post n°44 pubblicato il 18 Giugno 2010 da counselor63
DATA: 22/06/2010 - Martedì ORE: 16:30 LUOGO: Sala Teatro del 2° Circolo Didattico G. Rodani LOCALITA': VILLARICCA (NA) INDIRIZZO: Via della Libertà L'Evento è patrocinato dal Comune di VILLARICCA (NA) ed è riconosciuto dalla SIAF, pertanto l'attestato di frequenza che verrà rilasciato ai partecipanti è valido per 6 ECP (Educazione Continua Professionale). |
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Post n°43 pubblicato il 08 Maggio 2010 da counselor63
Mi è capitato spesso di riflettere su come siamo tendenzialmente portati a pensare che essere molto razionali e logici, magari culturalmente molto preparati e con un Quoziente di Intelligenza molto elevato, siano sinonimi di soddisfazione ed appagamento dei nostri bisogni. Nel corso di un’analisi un po’ più approfondita dell’argomento, mi sono poi chiesto: come mai molti di noi che presentano le caratteristiche su indicate, non riescono a gestire e/o cambiare comportamenti ed atteggiamenti, ovvero a mantenere relazioni soddisfacenti e a lungo termine nei vari ambiti della propria vita con l’applicazione della logica e della razionalità? Come mai ci troviamo in una società culturalmente più elevata rispetto a trent’anni fa, ma che presenta delle sofferenze evidenti in diversi ambiti sociali? Come mai la nostra società, “apparentemente” soddisfatta e sorridente, giornalmente fa registrare fatti importanti che dimostrano totalmente il contrario di quello che nella facciata esteriore vogliamo lasciare intendere che sia?
La riprova la troviamo nei fatti documentata da tv e giornali i quali evidenziano diversi disagi sociali, abbassamento dell’età in cui si inizia a far uso di droghe (11 anni), dall’alcol al fumo a quelle sintetiche e più aggressive per la psiche e per il fisico; stessa cosa per quanto riguarda il primo rapporto sessuale, che avviene sempre più frequentemente nelle prime classi della scuola media inferiore, senza parlare degli abusi tra minori e di quelli praticati nei loro confronti da adulti. Ma anche la necessità gratuita di esercitare la violenza sul prossimo, sia tra i più giovani, che nelle fasce adulte. Posso continuare questo elenco parlando delle problematiche legate agli aspetti nutrizionali, dove troviamo molte persone, in particolare giovanissimi e non solo, che soffrono di anoressia o bulimia; altro dato importante sono i crescenti cambi dell’umore che alimentano paure incontrollate fino a portare le persone verso stati depressivi e/o di forte eccitazione e attacchi di panico; la mancanza di autostima; il desiderio di emozioni forti: come il caso di quei ragazzi che per provare qualcosa di particolarmente emozionante si divertivano ad attraversare un tratto di autostrada pericolosissimo ad alta densità di traffico veloce. Una volta pizzicati nella loro bravata, gli stessi confermavano che per loro era solo un gioco pensato per divertirsi. Posso accennare anche alla qualità dei rapporti coniugali che sono sempre più in crisi; la crisi del nucleo familiare e la mancanza della propria identità in questo primo ed importante gruppo “socio solidale”, da cui dovremmo trarre sicurezza, protezione, condivisione, alleanza, fiducia, appartenenza.
Mi spiego meglio. Se prendiamo ad esempio il problema dell’assunzione e dello spaccio di stupefacenti tra i giovani, potremmo pensare di arginare tale problematica attuando un controllo costante sugli stessi ragazzi e sulle loro amicizie, applicando altresì pene esemplari per recidività e a scopo rieducativo. Come abbiamo visto possono essere tante (quelle citate sono solo un esempio parziale) le cause che portano una persona, in questo caso il giovane, ad assumere un atteggiamento specifico sia nel suo mondo immaginario (aspetto cognitivo/pensiero) che nella sua realtà (azione/comportamento). 1) Come potrei comportarmi diversamente, questa è la società in cui vivo. Cos’altro mi offre questa società; 2) Gli altri lo fanno (es. mio padre, mia madre, i miei amici, i politici, ecc.) perchè non dovrei farlo io?; 3) Quello che faccio è sotto il mio controllo. Posso smettere quando voglio; 4) Non ho alternative, opportunità diverse; 5) Mi piace farlo perchè è emozionante, mi da una scarica di adrenalina; 6) So che è un rischio ma la società non mi aiuta (oppure….. il bello del rischio sta proprio nel rischiare di fare qualcosa che non andrebbe fatta); ecc. ecc……. In sintesi troverebbe tante giustificazioni che implicano sempre la scelta di una risposta razionale, logica e conseguenziale, ovvero, andrebbe alla ricerca di una motivazione che giustifichi la/le sua/sue scelta/e. Ma anche se dovessimo incontrare la volontà da parte del ragazzo di voler cambiare il suo atteggiamento rispetto a ciò che non vuole più accettare nel suo comportamento (in questo caso uso e/o spaccio di droga), il solo fatto di razionalizzare gli aspetti negativi di quanto è nelle sue azioni, servirebbe a ben poco, se non si crea un collegamento comunicativo anche con la sua parte emotiva, quella che lo spinge appunto verso la creazione del comportamento identificato come straordinario. Come abbiamo visto sopra, esistono aspetti motivazionali abbastanza forti che inducono la persona a mantenere quel comportamento straordinario (uso o spaccio di droga) per cui gli è impossibile generare comportamenti alternativi ed ordinariamente appaganti con l’esclusivo uso della sua parte logica. C’è sicurmaente da considerare chi sostiene che, nel caso di utilizzo di stupefacenti, subentri anche il fattore dipendenza dal prodotto assunto, per cui ne consegue che esiste, secondo alcuni, una maggiore difficolatà nel cambiamento di questo tipo di comportamento (smettere di assumere droghe). Allora mi chiedo anche, come spieghiamo la riuscita da parte di molte persone che di punto in bianco cambiano un abitudine forte e che crea loro dipendenza, come quella del fumo, senza creare altri atteggiamenti compensatori, come quello ad esempio di sfogarsi nel cibo, nello sport eccessivo, o in tante altre situazioni ? Se provassimo a chiedere a queste persone che sono riuscite a cambiare registro da un giorno all’altro (mi è capitato di parlarci ed approfondire il discorso), ci accorgeremmo che esse attribuiscono il loro successo ad un fattore esclusivamente razionale: “un giorno ho deciso e ho detto basta con il fumo”. Anch’esse quindi sintetizzano lo stato finale di una esperienza affermando che “un giorno hanno deciso di dire basta”, inconsapevoli del fatto che in realtà la decisione di cambiare rotta nella loro vita è avvenuta nel loro sistema emotivo nel sistema limbico, il quale ha captato qualcosa di molto forte creando una neuroassociazionesofferenza che proverebbero nel continuare a fumare (o fare qualsiasi altra cosa considerata improduttiva e nociva per se stesse e per la quale hanno effettuato il cambiamento). Chissa quante volte queste persone sono state invitate da altre a smettere di assumere nicotina perchè questa fa male e uccide e chissà quante volte hanno provato sofferenza ogni qualvolta ascoltavano la predica. Un bel giorno invece, è successo, quasi per “magia”, che la loro razionalità gli ha fatto pensare che potevano dire basta al fumo. Strano no? Perchè questa incongruenza nei comportamenti? Semplice…..perchè la razionalità non governa i nostri comportamenti, ma l’emotività SI!!! Dal mio personale punto di vista, vedo la nostra società razionale ed iper intelligente, come la maschera di Pierrot, un personaggio apparentemente divertente, ma concretamente triste e malinconico. • Familiari; Siamo diventati una società prettamente intelligente e razionale che si affida quasi esclusivamente al pensiero logico, tralasciando le potenzialità di un’altra intelligenzaintelligenza emotiva. Il risultato di tutto questo? • Scarichiamo i nostri insuccessi (sofferenze) su noi stessi o altri, spesso chiudendoci dentro il nostro guscio o attaccando obiettivi (cose e/o persone) da noi considerati motivo di irritazione e/o addirittura la causa di quanto ci accade o ci è accaduto; • Rimandiamo qualsiasi progetto di cambiamento continuamente ad una data che non arriverà mai, anche perché, guarda caso, ci sarà sempre qualcosa o qualcuno che ce lo impediranno (scarico di responsabilità verso altri o altro); • Ci sentiamo impotenti nei confronti di un’eventuale cambiamento, perché dopo averci provato molte volte, finiamo per farcene una “ragione”, accettando lo stato di cose ottenuto e manifestando verbalmente una convinzione dello stesso stato pur sapendo interiormente che le cose sono diverse da come vorremmo lasciarle intendere; • Compensiamo ciò che razionalmente vogliamo cambiare, con la creazione di comportamenti alternativi che però non ci soddisferanno pienamente, per cui o ricadiamo nei vecchi comportamenti, o ci ostiniamo a cercarne continuamente di nuovi basandoci esclusivamente sull’analisi razionale e logica dei fatti. Sicuramente ognuno di noi si sarà trovato nella propria vita davanti a situazioni in cui ci rimaneva difficile cambiare qualcosa che ritenevamo razionalmente controproducente per noi e/o per gli altri, in particolare nelle relazioni più intime fin’anche a quelle sociali e più allargate, con il risultato di una conseguente insoddisfazione a cui poi tendiamo, causa un modello sociale conclamato di riferimento su cui ci basiamo, a trovarne i motivi che possono averla provocata, sempre però da un punto di vista razionale. Questo è quello che ci accade perché trascuriamo una parte di noi molto importante: L’INTELLIGENZA EMOTIVA. Secondo Howard Gardner (psicologo) esistono ben nove categorie di intelligenza, da quella Logico/Matematica a quella Linguistico/Verbale; dall’Intelligenza Visivo/Spaziale a quella Cinestesica; dall’Intelligenza Musicale a quella Inter/Intrapersonale; arrivando infine alle Intelligenze Naturalistica ed Esistenziale. • INTELLIGENZA LOGICA/RAZIONALE In particolare, in qualità di esseri umani e dotati di un bio-computer (il cervello) che ha le funzioni di sviluppare pensieri logici ed emotivi, ci affidiamo troppo spesso, per non dire sempre, frutto di una convinzione che abbiamo sviluppato nel corso della nostra esistenza, alla sola parte logica del nostro apparato pensante, trascurando la realtà di una forza di pensiero che, attualmente è stato dimostrato, governa tutta la nostra vita e quindi anche la nostra spiccata razionalità. Trovo significativo quanto disse Albert Einstein: “L’immaginazione è molto più importante della Conoscenza”. Pensate che questo scienziato, se non avesse utilizzato la sua creatività (l’intelligenza emotiva) per sviluppare teorie fantastiche, sarebbe arrivato ad ottenere il suo premio nobel per la Fisica nel 1921? Come l’Esimio Professore, molti altri personaggi della nostra società, compreso me e te, ogni qualvolta abbiamo ascoltato e utilizzato la nostra Intelligenza Emotiva, magari senza rendercene razionalmente conto, abbiamo ottenuto il vero Piacere, evitando con decisione e naturalezza la Sofferenza e questo può esserci accaduto in ogni ambito: Familiare; Studio; Lavoro; Divertimento/svago/gioco; Sesso; Affetti; Finanze; Amicizie; Corpo; Mente. Massimo Catalucci |
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Post n°42 pubblicato il 27 Aprile 2010 da counselor63
