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LETTERA di un EMIGRANTE NAPOLETANO
Maurizio Restivo ad "Atlantide" LA7
FOTTUTO TERRONE
L'ECCIDIO di BRONTE
I SAVOIA: La vera negazione
La vera negazione II parte
La vera negazione III parte
La vera negazione IV parte
Quando i pennivendoli di regime si scagliano in modo selvaggio contro i Borbone, non posso che prendere la penna e cercare di difendere il mio Sud, le mie tradizioni e la mia Storia, quella che mi è stata insegnata, fin dalla tenera età, quando nonno Antonino, vicino al focone, mi parlava dei briganti, che si riunivano sul monte Polveracchio, dei Borbone, che amavano le nostre zone e che cercavano di rendere la vita nel loro regno il più vivibile possibile.
Ricordo tutto questo con un senso di nostalgia e di tristezza, prima perché non c’è più il caro nonno, secondo perché sono passati tanti anni, terzo perché non si dice sempre la verità su avvenimenti che, finalmente, ai giorni nostri validissimi studiosi dell’"altra storia" stanno portando alla luce.
Aveva ragione il mio avo, quando sosteneva che, per utilità personale, molti non dicono realmente le cose come stanno. Dopo la parentesi predatoria napoleonica, con i Borbone si iniziò a schiudere non solo un periodo di pace, ma anche di prosperità. Si potenziò la rete stradale, infatti dalle 1505 miglia (1828) si passò alle 4587 (1855); si incrementò la marina a vapore, che, dopo quella inglese, era la seconda nel Mediterraneo; si creò la prima ferrovia d’Europa; si diede la possibilità di sviluppare le fabbriche del Meridione: quella dei damaschi a Catanzaro; di S. Leucio; delle officine di Mogiana, che venivano collegate allo Ionio con una ferrovia, che tranne il tracciato, non è più visibile.
Non sono da dimenticare le fabbriche di armi di Serra S. Bruno, le filande di Bagnara e tanti altri opifici sparsi in tutto il Sud e tutti funzionanti.
Chi perpretò lo scempio e la completa distruzione di tutto questo?
chi costrinse a chiudere i vari stabilimenti?
chi stroncò l’interessante esperimento produttivo di S. Leucio?
chi eliminò gli alti forni di Mogiana?
chi eliminò i binari della prima ferrovia industriale calabrese?
chi rubò i 500 milioni di ducati (più di quattromila miliardi di oggi) dalle casse Borboneche per portarli (allegramente) verso il Piemonte per pagare i debiti di guerra dei Savoiardi?
Non si può nascondere che il Sud, il nostro Sud, fu trattato solamente come terra di conquista, cioè una colonia da sfruttare. I Savoia, con l’avallo di deputati meridionali approfittatori e corrotti, imposero tasse assurde; fusero, solamente per il loro utile, i due debiti pubblici, quello del Sud (500 milioni di lire su 9 milioni di abitanti) e quello del Regno sabaudo (1 miliardo di lire su quattro milioni di abitanti).
Di tutto quello scritto sopra, il fatto più grave (dovrebbero tenerlo presente gli storici di regime) fu che per appropriarsi di tutto i Savoiardi diedero licenza di uccidere a Garibaldi e Bixio i partigiani di allora, dopo averli immelmati col nome di briganti.
E' da tenere presente che il brigantaggio era ignoto sotto i Borbone .
Non soddisfatti di aver dissanguato il Sud, i Savoiardi, unitamente agli inglesi Gladstone e Palmerston, ai "gentiluomini liberali lecca lecca" impiantarono una campagna diffamatoria, altrimenti non potevano giustificare l’aggressione, perché fu pura aggressione, checché ne dicono gli storici di regime.
Ora la verità storica sta venendo fuori, perché non si ha più l’obbligo di incensare i Savoia e finalmente si può gridare tutto lo sdegno contro chi continua a parlar male del Sud, dopo averlo assassinato, bruciato e saccheggiato dal 1860 in poi.
E si continuano a chiamare oppressori i Borbone, i quali, nel loro Regno, ospitarono, nel 1852, inviata da Napoleone III, una commissione per studiare da vicino le leggi che già vietavano la tortura giudiziaria, la censura sulla corrispondenza privata e la prigione per debiti.
I Borbone non oppressero nessuno, anche se, vergognosamente, si continua ad insegnarlo nelle scuole.
O paziente lettore giudica tu: -Sotto gli ultimi re Borbone fu eseguita una sola condanna a morte; la casa regnante perseguì (da sempre è stato dovere di ogni potere legittimo) tutti quelli che, confessi, cercavano di sovvertire le istituzioni dello Stato in modo non istituzionale.
I "sovversivi", invece, dagli Inglesi venivano ferocemente perseguitati sia in Irlanda che in India, dove venivano squartati legati alle bocche dei cannoni. Cosa dire, poi, delle stragi che Cialdini e Pinelli, "liberali" piemontesi, commisero in Lucania, in nome della "libertà" e con tutto questo vengono sempre giustificati e considerati eroi.
I Borbone si comportarono sempre da veri gentiluomini ed usarono sempre clemenza contro i cospiratori, infatti, il tanto bistrattato Francesco II, durante l’assedio di Gaeta, non solo dimostrò tutto il suo eroismo, ma poté orgogliosamente vantarsi, anche se circondato da cospiratori, di non aver fatto scorrere "una goccia di sangue", aggiungendo: -"Questi sono i miei torti. Preferisco i miei infortuni ai trionfi degli avversari". Possono dire la stessa cosa i Savoia? Chi legge il libro di Alianello, "La conquista del Sud", può scoprire tante cose che i libri di regime non dicono. Quando in un processo tenuto a Napoli, dove fu consentito al ministro britannico Tempe di sedere fra i giudici, fu condannato a morte Luigi Settembrini, Ferdinando III trasformò la condanna in ergastolo, poi ridotta a 6 anni, durante i quali non il condannato, ma il "professore" non solo tradusse Luciano, ma poté ricevere, nella sua cella, il direttore delle carceri con tutta la famiglia per mangiare insieme i pasticcini che gli "oppressori" Borbonici gli consentivano di ricevere quasi quotidianamente dalla trattoria di Monsù Arena.
I Savoia crearono, invece, "campi di concentramento" per poter eliminare, in fretta, i prigionieri dell’esercito Borbonico. Ma ai Savoia era permesso questo ed altro, perché erano…. . reali venuti dal Nord, per appropriarsi del Sud.
Sui Borbone calunnie, solamente calunnie, sempre calunnie…. . ; la calunnia è come un venticello…. .
Quello, però, che non posso perdonare ai calunniatori di regime è quando disprezzano e diffamano "l’esercito di Franceschiello", dove hanno combattuto i nostri Avi, che veramente credevano in quello che facevano e morirono per difendere la religione, la famiglia ed il re, contro i massoni venuti dal Nord. Francesco II è stato una vittima, perché tradito dai suoi generali, che si erano venduti al conquistatore savoiardo, ma non un vigliacco.
A questo proposito, togliendosi il cappello, sono da ricordare: il capitano Bozzelli ed i suoi uomini (200) , che si fecero massacrare sul Volturno, piuttosto che ripiegare; gli sfortunati difensori di Gaeta, che diedero prova di grande eroismo; gli eroici difensori di Civitella del Tronto e quelli della rocca di Messina.
E' da considerare vile la decisione del sanguinario Cialdini nel rifiutare la tregua per concordare l’armistizio ed anche dopo la firma continuò a far sparare sulla città, dove la regina Maria Sofia, rischiando la vita, portava soccorso alle vittime "di quell’infame sterminio, determinato dall’odio verso chi era colpevole solo di essersi difeso".
Gli storici di regime condannano i soldati del Sud, perché combatterono per i Borbone, ma quando lo fecero per i Savoia erano dei bravi combattenti.
Ipocriti!!! Ho sempre scritto che i Borbone avevano le loro colpe, non erano migliori, ma nemmeno peggiori degli altri monarchi, furono governanti del loro tempo, di un tempo in cui le monarchie erano quasi tutte assolute, ma la loro era più paternalistica che opportunistica e la libertà sarebbe venuta e certamente non quella voluta dai Savoiardi.
Cosa dire di Carlo Alberto e degli altri re che lo seguirono che ingannarono la maggior parte degli Italiani del Sud, promettendo libertà, ma di che cosa? forse di non opporsi ai Savoia.
Quella libertà promessa si trasformò in repressioni piemontesi dei partigiani del Sud. Con l’unità d’Italia, scrisse il De Villefranche, nei primi mesi del 1861, nonostante il falso e manipolato plebiscito del Pallavicini, i paesi insorti furono 1. 428, i fucilati 9. 860, i feriti 10. 604, le case incendiate 918, i comuni completamente rasi al suolo sei, 40donne e 60 bambini uccisi e 13. 629 cittadini arrestati per reati di opinione. Le vittime della resistenza ai Savoiardi, come scrive lo Smith, fu superiore a quelle di tutte le guerre del risorgimento messe insieme. E poi gli storici di regime, con una bella faccia tosta, parlano di repressione Borbonica!
Nel suo programma di Gaeta, Francesco II ecco cosa disse all’inizio della dominazione dei Piemontesi nel Mezzogiorno: -"Vedete la situazione che presenta il Paese. Le finanze sì fiorenti, sono completamente ruinate. Le prigioni son piene di sospetti, in luogo della libertà lo stato di assedio…. . e un generale straniero decreta le fucilazioni istantanee per tutti quelli dei miei sudditi che non si inchinano alla bandiera di Sardegna!…. . In luogo delle libere istituzioni che vi avevo date e che desideravo sviluppare, avete avuto la dittatura più sfrenata, e la legge marziale sostituisce ora la Costituzione!…. ".
Sotto il governo savoiardo ci furono le infamanti cannonate di Bava-Beccaris ed iniziò la grande emigrazione, cosa mai avvenuto sotto il governo dei Borbone, il cui Regno era più florido di quello dei Savoia, che succhiarono ricchezze dal Sud, accumulatesi con due secoli di buona amministrazione ed esportarono come moneta di cambio fame, miseria e fucilazioni "liberali" .
Tutte queste belle cose stanno venendo fuori per l’opera di studiosi dei Borbone e stanno evidenziando che la profonda decadenza del Sud è stata voluta dai governi dell’unità. Concludo il mio articolo, riportando alcuni passi di studiosi che hanno sostenuto l’unità d’Italia e non certamente il governo Borbonico.
Giustino Fortunato a Pasquale Villari (2-IX-1899) : -"L’unità d’Italia (…. . ) è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari alle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali (…. . ) ".
Gaetano Salvemini (1900) : -"Sull’unità d’Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata (…. . ) è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone (… ) ".
Giustino Fortunato a Benedetto Croce: -"Non disdico il mio "unitarismo". Ho modificato soltanto il mio giudizio sugli industriali del Nord. Sono dei porci più porci dei maggiori porci nostri. E la mia visione pessimistica è completa".
Giuseppe Garibaldi ad Adelaide Cairoli (1868) : -"Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili: Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio".
Antonio Gramsci (da "Ordine Nuovo" 1920) : -"Lo stato italiano (leggasi sabaudo) è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti".
Giacinto de'Sivo (da "Storia delle Due Sicilie") : -"La Patria nostra era il sorriso del Signore. /La Provvidenza/la faceva abbondante e prospera, /lieta e tranquilla, gaia e bella, /aveva leggi sapienti, morigerati costumi/e pienezza di vita, /aveva esercito, flotta, /strade, industrie, opifici, /templi e regge meravigliose, /aveva un sovrano nato napoletano/e dal cuore napoletano. /L’invidia, l’ateismo e l’ambizione/congiurarono insieme per abbatterla e spogliarla".
Caro lettore, mi rivolgo a te, consigliandoti di leggere, la Storia in modo obiettivo, per poter scorgere al di là delle deformazioni, la Verità, riscoprendo, così, la nostra storia, quella che ci fa onore e ci fa essere orgogliosi di essere meridionali.
Di Raffaele Rago
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Affari e politica è un tema di grande attualità nelle democrazie contemporanee. Anche il Risorgimento italiano ha una sua storia segreta di interessi economici, di pressioni lobbistiche e talvolta di tangenti che hanno caratterizzato le vicende dell’unificazione nazionale. Pochi sanno che in Sicilia, durante la fase cruciale della spedizione dei Mille, si è svolta una guerra sotto traccia tra potenti gruppi finanziari internazionali attorno al ghiotto appalto delle ferrovie del Mezzogiorno. Le ferrovie sono il grande affare del secolo XIX, simbolo del progresso tecnologico e del capitalismo industriale, snodo cruciale di forti investimenti e di speculazioni finanziarie, di scontri ed accordi tra imprese multinazionali che hanno finito per condizionare le scelte politiche degli Stati e dei governi, favorendo l’intreccio tra banche, industrie e classe politica.
Si cerca e si trova un compromesso politico, anche perché Cavour ha intanto riallacciato i rapporti con i Rothschild per "ripescare" il programma ferroviario dei Borboni. Del resto l’alta finanza internazionale non si fa scrupoli di sorta, gli affari si possono negoziare con Francesco II o con Vittorio Emanuele II, purchè vadano in porto. A differenza della Sinistra mazziniana e garibaldina, che in questo caso sembra difendere gli interessi della massoneria e del nascente capitalismo italiano, i liberalmoderati cavouriani esprimono piena continuità con i gruppi finanziari già sostenuti dai Borboni. Nell’archivio riservato di Carlo Cattaneo si conservano i documenti che ratificano l’accordo finale tra i gruppi rivali.
Mentre Garibaldi si è ritirato a Caprera e medita di riprendere la via militare per la liberazione di Roma. I manuali di storia, tuttavia, tacciono su queste vicende preferendo una più patinata e asettica celebrazione di un Risorgimento senza interessi e senza economia: un vuoto mito romantico che non serve a comprendere la formazione dello Stato unitario.
