Creato da Angie1970 il 15/09/2006

Bet Midrash

Cultura ebraica

 

Post N° 58

Post n°58 pubblicato il 01 Dicembre 2008 da Angie1970

L'enigma dell'ebraico nel Rinascimento
di Busi Giulio, 2007, Aragno - Euro 18

Dalla Venezia del primo Quattrocento alla Firenze medicea e fino alla Germania in cui già si preparava il dramma della Riforma, la scoperta dell'ebraico ebbe un ruolo centrale nel rinnovamento umanistico. Nonostante difficoltà teologiche, discriminazioni e vere e proprie persecuzioni, le vicende della cultura ebraica nel Rinascimento furono strettamente legate a quelle del circostante ambiente cristiano, in una complessa dinamica di osmosi.

Altri volumi sull'argomento:

Dante e la mistica ebraica di Sandra Debenedetti Stow -  Giuntina Editrice  - Euro 18.00
Non è un saggio di facile lettura, ma se ci si prende il tempo necessario a familiarizzare con questi temi, qualcosina il lettore ci guadagna in termini di cultura sull'argomento, senz'altro affascinante.
Questo studio, che usa le teorie della qabbalah ebraica come chiave per l'apertura del livello anagogico, si presenta come un punto di riferimento essenziale a chiunque si occupi di questioni di esegesi del testo dantesco, contribuendo ad aprire nuovi orizzonti interpretativi anche agli studiosi della civiltà cortese e del dibattito ermeneutico in epoca medievale. Il libro vuole dimostrare l'affinità tra l'universo dantesco e gli insegnamenti della qabbalah del Duecento, facendone due immagini speculari di una medesima ricerca interiore verso il trascendente.

É un racconto scritto con passione, e con dovizia bibliografica , tuttavia per Giulio Busi (professore ordinario alle Fraie Universitat di Berlino, dove dirige l’Istituto di giudaistica) che in una data così precoce sia esistito un interesse cristiano per la qabbalah è certo ipotesi affascinante, ma contraddice quanto sappiamo sulla dinamica dei rapporti giudaico-cristiani del Medioevo. La qabbalah non è ancora materia di dibattito all'epoca e lo diverrà solo nel Quattrocento, quando il misticismo giudaico acquisterà diritto di cittadinanza nel pensiero europeo, soprattutto a opera di Giovanni Pico della Mirandola. Se è pur vero che questo Dante cabbalista è un brillante ibrido culturale, forse anacronistico per il Medioevo ma è comunque testimone di come sia possibile leggere in controluce due culture sorelle.

"Dante, Verona e la cultura ebraica" di Giorgio Battistoni - Edizioni Giuntina - Euro 15.00:
Il libro segue le tracce dei traduttori ebrei  che tra il XII e il XIV secolo gettarono un ponte tra la Spagna, la Provenza, la Germania, l'Italia di Federico II e la città di Verona che di lì a poco sarebbe diventata il rifugio e l'ostello di Dante.

 
 
 

Gli Ebrei e il Risorgimento

Post n°57 pubblicato il 27 Novembre 2008 da Angie1970

Sulla attiva e appassionata partecipazione ebraica al movimento risorgimentale, i documenti storiografici sono numerosi, ne segnalo alcuni:

"Stella d'Italia stella di David. Gli ebrei dal Risorgimento alla Resistenza"
Formiggini Gina, 1998, Mursia (Gruppo Editoriale)
€ 12,00

"Isacco Artom e gli ebrei italiani dai risorgimenti al fascismo"
2002, Bastogi Editrice Italiana
€ 12,50

"Gli ebrei italiani dal Risorgimento alla scelta sionista"
Capuzzo Ester, 2004, Edumond Le Monnier
€ 13,50

Il volume ricostruisce il processo di integrazione ebraica in Italia avviatosi nell'età rivoluzionaria e napoleonica e continuato in forma sempre più intensa nelle età risorgimentale e liberale. Elevata fu la partecipazione degli ebrei al movimento nazionale e grande il loro impegno nella costruzione dello Stato liberale, nella politica, nelle amministrazioni civili e militari e nella vita culturale della Nazione. La promulgazione delle leggi razziali, violando il principio d'eguaglianza sancito sin dal 1848, determinarono un "vulnus" non facilmente sanabile nei rapporti fra lo Stato italiano e gli ebrei, inducendo alcuni di loro a cercare nell'Israele risorto la loro nuova patria.

 
 
 

Gli ebrei nell'impero romano

Post n°55 pubblicato il 19 Novembre 2008 da Angie1970

GLI EBREI NELL'IMPERO ROMANO, SAGGI VARI A CURA DI ARIEL LEWIN, 2001 EDIZIONI GIUNTINA, EURO 25, 79

Questo volume costituisce un contributo importante per la comprensione dei rapporti fra ebrei e romani nell'epoca imperiale.

Sono riuniti insieme nel medesimo libro saggi scritti dai più eminenti studiosi del settore capaci di guidarlo verso l'approfondimento delle tematiche che maggiormente suscitano interesse come, le motivazioni delle rivolte ebraiche, il processo di Gesù la posizione giuridica degli ebrei all'interno del mondo romano, la conversione all'ebraismo da parte dei pagani, la presenza degli ebrei a Roma o nel mondo arabo, l'intolleranza verso gli ebrei da parte dei romani o viceversa l'approdo verso una pacifica coesistenza.

I saggi sono stati scritti da alcuni tra gli studiosi più rappresentativi a livello internazionale: M. Pucci Ben Zeev, H.M. Cotton, G. Firpo, D. Gilula, D.F. Graf, E.S. Gruen, W. Liebeschuetz, F. Millar, D. Olster, J. Price, A.M. Rabello, I. Shatzman, P. Trebilco, L. Troiani, P. Varon, C. Vismara.

RECENSIONE di Giulio Busi - Il Sole24ore:

Era da poco passata l'ora prima della notte. Con un cenno Augusto ordinò che cominciassero a ungergli il corpo. Per tutto il giorno non aveva toccato cibo e ora si concesse solo . Un digiuno fastidioso, soprattutto per un imperatore, ma pure portato a termine con successo. Augusto scrisse infatti a Tiberio, con un tono tra l'ironico e il sollevato: .
Questa giornata ascetica di Augusto - tramandata da Svetonio - sarebbe rimasta nella storia del giudaismo d'età romana. Che un imperatore potesse descrivere la propria esperienza quotidiana ricorrendo a un paragone tratto dalle consuetudini religiose degli ebrei è una testimonianza eloquente dell'importanza dell'ebraismo nell'antica Roma e della sua forte presenza nell'immaginario del tempo. Insediati sporadicamente nell'Urbe alla fine del II secolo a.C., gli ebrei ne divennero una componente significativa già al tempo di Cesare. In cambio dell'appoggio ricevuto durante le guerre civili, Cesare li favorì dal punto di vista legislativo, promulgando decreti che furono poi confermati e ampliati da Augusto. All'inizio dell'età imperiale, gli ebrei romani occupavano un'ampia zona della città al di là del Tevere ed erano soprattutto attivi nei traffici commerciali con l'area mediterranea.
La letteratura romana tratteggiò per lo più gli ebrei secondo stereotipi ricorrenti, confinandoli quasi sempre nel registro espressivo della satira. Del giudaismo colpiva soprattutto la fedeltà a costumi religiosi apparentemente eccentrici o la circoncisione, oppure il divieto di cibarsi della carne di maiale. Per i poeti romani, l'ebreo era spesso un mendicante importuno, un indovino che vendeva pronostici a poco prezzo, uno straniero dedito a riti superstiziosi.
Ma la realtà storica non fu così semplice. In un volume a più mani, Ariel Lewin, assieme a una quindicina di studiosi di varie università internazionali, racconta il mondo variegato dell'ebraismo della Roma antica e dei domini romani d'oriente. Nei primi secoli dell'era volgare, gli ebrei erano presenti in gran parte dei territori dell'Impero e sapevano adattarsi alle più disparate condizioni sociali ed economiche. Se in Palestina erano intenti a difendere una loro autonomia politica, nella diaspora mediterranea partecipavano per esempio alla vita della polis ellenistica o si arruolavano addirittura nei ranghi del l'esercito romano. Soprattutto nelle terre di lingua greca, il giudaismo mostrò per secoli una straordinaria forza di attrazione, che lo rese probabilmente la religione più prestigiosa della tarda antichità. Molti intellettuali pagani ed esponenti delle classi elevate si avvicinarono infatti all'ebraismo con un misto di curiosità e ammirazione, venendo talora accolti tra i proseliti o andando a costituire gruppi di simpatizzanti, che del giudaismo adottavano alcuni principi di fondo, pur senza compiere una conversione definitiva. Questi pagani-ebrei svolsero un ruolo essenziale di mediazione tra i valori della classicità e quelli propri dell'ebraismo, che venivano così inglobati nella koinè greco-romana. Di questa stagione di poliedrico sincretismo rimangono ampie testimonianze, soprattutto di carattere archeologico: iscrizioni lapidarie, decorazioni musive, amuleti e scongiuri magici, nei quali l'elemento giudaico, spesso dominante, è accostato a spunti pagani o ad antichi influssi di origine mesopotamica ed egiziana. Proprio questa attitudine polimorfa, che è l'eredità forse più inaspettata dell'ebraismo di età romana, permise all'antica religione di Israele di innestarsi nell'inquietudine dell'Occidente.


Da http://www.giuntina.it/home.asp

 
 
 

L'EBREO NEL LOTO - UN INCONTRO POSSIBILE

Post n°53 pubblicato il 14 Novembre 2008 da Angie1970

Perchè tanti ebrei americani aderiscono al buddismo? E' solo apparente la distanza che divide ebraismo e buddismo?

