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Creato da DirezioneInferno il 08/12/2007

Black in Black

trasudante squame, liquidi e spore

 

 

epidemie poco epidermiche

Post n°37 pubblicato il 04 Gennaio 2012 da DirezioneInferno

 

Tra conversazioni e corrispondenza con alcune amiche di blog, in varie occasione mi è capitato di sentirmi dire che spesso, alle più che esagerate e frequenti dichiarazioni d’amore da parte di nick conosciuti in chat o nei dintorni, non è seguita una verificabile e concreta occasione d’incontro.
Insomma, audaci corteggiatori, davanti alla realtà dei fatti si defilerebbero sparendo proprio dalla circolazione, magari cambiando nick e profili, o adducendo motivi vaghi, comunque impedimenti.
Questo anche dopo reiterate e chilometriche e-mail, infarcite di versi poetici, nelle migliori delle ipotesi, se non di veri e propri porno-erotici amplessi descritti con dovizia.
Mi viene in mente una tragicomica coppietta.
Marta e Pirandello.
Il Maestro e la sua Musa.
Di sicuro se Marta Abba avesse aperto la porta delle loro camere comunicanti, forse Pirandello non avrebbe scritto i “Giganti della Montagna”.
Pirandello la perseguitava con lettere d’amore appassionate e viscerali. Piene di languori e di insubordinazione del desiderio e di fame di lei. Ma in realtà era fedele a sua moglie come un canino.
Moglie che oltretutto lo accusava d’infedeltà.
Pirandellianamente, Petrolini gli fece anche un bello sberleffo, al Maestro, in un dialogo che qui copio e incollo.
“Tradendo te non ho tradito te perchè quel che di me tradiva te era il me che tradiva un altro te, non te dunque bensì un te diverso da quel me che amava te perché infine io ero un altro io e non credo più d’essere io, io.”
“ Ferma pupa! Vallo a raccontare a Pirandello, per me restano corna.”
Corna sì. Ma virtuali, visto che spesso il maschio audace e tentatore si defila.
Cambia nick.
Cambia Musa.
Ma la musica resta sempre quella, ed è un’epidemia che prende il nome dal biondo e pallido siciliano: Pirandellismo Mediterraneo.

 

 

 
 
 

natale

Post n°36 pubblicato il 24 Dicembre 2011 da DirezioneInferno

 

 

 

 
 
«Questo non lo vuole nessuno», dice il custode, «è troppo vecchio e brutto e nessuno lo vorrà mai in casa. La gente vuole soltanto cuccioli col pedigree. Per i cani vecchi e bastardi non c'è niente da fare», s'aggiusta il cappello in testa come per confermare le sue parole.
«Ma dobbiamo proprio dargli da mangiare a quest'ammasso di pulci?», dice il suo aiutante, «ormai siamo a Natale, è da un anno che è qui - aggiunge illogicamente - dovrebbe esser già sparito, no?»
«Aspetteremo dopo Natale e poi ci penseremo - gli risponde il custode - per caso qualcuno ti corre dietro?»
Chiacchierando se n' escono fuori, ma le loro voci giungono sempre alle orecchie del vecchio cane che si è sdraiato per non sentire il dolore delle sue ossa indebolite. Un blando raggio di sole fa capolino attraverso il recinto: il suo naso asciutto lo punta e lo va a cercare, ed i suoi occhi si chiudono al piacere di quella piccola traccia di calore che gli ricorda il tempo in cui qualcuno lo carezzava sulla testa e gli parlava con ben altra voce.
Belli quei tempi, quando dormiva sul tappeto accanto al letto del suo padrone. Lui era sempre il primo a svegliarsi ed aspettava paziente di sentirlo pronunziare il suo nome.
«Ciao, siamo sempre qui, Floch, buongiorno», allora lesto metteva la sua testa sopra la coperta e chiudeva gli occhi,  gustandosi il piacere del calore di un  sentimento che lo inebriava e di una mano che lo carezzava. Poi il padrone si alzava e così iniziava la loro giornata insieme. Belli quei tempi, fatti di lunghe passeggiate nel parco, ma anche nei boschi qualche volta, o sulla spiaggia. Al ritorno poi, le lunghe ore invernali passate davanti al camino, mentre il padrone leggeva o dormicchiava sulla sua poltrona preferita. Sì. Erano bei tempi, quelli. Belli davvero. Per il cane e per il suo padrone.

