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Creato da birramoretti_m il 28/12/2009
“Villano rincivilito!” proseguì Don Rodrigo: “Tu tratti da par tuo. Ma ringrazia il saio che ti copre codeste spalle di mascalzone, e ti salva dalle carezze che si fanno a’ tuoi pari, per insegnar loro a parlare. Esci con le tue gambe, per questa volta; e la vedremo”.
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"Non so cosa dire di questo blog (è "inclassificabile") " - Eucarmide, 17.02.2010.
Non speravo di meglio!
Ah, scusate, ma devo dirvelo io che questo blog non è una testata giornalistica? Che diamine, ce li avete gli occhi per guardare o no?
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Se ne parlava con la mia Signora tempo addietro come tema su cui scrivere: i meccanismi che ti inducono a intitolare così invece che cosà. Intitolare è “arte” (ma più facilmente paranoia quando non si sa che pesci prendere); si può cedere alla tentazione birbante di intestare ciò che hai scritto usando frasi chilometriche tipo film di Lina Wertmuller, o citazioni criptiche da film o libri di culto che puoi conoscere solo se “sei studiato” o molto curioso. E se non ci arrivi, ti arrendi di fronte a quella che rimane una formula misteriosa, la cui spiegazione è a cura di uno scemotto che guarda gigione intendendo “vorreste capirne di più, eh?”. Poi si scopre che il titolo non ha senso, né è per forza idoneo a collegare un qualcosa che si è diviso in più parti; o magari ancora non punge vaghezza ad alcuno di occuparsi della faccenda (ehm ehm, mi sento osservato).
Eccolo, l’unico elemento di raccordo. A vent’anni – riassunto delle puntate precedenti - vagavo per la città fantasticando non solo di scrivere qualcosa, anzi, abbastanza da riempire di tanto in tanto un quaderno scolastico o un blocco per appunti, ma anche – e ancora prima - sul titolo che avrei dato al risultato, cullandomi nella deriva dei criteri di cui sopra. Trovare le parole che fotografassero il momento creativo era proprio come fare il solletico al cervello, cui mi divertivo ad appiccicare post it per poi accartocciarli a breve distanza, quando tornavo alle cosiddette “cose serie”. Mi sorprendevo a rimuginare sui “graffiti” lasciati da chissà chi in giro, su qualunque superficie: ad esempio mi colpì un “babbo, ti prego, lotta per me” sulla poltrona di un treno interregionale. Un’altra idea l’avevano fornita i miei viaggi sui trasporti pubblici, da casa mia e su per la Via Porrettana e la Saragozza. Qualunque fosse l’orario, un misterioso disegno faceva sì che non salissi mai sui mezzi più lunghi, che servivano per i grandi carichi e percorrevano ogni volta la direzione opposta alla mia: quindi, come titolo, mi ballò a lungo in testa la frase “Riuscirò a salire su un autosnodato?”. Altre volte mi sarebbe piaciuto raggruppare ogni delirio a venire sotto la dicitura “Sottobicchieri”. Il barman te li allunga sempre; e anche se poi li ignori o ti limiti ad arraffarli a scopo collezione, loro vivono, in un modo o nell’altro.
Alla fine realizzavo che era inutile cercare di mettere il tetto a una casa ancora da costruire, e accantonavo la smania dei titoli, almeno momentaneamente. Proseguivo, e lo ripropongo qui idealmente, il tragitto cominciato nei precedenti due post: Rizzoli, Due Torri; a destra Via Castiglione e l’altro concentrato di poesia che è Piazza S. Stefano, ma io passavo oltre sciroppandomi tutta Via S. Vitale; una breve rispolverata alla mia vecchia strada che è pure l’ultima traversa prima della Porta, con le quattro o cinque trattorie incastrate in pochi civici, il trionfo dei dolci al cucchiaio e del bollito al carrello; poi dietrofront verso l’edicola aperta tutta la notte, quando veniva scoperto il comparto dedicato alle pubblicazioni per educande; e da lì a lasciarsi rapire dalla corrente di traffico dei viali – con il Centro che brulicava lontano, alle spalle – era un attimo.
