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Creato da birramoretti_m il 28/12/2009
“Villano rincivilito!” proseguì Don Rodrigo: “Tu tratti da par tuo. Ma ringrazia il saio che ti copre codeste spalle di mascalzone, e ti salva dalle carezze che si fanno a’ tuoi pari, per insegnar loro a parlare. Esci con le tue gambe, per questa volta; e la vedremo”.

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Se la Terra fosse piatta

Post n°247 pubblicato il 28 Novembre 2012 da birramoretti_m
Foto di birramoretti_m

Tu non ricordi nemmeno Conrad McRae, vero?

Ce lo insegnarono amaramente i cartelloni con i planisferi, sulle pareti delle aule di scuola: la Terra è in realtà schiacciata ai poli, tozza; il mondo non è la bella sfera liscia e smerigliata che ogni tanto la TV ci propina. Ancor meglio sarebbe stato vivere su una Terra piatta. Su una Terra piatta si troverebbe un modo – non chiedetemi quale - di riconoscere, gustare fino in fondo e far durare i rari momenti di felicità che incrociano il nostro percorso. Se la Terra fosse piatta, chi produce questa esaltazione lo terrebbe in pugno, il pianeta; e invece. Se la Terra fosse piatta, nel basket italiano si starebbe ancora qui a parlare di Conrad McRae: di come, quell’anno, rappresentasse probabilmente l’unico motivo per pagare un biglietto e vedere una partita; di come la folla guardasse si l’incontro, ma trepidando in attesa delle stramberie che il tiramolla americano piombato dalla Turchia era in grado di perpetrare; e quando arrivavano, chissenefregava del risultato, l’importante era esternare stupore e far gonfiare le vene del collo, in grata estasi di fronte a quella luce improvvisa che squarciava serate domenicali per il resto scialbe (si sa, come recita il titolo del tal libro, il lunedì arriva la domenica pomeriggio). Per capirci, parliamo di uno che vinse una gara di schiacciate di livello europeo maneggiando un pallone in fiamme, guadagnandosi così il soprannome di “Mangiafuoco”: facile intuire cosa fosse in grado di combinare in partita, anche se la palla doveva restare dolorosamente “spenta”. Ma da Roma a New York “nun ce vonno cinque minuti”, come invece sosteneva il Gianni Livore di Corrado Guzzanti. Conrad McRae doveva esaltare a tutti i costi, qualunque fosse il punteggio. La specialità era l’elevazione con relativa schiacciata: da fermo o in movimento non contava, visto che gradiva in ogni caso levitare fino a potersi sporgere con la testa dentro il canestro. Pareva proprio che si proponesse di lasciar intendere: cari italiani, voglio esaltarvi come nessuno ha mai fatto prima. Sempre per il discorso degli illusori cinque minuti di viaggio Roma-New York, Conrad in Italia era sì adorato, e concorse a far primeggiare la sua squadra: ma rimase sul palco più importante una stagione sola, nel 1997, quando arrivò a giocarsi la finale ma una banda di (in confronto a lui) grigi, noiosoni e inquadrati trevigiani gli sconvolsero i piani di gloria. Dopo aver affondato mani e braccia lassù nel ferro, scendeva a godersi gli ululati dei terrestri e si produceva in mosse di kung-fu sbraitando al pari di Bruce Lee nel film in cui sgomberava un palazzo intero dagli inquilini energumeni, salendo piano dopo piano; ma ecco che - mentre il mattocchio così si atteggiava, prigioniero del suo ruolo - gli avversari avevano già raccolto il pallone per poi approfittare in volata di una scontata superiorità numerica, cinque contro quattro. In sostanza, se la Terra fosse piatta, Conrad McRae avrebbe piantato le tende qui da noi e anche vinto qualcosa; invece continuò a peregrinare, sempre perseguitato da coach e spettatori barbosi che dicevano: “si, va beh, dopo aver segnato può sparare tutti i caini che vuole, ma son sempre due punti”. Soprattutto: magari non da invincibile, ma ci sarebbe almeno sopravvissuto, su questo pianeta. Che invece, piatto o tondo che sia, dal 2000 gira senza i battiti del suo cuore sghembo.

