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Creato da birramoretti_m il 28/12/2009
“Villano rincivilito!” proseguì Don Rodrigo: “Tu tratti da par tuo. Ma ringrazia il saio che ti copre codeste spalle di mascalzone, e ti salva dalle carezze che si fanno a’ tuoi pari, per insegnar loro a parlare. Esci con le tue gambe, per questa volta; e la vedremo”.

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Messaggi di Ottobre 2012

Fugaci visite notturne

Post n°243 pubblicato il 29 Ottobre 2012 da birramoretti_m
Foto di birramoretti_m

Mi chiamo Bentley Cooper. Qualcuno sa il perché, ma non è affar vostro. Non temete, non avete iniziato Dickens, né voglio scimmiottare Salinger e il suo incipit sull’infanzia schifa, ma del mio passato ritengo di rivelarvi unicamente - circostanza comunque emblematica – che una delle prime parole da me pronunciate è stata “buio”. Mi trovavo con i miei genitori per le scale di un condominio, anche se non so dire se quei gradini già fossi in grado di salirli o meno. Ricordo uno dei finestroni tra una rampa e l’altra, e la sera invernale che d’improvviso vi si intravedeva. Sgranai gli occhi e puntai anche il ditino, ne sono abbastanza sicuro, per poi farmi uscire dalla boccuccia le quattro fatidiche letterine, che risuonarono nel silenzio del palazzo. Tuttora non saprei spiegare perché mi fossi sentito indotto a indicare l’oscurità esterna, in cui non mi imbattevo di certo per la prima volta. Di fatto, del che chiedo perdono, resi i miei lì vicino edotti e partecipi del “grande evento”, gli albori della mia verbosità, in una maniera inconsciamente un po’ teatrale.

Al contrario di Holden Caulfield inizio ad esser vecchio, e anche ad averne delle riprove. Ad esempio, sono giorni che il mio cervello, nonché quel poco che lo attraversa, viaggia a ritmo di “Nine Types of Industrial Pollution”, dei Mothers of Invention. E’ un brano strumentale di una quarantina d’anni fa (la vecchiaia), e consta di un assolo di chitarra che definirei “atletico” ma registrato a basso volume, e accompagnato da una batteria che di contro pare suonata da un bradipo sedato. Il tutto dà miracolosamente l’idea di trovarsi in un mondo allo stesso tempo frenetico e rallentato: proprio come inquinato e infestato da qualcosa di stagnante. Si parlava della mia testa, vero? Uhm, ecco. In altri momenti invece – la considero una sorta di inspiegabile analogia - risento nelle orecchie il rumore delle costruzioni che all’asilo ci venivano quasi riversate addosso dal fustone, senza che alla fine si riuscisse mai a far combinare quei pezzi in modo sensato o compiuto.

Mi sento vecchio anche perché percepisco più nettamente che mai la mia “bassezza” fisica (su quella morale, s’intende, ho paura a pronunciarmi). C’è da dire che sono cresciuto in fretta (la mia statura a dodici anni era più o meno quella attuale) e male (perché lì mi sono praticamente fermato). Misuro un metresettantasette; ma guardando la gente, mi rendo conto di come il mio naso finisca spesso puntato in alto. E non voglio fare discorsi sessisti, ma ogni volta mi chiedo come siano state nutrite le donne negli ultimi anni. In modo più evoluto rispetto a me, di sicuro, che venivo apostrofato dal professore di educazione fisica con aulici termini quali “braciola” o “polpetta”.

Non so se certi sogni ricorrenti denotino poi scarsa “lucidità” da svegli. Ecco il mio. Sto percorrendo i consueti tragitti quotidiani, casa-lavoro e ritorno, quando all’improvviso la strada come me la ricordo non è più la stessa, oppure devo cambiarla - mi spiego: mi trovo davanti un senso vietato che il giorno prima non c’era; oppure il ponte su cui transito è stato alzato neanche fosse un viadotto, o ristretto, o privato delle protezioni dallo strapiombo ai lati; oppure ancora arrivo a uno svincolo che mi fa scegliere una strada, e io non mi ci raccapezzo, e di botto sono su una sorta di tangenziale. Verrebbe naturale chiedere: ma alla fine arrivi a destinazione o no? E risponderei che mi sveglio prima di saperlo. Mi (vi) risparmio ogni banale implicazione di stampo psicanalitico, chè qualunque idiota sarebbe capace di interpretare sogni del genere. Forse la carenza di lucidità è data dal bisogno di raccontarli, come sto facendo io.  