Questi e altri interrogativi stanno alla base del lavoro di Rodger Kamenetz. L'ebreo nel loto è infatti la storia di un dialogo, il dialogo tra i rappresentanti delle diverse anime dell' ebraismo americano, i quali a Dharamsala incontrano il Dalai Lama e i suoi monaci. Scopo dell'incontro è capire come sia possibile mantenere viva in un mondo ostile la propria identità. Sono tanti gli episodi tragici vissuti in passato dagli ebrei e in tempi recenti dai buddhisti tibetani; persecuzioni, esclusioni e distruzioni dei luoghi sacri. E tanti sono anche i legami esistenti tra buddhismo ed ebraismo. Basti pensare alla comune ricerca di una spiritualità esoterica. E' per questo che, come i rappresentanti dell'ebraismo americano, anche il lettore partirà da Dharamsala con un bagaglio di conoscenze più ricco e con una serie di stimolanti interrogativi.

Acquistati  "L'ebreo nel loto" di Rodger Kamenetz (Prezzo di copertina € 25.31 - Edizione ECIG) un paio di anni fa. Ne lessi la prefazione, e ricordo che mi rimase particolarmente impressa nella memoria...ho difficoltà piuttosto a ricordare, al momento,  cosa mi impedì all'epoca di completare la lettura di questo volumetto. Ma in fin dei conti importa poco, poichè quest'oggi ho ripreso a sfogliarlo e mi sono ripromessa di concluderlo. Qui di seguito, in breve, la prefazione del libro:

Alla fine di ottobre del 1990, l'autore parte  per Dharamsala, una remota città sui monti dell'India settentrionale, per scrivere una relazione sul dialogo religioso che si sarebbe svolto fra un gruppo di delegati ebrei e il XIV Dalai Lama tibetano. Egli pensava anche che avrebbe imparato un'infinità di cose. Aveva già dedicato alcuni scritti alla vita ebraica, ma del buddhismo conosceva poco benché negli ultimi anni avesse seguito con crescente interesse le attività del Dalai Lama.

Prima di partire dagli Stati Uniti, si documentò sulla storia moderna del Tibet. Nel 1950, quando l'esercito cinese lo occupò infrangendo una secolare tradizione di non belligeranza reciproca, ebbe inizio un'immane tragedia nazionale. Seguirono anni di inutili negoziati fra i due paesi finché nel marzo del 1959 a Lhasa, la capitale, scoppiò una violenta rivolta contro il dominio cinese. Ritenendo che la vita del Dalai Lama fosse in pericolo, i tibetani circondarono il palazzo in cui viveva ed egli, nella speranza di evitare un bagno di sangue, fuggì in India dove è stato raggiunto da oltre 115000 profughi. In seguito all'occupazione si è calcolato che sono morti un milione e duecentomila tibetani.


La distruzione della religione tibetana è stata un elemento chiave della politica degli invasori che hanno vietato l'insegnamento del buddhismo, hanno umiliato e torturato pubblicamente monaci e monache, hanno trasformato i templi in granai e i monasteri in officine. L'immenso monastero di Ganden a Lhasa, un tempo il terzo al mondo per ampiezza, è stato ridotto a un cumulo di macerie. Sono stati saccheggiati e rasi al suolo oltre seimila monasteri buddhisti.I tibetani hanno perduto la terra, i templi e le più autorevoli guide religiose e ora rischiano di perdere anche la loro identità di popolo.

Le similitudini fra la situazione dei tibetani e la storia del popolo ebraico sono evidenti. Come ha osservato Rabbi Irving "Yitz" Greenberg, membro della nostra delegazione a Dharamsala, "Quanto è accaduto in Tibet può essere paragonato alla distruzione del Tempio", ossia al tragico evento risalente a duemila anni fa, quando i romani distrussero Gerusalemme e scacciarono gli ebrei dalla loro patria spirituale, dando inizio a diciannove secoli di esilio e dispersione.

Di fronte alla minaccia di veder annientato il suo popolo e distrutta la tradizione buddhista, il Dalai Lama ha dedicato ogni sforzo alla liberazione del Tibet. Per i limiti imposti dal governo indiano ai suoi spostamenti e per le difficoltà a ottenere un visto, potè raggiungere gli Stati Uniti solo nel 1979, ma da allora, grazie a varie apparizioni pubbliche e a incontri con capi politici e religiosi, si è conquistata una crescente stima personale attirando così l'attenzione sulla causa tibetana. Nel 1989, anno in cui per la sua azione non violenta ricevette il premio Nobel per la pace, il Dalai Lama si rivolse per la prima volta al popolo ebraico chiedendo aiuto. "Svelatemi il vostro segreto", disse, "il segreto della sopravvivenza spirituale degli ebrei durante l'esilio".

 
 
 

Adamo & Eva

Post n°52 pubblicato il 12 Novembre 2008 da Angie1970

Adamo & Eva (di Michael Shevak)
I segreti del matrimonio direttamente dal Giardino dell'Eden

Casa Editrice Marietti
Prezzo: € 18,00
Anno di edizione: 2008
Pagine: 260

IL LIBRO
“Anche i capelli del nostro capo sono contati”. Michael Shevack, con il suo libro, ci offre un’opportunità rara, per ricordarci chi è la prima persona a contarci i capelli del capo: il nostro marito, o la nostra moglie. Shevack mostra, in venticinque brevi e divertenti capitoli come la persona che il Mistero – e chi altri? – ci ha posto accanto ci rammenta che siamo amati di un amore eterno.
Non si tratta né di un libro di filologia biblica, né di un prontuario per i problemi matrimoniali, ma del distillato della vita personale del rabbino Shevack e dell’interpretazione ebraica al primo capitolo del libro più importante del mondo.

GLI AUTORI
Il rabbino MICHAEL SHEVACK, fondatore dell'Adam and Eve Institute for Spiritual Marriage (www.adamandeveinstitute.com), interviene frequentemente ad incontri multireligiosi e a gruppi di spiritualità contemporanea.



La sposa e lo sposo
Il matrimonio nella tradizione ebraica

Edizioni Giuntina
Autore: Enrica Orvieto Richetti
Anno di edizione: 2005
Pagine: 96
Prezzo: 11 €

Il matrimonio, che rappresenta generalmente il superamento della dimensione individuale ed egoistica verso un superiore "bene comune", per l'ebraismo ha origine da Dio stesso, che plasma dalla carne vivente del primo uomo la sua compagna e gliela dona, "ornata perché gli piacesse". Partendo dalla Genesi, e ripercorrendo la storia della cerimonia nuziale in maniera semplice e lineare, questo libro mostra come essa conservi inalterati da millenni atti e parole che incarnano la continuità del pensiero ebraico tradizionale, dal dono dell'anello, con cui l'uomo dichiara di "consacrare a sé" la sposa, ai vari riti di partecipazione delle famiglie e della comunità intera. Tra altri aspetti interessanti e curiosi, il lettore scoprirà (forse con una certa sorpresa) che il richiamo a una tradizione millenaria non esclude affatto, per l'ebraismo, il riconoscimento della centralità della donna, da sempre chiamata a esprimere il suo parere determinante nella scelta dello sposo e a svolgere un ruolo di primo piano nella famiglia.

Riporto un passo del "La sposa e lo sposo - Il matrimonio nella tradizione ebraica" che mi è rimasto impresso:

Pag.13
"Di generazione in generazione gli esseri umani hanno sempre cercato di interrogarsi sulle proprie origini e, consapevolmente o inconsciamente, sulla creazione dell'uomo.
Si racconta, in fatti, che l'uomo, nonostante vivesse in un giardino incantato, fosse triste: si sentiva solo e vedeva con rammarico che tutti gli animali che lo circondavano avevano una propria compagna. Questa mancanza venne subito rilevata dall'occhio attento di Dio, che disse:" Non è bene che l'uomo sia solo, farò per lui un aiuto che gli confaccia" (Genesi 2,18). Dio, come padre premuroso e vigile, fece addormentare Adamo perché voleva presentargli un'opera compiuta nei minimi particolari, in modo che la donna potesse essere la degna compagna della sua vita, e in lei lui si rispecchiasse come in un essere a sua immagine e somiglianza. Così Dio plasmò direttamente dalla vivente carne del primo uomo la sua compagna, un essere nuovo creato appositamente per lui, adatto alla sua dignità intellettuale e spirituale. La donna, diversamente dall'uomo che fu creato con l'umile polvere della terra, nasce da una materia già vivente e più nobile".


Questa annotazione mi ha ricordato una breve riflessione del Mahatma Gandhi che nel contesto del suo insegnamento sul satyagraha (Nonviolenza) appuntava:
" Non so se in che senso si possa dire che la donna è il sesso debole. se ciò significa che le manca la brutalità istintiva dell'uomo o che non la possiede nella stessa misura, ciò si può anche ammettere. Ma allora la donna proprio per questo dovrebbe essere detta il sesso nobile. Se è debole nel colpire, è forte nel soffrire". (M.K. Gandhi - L'arte di vivere - Edizioni club della famiglia spa - Milano 1989. Pag. 197)

 
 
 

YAD

Post n°51 pubblicato il 12 Novembre 2008 da Angie1970

Si presume che la musica ebraica sia religiosa che popolare si basi essenzialmente sul canto rituale dell'epoca biblica, nonostante le molteplici influenze che ha subito in tutte le diaspore. La maggior parte di queste melodie religiose o popolari hanno come caratteristica comune una malinconia profonda. Rabbi Nachman di Breslav, nacque nel 1722 in Ucraina ed era nipote del grande Baal Shem Tov, fondatore del Chassidismo. Uno dei suoi pensieri più caratteristici sul viaggio della spiritualità è:

"La maniera più diretta per unirsi a Dio è mediante la musica e i canti. Canta anche se non sai cantare. Cante per te stesso. Canta nell'intimità della tua casa. Però canta!"