I governi della Destra, nel periodo 1861-1876, operarono delle scelte di politica economica che penalizzarono l’Italia meridionale.
Dopo il plebiscito del 20 ottobre e il fallimento dei primi tentativi legittimisti borbonici, nessun provvedimento viene adottato per rimuovere le cause che, già dal luglio, hanno provocato le prime agitazioni contadine. Il nuovo regime, per non inimicarsi la ricca borghesia provinciale, e i galantuomini che ad esso hanno aderito, non vogliono rendersi conto che all'origine del malcontento che si profila nelle campagne meridionali sono le condizioni di miseria in cui vivono i ceti subalterni, le delusioni seguite alla illusione che il nuovo regime avrebbe tolto finalmente le terre agli usurpatori e la ferocia con cui sono state represse le prime manifestazioni contadine. Convinti di poter dominare la situazione con la forza dell'esercito piemontese, i galantuomini meridionali non intendono cedere alle richieste dei paria. Lasciando immutate le preesistenti strutture economico-sociali, il potere centrale non affronta la questione demaniale e non vuole convincersi che le cause della rivolta contadina che minaccia seriamente il nuovo Stato unitario sono da ricercarsi nel non aver provveduto alla reintegra delle terre usurpate e nel ritardare la quotizzazione e rassegnazione delle terre demaniali ai contadini. Rinunziando ad una politica che, se contrastante con gli interessi della borghesia meridionale, avrebbe però soddisfatto quelli dei contadini, il governo mantiene nel Mezzogiorno d'Italia uno stato di agitazione che presto degenera in aperta ribellione. Contro i ribelli il governo adotta la maniera forte: si avvale dell'esercito regolare e ricorre ad una feroce e spietata repressione che acuisce i contrasti e rende inevitabile la degenerazione della rivolta contadina. Nessun uomo politico, liberale e conservatore, democratico o moderato, intuisce il movente che spinge alla rivolta i contadini meridionali, che pur avevano aderito nell'estate del 1860 al movimento insurrezionale nella illusione che Garibaldi avrebbe finalmente tolta la terra agli usurpatori e distribuite le terre demaniali agli aventi diritto. In un presunto sentimento di devozione all'antico sovrano la classe dirigente vuol trovare le cause che spingono i contadini alla rivolta. E nei ribelli ravvisa lo strumento inconsapevole di forze politiche che sfruttano la superstizione, l'ignoranza e lo stato di spaventosa miseria in cui versano i ceti subalterni per spingerli ad opporsi al nuovo regime assicurando loro che, al suo ritorno a Napoli, Francesco II avrebbe saputo ripagare chi aveva combattuto per la sua causa.
Passata la tornata dei plebisciti farsa, dopo pochi mesi, il 27 gennaio 1861, ci fu l'elezione politica indetta per eleggere il primo parlamento italiano ma stavolta solo pochissimi ebbero diritto al voto, bisognerà aspettare il 1919 per avere il suffragio universale maschile. Complessivamente in tutta Italia furono chiamati alle urne 419.846 elettori corrispondenti a meno del 9% di quelli potenziali: nasceva così l'Italia dei Notabili portando con sé un'ambiguità che avrebbe fortemente limitato il senso dello stato nei cittadini della neonata nazione italiana.
Il nuovo parlamento italiano fu inaugurato a Torino, nel Palazzo Carignano, l'8 febbraio 1861 quando ancora la bandiera delle Due Sicilie sventolava a Gaeta, Messina e Civitella del Tronto. Per molti parlamentari quella fu la prima volta che uscivano dai rispettivi stati preunitari. Era composto di 443 deputati eletti in collegi uninominali e 211 senatori di nomina regia, per far parte della Camera "erano sufficienti in media tre o quattrocento voti, ma c'erano anche coloro che, candidati in collegi con scarsa affluenza di votanti, riuscivano a diventare deputato del Regno con una cinquantina di voti. Una cosa era il numero degli eletti ed un'altra quella della loro presenza nelle aule del Parlamento: pochi erano quelli che si sentivano di lasciare le loro case per recarsi a Torino (l'articolo n.50 dello Statuto proibiva la corresponsione di indennità ai membri delle due Camere). Al senato erano di solito presenti alle sedute non più di sei o sette senatori. Non molto migliore la situazione della Camera dei deputati le sedute iniziavano tardi e duravano poco, al massimo qualche ora per deputati e senatori la redingote nera ed il cilindro erano quasi una divisa i discorsi erano di solito ampollosi, retorici, di scarsissimo contenuto politico, generalmente venivano letti e talvolta modificati prima di essere pubblicati nei resoconti stenografici. Emerge chiaramente da quei resoconti la inadeguatezza della classe politica del tempo a far fronte ai problemi di una monarchia parlamentare era un Parlamento in cui le beghe personali, gli odi e le passioni, la lotta di una fazione contro l'altra prevalevano normalmente su ogni altra questione.
Per quanto riguarda il Tesoro del nuovo regno d’Italia il contributo più alto lo pagò il Sud che, al momento della annessione, partecipò per i 2 / 3 alla sua costituzione (considerando anche il successivo apporto di Roma e Venezia). Il capitale circolante delle Due Sicilie corrispondeva a 22 miliardi di Euro attuali ed era più del doppio di quello di tutti gli altri stati della penisola messi insieme. Le monete erano in metallo nobile e la differenza tra il valore intrinseco e quello nominale era garantita in oro (la lira piemontese, invece, lo era solo in rapporto 3 a 1, cioè su tre lire circolanti, solo una era convertibile in oro). Riserva aurea, in milioni di lire, degli antichi Stati italiani al momento delle annessioni (Due Sicilie: 445,2 - Lombardia: 8,1 - Ducato di Modena: 0,4 - Parma e Piacenza: 1,2 - Roma (1870): 35,3 - Romagna, Marche e Umbria: 55,3 - Piemonte: 27 - Toscana: 85,2 - Venezia (1866): 12,7 - TOTALE: 640,7)
La gestione della finanza pubblica del novello Regno d’Italia, invece di farsi carico di programmi di sviluppo del nuovo Stato, rincorse illusori obiettivi di "pareggio del bilancio". Per ottenerlo si imposero nuovi tributi, ci si affrettò a svendere sottocosto i beni demaniali e quelli ecclesiastici (concentrati prevalentemente nel Sud), con colossali profitti per gli acquirenti e cattivi affari per lo Stato.
Si sostiene che fu la concorrenza dei prodotti del Nord ed esteri a mettere in ginocchio l'industria meridionale dopo l'Unità, tesi tuttavia poco credibile poiché l'industria settentrionale copriva a stento il fabbisogno del suo mercato. La concorrenza estera c'era sia al Nord sia al Sud, eppure il primo sopravvisse e si sviluppò, mentre il Sud perse terreno anche nei settori in cui, al momento dell'Unità, era alla pari o ad un livello più avanzato. La spiegazione va dunque ricercata in quel preciso disegno politico dei "vincitori", che prevedeva uno sviluppo accelerato del Nord, finanziato proprio dalle risorse rastrellate al Sud. Tale progetto fu costantemente perseguito, tanto che il triangolo Torino-Milano-Genova (più vicino ai mercati europei) divenne ben presto il polo industriale italiano.
Gli strumenti di questa politica furono: la fiscalità, il rastrellamento di capitali e del risparmio, la strozzatura del credito, gli investimenti pubblici preferenziali per il Nord e la diminuzione delle commesse alle imprese del Sud.
Per quanto riguarda l’assetto del sistema bancario, nei primi cinque anni dall'Unità si scatenò una lotta feroce tra il Banco di Napoli e la Banca Nazionale piemontese. Mentre al Sud proliferarono le Casse di Deposito del Nord, un quarto di quelle che saranno costituite in Italia in quegli anni, il Banco di Napoli doveva invece ottenere l'autorizzazione statale per aprire filiali nel settentrione d’Italia: fu evidente che lo scopo finale era di privilegiare gli interessi della borghesia del nord a scapito di quella meridionale.
I fiori all’occhiello dell’economia meridionale come Pietrarsa, che era la più grande industria metalmeccanica d’Italia, i cantieri navali, gli stabilimenti siderurgici come Mongiana o Ferdinandea, l’industria tessile e le cartiere caddero in rovina o furono immediatamente chiusi, contemporaneamente al Nord sorsero quasi dal nulla analoghi stabilimenti come l’Arsenale di La Spezia o colossi come l’Orlando. Pietrarsa, dopo vari passaggi di proprietà, nel 1885 venne addirittura declassata a officina di riparazione; nel 1900 ebbe un rapido declino fino ad essere chiusa definitivamente il 20 dicembre 1975 (attualmente è sede di un Museo ferroviario). Mongiana nel 1862 vide la produzione più che dimezzata, così come il numero dei suoi dipendenti; il 25 giugno 1874, in "ottemperanza" alla Legge 23 Giugno 1873, Mongiana venne chiusa e fabbriche, officine, forni di fusione, boschi, segherie, terreni, miniere, alloggi e caserme, tutto il complesso diventò la "casa di campagna" di Achille Fazzari, ex garibaldino, che l’acquistò per poco più di cinquecentomila lire. La costruzione della ferriera di Atina (al momento dell’Unità due altoforni erano già pronti, venne subito sospesa, mentre contemporaneamente si registrò un incremento di analoghi complessi nell'area ligure-piemontese (l'Ansaldo, che prima del 1860 contava soltanto 500 dipendenti, li raddoppiò in due anni). Paradigmatico, poi, è l’esempio della marina mercantile meridionale: prima dell’Unità era tra le più grandi del mondo, dopo il 1860 il governo di Torino preferì stanziare anticipi di capitale e sovvenzioni per le società di navigazioni genovesi, negandoli a quelle meridionali che furono così costrette a ridurre e sospendere le attività. "Il trentennio dal 1860 al 1890 segnò per l’armamento a vapore napoletano un periodo di decadenza e di stasi completa". Nel ventennio 1879-1898 le commesse alla cantieristica del Sud furono solo il 33% del totale nel settore pubblico e circa l’11% di quello privato.
Anche il settore tessile fu danneggiato dalla mancanza di commesse, dopo l’unità l’opificio di San Leucio venne chiuso per cinque anni e poi dato in appalto ad un piemontese, successivamente passò al Comune, poi in fitto ai privati e nel 1910 fu chiuso per sempre. Per quanto riguarda la fiorente industria della carta, lo Stato preferì acquistare il prodotto all’estero mandando sul lastrico migliaia di operai meridionali. Ricordiamo, per inciso, che in ogni caso l’industria italiana nei primi 90 anni postunitari rimase a livelli molto inferiori alla media europea: il Paese rimase sostanzialmente agricolo tanto che fino agli anni 50 del 1900 le maggiori entrate del bilancio dello Stato erano dovute alle esportazioni di agrumi meridionali e alle rimesse degli emigranti, anch’essi in gran parte del Sud. Ancora nel 1954 il 42,4% della popolazione attiva italiana era occupata nell’agricoltura contro il 31.6 % dell’industria”.
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MIRANO (VENEZIA) – Vive al Nord da sei anni, da due vi e' residente e ha un regolare contratto di lavoro. Ma le sue origini campane non gli hanno permesso di stipulare in Veneto un contratto di assicurazione per la sua auto. Succede a Mirano, grosso centro in provincia di Venezia, a una ventina di chilometri da Mestre, dove un'agenzia di assicurazioni rifiuterebbe i clienti di origine meridionale che non abbiano la residenza in Veneto da almeno sette anni. A denunciare la singolare politica assicurativa è stato un ragazzo, originario della Campania ma da tempo residente a Marcon, altro comune del Veneziano. Da qualche mese il giovane aveva deciso di cambiare polizza auto e contattato quindi alcune compagnie per ottenere alcuni preventivi. Con questo obiettivo, lunedì scorso, seguendo il consiglio di un collega, è andato insieme a due amici anche negli uffici della Itas in centro a Mirano. Ma una volta spiegato il suo interesse si è visto rifiutare il preventivo, proprio con questa motivazione: ci dispiace ma lei è nato in Campania, non la vogliamo come cliente.
''Ci spiace – si e' sentito rispondere un giovane di 26 anni dall'impiegata della filiale di Mirano di una assicurazione – lei e' meridionale. Non la possiamo assicurare''. A denunciare l'episodio ai Carabinieri, come riporta il Gazzettino, e' stato lo stesso ragazzo, ben deciso a non lasciar passare quella che ritiene ''una grande umiliazione''.
L'assicurazione ha motivato il rifiuto a fornire un preventivo con le troppe truffe subite da parte di persone che avrebbero agito da prestanome per automobilisti del Sud che volevano risparmiare sul costo della polizza.
''E' un senso di protezione che l'azienda ha deciso di adottare – ha spiegato l'impiegata al giovane – verso le persone che non conosce''. Poco convinto della spiegazione, il ragazzo si e' recato dai militari per denunciare la discriminazione. ''Al momento ho creduto a uno scherzo – ha commentato – quando mi sono reso conto che non era cosi' sono rimasto letteralmente di sasso''. «Ho guardato con grande imbarazzo i miei due amici, l'ho salutata gentilmente e me ne sono andato. Non mi sono mai sentito così umiliato e discriminato».
Per alcune compagnie di assicurazione esistono due Italie: l’Italia di seria A, quale il Nord, e un’altra di serie di B, rappresentata dal Sud. A denunciarlo è Federconsumatori, che segnala aumenti notevoli delle polizze stipulate nel meridione sulla base di un meccanismo che penalizza soprattutto gli automobilisti virtuosi.