Ora ho un calo di zuccheri; vado a periziare un vasetto di yogurt. Sul tema, potrei tornare un’altra volta. Meglio per voi che non ne abbia voglia.

http://www.youtube.com/watch?v=dSCGbUyExxI

 
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Celebration Night

Post n°242 pubblicato il 22 Ottobre 2012 da birramoretti_m
Foto di birramoretti_m

Che siano Loro, guardacaso, a farmi transitare di nuovo per lo sterrato arido e infruttifero che è diventato questo spazio, a me può sembrare scontato, e a voi invece proprio noioso. D’altro canto, sorprende me per primo il fatto che solo un evento di tale portata potesse schiodarmi dal divano serale per poi recapitarmi al multiplex cittadino, dove di solito, nel mercoledì dello sconto sul biglietto, ci sono scene quasi da fila agli Uffizi. Beh, che dirvi, mi aveva colto il senso dell’ “evento”. Se ne parlava da un bel po’, nei circuitici radiofonici appena decenti, come un qualcosa per cui “muoversi in anticipo”. E non c’erano di mezzo gli Uandairèccion dal vivo, per carità: si trattava “solo” del resoconto filmato del concerto che nel 2007 i Led Zeppelin superstiti (con alla batteria il figlio di cotanto padre) tennero allo stadio di Wembley una tantum, in memoria del boss dell’etichetta Atlantic. Della serata non esistevano che stralci tremolanti estratti dal mezzo della folla con la videocamera, poi finalmente è stato deciso di farne uscire nei cinema la versione ufficiale, da proiettare in unica data – il 17 ottobre - in tutto il mondo, dal che derivava fibrillazione quasi come se i quattro dovessero suonare ancora: spasmodica ricerca delle sale “elette”, prenotazioni di posti, oddio-oddio-non-è-che-si-rimane-senza?, eccetera. L’uscita del relativo DVD, a novembre, non fa fatto: meglio godersi prima il tutto al buio, con attorno il lezzo dei pop corn e la gente che fa casino. Per cui, il 17 scorso, ho considerato l’evento con un atteggiamento oscillante tra il “potrò mica perderlo, proprio io?” e il “uh, figurati, sarà tutto pieno, va beh, ci provo”, senza considerare il fatto che Rimini non è Londra, dove avevano stesso addirittura il tappeto rosso all’ingresso del “theatre”. Affacciatomi al botteghino del multiplex (anche se in anticipo, cioè alle sette e mezza di sera circa) mi avevano detto perfino che per “Celebration Day” c’erano ancora posti per il primo spettacolo, ma visto che trattavasi di prima fila e non ci tenevo a veder bene solo il mento di lor signori, ho declinato. Con terrore ho chiesto: “come siamo messi con il secondo?”, e il cassiere ha risposto, con un’alzata di spalle: “Uh, quanti ne vuoi”, come a intendere “mica si tratta di De Sica o di un episodio di ‘tuàilait’”. Sarei uscito all’una, ma pazienza.

Avevo quasi paura ad immaginare quel che sarebbe uscito, e come, dalla bocca di Plant. Il fatto che, anche - o solo - per via dell’età, non si sia prodotto in mossettine e giochi di bacino, è stato di per sé positivo. Ma, accidenti, non me l’aspettavo così in forma vocalmente: si è concesso perfino un paio di acuti, durante i quali si è strizzato tutto come un mociovileda, restandone magari un po’ stordito, ma quant’era lontano il tizio che ricordavo al “Freddie Mercury Tribute” nel 1992, preso forse al lazo perché nessuno voleva cimentarsi con Innuendo. L’altro ragazzino alla chitarra, James Patrick, di cui si dice un gran bene, ad inizio concerto si è presentato in elegante giacca nera, candida chioma lisciata tutta da una parte ed occhiali neri poggiati su un setto nasale anch’esso piallato dall’uso e dall’abuso, di che tipo si sa. Col passare dei minuti però sarebbe arrivata la trasformazione: via la giacca, maniche di camicia arrotolate, sudore a fiumi su quel colletto nel quale una volta, come scrisse qualcuno, si poteva far passare senza sforzo una mano stretta a pugno, tale era la magrezza del collo; e la chioma ondulata era ritornata il consueto, madido ammasso di ricci che si muovevano a ritmo. Impressionante la sua bocca: durante certi assolo, per lo sforzo, si trasfigurava fino a ricordare quella di Stallone mentre spezza le braccia altrui al rallentatore in “Over The Top”.

John Baldwin (lo chiamo così perché mi piace più del suo pseudonimo, troppo ordinario anche per lui che è sempre stato l’ordinarietà fattasi persona, non fattasi artista beninteso!) è ancora un libro di testo assolutamente brillante, benché sfoggi un prevedibilissimo taglio da ragioniere. E poi il mastro pellaio, su cui non mi va di sbilanciarmi. Ho solo ricordato quando, sentendolo all’opera vent’anni fa nella band che portava il suo cognome, desiderai che le bacchette se le ficcasse lì, là, su e giù. Ma il richiamo del sangue - al di là di pacchianate come l’indicare alla folla il suo tatuaggio raffigurante il marchio del padre sul quarto disco – non poteva essere sconfitto.