1. Cuando el rey Nimrod - Canzone sefardita
2. Frailaj - Allegria
3. Berij Sheme - Liturgico
4. Shalom Aleijem - Chassidico
5. Sher - Danza
6. Luna sefardita - Canzone giudeo-spagnola
7. Areshet sefateinu - Liturgica
8. Sheibbane beit hamikdash - Chassidico
9. Avreml - Abramino
10. Veor Einenu - Chassidico

http://www.giuntina.it/volumi.asp?VolumeId=415

 
 
 

La Storia di Israele in 100 scatti

Post n°49 pubblicato il 09 Novembre 2008 da Angie1970

"Sono molto felice di ospitare una mostra che si propone di raccontare momenti e vicende che appartengono all'immaginario collettivo, fra queste quella dei soldati israeliani commossi per essere giunti al Muro del Pianto durante la Guerra del'67". Così il Presidente del Senato, Renato Schifani, ha inaugurato nella sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca "Giovanni Spadolini" la Mostra fotografica "Israele - 60 anni", fotografie di Paul Goldman e David Rubinger, curata da Daniela Manasse Zevi. Erano presenti, oltre al protagonista, il fotoreporter David Rubinger, il Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Renzo Gattegna, l'Ambasciatore di Israele in Italia, Gideon Meir, il Presidente dell'Associazione Italia- Israele, Giorgio Linda che ha promosso la mostra insieme all'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, con il sostegno dell'Ambasciata di Israele in Italia. Gianni Riotta, direttore del TG1 della Rai, ha coordinato l'incontro.


Oltre cento scatti, documentano la storia del giovane Stato di Israele, dal processo di formazione sotto il Mandato britannico, fino ai nostri giorni. L'iniziativa è stata realizzata grazie anche al contributo di Friedrich-Ebert-Stiftung e di Spencer M. Partrich. Le fotografie di Paul Goldman provengono dalla collezione di Spencer M. Partrich, quelle di David Rubinger dalla collezione personale dell'autore. Il catalogo è pubblicato dalla Tipografia Litos.


La mostra sarà a Roma dal 8 al 30 novembre. Ingresso gratuito, dal lunedì al venerdì 9.00 - 19.30, sabato 9.00 - 12.30 .

Lucilla Efrati
Da:l'Unione informa - 7 novembre 2008/9 Cheshvan 5769

 
 
 

L'acqua della vita (il mikvè)

Post n°47 pubblicato il 11 Ottobre 2008 da Angie1970

Nella tradizione ebraica la mitzvà del mikvè è considerata una dei chukkìm cioè le mitzvòt di cui non ci è stato rivelato il significato, ma i rabbanim ritengono che ci sia un riferimento all’acqua primordiale, l’acqua della creazione; dal mikvè si esce completamente rinnovati, come una persona nuova. Rav Arbib ha ricordato che il mikvè è legato alla santità della famiglia ebraica, che secondo le parole dei Maestri è l’unico Santuario, Beth HaMikdash, a non essere mai stato distrutto. Un altro concetto che si lega all’impurità è quello dell’imperfezione, che secondo i nostri Maestri è condizione per l’educazione: solo chi sa di essere imperfetto, quindi perfettibile, può educare un bambino, altrettanto imperfetto e perfettibile, altrimenti l’educazione non avrebbe senso. Così la madre ebrea, prima morà dei suoi figli, attraverso il mikvè prende coscienza della propria impurità, imperfezione e perfettibilità.
http://www.mosaico-cem.it/article.php?section=comunita&id=60

Nel centro storico di Siracusa, nel 1977, è stato ufficialmente identificato un mikvé, di epoca bizantina. Di norma per la Giornata Europea della Cultura Ebraica è prevista l'apertura del sito di San Giovannella alla Giudecca (ex Sinagoga) e del bagno ebraico (Mikve) con visita guidata e gratuita, in tre lingue.
Oggi il sito si trova presso i sotteranei di un Residence Hotel ("Alla Giudecca") e costituisce una grande attrattiva turistica.

Su Orot i Contributi di Mirjam Viterbi Ben Horin residente a Gerusalemme, laureata in Medicina e specializzata in Neurologia e Psichiatria all’Università di Roma. Psicoanalista junghiana si è dedicata in modo particolare allo studio dell’inconscio collettivo ebraico.
www.morasha.it/orot/or4_art2.html

 
 
 

Neròt Shabbàt

Post n°46 pubblicato il 06 Settembre 2008 da Angie1970

Le neròt Shabbàt o candele di Shabbàt non sono mai menzionate nella Scrittura. La Toràh dice soltanto che non si deve accendere il fuoco nel giorno del Sabato (Es. 35:3). Questo vuol dire che la lampada della sera, per la notte del venerdì, deve essere accesa prima del tramonto, un momento prima che nelle altre sere. Poiché la legge biblica venne estesa fino ad indicare che non si poteva alimentare la lampada o tagliare lo stoppino di Sabato, era necessario provvedere ad una buona dose di combustibile e ad uno stoppino sufficientemente lungo per evitare alla famiglia di passare la sera nell'oscurità. Questa sembra essere l'origine delle neròt Shabbàt, che alla fine divennero un rito familiare fondamentale e perfino un simbolo dell'ebraismo.

Shabbàt è descritto come un tempo di luce e di gioia. Era considerato giusto, perfino quando il costo dell'illuminazione era alto, cercare di avere della luce supplementare nella casa per la vigilia del Sabato. Molto più tardi, forse soltanto nei secoli più recenti, divenne tradizione per le famiglie ebree avere dei candelieri speciali, quasi oggetti rituali, da usarsi soltanto per lo Shabbàt e per le candele della festa. Candelieri di Shabbat, di lucido argento o rame, erano il bene prezioso di molte famiglie ebree per il resto assai povere.

L'indicazione dell'accensione delle neròt Shabbàt come una mitzvàh da compiersi da parte delle donne (e dagli uomini, soltanto se vivono soli o se la donna della famiglia è impossibilitata a farlo) è di origine oscura. Le donne erano generalmente coloro che si prendevano cura dell'illuminazione della casa. Ci può essere anche un collegamento con Proverbi 31:18, che descrive la brava moglie come quella la cui “lampada non si spegne la notte”. In ogni caso l'accensione delle neròt Shabbàt è elencata già nella Mishnàh come una delle mitzvòt più importanti da eseguirsi da parte delle donne. Il rito tradizionale dell'accensione delle candele, come atto finale della preparazione al Sabato, era tramandato di madre in figlia. Tra le techinnòt ci sono molte preghiere che furono scritte per essere recitate dalle donne quando accendevano le candele. Questo è anche il momento per una preghiera personale e spontanea. L'accensione delle candele è spesso preceduta da un atto di tzedakàh. Dopo che le candele sono state accese e la benedizione (successiva all'accensione) è stata recitata, la persona che ha eseguito questa mitzvàh ha accolto il Sabato e quindi non può più eseguire alcun lavoro, anche se il sole non è ancora tramontato.

© Arthur Green, Queste sono le parole. Un dizionario della vita spirituale ebraica. Edizioni Giuntina.

 
 
 

I GIUSTI DELL'ISLAM

Post n°45 pubblicato il 14 Agosto 2008 da Angie1970

Musulmani che salvarono gli ebrei dai campi di sterminio.  Tra i circa 22 mila nomi dei «Giusti tra le nazioni» censiti dallo Yad Vashem, il memoriale della Shoah a Gerusalemme, figurano anche quelli di settanta musulmani. Persone che, in nome di valori islamici, si diedero da fare per salvare la vita ad alcuni ebrei durante l'Olocausto.

 
 
 

Visita alla "bet keneset" di Torino

Post n°44 pubblicato il 05 Agosto 2008 da Angie1970

Sono appena rientrata da una breve vacanza in Piemonte, e ovviamente non ho potuto fare a meno di recarmi in visita al Tempio grande di Torino, per constatare con enorme dispiacere la sua chiusura al pubblico. Un vero peccato...pazienza!

La singoga  resta aperta solo per Yom Kippur, e al grande pubblico solo a Settembre per la "Giornata Europea della Cultura Ebraica".
Mi sono dovuta accontentare del "Tempio piccolo" adiacente la Biblioteca "Emanuele Artom" che ha sede presso il Centro Sociale della Comunità ebraica di Torino.

La  facciata dell'edificio (in stile moresco):

Il Tempio piccolo che nel 1972 nei locali un tempo adibiti alla cottura delle azzime, è stata realizzata una suggestiva sinagoga con la forma ad anfiteatro tipica dell’epoca precedente all’emancipazione, con soffitto a volte e pareti grezze con mattoni a vista.

Sei file di banchi sono poste di fronte al prezioso Aron settecentesco ...Sulle antine, dipinte di nero nel 1849 in segno di lutto per la morte di Carlo Alberto, sono riprodotte due pregevoli immagini dorate che richiamano Gerusalemme.

Per ulteriori e approfondite informazioni:

Il sito della Comunità Ebraica di Torino:
www.torinoebraica.it/

Shalom!

 
 
 

DALLA STORIA AL MITO: LA DISTRUZIONE DI GERUSALEMME IN ALCUNE APOCALISSI DEGLI ANNI 70-135

Post n°42 pubblicato il 21 Aprile 2008 da Angie1970

L' Arco di Tito fu eretto dal senato in onore dell'imperatore Tito per commemorare il trionfo di questi sulla Giudea. Il trionfo sugli ebrei è raffigurato dalla processione con con gli oggetti simbolo, le trombe d'argento ed il candelabro a sette bracci, come parte del bottino dal tempio di Gerusalemme.