http://www.youtube.com/watch?v=_bu3vACE5Bw

 
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DELL’AMABILMENTE ANDAR SATIREGGIANDO CIRCA LA FONDAMENTALE IMPORTANZA DEL MECCANISMO DI APERTURA DI QUESTA E QUELL’ALTRA COSA

Post n°246 pubblicato il 19 Novembre 2012 da birramoretti_m
Foto di birramoretti_m

…di fatto, una sorta di aggiunta al discorso dell’apertura del vasetto di yogurt, con tutte le implicazioni divinatorie descritte in quella sede, tali da farti sentire un aruspice di fronte alle viscere ancora calde della bestia di turno. Stavolta il tema si estende alle lattine. Poco più di una ventina d’anni fa, per aprirle si infilava l’unghia dell’indice sotto l’anello sul coperchio, si tirava e l’annessa linguetta veniva via, restando ricurva dopo il distacco. Non mi dilungo sulle bestemmie che si libravano nell’aere come una nube tossica quando attaccato al dito era solo l’anello, e la bevanda rischiava di rimanere imprigionata per sempre a meno di non ricorrere a manovre cruente tipo la tempesta di colpi di coltello sul barattolo. Fattostà che un bel giorno, per i prodotti della Coca Cola Company (ma non per la linea San Pellegrino, cioè chinotti, aranciate amare, eccetera), le cose cambiarono. Niente più anello da uncinare attorno alla falangetta: la linguetta su cui far leva oggi resta piegata nell’orlo della lattina. Di fronte a cotanta rivoluzione, rimasi a lungo perplesso. Non tanto perché divenne più difficile applicare sul foro, coprendolo, quella sorta di tappo ispirato alla pentola a pressione, che ti illudeva fosse possibile consumare la robaccia gasata in più tempi. E’ che non ho proprio mai capito l’utilità del cambiamento in questione; e non mi si dica che è dovuto a motivi igienici, visto che sulla parte di linguetta destinata a finire a bagnomaria può essersi posato di tutto. Devo dire che solo gli adolescenti della mia generazione hanno avuto modo, se non di dare una risposta, almeno di distrarmi da questi miei rovelli inconcludenti. Bastava guardare con la coda dell’occhio un ragazzo o una ragazza dissetarsi durante la ricreazione, accanto al distributore. Il soggetto sotto osservazione vuotava la lattina, poi mica la buttava subito. No, si metteva un po’ in disparte, si guardava attorno furtivamente, pinzava il pezzo di linguetta rimasta attaccata per un lembo e prendeva a muoverlo cautamente, come dovesse rianimare un passerotto: avanti e indietro, con spostamenti di 180 gradi circa, e ad ogni movimento veniva snocciolato a bassa voce l’alfabeto, fin quando la linguetta si staccava per naturale logoramento dell’alluminio. A quel punto, come ovvio, si fermava la recita dell’alfabeto, e vulgata voleva che la lettera su cui si era interrotto questo rituale corrispondesse all’iniziale del nome di colui o colei che stava dedicando, segretamente, dolci pensieri al bevitore o alla bevitrice. Ora, senza perdersi nelle varie elucubrazioni per cui, ad esempio, non era mai chiaro se la lettera appartenesse a un nome, a un cognome o a un soprannome (ma ritengo vi fosse estrema flessibilità in merito), o circa la difficoltà di attribuire la palma di fortunello o fortunella a Paolo/a piuttosto che a Pasquale/Pasqualina, va riconosciuto come a tutti sia capitato di cimentarsi almeno una volta in questa barbarie, che mi piace pensare estinta. I maschietti erano più menefreghisti sulla cosa, ma certe donne…capacissime, loro, di regolarsi la vita sociale in base all’esito del rituale, che so, evitando un tal posto per non incontrare, se sgradito, il predestinato dal barattolo. Il bello di quest’ultimo, poi, era di permettere alla giovane donna di prendere in giro sé stessa, anche se solo in privato. Se la aruspice improvvisata si dedicava al rituale da sola, poteva manovrare a piacimento la linguetta mobile, nel senso che se la lettera del prescelto, stavolta gradito, era tra le prime dell’alfabeto, i movimenti per provocare il distacco erano rapidi e imperiosi; per dare una mano alla sorte, se non altro. Ma se l’iniziale era più vicina alla zeta, allora le dita della sacerdotessa tornavano caute, adottando il cosiddetto tocco-piuma, affinché il tutto si compisse senza fretta. Poi va beh, se veniva fuori una lettera precedente o successiva a quella desiderata era lo stesso, mica si aveva a che fare con una scienza esatta. Altrettanto gustosi i capannelli di pulzelle radunate a sventrare cumuli di lattine, e le urla di massa rivolte a colei che, nell’esigere il responso della striscetta d’alluminio, si mostrava troppo sollecita o troppo esitante, a seconda dei casi. Quando il rituale era pubblico, infatti, impossibile mentire, a sé stesse o alle altre.