Ma un giorno, uno strano e triste giorno, aspettò la voce del padrone troppo a lungo. Floch era sveglio già da parecchio tempo e l'abituale saluto non veniva. Allora fece un piccolo abbaio, tanto per far capire al padrone che era tardi, poi si lamentò un po'. Visto che dal letto non proveniva suono e nemmeno un piccolo  movimento, cominciò a sentirsi solo ed abbaiò e si lamentò a lungo, tanto a lungo. Venne un vicino, incuriosito, e dopo di lui molte altre persone ed odori sconosciuti ed alla fine di tutto quel trambusto portarono via il padrone, senza che lui comprendesse cosa stava accadendo. Anche lui venne portato via da una mano amica, ma si sentiva triste e non ne sapeva proprio la ragione. Un suono di campane lo accompagnò per tutto il tragitto, finchè divenne un rintocco lontano portato dal vento. Lo chiusero in una gabbia insieme ad altri cani, ed odoravano tutti d'incertezza, e lui là si sentì più solo che mai, senza il suo padrone. La porta si chiuse ch'era buio e quella fu la sua prima notte di dolore.
Quanti giorni passarono? Non ne aveva idea, ma l'attesa di rivedere il suo padrone non terminava mai. Lentamente la sua memoria cominciò a perdere colpi, le notti si susseguivano ai giorni senza che questo facesse la minima differenza nell'abbandono che l'aveva preso, a parte i rari raggi di sole che gli colpivano gli occhi ed il suono delle campane d'una chiesa lontana.

Ma che bella giornata, oggi!
Il sole si sta alzando nell'aria fredda e pulita e tinge tutto di rosa. Il vecchio cane, dopo tanto tempo, rivede il giorno che nasce. E' sveglio ed ha voglia di correre, proprio come quando era un cucciolone, mentre tutti gli altri cani ancora dormono. Ma cosa succede? La porta della gabbia è spalancata. Il vecchio cane si alza sulle quattro zampe e si da' una spazzolata al pelo per andare incontro alla novità. Un venticello tiepido viene contro di lui dalla campagna innevata circostante e si porta con sè un odore inconfondibile. E' proprio l'odore del suo vecchio padrone. Viene di là, da dove suonano le campane. Corre, il vecchio cane, corre incontro a quell'indimenticato odore, vola sulla neve, salta le fosse, scavalca i recinti lasciando dietro di sè una scia di vapore e neve svolazzante ed eccolo seguire la strada asfaltata, salire sui marciapiedi, scantonare nel suo vecchio e noto quartiere finchè si trova davanti alla casa che ricorda così bene. Sale le scale come se volasse ed ecco, la porta è aperta, entra  ansimante, si scuote dalla neve e dalle miriadi di gocce d'acqua che gli si sono formate sul pelo e va dritto al caminetto. La mano del padrone gli acchiappa il muso.«Vieni da me, cagnone mio, quant'era che t'aspettavo.»
Floch mugola, ha la gola strozzata dalla  felicità ed abbaia, si alza sulle zampe posteriori, starnuta, lecca quella mano amica, poi s'accuccia davanti al caldo del caminetto acceso, nell'odore del suo padrone che lo rilassa. S'addormenta felice come non lo era mai più stato da tanto, troppo tempo.

E' pomeriggio inoltrato quando il custode entra nel canile, ed è la Vigilia di Natale, ma i cani mangiano tutti i giorni anche se il cibo è sempre scarso. Comincia a distribuire il mangime nelle varie gabbie. Quando arriva a quella del vecchio cane prova sempre un po' di pena. Nessuno l'ha mai udito abbaiare. Se ne sta da una parte con lo sguardo sempre fisso nel vuoto. Quella sera però sembra che dorma.
«Povero vecchio cane», pensa, guardando quel corpo striminzito e trascurato, ricoperto di pelo opaco e scarmigliato. Lo tocca con la scopa che si porta sempre dietro per svegliarlo.«Su, cagnone, è l'ora della pappa..»
Ma il vecchio cane non si sveglia. Il custode gli appoggia una mano sulla pancia e sente che è rigido e freddo. Sospira, il custode: è sempre uno spiacevole compito. Ci sarà da aspettare la fine delle feste per portarlo all'inceneritore. Lo trascina all'aperto, un po' distante dalle gabbie. Poi va a prendere una pala. Dopo averlo seppellito nella neve, ripercorre il solco lasciato dal corpo trascinato. Ha l'animo mesto, il custode, e non alza gli occhi al cielo: seppellire è sempre un brutto mestiere, specie la sera di Natale. Se avesse alzato gli occhi, però, se si fosse guardato intorno, se fosse stato un po' più attento, avrebbe visto le traccie di un cane che partivano dal canile e volavano ben distanziate e delineate verso l'aperta campagna. Floch è scappato, Floch è tornato a casa, alla Vigilia di Natale.
 
 

 
 

 

 

 
 
 

tempo

Post n°35 pubblicato il 19 Dicembre 2011 da DirezioneInferno

 

 

 

 