Il Counseling è una professione socio-relazionale identificata in italia come “attività socio assistenziale non residenziale nca” (codice ATECO 88.99.00) ed in attesa di una legge nazionale che la regolamenti, così come accaduto da tempo in altri stati europei. E’ una professione già comunque largamente diffusa nel nostro paese e alla quale molte persone si avvicinano sia in qualità di futuri operatori nel settore socio assistenziale, sia in qualità di fruitori del servizo di assistenza per risolvere problematiche legate ai propri aspetti emotivi, ritenuti limitanti. “Il Counselor (così è chiamato colui che svolge la professione di Counseling) è un professionista che interviene nelle problematiche emotive dell’essere umano, privilegiando l’empatia affettiva rispetto a quella cognitiva, facendo riferimento anche alle strutture archetipiche dell’umano, sia nella coscienza collettiva che nell’inconscio collettivo.” Questo è quanto il Prof. Vincenzo Masini espresse nel corso di una sua conferenza internazionale sul Counseling. É una forma di dialogo consapevole tra una o più persone, nella quale il Counselor utilizza tecniche e metodologie che aiutano l’individuo ad uscire da situazioni di svantaggio legate appunto a blocchi emotivi. Questi blocchi si manifestano generalmente proprio negli aspetti relazionali, per cui l’individuo stesso vive internamente sensazioni di: abbandono, rabbia, delusione, avvilimento, oppressione, ansia, isolamento, esclusione, insicurezza, timidezza, ecc., che possono minare la sua vita sociale fino ad allontanarlo da essa, aumentandone la sua sofferenza. Ho una mia teoria su questo aspetto dell’esistenza umana. Immaginiamo che ognuno di noi inizi a costruire il proprio modello del mondo già dal momento in cui viene concepito. Se pensiamo infatti a noi come un nucleo biologico, emotivo e spirituale( 1), che prende vita nel mondo nel momento in cui il seme maschile feconda l’ovulo femminile, potremmo accorgerci che in quell’istante siamo divenuti effettivamente un’entità che occupa una posizione in uno spazio molto grande (universo), dando luogo all’inizio della registrazione di una “traccia della memoria delle esperienze personali”. Può anche accadere che l’emotività sia percepita dalla persona a livello corporeo, per cui la persona può arrivare a somatizzare il disagio, di natura emotiva appunto, in specifiche aree del corpo. É facile incontrare persone che, escluse naturalmente forme patologiche (accertamenti effettuati attraverso analisi e controlli medici), accusino ugualmente fastidi che talvolta vengono descritti dalle stesse come veri e propri dolori e che questi siano localizzati in alcune parti del corpo e con una certa ricorrenza. Potrebbe essere l’esempio di quella persona che soffre spesso di fastidi allo stomaco e a cui i medici hanno detto che è solo una forma di ansia o eccesso di nervosismo e niente più. Ma la persona, i sintomi di quel fastidio li sente ugualmente e sta male e non sa cosa fare. Lasciare che una somatizzazione possa lavorare nel tempo, tamponandone gli effetti magari con dei farmaci (prescritti esclusivamente da medici) ogni qualvolta il sintomo si fa sentire e placandone la sofferenza fisica, evitando altresì di affronatre il problema emotivo che li ha generati, potrebbe anestetizzare il sintomo momentaneamente, dando però l’opportunità alla pressione emozionale negativa di aumentare, esponendo la persona ad una eventuale e possibile manifestazione patologica futura (vedi ad esempio, nel caso di una somatizzazione allo stomaco, l’insorgere nel tempo di ulcera). Il costante stress (distress) a cui la persona è sottoposta innesca un meccanismo di difesa che attiva il sistema endocrino facendolo lavorare in modo straordianrio (vedi mio precedente articolo DEEP: Dialogo conl’Esperienza Emotiva Personale - seconda parte). Nel caso di una somatizzazione come quella sopra portata ad esempio, il Counselor concentrerà la sua attenzione sul fastidio manifestato dal suo assisitito, facendo emergere dallo stesso una serie di informazioni sotto forma di verbalizzazioni che meglio rappresentano la sofferenza manifestata nel suo corpo e che emotivamente, sono riconducibili a esperienze dalla stessa vissute in modo non conforme alle sue aspettative di vita. Questo lavoro di ascolto attivo a cui il Counselor si dedica viene trasmesso alla persona che assiste e la stessa viene invitata a prestare l’attenzione emotiva dovuta a quanto sta accadendo dentro di sé (aspetti sensoriali). Questo lavoro fornirà al Counselor quegli elementi simbolici (verbali e non) necessari per soddisfare in modo conforme al sistema inconscio del suo assisitito, i bisogni emotivi dello stesso. Personalmente definisco l’attività di Counseling come una forma di “personal training”, dove l’altro /gli altri apprendono in modo individuale come funziona il proprio sistema emotivo, liberando le potenzialità che lo stesso sistema racchiude e spingendo ogni singolo individuo verso la comprensione logica e/o emotiva dei propri bisogni e dei comportamenti correlati, nonché la comprensione logica e/o emotiva di cosa lo stesso ha bisogno per modificare e/o esaltare comportamenti passati, presenti e futuri, con l’obiettivo di migliorare la qualità della propria vita emotiva e mantenerla all’interno dei vari contesti in cui lo stesso vive: famiglia, lavoro, studio, divertimento, sesso, ecc.. In conclusione, il Counseling è costituito da una serie di abilità, di esperienze e di comprensioni sul significato della natura umana e delle relazioni che si instaurano tra gli esseri umani. Il Counselor opera mediante relazioni di affinità sociosolidale con il/i suo/suoi interlocutore/i; egli diventa ciò di cui l’altro ha bisogno per sciogliere i blocchi emotivi che si sono formati in esso a causa di relazioni oppositive di natura affettiva, quali: l’equivoco, l’incomprensione, l’evitamento, la delusione, l’insofferenza, il fastidio ed il logoramento. Ogni attività di Counseling, si poggia su uno o più metodi e tecniche che permettono al Counselor stesso di operare al meglio con il/i proprio/i assistito/i. Massimo Catalucci
(1) Spirituale: “nel dizionario della lingua italiana (editore De Agostini) questa parola viene definita come essenza incorporea posta da alcune religioni e da alcune concezioni filosofiche quale principio universale di vita, identificata con Dio e comunque con una divinità”. |
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Post n°41 pubblicato il 21 Febbraio 2010 da counselor63
Nel precedente mio articolo ho accennato alcune informazioni in merito alla condizione di stress nell'essere umano. Abbiamo visto come questa condizione sia necessaria per la vitalità in ogni persona, ma abbiamo anche evidenziato come il costante e continuo stato di stress (distress=condizione nociva) possa recare danni agli aspetti psicofisici ed emotivi della stessa. Vorrei ora approfondire quanto argomentato considerando due aspetti importanti:
Facendo riferimento sempre alla mia visione olistica dell'essere umano, mi preme evidenziare che il nostro benessere psicofisico emotivo passa attraverso il sano equilibrio di tutte le forze e risorse materiali ed immateriali che ci completano.
La costante esposizione a fattori psicofisici emotivi considerati nocivi (distress) come ad esempio, solo per citare due casi: •Psicoemotivi - costante insoddisfazione della posizione professionale o scarsa considerazione da parte dei propri colleghi e superiori (bassa autostima, esclusione, insoddisfazione economica, mancanza di autorealizzazione personale); •Fisici – costante insoddisfazione delle funzioni corporee a causa di traumi (menomazioni accidentali, patologie varie); provocano comunque una risposta negativa di adattamento al contesto in cui l’essere umano vive. Le ghiandole surrenali (organi posti sopra ai due reni) sollecitate attraverso il sistema nervoso dall’ipofisi (organo a sua volta regolato dall’ipotalamo) cominciano a produrre, in questo stato, ormoni steroidi (cortisone, conosciuto anche come ormone dello stress) e, contemporaneamente, producono adrenalina in eccesso (che viene identificata come ormone e neurotrasmettitore). Sappiamo che l’essere umano è un insieme di apparati e sistemi che sono in stretto collegamento tra loro in un continuo scambio di informazioni che viaggiano attraverso corsie preferenziali, nervose, cardiovascolari e linfatiche. I neurotrasmettitori e gli ormoni utilizzano il sistema cardiovascolare e il sistema nervoso per trasferire le informazioni da/per il cervello, da /per il sistema endocrino e quindi alle zone periferiche del corpo umano. Credo di poter affermare che, da un punto di vista biologico, tutte le parti che compongono il corpo umano, comprese quelle sostanze che sono spesso erroneamente considerate nocive, se si trovano all’interno del nostro intero organismo, avranno evidentemente una funzione positiva. Occorrerebbe perciò parlare di equilibri di forze ed entro quali “range” questi elementi devono trovarsi per attivare uno stato complessivo di benessere psicofisico emotivo. Sostanze quindi come la noradrenalina, la dopamina e serotonina, in fase di “stress” (distress) psicofisico emotivo eccessivo e costante, se iniziano a funzionare male, l’intero organismo umano ne risente negativamente. Potremmo paragonare l’equilibrio di queste sostanze all’analisi dei processi produttivi in un’azienda, dove per effetto di qualche “comportamento e/o scelte errate” rispetto al programma prestabilito (business plan), avviene la trasformazione dei punti di forza aziendali in punti di debolezza. Anche nel nostro intero organismo avviene una cosa simile, laddove non rispettiamo ciò che è nel nostro sistema integrale “ordinario” (psicobiologico), quelli che dovrebbero essere punti di forza, possono diventare punti di debolezza e dare seguito, laddove non si intervenga, adeguatamente e preventivamente, in primo luogo a disagi di lieve entità e successivamente a patologie più o meno gravi. Nello specifico, il Metodo DEEP, tra l’altro come già evidenziato nelle mie precedenti uscite, attraverso l’attuazione di un dialogo emotivo personale che si basa sull’esperienza esistenziale diretta della persona, ed in un contesto di rilassamento psicofisico (raggiungimento delle onde alfa fino anche in alcuni casi a quelle theta e delta), favorisce l’abbassamento della soglia critica e della frequenza delle onde beta, facendo emergere la “coscienza” emotiva ed attivando un processo di sviluppo di un modello interiore di riferimento del mondo conforme alle aspettative psicoemotive ed alle potenzialità della persona stessa. Inoltre, agendo anche a livello endocrino (abbiamo visto che dal cervello partono impulsi che sollecitano i processi endocrini) si possono riequilibrare le funzioni ormonali della serotonina (ormone addetto alla regolazione dei ritmi del sonno, è il nostro orologio biologico), della noradrenalina (è un mediatore chimico nella trasmissione nervosa degli impulsi agli organi efferenti) e della dopamina (importante per la produzione di endorfine, sostanze che determinano il senso del dolore e la regolazione del piacere). Recuperare quindi il proprio equilibrio psicoemotivo, anche partendo da semplici ma costanti tecniche di rilassamento psicofisico, permette al sistema integrale umano di liberare nel corpo sostanze atte a produrre uno stato di benessere che può protrarsi nel tempo, scongiurando, da una parte, l’insorgere di condizioni stressanti a cui mal si adatta l’essere umano e dall’altra, lo sviluppo di uno stato di benessere costante, attraverso il quale la persona avrà l’opportunità di affrontare le situazioni difficili alle quali la vita può comunque esporla, con risposte di adattamento più adeguate per effetto di una maggiore resistenza allo stress. Naturalmente sono dell’avviso che la sola serenità e tranquillità psicoemotiva, non siano sufficienti per ottenere un completo ed equilibrato stato psicofisico nell’essere umano, ma attivando un processo psicoemotivo adeguato alla natura umana ed alle caratteristiche specifiche individuali, si può attuare un cambiamento anche nel comportamento e quindi nel proprio stile di vita quotidiano, per cui concludendo, possiamo dire che il nostro benessere totale, passa attarverso l’allineamento di diversi fattori, dove anche la sana gestione di un’attività fisica (aerobica e moderata); di una equilibrata alimentazione e la regolarità del sonno/veglia; oltre che un equilibrio nella sfera sessuale/affettiva; giocano un ruolo determinante nel mantenimento di uno stato efficiente della perfetta macchina biologica umana.