Sul concerto poco da dire. Attendevo di sentire se Plant avrebbe pronunciato la battuta “Does anybody remember laughter?” durante “Stairway To Heaven”: niente da fare, si vede che tanto la gioia ormai è merce rara. Gioiosa era la macchina formata dai quattro, a macinare liscia gli ultimi chilometri; niente discorsi e ancor meno fronzoli, e io nel frattempo dovevo assomigliare molto ad un bambino che si specchia nella vetrina di Natale. Diosanto, l’indifferenza che avrebbero trovato se fossero spuntati fuori oggi.   

Poco sul concerto, dicevo; sulla musica invece mi ronza in testa qualcosa in più. Non mi aspettavo suonassero “In My Time Of Dying”, uno dei loro pezzi che però quasi si nutre del tocco del batterista originale. Ancor più sorpreso, ma alla fin fine non dispiaciuto, mi ha lasciato la scelta di escludere dalla scaletta una “Heartbreaker” in favore di “For Your Life”, nientemeno: uno dei brani meno di spicco di un album ancor meno di spicco, “Presence”. Lo ascoltavo e intanto mi sottoponevo a uno di quei giochini stupidi tipo “Se fosse…”. Pensavo che se dovessi immedesimarmi in un album, sarei proprio “Presence”, e per più di un motivo. Primo: troppo facile e abusato tirare in ballo i primi quattro. Secondo, la copertina: una famigliola sorridente seduta a tavola attorno a un oggetto, di contro, misterioso e inquietante; la “presenza”, per l’appunto. Terzo: è uscito nella fase di declino del gruppo, ma solo di fama, non di bravura: dunque va sentito con più attenzione. Quarto: seguendo il criterio precedente potevo scegliere anche “In through the outdoor”, ma “Presence” è breve, basato esclusivamente sulla chitarra elettrica, e va giù meglio del torrenziale “Physical Graffiti”, che pure è per me bibbia e sillabario. Quinto: il momento in cui è stato registrato. Sebbene i suoni siano diretti e senza pietà, è il disco dell’incertezza, della precarietà e dei nervi che ne conseguono; la migliore applicazione di un detto cui non ho mai creduto ma in cui siamo spesso costretti a rifugiarci, ovvero “Sotto pressione lavoro meglio”. Plant, reduce dall’incidente stradale a Rodi, ne incise le tracce vocali su una sedia a rotelle e con un gambone ingessato, senza neanche sapere quando e se sarebbe mai tornato a zompettare su un palco. Bonham stava salendo sull’espresso dell’autodistruzione, ma la sua arte non era mai stata così complessa e difficile da imitare. Baldwin c’era ma di fatto era il solito “non pervenuto”, come la minima di Ankara. E Page, per dire, registrò tutti gli assolo dell’album in una notte. Anzi no, diciamo meglio. Per registrare e produrre quel disco affittò un famoso studio mobile, rintanandocisi tutto il tempo necessario prima che i Rolling Stones subentrassero per contratto. Alla fine del periodo che gli spettava, Page chiamò Jagger e gli disse: “Ascolti, Santità, so bene che lo studio spetta a Voi, ma mi serve ancora qualche giorno per finire la mia robetta, che ne dice Vossignoria?”, e Jagger, nella sua infinita bontà, li concesse. I giorni ottriati passarono, Jagger e Page si incrociarono sulla soglia dello studio e il primo chiese: “Allora, sei riuscito a finire le parti di chitarra?”. Gli fu risposto: “Veramente ho finito l’album intero”. “L’album intero? In neanche un mese?”. In sottofondo, rumore di mandibola che si stacca da quei labbroni siliconati e si schianta fragorosamente a terra.

“Uh, fa’ che non lo dicano, fa’ che non lo dicano, fa’ che non lo dicano”. L’auspicio era costante, ma la legge del multisala, che impone di stare a contatto con emeriti stronzi, si è confermata impietosa. Alle prime note dell’arpeggio di “Stairway To Heaven” ho addirittura fatto il conto alla rovescia, alla fine del quale, puntuale come l’accertatore di soste,  il tizio della poltrona accanto se n’è uscito col suo bravo: “Oh, cara, questa è la canzone più bella della storia!”. La stessa sparata che esce di bocca ai fan dei Queen con “Bohemian Rhapsody”, per dire. Che poi: “Cara”, a chi? Lei si era da tempo accoccolata sulla spalla di lui e se la ronfava inesorabilmente, a dispetto delle “magie-del-dolbisurraund”. E per magia mi torna alla mente colui che si addormentò nel bel mezzo del “Trovatore” di Verdi e si ridestò bruscamente allo scoppio degli applausi finali, a cui si accodò chiedendo intorno: “Allora l’hanno trovato?”.

 

P.S. Non temete. Questo post ha sul blog lo stesso effetto che produrrebbe una frustata su un cavallo agonizzante, se non morto del tutto.  

 
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