Mi piace come nella lingua inglese si distingua il tempo meteorologico da quello che scorre inesorabile nei nostri strumenti di misura, clessidra o orologio digitale che dir si voglia.
Non so, ma così, come noi del ceppo latino lo distinguiamo, il Tempo, mi sembra che lo si faccia apparire banale.
Che Tempo fa?
E' Tempo che tu ti dia una mossa.
Il bel Tempo  è alle porte.
Quale bel Tempo?
Sta per venire la primavera? O l'estate..?
Oppure il bel Tempo che fu o quello che renderà reali i nostri sogni?
O il bel Tempo per prendersi gioco della vita e rilassarsi un po', magari davanti ad uno specchio d'acqua trasparente.
Insomma, non è chiara la cosa. Mischiamo troppo le carte, noi latini, al contrario di quell'altro ceppo linguistico che ha pensato bene di distinguere le due cose.
Weather Report.
Bollettino meteorologico.
 Ed anche un eccezionale ensemble di musicisti. Che pensò bene di incidere un LP che si chiamava "Heavy weather".
Tempi duri. Climatici o no? Per  noi Tempi duri è ambiguo. Può valere per un poveraccio alle prese con l' euro come per un marinaio alle prese coi 40 ruggenti.
 Ma "Time", il famoso brano dei Pink, non parla certo del Tempo che faceva nella swingin' London.
Prova  a scrivere una canzone ed a intitolarla "Tempo". Forse a Sanremo ci potrebbe anche andare o forse no, ma non ha certamente un significato chiaro già nel titolo.
Lo stesso vale per i giornali. Il "Tempo" nostrano non varrà mai una cicca rispetto al Time. Non significa niente. O è ambivalente quindi suona falso come il princisbecco.
Intanto che  il Tempo scorre, che Tempo fa?
Uno schifo di Tempo quest'estate.
Il Tempo stamattina promette nulla di buono, mentre il Tempo vola, il maledetto, e non si ferma mai.
Chi non ha avuto un momento magico ed estatico nella vita in cui ha sospirato ed auspicato che il Tempo si fermasse? Che tutto quell'attimo che stava vivendo si cristallizzasse nella sua perfezione, nella sensazione di aver toccato il cielo con un dito, nella vibrazione potente di essere tutt'uno con la vita a lui, o a lei, circostante?
Il Tempo.
Quell'inesorabile scorrere aritmetico di numeri, con cui misuriamo l'arco che il sole percorre in cielo, quel sole la cui potente energia raggrinzisce la nostra pelle e di noi fa  vecchiume, col Tempo che passa. Ed anche se ti nascondi alla sua luce, è la natura stessa e l'aria, stavolta c'entra anche il clima, che ci fa sopravvivere, ma che ci corrode anche, e che finisce il nostro Tempo.
Però a pensarci bene, il Tempo si può fermare.
In un fotogramma indimenticabile.
C'è un arnese speciale, per farlo, di cui tutti siamo dotati, fin dalla nascita.
Si chiama Dolore.
Basta pensare a chi si è perduto nella vita, a qualcuno che non è più con noi.
Vedrai che il Tempo si ferma, in quel momento, e puoi tornare indietro e rivedere tutto.
Che Tempo faceva, quel giorno?
Che Tempo fa, ora?

 

 
 
 

fog

Post n°34 pubblicato il 18 Dicembre 2011 da DirezioneInferno

 

 

sto immobile sul fuori
e si fa trasparenza
quando avrò spento il lume
preferisco guardar là
n’ho abbastanza dei miei occhi
di quel che hanno ammucchiato
gli orizzonti incontrati
le rotte percorse
le attese di cui sono prostrato

sai com’è delicata
la campana nella nebbia del tempo
la senti vibrare
a tutte le voci del vento
dall’altra parte del mondo
troppo sottile quel divisorio
la paratìa dei sogni dove sbattere
contro la separazione dei tempi
urtare la lucerna dell’inconscio
è così vicino il passato
ma s’approda solo nel vuoto

io avevo sognato ripercorrermi
separarmi dall’impegno del presente
fare tre passi indietro poi dieci
ma non sono tornato
remando all’indietro qui sono
ed ormeggio alla Cala del Sonno

 

 

 
 
 

dell'incoerenza

Post n°33 pubblicato il 08 Novembre 2008 da DirezioneInferno
 

 

Non è mica facile essere sempre sé stessi.
Non essere liberi perché a qualcuno può dispiacere.
Capita. 
Si può essere felici ed essere guardati con occhi dubbiosi proprio da colui o colei che ti avevano visto adombrato e ti avevano vivamente e quasi fascistamente consigliato di sorridere un po’ di più.
Così succede che quando  sorridi, avverti la presenza scomoda di un paio d’occhi che ti scrutano con sospetto. E ti senti quasi in dovere di dire: No, non è così, non stavo sorridendo, era solo un ghignetto, una specie di tic che mi viene ogni tanto. Che è solo un pallido e goffo tentativo di stare bene. Che non è tutto oro quello che luccica e nemmeno miele che cola.
Ma niente da fare.
Quegli occhi continuano a guardarti e a farti pesare quanto sei strano, lunatico, falso?O ipocrita? Perchè da quelle parti arrivi, alla fine dei discorsi.
Già. La fine dei discorsi. Il momento che le parole sono finite e rimane solo il silenzio. Che fa più rumore che mai. Il silenzio.
Un giorno sei abbacchiato, l'altro tenti di far finta di niente e non va bene nemmeno quello.
C’è di mezzo parecchia incoerenza, in tutto questo. Incoerenza che è nell’aria che tutti respiriamo. Come se uno si svegliasse al mattino col sorriso stampato sulla faccia e se lo dovesse portare dietro tutto il giorno. La maschera che ride.
Oppure ti alzi storto ed incazzato con tutto il mondo e dovresti per forza esserlo per tutto il giorno. La maschera d’odio.
Non è mica così. I tratti del volto sono mutevoli come è mutevole l’animo umano. Puoi passare dal riso al pianto in dieci secondi netti, o anche meno, se qualcuno ti pesta un callo. Dopodichè diventare una furia e spaccargli la faccia col primo pugno che passa e subito dopo, contrito, accettare il suo calcio nelle palle di risposta. Poi fare la pace. Baci ed abbracci e sorrisi e promesse di non farlo mai più.
Tutto questo non è incoerenza.
E’ che siamo mutevoli. Per fortuna che lo siamo.
Ad una precisa domanda si può rispondere in modo diverso nella stessa giornata. L’interlocutore si affannerà a dimostrarti la tua contraddizione e la solita incoerenza. Ma non dipende la risposta, da quello che siamo veramente in quell’istante o piuttosto da quel che ci siamo imposti di essere, per un certo conformismo all’idea che di noi ci siamo fatti?