Si è sempre detto, in passato, che di questa città i viali costituissero una sorta di termometro della vitalità, a seconda della quantità di traffico: in tal senso, gli autoctoni si vantavano del viavai di auto anche a mezzanotte, mica come in altri posti in cui a una cert’ora è tutto smorto. Sarà. Il traffico lo notavo anch’io, scarpinando a tarda sera, ma non è che dai finestrini delle macchine si vedesse gente sorridente con la boccia di spumante in mano. Sui marciapiedi del tratto “Filopanti” (e preciso al volo che i cognomi in cui incorrete identificano, uno via l’altro, i pezzi di viale in cui transitiamo) c’era qualche busona internazionale, quello si: mentre le oltrepassavo, le più educate cinguettavano un timido “ciao” di richiamo; altre più esplicite esponevano il loro manifesto programmatico dicendo “vogliamo scopà”. La parte fino a Porta San Donato, andata e ritorno, la percorrevo per dare corpo a un rituale collettivo che prevedeva, ogni volta che si passava un esame, un’ospitata in casa di amici in Via Paolo Fabbri (si, quella del Maestrone), e una serata a base di zuppa del casale, della quale conservo un non gratissimo ricordo alimentare. Sul tratto Berti Pichat, invece, capitavo in tutto il resto della giornata, trovandosi lì uno dei distaccamenti delle aule universitarie. Andavamo già carichi del borsone pieno di vestimenti fetidi alla lezione del venerdì sera alle diciotto, l’ultima della settimana, dopo la quale ci si dirigeva in stazione, lontana un quarto d’ora circa di passeggiata. Durante quest’ultima, nel segmento “Masini”, avevo sempre la luce naturale alle spalle, cosicché mi trovavo ad essere, camminando, una meridiana in carne ed ossa. D’inverno la questione non si poneva per via del buio, ma quando iniziavo a proiettare davanti a me, sempre più lunga, la sghemba ombra di un grissino quale non ero mai stato, significava che era ormai primavera: svegliatevi bambini, che stan per finire le lezioni e tocca studiare. E se invece l’ombra non era ancora molto lunga, l’effetto meridiana svaniva per ricordarmi unicamente, guardando a terra, quanto mi fossi “intozzato”, o che era tempo di farsi sfoltire dal barbiere.
Qualcuno penserà che questo pappone insipido si concluda con un treno in partenza: mettiamo pure, ma subito prima dei titoli di coda c’è ancora una sequenza, che si sviluppa proprio dalla stazione. Non abbiamo più deviato dai viali, se notate, e infatti ecco il tratto “Pietramellara”, che mi portava all’altro distaccamento universitario, il famigerato Bestial Market. A un certo punto del tragitto la mia vista, invece di essere distolta dalla decadente imponenza di Porta Lame, veniva calamitata da un anonimo muraglione grigio, anzi, su un preciso punto di esso, dove un genio ignoto, della schiera di coloro che per questo di norma io prenderei a scudisciate sui palmi delle mani, aveva lasciato un fecondo segno del proprio passaggio. Due piccole frasi, una sopra all’altra. La prima: “Il mare è sempre rosso”; la seconda: “Qualche volta è verde”, entrambe del rispettivo colore a cui si riferivano. Attorno, a corredo del concetto, schizzi di inchiostro ondulati. Mi ci soffermavo mentre nelle pupille andavano formandosi grossi punti interrogativi: sembravo Alberto Sordi alla Biennale di Venezia, nell’episodio delle vacanze intelligenti. Sopraffatto dall’ignoranza e dall’impossibilità di stabilire se si trattasse di un estratto di poesia o canzone o qualsivoglia opera d’arte molto famosa, concludevo che potevo comunque sfruttarlo come titolo. Ma titolo di che? Di qualcosa che non c’era, s’intende. Proprio come il mare in quella città.
E dunque, alla buon’ora, fine.