Da: "II giudaismo palestinese: dal I secolo a.C. al primo secolo d.C. Atti dell’VIII Congresso internazionale dell’AISG (S. Miniato 5-6-7 novembre 1990), (AISG Testi e studi, 8) Fattoadarte, Bologna 1993".


Nella sua esposizione, Edmondo Lupieri prende le mosse da un articolo di J.Neusner, pubblicato per la prima volta nel 1972 intitolato "Judaism in a Time of Crisis: Four Responses to the Destruction of the Second Temple". In esso l' Autore ha modo di ribadire l' idea a lui cara - per altro condivisa da Lupieri - secondo cui esisteva una pluralità di giudaismi non solo prima del 70, ma anche ma anche a cavallo fra il sec. I e il II, in quel periodo, cioè, di profonde trasformazioni a cui fu costretto il mondo giudaico fra la guerra del 70 e l' ultima sconfitta del 135. Egli ha deciso, per la sua relazione, di non considerare come oggetto d'indagine le tradizioni rabbiniche e di affrontare gli altri testi sulla base di due presupposti metodologici: a) ancora fra il 70 e il 135 esisteva una molteplicità di giudaismi e b) i vari cristianesimi dell' epoca sono ancora lecitamente considerabili essere "sette giudaiche". In tal senso anche l'Apocalisse di Giovanni deve essere considerato il prodotto di un ambiente giudaico settario, di una setta di seguaci di Gesù, ove il termine "setta" non ha alcun significato denigratorio, ma indica semplicemente un gruppo connotato religiosamente e sulla base di tali connotazione distinto da altri gruppi simili.

La sua ricerca ha limiti ben precisi. Intende analizzare quali diversità e quali analogie vi possono essere fra alcune risposte apocalittiche ai problemi generati dalla tragedia del 70; per fare questo, studia il diverso significato che la caduta di Gerusalemme assume in alcuni testi prodotti fra il 70 e il 135, così da raccogliere voci vive e testimonianze dirette sulle discussioni di quegli anni. Per ragioni di semplicità e di tempo Lupieri ha deciso di tralasciare quanto in proposito si potrebbe trarre dall'opera di Flavio Giuseppe o da testi non apocalittici, come anche apocalissi poco esplicite in proposito oppure con tali difficoltà redazionali da renderle poco efficaci come strumenti d' indagine. Egli ha dunque concentrato la sua attenzione su tre testi ben noti, i più espliciti e chiari ai fini della ricerca: 4 Esd, Apc e 2 Bar.

In 4 Esd, l' Autore nota che è stato fatto uso di una speculazione cronografica basata su giubilei di 49 anni, ed è possibile dare un senso preciso alla maggior parte delle varie datazioni contenute nel testo e individuare un unico sistema di calcolo. All'interno di questo schema, le due distruzioni di Gerusalemme hanno luogo entrambe nel sesto millenio; separate da 480 anni. Il regno di Dio eterno arriva in settima posizione. Tutto ciò è in armonia con l' esaltazione giudaica del settimo giorno. Se davvero 4 Esd attende l' irruzione di un regno messianico 30 anni dopo il 70, deve essere stato scritto fra il 70 e il 100 e rappresenta una testimonianza di attesa ravvicinata di un intervento riparatore della provvidenza divina. In 2 Bar, la storia universale è suddivisa in 12 + 2 periodi di tenebra e luce alternati, cioè 6 +1 giornate composte di notte e giorno. Il regno messianico transitorio costituisce la parte luminosa della settimana giornata. Anche in 2 Bar, come nelle tradizioni cristiane, il nuovo eone arriva in ottava posizione, dopo la fine della settimana giornata (il momento più tenebroso della storia umana, la distruzione di Gerusalemme). Questa tenebra, però è provvidenzialmente necessaria affinché, in un futuro sentito come piuttosto lontano, giunga il messia. In Apc, i primi 5 tempi sono in potere di Satana; nel sesto si è manifestato Gesù Cristo; il settimo sarà strappato a Satana da Cristo, che anche sconfiggerà definitivamente l' Avversario all'alba dell'ottavo millennio. E' caratteristica cristiana spostare all'ottavo giorno la gloria del settimo ma Giovanni mostra che non vi sarà alcun ottavo millennio, bensì la gloria eterna della nuova creazione. Il nuovo eone non è numerabile; se lo fosse, entrerebbe nel novero dei tempi della storia umana ormai passata, e quindi ricadrebbe sotto il dominio di Satana. Forse vi è una polemica verso circoli cristiani che esaltavano un ottavo tempo. In tale schema, la caduta di Gerusalemme ha luogo nel sesto millennio della storia che è ancora sotto il potere di Satana.

Nell'Apocalittica degli anni 70-135, dunque, assistiamo ad un fenomeno peculiare: la distruzione di Gerusalemme si trasforma e, da avvenimento storico quale fu, diviene un evento cosmico. Le tre apocalissi esaminate nell'esposizione di Lupieri, ci mostrano come, nel giro di pochi decenni, l' attività mitopoietica umana possa aver fatto uscire dalla storia un avvenimento pur in essa verificatosi per proiettarlo nella dimensione astorica ed eterna del mito.

 
 
 

MOSE' MAIMONIDE ( accenni )

Post n°41 pubblicato il 21 Aprile 2008 da Angie1970

Gli studi su Mosè Maimonide, e in particolare sulla Guida dei perplessi, sulle sue fonti e sulla sua fortuna, sono stati negli ultimi anni particolarmente numerosi, soprattutto in occasione delle celebrazioni dell'ottocentesimo anniversario della morte dell'autore (13 Dicembre 1204), che hanno comportato nel 2004 e nel 2005 l' organizzazione di diversi convegni di studi dedicati alla sua figura.

E' appena apparsa una nuova interpretazione di Maimonide, opera dello studioso americano Herbert A. Davidson: Moses Maimonides. The man and His Works, Oxoford - New York 2005. Davidson ha avanzato qui numerose nuove, brillanti e motivate ipotesi, talor in contrastro con quanto generalmente accettato dalla critica: per esempio, oltre ad offrire una interpretazione critica delle notizie sulla giovinezza di Maimonide, egli nega più o meno decisamente la paternità maimonidea di scritti importanti come il Trattato di logica, la Lettera sull'Astrologia e la Lettera sull'apostasia.
Per quanto riguarda le fonti filosofiche, importante il ruolo attribuito da Davidson ad Avicenna: i riferimenti alla metafisica di Aristotele contenuti nella Guida dei Perplessi sarebbero ripresi in realtà dalla metafisica di Avicenna. In realtà si può rivelare che Maimonide avrebbe potuto conoscere ed essere influenzato da Avicenna come filosofo non tanto attraverso la conoscenza degli scritti dell'altro teologo e filosofo del Medioevo mussulmano, al-Ghazali. In generale, le fonti filosofiche ebraiche ed islamiche della Guida dei Perplessi sono state recentemente oggetto di interventi tenuti al trentaseiesimo congresso annuale dell' Association of Jewish Studies (Chicago, 19-21 Dicembre 2004) .
Altro tema che ha suscitato interesse negli ultimi anni è stata la fortuna di Maimonide in Europa tra il 1200 e il 1500, sia nel mondo ebraico che in quello latino. Nel mondo ebraico, le prime consistenti tracce della conoscenza e della lettura della Guida dei Perplessi come testo di esegesi "filosofica" della Bibbia appaiono in una raccolta di prediche sul Pentateuco, scritta forse tra il 1236 e il 1250 da Ya'aqov Anatoli, un filosofo e scienziato ebreo di origine provenzale attivo a Napaoli alla corte di Federico II.
Gorge K. Hasselhoff, ridisegna i termini della lettura dell'opera fatta dal mondo latino: secondo la sua intepretazione, le tre versioni latine medioevali della Guida dei Perplessi sarebbero state realizzate rispettivamente a Roma nel 1224, in Francia intorno al 1242 e a Parigi nel 1242-1244 ad opera forse del convertito Nicolas Donin. Hasselhoff analizza anche la fortuna (sinora trascurata) della Guida dei Perplessi nella Scolastica latina dopo il 1300, soprattutto in Meister Eckhart.

Prefazione alla Nuova Edizione "La Guida dei Perplessi" di Mosè Maimonide, a cura di Mauro Zonta; UTET.





Moshe ben Maimon, Maimonide detto Rambam è incontestabilmente il più grande pensatore dell' ebraismo razionalista. Fu a tal punto un personaggio chiave dell'evoluzione religiosa del pensiero ebraico che tanto i suoi seguaci quanto i suoi dettratori dovettero ripensare l' ebraismo alla luce della sua riflessione.
Nato a Cordova nel 1135, era figlio di Maimon ben Yosef, un illustre talmudista e astronomo rinomato. Il giovane Moshè fu iniziato sia alle scienze ebraiche che a quelle profane. Dotato di viva intelligenza e di curiosità illimitata, riuscì ad apprendere e padroneggiare tutti i settori scientifici arabi: matematica, astronomia, filosofia, storia naturale, medicina.
Dovendo fuggire dalla Spagna a causa dell'invasione degli Almohadi, mussulmani fanatici venuti dal Marocco, finì per stabilirsi in Egitto, dove il sultano Saladino, venuto a conoscenza della sua perizia, lo nominò medico di corte. Durante questo periodo, pur esercitando con assiduità la sua professione di medico, scrisse numerose opere di grande ricchezza intellettuale, tra cui un commento alla Mishnà in cui sviluppò una introduzione alla psicologia di notevole interesse, un' opera di sintesi legislativa del Talmud, il Mishnè Torah, un trattato di filosofia religiosa, la Guida dei Perplessi.