Se si è sinceri, possiamo anche ritrovarci in contraddizione. Ed essere quindi più veri che mai. Non abilmente costruiti, edificati, in base alle convenienze. Un po’ d’istinto deve prevalere sulla ragione, se si vuole essere proprio coerenti con noi stessi. Se non si vuole essere soltanto simboli, se non si vuole essere soltanto stolide statue di carne ambulante.



 
 
 

il nuovo che avanza

Post n°32 pubblicato il 04 Novembre 2008 da DirezioneInferno
 

In piena recessione economica, quasi una depressione, come quella di El Qatar (Sahara Egiziano), dove sembra che a volte manchi anche l'aria, oltre che i quattrini, questa notte il Cielo dell'Occidente s'aprirà ed avremo la Rivelazione.
Chi assurgerà al suo Apice? Il giovane mahdi dei meticci di tutto il mondo unitevi o il vecchio messia dei veterani sconfitti, rifiutati, spernacchiati, del Viet-nam?

Comunque vada, l'Assunzione sarà una specie di riscatto per gli uni o per gli altri; finalmente il nuovo che avanza irromperà come un vento impetuoso nelle stanze del potere scombinando vecchi soprammobili ed aprendo i pesanti tendaggi calati sui possibili futuri; la polvere sollevata aleggierà per un bel po' di tempo, ma poi cadrà e verrà spazzata via: questo promette il mahdi.
Il canuto messia invece farà uscire il vecchio esperto Rambo dalla Casa di Riposo dei Very Veterans per inviarlo a sistemare definitivamente quella cosetta in Irak ed imporre lo stile di vita americano in Afghanistan, a cominciare dai SUV, che per inciso da quelle parti vanno già per la maggiore, ben armati da cannoncini senza rinculo da 75 (questo fa ben sperare).
La sconfitta invece, sarà la solita certezza della fossa per i vecchi ex-combattenti; sempre di fosse comunque si trattava per loro, fosse da scavare in cui nascondersi, fosse da scavare per seppellire certi fatti e poi, in fondo, hanno già tutti una gamba nella fossa. 
I gesti scaramantici coprono come foglie di fico la sconfitta impossibile del nuovo che avanza: al massimo sarà un irrilevante semplice ritardo per coloro che nei salotti buoni del politically correct auspicano l' avvento della razza meticcia che salverà il mondo  facendo piazza pulita di tutte le differenze tutte.
Nell'attesa del salvifico evento ci godremo le molteplici sfaccettature di quelle differenze antropologiche, ideologiche, filosofiche, religiose, ancorchè somatiche, sicuri purtroppo che ogni vero grande epocale cambiamento tra gli umani sia passato solo attraverso fiumi di sangue, inquisizioni, riforme e controriforme, rivoluzioni, guerre, imposizioni, secessioni, ribellioni, notti degli ugonotti, dei cristalli, dei lunghi coltelli, pulizie etniche, stragi, attentati.
Ci si augura che la nuova razza umana senza differenze somatiche, senza territorio, senza nazionalità, senza confini, con una sola lingua, un solo credo, un solo ideale, una sola Fede, possa anche  essere in grado di dare un moderato benessere a quasi tutti se non proprio a tutti gli abitanti della Terra. Si sa, c'è sempre qualcuno che rema all'indietro o che vuole sempre di più, razza o non razza.
Ma noi non ci saremo, no, noi non ci saremo. 

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old lovers

Post n°31 pubblicato il 21 Ottobre 2008 da DirezioneInferno

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Le stelle si muovono impercettibilmente ed ambigue.
Sì. Lo so.
Lo so che il loro movimento è apparente.
Tutto quello che è apparente è ambiguo.
Anch'io sono altro.
Come questo cielo notturno in continuo movimento.
Incessante.
Apparente.
Ambiguo.