Il Governo finora non ha fatto nulla contro le compagnie assicurative che continuano ad inviare disdette forzate agli utenti, prendendo di mira i contraenti virtuosi del Sud del paese, appartenenti alle prime classi di merito.
Per Giuseppe Sorrentino di Federconsumatori, si tratta di una «discriminazione nei confronti dei cittadini meridionali».
Si parte da aumenti esorbitanti per automobili senza alcun sinistro, con l’attestazione di rischio in prima classe per arrivare alle «disdette che non vengono nemmeno inviate: si tratta di comunicazioni dell’agente, rese al momento del rinnovo, quando l’utente si troverà dinanzi alla proposta di un nuovo contratto con un premio smisurato rispetto al precedente».
Spesso la comunicazione è inviata per posta ordinaria- continua Sorrentino- in violazione di una direttiva dell’ISVAP, per cui in questi casi la compagnia non può applicare aumenti».
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Caro Nord
come cittadino del Sud di questa Italia, dopo le ultime sparate dei tuoi rappresentanti politici leghisti sulle gabbie salariali, sulla presunta maggiore ignoranza degli studenti del Sud rispetto ai tuoi, sulla presunta superiorità dell’homo padanus (?), sui cori razzisti di Pontida contro i napoletani “sporchi”, sul Sud piagnone ed incapace, voglio ringraziarti.
Si, ti devo ringraziare perché ci hai sedotto per 150 anni con le sirene del mitico Nord bravo, onesto ed operoso dove tutto funziona, dove tutto è legale, dove non c’è mafia, camorra, ‘ndrangheta o sacra corona unita. Un Nord che ha perfino abbracciato il Sud per liberarlo dal “tiranno” Borbone e consegnargli libertà e prosperità che, purtroppo, per colpa (come si pensa nelle tue lande), di quella “genetica incapacità ed inferiorità”, le genti del Sud non hanno saputo mettere a frutto tanto che tu, scrigno di filantropia, da allora hai dovuto accollartene il peso.
E allora voglio dirti grazie perché finalmente ho scoperto quanto “bene” hai fatto al mio ingrato Sud .
Grazie Nord:
- perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud che prima dell’unità non ha mai avuto un’ identità di popolo,
ho scoperto che il Sud era nazione dal lontano 1130 e sia pure sotto diverse dinastie ha sempre mantenuto lo stesso territorio mentre tu sei stato sempre uno spezzatino di staterelli;
- perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud povero, straccione e “affricano”,
ho scoperto che il Regno delle Due Sicilie ha portato in dote all’Italia unita oltre 2/3 della ricchezza monetaria circolante in tutti gli Stati preunitari, che c’era il maggior numero di medici per abitante, il più basso tasso di mortalità infantile mentre da te si moriva di pellagra, che c’era una bassissima pressione fiscale mentre il tuo Piemonte indebitato all’inverosimile era sull’orlo della bancarotta;
- perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud incolto ed inefficiente,
ho scoperto che dopo l’annessione hai fatto chiudere le nostre scuole per 15 anni per poter cancellare la memoria e la cultura di un popolo di millenaria civiltà, che il S. Carlo di Napoli è stato il 1° teatro moderno costruito al mondo ed in soli 270 giorni, che a Napoli c’erano manifestazioni teatrali ogni giorno e nella tua Milano si faticava a trovarne;
- perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud oppresso nella libertà di voce ed opinione,
ho scoperto che oltre la metà di tutte le pubblicazioni fatte negli stati preunitari veniva dal Regno delle Due Sicilie e da Napoli in particolare;
- perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud represso dalla feroce tirannia borbonica,
ho scoperto che i re Borbone risparmiavano la vita dei dissidenti politici mentre i tuoi Savoia li mettevano alla forca; che hai appellato il nostro Re Ferdinando ll “re bomba” per aver appena accennato a bombardare la città di Messina per difendere il proprio regno ed hai chiamato “Re galantuomo” il tuo Savoia che ha bombardato Genova per annetterla al suo regno;
- perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud arretrato industrialmente,
ho scoperto che il Regno delle Due Sicilie aveva il maggior numero di operai nelle industrie, che nel 1856 ebbe il premio internazionale come 3° Paese al mondo per sviluppo industriale e che primeggiava in tantissimi settori, scientifici e tecnologici tra tutti gli stati preunitari e spesso anche a livello mondiale e che dopo il tuo arrivo le industrie al Sud sono state chiuse e da te sono aumentate;
- perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud con una legislazione arretrata ed una amministrazione lenta,
ho scoperto che la legislazione del Regno delle Due Sicilie era la più avanzata tra gli stati preunitari e per alcuni punti finanche più di quella francese e che lenta era l’amministrazione del tuo Piemonte catapultata a Sud e definita borbonica con un sistematico lavaggio del cervello per darne un significato negativo;
- perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud delinquente, senza princìpi e rispetto delle norme,
ho scoperto che nel Regno delle Due Sicilie c’era un minor numero di atti delinquenziali che nel tuo Nord, che hai invaso (alle dipendenze dell’Inghilterra) il nostro florido e pacifico regno col tuo nordico massone Garibaldi in accordo con i nordici Savoia senza dichiarare guerra, corrompendo a suon di moneta e promesse di incarichi, i maggiori generali dell’esercito borbonico e facendo accordi con l’allora rozza criminalità siciliana e campana assegnandole un ruolo importante nella storia ed un potere che oggi per tuo merito mortifica il tessuto economico, sociale e politico del Sud;
- perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud emigrante,
ho scoperto che prima dell’unità nel Regno delle Due Sicilie non esisteva emigrazione anzi era questa, terra di ospitalità e di immigrazione e che ad emigrare erano i tuoi cittadini veneti, piemontesi, ecc.;
- perché mentre dal 1860 mi racconti di aver ideato e unito i fratelli italiani in un solo Stato,
ho scoperto che il concetto di Italia unita è molto più vecchio, risale al 1734 e nasce a Bitonto (Sud) con la cacciata degli austriaci, che da “fratello” hai massacrato persone (infamate col nome di briganti) ree solo di difendere la propria patria e il proprio re dallo straniero, che hai perfino sciolto nella calce viva i corpi dei nostri soldati morti di stenti nel carcere di Fenestrelle per non essersi piegati al nuovo re usurpatore, che hai messo a ferro e fuoco interi paesi bruciando vivi anche vecchi, donne e bambini inermi, che hai stuprato le nostre donne, che ci hai ingannato con un plebiscito farsa, che hai distrutto la nostra industria;
- perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud rappresentato liberamente da propri politici,
ho scoperto che essi altro non sono che il più becero esempio di asservimento al tuo potere e per questo il Sud vero sarebbe ben lieto di disfarsene al più presto;
- perché mentre da anni mi racconti di una Roma ladrona,
ho scoperto che i tuoi imprenditori aprono fabbriche al Sud per prendersi aiuti economici e fiscali e quando questi rubinetti si chiudono sbaraccano tutto lasciando un mare di desolazione, che parli di federalismo fiscale ma vuoi tenere per te le tasse che le tue aziende devono pagare anche su prodotti e servizi venduti al Sud;
- perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud che non è mai esistito,
ho scoperto che questo Sud di oggi, ferito, oltraggiato, stuprato, deriso, umiliato, incendiato, mortificato, annullato, rapinato, furbo, mafioso, illegale, sporco, povero, arretrato, inefficiente, disaggregato, opportunista, parassita, disilluso, piagnone, emigrante e mandato a morire in guerre assurde, è solo figlio tuo, figlio di quel maledetto 1860.
Caro Nord,
questo Sud sta aprendo gli occhi, quegli occhi che tu hai voluto fossero chiusi da un mare di menzogne ed è pronto a ripudiarti. Questo Sud non è più disposto ad essere una colonia di questa Italia nordista. Non ci sono alternative, o si costruisce una vera Italia oppure non dovrai essere tu a volere l’indipendenza ma il Sud a chiederti di andartene per la tua strada e di lasciarci liberi ed io sono sicuro che il mio Sud, il Sud di tanta gente perbene a cui hai rubato anche la libertà di gridare il proprio dolore e il proprio sdegno, troverà le migliori energie per riprendere quel cammino glorioso che il tuo cinico ed avido egoismo ha interrotto.
di Giuseppe Quartucci
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In Campania si muore di cancro. Molto di più che in altre regioni d'Italia. Soprattutto a Napoli e Caserta, le due province dove si è registrato l'incremento più spaventoso dei tumori negli ultimi 20 anni. E non sono più sospetti o timori, adesso ci sono dei dati ufficiali. Sono quelli, davvero preoccupanti, resi noti dall'Istituto Pascale che ha firmato una ricerca, con fonte Istat, con il direttore scientifico dell'istituto Aldo Vecchione, il direttore della struttura di epidemiologia e prevenzione Maurizio Montella, e la dottoressa Anna Crispo.
Secondo la ricerca, in provincia di Napoli si è avuto un incremento dei tassi di mortalità del 47% tra gli uomini e del 40% per le donne. A Caserta i numeri "scendono", si fa per dire, al 28,4% per gli uomini e al 32,7% per le donne. Un aumento così grave da non poter essere imputabile alle solite cause fisiche. Come ammettono gli stessi ricercatori, per forza c'entra un dato ambientale. Questo anche perché le tipologie di tumore in aumento sono in netta controtendenza rispetto al resto d'Italia.
Ad esempio, per il colon-retto, in provincia di Napoli (negli uomini) si riscontra un tasso del 17.1 nel triennio che va dal 1988 al 1990 e del 31.3 nel periodo che va dal 2003 al 2008; mentre per le donne è del 16.3 e 23.3 negli stessi anni di riferimento; a Caserta i tassi sono del 19.3 e 30.9 per i maschi e del 16.4 e 23.8 per le donne. Questo significa che si contano 1.200 morti l'anno per il solo tumore del colon-retto tra Napoli e Caserta. E non va meglio per il tumore del polmone, nelle donne della provincia di Napoli si riscontra infatti un incremento superiore al 100 per cento e del 68 per cento a Caserta.
Negli anni Ottanta la mortalità per tumore era più alta al Nord. Ora però le percentuali sono cambiate tantissimo, perché al Nord la situazione si è stabilizzata, mentre al Sud è in continuo aumento. Come riporta il Corriere del Mezzogiorno, il direttore della struttura di Epidemiologia punta il dito contro "la disattenzione delle istituzioni sanitarie regionali". Le condizioni per lavorare non sono neppure delle migliori: "Io e i miei collaboratori abbiamo dovuto comprare delle stufe elettriche perché le nostre stanze non sono dotate di riscaldamento", dice ancora Montella.
Non si parla più di semplici sospetti ma di dati resi ufficiali dall'Istituto Pascale, evidenziati nella loro drammaticità in una ricerca (fonte Istat) a firma del direttore scientifico dell'istituto, Aldo Vecchione, del direttore della struttura di epidemiologia e prevenzione, Maurizio Montella, e della dottoressa Anna Crispo.
E la realtà emersa è talmente anomala da far ritenere che il problema sia legato anche a fattori ambientali, oltre che ad abitudini alimentari o a stili di vita a rischio.Si registra in più «un aumento drammatico per alcuni tumori, in netta controtendenza non solo con i dati italiani ma anche con i dati registrati nelle altre province della regione Campania». Dunque, l'eccesso di mortalità, si configura come un problema sociale e ambientale, oltre che sanitario. «I risultati di questo nostro studio sono inquietanti — spiega Maurizio Montella —. Impossibile non interrogarsi sulle cause anche ambientali che hanno determinato questo incremento. Se sino ad oggi ci siamo mossi nel campo dei sospetti oggi il dato è ufficiale e non può essere ignorato».
Proprio la ricerca riferisce che se « in Italia negli anni ‘80 la mortalità per tumore era più alta al Nord rispetto che al Sud, negli anni più recenti questo divario è fortemente diminuito a causa della stabilizzazione registrata al Nord e all'incremento del Sud». Sempre il direttore della struttura di Epidemiologia punta poi il dito contro «la disattenzione delle istituzioni sanitarie regionali. Personalmente — spiega — ho dovuto lottare, e non poco, per portare avanti questo lavoro. Qui nessuno mi ha messo nelle migliori condizioni per lavorare. E se il costo è altissimo in termini di vite umane, non va meglio dal punto di vista economico. «L'incremento dei casi che registriamo equivale ad un incremento dei costi — spiega Antonio Marfella, dirigente responsabile della farmaco-economia —. Questa situazione incide pesantemente sulle difficoltà della Sanità pubblica, specie in Campania, basti pensare che ogni caso di tumore del colon-retto costa, in termini di cure, 50 mila euro».
La tesi che lega l'aumento dell'incidenza dei casi di tumore all'inquinamento ambientale, che in realtà coinvolge anche altre aree dellaCampania, è avvalorata dalle confessioni del boss Gaetano Vassallo, legato al clan dei Casalesi, che avrebbe per vent'anni lavorato per sversare sistematicamente in Campania rifiuti tossici corrompendo politici e funzionari del commissariato di Governo. La maggior parte dei rifiuti arriva dal nord Italia, come anche affermato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel giugno del 2008: È assolutamente accertato anche in sede parlamentare [... che ci sono stati ...] sistematici trasferimenti di rifiuti tossici, altamente pericolosi da industrie del nord in territorio campano, con l’attiva cogestione da parte della camorra. »
IL TRIANGOLO DELLA MORTE
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Ogni occasione è buona per dire cazzate! Questa è la politica della Lega, ma la musica non cambia è sempre la stessa: i terroni, qualsiasi cosa accade in itaglia, in europa o nel mondo , sempre loro i terrun! Infatti “E hanno poca voglia di lavorare”. Testo e musica di Mario Borghezio: “Certi meridionali non hanno voglia di spalare, come di lavorare. In fondo la caduta della neve non è un fatto così epocale e comunque era stata ampiamente annunciata. Anche da parte di sindaci e amministratori questa situazione si sarebbe dovuta affrontare con maggior spirito di iniziativa”.