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Nel Dall’Ara credo di essere entrato in due o tre occasioni in tutto, mai per concerti. Mi son sorbito un paio di eliminazioni dalla Coppa Italia, con relativi incendi di cassonetti in mezzo a Via Andrea Costa, tutto lì. La prima, gran beffa!, ad opera del Vicenza e di quel Giovanni Cornacchini che negli anni precedenti proprio a Bologna non aveva brillato, diciamo così. La seconda invece era da aspettarsi, come quando un bimbo allo zoo fa i versacci a una belva in gabbia che a un certo punto si stufa e lo sfigura con una zampata improvvisa dalle sbarre. Avversaria era una delle rampanti Fiorentine del primo ed entusiasta Cecchi Gori, quelle con Batistuta centravanti, sulla cui madre la curva intonò gustose stornellate. Finalmente vidi giocare dal vivo Kenneth Andersson, il centravanti rossoblu, che mi faceva tanta tenerezza perché segnava poco ma era un poeta della fatica, asservito com’era alle necessità tattiche di quel mostro di Renzo Ulivieri che lo spremeva come un limone. Ma il popolo non capiva. Un curvaiolo dietro di me a un bel punto gridò: “Te ne devi andare a cagare, svedese di merda! La vedi la porta o no?!”. Di fatto, no che non la vedeva. Avrei voluto voltarmi ed eccepire qualcosa come “Lei, messere, è un gran villano”, sfidandolo a duello. Non avevo il guanto adatto a schiaffeggiarlo, accidenti. Ma la miglior serata lì dentro la vissi assistendo a un’amichevole, non so se per beneficenza, tra il Bologna e la Nazionale messicana. Durante la partita, in un silenzio irreale, era possibile perfino percepire un gruppetto di cinque ospiti in verde pigolare “chi non salta del Bologna è, è!”, zompettando a ritmo. La gente sugli spalti cazzeggiava variamente, senza prestare davvero attenzione a ciò che succedeva in campo e dedicando giusto due secondi d’applauso a Marocchi che s’era messo a correre a braccia alzate: chi lo sa, magari aveva segnato, ma in che modo non era ben chiaro. Ve lo dico io, cari: fece gol su calcio piazzato trafiggendo il portiere Guillermo Campos, famoso perché sembrava una cocorita per via delle sue divise, non esattamente all’insegna della sobrietà negli accostamenti cromatici. Ovviamente fu per ammirare quest’ultimo che presenziai, ma non lo dissi a nessuno.
Tagliando il percorso, Piazza della Pace, il bar-pasticceria Billi (quello del “pan spziel” – no, non è tedesco), il Meloncello; urca, al Teatro delle Celebrazioni mica ci son mai stato, ma in questo punto muore quella vecchia serpe della Saragozza, sempre affascinante nello snodarsi fino alla Porta. Il fatto che della via mi piaccia ricordare solo l’osteria Belfagor vi fa intendere – se mai ce ne fosse bisogno – che non siete alle prese con una guida turistica. Ci entrai con un amico facinoroso, per scommessa, e se non altro perché a una cert’ora di notte era l’unico posto aperto nel circondario. Eravamo reduci da un’uscita di gruppo in tutte le stazioni di quella Via Crucis epatica che è Via del Pratello; alle quattro ciondolavamo sul tragitto verso casa, con una certa sete addosso ma a corto di contante. A lungo esitammo sotto l’insegna ancora accesa, finchè io e quell’amico dicemmo agli altri: “..ah, cosicché non avremmo il coraggio?! Andate affanculo, ci pensiamo noi”. L’unica cosa davvero vitale, dentro la Belfagor, era il frigo delle birre: “Cinque Beck’s”, ordinammo al buon gestore che invece, al confronto, appariva piuttosto spento. Di fronte alle bottiglie, e alla richiesta delle sudate lire, mi produssi in una rabbrividente pausa scenica. “Ok”, dissi: feci grandinare dalle mie tasche sul bancone un’immane quantità di monetine, e presi a contare: “Cinquanta, cento, duecento, settecento…” sotto l’allocchito sguardo dell’amico, cui avevo fornito l’ennesimo pretesto per definirmi socialmente disagiato. Snocciolare i soldi in quel modo mi evitò di incrociare l’occhio del gestore, e alla fine uscimmo reggendo le sospirate Beck’s. I minuti precedenti non li rammento con precisione perché certe cose si rimuovono, ma nessuno ci corse dietro armato di spingarda, né arrivarono denunce.