Diventare adulti.
Riflettendoci sopra, visto che l'età ce la dovrei avere, della ragione intendo,cosa significa?
Sopravvivere e tirare a campare?
Cercare la longevità?
Il quieto vivere?
Diventare adulti.
Forse che diventare adulti significa non lasciarsi più incantare dalle sirene?
Ulisse, che non era un moccioso quando lasciò Troia, volle esserne affascinato purchè legato all'albero della sua barca. Volle vivere quell'esperienza cosciente dei rischi che avrebbe corso, perchè un adulto ha le sue responsabilità.
Questo vale solo per chi le sente, le responsabilità.
Si può essere irresponsabili a sessant' anni e responsabili a venti. Dipende dall'educazione ricevuta e dal carattere che si è formato attraverso le esperienze della vita.
Diventare adulti vuol dire portarsi dietro anche tante sofferenze e patologie, psichiche e fisiche, con le quali fare i conti.
Ma non si è mai del tutto adulti, io credo.
Diventare adulti non è che un aggiustamento del tiro, ed il bersaglio è mobilissimo, veloce ed a volte subdolo. Una sorta di missile veloce che vola basso e sparisce dal radar o che si nasconde nella nebbia.
I sogni e le speranze sono quindi un bersaglio mobile ed in trasformazione.
Assumono vari aspetti, di volta in volta e, nel tempo che tempo passa ed ingrinzisce la pelle, diventa sempre più difficile intravedere un obiettivo a lunga distanza.
I sogni e le speranze dell'adulto sono sempre più a breve scadenza, com'è giusto che sia.
Sono speranze e sogni che verranno soddisfatti solo dalle proprie forze, costruiti sulle proprie aspirazioni, perchè essere adulti significa anche aver compreso che nessuno ti regalerà mai niente per niente, perchè tutti hanno abbastanza da fare e da pensare per loro stessi.
Diventare adulti significa rendersi conto che non si può fare a meno di 'inventarsi' qualcosa di nuovo da aspettare, che sia anche solo uno strappo  azzurro  in un cielo di nubi tempestose, o una spericolata salita in cerca d'aria pura, o un amore.
Anche piccolo ed immaginario.
Perchè senza sogni e senza speranze, non si è adulti, ma cadaveri ambulanti.
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Linda Ronstadt - Blue Bayou
 
 
 

scadenzario

Post n°30 pubblicato il 03 Ottobre 2008 da DirezioneInferno

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Hai un'aria assorta.
Stai ascoltando i tuoi pensieri?
Pensi forse che alcuni di essi possano creare una realtà nuova?

Pensaci un po': passiamo una vita con la nostra mente, eppure chi può dire di dominarla appieno? Quanto della nostra mente è nel nostro dominio? Quanti dei pensieri che ci fiammeggiano nel cervello sono veramente voluti?
La nostra comunicazione interiore non ci appartiene del tutto.
Le nozioni, sicuramente, le idee, non sempre, i sentimenti, mai.
Il pensiero spesso vive di vita propria, talvolta può mutare la realtà della nostra vita, anche in modo controproducente, logicamente assurdo ed incongruente con quel che crediamo di essere. Il pensiero modifica la percezione della realtà che ci circonda. Il pensiero può inventarsi delle aspettative e far prendere decisioni irragionevoli e contrarie. Il pensiero può modificare il nostro corpo, influire sulle nostre stesse cellule, sull'apparato digerente, sugli organi sessuali.
Quando scegliamo un itinerario, nella nostra vita, molto spesso non dipende dal libero arbitrio o da un ragionamento logico, ma dall'impulso del momento, dal pensiero selvaggio che non si lascia dominare da niente e da nessuno.
Questa è già una prova che vi è una qualche forma di esistenza che non è solo del nostro corpo fisico e che sfugge al nostro controllo e ch'è la parte migliore e peggiore di noi. Quella parte che ci parla dal profondo, sussurra d'amore e trasfigura la realtà in sogno o ci induce ad assaggiare il sapore amaro fiele dell'odio, o fa scorrere le lacrime sulle guance alle note di una canzone e la mano pudicamente scivola a coprire gli occhi pure se il corpo è invecchiato e accartocciato, ingrinzito, non sta più nemmeno in piedi ed il tempo e la malattia lo corrodono dentro e fuori.
Il corpo ed i suoi infiniti bisogni, sono il limite dell'esistenza.
L'affitto lo paghiamo in abbondanza, per portare i nostri pensieri profondi in giro per la realtà. Lo scotto che paghiamo è elevato e ne sentiamo il sacrificio momento per momento, anche se dal corpo riceviamo - purtroppo raramente - graditi piaceri e nuovi stimoli. Un compromesso, quindi, che somiglia molto ad una cambiale in scadenza che non ci lascia dormire in santa pace.
Infatti, cos'è la vita se non la perenne attesa di una scadenza?

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Creedence Clearwater Revival : Long as I can see the light

 
 
 

il bello che avanza

Post n°29 pubblicato il 02 Ottobre 2008 da DirezioneInferno

" Non ti pare che ci ci senta più soli nel mondo della Luce?"
" Sì. Davvero. Si è più soli nella Luce."
" Eppure, dovrebbe essere esattamente il contrario. Nel Mondo della Luce tutti dovrebbero esser più felici."
Sono tempi difficili, tempi in cui il caos regna incontrastato, unico dio, ed il caos è al tempo stesso il profeta della sua religione.
Nessuno é più sicuro di niente.
Non avendo certezze sul percorso da fare, è facile perdersi. La scienza è stupida, la storia un riassunto inutile, la psicologia un bastone d'osso coperto di piume, la psicanalisi va bene per chi è fuggito dalla vita. Tutte cose splendidamente inutili. Alcune anche costose, una specie di suv in una città intasata.
Molti stanno imparando a vivere alla giornata. Ci vuole tempo per diventarne maestri ma in definitiva è un atteggiamento mentale, basta smettere di sognare.
Chi può, vive esagerato e spoetizzante e se ne frega alla grande.
Chi non può, arranchi nella scia, a volte va anche bene.