NON REAGISCONO! - L`europarlamentare della Lega Mario Borghezio si concede alle telecamere di KlausCondicio, il programma di Klaus Davi, per criticare la poca reattività dei popoli del Sud nel gestire l`ondata di maltempo. ”Riconosco – spiega – che i mezzi erano limitati ma, da Roma in già, le amministrazioni mancano di spirito di iniziativa, di tirarsi su le maniche con i mezzi che ci sono: manca proprio la volontà e la voglia di lavorare. Nei popoli del sud manca senso civico, dovrebbero venire a scuola a nord per impararne un po’”. POCA VOGLIA DI LAVORARE – “Basta lamentarsi. Pensiamo al cattivo esempio di Napoli: non ci vuole un grande sforzo per fare la raccolta differenziata o per pulire la neve sulle strade, basta aver voglia di farlo. Esistono due `Italie`, una che fa fronte alle emergenze, si rimbocca le maniche e lavora in tandem con le amministrazioni, l`altra con poca voglia di lavorare, che si rifiuta persino di spalare davanti alla propria casa. Siamo due cose diverse”. Infine per Borghezio un cittadino che non spala la neve davanti a casa è “un povero di senso civico, un cialtrone”.

Ma il festival delle cazzate non termina quì Roberto Marcato (Lega), da Padova: "Bisogna evadere di più", il vicepresidente della Provincia, tra gli ospiti di una trasmissione televisiva di una rete locale", ha affermato e ribadito più volte il suo invito a "evadere di più" al Nord per non avvantaggiare "una parte d'Italia che è una porcheria"! (Indovinate un pò). "Perché, riferendosi ai controlli della finanza a Cortina e in genere al Nord , non vanno nel quartiere Zen di Palermo dove non esiste nulla di legale e di legittimo? Perché, se vanno là, gli sparano in testa. Di fronte a questo, a uno Stato che paga le aziende dopo anni, secondo me evadiamo poco, qui al Nord dovremmo evadere di più".
E' chiaro che davanti a queste affermazioni non si può contestare nulla, ma si rende necessario un TSO cioè un trattamento sanitario obbligatorio a tempo indeterminato!!

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L'obiettivo di ridurre quanto più possibile la produzione di rifiuti indifferenziati, da smaltire nelle discariche o negli inceneritori, è un obbligo sancito dalla legge, ma è anche un preciso dovere civico.
Sebbene nel porta a porta i costi di raccolta sono più alti rispetto al modello stradale, quelli per lo smaltimento diminuiscono notevolmente, poiché il rifiuto indifferenziato si riduce. Di conseguenza ci saranno anche altri vantaggi: in primo luogo il miglioramento del decoro urbano e il risparmio energetico dovuto al riciclo dei materiali differenziati. Inoltre fin da subito sarà possibile individuare e sanzionare i comportamenti scorretti. In Campania vivono circa 5.800.000 persone che, secondo i dati ISPRA producono ogni anno poco meno di 500 kg di rifiuti procapite per un totale di oltre 2.700.000 tonnellate. Dopo 15 anni di commissariamenti con poteri speciali, la situazione non è migliorata di molto, ma lentamente la raccolta differenziata ha fatto qualche passo avanti. Stando ai dati ufficiali questa è arrivata al 41,42 % nella la Provincia di Salerno, al 36,04 % nella Provincia di Avellino, al 26,59 per quella di Benevento, al 18,06 per quella di Napoli e al 12,41 per quella di Caserta. In questo quadro risulta incomprensibile sia la scelta del Governo di puntare in modo così significativo agli impianti di incenerimento. A tale proposito basta analizzare la composizione merceologica dei rifiuti campani che varia anche significativamente a seconda delle zone della regione. Riferendosi sempre ai dati ufficiali, risulta che circa il 33% dei rifiuti è composto da materie organiche e vegetali (quello che comunemente si definisce come “umido”), circa 23% da carta, quasi il 6% da vetro, non meno dell’ 11% da plastiche, il 6% da tessili, circa il 2% da materiali legnosi, oltre il 3% da oggetti in metallo; rimane poi una frazione di composta da frammenti di tutti questi materiali che però sono in pezzatura così piccola da non poter essere identificati e recuperati. Già questi dati ci indicano come potenzialmente (al pari di altre Regioni e Provincie italiane) sia possibile immaginare attraverso la raccolta differenziata e il recupero dei materiali una drastica riduzione dei rifiuti da destinarsi a discarica o incenerimento. Quello che non viene detto abbastanza è che i cittadini che vengono messi nelle condizioni di farlo, effettuano una raccolta differenziata che raggiunge anche percentuali clamorose. E’ questo il caso di Napoli dove nei sette quartieri in cui è partita la raccolta differenziata “porta a porta” (Bagnoli, Ponticelli, Centro Direzionale, Chiaiano, Colli Aminei, San Giovanni a Teduccio, Rione Alto) questa ha raggiunto il 66,09%. I cittadini coinvolti nella raccolta sono circa 130 mila, un numero di abitanti pari a circa il 15% della popolazione partenopea, ma sostanzialmente analogo a quello della città di Salerno. Bagnoli con i suoi 19.236 abitanti è il quartiere più virtuoso della città con il 91,11% di raccolta differenziata (su 3.519 tonnellate di rifiuti prodotti da gennaio a settembre 2010 ben 3.206 non vanno in discarica). Seguono il Centro direzionale con l’84,25% per 2.349 abitanti, Chiaiano con 72,63% per 24.860 abitanti, i Colli Aminei con 68,43% per 21.961 abitanti, Ponticelli con 65,43% per 10.888 abitanti, Rione Alto con il 64,68% per un totale di 16.509 abitanti, San Giovanni a Teduccio con 50,15% di differenziata per 31.876 abitanti. Da quando è stata introdotta la raccolta “porta a porta” nella città di Napoli, la percentuale di raccolta differenziata è passata dal 14,45% al 18,90%. Nel 2000 il servizio era inesistente: solo l’ 1,32% su tutto il territorio cittadino. Dai dati si registra un trend costante nella raccolta differenziata. Va assolutamente sottolineato come la percentuale media della raccolta differenziata a Napoli viene condizionato positivamente dalle alte percentuali dei sette quartieri sopra citati; in assenza di questi la media cittadina sarebbe ancora bassissima al pari di quella di molti altri comuni della Provincia di Napoli. L’estensione dell’esperienza dei sette quartieri napoletani su scala metropolitana o regionale metterebbe sotto scacco la scelta degli inceneritori, almeno nei termini in cui è stata stabilita dal Governo. La quantità dei rifiuti da smaltire sarebbe infatti talmente ridotta da non rendere conveniente la scelta dell’incenerimento nei termini deliberati. Tra tutti gli errori fatti ci preme sottolinearne uno: la gestioni dei rifiuti non è solo una questione di smaltimeno. La prevenzione dei rifiuti, la raccolta differenziata, il recupero dei materiali, il pretrattamento sono elementi importanti della gestione, se tutto viene puntato sullo smaltimento si distorce l’approccio e si giunge a soluzioni comunque sbagliate poiché incentrate su impianti di dimensioni ben più grandi di quanto non servirebbe. Ed è su questi che si concentrano gli affari e con essi il non interesse a diminuire la quantità di rifiuti che dovrà poi finire in discarica o all’incenerimento. Se poi a Napoli e provincia i supermercati e i centri commerciali mettessero in funzione dei punti di raccolta differenziata del genere che viene illustrato nel video il problema della differenziata non esisterebbe più nel giro di pochi giorni la monnezza sarebbe contesa dai cittadini ridotti oramai alla fame da questo governo tecnico dei banchieri!
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A livello nazionale è 11,3 punti in più rispetto a quella ufficiale. Secondo un’analisi della CGIA di Mestre, la disoccupazione giovanile “reale” presente in Campania è al 51,1%, in Basilicata si attesta al 48,3% e nel Lazio raggiunge il 42,5%.
I dati elaborati dalla CGIA che ha individuato il tasso di disoccupazione corretto in ragione dell’incremento degli inattivi, ovvero dei soggetti che per effetto della crisi hanno deciso di non cercare più un lavoro. Nella fascia di età tra i 15 ed i 24 anni, ai disoccupati ufficiali sono stati sommati quelli che a causa della difficile situazione economica hanno deciso di non cercare più attivamente un posto di lavoro, detti sfiduciati. La sommatoria di queste due componenti, poi, è stata rapportata al numero di forze lavoro (disoccupati + occupati), più la variazione degli inattivi avvenuta dall’avvio della crisi al 2° semestre 2011. I dati, sottolineano dalla CGIA, sono riferiti al 2° trimestre 2011 ( ultimo dato disponibile a livello regionale).
“In pratica, il tasso di disoccupazione ufficiale a livello nazionale – commenta Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA di Mestre – è mediamente inferiore di 11,3 punti rispetto alla disoccupazione reale: questo dimostra che il problema dei senza lavoro tra gli under 24 costituisce una priorità che il Governo deve affrontare immediatamente. Tuttavia, ci sono anche delle situazioni regionali dove il quadro generale si capovolge. In Sicilia, in Sardegna, in Calabria ed in Umbria il tasso di disoccupazione, al netto degli scoraggiati, è superiore al tasso di disoccupazione reale da noi calcolato. Ciò vuol dire che in questi territori gli sfiduciati sono diminuiti perché sono tornati a cercare attivamente un lavoro o, nella migliore delle ipotesi, hanno trovato un’occupazione”.
TASSO DI DISOCCUPAZIONE GIOVANILE 15-24 anni – II trimestre 2011
| Tasso disoccupazione | Tasso reale di marginalità dal lavoro* | |
| Campania | 44,2% | 51,1% |
| Basilicata | 37,6% | 48,3% |
| Lazio | 31,3% | 42,5% |
| Sicilia | 42,6% | 41,2% |
| Lombardia | 18,5% | 40,3% |
| Sardegna | 40,5% | 39,7% |
| Calabria | 39,8% | 39,5% |
| Piemonte e Valle d’Aosta | 26,1% | 37,3% |
| Veneto | 17,1% | 37,2% |
| Toscana | 23,8% | 36,9% |
| Molise | 29,6% | 36,2% |
| Emilia Romagna | 18,1% | 35,0% |
| Marche | 11,4% | 34,7% |
| Puglia | 33,0% | 34,4% |
| Trentino Alto Adige | 11,6% | 30,9% |
| Friuli Venezia Giulia | 16,9% | 30,3% |
| Abruzzo | 24,5% | 29,7% |
| Liguria | 18,9% | 27,3% |
| Umbria | 16,5% | 15,4% |
| Italia | 27,4% | 38,7% |
*Tasso di disoccupazione corretto in ragione dell’incremento degli inattivi causato dalla crisi, verosimilmente i soggetti “sfiduciati”.
Elaborazione Ufficio Studi CGIA di Mestre su dati ISTAT-Rcfl
Ritorna nuovamente tristemente in auge il detto: "O brigante, o emigrante" per tutti i giovani del centro-sud, che non hanno nessuna alternativa!!