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Post n°40 pubblicato il 10 Febbraio 2010 da counselor63
Tag: Autostima, bene essere, beneficio, Benessere, comportamento umano, corpo, dialogo, DISTRESS, emotion, emozione personale, emozioni, EUSTRESS, filosofia, introspezione, livelli di stress, livello di stress, mente, mobbing, pedagogia, personale, potenzialità, pressionepsicologica, psicologia, qualità, qualità della vita, sociologia, sotto stress, stress, stress cutaneo, stress psicologico, sviluppo personale “Qualità della vita = Equilibrio tra i quattro grandi sistemi del corpo umano: La ricerca del benessere e di una qualità di vita soddisfacenti, sono diritti imprescindibili dell’essere umano. Tuttavia non è sempre facile trovare il giusto equilibrio psicofisico emotivo individuale, causa molti fattori che influiscono nello stato di benessere di qualsiasi persona. L’OMS (Organizzazione Mondiale Sanità) ha definito lo “stato di benessere”, non solo come assenza di malattia, ma come stato di equilibrio fisico, emotivo, psicologico, spirituale, energetico, economico, sociale, che consente alla persona di raggiungere la sua autorealizzazione, mantenendo altresì il suo potenziale umano individuale nella società in cui vive.
Nel momento in cui veniamo al mondo, il primo bisogno che abbiamo è quello di sopravvivenza. Abbiamo necessità di soddisfare le esigenze fisiche per mantenere il nostro corpo efficiente. Ma l’essere umano non è solo fisicità, esso è anche spiritualità, inteso come parte immateriale. Laddove l’istinto di sopravvivenza ci induce a procurarci le sostanze solide, liquide e fluide per alimentarci fisicamente; l’istinto emotivo ci spinge a ricercare quel nutrimento affettivo per soddisfare la nostra parte spirituale (non fisica). Le relazioni che ogni essere umano instaura fin dal suo concepimento, con il mondo a lui esterno, sono gli “alimenti emotivi” che lo formeranno. La qualità di questi “nutrimenti emotivi”, sarà determinante per lo sviluppo della sua personalità. Dato che ognuno di noi, prima ancora di essere persona è un essere umano, se ne deduce che la nostra umanità viene prima della personalità che si concretizza nel rapporto con gli altri, in particolare con le figure significative della nostra esistenza (caregivers). Non sempre però la qualità delle relazioni che instauriamo, dal momento del nostro concepimento, con il mondo esterno, sono conformi alle nostre aspettative di base, per cui, le distonie tra l’esigenza e l’appagamento ordinario di un qualsiasi bisogno, da quelli primari a quelli secondari, diventano motivo di turbamenti emotivi che influiscono negativamente sullo sviluppo della personalità di ognuno di noi. Ricondurre in equilibrio gli stati emotivi alterati, significa crearci l’opportunità di condurre la nostra vita in modo più appagante e conforme alle nostre aspettative. Al fine di realizzare questo progetto di vita vantaggioso, abbiamo la necessità di apprendere però la struttura del linguaggio emotivo. Questa struttura è complessa e semplice allo stesso tempo: complessa perché utilizza schemi molto più astratti e a largo raggio (si pensi a quelle attività oniriche, sogni, a cui non riusciamo a dare un senso razionale), rispetto a qualsiasi altro linguaggio logico, strutturato in modo sequenziale e schematico; semplice perché usa una struttura di riferimento universale, simbolica/archetipica. All’interno del contesto in cui viviamo, comunichiamo molto di più attraverso il linguaggio emotivo che quello conosciuto come linguaggio verbale letterale. Nel nostro inconscio risiede una individuale rappresentazione simbolica del mondo (chiamata impronta, modello) ed una comune a cui tutti facciamo riferimento per muoverci nei contesti in cui viviamo. A questo “linguaggio emotivo”, C. G. Jung ha dato il nome di inconscio collettivo. Conoscere la struttura del linguaggio emotivo ci permette di decifrarne i messaggi in esso contenuti traendone valide indicazioni per soddisfare al meglio, nella realtà, i nostri bisogni emotivi, conducendo altresì la nostra vita verso la realizzazione di un benessere psicofisico, emotivo, spirituale, economico sociale, secondo le nostre potenzialità.
Naturalmente come è comprensibile, noi non siamo solo emotività, spiritualità, (pensiero conscio e inconscio) ma anche fisicità, materialità (corpo) e come tali dobbiamo considerare il corpo e la mente parti inscindibili l’uno dall’altra. La medicina moderna ha spesso ignorato il concetto di tutt’uno (corpo e mente), tralasciando la visione olistica dell’essere umano per prestare attenzione alle singole parti che lo compongono. Fortunatamente si sta diffondendo sempre di più un modello scientifico di riferimento che consente di apprezzare il reale funzionamento dell’intero organismo umano, sia in malattia che in salute. Questi studi si concentrano sulle attività del sistema nervoso, endocrino, immunitario e psichico. Stiamo parlando di una scienza chiamata: Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia. Ecco quindi che la gestione degli stati emotivi, diventa un valido strumento per conservare al meglio il proprio stato fisico e mentale. Sappiamo che dentro di noi, i sistemi su menzionati, s’influenzano reciprocamente attraverso un dialogo continuo, usando molecole che, al tempo stesso, fungono da neurotrasmettitori, ormoni e citochine.
L’applicazione del “Metodo DEEP” (Dialogo con l’Esperienza Emotiva Personale), garantendo alla persona una visione diversa della realtà oggettiva, sviluppa un modello interiore di riferimento (realtà soggettiva) del mondo più vantaggioso per la persona stessa, la quale si troverà, per effetto di nuove risorse da lei prodotte, ad usufruire di un ventaglio di scelte maggiori rispetto a quelle su cui, precedentemente, in modo conscio ed inconscio, si basava. Il “Metodo DEEP” sfrutta le capacità creative, immaginative della persona, permettendole di attivare un processo a catena che, sollecitando il sistema endocrino attraverso il sistema nervoso, favorisce la produzione di sostanze benefiche per tutto il sistema umano, inteso come corpo e mente, ed attiva, quindi, un’azione preventiva in relazione anche a future e possibili patologie che potrebbero sorgere, legate appunto ad un eccessivo stress psicofisico a cui la persona potrebbe esporsi troppo a lungo. “il termine STRESS sta ad indicare Sappiamo ad esempio che nella persona, un livello straordinario di stress costante, crea uno stato psicofisico emotivo detto “distress”, quindi nocivo (dannoso, pericoloso); mentre un livello ordinario di stress costante, crea uno stato psicofisico emotivo detto “eustress”, quindi benefico (utile, proficuo). Massimo Catalucci |
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Post n°39 pubblicato il 22 Gennaio 2010 da counselor63
Cervello: Neo-cortex - Limbico - R-complex Quando parliamo di cambiamento di un qualsiasi nostro comportamento che ci crea disagio nella nostra esistenza, di solito pensiamo che sia sufficiente la sola volontà di fare o non fare una determinata cosa. In un nostro qualsiasi comportamento che vorremmo cambiare, come ad esempio smettere di fumare, oppure, avere un igiene alimentare conforme alla nostra struttura fisica, oppure ancora smettere di fare eccessivo uso di alcool o droghe, sappiamo che possono coesistere in noi sia la consapevolezza di quello che stiamo facendo, che la nostra inconsapevolezza in merito al perché lo facciamo e questo accade anche se siamo molto convinti di voler evitare uno dei comportamenti su detti. Lavorare quindi solo sull’aspetto emotivo (inconscio) della persona rispetto a quello razionale (conscio) o viceversa, non fornisce, secondo il mio punto di vista, la soluzione migliore. Partendo dal concetto olistico e quindi ad una visione più ampia delle conoscenze a cui faccio riferimento in ambito dello sviluppo e potenziamento delle risorse umane, credo che si debba sempre tenere conto l’intero di qualsiasi cosa, arrivare magari al dettaglio per poi ricomporre il tutto in un intero. In qualità di esseri umani, sappiamo di essere dotati di un struttura superiore del cervello (neo-mammifero) rispetto agli altri esseri viventi sulla terra, che ci ha reso intelligenti e capaci di strutturare pensieri adeguati alle diverse situazioni e contesti in cui viviamo, con una proiezione futura di miglioramento intellettuale illimitata. Questa struttura del nostro cervello superiore si è costituita nel corso di milioni di anni, sopra altri due cervelli più primitivi che non costituiscono la nostra attuale intelligenza, ma essendo presenti nel nostro sistema nervoso centrale creano comunque delle connessioni con la parte superiore e più giovane. Al di sotto del nostro cervello superiore definito neo-mammifero (o neo-cortex) troviamo infatti il cervello paleo-mammario (o sistema limbico) ed infine quello più primitivo, il cervello rettiliano (o r-complex). Secondo la teoria di Paul Mac Lean (si vedano indicazioni sul Triune Brain “cervello trino”), ognuno di questi tre cervelli ha specifiche funzioni di vitali importanza per l’essere umano. Partendo dal cervello rettiliano, possiamo notare come le sue funzioni siano istintive e reattive all’ambiente in cui l’uomo vive, permettendogli di adattarsi ad esso, istintivamente appunto e come anche nell’istinto sessuale di riproduzione della nostra specie! In quello limbico invece, hanno sede le emozioni e i rituali. Questo cervello ha necessità di una ripetizione costante e continua per poter apprendere, ma poi mantiene saldamente ciò che ha appreso, qui hanno sede quei rituali che difficilmente cambiamo. Infine troviamo quello che abbiamo chiamato cervello superiore (o neo-cortex) che aggiungo ha un’ulteriore caratteristica, quella di divedersi in due emisferi cerebrali, destro e sinistro, con specifiche funzioni. Intanto possiamo affermare che l’emisfero destro controlla e gestisce la parte sinistra del corpo umano e l’emisfero sinistro controlla e gestisce la parte destra del corpo umano. Laddove quindi l’emisfero destro è emotivo, sognatore, olistico, spaziale, intuitivo; quello sinistro è logico, temporale, analitico, sequenziale, verbale. Occorre quindi considerare quanto appena accennato nella formulazione ed applicazione di un qualsiasi cambiamento di un nostro comportamento, integrando le conoscenze e le specifiche caratteristiche di cui il nostro sistema nervoso centrale è dotato, siano esse istintive, emotive che intellettive. Da qui se ne deduce che l’essere umano attraverso le proprie esperienze, assorbe informazioni dalla sua realtà circostante, creando dei vincoli con la stessa, siano essi neurologici che sociali ed individuali. Facciamo ora un esempio di cambiamento di un comportamento indesiderato. Poniamo che una persona sia in sovrappeso, non relativamente ad una patologia in atto ma per effetto di un comportamento disordinato alimentare, ed intenda ritrovare la “silhouette” conforme alla sua struttura fisica di base. La sola dieta ben studiata da uno specialista nella nutrizione umana, non sarà sufficiente a far ritrovare ciò che la persona vuole riconquistare, se non limitatamente nel tempo e se non in aggiunta di altre specifiche azioni. Né tanto meno la sola volontà di applicare la dieta con regolarità. Come abbiamo visto, in particolare nella sede del cervello limbico (cervello emotivo), esistono meccanismi di registrazione lenti, ma che poi rimangono impressi indelebilmente in questa sede. Se non consideriamo ed integriamo nel processo di cambiamento di abitudine (alimentare), anche quanto registrato emotivamente, sarà una partita persa sin dall’inizio. Ma anche il nostro sistema neurologico primitivo (cervello rettiliano) va considerato, permettendo ad esso di trovare quei ritmi equilbrati a lui indispensabili, come la qualità e la quantità di sonno necessari; qualità e quantità di alimentazione; qualità e quantità di attività sessuale; conformi all’ordinarietà dell’essere umano. In ultimo, bisogna poi considerare quello che viene chiamato anche cervello parlante (neo-cortex) che presenta ulteriori ostacoli da superare. Infatti con le sue caratteristiche bilaterali, che hanno funzioni diverse e che sono sede una dell’inconscio (emisfero cerebrale destro) e del conscio (emisfero cerebrale sinistro) della persona, la stessa dovrà attivare un processo di “dialogo” tra le due parti, al fine di poter mandare ad effetto le eventuali azioni che intende intraprendere per attivare un comportamento alternativo e risolutivo al suo problema di peso. Un “dialogo” adeguato tra i due emisferi, permette alla persona di considerare le eventuali azioni inconsce che l’emisfero destro attiva perché non soddisfatto emotivamente in alcuni suoi bisogni. In questo caso la parte inconscia incalza appunto l’emisfero sinistro con una pressione emotiva che quest’ultimo interpreta come messaggio semplice di ricerca, in questo caso, di cibo (vincolo neurologico ed emotivo). Laddove viene permesso all’inconscio di dialogare con la parte cosciente della persona, diverrà più facile creare i presupposti per trovare diverse soluzioni al suo problema, che potrà attivare con maggiore facilità. Se consideriamo tutto quanto suddetto e lo attiviamo nelle successive tre quattro settimane con costanza, l’assunzione e la memorizzazione di nuove informazioni avranno un effetto di radicamento nel sistema della persona, per cui la stessa originerà un automatismo del nuovo comportamento.