In un tale accanirsi, le accolite auspicavano di ricevere indicazioni sulla R di un Rufo o sulla T di un Tancredi, favoleggiando di conseguenza: Rufo e Tancredi, si! Con il villone sui colli di Covignano e la brava macchinona a disposizione già a sedici anni; loro che però, per palesarsi ufficialmente alle cene del Rotary, sarebbero scesi dal destriero paludati in un vestitino tutt’ tempstat’ di pietre preziose; loro sì, capaci di dare sicurezza a una donna. Il sogno proseguiva con Rufo e Tancredi inginocchiati per chiedere la mano alle rispettive damigelle, nel frattempo cadute in preda agli squasi (se non sapete che vuol dire, cacchi vostri) e prossime allo svenimento. Ma entro breve sarebbe arrivata la secchiata gelida: Rufo e Tancredi erano attesi, ma dati in lieve ritardo. Così le pulzelle, aspettandoli, si risolvevano ad accontentarsi di quei burini di Samuel e Christian. Magari la linguetta non li aveva predestinati; di certo non erano di cuore e pensiero nobili; il sabato notte, se ci uscivi, ti stordivano a dosi ciclopiche di Cointreau; nella migliore delle ipotesi ti si rivolgevano con fonemi non più complessi di un “OUH!”, e nella più triste, alla fine, erano in grado di farti piangere davanti a tutti. Però, pur con tutto ciò, va là che te la spassavi con loro, va là.

Gli uomini alle prese con la lattina, come detto prima, si ponevano molte meno questioni. Cara grazia se erano capaci di recitarlo correttamente, l’alfabeto, talora mostrando primitivo stupore alla scoperta che dopo la “I” vengono perfino una “J” e una “K” (Johanna? Kevinia?).

 
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La ballata di Marty Conlon

Post n°245 pubblicato il 12 Novembre 2012 da birramoretti_m
Foto di birramoretti_m

Tu non ce l’hai presente Marty Conlon, vero?

Ultimamente è così che inizio qui sopra: manifestando quel che non intendo fare e finendo invece col cascarci in pieno. Nel caso, non vorrei perdermi nell’esegesi del tiro libero nel basket neanche fossi un De Gregori alle prese con il rigore nel calcio, che non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, e poi a ben vedere in quel brano il calcio di rigore – anche se posto nel ritornello - ha un’importanza relativa. Tiro libero e rigore, sono due fattispecie diverse. Può sembrare che integrino entrambe il concetto di “sliding doors”, ovvero “se fosse andata così invece che cosà, la partita sarebbe finita diversamente”; ma escluderei ogni analogia in tal senso già in partenza. Un rigore sbagliato o trasformato può pesare, eccome, in un incontro che per il resto è consistito in un moscio zero-a-zero.. Nel basket, invece, dove non si gioca per il pareggio ed è raro che le emozioni manchino anche negli spettacoli sportivamente più beceri e indegni, il tiro libero è solo uno dei tanti fattori in grado di “girare” una partita prima a favore di una squadra e subito dopo dell’altra, anche negli scontri punto-a-punto. Seconda differenza: in occasione del rigore, non si è soli; e non parlo ovviamente delle migliaia di paia d’occhi tutt’attorno al campo, ma della persona che ha di fronte colui che tira o colui che deve parare, a seconda dei punti di vista, con il gioco di sguardi modello film-western a corredo. Nel tiro libero, di contro, l’avversario è fatto di ferro, di plexiglas e di sfilacci di cotone penduli e intrecciati, anche se solo per i pochi secondi in cui il cronometro è fermo. Si farnetica che le percentuali di successo di certi tiratori aumenterebbero se ci fosse un avversario a muovere le mani a pochi passi dalla lunetta, così come certi specialisti delle punizioni, nel calcio, non sarebbero così efficaci se per caso gli si togliesse la barriera davanti, in area. Ma insomma, nel basket le capacità di “straniamento” rispetto al resto del mondo sono fondamentali. Il tiratore, per meglio concentrarsi, potrebbe cercare di immaginarsi il palazzetto vuoto, sia che si tratti di quello di casa, sia di un campo “esterno”. Ma i più abili e sfrontati, invece, quasi si beano degli ululati della curva avversaria dietro il tabellone: ne traggono una carica insospettabile. Emblematico al proposito un vecchio spot di una marca di abbigliamento sportivo, in cui un giocatore, dovendosi allenare ai tiri liberi all’interno di una struttura deserta e buia, si munisce di stereo, lo alza al massimo e fa partire un nastro con sopra registrate immani bordate di fischi. Dopodichè lui tira, ma la “poesia pubblicitaria” prevede che la visione dell’esito ci sia impedita, restando la telecamera sull’atleta a occhi socchiusi e mani sospese in aria nella classica posa - una più in alto e l’altra col polso “spezzato” e il dorso leggermente proteso in avanti, dopo aver lasciato andare il pallone.

