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Creato da birramoretti_m il 28/12/2009
“Villano rincivilito!” proseguì Don Rodrigo: “Tu tratti da par tuo. Ma ringrazia il saio che ti copre codeste spalle di mascalzone, e ti salva dalle carezze che si fanno a’ tuoi pari, per insegnar loro a parlare. Esci con le tue gambe, per questa volta; e la vedremo”.

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La triste giostra

Post n°221 pubblicato il 21 Maggio 2012 da birramoretti_m
Foto di birramoretti_m

Può capitare a tutti di salirci, prima o poi, sperando che il giro sia il più breve possibile. Il mio primo è stato solo un mezzo giro, e lo feci nel 1976, a Bologna. Una sera di maggio mia madre era seduta sul divano, e fu come se una mano di gigante ne avesse afferrato tutto lo schienale, tentando quasi di ribaltarlo. Non che ci fosse poi tanta gente, in casa. Voltò appena la testa e disse: “Ban mo, la smetti scossare il divano?”, convinta che mio babbo fosse lì dietro. Lui disse “come???”, ma facendo capolino dall’altra stanza. La cosa si risolse con un’alzata di spalle, fin quando non fu diffusa la notizia che nel frattempo in Friuli era successo quel che era successo. Ecco. E perché mi ci sono messo in mezzo, direte? Ero in pancia a mia madre, in realtà. Questo, anche per dare l’idea del perché lo scrivente sia venuto fuori così disturbato come lo leggete: non è tutta colpa sua.

Prima di salire per il secondo giro, per cui ho aspettato (senza smaniarne, chiaro) 35 anni, apro una parentesi. Certa gente non ha ancora finito di stracciarsi le vesti, che subito è passata a darsi di gomito dicendo: “Ve’, che manitù l’aveva previsto...”; oppure proclamando: “Certo che lo sapevano! Secondo te è un caso che il governo abbia tolto la copertura pubblica contro le calamità GUARDACASO a poche ore dal disastro???”. Ma si, era scritto, del resto lo ha detto pure Red Ronnie: il serpente Chakapatakapultepek, sabato notte, è ridisceso dai verdi pascoli celesti alla piramide dalla punta ossidata di nuvole! No dico, dove avete gli occhi? Così imparate, la prossima volta, a captare ogni segnale; tipo, che ne so, un cane appena un po’ più irrequieto del solito (si sa, le bestie “sentono” tutto). Oppure...boh, la zingara che sale sul vagone e, non appena il treno si muove, si fa tre volte il segno della croce. Drizzate le antenne, gente. Che diamine.

Degli scacciaspiriti potete leggere di più e meglio su un altro spazio qui vicino: del resto quel che ora vedete è un diverso (ma non poi tanto) punto di vista su circostanze identiche per luogo e tempo. Ma io nemmeno sapevo come si chiamasse, l’aggeggio. Per chi condividesse la mia ignoranza, è qualsivoglia oggetto da appendere dentro casa, composto da sonagli penduli di varia forma e materia. E quando funzionano nel bel mezzo della notte, quasi ti auguri che ci sia davvero, un cazzo di spirito: cui magari tu per primo non credi fino in fondo. Altrimenti cosa può attivarli? Un refolo, ma solo se c’è una finestra aperta nei pressi, o della corrente. Se invece è tutto sigillato, ci metti poco a realizzare ciò che sta per succedere. A dire il vero, non posso neanche dire di essere stato destato dallo scacciaspiriti. Avevo (avevamo) aperto un occhio proprio un minuto prima, per cambiare posizione e meglio aggiustare le membra anchilosate, quando il tintinnio dei sonagli ha accarezzato l’aria – mai grazia fu più falsa - per poi lasciare spazio al classico rombo sordo, del quale avete letto in altra, e più degna, sede. Non un temporale, l’hai capito subito artigliando la gamba di chi ti dormiva accanto, mentre non avevi cuore di guardare come e quanto si stesse muovendo il resto, pur sapendolo. E dopo, ringraziare per avere vicino chi ami, per abbracciarlo e dare sfogo ai soliti pensieri. Dov’è l’epicentro. Cos’è andato distrutto. Come stanno i tuoi. Chi in quel momento provvede al tuo sostegno morale, non ha mai avuto mezzo sospetto sul fatto che tu potessi anche solo sembrare un emulo di Bruce Willis o Chuck Norris (cioè l’uomo vero che nei film irrompe in scena e protegge la pulzella dalla sciagura imminente o in corso), ma insomma, due carezze al testone non te le nega, dicendoti ciò che non ti aspettavi. E cioè, una rumba così angosciosa non si era mai ballata da quelle parti, a pochissima distanza dalle quali un capannone industriale stava afflosciandosi su gente che, come i giornali non mancano mai di dire, era tanto buona e si trovava lì solo per puro caso. Nei pochi secondi in cui sei rimasto solo, hai fermato il lampadario. Non che in frangenti del genere ci siano tanti altri gesti da compiere, oltre a confortare i tuoi cari.