Porta e Via Sant’Isaia, Piazza Malpighi, Ugo Bassi-Rizzoli-Indipendenza a formare la famigerata “T” della chiusura al traffico: e che ve ne parlo a fare. Incastrato in questo scorcio di centro cittadino, non dico esattamente dove perché qualunque realtà forense italiana finisce per essere troppo piccola e mormorante, si trova lo studio dove sostenni il primissimo colloquio di lavoro dopo la laurea. Nello scegliere se insistere o meno a intraprendere la professione, avrebbe dovuto mettermi in guardia subito un particolare: la stanza a pianta triangolare occupata da colui che, chissà, mi avrebbe assunto a garzone di bottega; ma all’epoca, a causa della tensione, riuscii perfino a non farci troppo caso. (Col senno di poi ci ho riflettuto spesso, e con terrore). Un ciuffo grigio cascava mollemente su un occhio del gran capo: lo immaginai prendere l’aperitivo accomodato su uno sgabello in posti come “Al calice” in Via Clavature (“Al Calice, ci si incontra”) ma non c’era modo di evitare la smorfia con cui mi affrontava: un po’ quella del professore che aspetta una sola tua sillaba per decidere se metterti 18, lanciarti il libretto dalla finestra o magari fare entrambe le cose. Mi aspettava al varco, il figlio di sua mamma. Dopo aver dedicato pochi secondi al mio curriculum universitario, per rompere il ghiaccio mi ero messo a discettare di come fossero INTERESSANTISSIMI determinati progetti di riforma del codice di ‘sta ceppa, ma lui mi interruppe. “Da te, adesso, voglio una e una risposta soltanto” - e stavolta la pausa scenica la subivo. “Lo dirò una volta per tutte: noi non paghiamo i praticanti. Andiamo avanti?”. Sapevo bene qual era il 50% sbagliato del campo di repliche possibili, e l’imbroccai voluttuosamente. “Perfetto”, assentì appena il gran capo, rassicurato, “...e in cosa ti interesserebbe approfondire il tuo praticantato?”, parve un po’ sciogliersi. “Beh, il diritto penale ha indubbiamente un suo fascino”, gli feci io, consapevole che la frittata era fatta e senza sapere neanche cosa stessi dicendo. “Benone”, concluse come se gliene importasse qualcosa, e si alzò: “Benvenuto a bordo. Ci vediamo domattina”. “Grazie, avvocato, e arrivederci”, salutai uscendo, non senza ricevere in cambio, chiudendomi il portone alle spalle, un accorato “Per favore dammi del tu, che sennò mi fai sentire tuo nonno”. In compenso, quel “domattina” avevo imparato tutto sui timbri: quali usare e dove apporli, “originale”, “copia”, “posta”, “urgente”, e via così. Quanto alla faccenda del diritto penale dotato di un proprio fascino, avrei presto appreso come la forbice delle risposte sbagliate fosse ben più ampia del 50% in cui ero incappato all’esordio.