Con la Guida dei Perplessi egli desiderava illuminare sul vero senso delle Scritture quei credenti che erano turbati dalle antinomie tra Bibbia e ragione e che si sentivano obbligati a sacrificare la prima alla seconda o viceversa, senza riuscire a risolversi a questo sacrificio. Maimonide desiderava rendere serenità alle coscienze indecise, "perplesse", dilaniate dalle tensioni tra religione e filosofia. Per accedere alla verità usò l' esegesi biblica che era per lui "la vera maniera di studiare la Torah".
Maimonide nutriva il più grande rispetto per Aristotele che considerava il più sublime rappresentante del genere umano dopo i profeti. Il postulato di Maimonide era che fede e ragione non possono contraddirsi, o per dirlo con altre parole, che lo scopo della ragione è quello di purificare la fede religiosa da tutte le sue devianze fantasmatiche come la superstizione, la magia, il panteismo o l' antropomorfismo. Egli riteneva che la provvidenza fosse proporzionale all capacità di elevazione dell'uomo. Per poterne beneficiare è necessario accedere alla conoscenza di Dio, che a suo avviso passa attraverso la comprensione delle scienze fisiche e metafisiche e della Torah. Solo queste conoscenze aprono la porta alla vita eterna dell'anima che penetra allora nell'universo della conoscenza permanente. Benché egli si rifaccia a Aristotele, resto comunque fedele alla fede dei suoi padri che avevano sempre messo l' accento sull' azione retta. Per accedere a questa conoscenza che doveva condurre all'imitazione degli attributi divini, Dio aveva dato a Israele i precetti.
Maimonide elaborò tredici punti, i "tredici articoli di fede ebraica" che ancora oggi vengono cantati in sinagoga, e ciò, rappresentava una grande innovazione poichè in campo rabbinico si è sempre rifiutato di cadere nel dogmatismo. Maimonide morì nel 1204, lasciando come eredità un'abbondante letteratura; sul piano delle sue idee, la sua opera generò tre correnti esegetiche: la tendenza filosofica (speculazione pura), la tendenza mistica (Cabbalà), la tendenza razionalista (filosofia religiosa).

"L' ebraismo spiegato ai miei amici" Philippe Haddad. Editore:, Editrice La Giuntina




 
 
 

L'INFLUENZA DEL GIUDAISMO SUI NON - EBREI NELL'IMPERO ROMANO

Post n°40 pubblicato il 21 Aprile 2008 da Angie1970

Di Wolf Liebeschuetz (Gli ebrei nell'Impero Romano, Saggi Vari, di Ariel Lewin, Giuntina).

Già alla fine della repubblica gli ebrei di Roma erano abbastanza numerosi da far ritenere che una dimostrazione ebraica potesse influenzare il corso di un processo contro un ex governatore d' Asia che era stato accusato tra le altre cose di aver confiscato del denaro ebraico destinato ad essere inviato al tempio di Gerusalemme. L' uso degli ebrei di inviare danaro al tempio di Gerusalemme era ben noto ed impopolare.
L' osservanza del sabato ebraico, che consiste soprattutto nell'astensione da qualsiasi forma di lavoro, era ben nota ed ampiamente praticata da essere divenuta un pretesto proverbiale, ed anche umoristico (...). L' imperatore Augusto dopo che per qualche motivo si era astenuto dal cibo per un giorno intero scrisse a Tiberio (forse confondendo il sabato con il Giorno dell'Espiazione) che perfino un ebreo non digiunava di sabato in modo così scrupoloso (1). Il sofista Frontone scrisse al suo ex allievo, l' imperatore Marco Aurelio, di stare aspettando il primo di Settembre con la medesima impazienza con cui i superstitiosi (cioè: gli ebrei) attendevano la prima stella che avrebbe indicato la fine del loro digiuno. Plutarco notò che l' osservanza del sabato era uno dei mali che i greci avevano adottato dai barbari a causa della superstizione. Seneca pensò che la superstiziosa osservanza del sabato avesse portato gli uomini a sprecare la settima parte della loro vita e a danneggiare loro stessi posponendo ciò che doveva essere compiuto subito. Egli propose che l' accensione delle lampade del sabato venisse vietata.
Il sabato con le sue regole era così familiare perché era osservato addirittura da alcune persone che non erano ebrei per nascita. "Giudaizzare" era evidentemente a Roma un fatto molto comune. Non si può provare con certezza che ciò avveniva perché la conversione da parte dei gentili costituiva uno scopo esplicito della religione ebraica di quel tempo, ma evidentemente c' era chi a Roma pensava che gli ebrei si stessero dando da fare per trovare persone da convertire e più persone ritenevano che si stessero operando delle conversioni. Seneca aveva in mente la diffusa adozione di usanze religiose ebraiche ed in particolare l' osservanza del sabato quando ciò coniò l' epigramma: gli sconfitti hanno dato leggi ai vincitori (2).
Come Persio sottintende, era possibile trovare persone "giudaizzanti" nell'alta società. Fulvia, moglie di Santurnino, amico dell'imperatore Tiberio, divenne una proselita dei costumi ebraici.
Dallo storico Dione apprendiamo che l'imperatore Domiziano mise a morte il suo congiunto Flavio Clemente quando questi era console con l'accusa di ateismo "un'accusa in base alla quale molti altri che si erano indirizzati alle usanze ebraiche furono condannati". Fra di questi, Flavia Domitilla la moglie di Clemente venne bandita ed Acilio Glabrione, uomo di antica nobiltà, giustiziato. Ciò accade nel 91 e.v.
Tacito, che scrisse probabilmente trent'anni dopo gli eventi, afferma che mentre il Tempio esisteva ancora, tutta la gente peggiore, disprezzando il culto dei propri padri, si univa agli ebrei nel pagare regolarmente i tributi e nel dare offerte al Tempio di Gerusalemme. Bisogna sicuramente dedurre che c'era una adesione diffusa al giudaismo al punto da pagare una tassa volontaria. Di fronte a queste prove non si può dubitare del fatto che l'adozione delle pratiche ebraiche era diffusa a Roma nel primo periodo dell'impero. Il fatto che un individuo si ritenesse ebreo non significava che questi fosse accettato come tale dalla comunità ebraica.


Dopo la distruzione del Tempio il giudiasmo, naturalmente, non aveva una enorme autorevolezza. La storia più tarda dell'ebraismo, così come la storia della Chiesa primitiva, prova che con la volontà poteva essere raggiunto un considerevole livello di uniformità del rituale senza il bisogno di un'organizzazione formale.
L'imperatore Adriano (117-138 e.v.) vietò la circoncisione, Antonio Pio (138 - 161 e.v.) modificò questa legge restringendo la proibizione a tutti coloro che non erano ebrei. Le punizioni per un'illecita circoncisione erano le stesse che erano previste per la castrazione. Ciò significava che i cittadini romani che si erano circoncisi con riti ebraici dovevano essere banditi in un'isola dopo che le loro proprietà erano confiscate. I medici che avevano compiuto l'operazione erano passibili di condanna a morte. Gli ebrei che avevano fatto circoncidere schiavi che non erano di origine ebraica dovevano essere deportati o anche messi a morte. Lo scopo di tale legislazione deve essere stato quello di porre fine alla circoncisione dei gentili, circoncisione che naturalmente costituiva il passo decisivo nella formazione di un proselita ebraico.


L'inquietudine del governo romano è facile da comprendere. La rivolta ebraica del 115-117 e la rivolta di Bar Kochba erano state represse con grande difficoltà e di conseguenza il governo decise che ogni crescita della popolazione ebraica dovesse, se possibile, limitarsi all'incremento naturale. Naturalmente è molto dubbio che la legge abbia mai avuto l'effetto voluto. La maggior parte della documentazione fin qui citata viene da Roma. Ma si può mostrare che il Giudaismo era estremamente attraente per i non ebrei anche in Oriente. C'erano comunità ebraiche in oltre 50 città d' Asia Minore, ma non possediamo alcuna cifra (3). Ma è chiaro che la popolazione ebraica nella Palestina che nella diaspora era enormemente aumentata dal tempo dei Maccabei. Certo una gran parte dell'incremento nella Palestina era il risultato della conquista e della conversione dell' Idumea da parte di Giovanni Ircano qualche tempo dopo il 129 a.e.v., e della Galilea da parte di Aristobulo I nel 104 - 103 a.e.v (4).
Il giudaismo si era mostrato capace di assimilare un gran numero di non - ebrei all'interno dei confini dello stato ebraico. Questa capacità poteva sicuramente venire usata per ottenere conversioni nella diaspora. Viene da domandarsi se essa fu davvero usata, se l'opera di attivi missionari ebrei contribuì all'espansione del numero degli ebrei e al diffondersi dell'adozione di pratiche ebraiche fuori dalla Palestina. Recentemente Goodman si è opposto con forza alla teoria secondo cui gli ebrei dell' alto impero considerarono un dovere il convertire i gentili al culto del Dio ebraico, per quanto naturalmente gli ebrei venerassero il loro Dio come il Dio dell'universo (5). Come ha sottolineato Goodman, le testimonianze di una reale attività missionaria da parte degli ebrei e dunque di una teologia ebraica di missione sono estremamente scarse anche se non del tutto inesistenti (6). Inoltre il medesimo studioso ha messo in luce che l' impulso missionario cristiano può essere derivato non tanto da un desiderio ebraico di convertire i gentili al giudaismo quanto dalla ardente predisposizione di sette ebraiche - e il cristianesimo dopo tutto era una di queste - a convertire i correligionari ebrei al loro particolare punto di vista. Uno zelo nel cercare convertiti è sempre stato caratteristico di sette innovative piuttosto che di religioni consolidate.
E' certo evidente che fu con grande difficoltà che gli ebrei riuscirono a causare piene conversioni a causa dell'insistenza non solo del battesimo, ma anche sulla circoncisione e sulla piena adozione dei costumi ebraici. Ciò a sua volta poneva barriere fra i convertiti ed i loro parenti che non si erano convertiti.
Per riassumere: l'influenza del giudaismo sui non - ebrei nell' impero romano fu profonda e duratura. Ciò è paradossale dal momento che l' esclusivismo del culto ebraico e la rigidità delle leggi alimentari ebraiche servivono da barriera fra un ebreo ed un gentile. Inoltre non sembra che gli ebrei come regola abbiano propagato la loro religione. Così c'era evidentemente qualcosa nella natura della religione ebraica e della comunità ebraica che soddisfaceva un bisogno avvertito da molti all'interno ed anche al di là delle frontiere dell' impero.