Però, a ben vedere, un’analogia c’è. Tirare un libero, in fondo, è come essere alle prese con la poesiola di Natale davanti ai parenti. Conta sì il risultato finale, ovvero rispettivamente mandare la palla nel cesto e declamare l’ultimo verso fino in fondo; e il risultato è lo stesso, cioè gli applausi, magari caritatevoli, che gli astanti tributano. Ma dà più gusto soffermarsi su tutto quel che avviene prima. Allo stesso modo in cui la poesiola si può recitare in piedi, seduti, a testa giù, nudi, a due o a cento all’ora – tanto si arriva comunque al finale, vastissimo è il campo delle scelte a disposizione dell’essere umano che voglia rendersi ridicolo tirando un libero, roba che al confronto la modalità originaria - cioè il lancio a due mani con spinta dal basso, con partenza più o meno dai lacci delle scarpe - è una bazzecola. E’ stato detto mille volte, perfino nel corso di una medesima partita, come il metodo più indicato sia anche quello più scarno, che prevede un paio di palleggi al massimo, poi una pausa di pochi istanti per coordinare il corpo dalla testa alla punta dei piedi, e infine una frustata secca di polso, senza prendere la mira in eterno né pensarci troppo, badando soltanto (ecco il lato psicologico della faccenda) di “vedere” la traiettoria giusta di tiro prima che la boccia parta dalle mani. L’ultimo grande interprete di quest’arte, per me, è senza dubbio Antoine Rigaudeu, che adornava la metodica di cui sopra con un particolare: l’inclinazione del collo di lato, lieve difetto fisico con cui conviveva anche fuori dal campo, a dire il vero; ma che si acuiva durante le partite (e dunque anche prima dei tiri), rendendo adorabile il suo già grandioso stile. Per me, a cavallo degli anni Novanta e Zero, Antoine è stato quanto di più vicino all’infallibilità in fatto di liberi, e gli avversari lo sapevano. Quando a cimentarsi era lui, cominciava a formarsi una curiosa torma di gente dietro il canestro che, dopo pochi istanti, guardacaso! prendeva a muoversi. Il giocatore medio, allora, cos’avrebbe fatto? Avrebbe avvertito la mamma (l’arbitro) che dei bimbi dispettosi stavano brigando per farlo sbagliare. Non Antoine. Prendeva atto, si sarebbe detto, alzando appena un sopracciglio. E nonostante il tabellone risentisse pesantemente di fenomeni tellurici fasulli, lui infilava il pallone dritto nell’anello, senza fargli nemmeno sfiorare il ferro traballante. Seguivano momenti di sconfortato gelo, come a dire: rien a faire. In Italia, membri di questo club esclusivo erano anche, senza andare troppo in là, Carlton Myers e Vincenzo Esposito, ma certo.