Il mio personale giro è proseguito anche ieri, quando in televisione si è appreso tutto quanto si doveva e sullo schermo un interpellato (non ricordo se di San Gregorio o di Finale), da sotto il suo ombrello, rispondeva incurante delle capacità di comprensione dell’intervistatore dicendo alla nazione tutta: “Me a’n so brisa”, quasi con un angolo di bocca in su e facendo sentire orgoglioso anche te che diograzia non ti trovavi lì in mezzo, ma se non altro li capisci, quando parlano.

Oggi mi è capitata sott’occhio la foto di una croce andata a spiaccicarsi nel bel mezzo di un sagrato. Triste, anche se il resto attorno pareva integro e nessuno si è fatto male. Ma il duomo che ha patito tale perdita è quello di Crevalcore, già vittima – come se ciò non fosse bastato - di alcune “croniche” qui sopra; e l’istantanea è apparsa sul Corriere della Sera. Tanto è bastato per convincermi a scendere dalla triste giostra, io che ho potuto, pensando a chi invece resta bloccato a bordo, suo malgrado.

 
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Roby mio (ovvero, "Quando eravamo Re" - seconda parte)

Post n°220 pubblicato il 18 Maggio 2012 da birramoretti_m
Foto di birramoretti_m

Che poi, vediamo di sfatare l’atmosfera di melassa appiccicosa ove far sguazzare il capitano “nobile di cuore, puro di pensieri”: lui sapeva essere un bel figlio di puttana, altrochè. Ed è in tale veste che ne ho i ricordi più netti, non solo e non tanto quando ha alzato trofei. Beninteso, lui è stato il primo che abbia mai conosciuto con quella canotta, a fine anni 80: epoca, in quello sport, di calzoncini corti all’inguine e di calzettoni lunghi almeno fino a metà stinco; di tiri liberi con la crudelissima regola dell’“uno più uno”. Forse Villalta sbocconcellava gli ultimi tocchi di carriera, forse c’era Bob Hill in panchina, forse qui e forse là: è certo solo che quella squadra non vinceva seriamente da anni. Rimasi subito colpito da quell’umbro silenzioso, solo in apparenza sottotraccia, salvo poi ammirarlo quando penetrava palla in mano in terzo tempo verso il canestro: determinato, serissimo, impermeabile a qualunque offesa. Mia cugina guardava Yoga (prima) e Arimo (dopo) in TV, con la segreta speranza di indottrinarmi; e invece fu lui a farmi “sbilanciare” dalla parte opposta. Lo vidi ridere per la prima volta nel febbraio del 1990, al Palafiamme di Forlì (si chiamava Palafiera, prima che i tifosi riminesi tentassero di trasformarlo in un ammasso di rovine fumanti e annerite), dopo aver vinto la Coppa Italia. E fu lì che scappò fuori il “figlio di puttana” che non ti aspettavi, e di cui parlavo prima. Durante la semifinale con Varese, non fece altro che contestare le fischiate che non gli davano ragione, e con che tigna. Lui in difesa, al pelo di contatto falloso, a inseguire l’arbitro e battere le nocche a pugno contro il palmo dell’altra mano, chè all’epoca lo sfondamento si segnalava così. Oppure: normale contatto per fermarlo in contropiede, lui cade a terra, fischio in suo favore: ma non è contento! si afferra il polso della mano chiusa a pugno per intendere: è fallo antisportivo! e l’arbitro che fa? Corregge la sanzione, aggravandola! Vedo il coach avversario, Sacco, che già al suono del fischio s’imbufalisce, poi nota la rettifica “in peius” e fa per andare via, buttando le braccia in aria e tirando giù gli angeli in colonna. Per inciso, della finalissima non parlo perché quella fu il palcoscenico di uno Sugar Richardson mostruoso e del suo bacio in fronte a Valerio Bianchini, mentre Piero Chiambretti, ancora discolo televisivo senza smoking e scarpe buffe, si aggirava furtivo tra le prime file del parterre, e il perché è ancora da capire.