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Lo stradone metropolitano intitolato al fondatore della Diccì resta brutto a distanza di tempo, e poco prima del cartello di benvenuto a Casalecchio è in lievissima pendenza perché San Luca lassù - che pare di poter toccare con mano, alla fine del portico luccicante – deve pur sempre svettare in tutta la sua imponenza, condizionando le terre circostanti neanche appartenessero all’omonimo santo. Il santuario occupava, nobilitandola, la visuale dal nostro davanzale, per un curioso gioco ottico simile a quello per cui – è stato scritto - un finestrone all’interno del Rizzoli ti fa apparire gigantesca tutta l’Asinelli, come se fosse lì a pochi passi; eppure raramente noi, anche quand’eravamo in giro, alzavamo il naso nella sua direzione. Piuttosto, strusciavamo i nostri grugnacci contro il GS, sul marciapiede opposto: del resto, fare la spesa aveva precedenza sulle attività contemplative. Il supermercato è ancora lì, la cabina telefonica invece l’han tolta; e come stupirsene. Non avevamo l’apparecchio fisso, quindi per noi quel fetido gabbiotto era di fondamentale importanza, potrei dire anche per il fatto che i cellulari non erano ancora diffusi, ma non sarebbe del tutto vero. Avevamo deciso di chiamare le nostre famiglie non ognuno per i fatti propri, ma facendo una passeggiata assieme e ad orario prestabilito, più o meno alle sette di sera, quando eravamo tutti tornati dalle lezioni e prima di cena: scendevamo sullo stradone, oltrepassavamo il distributore Q8 ed eccoci alla cabina, scheda tra le dita. Poi chi restava fuori ad attendere il proprio turno si divertiva a indovinare se il residuo coinquilino era impegnato in una conversazione con mammà o stava facendo puccipucci con la morosa, nel qual caso sul volto di chi parlava si disegnavano sorrisi tutti particolari, davanti alla cornetta: e quindi era ancor più gustoso, per chi era all’esterno, attaccarsi alle pareti trasparenti facendo boccacce o mimando amplessi. Un giorno uno di noi sfoggiò un mattonazzo nero che giurava d’essere uno dei primordiali telefonini: l’aveva vinto con una raccolta punti del Dash, ricordo. E credete che avesse smesso di unirsi alla nostra peregrinazione verso la cabina? Ma nossignore. Era forse l’unico momento in cui sperimentavamo un certo senso d’unità, come nemmeno a tavola, in casa.
E’ rimasto pure “100% ANTIVIRTUS”, a spray prevedibilmente blu e in caratteri cubitali, sul muretto davanti alla fermata del 20: un po’ stinta, ma se qualcuno la cancellasse son sicuro che zelanti tutori dell’arredo urbano provvederebbero a ripristinarla in un battibaleno. La scritta mi ha perseguitato a lungo, e benché del messaggio che porta io mi sia sempre fatto un baffo, costituisce una sorta di pisciata territoriale: come a intendere “brutto coniglio bavoso, di scudetti e coppe potrai anche vincerne millanta, ma ricorda che ti stai muovendo in una zona non tua, per cui sta’ calato”. E io calato ci stavo, ma non mi rinchiudevo certo in casa, anche di sera; e non poi per andare chissà dove. Seguivo le partite della Coppa dei Campioni isolandomi in una stanza deserta e con l’orecchio attaccato a una radio quasi a volume zero, come un troglodita: pendevo dalle labbra di Gianni Zoboli ed ero costretto ad aspettare i boati del pubblico per capire se la palla finiva o no nel cesto, ma non invidiavo chi si sorbiva Flavio Tranquillo su TelePiù Due, con l’incomprensibile Francesco Fischetto a supporto. Nella stagione della prima grande affermazione continentale si vinceva quasi sempre, e così scendevo a festeggiare nel pub sottocasa, anche bello, con luci soffuse e saletta interna, ma la vivacità media degli avventori finiva per farlo somigliare, come atmosfera, alla copertina di “In Through The Outdoor” dei 4 Divini. Il barman ormai mi conosceva, e dunque dopo avermi servito la Devil’s Kiss chiedeva cosa avessero fatto le due bolognesi. Se quelli del “100%eccetera” avevano perso, lui (peraltro assolutamente neutrale) andava con lo sguardo in un angolo di locale, dove era accomodato un tizio alto, secco, con il mento aguzzo adornato di barba sale e pepe e un berretto da baseball sempre in testa; e in faccia un’espressione triste, non si sa se per natura o perché condizionata dalle notizie sul giornalaccio che trovava sul tavolo. Il barman buttava una frasaccia tipo “Oh, Baraldi, avete perso anche stavolta, cum’ela?”, e Baraldi non muoveva mezza palpebra, unico segno di vita un’alzata di spalla. Magari già sapeva, o intuiva. Intanto, come un Carmelo Bene colto da furore declamatorio, un altro membro dei “100%eccetera” si era appostato davanti al pub e uggiolava a luna e stelle di essere fiero di non aver mai vinto un cazzo. Visto che danzava sul ciglio del marciapiede, e considerato il traffico, rischiava di vincere un soggiorno al Rizzoli, quello si.