 
 
 

il bello che avanza

Post n°28 pubblicato il 02 Ottobre 2008 da DirezioneInferno

E' un carnaio sghembo
appartenente a fantasmi
senza  licenza d'esercizio, 
a quella specie di spettro
di vivere facile
ch'è stato vivo per un po' di tempo 
ma che è morto nella globalizzazione
e che infesterà gli anni futuri,
a passi strascicati,
da tutte quelle parti,
da tutti coloro che
non sapranno ammettere che
i quattrini sono ormai andati
fino all'ultimo,
il sogno finito:
rotto l'incanto.

 
 
 

nodi

Post n°27 pubblicato il 13 Gennaio 2008 da DirezioneInferno

Oltre l'apparenza.
Dissero che si era impiccato ad una cancellata.
Dissero anche che si era impiccato con la sua cravatta.
Ci fu chi disse che l'aveva fatto per amore. Un amore tragico ed incompiuto.

In fondo, a che serve una cravatta ormai?Da quando le camicie hanno i bottoni la cravatta non serve più. E' solo un ornamento ridicolo e sorpassato, un civetteria inutile ed impacciosa. In molti casi simile alla pezzuola di stoffa colorata che i cow-boy alzavano sul viso per coprirsi i lineamenti, quando rapinavano le banche o le diligenze, o assaltavano i treni, perchè per parafrasare un detto di un famoso italiano dell'ottocento, non tutti quelli che portano la cravatta sono farabutti, ma i farabutti la portano tutti.
Francamente, riflettendo, cosa è mai una cravatta?
Solo un pezzo di tessuto tagliato per lungo.
A cosa serve una cravatta?
Non serve a niente, veramente a niente.
Tutti i colli delle camice oggigiorno hanno dei bottoni.
Non è più come ai vecchi tempi. Furono i Croati che lanciarono quella moda durante la Guerra dei Trent'anni. Essi tenevano  i colli delle loro camicie, che non avevano bottoni, con un cordoncino in tessuto nero.
Un tessuto rustico per i soldati semplici, in seta per gli ufficiali .Il Re francese Luigi il 17°, senza dubbio geloso di questi soldatacci Croati che le loro spose o le loro maitresse ammiravano per l'eleganza innata ed il coraggio, specialmente a letto, si faceva consegnare tutte le mattine un assortimento di cravatte.
Ma come si dice, o si dovrebbe dire, una cravatta non fa un Croato, anche se molti uomini pensano il contrario.
Una maniera come un'altra di passarsi una corda intorno al collo.

 
 
 

feromoni

Post n°26 pubblicato il 20 Dicembre 2007 da DirezioneInferno

Immaginati un afrodisiaco provato scientificamente per attrarre le donne. 
Le donne rileverebbero inconsciamente certe magiche essenze che le guiderebbero istantaneamente verso l'uomo che le propaga.
Un vero afrodisiaco naturale.
Gli scienziati hanno scoperto molto tempo fa che certi ormoni chiamati feromoni possono provocare un grande desiderio sessuale negli animali."Questa, per esempio, è la ragione per cui i cani si eccitano immediatamente alla presenza di una cagna in calore". Sfortunatamente - o fortunatamente -  a causa dell'evoluzione, il nostro organismo naturale ha subito diverse modifiche. Se andaste a spasso con un cane vi accorgereste subito che il suo mondo è ben più vasto del vostro, in quanto ad odori. L'uomo moderno non è più in grado di produrre abbastanza feromoni per stimolare naturalmente una tale risposta dall'altro sesso.
Insomma puzziamo meno.
E le piccole quantità di feromoni che siamo ancora in grado di produrre vengono spesso distrutti da profumi o deodoranti nel timore di urtare gli altrui nasi.
I feromoni sono una sostanza chimica che viene naturalmente prodotta dagli esseri umani. I nostri pro-progenitori li usavano nel subconscio per comunicare con gli altri. Proprio come gli animali ancora fanno. Essi erano individuati e trasmessi dall'ipotalamo del nostro cervello, un piccolo organo situato nel nostro naso chiamato VNO.
Stando a certe pubblicità, adesso i maschietti avrebbero  la possibilità di attirare più donne senza cambiare assolutamente nulla di loro medesimi. Basterebbero un contatto visivo e molte più donne troverebbero piacevole iniziare una "conversazione" col portatore di feromoni esagerati.
"Esplorando il potenziale dei feromoni, cambierai per sempre il modo in cui le donne ti trattano! Molto presto non ci saranno più donne al di fuori della tua portata! Finalmente avrai più storie romantiche e rapporti sessuali di quanto tu abbia mai potuto sognare"
Se ci fosse un metodo così certo per eccitare le donne, probabilmente il suo inventore - laddove detenesse il brevetto - sarebbe così ricco da potersi permettere di affittare Emanuele Filiberto ed usarlo 24 ore su 24 come scopino del cesso, infilandolo ben bene per la testa nel water ogni volta che defeca. Almeno servirebbe a qualcosa.
Ma la libido femminile non esiste se non in forma cerebrale. Altrimenti questo mondo sarebbe l'ideale maschile: una bolgia senza soluzione di continuità dato che l'afrodisiaco degli uomini sono Tutte Le Donne tutte, per un pregio o per l'altro, perchè ogni donna ha il suo modo di eccitare, perché ogni uomo è eccitabile e perchè a volte l'occasione fa dell'uomo -  e della donna - ladro/a.