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Un'antica e inconsueta tradizione napoletana, una grande festa liturgica del popolo: il Sabato Privilegiato,una solennità religiosa ancor oggi molto sentita dai napoletani, una festa per così dire "mobile" che cade il primo sabato dopo il 30 dicembre sin dal 1826, anno in cui la Madonnina di Don Placido fu incoronata dal Capitolo Vaticano e dichiarata Protettrice di Napoli. Ma forse è il caso di raccontarne un po’ la storia, senzamolte per inquadrare l’argomento. Uno degli episodi più noti della Repubblica Napoletana del ‘99 è quello di Luisa Sanfelice e della congiura dei Baccher. La figura della Sanfelice ha colpito più volte la fantasia di famosi personaggi, da Alessandro Dumas a Gioacchino Toma e, ultimamente, i fratelli Taviani che ne hanno tratto uno sceneggiato televisivo piuttosto romanzato. Luisa de Molino Sanfelice fu uno dei miti della rivoluzione napoletana, ma in realtà è stata un’eroina solo per caso. Le fu infatti attribuito il merito di aver fatto scoprire la congiura dei Baccher - il che in buona sostanza è vero - ma fu solo… per amore e non per amor di patria.... La Rivoluzione napoletana fu voluta da un ristretto gruppo di intellettuali illuminati, nobilie borghesi e in realtà non fu mai veramente sentita dal popolo, i famigerati "lazzari", da sempre fedeli sudditi dei Re di Napoli, e la sua breve vita fu possibile solo grazie al sostegno delle truppe francesi. In questo contesto venne ordita, ad opera dei fratelli Baccher de Gasaro, una congiura controrivoluzionaria tesa a rovesciare la repubblica e a riportare sul trono i Borbone. Per sfuggire ai giacobini Ferdinando IV si era rifugiato a Palermo da dove aveva incaricato il Cardinale Fabrizio Ruffo di riconquistare la Capitale con l’aiuto delle popolazioni rimaste fedeli. Ma, grazie alla Sanfelice, la congiura fu scoperta e tutti i congiurati incarcerati, primi tra tutti i fratelli Baccher. Dopo un processo a dir poco sommario il 13 giugno del 1799, il giorno prima dell’ingresso del Ruffo a Napoli, furono fucilati in Castel Nuovo, Gennaro e Gerardo Baccher de Gasaro, entrambi ufficiali borbonici, mentre riuscirono a salvarsi altri due fratelli, Camillo e Placido. Quest’ultimo, di appena sedici anni, durante la permanenza in carcere fece voto alla Madonna di dedicarle tutta la vita qualora fosse riuscito a salvarsi dal boia. Promessa mantenuta: Placido nel 1806 divenne sacerdote secolare e ben presto rettore della chiesa del Gesù Vecchio in via Giovanni Paladino nel cuore della vecchia Napoli. Forse per la potenza della famiglia, ma soprattutto per la sua vita esemplare, don Placido divenne molto noto a Napoli, una vera e propria istituzione. La sua chiesa era frequentata da moltissimi aristocratici, popolani, borghesi, commercianti e spesso anche dalla corte. I sermoni del sacerdote erano "vangelo" ed in molti lo consideravano quasi un santo. Si parlava sempre più frequentemente della sua Madonnina e delle grazie che riusciva ad ottenere dalla stessa. Sicuramente oggettiva la testimonianza di Luigi Settembrini, noto miscredente ed ateo: "Dal pulpito don Placido arringava la folla che in deliriocollettivo urlava e piangeva allorquando il Cristo a cui don Placidosi rivolgeva annuiva muovendo la testa". Per Settembrini il Crocefisso era regolato da fili che venivano manovrati con grande abilità dal sacerdote; in realtà tale Cristo è ancor oggi custodito nella chiesa di Sant’Orsola a Chiaia e non presenta alcun segno di manomissione né, tantomeno, la presenza di fili o strani meccanismi interni. Vuoi per l’antica gratitudine, vuoi perché davvero meritorio, spesso Re Ferdinando II si recava con la Regina e con la corte nella basilica del Gesù Vecchio in visita al reverendo creando, sempre a detta del Settembrini, una situazione davvero imbarazzante: "l’incontro avveniva nel centro della Basilica, il re e don Placido si inchinavano reciprocamente incerti se dovesse prevalere la maestà o la santità". I rapporti con la Real casa erano tali che non di rado don Placido rimproverava anche i reali. Un esempio per tutti: la Regina Madre Maria Isabella fu biasimata pubblicamente per la sua condotta scandalosa; i seguaci di don Placido temevano le reazioni della corte, ma il giorno dopo l’accaduto la stessa regina si recò da don Placido per ottenere il perdono dei propri peccati. Devotissimo alla Madonna Immacolata, egli stesso con lo scultore Luigi Ingaldi costruì quell’effige che fu incoronata nel 1826 dal Capitolo Vaticano. Ed è proprio da quell’anno che, senza interruzioni, il primo sabato dopo il 30 dicembre è dedicato alla Madonnina di Don Placido, Protettrice di Napoli. Persino il pontefice Pio IX il 9 settembre 1849 si recò al Gesù Vecchio per venerare personalmente questa immagine nonché per conoscere don Placido e verificarne la santità. La tradizione del “sabato privilegiato” continua ancor oggi nonostante siano trascorsi quasi due secoli; sembra che il tempo si sia fermato e, nonostante la chiesa sia stata da sempre priva di campane, tutti accorrono numerosi, anzi numerosissimi, oggi come ieri, dall’alba al tramonto. Di generazione in generazione ci si tramanda questo culto ed è un continuo flusso di fedeli che si recano a venerare la Madonnina e la tomba di Don Placido. La folla quasi diventa calca soprattutto durante la santa Messa che viene celebrata ogni anno dal Cardinale Arcivescovo di Napoli. La figura didon Placido è ancor oggi molto amata dai Napoletani ed è anche all’attenzione del Vaticano ove è in corso una causa di beatificazione che, se si dovesse concludere positivament, contribuirà non poco a quel processo di rivalutazione della storia del Regno di Napoli e dei suoi protagonisti, spesso, a torto,volutamente ignorati o, peggio, deliberatamente denigrati. (La Congiura I Condannati) Il giorno prima dell’arrivo delle truppe di Ruffo furono condannati a morte (quando ormai era illegittimo e inutile) i responsabili della congiura dei Baccher. Furono fucilati Gerardo Baccher (30 anni,tenente di cavalleria), Gennaro Baccher (32 anni, ufficiale della Real Contatoria di Marina), Ferdinando La Rossa (30 anni, Ufficiale del Banco di Sant’Eligio), Giovanni La Rossa (26 anni, impiegato in Sant’Eligio) e Natale D’Angelo (46 anni), con un “supplizio crudele perché nelle ultime ore del governo, senza utilità disicurezza ed esempio”, come ammise lo stesso Colletta (1). “Furono giustiziati con barbara maniera perché loro si diedero poche ore di cappella e furono menati due tre volte nel luogo dove volevasi eseguire la sentenza” che poi si eseguì “come in segreto sotto un arco di scala” dal lato della cappella di Santa Barbara all’interno del cortile del Maschio Angioino (2): la lapide sepolcrale dei Baccher e degli altri martiri dei giacobini, che era presso la stessa cappella, in seguito “fu cancellata da mano ingiusta”. Gli atti di morte furono pubblicati sul libro deidefunti XV ed ultimo della Parrocchia Palatina di Santa Barbara nellaquale i condannati furono sepolti (3). Nelle ore successive furono fucilate anche altre “undici persone della minuta plebe” e ci sarebbe stata una carneficina se ci fosse stato più tempo (4). Una sorella dei Baccher, Angela Rosa, scrisse al medico napoletano Domenico Cotugno chiedendogli dei farmaci per il suo parto “difficile e pericoloso” seguito alla fucilazione dei fratelli: “si era decretato di far morire nella notte il mio caro padre, li restanti fratelli con tutti li compagni carcerati ed sterminare ancora tutte e due le nostre intiere desolate famiglie fino alli gatti…” (5). Il vecchio don Vincenzo Baccher, all’arrivo dei francesi nel 1806 fu ancora perseguitato e mandato in esilio presso il forte di San Carlo a Finestrelle da dove ritornò solo dopo il rientro di Ferdinando a Napoli nel 1815 (6).
1) Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli, ed. Napoli, 1970, vol.II, p. 84.
2) MarioBattaglini, Atti, leggi e proclami ed altre carte della repubblicanapoletana, Napoli, 1983, p. 399 (viene riportato un articolo delMonitore)
3) Ludovico De La VilleSur-Yllon, La chiesa di Santa Barbara in Castelnuovo, in “Napolinobilissima”, II, 1893, pp. 119, 173.
4) Domenico Ambrasi, Don Placido Baccher, Napoli, 1979, p. 37 (l’Ambrasiriporta un’affermazione del Marinelli).
5) Domenico Cotugno, Lettere e scritti autografi, Sezione Manoscrittidella Biblioteca Nazionale di Napoli, fondo San Martino, n.122.
6) D. Ambrasi cit., p. 35.
diEugenio Donadoni
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Oggi, nella Giornata della Memoria, dobbiamo ricordare i milioni di ebrei innocenti morti solo perchè qualcuno li aveva etichettato come "diversi" o perchè appartenenti ad una diversa razza (http://www.olokaustos.org/archivio/documenti/italia/380805-manifesto.htm ). Famosa è la frase di Albert Einstein che disse di appartenere all'unica razza che conosceva: quella umana! Questo triste giorno deve accendere in noi la speranza che nessun genocidio, possa mai avvenire! E siccome l’odio, l’ignoranza e l’intolleranza non si sono mai spenti, bisogna trovare il coraggio di dire basta a questi orrori, perchè il reato più grave di tutti gli olocausti commessi dall'uomo e di quelli che ancora non sono stati commessi è il SILENZIO!! Ancora oggi si NEGA! Molti negazionisti dicono che nonsia mai esistita la volontà da parte dei nazisti di sterminare gli ebrei, ma di rinchiuderli in campi di concentramento; che non siano mai esistite camere a gas per uccidere gli ebrei; che il numero degli ebrei morti durante la Seconda Guerra Mondiale sia inferiore a quanto si ritiene; che la narrazione della Shoah sia un utile artificio pensato per giustificare la costituzione dello Stato di Israele nel dopoguerra, e giustificare i crimini commessi dagli eserciti e governi alleati durante la seconda guerra mondiale. Ma dal protocollo di Wannsee del 20 gennaio 1942 leggiamo: "Nel corso della soluzione finale gli ebrei saranno instradati, sotto appropriata sorveglianza, verso l'Est, al fine di utilizzare illoro lavoro. Saranno separati in base al sesso. Quelli in grado dilavorare saranno condotti in grosse colonne nelle regioni digrandi lavori per costruire strade, e senza dubbio un grandenumero morirà per selezione naturale. Coloro che resteranno, checerto saranno gli elementi più forti, dovranno essere trattati diconseguenza, perché rappresentano una selezione naturale, la cuiliberazione dovrà essere considerata come la cellula germinale diun nuovo sviluppo ebraico».
Ma anche noi italiani abbiamo da vergognarci e non solo per il famoso manifesto dellarazza del 1938, ma anche perchè molti anni prima abbiamo![]()
inventato i campi di concentramento per i poveri soldati dell'ex Regno delle Due Sicilie con l'intento che ne morissero il più possibile perevitare che qualcuno di essi imbracciasse la causa del leggittimo brigantaggio! (Vi invito a leggere il libro “Italiani Brava Gente” di L. Del Boca). Bisogna una volta e per sempre dire la Verità per la riabilitazione umana, politica e morale di tutte le vittimemeridionali di quella guerra di occupazione. Per una giornata dellamemoria in nome di tutti i caduti. Per tutti i ribelli che siopposero alla invasione savoiarda, tristemente presaghi che l’unitàd’Italia avrebbe segnato l’esordio della “questionemeridionale” portando benessere e ricchezza solo a quella “Padania” che oggi, immemore e ingrata, vuole disfarsi dell’ingombrante fardello della Terronia, uccidendo così, per la seconda volta, le vittime immolate sull’altare del “Grande Piemonte Allargato”, che fu chiamato Italia. Preghiamo quindi per tutte le vittime di tutti gli olocausti ed anche peri difensori della Patria delle Due Sicilie caduti sul Volturno, a Gaeta, a Messina, a Civitella del Tronto. Per i soldati napoletani deportati a Fenestrelle e nelle altre prigioni e campi di raccolta. Di loro non c’è memoria. Per loro, spesso, non c’è stata una tomba. Per le vittime di una guerra di conquista, classificati come briganti, fucilati a centinaia di migliaia, costretti ad emigrare a milioni e morti in tutti gli stati del mondo senza più rivedere il paese natio. Ma preghiamo anche per tutti i generosi volontari che si sono opposticon le loro azioni a salvare vite umane, così come per quelliaccorsi da tutta Europa per difendere il Papa e Francesco II. Manteniamo viva la memoria dei popoli che hanno subito ingiustizie evessazioni perchè il tempo non deve cancellare le verità che sicercano di nascondere e quindi diffondiamo principi idee e valori diquesti popoli.
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Antonio Simon Mossa, architetto, politico, giornalista (sul periodico "Sassari Sera" di Pino Careddu negli anni '60), poeta e scrittore. Una personalità senza paragoni nella
storia sarda, tanto che Giovanni Lilliu si spinse ad affermare che ci vorranno altri 5mila anni prima che nel mondo nasca un intellettuale come Simon Mossa. Eppure il ricordo del grande architetto, che fece parte del pool che progettò la Costa Smeralda e che disegnò importanti edifici nel nord dell’Isola (alberghi ad Alghero, come il Carlos V o il Punta Negra, e altre strutture come l’aerostazione dell’aeroporto di Fertilia), corre il rischio di affievolirsi. Certo, ci sono gli allievi, come Giampiero “Zampa” Marras, che di Simon Mossa è diventato il biografo ufficiale e che non si stanca mai di ricordare come prima caratteristica la grande cultura dell’architetto sardo, nato a Padova nel 1916 e scomparso a Sassari il 14 luglio 1971. Parlava ben 15 lingue, «anzi, 18», ha precisato “Zampa”. Il 25 agosto del 1960 Antonio Simon Mossa vide inoltre realizzarsi un evento che aveva promosso con tutte le sue forze, il “Retrobament” tra i catalani e gli algheresi. Il grande architetto sardo è stato anche consigliere comunale a Porto Torres dal 1966 fino alla morte cinque anni più tardi. Eletto con il Psd’Az, era un nazionalista sardo. Ma il suo non era un pensiero chiuso alla realtà isolana. Era al contrario molto aperto verso l’Europa, un precursore, come ricorda ancora “Zampa”: «Era molto pragmatico e non chiedeva l’indipendenza e basta. L’obiettivo era la difesa dell’identità sarda. Per questo aveva costruito una fitta rete di rapporti con gli altri popoli senza stato in Europa. Si batteva per il federalismo delle etnie e non degli stati. Ed era anche combattivo. Riusciva ad organizzare manifestazioni in Catalogna contro il governo spagnolo addirittura sotto la dittatura di Francisco Franco». «Simon Mossa, su babbu de sa natzione sarda». (Bustianu Compostu, coordinatore di Sardigna Natzione Indipendentzia).
| « Fare a meno dell’Italia diviene oggi per noi una necessità, in assoluto. Non vi sono altre strade da percorrere. Noi vogliamo conquistare l’indipendenza per integrarci, non per separarci, nel mondo moderno. E la scelta non può essere che nostra, autonoma, cosciente, decisiva. » Capisaldi di tale movimento è di matrice identitaria in quanto risiede, secondo gli aderenti, nella coscienza di appartenere ad una realtà umana e territoriale con specificità storiche e culturali proprie, diverse da quella italiana; questa corrente politica si basa anche sul principio secondo cui i sardi non otterranno mai la piena sovranità sulla loro stessa terra continuando a far parte del sistema statale italiano, e si mostra critica verso la politica autonomista finora attuata che non garantirebbe ai cittadini i loro interessi. Denuncia inoltre situazioni quali, ad esempio, quella delle servitù militari presenti in oltre 35.000 ettari del territorio sardo, quella sulla vertenza entrate, quella sulla rappresentanza nel parlamento europeo, essendo la Sardegna accorpata alla Sicilia nella circoscrizione "isole", ed il processo di espropriazione culturale che sarebbe avvenuto celando la storia dell'isola e portando alla progressiva estinzione linguistica il sardo, decretando così la morte stessa del concetto di nazione sarda. Murales a Orgosolo. La scritta in sardo dice "Popoli, questa è l'ora d'estirpare gli abusi, a terra le ingiustizie, a terra il dispotismo" ed è tratta da un verso dell'inno sardo composto da Francesco Ignazio Mannu. |
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Il pizzo del Sud paga lo sviluppo del Nord. Più pizzo, più PIL. E poi dicono che il Sud non serve al Nord e che il crimine non rende.