Prima di arrivare allo stadio, sull’Andrea Costa, rasento la Certosa e provo a rivederla di notte, quando una volta mi parve di doverla attraversare per arrivare fino alla baracca di Oliviero. Una gelateria, essenzialmente, ma ci andai perché era un covo di miei consimili, si giocava un’altra finale continentale e io non potevo accettare di smadonnare ancora orientando, a casa, antenne retrattili e chilometriche al pari di Fantozzi alle prese con la radiocronaca di Italia-Inghilterra. Mi tenne un posto accanto a sé Cinghia, centoventi chili di colesterolo e stronzaggine, le palpebre appesantite dalla tensione. L’avversaria lituana fu impietosa, anche se si sapeva che sarebbe stata smembrata l’anno successivo. Era come assistere a un incontro di braccio di ferro tra Bud Spencer e un seminarista: ogni tanto uno fa finta di farsi mettere in difficoltà dall’altro per far ridere il pubblico, poi torna serio, e con un lieve scatto di gomito fa esplodere le vene sulla faccia dell’avversario, ma senza abbatterlo, rosolandolo a fuoco lento. L’incontro andò più o meno così. Riponemmo le sciarpe in tasca e ci riaffacciammo sullo stradone. L’aria notturna era beffardamente dolce, e cercavamo di consolarci a vicenda parlottando alla fermata dell’autobus, ma le nostre facce dovevano essere inequivocabili, perché uno ci passò accanto in bicicletta e gridò: “ZALGIRIIIIS!”. “Frocio!” gli urlò dietro Cinghia, e io sperai che il tizio non avesse qualche tipo di arma con cui affettare le nostre flaccide carni.
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Raggiunse il tappeto con la rituale corsetta, ed ebbe la miglior dimostrazione di come il tempo potesse fermarsi. Alla sua destra, spalti improvvisati ma gremiti fin quasi a far temere per la loro agibilità se solo uno degli occupanti avesse fiatato una volta di troppo. Dallo stesso lato, ma a pochi passi, una torma di marmocchietti seduti a gambe incrociate e occhi sgranati; alcuni di loro, sopraffatti dall’evento, avevano appoggiato il mento sulle nocche, contravvenendo alla rigorosa compostezza che l’arte avrebbe imposto anche in quel frangente, ma per il resto la disciplina era davvero coreana, visto che ciascuno occupava la propria mattonella fino a ottenere uno schieramento di precisione geometrica rinvenibile solo su un tavolo da sfoglia, pieno di tortellini appena fatti. In un solo secondo ricordò la prima volta in cui mise piede lì dentro: era anche più giovane di quegli spettatori imberbi, e indossava una tuta tanto anonima da farlo sentire inadeguato rispetto agli altri, che invece gli parevano cigni reali, e non solo per via delle divise e le cinture colorate, ma anche per le movenze, a comporre una sorta di balletto marziale stranissimo a vedersi. Perché era capitato lì in mezzo, da bambino? Per motivi di difesa personale: in parole spicce, perché le prendeva un po’ troppo e i suoi ne erano preoccupati. Ma: “Diventerò mai bravo come loro?” si era chiesto da esordiente tramortito, restando in un angolo di palestra. Nonostante ne avesse da raccontare, affermava che ben poche cose della sua carriera gli erano rimaste impresse, tutte insignificanti: tra queste l’odore degli spogliatoi dopo il primo allenamento, e la volta che, indossando il suo primo dobok da cintura nera, notò che gli avevano cucito sulla schiena il cognome privo di una lettera. Ma ora eccolo, il più bell’ornamento, ad anni di distanza, durante i quali aveva avuto modo di far parlare non solo di sé ma – ciò a cui teneva di più – della sua disciplina sportiva, e di quella stessa cellula nella quale aveva imparato a stare in piedi, camminare e spiccare il volo. Adesso, gli succedeva di provare orgoglio per l’arte che praticava non solo per merito degli ori olimpici italiani, ma pure perché uno dei calciatori più famosi del mondo, anch’egli cintura nera, la applicava spesso in partita a ogni tocco di palla, lieve o potente che fosse. Difficile spiegare questa soddisfazione ai profani, che però verificavano e finivano per capire.