(1) Svetonio, Il divo Augusto 76.2. Il Giorno dell'Espiazione è chiamato sabato nel Levitico 16.31. In realtà il digiuno è proibito di sabato a meno che questo non coincida col Giorno dell'Espiazione.

(2) Seneca, De superstitione in Agostino, La citta di Dio VI.11: "Cum interim usque eo sceleratissima gentis consuetudo convaluit, ut per omnes iam terras recepta sit ;victi victoribus leges dederunt".

(3) Documentazione in E. Shurer - G.Vermes - F. Millar, The History of the Jewish People vol. III. 1, pp 17-36.

(4) Giuseppe, Antichità XIII. 318-319

(5) M.Goodman, Mission and Conversion, cit.

(6) Le testimonianze citate da L.H. Feldman, Jew and Gentile, cit., pp. 293-298 sono nel complesso una prova della letizia degli ebrei alla conversione di un pagano piuttosto che della consapevolezza del dovere religioso di diffondere la religione ebraica.

 
 
 

ESSENI, E COMUNITÀ DI QUMRAN: QUALE ORIGINE?

Post n°39 pubblicato il 21 Aprile 2008 da Angie1970

Nel giudaismo antico non si hanno molti casi di forme di vita comunitarie, ad eccezione di un particolare momento storico, all’incirca dal II secolo a.C. al I d.C., in cui si ha testimonianza di almeno tre strutture organizzative: gli esseni, la comunità di Qumran e i terapeuti.
Questi tre gruppi sono assai differenti tra loro per entità - in quanto gli esseni rappresenterebbero un vasto movimento palestinese, con dimensioni e visibilità tali da essere conosciuti anche a livello internazionale, mentre la comunità di Qumran e i terapeuti costituiscono singole comunità , più o meno note, e comunque delimitate, ristrette, - ma hanno un elemento di fondo che li accomuna: l’adesione volontaria ad uno stile di vita comunitario, ossia organizzato secondo momenti, spazi, attività , dottrine e ideologie interamente in comune tra i rispettivi membri.
Non si tratta, perciò, di classi socio-politiche, come potrebbe essere quella dei sadducei, né di associazioni religioso-politiche, come quella dei farisei, insieme alle quali vengono enumerati gli esseni nelle opere di Flavio Giuseppe. Quello che li caratterizza e distingue da questi è appunto il fatto di costituire uno yahad (letteralmente «unità»), una ‘edah (letteralmente«congregazione»), ossia una «comunità ».
Gli esseni sono menzionati solo da testimonianze indirette, mentre non compaiono in alcun modo in fonti dirette e, allo stato attuale delle ricerche, la loro denominazione sembra essere una designazione esterna.
Uno studio attento e critico delle testimonianze a loro riguardo ha portato a delineare un’immagine dell’essenismo come movimento sparso in tutta la Palestina e costituito da un insieme di comunità locali, disseminate nelle varie città e villaggi, o a volte isolate. Ognuna di queste comunità ha un rapporto particolare col mondo esterno, a seconda dell’ambiente sociale, economico, politico, culturale che la circonda (ad esempio, quella di Gerusalemme è in continua e vivace dialettica con l’autorità e pienamente partecipe degli eventi politici contemporanei) ed esercita una certa autonomia a livello di direttive e norme interne (ad esempio, nel campo della gestione economica o in ambiti ancora più delicati, come quello della pratica del celibato o del matrimonio). Tali conclusioni si ricavano principalmente dal fatto che non vi è un quadro dell’essenismo omogeneo e definito, non solo tra le differenti fonti, ma addirittura all’interno di una stessa fonte. La comunità di Qumran rappresenta una di queste comunità locali.
Nel panorama delle ipotesi, volte alla ricerca dell’identità e della natura del gruppo residente a Qumran, la cosiddetta «ipotesi di Groningen», formulata da F. García Martínez e da A.S. van der Woude, offre una soluzione originale alla vasta gamma di elementi connessi con la «questione Qumran»: dati archeologici, notizie ricavabili dai rotoli, fonti indirette sugli esseni, letteratura del giudaismo del secondo Tempio.
I suoi promotori, García Martínez e van der Woude, entrambi insegnanti all’università di Groningen, da cui l’ipotesi prende il nome, separano le origini dell’essenismo da quelle della setta qumranica. L’essenismo è ritenuto un fenomeno palestinese, sorto prima della crisi antiochena, e affonda le sue radici nella tradizione apocalittica, dalla quale si staccò forse tra la fine del III secolo a.C. e gli inizi del II. Questi dati sono ricavabili innanzitutto da Flavio Giuseppe, che presenta gli esseni accanto a farisei e sadducei, come realtà tipicamente palestinese e, pur introducendoli al tempo di Gionata (160-143 a.C.), lascia intendere che in quel periodo erano già esistenti – e non tanto che allora nascevano e si organizzavano come gruppo –, dal momento che altrove sottolinea l’antichità della loro tradizione.
Un discorso a parte riguarda l’origine del gruppo qumranico, che verso la fine del II sec. a.C. prese le distanze dall’essenismo, sia ideologicamente sia fisicamente, proseguendo il proprio cammino su vie autonome e caratteristi che García Martínez deduce gli elementi per questa ricostruzione a partire dai manoscritti e dalla loro lettura della vicenda. Il protagonista indiscusso appare il Maestro di giustizia, che, dopo un primo tentativo di conciliazione e di per- suasione nei confronti degli altri esseni, guidò la separazione dei suoi seguaci dal resto del movimento. Le questioni che provocarono la scissione devono essere riferite al calendario e alla halakah: il primo comportava una serie di implicazioni sul culto e sull’escatologia, la seconda era legata all’interpretazione della Torah.
Il fatto che nelle fonti indirette sugli esseni non si parli mai di questi problemi induce a credere che gli esseni avessero accettato il calendario lunare, che era il calendario festivo adottato dal resto del giudaismo dell’epoca e in vigore al Tempio, mentre i qumranici sarebbero rimasti fedeli a quello solare, probabilmente il calendario della tradizione apocalittica, come testimonierebbero i Giubilei e la letteratura enochica (*)
Le questioni halakiche sono testimoniate soprattutto in 11QT (il Rotolo del Tempio) e
4QMMT (Lettera halakica): riguardano la purità rituale, il culto del Tempio e norme matrimoniali. Dietro queste halakot vi era il problema dell’interpretazione della Torah e su questo punto si inserisce la rivendicazione del Maestro di giustizia di avere ricevuto da Dio la rivelazione circa l’esatta interpretazione dei suoi misteri, esposti nella Legge e nei Profeti. Ovviamente la pretesa del Maestro di giustizia non fu accettata da tutti gli esseni e sotto i pontificati di Gionata(160-143 a.C.) e di Simone (143-134 a.C.) devono essere iniziati i conflitti interni, che segnarono la fase prequmranica della futura comunità : una fase di formazione di quello che sarà il pensiero più tipicamente settario, ma anche di tentativi per convincere coloro che erano restii o ostili, fino al fallimento di ogni possibilità di accordo.
Al termine di questo periodo, i fedeli seguaci del Maestro scelsero con lui la via dell’esilio e si trasferirono a Qumran, forse durante o alla fine del regno di Giovanni Ircano (134-104 a.C.) – come sembrerebbero dimostrare anche i dati archeologici –, poiché sicuramente si trovavano già installati qui sotto il regno di Alessandro Ianneo (103-76 a.C.). Dopo la separazione dalla setta-madre, la comunità di Qumran si sviluppò in modo autonomo e singolare, dando vita a un pensiero e una riflessione teologica peculiari. Questo potrebbe spiegare, insieme ad altri fattori, le discrepanze tra le descrizioni degli esseni nelle fonti indirette e i dati contenuti nei manoscritti.


(*) L’origine dell’enochismo non è stata studiata in maniera particolare, forse per la mancanza oggettiva di notizie. Fa eccezione Boccaccini, che ha messo in relazione l’origine dell’enochismo con la cacciata di alcuni sacerdoti dal Tempio di Gerusalemme, voluta da Neemia. I sacerdoti cacciati sarebbero gli antenati dell’enochismo. Comunque, dalla lettura delle presentazioni dell’enochismo è facile enucleare due atteggiamenti di fondo: per alcuni si tratta di un fenomeno essenzialmente ellenistico e quindi, non databile a prima del III sec. a.C. Per altri si tratta di un fenomeno indipendente dall’ellenismo e databile all’epoca persiana. La datazione alta si appoggia sul fatto che abbiamo un frammento del Libro dell’Astronomia, che appartiene già nella sua scrittura al III sec. a.C. e sembra rimandare le origini del movimento a date più antiche. P.Sacchi è favorevole a una datazione alta.