"Oltre 135 miliardi di euro di fatturato delle mafie, un utile di 78 miliardi al netto degli investimenti e degli accantonamenti e un ramo commerciale che genera un volume d’affari che supera i 100 miliardi di euro, una cifra pari al 7% del PIL. Nel Meridione troviamo il braccio armato della mafia con coppola e lupara che estorce il pizzo mentre al Nord troviamo il centro politico economico del riciclo dei colletti bianchi della mafia. Nessuna differenza fra Nord e Sud se non nelle mansioni. Il 47% delle segnalazioni di sospetto riciclaggio del 2010 riguarda operazioni finanziarie provenienti dalle otto regioni del Nord Italia. Il dato è stato elaborato dall'Unità di informazione finanziaria (UIF) della Banca d'Italia ed è stato diffuso venerdì 7 ottobre a Torino dall'Associazione Libera all'apertura del convegno sulle infiltrazioni mafiose nel Nord."
Ci si chiede sempre più spesso perché chi detiene attività commerciali non si ribella a questa ingiusta tassa, rivolgendosi alle autorità o chiedendo aiuto allo stato. Ebbene, pagare il pizzo è l’unico modo che gli imprenditori hanno di assicurarsi una vita lontana dai problemi che nascono dalla sistematica opposizione alla mafia; si sente spesso dire anche che le autorità sono impotenti dinanzi ai meccanismi striscianti delle cosche mafiose, e che denunciare le minacce della mafia ha come unico risultato quello di inasprire le violenze subite. È vero che la mafia ha tolto la vita a numerose persone che si sono opposte al pizzo (impossibile non ricordare Libero Grassi), ma questa non è altro che la reazione che la mafia auspica di ottenere dalla società in cui si infiltra.
Per fortuna, le cose stanno lentamente cambiando. Giovani coraggiosi come Chiara Caprì e il Comitato Addiopizzo, di cui è socia fondatrice, hanno avviato dal 2004 una serie di campagne di sensibilizzazione per sradicare il pizzo dal tessuto economico-sociale di Palermo e della Sicilia in generale. La loro attività riscuote tantissimo successo, avendo persino spinto numerosi commercianti a fregiare le loro aziende del titolo “Pizzo-free”, infondendo quindi coraggio e orgoglio laddove prima regnavano paura e sottomissione: sul sito dell’associazione si legge lo slogan “Denunciate gli estorsori: non siete più soli”.
Ciò che forse in pochi notano è la tendenza a circoscrivere il fenomeno del racket alle regioni del Sud Italia, quando invece la mafia è presente, attraverso diverse forme, anche al centro e al nord della penisola: di questo ne sono testimonianza le violenze accadute a Roma nel luglio 2011, in zona Prati, e le relazioni del presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Pisanu, secondo cui la mafia si infiltra nel tessuto economico e sociale di diverse regioni del nord e del centro, servendosi di bar e ristoranti.
Anche nella dimensione ristretta del quartiere in cui sono cresciuta, nella periferia sud-est di Roma, capita spesso di sentir parlare di negozi, bar, ristoranti che per sopravvivere pagano il pizzo ai “signorotti” di zona, che esercitano così il loro potere, né più né meno di come accade in Sicilia. La forza della mafia e della criminalità organizzata risiede anche nell’agire subdolamente, sotto gli occhi di tutti ma senza farsi vedere, o facendo affidamento sul silenzio della società. Per questo motivo, è importante essere informati e consapevoli di quanto accade intorno a noi; è importante avere il coraggio di cambiare il marcio della società partendo dall’individuo, tenendo sempre a mente che “un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”.
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"Una rivoluzione in Italia, se ci sarà mai, partirà dal Sud. Se nelle regioni settentrionali la crisi porterà una diminuzione del livello di vita e sacche di povertà, il Sud è condannato alla miseria e all'emigrazione. Il movimento dei Forconi non nasce dal nulla, ma dalla consapevolezza del fallimento dello Stato e dal rifiuto di fare la fine della Grecia dove i bambini vengono abbandonati a scuola dai genitori perché non riescono a sfamarli. Pino Aprile, studioso dei movimenti meridionali e autore di "Terroni" ci spiega le origini del movimento dei Forconi e del possibile incendio italiano.
Per esempio il “ciliegino” che viene prodotto con tremila garanzie in Sicilia, sul mercato lo si trova allo stesso prezzo del ciliegino che viene dall’Egitto, dove una giornata di lavoro di un contadino costa due Euro. E’ chiaro che in queste condizioni i produttori sono spacciati, perché i ricavi non coprono i costi, così hanno accumulato molti debiti, soprattutto con l’Inps e l’Inps, lo Stato, invece di analizzare il problema e risolverlo insieme ai produttori, si presenta con il conto da pagare. I produttori non hanno i soldi per pagare, l’Inps si è venduto il credito a delle agenzie, se lo è venduto a circa il 10% del valore, per cui gli stessi produttori, i debitori dicevano: “Se ci chiedevi il 10%, forse avremo trovato il modo di pagare anche noi”. I nuovi creditori a quel punto mettono in mora le aziende che vanno all’asta e vengono svendute al maggior offerente, mi raccontavano che in tre anni su 200 mila aziende in Sicilia, 50 mila sono finite in queste condizioni, ci si vuole meravigliare se poi la rabbia esplode? Raccogliendo poi intorno a sé i sentimenti di tutti i tipi, non posso fare un’enciclopedia, ma provo a raccontarne alcuni diversissimi tra di loro, c’è molto malumore nella scuola e soprattutto nella scuola del sud, non fa notizia che l’allora, purtroppo infausto ministro alla Pubblica Istruzione Gelmini, abbia sottratto circa mezzo miliardo di Euro destinato alle scuole cadenti del Sud per distribuirlo in tutta Italiae, se ciò non bastasse, oltre alle affermazioni della Gelmini sugli studenti e insegnanti del Sud. Secondo lei gli insegnanti del Sud avrebbero tutti bisogno di corsi di recupero, quindi non se ne salva uno, detto da chi si è laureata con tre anni di fuori corso è una bella garanzia! Ma per esempio il Ministero da lei diretto emise un editto, le indicazioni per il programma di studi di letteratura italiana per i licei, come deve essere insegnata la letteratura del 900, in questo documento si fa un elenco di nomi di autori, poeti, scrittori italiani. Bene! Non ce ne è uno che sia meridionale, vorrebbe dire che secondo il Ministero della pubblica istruzione in tutto il 900, un secolo fertilissimo, non c’è stato un solo poeta, un solo scrittore meridionale che meriti di essere indicato agli studenti italiani, non basta neanche avere vinto il premio Nobel come Quasimodo, sono follie! Provate a immaginare il contrario che un Ministro, purtroppo sembra un discorso razzista ma lo devo fare perché devo soltanto rivoltare la situazione per farla capire meglio, che un Ministro alla Pubblica Istruzione di Palermo, siciliano nell’indicare come va insegnata ai liceali la letteratura del 900, avesse cancellato dalla lista tutti gli autori settentrionali, via Saba, via Ungaretti, via Pasolini, una follia! La cosa più seria da fare sarebbe stato chiamare gli infermieri e dire: “Andatevi a prendere il ministro e portatelo dove sta più tranquillo!”.
Cambiando completamente argomento, a Messina mi dicono che ci sarebbero ancora in corso dei contenziosi giudiziari per le proprietà estorte ai sopravvissuti nel terremoto del 1908, questo è un paese stranissimo! A quel punto ho voluto capire che diavolo fosse successo dopo il terremoto a Messina. I messinesi lo sanno, ne parlano poco ma dentro, come direbbero a Bolzano gli rode perché? 1908 terremoto, la città è distrutta, 2/3 della popolazione morti, il primo provvedimento che prende il Governo italiano qual è? Proporre, è stato messo ai voti al Parlamento italiano, guardate che non sto scherzando, di bombardare la città e c’erano i sopravvissuti sotto le macerie e cancellare del tutto e per sempre Messina, dividendone la provincia da Palermo e Catania, Giolitti che contava di candidarsi a Messina fa fallire il progetto e la proposta fortunatamente viene bocciata, arrivano a Messina 10 mila bersaglieri con l’ordine di fucilare gli sciacalli e i presunti sciacalli, e cominciano a fucilare i superstiti.
Mentre quelli che dovrebbero garantire l’ordine, quei militari, ottengono che si faccia un ufficio postale sul molo riservato solo a loro, non ai superstiti, non potevano i superstiti farsi mandare una coperta dallo zio che sta a Firenze, mentre i militari soltanto potevano usare quell’ufficio postale per spedire da 80 a 100 pacchi al giorno ai loro familiari. Gioielli, denaro sottratti ai morti e ai superstiti, ci sono documenti su questa razzia che fanno venire i brividi, tutto questo mano a mano con il cumulare dei risentimenti, le offese della Lega, i napoletani “topi da derattizzare”, i romani “porci”, i meridionali “merdacce mediterranee” viene riscavato e tutti questi malumori stanno venendo alla luce e si sommano, per cui parte la protesta degli agricoltori e degli allevatori e il cerino, tutta quell’altra paglia ha acceso un fuoco, divampa, questo sta succedendo al Sud, il Sud non viene ascoltato, ha cercato di farsi capire, di farsi ascoltare in tremila modi, non c’è verso! Quando i produttori di formaggio in Italia entrano in crisi, il governo con i soldi destinati al Sud salva i produttori di parmigiano e non avendo più quei soldi disponibili per i produttori di pecorino sardi, perché li ha consumati dove non doveva spenderli, va a far randellare i produttori sardi di pecorino, a sfasciare le teste dei sardi e questa differenza la trovi dappertutto.
Si sbloccano i nuovi fondi del Cipe, si vara una nuova e inutilissima linea di alta velocità tra Genova e Milano e contemporaneamente si cancellano tutti i treni di collegamenti diretti sud-nord. Oggi, nel 2012, in Italia si viaggia dal Sud più lentamente che nel 1900 e ci sono 1.000 chilometri di ferrovie in meno rispetto a circa 70 anni fa, ne vogliamo discutere serenamente? Perché altrimenti cosa succede? Succede che come continuo a sentirmi dire che scrivendo questi libri si suscitano queste cose, ma quando mai? Un libro è un dito, indica la luna, non guardate il dito. Sono nato di febbraio, papà non faceva il falegname, sono soltanto un giornalista che sta cercando di indicare alla parte più disattenta del Paese che si stanno commettendo una caterva di errori. Se questi errori si cumulano la gente non ne può più, può accadere qualcosa di molto brutto e se sarà brutto, sarà brutto per tutti, nessuno pensi si salvarsi da solo o perché è salito sullo scoglio e prende a calci quello che è rimasto in mare.
La politica, lo ripeto con le parole di Don Milani, è "Sortirne insieme", se ne viene fuori insieme dai guai, altrimenti non si salva nessuno. E’ ora che l’Italia, dopo avere promesso al Sud 20 milioni di fucili, dopo avere promesso al Sud la derattizzazione e tutte quelle altre porcherie, consentendo a ministri del governo di dire queste cose e restare al loro posto, dopo avere consentito all’allora ministro delle Finanze di prendere i soldi destinati alle aree sottoutilizzate e spenderli altrove. Il terremoto dell’Aquila è costato 4,5 miliardi e quei 4,5 miliardi sono stati tolti tutti al Sud, per l’esattezza 85% di quei fondi vanno per legge usati al Sud, il 15% nel centro nord, bene quei soldi per il terremoto dell’Aquila sono stati tolti a 1/3 più povero dell’Italia e mentre solo il 15% è stato chiesto ai 2/3 più ricchi d’Italia, ciò nonostante Borghezio si è permesso di offendere gli aquilani come palla al piede dell’Italia, come se lui ci avesse messo un Euro.