 
 
 

Pirandellate

Post n°25 pubblicato il 17 Dicembre 2007 da DirezioneInferno

Tra conversazioni e corrispondenza con alcune amiche di blog, in varie occasione mi è capitato di sentirmi dire che spesso, alle più che esagerate e frequenti dichiarazioni d’amore da parte di nick conosciuti in chat o nei dintorni, non è seguita una verificabile e concreta occasione d’incontro.
Insomma, audaci corteggiatori, davanti alla realtà dei fatti si defilerebbero sparendo proprio dalla circolazione, magari cambiando nick e profili, o adducendo motivi vaghi, comunque impedimenti.
Questo anche dopo reiterate e chilometriche e-mail, infarcite di versi poetici, nelle migliori delle ipotesi, se non di veri e propri porno-erotici amplessi descritti con dovizia.
Mi viene in mente una tragicomica coppietta.
Marta e Pirandello. Il Maestro e la sua Musa.
Di sicuro se Marta Abba avesse aperto la porta delle loro camere comunicanti, forse Pirandello non avrebbe scritto i “Giganti della Montagna”.
Pirandello la perseguitava con lettere d’amore appassionate e viscerali. Erano lettere piene di languori, di insubordinazione del desiderio e di fame di lei. Ma in realtà era fedele a sua moglie come un cagnolino. Moglie che oltretutto lo accusava d’infedeltà.
Pirandellianamente, Petrolini gli fece anche un bello sberleffo, al Maestro, in un dialogo che qui copio ed incollo.
“Tradendo te non ho tradito te perchè quel che di me tradiva te era il me che tradiva un altro te, non te dunque bensì un te diverso da quel me che amava te perché infine io ero un altro io e non credo più d’essere io, io.”
“ Ferma pupa!Vallo a raccontare a Pirandello, per me restano corna.”
Corna sì. Ma virtuali, visto che spesso il maschio audace e tentatore si defila.
Cambia nick.
Cambia Musa.
Ma la musica resta sempre quella, ed è un’epidemia che prende il nome dal biondo e pallido siciliano: Pirandellismo Mediterraneo.

 
 
 

Corsetti

Post n°24 pubblicato il 14 Dicembre 2007 da DirezioneInferno

 

La signora Luisa  porta ancora avanti un mestiere che dedica tutta la sua arte nell’esaltare la femminilità di splendide fanciulle, ovvero di donne raffinate, attraverso un oggetto una volta molto comune: il corsetto su-misura.

Nelle donne c’è un forte richiamo al mistero dell’esistenza, ad un enigma in bilico tra smania di trascendenza e devozione verso la carnalità della bellezza. L’uomo, per quel contatto privilegiato con il mondo femminile, si trova così in un tutt’uno di stupita ammirazione e brama di possesso.
Inutile domandarsi cosa c’entra il corsetto con tutto questo, dacché, in maniera ancestrale, gioca non poco con la natura femminile. Come scrive G.Talignani
 " Sexy, con quel seno a balconcino che fa impazzire tutti gli uomini
."

Il corsetto è un indumento particolare, dalla doppia natura. Quella storica, che ne sottolinea la funzione del passato come capo in grado di delineare l’antica figura della donna, elegante e slanciata. E quella erotica, più comune al giorno d’oggi, come indumento estremamente eccitante diventato in questi ultimi anni anche un simbolo degli amanti del sadomaso. Il corsetto più conosciuto è quello “Vittoriano”, cioè quello che riduce la vita di parecchi centimetri conferendo al corpo la classica forma a clessidra. E’ il più famoso essendo in pratica l’ultimo modello usato prima della comparsa del reggiseno, e poi ripreso negli anni ’50 con la guepière. Le antiche bustaie di una volta li “tagliavano” su misura seguendo il corpo della donna. Stringevano i fianchi, nascondevano ciò che c’era da nascondere, alzavano il seno. Le clienti ottenevano così un prodotto unico, ricamato e cucito alla perfezione, in grado di dar forma al proprio corpo.

Oggi i corsetti sono tornati in parte di moda, come quelli indossati da Madonna o proposti da Jean Paul Gaultier, semplicemente perché “sexy”. A guardare la sobrietà e la semplicità del laboratorio della signora Luisa però, di così “sexy”, ci si trova proprio poco.