Un volo che, comunque, si era concluso da tempo. A quarant’anni la stagione era troppo aspra per competere, anche se non per andare semplicemente avanti, accontentandosi di planare a bassa quota. Poteva continuare benissimo a essere il miglior istruttore della tua vita, ma forse non ce la faceva più (e non dal punto di vista fisico): molti lo temevano, qualcuno diceva di esserne certo; tutti erano assiepati in palestra quella sera per appurarlo, nessuno si aspettava di avere una risposta. Era, la sua, una partecipazione amichevole a una manifestazione, e la prestazione non prevedeva nulla di eccezionale; ma magari si trattava anche dell’ultima apparizione pubblica in dobok, chissà.
Ora guardava davanti a sè, inquadrando come altre infinite volte i profili dei suoi due colleghi a una decina di metri di distanza. Uno era seduto sulle spalle dell’altro, impettito. Dalla parte superiore di quella strana figura (ma di fatto uguale a due semplici amici in mare, a mezz’acqua, quando si spintonano con altri due dirimpettai in posizione speculare) sporgevano due braccia a reggere, alte, una tavoletta di compensato spessa un paio di centimetri, tenuta sospesa a poco più di due metri da terra. Accarezzò meccanicamente la cintura nera, e partì. Il problema non era il salto, semmai concludere imprimendo al calcio la potenza necessaria; eppure, durante la rincorsa, lui non pensava proprio a questo. Come per replicare nella sua mente alla gente che era accorsa, stabilì: “Se ce la faccio, smetto. Se non ce la faccio continuerò, ancora per un po’. Per una forma di autodisciplina, diciamo. Ecco”.
Il balzo sul piede destro e con il ginocchio sinistro sollevato, era di per sé qualcosa di stilisticamente rimarchevole, come al solito. Al punto di massima elevazione, fece svettare di scatto la gamba destra, tanto da potersi toccare il petto con la rotula. Era questione di far viaggiare il corpo alla stessa velocità della mente, non poteva essere altrimenti: in quella condizione il punto d’impatto con la tavoletta deve essere l’avampiede, sulla pianta, se non vuoi rischiare di spaccarti qualche dito.
In aria, seppur non di proposito, finiva per tenere gli occhi chiusi, acuendo l’unico senso che nell’occasione era evidentemente importante: non fece eccezione neanche stavolta. Infinito fu l’attimo che lo separava dal rumore tanto agognato, che però arrivò prima al suo orecchio, e solo dopo, come per uno scarto di tempi nei collegamenti via satellite, risuonò nella palestra, distruggendo le maschere imbambolate degli astanti. Atterrò piegandosi sulle gambe, e toccando lievemente il tappeto anche con la punta dei polpastrelli, l’eleganza di una fiera piombata da un ramo. Uno dei colleghi, mentre attorno crepitava un applauso ordinato, discreto (un po’ perché così era anche lui, un po’ per la solennità del momento), gli sorrise reggendo un pezzo di compensato in ciascuna mano. Lui, un angolo di bocca appena piegato, scostò lo sguardo senza evitare di pensare, come gli capitava da quando lo vide, che David Lee Roth nel video di “Jump” fece lo stesso, senza studiare anni e per di più con l’unica preoccupazione di dover scacciare le frotte di donne urlanti; mentre lui invece, figuriamoci.