Massimo Catalucci |
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Post n°38 pubblicato il 09 Gennaio 2010 da counselor63
PSICOBLOG: MASCHERARE LA PROPRIA IDENTITA’ Oscar Wilde diceva: Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero. Spesso, dietro ad un nickname “maschera”, si nascondono persone che vivono la frustrazione della propria identità, vincolati dentro involucri psicoemotivipersonalità, pervertiti o altro, anche se credo che nel web ne navighino molti, ma a quelle persone che soffrono il confronto diretto con l’altro/gli altri, per cui internet, diventa un motivo di appagamento dei propri bisogni, appunto emotivi, una valvola di scarico. La timidezza ad esempio, per chi la vive, sappiamo che è sinonimo di una forte concetrazione su di sé oltre che insicurezza, è sentirsi sempre al centro dell’attenzione anche se nella realtà, chi circonda il timido, non gli presta consciamente nessuno sguardo. E’ il timido stesso che crea dentro di sè situazioni che lo vedono “protagonista”, di solito come soggetto da criticare negativamente. Certo è difficle valutare chi si nasconde realmente dietro un’icona (foto, immagine, disegno) ed una serie di dati personali fittizi. Questo è quello che si chiama però democrazia, libertà e diritto di privacy. Personalmente, trattando argomenti di attualità e di interesse sociale, prefersico mettere la mia foto e descrivermi per quello che sono, anche se questo potrebbe non piacere a qualcuno. La cosa che più mi intristisce però, è quella per cui molti giovani oggi, apparentemente forti caratterialmente, probailmente per mancanza di attenzione e dialogo in famiglia (laddove esista), passano ore davanti al PC in chat, evitando il confronto diretto con i propri coetanei. Questo se da una parte offre l’opportunità di comunicare con più tranquillità celandosi dietro un nome inventato, dall’altra, prevarica la possibilità di crescita e sviluppo armonico della propria personalità. L’interazione reale, non virtuale, in particolare nei giovani, è elemento indispensabile per la loro crescita: devono imparare a confrontarsi, ricevere dei “no”, trovare soluzioni ai piccoli disguidi tra loro coetanei, socializzare insomma…Spesso per evitare questo però, utilizzano l’interazione virtuale, dove, nel caso in cui la comunicazione non è più gradita, per qualsiasi motivo, basta un click per chiuderla…e tornare poi on-line con un nuovo nickname, pronti a rinavigare… Come tutte le cose, anche internet, quale mezzo teconologicamente avanzato delle comunicazioni, ha i suoi lati positivi e negativi, spetta sempre alla coscienza degli uomini usare tali teconologie per migliorare la propria qualità di vita anzichè “deturpare” la propria e, ahimè, in alcuni casi, quella di altri esseri umani. destabilizzanti. Non mi sto riferendo a soggetti con forti disturbi di Ne parliamo? Cordialmente Massimo Catalucci |
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Post n°37 pubblicato il 24 Dicembre 2009 da counselor63
Ciccia è Bella.
Mi immagino in particolare il messaggio che può arrivare ai più giovani! Io credo, che quanto visto in questo nuovo reality, non faccia altro che aumentare la sofferenza di chi già vive una situazione psicofisica ed emotiva particolare, relativamente al proprio corpo.
Dove il progetto prevede l’assistenza totale del partecipante, da parte del medico, dello psicologico, del motivatore (Counselor, Coach, Trainer), dell’estetista, del look maker, e di tutte quelle altre figure che possono contribuire a ridonare, non in una settimana, ma in un arco di tempo più esteso, un cambiamento conforme alle aspettative psicoemotive della persona che si è sottoposta a questo, che potremmo chiamare così: “Mind and Body Reality Programme?
Concludendo, voglio lasciarvi con due quesiti: * non sarebbe stato più coerente con il tema trattato, affiancare alle protagoniste del Reality una conduttrice con forme un pò più generose e più vicina alla loro forma fisica?; * quanto da me affermato, relativamente ad una TV più educativa, non pensate che creerebbe un’informazione più vera offrendo la possibilità di scelte migliori e più vantaggiose per gli utenti che la seguono? Mi piacerebbe conoscere il parere degli utenti del web in merito all’argomento da me trattato.
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Post n°36 pubblicato il 23 Dicembre 2009 da counselor63
AFORISMI: Qual è il tuo?“Pensieri significativi” In questi giorni di Feste Natalizie, riceviamo attraverso sms, mail, facebook ed altre applicazioni internet, chi più chi meno, diversi aforismi, frasi che manifestano sentimenti e desideri. È interessante notare come gli aforismi, nella loro struttura linguistica, sono pieni di cancellature, generalizzazioni e deformazioni. Probabilmente il successo di queste brevi pillole di saggezza, è proprio nella struttura che le compone. Potremmo altresì considerare il fatto che attraverso la scelta di un aforisma, di una frase “saggia”, probabilmente si invia anche una propria esperienza di vita, una parte del proprio vissuto personale. È possibile fare una prova scegliendo una frase di cui ne condividiamo il contenuto. Possiamo scegliere tra uno dei tanti siti internet che elenchino una serie di aforismi, talvolta divisi anche per categoria, “amore, desideri, vita, aforismi antichi, ecc”. Credo che ognuno scelga la frase che sente più vicina al suo vissuto, una frase nella quale si riconosca e che intende condividere con gli altri. Soffermandoci sulla struttura delle frasi stesse, possiamo osservare insieme come spesso siano però negative e contengono delle generalizzazioni che ognuno può arricchire con le proprie esperienze di vita. Citiamone una per fare un esempio (è una frase che ho letto publicata su internet da un utente):
Può capitare che qualcuno ci ferisca, ci faccia sentire male, può essere una parola detta in un certo modo o un gesto particolare, uno sguardo, non ha importanza cosa, è importante come noi stiamo vivendo quel momento. Ripensare al fatto in se per se accaduto tempo fa, riformulandolo sotto forma di un aforisma, crea continuamente nella nostra mente immagini dove ci vediamo in relazione con qualcuno che fa qualcosa che ci fa provare la sensazione di infelicità (sofferenza), mentre noi gli concediamo quest’opportunità. Il passo successivo è quello di crearsi scene in cui assumiamo un atteggiamento più cauto nei confronti dell’altro (perché rimasti delusi da una relazione di qualsiasi tipo), avendo sempre come riferimento l’esperienza negativa che abbiamo fatto, provando “infelicità” nel rapporto con un nostro simile. Ora potremmo puntualizzare sul fatto che in qualche modo ognuno nella sua Ma quello su cui vorrei soffermarmi però in questo post, è che le nostre “antenne sensoriali”, tendono a captare sistematicamente le stesse situazioni, talvolta spingendoci ad utilizzare anche espressioni verbali (le parole sappiamo che sono un ponte di collegamento tra il nostro mondo interiore e la realtà che ci circonda) che ci inducono proprio a creare condizioni interne che ci proiettano continuamente in quello che vorremmo evitare. Forse la frase su indicata potrebbe assumere il significato che vorrebbe esprimere, con più potenza, se fosse strutturata in quest’altro modo: Ci sono persone che ti fanno sentire felice solo perché rispettano come tu sei. Il senso letterale della frase (Razionale/Logico) rimane lo stesso, ma la nostra mente segue un processo diverso (Irrazionale/Emotivo):
In riferimento a questo post, sarebbe interessante interagire con gli utenti del web per fare un gioco, un esperimento. Proviamo a formulare delle frasi e analizziamole insieme per vedere che tipo di struttura hanno. Possono anche essere frasi inventate. Proviamo a scriverne qualcuna. Cordialmente Massimo Catalucci |
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Post n°35 pubblicato il 17 Dicembre 2009 da counselor63
Tag: ascolto, attacchi di panico, attacco, Autostima, cardiaco, Coaching, comportamento, Comunicazione, conflitti emotivi, conflitti interiori, conscio, crdicaci, cuore, DAP, dialogo, DISTRESS, disturbi da attacchi di panico, disturbi della personalità, disturbi emotivi, disturbo da attacco di panico, EUSTRESS, Fisica Quantistica, GAS, Hans Selye, incosncio, intimità, Mente e Cervello, Motivazione, Obiettivi, panico, Parlare in Pubblico, piacere, Pnl, psicologia, razionalità, realtà, Relazioni, risposta allo stress, sensi di colpa, senso di colpa, sociale, sofferenza, soffrire di attacchi di panico, stress, stress buono, stress cattivo, Sviluppo Personale ansia
Il Disturbo di Attacco di Panico (DAP) è una vera "tempesta a ciel sereno".
L’Attacco di Panico arriva quando meno te lo aspetti. Una volta provato poi, la paura di ritrovarsi in quella spiacevolissima ondata emotiva, fa aumentare l'ansia e lo stress, fino a portare la persona colpita da questo problema, lontano anche dalla vita sociale. La vita privata si complica, le relazioni, da quelle più intime a quelle più generiche, subiscono delle modifiche. L'Attacco di Panico (DAP) non coinvolge purtroppo solo la persona che lo subisce, ma anche il contesto in cui essa vive e questo aumenta lo stress nella persona sofferente di questo fastidiosissimo disturbo psicoemotivo.
È difficile far comprendere cosa si prova a chi non ha mai avuto questo problema.
A volte chi soffre di DAP prova anche sensi di colpa verso chi gli vive accanto perché razionalmente, pur avendo conforto dagli esami clinici che rivelano la mancanza di una patologia e riconducono quindi la condizione generale della persona solo ad uno stato alterato della sua emotività, la stessa, continua purtroppo a stare male e cosa ancora più complicata, non sa spiegarsi e spiegare cosa le sta accadendo.
Quando l’Attacco di Panico arriva, la persona colpita è presa da un senso di disorientamento totale che le fa perdere il contatto con la realtà che la circonda e con l’oggettività di ciò che sta vivendo. È l’emotività che prende il sopravvento sulla razionalità.
Penso che combattere con senso critico e logico l’Attacco di Panico è forse il modo meno indicato, anche se mi è capitato di sentire persone che affermano con decisione, che la razionalità e la forza di volontà possono sconfiggere questo ed altri disturbi.
Sono dell’avviso che questo tipo di disturbo, si debba affrontare sia razionalmente che emotivamente. Razionalmente, prendendo coscienza del fatto che è possibile superarlo evitando di opporsi ad esso; emotivamente, intraprendendo un percorso guidato all’ascolto attivo dei segnali che lo stesso inconscio ci invia sotto forma di disturbo emotivo. In quest’ultimo caso, tale percorso è da intraprendere con il sostegno di un operatore qualificato al trattamento di disturbi di questo genere.