Ma spesso gli artisti sono messi in ombra dagli imbrattacroste; e ci si prova anche gusto, sempre che i secondi non siano ingaggiati proprio dalla tua squadra del cuore. Non mi riferisco a gente pur pluripremiata come O’Neal, sul quale gli avversari commettevano serie insistite di falli appositamente per farlo “esibire” ai tiri liberi (non vi eccelleva, ma col tempo ha imparato a destreggiarcisi meglio di altri più agili di lui). Sconcertano piuttosto coloro che, come toccati da torpedine sulla linea della carità, sentono di dover improvvisare e affinare un proprio stile. E gli obbrobri si sprecano.

Che il peggio sia alle viste è intuibile già dalla posizione che di solito assume il culo del tiratore palla-in-mano prima del gran cimento: quasi a contatto col parquet. Lo sguardo, poi, si inebetisce in direzione dell’anello, come se nel frattempo nell’aria si diffondesse un poema in esperanto. Qui entrava in gioco – e vi entra tuttora, nei nostri cuori - Marty Conlon. Marty, il classico americanone bianco di sangue irlandese, arrivò in Italia (pensate un po’) dai Boston Celtics nel corso del 1997, e non aggiungo di certo l’espressione “in tutto il suo splendore” perché a me ha sempre ricordato un ocarotto molto simile a CicciodiNonnaPapera. In quell’anno non credo sia arrivato a giocare più di una decina di partite di campionato, probabilmente anche grazie al formidabile contributo con cui ha “onorato” le nostre lunette. Non credo, in realtà, che queste ultime abbiano mai subito profanazioni peggiori di quelle perpetrate da Conlon. Il suo culo e il suo sguardo si adeguavano al copione sopra descritto, con l’unica variante aggiuntiva delle gambe, tenute larghe nel “caricamento”, come se dovesse espellere un uovo. Ma pur con tutto questo, erano le braccia a fare la differenza. Marty infatti, nel reggere il pallone, teneva un gomito puntato all’esterno, come se stesse facendo un solitario tagliafuori, mentre il popolo attorno non aveva nemmeno la forza di guardarlo o chiedersi inutilità come “ma perché?”. Così raccolto (vedi foto),  Marty faceva partire il tiro slanciandosi in un modo per lui del tutto naturale, ma il resto del mondo aveva la sensazione di assistere a qualcosa di simile al getto del peso: uno spettacolo tale da oscurare il seguito di quell’esibizione, rilevante “solo” a freddi fini statistici. Tanto vale quindi tornare a seguire, concludendolo, il copione che ancora vale per tutti gli eroi di questa nostra sghemba ballata.

L’improvviso scatto di braccia e mani è paragonabile all’apparizione di San Pietro sulla traversa nella fantozziana partita scapoli-ammogliati: fa capire che la tragedia sta per finire, ma nel basket è prevista la sopportazione dell’ultimo supplizio…lo schianto sul ferro. Prima che accada, al pallone è impressa un’impietosa traiettoria tesa e senza parabola, al pari dei voli di certi fagiani. 

 

 P.S. Marty Conlon, un lustro dopo quel 1997, fu ingaggiato da Verona e poi da Napoli. Parafrasando gli Squallor, “Vollero insistere, e si fecero male”.

 
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Periziare pallido e assorto

Post n°244 pubblicato il 05 Novembre 2012 da birramoretti_m
Foto di birramoretti_m

E invece la voglia mi è venuta, ahivoi.

“Yogurt”, sentenziò il pediatra, un bresciano vivace e ciarliero. La nebulosa dei ricordi, di nuovo, impedisce di stabilire se quella parola fosse stata data in risposta ad una precisa domanda, ovvero “quale alimento è consigliabile oltre o dopo il latte materno?” o qualcosa del genere, oppure se fosse partita spontaneamente di bocca al dottore, nel raccomandare ai miei di tenere il vitellone sotto controllo circa il peso, problema prospettatosi presto nonostante il diretto interessato nei primi tempi non mangiasse quasi nulla. “Yogurt”, accettarono i miei. E da allora non ho più smesso. La quantità di vasetti che ho ingurgitato in vita basterebbe a inquinare, intasandola, l’intera Via Lattea, magari qualcosa in più. Non per fare pubblicità, ma solo Yomo: perché quando si sceglie una squadra, la si sceglie per sempre. Beppe Grillo potrebbe aver basato parte delle sue fortune terrene sulle cifre che ha speso la mia famiglia in Yomo nell’arco della mia crescita. Lui negli spot arrivava a organizzare scioperi di operai se nella mensa mancava il gusto al mirtillo, propagandandone così l’eccellenza. Non che avesse torto, ma poi la casa madre mise sul mercato la variante denominata “Alleluia” (al miele, al cioccolato e altre zozzerie assortite); e tutti i propositi relativi alla linea sarebbero presto andati a farsi fottere.