Omaggiò la platea con un inchino, e decise di mettere in soffitta i due pezzi di tavoletta, la cui linea di rottura era centrale, dolce e sinuosa: quasi non sembrava fosse originata da un colpo di tae kwon do. E l’ipotesi in cui a tenere assieme quel compensato fosse un generoso tocco di colla, avrebbe implicato un esame della vicenda sotto altra luce, nevèro?
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Era una delle prime esperienze in cui il piccolo Laerte aveva imparato da sua madre come cavarsela da solo. Giusto pochi giorni prima, il volto di lei ancora sorvegliava paziente e angelico tutta la sequenza di gesti all’inizio un po’ farraginosi, ma pian piano resi automatici dalla pratica e dalla memoria, finchè Laerte aveva ricevuto complimenti che non ricordava così sentiti dal pomeriggio in cui era riuscito a comporre un intero numero sul telefono fisso di casa. Ora, a misfatto compiuto e sotto una pioviggine inconsueta per quell’ultimo giorno di maggio, cercava di ricostruire le istruzioni materne: intreccia i due lacci, stringi forte, piegane uno in due, attorcigliagli attorno l’altro, che poi devi infilerai sotto estraendone la parte che sporge; e hai finito! ne otterrai una specie di fiocco, e devi tirarne le estremità perché la scarpa aderisca bene al piede. Si, la procedura era la consueta; il problema, forse, era che non gliel’avevano illustrata tutta: e figurarsi, c’era mica bisogno di un’appendice sulla maniera di togliersi una Bull Boys? Eppure, il risultato del sortilegio era visibile ai suoi piedi; e non era quest’ultimo in sé, quanto il fatto che si presentasse a sorpresa, senza il conforto della statistica, a inquietare Laerte. Un fosco presagio gli appesantiva le dita proprio mentre il laccio correva via; ne seguivano la consapevolezza di aver scelto quello sbagliato, e la frustrazione per non riuscire a rimediare in tempo. Come adesso: sulla scarpa, a congiungere i due lacci c’era come un grumo che solo un occhio superficiale avrebbe giudicato minuscolo. Aguzzando la vista, non appariva semplicemente un nodo. Le fibre si erano intrecciate al punto da comporre quasi un opera d’arte: il cesello di un artista pazzo. Non era ancora in grado di imparare la sequenza dei nomi buffi che aveva visto sul manuale di suo fratello, già lupetto esperto: gassa d’amante, giro morto, bocca di lupo, carrick…ne aveva memorizzato solo le figure, e sembrava fossero comparse tutte assieme in pochi millimentri. Non c’erano falangi piccole abbastanza per districare quella matassa; e neanche rendere lasso un lembo di laccio fino a liberarlo, tra sbuffi e dolori, era una soluzione…si usciva da un labirinto per poi ritrovarsi in un altro, più ampio. Niente da fare: cercando di intervenire in qualunque modo, Laerte avrebbe soltanto rovinato la perfezione di un tal intarsio, che in ogni caso non poteva restare eterno. Come gli era già capitato di fare, con l’orgoglio di chi ha lottato ma non vuole palesare la propria sconfitta, rientrò in casa, si tolse le scarpe, lasciò quella prigioniera dell’incantesimo in bella vista nella sua cameretta, al centro del pavimento; e andò via dicendo a sé stesso: speriamo succeda anche stavolta.
E successe. Nella tarda serata si riaffacciò e la ritrovò nello stesso posto, ma con i lacci di nuovo lunghi, certo un po’ provati, ma dispiegati sul parquet: come per intervento di una mano, guarda un po’, “paziente e angelica”, come il viso di qualcuno di sua conoscenza.
“Mah”, si strinse nelle spalle Laerte.
Del resto, per scacciare un sortilegio, non può che opporsene un altro.
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