BIBLIOGRAFIA
Laura Gusella, "Esseni, comunità di Qumran, terapeuti" (Altri studi; Materia Giudaica; Anno VI/2 (2001).
Gunter Stemberger, "Farisei, sadducei, esseni ", Brescia; Paideia.
Gabriele Boccaccini, "E se l'essenismo fosse il movimento enochiano? Una nuova ipotesi circa il rapporto tra Qumran e gli esseni", in Qumran e le origini cristiane. Atti del VI Convegno di Studi Neotestamentari (L'Aquila, 14-17 settembre 1995), ed. Romano Penna ("Ricerche Storico-Bibliche" 9.2; Dehoniane: Bologna, 1997) 49-67.
Paolo Sacchi, "Origini dell’enochismo e apocalittica" (Materia Giudaica; Anno VII/1 (2002); Qumran: miniera di manoscritti, Letture 50, 1995, pp. 80-81.


 
 
 

HAND IN HAND

Post n°37 pubblicato il 02 Febbraio 2008 da Angie1970

Presso il piccolo centro in cui risiedo, giorno 25 Gennaio, in occasione della "settimana di cultura ebraica", è stata organizzata dalla Provincia Regionale di Siracusa e dall'Istituto Mediterraneo di studi universitari con il patrocinio dell'Ambasciata d'Israele, un interessante iniziativa "costruire un medio oriente di pace attraverso l'educazione" alla quale hanno partecipato le classi quinte del Liceo Megara di Augusta.

La giornata era fredda, ma fuori il sole splendeva e così di buon mattino, mi sono incamminata verso al cittadella degli studi ove si sarebbe tenuto l'evento :-)

All'incontro-dibattito erano presenti Bruno Segre che è stato presidente dell'associazione "Amici di Nevè Shalom-Wahat al Salam" . L'altro gradito ospite è stato Kamal Abu Unis, direttore della scuola  "Hand in Hand" che gestisce in Galilea, nel quale bambini ebrei ed arabi studiano, assieme, alla pari, nelle stesse classi.

Bruno Segre, rivolgendosi agli studenti li ha invitati a coltivare l'arte sottile e preziosa del sapere ascoltare e confrontarsi con chi è diverso. Kamal Abu Unis con filmati video e slides ha presentato l'ambizioso progetto del centro di istruzione ebraico/ arabo "Hand in Hand" nel quale bambini 823 bambini ebrei ed arabi studiano assieme, alla pari, nelle stesse classi, dando vita ad un nuovo modello di educazione alla pace e ad una partnership di dialogo e coesistenza tra bambini, insegnanti, genitori e comunità attivando così un cambiamento sociale a livello nazionale. 

 
Un esperimento che è un messaggio di speranza per un mondo futuro diverso.

Desideravo inoltre accennare ad un' altra interessante iniziativa partita da Milano; una mostra itinerante che racconterà l'impegno dei musulmani per salvare la vita di ebrei vittime del nazismo. In pochi infatti sanno che tra i circa 22 mila nomi dei «Giusti tra le nazioni» censiti dallo Yad Vashem, il memoriale della Shoah a Gerusalemme, figurano anche quelli di settanta musulmani. Persone che, in nome di valori islamici, si diedero da fare per salvare la vita ad alcuni ebrei durante l'Olocausto. Una mostra fatta di storie e immagini, che in 25 pannelli ripercorre alcune episodi di solidarietà, oltre le divisioni quotidiane. «Con questo loro gesto - spiegano gli organizzatori - hanno ricordato che la frase del Talmud "Chi salva una vita salva il mondo intero" compare anche nel Corano».

Shalom

 
 
 

L'INFLUENZA DEL GIUDAISMO SUI NON - EBREI NELL'IMPERO ROMANO

Post n°36 pubblicato il 26 Dicembre 2007 da Angie1970

Di Wolf Liebeschuetz (Gli ebrei nell'Impero Romano, Saggi Vari, di Ariel Lewin, Giuntina).


Già alla fine della repubblica gli ebrei di Roma erano abbastanza numerosi da far ritenere che una dimostrazione ebraica potesse influenzare il corso di un processo contro un ex governatore d' Asia che era stato accusato tra le altre cose di aver confiscato del denaro ebraico destinato ad essere inviato al tempio di Gerusalemme. L' uso degli ebrei di inviare danaro al tempio di Gerusalemme era ben noto ed impopolare.
Tacito,  afferma che mentre il Tempio esisteva ancora, tutta la gente peggiore, disprezzando il culto dei propri padri, si univa agli ebrei nel pagare regolarmente i tributi e nel dare offerte al Tempio di Gerusalemme. Bisogna sicuramente dedurre che c'era una adesione diffusa al giudaismo al punto da pagare una tassa volontaria.
L' osservanza del sabato ebraico, che consiste soprattutto nell'astensione da qualsiasi forma di lavoro, era ben nota ed ampiamente praticata da essere divenuta un pretesto proverbiale, ed anche umoristico (...). L' imperatore Augusto dopo che per qualche motivo si era astenuto dal cibo per un giorno intero scrisse a Tiberio (forse confondendo il sabato con il Giorno dell'Espiazione) che perfino un ebreo non digiunava di sabato in modo così scrupoloso.
Il sofista Frontone scrisse al suo ex allievo, l' imperatore Marco Aurelio, di stare aspettando il primo di Settembre con la medesima impazienza con cui i superstitiosi (cioè: gli ebrei) attendevano la prima stella che avrebbe indicato la fine del loro digiuno.
Plutarco notò che l' osservanza del sabato era uno dei mali che i greci avevano adottato dai barbari a causa della superstizione. Seneca pensò che la superstiziosa osservanza del sabato avesse portato gli uomini a sprecare la settima parte della loro vita e a danneggiare loro stessi posponendo ciò che doveva essere compiuto subito. Egli propose che l' accensione delle lampade del sabato venisse vietata.
Come Persio sottintende, era possibile trovare persone "giudaizzanti" nell'alta società. Fulvia, moglie di Santurnino, amico dell'imperatore Tiberio, divenne una proselita dei costumi ebraici.
Dallo storico Dione apprendiamo che l'imperatore Domiziano mise a morte il suo congiunto Flavio Clemente quando questi era console con l'accusa di ateismo "un'accusa in base alla quale molti altri che si erano indirizzati alle usanze ebraiche furono condannati". Fra di questi, Flavia Domitilla la moglie di Clemente venne bandita ed Acilio Glabrione, uomo di antica nobiltà, giustiziato. Ciò accade nel 91 e.v.
Di fronte a queste prove non si può dubitare del fatto che l'adozione delle pratiche ebraiche era diffusa a Roma nel primo periodo dell'impero. L'influenza del giudaismo sui non - ebrei nell' impero romano fu profonda e duratura. Ciò è paradossale dal momento che l' esclusivismo del culto ebraico e la rigidità delle leggi alimentari ebraiche servivono da barriera fra un ebreo ed un gentile. Inoltre non sembra che gli ebrei come regola abbiano propagato la loro religione. Così c'era evidentemente qualcosa nella natura della religione ebraica e della comunità ebraica che soddisfaceva un bisogno avvertito da molti all'interno ed anche al di là delle frontiere dell' impero.

 
 
 

ANTICHI MANOSCRITTI BIBLICI ITALIANI

Post n°35 pubblicato il 20 Dicembre 2007 da Angie1970

Frammenti dei più antichi manoscritti biblici italiani (secc. XI-XII)
Le collane > A.I.S.G.
Giuntina
Autore: Chiara Pilocane
Anno di edizione: 2005

A pag. 9 di questo studio :

Il Grande dizionario Garzanti della lingua italiana alla voce "archivio" recita: raccolta di documenti pubblici o privati; il luogo in cui si conserva tale raccolta, e i relativi uffici. Per alcuni archivi italiani, in special modo dell' Emilia Romagna, la definizione è a dir poco, incompleta. Negli archivi di Modena, di Bologna, o di Perugia, per far solo qualche esempio, ci si può imbattere anche nella Bibbia ebraica. E ci si può andare per consultare non soltanto atti notarili e documenti affini, ma anche antichi commentari al Pentateuco, composizioni liturgiche, filosofiche, matematiche, e molte altre opere della letteratura ebraica. Di più: chi volesse leggere brani della Bibbia sulle copie più antiche fino ad oggi trovate in Italia, dovrebbe cercare non in una sinagoga o in una biblioteca, ma negli archivi di Modena, di Nonantola, o di Perugia. Risulta tuttavia negare che gli archivi siano nati proprio come luoghi in cui si conserva una "raccolta di documenti pubblici o privati" e non come depositi di pergamene ebraiche. Com'è accaduto, allora, che migliaia di pagine di scritti ebraici siano confluite negli archivi italiani?

A interessare gli archivisti vissuti fra il XVI e il XVII secolo - periodo nel quale affluirono negli archivi quasi tutte le pergamene che vi sono conservate - non era affatto il valore letterario e storico delle opere vergate su tali pergamene, quanto il materiale stesso dei codici. La pergamena era materiale tanto costoso quanto utile per rilegare registri e vacchette e per ottenere cartelline: per un insieme di vicende di cui si parlerà diffusamente più avanti (capitolo I), numerosissimi manoscritti ebraici finirono nelle botteghe dei cartularii - legatori - grosso modo fra il XVI e il XVII secolo, per essere smembrati e riclicati come legature, copertine e guardie negli archivi italiani.



Forlì, Archivio di Stato, registri cinquecenteschi e seicenteschi del fondo «Comune di Forlì` Antico» avvolti con manoscritti ebraici medievali in pergamena (Chiara Pilocane; FRAMMENTI DI MANOSCRITTI EBRAICI MEDIEVALI RIUSATI IN LEGATURE A RIMINI E FORLI`; Materia giudaica; IX/1-2 (2004))

 
 
 

LA LEGGE NOACHIDE

Post n°28 pubblicato il 03 Novembre 2006 da Angie1970
 

Dopo il diluvio, D_o si rivolge a Noè: " «Quanto a me, ecco Io stabilisco la mia alleanza con voi e con la vostra discendenza dopo di voi» (Gn 9,9) e fino al versetto 17 parla della sua alleanza e del segno dell’alleanza, il qéshet, l’arco sulle nubi, l’arcobaleno.