Se dovessimo andare a ricercare le cause che possono aver dato origine alla manifestazione di un DAP, probabilmente dovremmo ricercarle nella qualità delle relazioni che la persona ha vissuto, in particolare con le figure importanti della sua esistenza, i contesti in cui si è trovata, il peso che ha dovuto sopportare di situazioni conflittuali in cui forse avrebbe preferito evitare di esserci, ascoltare parole che non avrebbe voluto ascoltare, evitare di pronunciare parole che avrebbe voluto esprimere, caricarsi di una eccessiva responsabilità nei contesti in cui ha vissuto. Sono molteplici i motivi per cui può presentarsi il DAP, che forse ancora non sono ben chiari neanche agli specialisti che si occupano della salute psicologica delle persone.
Certo è che, laddove in famiglia ci siano stati casi di DAP, forse sarebbe meglio prevenire con i successori diretti, l’insorgere di tale disagio, attraverso il controllo del livello dello stress individuale.
Lo stress è un indicatore di vitalità, non è tutto nocivo. Il neuroendocrinologo Hans Selye, nel 1930 diede questa definizione scientifica dello STRESS: “lo stress è la risposta strategica dell’organismo nell’adattarsi a qualunque esigenza, sia fisiologica che psicologica, a cui venga sottoposto. In altre parole è la risposta specifica dell’organismo a ogni richiesta effettuata su di esso”. C’è da fare quindi una distinzione tra stress buono “EUSTRESS” e cattivo “DISTRESS”. L’EUSTRESS ha origine in tutte quelle condizioni in cui percepiamo consciamente e inconsciamente l’ambiente intorno a noi come stimoli positivi; Il DISTRESS ha origine in tutte quelle condizioni che percepiamo consciamente e inconsciamente come stimoli negativi, conflittuali. La relazione che abbiamo con l’ambiente a noi circostante (persone, cose, fatti, ecc.) determina una nostra RISPOSTA allo STRESS che lo stesso Hans Selye ha definito “General Adaptation Syndrome” (Sindrome Generale di Adattamento).
Credo quindi che sia fondamentale per tutti noi, non solo per chi potrebbe essere esposto al DAP per un fattore genetico, evitare di accumulare troppe tensioni emotive nel nostro sistema inconscio.
Potremmo immaginare il nostro sistema psicoemotivo energetico come un contenitore nel quale affluiscono tutte le nostre emozioni buone e cattive, sotto forma di Piaceri e Sofferenze.
Il fatto è che se accumuliamo piaceri, questi non creano spessore in quello che abbiamo identificato come un contenitore di emozioni. I piaceri potremmo rappresentarli come qualcosa che evapora, che ha una struttura leggera. Mentre se pensiamo alle sofferenze, non sarà difficile immaginare che queste creino dei residui che difficilmente riusciamo a smaltire. Infatti, anche attraverso le espressioni verbali, ci sarà capitato sicuramente di manifestare una nostra sofferenza, un nostro stato emotivo negativo, come un “peso”. Qualcosa che sentiamo, anche fisicamente in qualche parte del corpo, sia lo stomaco, il ventre, la gola, la testa ecc. ecc.. Ecco quindi che, depositandosi nel contenitore emotivo, le sofferenze, a lungo andare formeranno uno strato solido che sarà difficile da diluire e smaltire. E questa condizione potrebbe rientrare ancora in una fase gestibile dalla persona della sua emotività. Ma laddove questa pressione dovesse superare il livello di tolleranza individuale, potrebbe diventare ingestibile e dare seguito a disturbi emotivi fino anche, appunto, ai Disturbi di Attacchi di Panico.
L’aspetto conflittuale emotivo, in cui verte la persona colpita dal DAP, tende a farla sentire sempre più sola e incompresa. Spesso le persone che le ruotano intorno, richiamano la stessa a razionalizzare di più sul suo stato, ma essendo di natura emotiva, appunto, le persone stesse non riescono a comprendere che un consiglio di questo genere si ferma esclusivamente alla parte logica del sofferente ma non ha una funzione positiva sulla sua parte emotiva (inconscia) anzi, tutt'altro, ne aumenta gli effetti negativi. Credo che in questi casi, il primo importante intervento da fare sia quello di ascoltare la persona colpita dal DAP. Aggiungerei anche che potrebbe essere, forse, di aiuto, per chi si trova a vivere un Attacco di Panico, scrivere, nell'esatto momento in cui vive questo stato emotivo forte, tutte le sensazioni che si provano all'istante .
Forse con il dialogo e con la scrittura si possono scaricare quelle tensioni emotive che in qualche modo con l'Attacco di Panico cercano di trovare sfogo verso l'esterno della persona che ne è colpita. Naturalmente il supporto di un professionista in questo campo, sarà necessario per risolvere il DAP, dal quale sono convinto è possibile e necessario uscire, per recuperare in pieno la propria vita privata e sociale.
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Post n°34 pubblicato il 08 Dicembre 2009 da counselor63
06/12/2009 - OSTIA (RM) - PONTILE Piazza dei Ravennati Grande affluenza di pubblico domenica 6 dicembre al pontile di Ostia. Oltre 2.000 persone hanno transitato presso gli stand che ospitavano un evento dedicato ai più piccoli. Circa 1.000 bambini hanno colorato, con i loro volti sereni e allegri, armati di pennelli e colori, il sito storico di Ostia. A fare da cornice una giornata di sole meravigliosa.
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Post n°33 pubblicato il 13 Novembre 2009 da counselor63
DISAGIO SOCIALE: Individuale e collettivo. Avete notato come tutti i giorni sentiamo frasi preoccupanti su giornali e radio-tv-giornali? Ne riporto di seguito alcune per poi riflettere insieme a Voi sulle responsabilità del disagio:
Guardando al mondo giovanile troviamo inoltre quanto segue:
Nel gruppo familiare, possiamo notare “problemi” relativi a: 1) cambiamenti profondi nel pensiero inconscio dell’individuo con manifestazioni negative sul comportamento; 2) Abbassamento del rendimento scolastico da parte del giovane; 3) Mancanza di interesse e/o capacità di comunicazione; 4) Aumento di aggressività e ribellione, con tendenza dei giovani a squalificare “figure autoritarie” (p. es., insegnanti, genitori, preti, poliziotti, etc.); 5) Affiancamento di persone poco raccomandabili; 6) Utilizzo, da parte dei giovani, di espressioni verbali scandalosi in presenza di adulti. Credo di aver fatto un "bel" quadro e se non completo, quasi, di ciò che viene spesso messo in risalto dai mass media Ora la mia domanda è: Chi è responsabile di tutto ciò? Mi sono dato questa risposta alla quale mi aspetto i Vs. graditi commenti. Senza andare a fare una considerazione di ciò che accade in tutto il mondo, ma soffermandomi solo su quello che avviene nel mio piccolo mondo, quella realtà urbana in cui vivo, mi sono reso conto che i responsabili di ciò che accade siamo tutti noi. Mi spiego meglio. Tutti, o comunque la maggior parte di noi, siamo sicuramente pronti a dire che questo non è vero e che i responsabili di quello che accade sono “………………..” e qui ognuno conclude la frase con chi ritiene che abbia specificamente la responsabilità di quello che accade e di cui ho riportato sopra un’ampia panoramica. Ma questo pensiero, anche se trova il referente soggettivo specifico quale causa del problema/disagio, toglie in qualche modo chi sostiene questa tesi, dalle proprie responsabilità. È come dire, io non c’entro e non posso fare nulla, è “Tizio” o “Caio” che devono dare risposte e risolvere il problema/disagio che esiste nella nostra società/comunità. A questo punto è bene fare una precisazione in merito ai termini società/comunità. Per comunità intendiamo un insieme di individui legati tra loro da uno o più elementi di comunione e riconosciuti singolarmente da ogni persona. Possiamo altresì dire che, l’elemento condiviso dal gruppo, si trova nello stesso ambiente fisico nel quale sono presenti anche determinate dinamiche relazionali. E già questo aspetto forse ci indica che la responsabilità andrebbe suddivisa all’interno del gruppo (società/comunità), tra gli attori che ne fanno parte e che ne condividono uno spazio specifico oltre agli elementi in esso contenuti Ma forse, un dato specifico che ci indica da dove partono gli esempi di responsabilità ce lo abbiamo e questo ci riconduce inevitabilmente alla figura umana di un adulto. Sappiamo che i giovani infatti, sono il futuro e gli uomini della società di domani. Ma allo stesso tempo vivono la società di oggi e, la società attuale, è governata dagli adulti e come tali credo che le responsabilità di quello che accade partano proprio da questi ultimi (io compreso). Sono del parere che non avremo mai una società rispettosa, antirazziale, produttiva, evoluta e economicamente agiata, fino a quando gli esempi (adulti) non saranno conformi alle aspettative dei giovani. Facciamo finta di ascoltarli, parliamo dall’alto dei nostri pulpiti, ma quando dobbiamo metterci in gioco, accettando le loro critiche, tiriamo fuori il nostro titolo, la nostra età, il ruolo che ricopriamo e sviamo in qualche modo la responsabilità di costruire il mondo come i giovani veramente desidererebbero. Giorni fa ho partecipato ad un Convegno dal titolo: “Disagio Urbano: nelle persone, nei gruppi, nella comunità”; tenutosi presso la Sala Protomoteca del Campidoglio a Roma. A tale Convegno partecipavano al tavolo dei conferenzieri, personaggi qualificati che offrivano il loro contributo professionale su cosa è necessario fare per risolvere il Disagio in cui vertono molte persone e le comunità intere. È inutile sottolineare, quanto ben articolati sono stati gli interventi dei professionisti, ricchi di molti contenuti e sani principi. Purtroppo però, tutto quello che appare sensato e di notevole attenzione verso il sano e coerente esempio socio educativo, è risultato, come spesso accade, contestualmente incoerente nella pratica. Mi spiego. Mentre gli adulti esprimevano l’importanza che si deve dare con il proprio esempio vivente ai giovani, dimostrando che attraverso la politica del “fare” oltre che del “dire”, si acquisiscono dettagli nella memoria che rimangono indelebili, gli stessi, assumevano atteggiamenti contrari a quelli verbalmente espressi. Porto solo un esempio. Il professionista che si trova al tavolo dei conferenzieri, se utilizza diverse volte il suo telefono cellulare nel corso della conferenza, nessuno gli dice che tale comportamento è in antitesi con i principi di esempio che nella stessa riunione si intende far passare. Ma se questo accade ad una ragazza della scolaresca seduta in platea (erano presenti al Convegno su indicato classi di Istituti Socio-Psico-Pedagogici), quest’ultima potrebbe venire immediatamente ripresa dalla sua insegnante (o altro adulto accompagnatore o presente) per cui le verranno fatte le seguenti osservazioni:
Questo di solito e quello che accade in una situazione simile. Nello stesso ambiente troviamo l’adulto ed il giovane che però hanno due ruoli diversi. Il fatto è che il ruolo pesa, infatti laddove l’adulto può dire e fare quello che vuole, il ragazzo no. Naturalmente l’adulto motiverà anche con molta attenzione e logica, il fatto che lui, se utilizza il telefono cellulare anche durante il Convegno, è solo perché ha molti impegni e responsabilità oltre l’evento a cui sta prendendo parte e quindi, il suo comportamento è razionalmente giustificato, perché deve rispondere ad altre persone che lo contattano per motivi molto importanti. Quanto motivato dall’adulto, anche bene e con molta logica, influisce però emotivamente sul ragazzo in modo negativo, perché lo stesso accusa comunque uno stato di disagio, che potremmo azzardare di tradurre in pensieri che lo stesso può generare e che possono essere di questo tenore:
A tal proposito, mi viene in mente la scena di una ragazza chiamata a commentare gli interventi dei relatori. La stessa dopo diversi tentativi da parte dell’adulto di indurla a commentare, si ritrova con un microfono in mano in piedi con gli occhi addosso e le orecchie pronte ad ascoltare di circa 150/200 persone, in particolare, gli occhi e le orecchie delle compagne di scuola. L’adolescente inizia subito dicendo: vorrei manifestare il mio grande disagio nella situazione in cui mi trovo. Voi adulti, parlate di disagio e poi mette le persone nella condizione di trovarcisi in mezzo. Sono stata spinta dalla mia insegnante a fare ciò che non avrei voluto fare, parlare in pubblico. Quindi denuncio il mio forte senso di disagio. Inoltre voi adulti dite sempre quello che bisogna fare ma poi voi siete i primi a non fare quello che dite. Vorrei vedere i fatti oltre che le parole, perché oramai di parole ne sentiamo troppe da molto tempo. Credo che sia significativa la denuncia della giovane ragazza. Occorre quindi riflettere sulle responsabilità che all’interno di una società devono sicuramente partire dall’adulto, ma successivamente, devono approdare nel giovane che, sappiamo, se messo nella condizione di capire (attraverso i fatti degli adulti) che le responsabilità di ciò che accade in una comunità sono di tutti, comprenderà più facilmente che anche lui, nel caso di un qualsiasi disagio giovanile, ha la sua responsabilità, se non altro di domandarsi perché accade quello che sta vivendo e come poter fare, magari con l’appoggio dell’adulto coerente, per far fronte allo specifico problema/disagio, tramutandolo in un a opportunità di crescita personale e sociale. Ringrazio anticipatamente quanti commenteranno il presente post. Cordialmente Massimo Catalucci
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Post n°32 pubblicato il 15 Ottobre 2009 da counselor63
EVENTO SOCIO EDUCATIVO
Patrocinato da COMUNE di ROMA Municipio XIII DOMENICA 6 DICEMBRE 2009 PIAZZA RAVENNATI - Pontile di OSTIA (RM) dalle ore 10:00 alle ore 19:00 UNA GIORNATA DI FESTA PER I RAGAZZI DELLE ELEMENTARI E MEDIE: Animazione, disegni, pittura, karaoke, creta….. VI ASPETTIAMO Organizzano per “Federazione Rete Carrozza 12 bis”: Ass. IDEAS EUROPA Ass. Naufraghi della Vita Ass. I.N.S.E.U. in collaborazione con: Ass. Cocid, Ass. Fertililinfe, Ass. Rovistando tra i Sogni, Ass. Romanimazione, Ass. F.o.r.i.f.o., Ass. Testimoni della carità, Com. di Quartiere Rep. Marinare-Duca di Genova, Artigiani. PER MAGGIORI DETTAGLI CONTATTARE LA DOTT.SSA MARIA CRISTINA FRANCESCHI AI N.RI 065213530 - 3496031677 ***************************************** |
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Post n°31 pubblicato il 02 Ottobre 2009 da counselor63
Libro di Thomas Gordon Ed. La Meridiana
Un’indicazione bibliografica tra le più utili e accessibili per l’educazione dei figli
di Pier Luigi Lando Da diversi anni genitori ed educatori sono oggetto di particolare interesse da parte di addetti ai lavori. Nonostante le buone intenzioni di scrivere in modo comprensibile per un pubblico di utenti il più possibile vasto, in pratica, poi, il linguaggio di tali addetti difficilmente raggiunge lo scopo. D’altro canto nel nostro Bel Paese lo sviluppo delle discipline attinenti l’educazione dei soggetti in età evolutiva, grazie anche al vigoroso apporto dall’estero, è iniziato dopo l’ultima guerra, per cui, per quel che riguarda l’educazione dei piccoli, ci si era del tutto affidati al buon senso comune, nonché a vari espedienti che mirano ad ottenere comunque lo scopo, ossia l’adeguamento comportamentale degli educandi alle direttive dei grandi. Il termine pedagogia per gli Addetti significa guidare un bambino illuminati da un’adeguata conoscenza dell’educando. In pratica, spesso, lo si è inteso nel senso di condurlo arbitrariamente verso gli obiettivi dell’”educatore” oppure lasciare che “il veicolo” prosegua da solo. Educare: il suo vero significato, implicito e indissolubile dal su accennato termine di pedagogia, è quello di favorire le potenzialità evolutive del bambino, mentre per tanti adulti forse tuttora significa inculcare determinate norme di comportamento. In genere l’orientamento pedagogico si è espresso secondo una vasta gamma che va dal più deresponsabilizzato e deresponsabilizzante lassismo al più severo autoritarismo, più o meno con il sostegno di famosi addetti i cui metodi appaiono anche contraddittori, al punto da frastornare i destinatari che non sanno più a chi dare retta. Il volume di Thomas Gordon: “Genitori efficaci – Educare figli responsabili” (edizioni la meridiana) si dimostra tra i più rispondenti alle esigenze educative sia per il linguaggio sia per le numerose esemplificazioni relative alle più diverse e comuni situazioni problematiche in cui essi si possono trovare quotidianamente, ossia essere fermissimi. Tra i più utili e chiarificanti argomenti c’è, nella soluzione dei conflitti, quello di considerare criticamente i due metodi tuttora dominanti nella nostra cultura: quelli indicati come Metodo I e Metodo II che danno per scontato che una delle due parti debba predominare, Insomma, al momento, non si fa generalmente caso al fatto che l‘instaurazione di una specie di braccio di ferro tra genitori e figli, cioè di un campo di scontro frontale comporti dei vinti e dei vincitori. Ciò che si reprime si potrà comportare come una molla o un gas, cioè un ordigno che prima o poi potrà causare danni, ma altrettanto negativo è il lasciar correre irresponsabilmente, ossia essere permissivi. Ancora più gravi conseguenze si potranno avere quando, come di solito avviene, un genitore è per l’eccessivo permissivismo e l’altro per la più rigida disciplina. Tramite segnali contraddittori, Pavlov procurava sperimentalmente la nevrosi nei cani. Altro dannoso metodo educativo è il ricorso alla falsa motivazione per cui si tende a incentivare un determinato comportamento dei figli in vista di un premio. Di particolare interesse nel libro di Gordon è l’esposizione delle conseguenze deleterie che di solito si hanno nell’imporre autoritariamente la propria volontà da parte del genitore di vista del genitore (Metodo I) o al contrario nel darla vinta ai figli (Metodo II). Sia l’uno che l’altro estremo rischiano di provocare quei comportamenti, sia nell’ambito familiare sia in quello scolastico, ivi inclusi i fattacci i cui responsabili sono i giovani e di cui le cronache abbondano Il Metodo III, è auspicato e illustrato in una amplissima casistica dall’autore, si inserisce nelle strategie volte a educare nel modo più adeguato i figli, ottenendo il loro coinvolgimento collaborativo, evitando così conflitti distruttivi e relative nefaste conseguenze sopra accennate. Una sempre più diffusa consapevolezza degli ingannevoli risultati che si possono ottenere con i metodi educativi tradizionali adottati e un’approfondita conoscenza delle su accennate metodiche potrebbe dare l’avvio a una nuova era per i rapporti con i nostri simili- |
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Post n°30 pubblicato il 01 Ottobre 2009 da counselor63
Premessa al "Progetto Nessuno Indietro" di Pier Luigi Lando La constatazione che i genitori umani, a differenza di quelli delle altre specie, son dovuti ricorrere ad espedienti per “tenere a bada i figli”, ma, spesso, non riuscendo a ottenere l’optimum delle potenzialità evolutive né rapporti interpersonali soddisfacenti, ha indotto la ricerca ecopsicosociale ad approfondire lo studio dei fattori e delle condizioni favorenti e ostacolanti agenti sull’essere umano seguendone lo sviluppo dall’ecosistema uterino a quello sociale. Privilegiata la dimensione relazionale, si è centrata l’attenzione sugli ecosistemi familiari e scolastici. Per analogia con ciò che avviene nelle combinazioni chimico-fisiche, tenendo ovviamente conto delle più complesse implicazioni umane, si è adottata l’espressione di valenze relazionali rilevando le differenze qualitative tra quelle “primarie” del legame simbiotico madre:figlio e quelle secondarie (pedagogiche. amicali, coniugali, genitoriali, lavorative. Una volta acquisita la nozione che il tutto avviene a spese di energia sin dai primi momenti di vita e che l’investimento del flusso energetico, almeno nei primi tempi della vita intrauterina, viene prevalentemente governato dalle informazioni genetiche e che, a mano a mano che il sistema nervoso centrale procede nella sua maturazione, assumono sempre più influenza le informazioni ambientali, ci si è orientati verso una pedagogia importata sul criterio bio-energetico. Quindi, si è resa sempre più importante la conoscenza di ciò che avviene dal punto di vista bio-energetico nell’insieme somato-neuro-psichico dell’educando in rapporto agli interventi educativi. Se pedagogia significa guidare un bambino tenendo conto delle sue potenzialità evolutive, la stragrande maggioranza degli educatori, primari e secondari, rischia di trovarsi nelle condizioni pregiudicanti la sua funzione educativa molto più di chi pretenda di guidare un autoveicolo sapendolo soltanto mettere a moto. Per i genitori delle altre specie, data la struttura di gran lunga meno complessa del loro sistema nervoso centrale, sono pressoché sufficienti le informazioni eredogenetiche e quel tanto che le precedenti generazioni hanno acquisito; per l’Homo sapiens si richiedono molte e ulteriori conoscenze che vanno acquisite attingendo a varie aree del sapere. Insomma non ci si può improvvisare educatore e se abbiamo il mondo che abbiamo lo dobbiamo al fatto che l’Homo sapiens si è trovato nelle condizioni di dover procedere per tentativi ed errori. Buccia di banana: l’umanamente comprensibile urgenza di ottenere l’effetto immediato. Vi sono comunque comportamenti “fisiologici” che accadono di frequente, specialmente durante i primi anni dell’età evolutiva che si tende a reprimere e che, se non se ne conosce la natura, si rischia non solo di perpetuarle, addirittura indurcendo il soggetto a utilizzarli anche per tutta la vita arbitrariamente a uso e consumo proprio. Con un’enorme popolazione che ricorre a cure medico-chirurgiche, psichiatriche, psicoterapeutiche e un superaffollamento delle carceri, si potrà ritenere che molte delle relative manifestazioni traggano origine da prestazion8i pseudopedagogiche, dall’incapacità degli educatori di discernere se per quel determinato comportamento o sintomo si trattava di qualcosa che normalmente si ha durante quell’età, o di un messaggio S.O.S oppure diimitazione di un altro compagno di asilo, scuola, come spesso avviene per i tic ecc. Per es. le bugie possono essere indici che è entrato in funzione il cervello immaginante-creativo, ma possono essere sollecitate da interventi ritenuti educativi che inducono il bambino a difendersi. La mancata comprensione di altri comportamenti propri dei primi anni vita, come quelli oppositivi, se non “trattati secondo la loro natura, potranno “cronicizzarsi” nelle loro forme peggiori Per spiegare questo concetto si pensi ciò che può avvenire se si somministra un antidolorifico o un antipiretico sopprimendo i relativi sintomi che avrebbero guidato verso la diagnosi di una grave infezione. Altrettanto nefasti possono essere gli interventi educativi consistenti in espedienti che puntano alla repressione di comportamenti disturbanti senza cogliere i sottostanti motivi come messaggi. Il lasciare andare è come non intervenire adeguatamente su un processo morboso che non tenda spontaneamente alla guarigione. Un’altra analogia si ha con ciò che avviene per la salute della prole: si pensi a ciò che responsabilmente farebbero genitori consapevoli di essere affetti sa una malattia trasmissibile. Non sarebbe altrettanto doveroso avviare a soluzione problemi risalenti alla propria infanzia, interferenti con le prestazioni educative? Un altro punto importante è quello della dinamica di gruppo sia di quello familiare che dei gruppi di estranei. Per un insieme di persone motivate dal raggiungimento di compiti prefissati si parla di gruppo di lavoro quando esso funziona in tal senso. Di particolare importanza è anzitutto il contenimento del numero dei componenti. Infatti, a mano a mano che si supera quello di dieci, si rischia di avere un gruppo di dipendenza se il leader è particolarmente “forte”: Per es. un docente, autorevole o autoritario, potrà pure ottenere la disciplina della classe che potrà durare fintantoché sia assicurata tale sua funzione. Tuttavia i componenti non crescono e le loro potenzialità evolutive rimangono pressoché congelate, essi rischiano di divenire soggetti succubi, passivi oppure ribelli, non appena la “compressione” sarà venuta meno. Oppure andranno ad alimentare i servizi sanitari o le istituzioni giudiziarie Un gruppo numeroso tende a frantumarsi in sottogruppi di alleanze o l’un contro l’altro armato, cioè prevarrà l’aggressività, l’insubordinazione, insomma ciò che oggi viene lamentato da tanti docenti. |