Non sportivissimo in quella occasione il capitano: e perciò mi stupì. Come qualche anno dopo, durante il famoso derby che si concluse con un vantaggio di quarantuno punti per la squadra da lui guidata. La partita non aveva più nulla da dire molto prima che quello scarto si concretizzasse, ma lui non la pensava esattamente così. Durante un’azione, il pallone andava mollemente rimbalzando fuori campo, destinato a cambiare di possesso in quella successiva. Be’, visto che nel basket la palla non è persa finchè non tocca la zona fuori dal campo (regola che Lapo Elkann, spettatore in prima fila durante una partita dei Lakers, ha interpretato molto a modo suo), il capitano corse alla riga laterale, appena prima della quale spiccò un balzo e dette una manata salvifica alla boccia poco prima che rimbalzasse a terra, recapitandola in mano ad un compagno di squadra e finendo in braccio al pubblico. Lui si giustificò dicendo che era un gesto di rispetto verso l’avversario. Ma tutti pensarono, e io tra costoro, che avesse maramaldeggiato per il semplice gusto di farlo.

Io ne parlavo e a me rispondevano: ehi, bambòz, guarda che lui è sulla breccia da quando tu ancora non sapevi fare altro che le bolle di saliva: chi credi che abbia messo il paniere decisivo nelle finali del 1984 contro Milano, per lo scudetto della stella? Per carità, non metto lingua. Sempre nell’anno di fede 1990, in una differita di un mese dopo circa, gli tenevo gli occhi addosso quando si giocava la finale di Coppe delle Coppe, a Firenze, contro il Real Madrid di George Karl. Non ricordo come: si ruppe, non riuscendo nemmeno a lasciare il campo da solo. Fu allora che assistei alla scena madre. Gus Binelli con delicatezza lo raccattò, neanche fosse Biancaneve dormiente, e lo prese in braccio, amorevole. Prima che l’illustre infortunato fosse deposto in panchina, e per la precisione durante il suo trasporto, ebbi l’impressione di contemplare una Pietà contemporanea, bellissima. Poi vincemmo e tutti i salmi finirono in gloria, di cui si inzupparono perfino Lauro Bon e Gallinari-padre.

Non sto a raccontare gli anni successivi: il tris di scudetti in fila; lui Don Chisciotte contro il mulino a vento dell’Eurolega; le sue Reebok Pump, unica concessione alla moda (di allora) incalzante; gli strambi duelli con Vincenzino Esposito, El Diablo, che buttava i raudi negli spogliatoi dei cugini: tanto incontrollabile quest’ultimo quanto disciplinato l’altro; la medaglia che formava con Danilovic: una faccia odiosa e sbruffona e l’altra silenziosa, ma pur sempre di classe si trattava; il famoso guizzo di Bianchini, che ne accostò le ultime partite ad eventi come lo scioglimento del sangue di San Gennaro; la sua cerimonia di chiusura, quando l’altra Bologna lo applaudì anche solo per dirgli “finalmente ti togli dalle palle”: comunque un gran attestato di stima. E poi la fine dopo la fine, quando levò le tende dal posto del cuore dopo che un padronaccio potenzialmente assassino gli fece capire: “Oh, ma sei ancora qui? Guarda, non è che avessimo strettissimo bisogno di te...ma, oh, se vuoi stare stai, non ci disturbi mica!”. Uno come lui, sentirsi dire così e riparare a Roma, dove (mi perdoni Kremuzio) le ultime gioie importanti risalgono a Polesello e Clarence Kea. Tant’è.