Il titolo di questo spazio è “passate parola”, passa parola e credo che non ci sia niente di meglio da fare che passare parola per informare chiunque ogni volta che si nota una discriminazione, la discriminazione non importa ai danni di chi viene fatta, perché tanto chi discrimina comincia sempre da qualcuno e poi mano a mano passa agli altri, altrimenti questo modo di sgovernare il Paese arriverà davvero al mettere gli italiani gli uni contro gli altri. Gli italiani in realtà sono di fatto molto più uniti di quello che sembra, però di sé stessi sanno pochissimo, chiedete cosa sa un siciliano di un veneto. Venezia è stata la più duratura repubblica della storia dell’umanità, sui libri di scuola ce la caviamo in 10 righi tra Marco Polo e sul ponte sventola bandiera bianca, cosa sanno i veneti dei siciliani? Italiani conoscetevi e unitevi!da beppegrillo.it
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La “Forza d’Urto” dei nuovi vespri siciliani é sempre più incontenibile. Gli argini isolani hanno da poco ceduto. Il fervore popolare ha attraversato lo stretto ed ha raggiunto la punta dello Stivale. Gli autotrasportatori calabresi che stanno facendo la loro parte. A Villa San Giovanni, importante crocevia della viabilità italica, luogo d’attracco dei traghetti da e per la Sicilia, snodo strategico in cui le merci vengono messe su ruota e smistate in tutta la nazione, tutto é fermo. É la gente comune che fa l’Italia, la gente semplice, quella che lavora nelle raffinerie siciliane o sulle autostrade calabresi. Chi governa forse non ha ben compreso che senza di loro, senza di noi, l’Italia non esiste. Senza la preziosa manovalanza la società italiana si paralizza. E allora perché la si bastona con pesantissime tasse, perché le si nega la pensione e un posto di lavoro sicuro? L’economia va rilanciata, non repressa: la gente va aiutata, non spremuta come un limone e poi gettata via. Siamo ricattati, ci stanno facendo credere che senza il potere economico della BCE o del FMI l’Italia fallirà. Sempre più soldi verranno chiesti agli italiani. Vorrei davvero però sapere in quanti credono ancora nel progetto Euro. Quanti italiani sono veramente disposti a tutti questi sacrifici per mantenere in piedi l’idea di una moneta unica, di un Europa Unita. Nessuno ce l’ha chiesto, la voce del popolo italiano é stata messa a tacere, ci hanno imposto un governo tecnico che sta decidendo per noi, che ha già deciso di “dissanguarci e delacrimarci” tutti. Siciliani e calabresi sono i primi di tanti esasperati. Ora serve anche l’apporto dei fabbricanti veneti, dei mercanti liguri, dei commercianti romani, dei negozianti napoletani, degli imprenditori milanesi: Tutti insieme recapiteremo a Monti e ai suoi commensali d’Europa un bel messaggio: “Gli italiani non ce la fanno più a dover pagare per i vostri errori.”
In Europa, storicamente, tutti i tentativi di super-agglomerazione di stati sono miseramente falliti: ne se qualcosa Cesare, Alessandro Magno, Ottone, Napoleone, quello psicopatico di Hitler. Prima le invasioni erano militarizzate: i popoli si sottomettevano con le guerre, con il terrore. Poi ci hanno provato con la “diplomazia politica”, con la creazione a tavolino della Jugoslavia e dell’URSS. Altri tentativi miseramente falliti! E da martedì prossimo parte anche in Sardegna il blocco delle strade, con l’adesione allo sciopero dei pastori sardi sulla scia del movimento dei forconi siciliani. Lo hanno detto stamane i rappresentanti del movimento commercianti e artigiani liberi, delle partite Iva e il presidio anti-equitalia. «La nostra è una rivolta verso le istituzioni incompetenti che non sono più capaci di dare risposte – ha detto il portavoce del movimento artigiani del Sulcis, Andrea Impera – per il bene del popolo sardo i politici lascino la poltrona, la popolazione vuole reagire». mpera ha accusato le istituzioni di aver fatto promesse finora non mantenute sul problema dell’indebitamento: «Oltre un anno fa siamo venuti a Cagliari chiedendo aiuto, abbiamo incontrato piu’ volte il presidente Cappellacci e il Prefetto, abbiamo lanciato l’allarme, abbiamo avuto solo promesse non mantenute». Marco Mameli, del presidio anti-equitalia, ha spiegato che in tanti si rivolgono a loro per segnalare situazioni di grave indebitamento per il sistema vessatorio di Equitalia e anche dell’Agenzia delle Entrate. «Basterebbe attuare solo il 50% dell’ordine del giorno approvato dal Consiglio regionale – ha detto – per risolvere almeno una parte dei problemi. Ma nulla è stato fatto». Secondo il presidio sono almeno 60mila le aziende sarde indebitate.

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Oggi ricorre il triste anniversario della strage dei "fasci siciliani", contadini inermi massacrati dai bersaglieri del regio esercito savoiardo. La Sicilia oggi è ancora in agitazione grazie al movimento dei forconi, ciò dimostra che la giustizia italiana nel sud non esiste ancora e forse non esisterà mai! Ma la censura di stato esiste ancora!!! Ma ritorniamo ai fatti: i Fasci siciliani (detti anche Fasci Siciliani dei Lavoratori) furono un movimento di massa di ispirazione democratica e socialista, sviluppatosi in Sicilia dal 1891 al 1893, fra proletariato urbano, braccianti agricoli, minatori ed operai. Sull'esempio dei fasci operai nati nell'Italia centro-settentrionale, il movimento fu un tentativo di riscatto delle classi meno abbienti e, inizialmente, era formato dal proletariato urbano, a cui si aggiunsero braccianti agricoli, "zolfatai" (minatori), lavoratori della marineria ed operai. Essi protestavano sia contro la proprietà terriera siciliana, sia contro lo Stato che appoggiava apertamente la classe benestante. La società siciliana era all'epoca parecchio arretrata, il feudalesimo, sebbene abolito (dagli stessi aristocratici illuminati) agli inizi del XIX secolo, aveva condizionato la distribuzione delle terre e quindi delle ricchezze. L'unità d'Italia d'altro canto, non aveva portato i benefici sociali sperati ed il malcontento covava fra i ceti più umili. Il movimento chiedeva fondamentalmente delle riforme, soprattutto fiscali ed una più radicale nell'ambito agrario, che permettesse una revisione dei patti agrari (abolizione delle gabelle) e la redistribuzione delle terre. I Fasci furono ufficialmente fondati il 1 maggio del 1891, a Catania ad opera Giuseppe de Felice Giuffrida. Il movimento era però nato in maniera spontanea già alcuni anni prima a Messina. A questo fece seguito il Fascio di Palermo (29 giugno 1892) guidato da Rosario Garibaldi Bosco e la costituzione del Partito dei Lavoratori Italiani (agosto 1892). A questi due fasci se ne aggiunsero altri e, già alla fine del 1892, il movimento si era diffuso in tutto il resto dell'isola con sedi in ogni capoluogo, tranne Caltanissetta. Il 20 gennaio 1893, a Caltavuturo (PA), 500 contadini, di ritorno dall'occupazione simbolica di alcune terre del demanio, vennero dispersi da soldati e carabinieri armati di fucile, e tredici manifestanti caddero vittime. A seguito di tale massacro furono organizzate numerose manifestazioni di solidarietà sia da parte dei Fasci, che sul piano nazionale, ed aumentò l'esasperazione dello scontro sociale.Il 21 e 22 maggio 1893 si tenne il congresso di Palermo cui parteciparono 500 delegati di quasi 90 Fasci e circoli socialisti. Venne eletto il Comitato Centrale, composto da nove membri: Giacomo Montalto per la provincia di Trapani, Nicola Petrina per la provincia di Messina, Giuseppe De Felice Giuffrida per la provincia di Catania, Luigi Leone per la provincia di Siracusa, Antonio Licata per la provincia di Girgenti, Agostino Lo Piano Pomar per la provincia di Caltanissetta, Rosario Garibaldi Bosco, Nicola Barbato e Bernardino Verro per la provincia di Palermo L'apice del movimento fu raggiunto nell'autunno del 1893, quando il movimento organizzò scioperi in tutta l'isola e tentò un'effimera insurrezione. La società siciliana fu sconvolta, ovunque si ebbero violenti scontri sociali, ed il movimento dettò le proprie condizioni alla proprietà terriera per il rinnovo dei contratti. In questo contesto, il presidente del consiglio Francesco Crispi, siciliano di origini, nel tentativo di ristabilire l'ordine e ascoltando solo le istanze dei possidenti, adottò la linea dura con un intervento militare. Il movimento fu sciolto nel 1894 e i capi vennero arrestati dal Commissario Regio Roberto Morra di Lavriano. Il 30 maggio il tribunale militare di Palermo condannò Giuseppe de Felice Giuffrida a 18 anni di carcere, Rosario Bosco, Nicola Barbato e Bernardino Verro a 12 anni di carcere quali capi e responsabili dei Fasci siciliani. L'on. de Felice fu difeso in sede giudiziaria dall' avvocato siciliano G.B. Impallomeni. Nel 1895, con un atto di amnistia, venne concessa la clemenza a tutti i condannati in seguito ai fatti dei Fasci siciliani. Si concludeva così, in modo violento, il primo vero tentativo di emancipazione delle classi più umili, organizzato contro i proprietari fondiari. In ogni caso aveva vinto la mafia infatti i maggiori interessi della mafia sono l'accumulo del capitale (mafia imprenditrice, urbana), il controllo della forza-lavoro (si ricordi la figura del gabelloto, vero e proprio intermediario mafioso tra proprietario terriero e bracciante) e il dominio sul territorio (per mezzo del sistema delle estorsioni). In questa prima fase il soggetto protagonista dell'antimafia è quindi il movimento politico-sindacale: i Fasci siciliani vengono considerati "il primo esempio di lotta organizzata contro la mafia". La loro lotta si configura come tentativo di riforma dei rapporti di lavoro: è quindi chiaro come sin dall'inizio essi siano un fenomeno poco gradito ad agrari e mafiosi (i grossi criminali sono tra l'altro esclusi dalla partecipazione ai Fasci). A causa (e a riprova) di ciò, il loro operato viene stroncato per l'azione congiunta di mafia e istituzioni. Il Fascio si compone di operai d'ogni arte e mestiere, di ambo i sessi e d'ogni età, purché provino di vivere col frutto del proprio lavoro e alla dipendenza dei padroni capitalisti,ecc.
Si concludeva così, in modo violento, il primo vero tentativo di emancipazione delle classi più umili, organizzato contro i proprietari fondiari. In ogni caso aveva vinto la mafia infatti i maggiori interessi della mafia sono l'accumulo del capitale (mafia imprenditrice, urbana), il controllo della forza-lavoro (si ricordi la figura del gabelloto, vero e proprio intermediario mafioso tra proprietario terriero e bracciante) e il dominio sul territorio (per mezzo del sistema delle estorsioni). In questa prima fase il soggetto protagonista dell'antimafia è quindi il movimento politico-sindacale: i Fasci siciliani vengono considerati "il primo esempio di lotta organizzata contro la mafia". La loro lotta si configura come tentativo di riforma dei rapporti di lavoro: è quindi chiaro come sin dall'inizio essi siano un fenomeno poco gradito ad agrari e mafiosi (i grossi criminali sono tra l'altro esclusi dalla partecipazione ai Fasci). A causa (e a riprova) di ciò, il loro operato viene stroncato per l'azione congiunta di mafia e istituzioni. Il Fascio si compone di operai d'ogni arte e mestiere, di ambo i sessi e d'ogni età, purché provino di vivere col frutto del proprio lavoro e alla dipendenza dei padroni capitalisti,ecc.
I contadini siciliani si accorsero ben presto delle idee rivoluzionarie di Crispi. che da morto di fame divenne riccone. In un mese (Dopo l'entrata di Garibaldi a Marsala) comprò un palazzo in via Maqueda a Palermo dirimpetto ai " Crociferi", sotto nome di un certo Moggio, suo cugino. I savoia hanno pagato con l'esilio parte di quella invasione e per le stragi perpretate in Italia e nel mondo, poi sono stati fatti rientrare, oggi l'ultimo di quella casta, guadagna milioni di euro nella rete pubblica, la Rai. Se fosse veramente un uomo, il sig. Emanuele Filiberto dovrebbe raccontare agli italiani cosa successe in Italia nel 1860 e dintorni, le stragi perpretate dai suoi avi e chiedere scusa a tutti gli italiani, da nord a Sud. Invece fa il ballerino non sapendo ballare, fa il cantante non sapendo cantare. A San Remo avrebbe anche vinto il festival se dei ragazzi del Partito del Sud non lo avessero contestato fino alla morte, compresi gli orchestrali. La canzone era stata copiata. Era una patacca, come lo è la storia raccontataci da 150 anni!!
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I tg nazionali continuano a ridimensionare (se non a tentare di screditare) la portata delle Cinque giornate siciliane. La rivolta organizzata dal Movimento dei Forconi che si sta estendendo a macchia d’olio in tutta la regione e che sta unendo in un unico grido di battaglia agricoltori e autotrasportatori, artigiani e marinerie, commercianti, studenti e tanti siciliani stanchi di una classe politica indecente, spaventa non poco. E hanno ragione: basta pensare che la Regione siciliana presieduta da, Raffaele Lombardo – solo per citare un esempio – a fronte della gravissima crisi che investe gli agricoltori dell’Isola, non ha trovato di meglio che ‘foraggiare’ l’azienda agricola e l’azienda agrituristica della stessa moglie di Lombardo, elargendole, complessivamente, circa 400 mila euro. Queste è l’idea dell’ ‘Autonomia’ che hanno i governanti sicilianI: impadronirsi delle risorse pubbliche e saccheggiarle. Ora, però, tutte queste cose stanno venendo fuori. E questo spaventa tutta la politica siciliana truffaldina e mafiosa perché è contro tutti i partiti esistenti. Spaventa i poteri forti della Sicilia – mafia in testa – perché mina alle basi un sistema di potere contorto. Spaventa i grossi mezzi di informazione che da essi sono controllati. Non a caso, proprio stamattina, i poteri forti della Sicilia chiedono alla magistratura di indagare sul movimento. Dimenticando che i primi ad essere indagati dovrebbero essere i personaggi che, negli ultimi cinque anni, in Sicilia, si sono arricchiti con la gestione truffaldina dei rifiuti e dell’acqua. Acqua che, in barba al referendum, in Sicilia continua ad essere gestita dai privati. Agli amici della Padania promettiamo che nei prossimi giorni racconteremo – per citare un esempio emblematico – come ad Agrigento e provincia viene gestita ancora oggi il servizio idrico. Non ci stupisce dunque che ci siano in atto tentativi di infangare una lotta che nasce dalla gente. In questo buio, una luce brilla sopra le altre: il quotidiano La Padania dedica un importate articolo in prima pagina alla rivolta siciliana. Cosa che la maggior parte della carta stampata nazionale più famosa non sta facendo se non per menzionare qualche incidente. Onore al merito. Sarà che, nonostante tutto, i padani hanno molte più cose in comune con i siciliani di quanto si pensi. A cominciare dalla battaglia contro uno Stato unitario che non ha funzionato e contro tutti gli ascari e i ladri (siciliani e padani) che per decenni (e ancora oggi) hanno venduto e vendono la loro terra e la loro gente ad un potere centrale asservito a tutto tranne che al bene comune. Del Nord come del Sud. Loro vogliono il federalismo. Noi lo abbiamo già con lo Statuto siciiano, anch’esso venduto e tradito. Il nostro giornale vuole avviare una collaborazione i colleghi della Padania. Per raccontare quello che in Sicilia viene tenuto nascosto. E cioè, per esempio, a quanto ammonta il vero deficit della Regione siciliana che va oltre i 5 miliardi di euro. Soldi che, alla fine, non potranno che essere pagati dal resto d’Italia – e in particolare dal Nord Italia – perché la Sicilia è stata ormai ridotta in ‘bolletta’ (dalle nostre parti in ‘bolletta’ significa sull’orlo del dissesto finanziario).