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Post n°29 pubblicato il 22 Settembre 2009 da counselor63
CONVEGNO NAZIONALE: Il counselling: una nuova risorsa nel sistema socio-sanitario italiano. Interventi e prospettive in Italia e nei paesi anglosassoni Sabato 3 Ottobre 2009 dalle ore 9.00 alle 18.00 presso la sala convegni del Distretto di Aprilia della ASL Latina - Via Giustiniano, snc – Aprilia INGRESSO GRATUITO (Evento formativo E.C.M. richiesta crediti inoltrata per Medici, Infermieri e responsabile e Coordinatrice del Convegno Maria Julia Iris Per Info e Iscrizioni massimo.catalucci@libero.it http://www.assomediciaprilia.org/home.html |
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Post n°28 pubblicato il 12 Settembre 2009 da counselor63
EFFETTI COLLATERALI DELL'INNAMORAMENTO
È strano lo scherzo che fa l’innamoramento. Innamorarsi è come entrare in una trance profonda dove tutto quello che ci circonda rimane distante dalla coppia. Esistiamo solo noi e l’altro/a, tutto il resto, per utilizzare il titolo di un grande successo musicale, “è noia”. Travolti da questa ondata di emozioni esaltanti ci sentiamo completati in tutto, non abbiamo bisogno di altro, tutto il resto diventa superfluo, anche ciò che ci faceva arrabbiare precedentemente, diventa superabile ed accettabile. Sono fantastici gli effetti dell’innamoramento. Come mai allora accade che si perdono a distanza, più o meno lunga e soggettivamente, gli effetti positivi di un benessere fisico, spirituale ed emotivo? Io la vedo in questo modo. È come se accecati all’inizio da un unico interesse (l’altro/a) non ci accorgiamo che in realtà, li, proprio vicino alle nostre gambe, abbiamo portato con noi ognuno una valigia con tutti i nostri “effetti personali”. Naturalmente non diamo nessuna considerazione al contenuto delle valige, siamo troppo intenti a vivere giustamente il momento magico dell’amore. Andando avanti nella relazione, gli effetti dell’innamoramento cominciano a diminuire, lasciando trapelare altri aspetti, quelli che ho definito: “effetti collaterali”. Gli “effetti collaterali” sono sicuramente derivati degli stessi effetti che provavamo prima: fiducia, complicità e condivisione, accettazione, conquista. Infatti:
Questi quattro stati a cui ho fatto riferimento, secondo una mia personale visione del rapporto di coppia, sono punti di forza che spesso si tramutano in punti di debolezza, di rottura dell’innamoramento stesso. Si sente dire che, dopo la prima fase dell’innamoramento, segue nelle coppie più fortunate (o sfortunate a voi la scelta) una fase che viene definita come affettiva, cioè la passione, l’amore, lascia il passo all’affetto. Ma dietro la parola “affetto” nascondiamo spesso la descrizione di una stasi del rapporto, uno stato scontato di situazioni. Personalmente credo che ciò porti ad una routine, nella quale, uno o l’altra potrebbero avvertirne gli effetti negativi e agire di conseguenza, scappando verso nuove esperienze, o rimanendo nello stato attuale con rassegnazione. Nell’uno e nell’altro caso, comunque, si nasconde la sofferenza. Naturalmente qui entrano anche in gioco i valori, le credenze, le convinzioni, ecc., sulle quali si basa il singolo individuo per fare le proprie scelte nel mondo, anche in relazione appunto, al fatto di scappare o restare nel rapporto attuale. Sono del parere che tutto ciò che ha vita, è in movimento. L’esempio è quello di uno stagno e di un torrente. Ø Nello stagno l’acqua è sicuramente calma, sempre la stessa ed intorbidita, gli abitanti di questo habitat sono sempre gli stessi; Ø nel torrente, ci sono sicuramente molte insidie, forse sotto il livello del fiume si possono nascondere rocce ed ostacoli, ma le sue acque sono sicuramente chiare e limpide, in alcuni tratti scorrono veloci, in altri lente, curvano, scivolano via diritte, ma sempre in movimento per raggiungere il proprio scopo, quello di congiungersi al mare, ed in tutto il suo percorso il torrente da vita a tante qualità di pesci, a seconda dell’ambiente e delle temperature in cui si trova a scorrere.
A questo punto la domanda potrebbe essere la seguente: come è possibile allora(per coloro che vorrebbero avere un rapporto duraturo) ridurre ai minimi termini l’eventualità di minare il proprio rapporto di coppia?
All’inizio di questo post ho parlato metaforicamente (ma non troppo) di due valige che portiamo con noi nella fase di innamoramento. In queste due valige, ognuno porta con se: paure, delusioni, abbandoni, insicurezze, sicurezze, dubbi, gratificazioni; insomma una serie di stati psicoemotivi che in qualche modo hanno formato la nostra personalità. Credo necessario, per la salute della coppia, prendere prima coscienza dell’esistenza delle esperienze che portiamo con noi nel rapporto a due, in considerazione anche del fatto che successivamente questa relazione potrebbe vedere allargato il suo piccolo gruppo con la nascita di uno o più figli. La presa di coscienza delle esperienze che in qualche modo ci hanno formato è il primo passo, successivamente, rivivere e rielaborare conformemente al nostro desiderio più profondo ed in modo “ordinario” al nostro sistema psicoemotivo, quegli stati che nel nostro vissuto precedente non sono risultati appaganti, ci offre l’opportunità di evitare di far affiorare nel rapporto di coppia, elementi di disturbo che possono farci attaccare, vincolare a determinati stimoli a cui siamo sottoposti nell’interazione con l’altro/a e dai quali non possiamo sottrarci ed ai quali rispondiamo con reazioni e azioni specifiche e spesso controproducenti per la salute della coppia stessa.
Sarebbe interessante aprire un dialogo con i lettori di questo blog per confrontarci in merito al rapporto di coppia.
Cordialmente
Massimo Catalucci
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Post n°27 pubblicato il 03 Settembre 2009 da counselor63
NOI EDUCATI... Provo a commentare, per quanto mi è possibile e secondo una mia personale visione, il concetto di educazione dei giovani. Credo che di modelli di insegnamento, educativi, ve ne siano molti e forse in qualche modo potrebbero essere tutti più o meno validi. Il problema secondo me da affrontare al di la del modello pedagogico da assumere e più evidente, è invece quello dell’educatore, spesso molto bravo da un punto di vista teorico, molto meno bravo da un punto di vista pratico ed esperienziale. In particolare nella scuola primaria, per sistema educativo, si tende principalmente se non quasi esclusivamente, con eccezione di alcuni insegnanti più attenti ai bisogni dei bambini, ad impartire le varie discipline didattiche: aritmetica, storia, lingua italiana e straniera, ecc., ecc.. Questo è sicuramente formativo da un punto di vista della conoscenza e della formazione culturale dell’individuo, ma diventa limitativo quando la base (bambino) per ricevere tali informazioni non è pronta per acquisirle, anche per la velocità di trovarsi da un ambiente familiare ad uno sociale più esteso e sicuramente più competitivo (altri bambini e adulti) ed impositivo (regole). Mi spiego meglio. Considero la scuola, quella delle prime classi, un luogo nel quale si dovrebbero formare i ragazzi alla partecipazione attiva della comunità, passando attraverso lo sviluppo della individuale personalità, secondo le caratteristiche di base dell’individuo stesso. Un luogo dove sarebbe più importante impegnare del tempo (parlo della fase iniziale) all’insegnamento ed all’utilizzo dei propri “filtri” naturali che ci permetteranno di formarci emotivamente nel rispetto di una personalità forte e propositiva, ma ancor di più farci apprezzare la scuola come luogo di libere opportunità e crescita individuale in un contesto piacevole anziché sofferente. Quando ci accingiamo a frequentare la prima classe elementare, ma forse ciò avviene già nella classe precedente, portiamo in una comunità formata da altri nostri coetanei, le nostre esperienze educative, dirette ed indirette e ricevute nei nostri primi anni di vita in un ambiente familiare (inteso come gruppo intimo – genitori, fratelli, nonni, zii). Improvvisamente siamo costretti a confrontarci con altri nostri simili e obbligati a ricevere informazioni che spesso utilizzano, quasi esclusivamente, salvo qualche eccezione individuale, un metodo educativo piatto e troppo lineare. Il bambino che arriva alla scuola è un vulcano di emotività, talvolta soppressa o libera, comunque non è ancora pronto alla razionalità, alle regole, alla competizione. Occorre secondo me introdurlo nel mondo delle regole, con strumenti che rispettino le sue attuali caratteristiche, evitando di forzarlo verso un atteggiamento troppo ordinato e lineare. Con questo non voglio dire che l’educazione e la formazione di un individuo non debba prevedere anche l’insegnamento delle regole comuni ed in particolare della razionalità, della logica. Ma prima di arrivare a questo, credo che sia necessario che un individuo possa passare dall’ambiente familiare, in cui ha assorbito nei primi anni l’impronta educativa dei suoi tutor (parenti), all’ambiente sociale più esteso, gradualmente, avendo così la possibilità di rielaborare eventuali esperienze emotive negative che potrebbero creare successivamente limitazioni allo stesso. Per essere più chiaro, vorrei indicare alcuni esempi in cui una persona cresce nei sui primi anni di vita. Esistono ragazzi che hanno ricevuto un’educazione fatta di particolari attenzioni, atteggiamenti iperprotettivi dei genitori e/o chi per loro – vedi “genitore mantello”, oppure fatte di troppe regole – vedi “genitore autoritario”, per non parlare di altre situazioni dove esiste l’assenteismo, fisico e/o affettivo dei suoi punti di riferimento primari, ovvero, l’atteggiamento del “genitore demolitore”, una posizione dell’adulto che demolisce nel vero senso della parola ogni eventuale possibilità di scelta del ragazzo. In questi anni e relativamente anche all’attività di direttore didattico di un centro di formazione professionale regionale (Lazio), ho avuto purtroppo la spiacevole esperienza di verificare che la scuola, al di la dell’età dei discenti, è considerata dai più, luogo di sofferenza e costrizione. Eppure la scuola dovrebbe essere quel luogo di “saperi” e “conoscenze”, dove, prima di attivare nell'individuo il potere dell’intelletto razionale, per conoscere ed approfondire le varie discipline che gli verranno insegnate (leggere, scrivere, contare), sarebbe importante, secondo me, sviluppare il suo intelletto emotivo con un accrescimento della sensibilità di cui ogni essere umano è già dotato dalla nascita, attivandolo all’ascolto attivo del mondo a se circostante, per mezzo dei suoi filtri naturali: 1) gli organi di senso; 2) la rappresentazione interiore del contesto che lo stesso individuo vive. Lavorando su questi aspetti principali, e qui potremmo discutere sul metodo da utilizzare per farlo al meglio, si proietta il giovane verso una maggiore visione del mondo, dandogli la possibilità di elaborare eventuali tensioni emotive che nella sua prima fase di vita, volutamente