Non è che l’altra notte abbia propriamente sognato di lui. Sognavo me in quel 1990, senza problemi e responsabilità, all’interno della sala giochi di Rivazzurra, la Pyramid di fronte alla spiaggia, per raggiungere la quale scarpinavo da casa mia - che invece dava sulla Statale Adriatica – e passavo sotto un ponte da dove mi guardava lo scoiattolo di Fiabilandia, effigiato sul cartellone pubblicitario lì appeso. Stazionavo in fondo alla sala e guardavo un flipper, chiedendomi chi fossero, sul quadrante segna-punti, quegli strani personaggini gialli e con gli occhi a palla sotto la scritta luminescente “The Simpsons”.

E in mezzo a tutto questo si, c’era anche lui. O meglio, solo la sua faccia, tra uno stacco e l’altro. Mah.

Lo so, non chiedetemi altro.   

 
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Come può piovere domani - postilla

Post n°219 pubblicato il 14 Maggio 2012 da birramoretti_m
Foto di birramoretti_m

“Tu vuoi sapere troppe cose”...avevo chiuso l’ultimo post con una domanda, e così mi ha risposto il cielo ieri notte, uniformemente anonimo e senza stelle; pareva avermi voltato le spalle, sdegnato perché non ho valorizzato gli spettacoli naturali che aveva ospitato e mandato sotto forma di presagio: un lampo secco all’orizzonte, ma senza tuono al seguito, a dissipare il calore che prima ristagnava sulla terra e sui nostri abiti; poi il vento, l’armoniosa danza delle sue folate che il fruscio degli alberi provava a rendere meno “incorporea”. D’accordo, cielo, in fondo hai mantenuto ciò che avevi promesso. A me importa che tu l’abbia resa felice, e ti ringrazio in particolare per quei suoi “occhi ridenti” di leopardiana memoria. Ancora mi interrogo, sai, sul loro colore, e ogni volta sbatto contro il muro dell’indefinibilità. Mi viene in mente la polpa di certe olive nere; ma potrei certamente fare di meglio. E' che voglio sapere troppe cose.    

 
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Come può piovere domani

Post n°218 pubblicato il 11 Maggio 2012 da birramoretti_m
Foto di birramoretti_m

La prima zanzara della stagione si è materializzata all’improvviso, perfida e pasciuta, sopra l’etichetta di una bottiglia di Ballantines che dava sul bancone, a portata di pubblico: lì restava arrampicata immobile, come a bearsi di ciò che del sole veniva schermato dai telai e controtelai, o come si chiamano, montati ai finestroni del bar. Per parte mia ho cercato di fare la stessa cosa – no, non intendo attaccarmi al whisky di primo mattino: parlo del godere del calore abbastanza da temprare le ossa in previsione dei temporali del prossimo finesettimana, ormai diventati proverbiali in termini di puntualità. Erano minuti tranquilli, cosa che permetteva a Gilberto – navigato titolare di quel porto di mare addomesticato - di trafficare tra la macchina per il ginseng e la parete di legno dove sono conficcate le cartoline attestanti le sontuose villeggiature dei colleghi, i quali però un saluto al vecchio Gibo lo spediscono pur sempre. Lui sogghignava sotto i baffi, compiaciuti dall’invito che ogni tanto gli rivolgo: “Gibo, metti su i Deep!”, perchè tempo addietro si sentirono Gillan & Co. in quell’unico angoletto sensato di uno stabile dove invece regna l’assurdità, e io ero sicuro che non si trattasse della radio, no no, ma del caro vecchio “Made in Japan”. In realtà gli ho chiesto anche “mi macchi un latte?”, spingendolo definitivamente alla chiacchiera tra un cliente e l’altro. Ha preso a raccontarmi del concerto del funambolico Steve Vai al 105 Stadium (eventone!), e io mi sarei anche abbeverato fino in fondo a una fonte così appassionata, se non fosse stato per l’apparizione silenziosa di quella zanzara. Gibo ormai non vedeva che il mio profilo rivolto altrove, così ha guardato a sua volta nella stessa direzione e, inaspettatamente, così mi ha esortato, allontanandosi nello sgabuzzino: “Dagli quattro legnate!”. Ma lui stesso sapeva trattarsi di un proposito irrealizzabile: primo perchè non potevo abbattere la mia furia su quella bottiglia di vetro, lì in bella mostra; e secondo perchè ok, eravamo in un bar, ma pur sempre di un Tribunale, cosicchè nemmeno dovevo provarmi ad allontanare la bestiolina puntuta dal Ballantines per poi darle la caccia andando su e giù, facendo cioccare al vento i palmi delle mani: un po’ di contegno, insomma. E infatti era come se la creaturina lo sapesse, restando incollata a quel riverito marchio: non a caso all’inizio ho usato l’aggettivo “perfida”. In attesa di scoprire cosa mi avrebbero riservato di lì a poco le ore a venire, dunque, altro non ho potuto se non contemplarla, con i gomiti appoggiati al bancone; e mi faceva male bearmi insieme a lei di ciò che del sole veniva schermato dai telai e controtelai, o come si chiamano: forse perchè io, a ben vedere, non sono riuscito a bearmi di un beato. Mi sono ostinato a credere che un po’ di colorito in faccia non fosse chiedere troppo, così ho lasciato che la luce mi allargasse per bene l’iride degli occhi, e intanto mi sono domandato: ma come può piovere domani?
(O dopodomani, insomma, ci siam capiti).