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Quali siano le condizioni di questa alleanza noachide, la Torah scritta non lo dice. Per saperlo, occorre rivolgersi alla Torah orale:

«I nostri dottori hanno detto che sette comandamenti sono stati imposti ai figli di Noè: il primo prescrive loro di istituire magistrati; gli altri sei proibiscono: 1) il sacrilegio; 2) il politeismo; 3) l’incesto; 4) l’omicidio; 5) il furto; 6) l’uso delle membra di un animale vivo (ovvero,non essere crudele con gli animali)» (Sanhedrin 56 b).

La legge di Noè è stata la legge di Adamo, di Noè, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di tutti i loro discendenti e dello stesso Mosè prima della rivelazione del Sinai. Queste Sette Leggi Universali, stanno oggi già alla base di tutti i codici morali delle società civilizzate.

Le fonti piu’ antiche in cui si faccia menzione di queste leggi sono quelle talmudiche, fonti orali che si cominciarono a trascrivere solo all'inizio dell'era volgare: la Tosefta’ (discussione rabbinica) attribuita a Chiya bar Abba', nato verso il 160 e. v., e’ il primo libro di halacha’ a delineare in modo più definito, le sette leggi. Secondo l’insegnamento dei rabbini del Talmud, queste sette leggi non solo in realta’ sono sette regole, ma sette principi (dove il numero sette non va interpretato alla lettera, quanto piuttosto nel senso mistico di completezza), e  ognuno di essi comprende un intero ambito di leggi.

Testi consigliati:

"Le sette leggi di Noè ” di Aharon Lichenstein, Edizioni Lamed

"Il noachismo" di Elia Benamozegh, Marietti.


 
 
 

Un anno fa...

Post n°26 pubblicato il 01 Novembre 2006 da Angie1970
 

"Pane per la Pace" - 1 maggio 2005 a Betania e a Roma, 50 donne Israeliane e 50 donne Palestinesi preparano e spezzano insieme il pane della Pace.


 
 
 
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MATERIA GIUDAICA, Rivista dell’AISG, L'Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo,a periodicità semestrale. 

http://www.humnet.unipi.it/medievistica/aisg/AISG_05Materia/AISG_Materia.html

 

STORIA DEGLI EBREI D'ITALIA

Storia degli Ebrei d'Italia 

Una presenza che dura da 2000 anni in 15 avvincenti capitoli

dal sito Morashà

 

Sorgente di vita è la rubrica televisiva di vita e di cultura ebraica che viene realizzata in collabrazione tra la RAI e l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.va in onda a settimane alterne su RAI DUE la domenica sera alle O1,20 circa e viene replicato due volte: la sera successiva alla stessa ora e otto giorni dopo, il lunedì mattina, alle 9,30 circa. Nel corso degli anni SORGENTE DI VITA ha realizzato centinaia di programmi in Italia e all'estero sui più diversi temi. Tra gli altri, la vita e la storia delle comunità in Italia e i loro problemi, aspetti della tradizione ebraica anche legati a temi di attualità, ricorrenze del calendario ebraico, reportage sulle comunità all'estero, inchieste su Israele, antisemitismo, razzismo, neonazismo, tutela dei beni culturali ebraici, dialogo interreligioso.

 

E' l'unica rivista che, accanto a temi generali di cultura ebraica, si occupa degli aspetti storici e culturali che interessano l'ebraismo italiano.La Rassegna ha pubblicato, in particolare, raccolte di articoli sulla cultura sefardita, su quella ashkenazita, sulla letteratura israeliana, sulla poesia ebraica italiana, sul mondo yiddish, sul Risorgimento e minoranze religiose, testimonianze sulla Shoah, e una numerosa documentazione sulla storia dei vari gruppi ebraici in Italia.

PER ULTERIORI INFORMAZIONI:

http://www.ucei.it/areeAttivita/rassegnamensiledisrael/RassegnaMensileIsrael.asp

 

MUSICA KLEZMER

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E’ in Renania che quasi mille anni fa nasce il canto popolare yiddish da una tradizione musicale vecchia di 2500 anni.

E’ però intorno al XV secolo che gli Ebrei dell’Europa orientale cominciano a organizzare piccoli gruppi musicali che vagabondano di paese in paese celebrando le varie ricorrenze religiose o sociali. La musica dei klezmer, musicisti ebrei professionisti o semi professionisti, è la musica strumentale tradizionale degli ebrei dell’Europa Orientale di parlata yiddish e le sue origini si perdono nel medioevo.

La parola yiddish klezmer significa letteralmente "musicante" e deriva dall’ebraico antico kli, "strumento" e zemer, "canzone".

I klezmorim (musicanti klezmer) non hanno una formazione musicale qualificata: non esistono infatti conservatori o scuole di musica, ma i musicanti imparano a suonare gli uni dagli altri.La loro passione li porta a comporre anche arrangiamenti scritti che essi provano e riprovano sino a raggiungere esecuzioni perfette. I membri di questi piccoli gruppi sono dotati di particolare talento e di fertile immaginazione; la musica è per loro contemporaneamente divertimento e virtuosismo. Non godono però di grande considerazione nella società. Considerati quasi dei fannulloni, vengono infatti invitati a suonare in occasioni di feste e di banchetti e non mancano mai ai matrimoni, addirittura impensabili senza di loro, ma il compenso pecuniario è minimo e in genere ricevono solo da mangiare. Per questa ragione, quasi tutti sono costretti a cercare delle occupazioni parallele per poter sbarcare il lunario. Molti di loro sono barbieri, calzolai o sarti e si esercitano quando non hanno clienti o ricevono i clienti quando non si esercitano.

I klezmorim sono ingaggiati nelle ricorrenze tipiche del culto ebraico la Simcha Torà (inizio e fine del ciclo annuale con lettura della Torà), la benedizione di una nuova Torà, la prima notte di Channukka (festa delle luci) e il Purim, festa che celebra la storia di Ester. Le orchestrine dei klezmorim suonano anche negli ostelli, nelle case da ballo, nei cortili e, quando si sviluppa il teatro yiddish alla fine del XIX secolo, i klezmorim trovano un ulteriore campo di attività.

Per chi non avesse avuto modo di ascoltare questo genere musicale segnalo questo link:

http://www.badeken-di-kallah.de/mp3/05mp3.mp3

 

RICETTE KASHER

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Alla base di ogni pietanza cucinata seguendo lo stile della tradizione ebraica, c'è il rispetto in primo luogo della Kashèrut ovvero l'insieme delle regole alimentari ebraiche, che indica generalmente "l'essere adatto".
Quando un determinato prodotto è chiamato Kashèr - valido, adatto, buono - vuol dire che corrisponde a precisi requisiti di idoneità alle prescrizioni bibliche. Se un cibo è Kashèr significa che può essere consumato poichè è stato preparato nel rispetto delle norme alimentari ebraiche.

ALCUNE RICETTE TRATTE  DAL SITO MORASHA'

 

GIORGIO PERLASCA

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Giorgio Perlasca è mandato come incaricato d'affari con lo status di diplomatico nei paesi dell'Est, a Budapest per comprare carne per l'Esercito italiano.

Quando i tedeschi prendono il potere  i nazisti ungheresi, iniziano le persecuzioni sistematiche, le violenze e le  deportazioni verso i cittadini di religione ebraica. Giorgio Perlasca grazie a un documento che aveva ricevuto al momento del congedo in Spagna trova rifugio presso l'Ambasciata spagnola, in pochi minuti diventa cittadino spagnolo inizia a collaborare con Sanz Briz, l'Ambasciatore spagnolo che assieme alle altre potenze neutrali presenti (Svezia, Portogallo, Svizzera, Città del Vaticano) sta già rilasciando salvacondotti per proteggere i cittadini ungheresi di religione ebraica.

A fine novembre Sanz Briz deve lasciare Budapest, e dal dicembre 1944 al gennaio 1945, per 45 giorni Perlasca come diplomatico regge pressoché da solo l'Ambasciata 
spagnola, organizzando l'incredibile "impostura" che lo porta a proteggere, salvare e sfamare giorno dopo giorno migliaia di ungheresi di religione ebraica.

In totale riesce a portare in salvo 5218 ebrei ungheresi.

Dopo l'entrata in Budapest dell'Armata Rossa, Giorgio Perlasca viene fatto prigioniero, liberato dopo qualche giorno, e dopo un lungo e avventuroso viaggio per i Balcani e la Turchia  rientra finalmente in Italia. Da eroe solitario diventa un "uomo qualunque": conduce una vita normalissima e chiuso nella sua riservatezza non racconta a nessuno, nemmeno in famiglia, la sua storia di coraggio, altruismo e solidarietà

Grazie ad alcune donne ebree ungheresi, ragazzine all'epoca delle persecuzioni, che attraverso il giornale della comunità ebraica di Budapest ricercano notizie del diplomatico spagnolo che durante la seconda guerra mondiale le aveva salvate, la vicenda di Giorgio Perlasca esce dal silenzio. Giorgio Perlasca è morto nel 1992. Sepolto nel cimitero di Maserà (Padova) ha voluto essere sepolto con al fianco delle date un'unica frase: "Giusto tra le Nazioni", in ebraico. 

IL 09 GIUGNO 1988 YAD VASHEM HA RICONOSCIUTO GIORGIO PERLASCA GIUSTO TRA LE NAZIONI .

http://www.lager.it/giorgio_perlasca.html