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Docenti, più trasferimenti al Sud: smontato luogo comune leghistaI dati forniti dal ministero smentiscono la tesi dei meridionali "furbetti" che vanno al Nord e poi si fanno rimandare nelle regioni d'origine, uno dei cavalli di battaglia del Carroccio. Lombardia e Veneto sono al di sotto della media nazionale!
Eppure, la presunta "furberia" di questi ultimi, che si sposterebbero nelle regioni del Nord per "rubare" i posti ai colleghi del luogo e dopo pochi anni rifarebbero le valigie in direzione opposta, lasciando le cattedre vacanti, è stata uno dei leit motiv della politica leghista 2 degli ultimi anni. E se questa migrazione si è in qualche caso verificata, in base ai numeri pubblicati qualche giorno fa da viale Trastevere, è stata del tutto marginale. I dati lo confermano. Scorrendo la tabella costruita da Repubblica.it 3, con il tasso di mobilità regionale di maestri e professori, si scopre che il corpo docente più stabile è proprio al Nord: meno trasferimenti e, di conseguenza, più continuità didattica.
Vale la pena citare qualche dato. In Lombardia e Veneto, roccaforti leghiste, i trasferimenti degli insegnanti di scuola elementare ammontano rispettivamente al 4,2 e 3,1 per cento: sotto la media nazionale che si attesta al 4,3 per cento. I dati in questione si riferiscono a "tutti" i trasferimenti: quelli all'interno del comune e della provincia e la piccola percentuale di trasferimenti interprovinciali, che scattano solo all'ultimo nel complesso sistema della mobilità dei docenti. Una "percentuale della percentuale" che riduce ancora il fenomeno dei docenti che ottengono il via libera per tornare al Sud.
Ma, allora, forse il fenomeno esplode nelle medie? Niente affatto. Anche qui nelle due regioni simbolo dell'impegno leghista contro "l'invasione" dello "straniero" meridionale i conti non tornano: 7,2 per cento di trasferimenti in Lombardia e 8,5 in Veneto. Contro una media nazionale che tocca quota 9,0 per cento. In tutte le regioni settentrionali il tasso di mobilità dei docenti per "trasferimento a domanda" è del 5,5 per cento, contro una media nazionale del 6,2 per cento. E', paradossalmente, al Sud che la classe docente è più dinamica: 6,8 per cento.
E la presunta fuga degli insegnanti meridionali verso le regioni d'origine? I dati ministeriali sono confermati da uno studio della Fondazione Agnelli, che nell'ottobre 2009 censì il numero dei docenti che ottennero il lasciapassare dal Nord verso una scuola meridionale: 691 in tutto su oltre 69 mila richieste soddisfatte. E per dare l'idea dell'impatto che questo fenomeno può avere sulle scuole settentrionali basta fare due conti. Nelle sei regioni del Nord - escluse Valle d'Aosta e Trentino Alto-Adige - sono presenti 3 mila e 500 istituzioni scolastiche e quasi 16 mila plessi. Le 691 fughe verso le scuole del Mezzogiorno toccherebbero quindi un plesso ogni 23.
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Gli “indignati” di Sicilia hanno rispolverato un’icona di chi lavora la terra: il forcone. In Trinacria è diventato il simbolo di un movimento di agricoltori che vuol far sentire la propria voce. Quelli dei forconi sono assolutamente determinati. Perché non hanno più nulla da perdere. Le loro aziende agricole sono in default. Quello che producono non genera più profitto, è solo un costo. Arance e pomodori, grano e zucchine non hanno più valore. I prezzi al mercato ortofrutticolo sono alterati dalla globalizzazione, dalla grande distribuzione, da prodotti importati spacciati per locali. Un chilo di limoni ormai si vende a meno di 30 centesimi di euro. Trasportarlo su un tir che va al Nord costa più del doppio.
L’economia L'economia agricola, che nell’isola coinvolge un milione di persone, è al tracollo. La domanda dei “forconi” è semplice: che succede se in Sicilia l’agricoltura si ferma? Se la rabbia degli agricoltori si unisce a quella dei trasportatori? L’alleanza tra i forconi, i trattori e i tir forse stavolta farà la differenza. Gli autotrasportatori dell’Aias hanno aderito alla protesta e si fermeranno. La scommessa è quella di riuscire a trasformarsi in “una forza d’urto”. Cinque giorni di mobilitazione a partire da oggi, lunedì 16 gennaio. In strada agricoltori, pastori, autotrasportatori, commercianti, pescatori, commercianti. Tutti insieme per chiedere la defiscalizzazione dei carburanti e dell’energia elettrica, l’utilizzo dei fondi europei per lo sviluppo per risolvere la crisi dell’agricoltura e il blocco delle procedure esecutive della Serit, l’agenzia siciliana di riscossione dei tributi.“Occuperemo luoghi strategici e simbolici in tutta la regione: snodi autostradali, porti, raffinerie, aeroporti, banche e sedi della Serit”, annuncia Mariano Ferro, 52 anni, che ha smesso di coltivare ortaggi in serra ed è uno dei leader della protesta dei forconi. “Vogliamo scrivere una pagina nella storia della Sicilia. Siamo stanchi di false promesse. Della politica che non dà risposte. Vogliamo che la gente torni a manifestare la sua indignazione e la sua voglia di cambiamento. E che il governo di Palermo ci ascolti”. Ferro è di Avola, fino a qualche anno fa uno dei centri agricoli più ricchi della provincia di Siracusa. Per chi ha memoria anche luogo di una pagina triste, passata alla storia come i “fatti di Avola”: era il 2 dicembre del ’68, la polizia sparò su un blocco stradale di braccianti agricoli in sciopero, 48 feriti e due morti. Il fermo dovrebbe concludersi fra cinque giorni, ma a sentire alcuni dei tanti aderenti, quella che loro stessi definiscono come un rivoluzione potrebbe durare di più. A sostegno dei manifestanti anche il popolo del web che in queste ore non sta facendo mancare il proprio appoggio. Pur subendo gli inevitabili disagi, la maggioranza degli internauti si schiera dalla parte dei movimenti che stanno dando vita alla protesta.Intanto si registrano code sugli snodi delle principali arterie viarie della Sicilia. Non ha subìto, invece, rallentamenti il transito dei mezzi pensanti sui traghetti che operano nello Stretto di Messina.
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Ha iniziato la Grecia del primo ministro Papandreou che decide di indire un democratico referendum per sapere se i Greci vogliono accettare il pacchetto di aiuti europei – e le relative prescrizioni – o meno. Sia dire Sì che dire No, apriva a prospettive inquietanti per il futuro delle categorie più deboli del Paese ellenico: il No attraeva, per ragioni di orgoglio nazionale, ma sarebbe stato una tragedia per moltissimi risparmiatori greci. Non sarebbero i soli, però: anche decine e decine di istituzioni finanziarie del mondo avrebbero pianto lacrime amare per le perdite che si sarebbero subite. A cominciare dalle banche tedesche e francesi, che per anni hanno acquistato titoli greci, ben liete di lucrare interessi molto superiori a quelli pagati dai titoli emessi dai rispettivi Paesi. Quindi, Sarkozy è sbottato, definendo irresponsabile la decisione del Governo greco di fare scegliere al popolo. E mezza Europa addossa ipocritamente alla Grecia la colpa del terremoto di inizio Novembre. Qualcuno azzardò mandiamo una forza di pace a occuparli. Invadiamo la Grecia così noi ci riprendiamo pure le isole. Poi li facciamo lavorare gratis per i prossimi duecento anni e amministriamo il loro turismo. Così ripagano i debiti le banche prosperano! Poi è stata la volta di Berlusconi, ma è chiaro che si trattava di una scusa il vero obiettivo sta dietro la speculazione sui nostri titoli, il presidente del Consiglio non c’entra (il bunga-bunga non muove le borse!). Anzi c’entra nel senso che e’ di ostacolo a coloro che vogliono impoverire gli italiani. l’Italia e’ ancora un paese ricco sia di mezzi finanziari privati, che di ottime aziende. Paesi che non hanno piu’ tessuto industriale (vedi Inghilterra) ed altri (vedi Francia) che hanno perso montagne di denaro, stanno cercando di rifarsi a spese nostre. Le banche sono affamate di utili e fanno trading dove c’e’ piu’ da guadagnare. Vogliono solo togliere quattrini agli italiani (risparmiatori) e magari comprare aziende! Ed allora si organizza un vero golpe "bianco" in cui i protagonisti sono il mitico Giorgio (nominato sua maestà) e la nota Angela come rivelerà un'importante testata americana il "Wall Street Journal". In due giorni si elegge Monti per acclamazione e si mettono da parte i partiti!
Monti ha più simpatie in quegli ambienti finanziari internazionali che già hanno accolto il professore nel loro gotha. Di Goldman Sachs Monti è stato advisor (e prima di lui Prodi, che lo acclama: «Se le cose volgono al peggio per te sarà difficile tirarti indietro»), mentre è chairman europeo della crème dei cosiddetti poteri forti internazionali, la Trilateral Commission, una sorta di sinedrio finanziario globale, fondato anni addietro da Rockfeller. Nello european group ci sono anche Enrico Letta, Carlo Pesenti (anche lui azionista di Rcs), John Elkann (idem). Tutti «europeisti tecnocratici», li ha definiti qualcuno, ma che insieme ai banchieri tirano la volata Monti! Ma non finisce quì, perchè ora è la volta dell'Ungheria di Orban che ha cambiato la Costituzione e apertamente rivendicato la necessità di nuove regole, di un nuovo regime politico. Non ha attaccato le libertà civili, non ha violato la sovranità delle Camere di una Repubblica parlamentare, al contrario l’ha fatta funzionare in modo aperto e radicale; non ha abolito la libertà di stampa o di culto, non ha espropriato la proprietà individuale, non ha annullato la funzione giudicante, non ha messo in mora i partiti; ha reso la Banca centrale magiara che batte una moneta nazionale responsabile di fronte al Parlamento, meno vicina a una logica sovranazionale di mercato, come accadeva in Europa vent’anni fa senza strepito e senza scandalo. L’Europa della moneta è in crisi, ma vuole dettare legge in tutti i campi nel momento stesso in cui non riesce a governare la sua vera ragion d’essere, che è un mercato unico, un regime di cooperazione e concorrenza ben regolato, una disciplina di bilancio comune che sia capace di sostenere l’uno e l’altra. Gli stessi che hanno considerato criminale l’interventismo politico e militare degli occidentali a contrasto del terrorismo binladenista e delle sanguinarie tendenze jihadiste che pervadono la umma islamica, ora invocano l’ingerenza politica e correzionale per dannare con iperboliche e false accuse di populismo e fascismo, o di oscurantismo, ogni elemento della storia europea e globale non riconducibile al pensiero unico corrente. Ma la strategia di schiacciamento del diverso è il primo nucleo di un regime, quello sì illiberale, che nessun popolo europeo, nessuna nazione e nessuna democrazia di mercato hanno mai nemmeno lontanamente immaginato. Burocrazie economiche e media non possono prendere il posto delle sovranità e delle libertà dei popoli che non si sottopongono al nuovo imperialismo liberal massonico franco-tedesco.
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Una delegazione del Partito indipendentista Sardo Malu Entu, composta dal presidente Doddore Meloni, Cristina Puddu, Felice Pani, Sergio Pes, Roberto Piras, Bruno Delussu, hanno portato alla Corte d'Appello di Cagliari per la vidimazione di legge, 2000 moduli per la raccolta delle firme per indire il referendum sull'indipendenza della Sardegna . Il quesito referendario recita: ''Sei d'accordo, in base al diritto internazionale delle Nazioni Unite, al raggiungimento della liberta' del popolo sardo, con l'indipendenza?''

Il quotidiano La Repubblica ha riportato, nell'agosto del 2008, la notizia della singolare iniziativa di un indipendentista sardo che mira al riconoscimento internazionale dell'isola di Mal di Ventre, quale "Repubblica Indipendente di Malu Entu", rifacendosi ai principi di autodeterminazione dei popoli sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. Salvatore Meloni, protagonista di altre storiche battaglie per l'indipendenza della Sardegna, ha provveduto a inviare il progetto sia alle Nazioni Unite ed ai suoi membri che al presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi. Salvatore Meloni, che da più di vent'anni trascorre gran parte delle sue giornate sull'isoletta assieme ad altri indipendentisti, avvierà una causa civile per l'usucapione dell'isola di Mal di Ventre che, dal 1972, appartiene alla società napoletana "Turistica Cabras srl". Da qualche mese, inoltre, il Meloni ha richiesto al Comune di Cabras la residenza anagrafica sull'isola per rafforzare la sua iniziativa. Meloni ha pure fatto stampare banconote con la sua faccia, i "Soddi Sardi".
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