e/o involontariamente, potrebbero essersi create in famiglia. A tal proposito, voglio sottolineare anche che, esistono situazioni in cui il ragazzo ama la scuola e non la vede come luogo di sofferenza, ma bensì come valvola di sfogo intesa a volte anche come motivo di attenzione verso di sé da parte del genitore. Faccio un esempio. In quel ragazzo che accusa una carenza (fisica e/o emotiva) affettiva da parte in particolare del genitore che è un maggiore riferimento educativo/emotivo per lui, lo stesso può sviluppare l’esigenza di ricevere gratificazioni ed attenzioni (carezze ed apprezzamenti, fisici e non) proprio attraverso lo strumento scolastico, divenendo un alunno modello con ottimi profitti. Anche in questo ultimo caso però, vediamo come il ragazzo porti con sé le sofferenze di una relazione affettiva non conforme, relativamente alla qualità e quantità ricevute, al suo sistema psicoemotivo ordinario, lasciando così inadeguatamente appagate le proprie esigenze emotive che ritroviamo anche nella scala dei bisogni umani prodotta da Maslow. Credo quindi che l’intervento maggiore oggi, anziché farlo sui ragazzi, sia da fare sugli insegnanti e sulla scuola, i quali dovrebbero, in primo luogo abbandonare i concetti e preconcetti relativi alla struttura del sistema scolastico attuale, ed in secondo luogo, intraprendere un nuovo cammino educativo della propria emotività, di natura esperienziale. Sono convinto che in questo modo, da una parte, l’insegnante troverà nei ragazzi un terreno più fertile e pronto a ricevere le varie discipline scolastiche con più facilità, dall’altra parte troverà un ragazzo più propenso all’ascolto del suo insegnante, riconoscendolo, prima come educatore attento ai suoi bisogni emotivi e successivamente fonte di conoscenza. Questo in parte è ciò che il progetto “Giovani Solidali – Formazione In Valori dei Giovani” (di Ideas Europa), di cui ho già accennato in passato in questo blog, si prefigge di ottenere. Purtroppo, essendo un prodotto privato e di conseguenza non ancora recepito nel modo giusto dalla macchina istituzionale, rimane difficoltoso introdurlo nella scuola con continuità ed il larga scala. Anche in questo caso, laddove troviamo consensi da parte di presidi e/o direttori scolastici nell’introduzione di questo progetto, nelle scuole che rappresentano, ciò viene sempre fatto senza un’adeguata formazione. Non parlo della formazione teorico/pratica che viene già somministrata ai docenti che prendono parte al progetto su indicato e/o ad altri progetti in circolazione, ma a quella relativa all’aspetto esperienziale personale dell’insegnante/educatore. Mi spiego meglio. Se un docente vive ancora vincoli emotivi per i quali ha dovuto creare comportamenti compensatori, razionalmente potrebbe aver superato alcune situazioni, ma inconsciamente tali esperienze vissute continueranno ad avere un’influenza sui suoi comportamenti stessi. L’educatore, per come la vedo io, deve essere necessariamente una persona che conosce il nostro sistema psicoemotivo ed il suo funzionamento, avendolo in prima persona sperimentato. In conclusione, credo che di metodi educativi ve ne siano molti, ma pochissimi istruiscono gli educatori sul loro funzionamento psicofisico emotivo, sulle funzionalità del’inconscio e sull’importanza della creatività nell’applicazione di strumenti educativi e/o pedagogici. Massimo Catalucci
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Post n°26 pubblicato il 28 Agosto 2009 da counselor63
(SEGUE post 22) IPNOSI…..UN FENOMENO NATURALE? Rispondo alla domanda inviatemi da Pier Luigi Lando
http://www.pierluigilando.net/Ecologiapsicosociale/Eps.htm relativa al post 22 su indicato.
1) …si potrà considerare atto ipnotico quando nel training autogeno si propone al soggetto in rilassamento di concentrare l'attenzione su un punto, un'area, una figura geometrica, ecc.?
Per quanto mi riguarda, credo proprio che l’attenzione rivolta in uno specifico punto, sia essa una figura geometrica o quant’altro, induca ad uno stato ipnotico. Poi naturalmente potremmo parlare della profondità dello stato ipnotico. Dal semplice stato di trance leggera (onde alpha), dove il soggetto è presente (rilassamento vigile - conscio/inconscio), a stati di trance più profonda, dove il soggetto ipnotizzato non ricorda nulla consciamente (sonnolenza e primo stadio del sonno: onde theta; sonno profondo: onde delta). Credo altresì che, in base ai casi da trattare, sia valido utilizzare stati di trance diversa. Mi spiego meglio. Forse ci sono situazioni passate della persona, come ad esempio traumi derivati da violenze sessuali in giovane età, che richiedono un trattamento profondo della psiche del malcapitato, senza far affiorare alla sua coscienza l’esperienza negativa dallo stesso vissuta. In questo caso credo che una trance profonda possa essere utile. In situazioni invece quali ad esempio una fobia, quale la paura dell’altezza, salire in ascensore; oppure in altri blocchi emotivi quali ad esempio sostenere un esame scolastico, affrontare il proprio capo al lavoro e/o ancora il cambiamento di una cattiva abitudine e/o altre simili limitazioni; credo che uno stato di trance leggera con una frequenza delle onde cerebrali tra gli 8 e i 14 Hz. (onde Alpha) sia più indicata. Non escludo però la possibilità di utilizzare una trance leggera anche in situazioni quali traumi violenti su già riportati, in questo caso però è importante assicurarsi che l’inconscio della persona sia d’accordo (1) a far rivivere consciamente alla stessa il suo passato fortemente traumatico e debilitante.
(1)…l’inconscio della persona sia d’accordo……: Massimo Catalucci |
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Post n°22 pubblicato il 19 Agosto 2009 da counselor63
IPNOSI…..UN FENOMENO NATURALE?
Quando sentiamo pronunciare questa parola, ci troviamo a discutere con chi crede che la forza di volontà possa ostacolare le capacità comunicative di qualcuno, impedendogli di avere un’influenza significativa nei propri confronti; altre persone credono invece che i messaggi subliminali fatti ad arte possono condizionare chiunque, nessun escluso; altre persone ancora affermano di aver provato l’ipnosi e c’è anche chi sostiene di non averne mai provato gli effetti. La maggior parte però, in qualche modo, guarda con una certa distanza all’ipnosi. Forse perché se ne è sempre parlato come una risorsa affiancabile al plagio. Si pensa di solito all’ipnosi come un processo comunicativo indotto da qualcuno per avere il sopravvento su di noi. Si ha insomma un po’ paura. Eppure… e qui sta il bello, l’ipnosi, che potremmo chiamare anche stato alterato di coscienza, trance, comunicazione emotiva, sonno ad occhi aperti e chi più ne ha… più ne metta, è un fenomeno naturale che tutti abbiamo in qualche modo provato. Sarà sicuramente capitato anche a voi, almeno una volta, di trovarvi a camminare per strada a piedi o in macchina e rendervi conto solo dopo qualche metro (talvolta anche centinaia di metri), di aver percorso il tragitto senza che ve ne siate coscientemente resi conto. È come se avessimo inserito in quel momento il nostro pilota automatico interiore. Ad esempio in macchina, siamo in grado di manovrare il volante a destra o a sinistra, mettere le frecce direzionali, spingere la frizione e mettere le marce, frenare, accelerare, ascoltare la radio, vedere i segnali stradali, ecc.; ma ci potrebbe capitare di non far caso a tutte queste manovre e solo dopo che abbiamo percorso un bel po’ del nostro tragitto, ci rendiamo conto di aver guidato l’auto, di essere arrivati da qualche parte, mentre la nostra mente era assorta in altri pensieri che nulla avevano a che fare con l’attenzione conscia di guida di un’auto. Come chiamereste voi questo fenomeno? Sovrappensiero? Sbadataggine? Disattenzione? Incoscienza? Irresponsabilità? Potremmo chiamarla come meglio desideriamo, fatto sta che, questo stato emotivo nel quale abbiamo percorso un certo tragitto, ci ha fatto trovare, fisicamente e mentalmente, seduti nella nostra auto e contemporaneamente da qualche altra parte. Stavamo in sostanza vivendo due stati completamente veri ed anche se potremmo affermare che consciamente non ricordiamo nulla di quello che è accaduto, sia mentre eravamo alla guida, sia mentre ci eravamo proiettati mentalmente da qualche altra parte, ovvero avvertire la sensazione di essere totalmente presi dai nostri pensieri che l’attenzione conscia alla guida era in quegli attimi andata perduta, siamo stati in grado di crearci in automatico un bello stato ipnotico. Ecco perché, come già affermato da molti luminari in questa disciplina (vedi ad esempio: Milton Erickson, Richard Bandler), sostengo che l’ipnosi è uno stato naturale che tutti abbiamo in qualche modo provato. Quello da me riportato, quando siamo alla guida della nostra auto, è solo un esempio per dimostrare che tutti siamo passati più di una volta, attraverso uno stato ipnotico. Personalmente, considero lo stato ipnotico un momento di alta concentrazione, dove la nostra completa attenzione viene focalizzata in un determinato punto, lasciando che le funzioni vitali controllate dal nostro sistema nervoso continuino a funzionare, ma facendo in modo che il mondo esterno venga pian piano allontanato dalla nostra coscienza, dando spazio ad una nuova realtà del qui ed ora e che può anche essere qualcosa che ha a che fare con il nostro presente e/o passato e/o futuro. Quest’altro esempio potrebbe venirci in aiuto: quando siamo emotivamente coinvolti in una conversazione, pur trovandoci in un ambiente con molte persone che parlano (un party) e ci sentiamo attratti dall’argomento che stiamo affrontando e magari anche fisicamente dal nostro interlocutore, siamo in grado di focalizzare la nostra attenzione esclusivamente su quello che in quello specifico momento a noi interessa, escludendo la ricezione conscia di tutti gli altri suoni (voci, rumori), immagini (persone, contesti). È uno stato di “focus” sul nostro interesse del momento. Allora se l’ipnosi (oppure chiamatela come volete) è qualcosa che già naturalmente facciamo, perché la maggior parte ne ha paura? Sono convinto che i messaggi pubblicitari (Tv, radio, stampa) abbiano un forte impatto sulla nostra emotività, stimolando ad arte i nostri istinti, i nostri valori, i nostri desideri, portandoci ad acquistare qualsiasi prodotto. D’altra parte chi crea spot pubblicitari, sa quanto importante sia lasciare che il consumatore consideri la sua scelta libera, ma allo stesso tempo sa che è importante stimolarlo dal suo interno (istinti, valori, desideri) affinché inconsciamente lo stesso possa indirizzare il suo acquisto verso un prodotto piuttosto che un altro. Anche il rilassamento psicofisico è in qualche modo uno stato ipnotico. Molte persone riescono a raggiungere stati più o meno profondi di rilassamento psicofisico emotivo, grazie alla visualizzazione autoindotta di alcune immagini e la sovrapposizione di altre submodalità legate al nostro sistema sensoriale. Per concludere, non credo che esistano persone non ipnotizzabili, penso piuttosto che vi siano esseri umani facilmente o difficilmente ipnotizzabili. Considero altresì l’ipnosi come uno “strumento” utile per il superamento di alcuni disagi psicofisici emotivi accusati dagli esseri umani, ma anche, nella sua forma più leggera (rilassamento) uno strumento capace di dare maggiore serenità e tranquillità a chi ne fa uso. Rimane naturalmente la considerazione che l’ipnosi può essere imparata da chiunque e pertanto come tale può essere praticata su chiunque ad insaputa del ricevente, ecco perché scuole serie di ipnosi si assicurano che tali tecniche vengano insegnate a professionisti e dagli stessi utilizzate nel rispetto della professione che svolgono e della categoria che rappresentano.
Massimo Catalucci
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