 
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Sinò

Post n°217 pubblicato il 09 Maggio 2012 da birramoretti_m
Foto di birramoretti_m

“Pronto...pronto?!...non si sente nulla...”

Per un attimo mi sono sentito alle prese con uno di quei film in cui a un certo punto lo schermo è buio e una voce fuori campo chiama disperatamente un nome, poi si apre una fessura di immagini sfocate, ma poco a poco sempre più nitide fino a mostrare la faccia di colui o colei che prima invocava e adesso guarda sorridente in camera, cioè il moribondo che ha aperto gli occhi. Ma quest’ultimo nell’attimo di cui sopra ero io, e io solo potevo sentire la voce fuori campo, che c’era davvero ma risuonava dagli auricolari del mio cellulare. “Sono la Francesca...ma sei tu?...”. Dopo aver scosso leggermente la testa, ho rivisto la poltrona su cui ero stravaccato, l’interno del vagone attorno a me e la notte dai finestrini, e ho articolato qualcosa come “Ciao zia...si, sono io...accidenti, scusami...ho sbagliato numero, mi spiace averti disturbato a quest’ora...”. Erano le undici e mezza di sera, e in realtà non capivo come diamine fossi riuscito, fatto più unico che raro, a chiamare mia zia Francesca, turbandone la quiete domestica. Preso atto dell’errore, lei mi ha congedato rimproverandomi bonariamente per averla fatta così spaventare: pensava fosse successo qualcosa di brutto, accidenti a me; io, mentre cercavo di metterci una pezza, guardavo il quadrante del cellulare, pian piano ricostruendo l’accaduto. La botta di sonno era arrivata qualche minuto prima, mentre ero preso sia a mandare sms che a manovrare la sintonia della radio sul telefonino: scivolando in catalessi avevo continuato a premere lo stesso pulsante, sbagliato, visualizzando la rubrica e facendo partire una chiamata a casaccio: Francesca, appunto. Ma porca puttana. Salutandola, mi sono meglio adagiato sullo schienale, appena il tempo di pensare che avevo avuto, e ignorato, una significativa avvisaglia pure all’inizio del viaggio. Stavano per finire le ultime due (decisive) partite della giornata, anzi serata, di campionato: ero appena salito sul regionale e con la memoria ero tornato a un afoso pomeriggio estivo in cui la squadra campione d’Italia 2012 si affacciò timida, bastonata e vergognosa nello stadiolo di una città di mare: l'esordio della Juventus retrocessa d'ufficio tra i cadetti. Tuttora non dimentico il popolo che passò la nottata accampato fuori dai cancelli per accaparrarsi un biglietto. Nel corso dell'incontro, al gol di un certo Paro, che sembrava preludere alla goleada bianconera, seguì un pessimo disimpegno difensivo sulla tre-quarti juventina: Adrian Ricchiuti - furetto di Lanus, stessa patria di mister orecchino pignorato – ne approfittò, si impadronì del pallone e trottò fino all’area piccola, dove sganciò un diagonale che il portiere fresco campione del mondo non riuscì ad intercettare. Buffon, Nedved, Del Piero e altri pezzi da novanta, che  avevano constatato come le strade di quella città fossero in uno stato indegno di un Paese civile, se ne andarono con uno striminzito uno-pari in saccoccia, e i tifosi tornarono a casa mormorando: “Due mesi fa festeggiavamo un campionato e ora non siam capaci di battere dei bagnini”. Io, al gol del pareggio, uscii dal locale dove trasmettevano la partita e presi a correre e ad urlare come nemmeno Tardelli nella finale contro la Germania, con in più una raffica di inediti insulti agli juventini in serie B: quando mai sarebbe più ricapitato....e l’altra sera, sul treno, non stavo semplicemente ricordando, ma proprio sognando tutto questo, ronfando anche della grossa. L’Italia faceva festa e io cadevo preda del successivo rimbambimento e del disguido telefonico di cui sopra.