Ci sono stati periodi in cui il rituale dello yogurt non mi serviva solo per fare colazione o rimediare al bucanino nello stomaco, ma anche per pensare meglio, e prendere qualche tipo di decisione, certo non cruciale. Già al momento di aprire il vasetto, al mattino, capivo che tipo di giornata poteva attendermi. Il distacco uniforme della stagnola che funge da coperchio, già predisponeva a odiare di meno il resto del mondo. Poteva succedere che, dopo aver pinzato con indice e pollice la linguetta sporgente, un lembo di carta restasse attaccato al bordo, costringendomi poi a impiastricciare il polpastrello per togliere tutto; e succhiando via lo yogurt dal dito, paventavo magari un’interrogazione antipatica. Ma è capitato anche che, a causa di un misterioso sortilegio, la linguetta intera si staccasse di netto, imponendo di scardinare brutalmente la stagnola per avere ragione del vasetto: quest’ultimo allora si trasformava quasi in una boccetta nera con sopra il teschio e le tibie a x. Cioè, mangiavo ma cautamente, come temendo di finire avvelenato, o che fosse il mio ultimo pasto perché una macchina mi avrebbe investito non appena uscito di casa.

Il gesto cafone che metterei in atto anche davanti alla Regina Elisabetta è senza dubbio la ripulitura del lato interno della stagnola tramite passata di lingua. Chiaramente, con l’età, si impara a porre freno all’entusiasmo che accompagnava tale manovra: prova ne è il progressivo azzeramento del numero delle papille scorticate, per via dei bordi aguzzi e delle fessure della carta; “la lingua batte dove la lingua stessa duole”, maledizione. Ne segue un’altra tappa obbligata, prima di tuffare il cucchiaio: lo sgombero dell’incavo nel bordo superiore all’interno del vasetto, dove si annida yogurt che, seppur scarso, è pur sempre stato pagato. A quel punto, tempo fa: “maddai, non mi interroga, altri hanno il voto più vecchio”. Poi, beh, ognuno procede come vuole. Io ho sempre raccolto lo yogurt facendo aderire, e tenendolo fermo, il lato del cucchiaio al bordo del vasetto, che poi ruoto in senso orario con le dita della mano che lo regge. Una sorta di rivoluzione copernicana applicata al dessert; non è il cucchiaio a muoversi, bensì il vasetto attorno. Ok, scusate. E intanto che lo yogurt così calava di livello: “…Però quella è una gran bastarda, vedrai se non vuole fregarmi e chiamarmi lo stesso alla lavagna”. Il fondo del vasetto, per lo più, ha un piccolo bordo circolare rialzato, a formare un altro interstizio circolare, anch’esso da ripulire accuratamente: ma i dubbi non sono del tutto fugati…ristagnano nella testa, anche mentre le ultime tracce di prodotto, sul bordino di cui sopra, vengono spazzate via. Il vasetto ora è un poco pregiato pezzo di spazzatura cilindrica e lattiginosa, non c’è nulla da ammirarvi ma resta lì a rigirare tra le dita, a lungo. E infine: “No, dai, valà. Stamattina mi giustifico, an’s sa mai. Poi si vedrà”. Mangiare yogurt non fomenta l’ottimismo né addolcisce, ma se non altro aiuta a mettersi in guardia, con lucidità. 

Di yogurt, al contrario di certe risorse del pianeta, non è previsto l’esaurimento; ecco la buona notizia. Sono le giustificazioni a mancarmi: per il quadrimestre in corso temo di non averne più. E questa è la cattiva.

Vostro Bentley.