Ho riattaccato proprio mentre il treno entrava a strattoni nell’ultima stazione, la mia, quasi a mezzanotte: tempo di alzarsi e guadagnare l’uscita. Dopo aver oltrepassato una sottospecie di creatura mitologica metà turista metà balenottero spiaggiato, che se la dormiva disteso per terra a pancia in su all’ingresso della stazione, ho captato gli echi dei clacson provenienti delle macchine festanti in transito per il viale. Pioveva e l’aria era non solo fresca ma pure leggera, proprio come la mia camminata. Per nulla stanca, quest’ultima, finanche agile. Troppo, ho pensato una volta all’altezza delle rastrelliere per le biciclette. Così ho rallentato, rendendomi conto di essere effettivamente un po’ “spoglio”, oltre che leggero. Lo zaino. Porcaputtanalozaino, accidenti a me e al mio sonno di merda. Brusca inchiodata delle suole al terreno, seppure bagnato; i pensieri come scosse elettriche. Il treno da cui ero sceso moriva a Rimini, ok, torno indietro o no? Ma no deficiente, tu adesso non corri, VOLI indietro. Nuovo salto sopra quel che rimaneva dell’uomo-balenottero, discesa nel sottopassaggio a rotta di collo, e via sulla piattaforma 4, da dove ero venuto. Il convoglio era ancora sul binario; vai, che botta di culo. Mi sono fiondato a bordo, cercando di individuare il vagone dove mi trovavo fino a qualche minuto prima. Ne ho attraversato uno a caso, poi un altro, entrambi deserti; ma dello zaino nessuna traccia. Al momento di entrare nella terza carrozza, una mano ignota ma amorevole ha azionato l’interruttore generale facendo piombare il treno nel buio. D’impulso ho afferrato la maniglia rossa della porta e sono saltato giù, più che altro per la paura di restare bloccato a bordo e finire chissà dove: e infatti due secondi dopo la mia discesa ho visto il convoglio avviarsi in direzione sud. D’improvviso privo di giudizio, ho preso a sgranare il rosario più profano di cui disponevo, tale da impressionare un controllore di passaggio: “Che succede?”, mi ha chiesto. “Ho lasciato lo zaino là sopra”, ho risposto, alludendo al treno con un cenno della testa. “Ah, io non ti posso aiutare” ha aggiunto lui, in luogo di un ‘bravo coglione’ assolutamente più opportuno, “ma tieni conto che lo stanno ricoverando solo qualche metro più in giù...”. Il controllore ha avuto appena il tempo di finire la frase: di me non era già rimasta più di una nuvoletta di polvere. Il treno si muoveva verso Riccione e io a corrergli dietro sotto l’acqua battente, neanche lassù ci fosse il mio unico e ultimo bene su questa terra. A un certo punto i vagoni si sono fermati, sempre bui e inaccessibili, e mi sono chiesto: bravo, e ora? E ora, un cristo che ha manovrato quest’ammasso di ferraglia fin qua esisterà pure.