 
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Fugaci visite notturne

Post n°243 pubblicato il 29 Ottobre 2012 da birramoretti_m
Foto di birramoretti_m

Mi chiamo Bentley Cooper. Qualcuno sa il perché, ma non è affar vostro. Non temete, non avete iniziato Dickens, né voglio scimmiottare Salinger e il suo incipit sull’infanzia schifa, ma del mio passato ritengo di rivelarvi unicamente - circostanza comunque emblematica – che una delle prime parole da me pronunciate è stata “buio”. Mi trovavo con i miei genitori per le scale di un condominio, anche se non so dire se quei gradini già fossi in grado di salirli o meno. Ricordo uno dei finestroni tra una rampa e l’altra, e la sera invernale che d’improvviso vi si intravedeva. Sgranai gli occhi e puntai anche il ditino, ne sono abbastanza sicuro, per poi farmi uscire dalla boccuccia le quattro fatidiche letterine, che risuonarono nel silenzio del palazzo. Tuttora non saprei spiegare perché mi fossi sentito indotto a indicare l’oscurità esterna, in cui non mi imbattevo di certo per la prima volta. Di fatto, del che chiedo perdono, resi i miei lì vicino edotti e partecipi del “grande evento”, gli albori della mia verbosità, in una maniera inconsciamente un po’ teatrale.

Al contrario di Holden Caulfield inizio ad esser vecchio, e anche ad averne delle riprove. Ad esempio, sono giorni che il mio cervello, nonché quel poco che lo attraversa, viaggia a ritmo di “Nine Types of Industrial Pollution”, dei Mothers of Invention. E’ un brano strumentale di una quarantina d’anni fa (la vecchiaia), e consta di un assolo di chitarra che definirei “atletico” ma registrato a basso volume, e accompagnato da una batteria che di contro pare suonata da un bradipo sedato. Il tutto dà miracolosamente l’idea di trovarsi in un mondo allo stesso tempo frenetico e rallentato: proprio come inquinato e infestato da qualcosa di stagnante. Si parlava della mia testa, vero? Uhm, ecco. In altri momenti invece – la considero una sorta di inspiegabile analogia - risento nelle orecchie il rumore delle costruzioni che all’asilo ci venivano quasi riversate addosso dal fustone, senza che alla fine si riuscisse mai a far combinare quei pezzi in modo sensato o compiuto.

Mi sento vecchio anche perché percepisco più nettamente che mai la mia “bassezza” fisica (su quella morale, s’intende, ho paura a pronunciarmi). C’è da dire che sono cresciuto in fretta (la mia statura a dodici anni era più o meno quella attuale) e male (perché lì mi sono praticamente fermato). Misuro un metresettantasette; ma guardando la gente, mi rendo conto di come il mio naso finisca spesso puntato in alto. E non voglio fare discorsi sessisti, ma ogni volta mi chiedo come siano state nutrite le donne negli ultimi anni. In modo più evoluto rispetto a me, di sicuro, che venivo apostrofato dal professore di educazione fisica con aulici termini quali “braciola” o “polpetta”.

Non so se certi sogni ricorrenti denotino poi scarsa “lucidità” da svegli. Ecco il mio. Sto percorrendo i consueti tragitti quotidiani, casa-lavoro e ritorno, quando all’improvviso la strada come me la ricordo non è più la stessa, oppure devo cambiarla - mi spiego: mi trovo davanti un senso vietato che il giorno prima non c’era; oppure il ponte su cui transito è stato alzato neanche fosse un viadotto, o ristretto, o privato delle protezioni dallo strapiombo ai lati; oppure ancora arrivo a uno svincolo che mi fa scegliere una strada, e io non mi ci raccapezzo, e di botto sono su una sorta di tangenziale. Verrebbe naturale chiedere: ma alla fine arrivi a destinazione o no? E risponderei che mi sveglio prima di saperlo. Mi (vi) risparmio ogni banale implicazione di stampo psicanalitico, chè qualunque idiota sarebbe capace di interpretare sogni del genere. Forse la carenza di lucidità è data dal bisogno di raccontarli, come sto facendo io.  

Ora ho un calo di zuccheri; vado a periziare un vasetto di yogurt. Sul tema, potrei tornare un’altra volta. Meglio per voi che non ne abbia voglia.

http://www.youtube.com/watch?v=dSCGbUyExxI

 
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