Il macchinista è sceso dalla coda con l’ombrello già spianato e di buon cammino verso il prossimo “ricovero”: non granchè intenzionato, sembrava, a darmi udienza mentre gli esponevo la faccenda, seguendolo come un’ombra. Quando si è deciso ad aprire bocca, mi ha incoraggiato così: “Ah, no, ora non si può più salire, devi aspettare che gli inservienti vengano a pulire, non so quando...sinò non so cosa dirti...sempre che poi la tua roba non se la sia già presa qualcheduno...sinò puoi sempre guardare all’ufficio oggetti smarriti...o sinò, se nello zaino c’era qualcosa di prezioso, ti tocca fare denuncia alla Polfer...”. Sinò, sinò...la parola continuava a risuonarmi in testa: gradevole, in quel momento, come i denti del giudizio in “concerto” notturno, e sì che di solito mi mette allegria, trattandosi della storpiatura locale di “sennò”; ma adesso mi sapeva soltanto di amara beffa. Non c’era verso di fermare l’uomo, tantomeno di vederlo in faccia, forse mi credeva una specie di vagabondo il cui vero scopo fosse sostare in una carrozza non in uso per asciugarsi un po’ - così a un tratto ho smesso di seguirlo, e lui dev’essersene accorto perchè non percepiva più lo scalpiccio dei miei passi sulla piattaforma zuppa. Solo allora si è girato, trovandosi davanti a un’altra scena di film mediocre in cui, mentre l’inquadratura si allontana, la comparsa è ferma sotto la pioggia a guardare per terra senza dir niente ma facendo intendere: va bene, è tutto inutile, però sto soffrendo, sai. Si è fermato per un momento, sempre sotto al suo ombrello, e mi ha scoccato addosso un sospiro. Nel buio, e dietro le mie lenti madide di pioggia, mi è parso di vederlo attraversare il binario e salire a ricoverare altre carrozze, crescente il timore che non l’avrei più rivisto. Mi sono almeno riparato sotto alla tettoia, ripensando, nel frattempo, a come quello stesso pomeriggio avessi sentito parlare della ricorrente necessità di tornare indietro a prendere le cose che servono, e che magari per questo, credevo io, sembra si dimentichino  addirittura con una sorta di perverso piacere...

Non so dire esattamente dopo quanto tempo quei fischi alla pecoraia avessero squarciato la notte e raggiunto (certo, non subito, chè ce ne volle più d’uno) le mie orecchie: il macchinista mi era comparso alle spalle senza che nemmeno potessi comprendere come avesse fatto ad arrivare lì dall’altro capo della stazione, dove era diretto poco prima. Né capivo, pensa un po’, cosa volesse da me, visto che il suo atteggiamento era stato quello di chi ritiene di aver fatto abbondantemente il proprio dovere, per quel giorno. Poi ho visto che reggeva qualcosa di lercio tra le mani. Il tono volgeva al “paterno” ora, roba da non credere. “Era sulla carrozza numero quattro. La prossima volta stai più attento, sinò se lasci della roba lassù potresti non essere così fortunato da ritrovarla...”. Che avrei dovuto replicare? “Grazie, è la prima volta che mi capita, ti assicuro che non si ripeterà”? Beh, comunque era proprio così che mi sentivo, ridicolmente colpevole e idiota. Il briciolo di pudore che mi restava mi ha indotto a girare i tacchi dopo aver detto la prima parola, nulla più. Uscito di nuovo dalla stazione l’Italia era sempre in festa e la pioggia non dava tregua; ma in me ormai albergava la convinzione che non sarebbe bastata tutta la caffeina-teina-simpamina-taurina del mondo a evitarmi, prevenendole, situazioni come quelle. Tanto valeva convivermi.  

Ah, volete sapere cosa c’era in quello zaino di tanto importante? Niente, proprio niente. Ma mi tirava il culo, ecco. 

http://www.youtube.com/embed/t2015S3A-lg

 

 
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