Eppure, se si vuole comprare una guepière perfetta, che lasci a bocca aperta il proprio partner, bisogna andare lì. Lo dimostrano i poster appesi che raffigurano le sue creazioni e le tante giovani, che per il matrimonio (ma soprattutto per la notte successiva ), si presentano nel negozio. Da tempo se ne sono accorti gli esperti delle passerelle che hanno gridato ad un ritorno alla “Victorian age”.

Le grandi produzioni degli stilisti sono andate a ruba ma, si sa, la natura non ci ha fatto tutti uguali. Così per trovarne uno adatto, restano, se non spariranno prima, pochissimi sarti e bustaie in grado di prepararli in maniera perfetta, puntigliosa, ossessiva. Prodotti simili a quelli di quarant’anni fa, ma decisamente più comodi e meno difficili da indossare.

Ovvero abiti con incorporati per l’appunto i corsetti con l’aggiunta di lacci, ganci, bustier con stecche di balena che regalano l’effetto di un giro da vespa e un décolleté esplosivo.
Ci risiamo un'altra volta, perdiamo ciò che ha un peso da mantenere con la mente, troppo forte per una natura odierna debole e superficiale.

 
 
 

The Orc Cemetery

Post n°23 pubblicato il 11 Dicembre 2007 da DirezioneInferno

I nuovi inferni caldi non sono più i luoghi delle sofferenze estreme ed interminabili. Sono dei centri di raccolta. Una grande parte di quel territorio ospita le installazioni e le strutture per il recupero dei dannati. In questa regione, un po' meno  calda delle altre, oltre i campi di calcio, di tennis e le palestre, si trovano anche qualche tipo di uffici d'amministrazione. C'è anche una grande sala, che può servire sia per le cerimonie che per le riunioni. Quelle delle 'Costellazioni' per esempio, dove attraverso degli specie di psicodramma, i dannati riescono finalmente a comprendere perchè sono stati così cattivi da meritarsi l'Inferno. Il più delle volte non dipende da loro, ma dai loro genitori, nonni, bisnonni e trisavoli.
Così va il mondo nell'Inferno d'oggi.
Fischio, avvocato e manutengolo, nonchè possessore di un archivio di prestanome lungo quasi quanto la Costituzione Europea - così chiamato dai tempi dell'infanzia, quando faceva lo spacciatore - arrivò di primo mattino, con tre persone che l'accompagnavano. Sua madre Lamé, prima baldracca, poi albergatrice, quindi usuraia, era anche lei una dannata di prim'ordine. Suo padre, soprannominato Veleno -  lo usava in certe sbicchierate con gli amici -  dannato anche lui, ed il nonno Cattiveria, una specie di Giosuè Carducci dall'aria irosa e vendicativa; il suo pallino era sempre stato ammazzare: ammazzava tutto quel che si muoveva con sommo gradimento. Si vedeva che era venuto di malavoglia.
Il vecchio Cattiveria, dannato di lunga data, più peccatore convinto che mai, non credeva nella nuova fase che l'Inferno stava attraversando. Fischio invece ci credeva e sperava di dimostrare la sua estraneità ai fatti che l'avevano condannato
all' Espiazione Eterna con Possibilità di Riscatto. Si era documentato e si era preparato bene, ma si sa, nella terapia delle Costellazioni, tutto era possibile. Anche scoprire che si apparteneva alla Stirpe di Caino, il Cattivo Originale. Sarebbe stato un gran colpo di fortuna. Non era mica da tutti avere sì nobili avi. Guardò il vecchio nonno Cattiveria senza farsene accorgere e più lo guardava più gli sembrava somigliasse anche al Dio dipinto da Michelangelo nella Cappella Sistina. Quel Dio col barbone bianco e fluente e l'aria severa. Ma aveva una domanda in serbo per il vecchio, ed era da una vita che gliela voleva porre.
«Nonno, dimmi un po'...ma come si chiamava tuo padre? il mio bisnonno?»
Cattiveria lo guardò come se avesse visto entrare una zanzara noiosa dalla finestra.
«Se mi hai fatto venire fin qua per fare domande cretine è meglio che me ne vada.. », ed accennò ad alzarsi dalla sedia girevole, «Ma che testa di cazzo hai messo al mondo, Lamè? Che nipote deficiente...», proruppe, rivolto alla nuora che non aveva mai goduto della sua simpatia.
Veleno alzò la testa e guardò prima il padre Cattiveria e poi il figlio Fischio. Scosse la testa e con la disperazione negli occhi guardò verso il soffitto, oltre il quale, a chissà mai quante migliaia di chilometri di distanza, c'era il Paradiso ed il Responsabile di tutto.
«Dio. Lo so che sono stato cattivo. Ma avrei voluto vedere Te al mio posto - concluse sconsolato - con queste tre teste di cazzo accanto.», Lamè si chiuse nelle spalle appoggiando il mento sulle tette.
« Non ci provare, sai?», Cattiveria aveva gli occhi fuori dalle orbite e stava tirandosi su le maniche della camicia; guardò furente il figlio, «non mancarmi di rispetto, sennò giuro che t'ammazzo.»
«Babbo. Sei il solito stronzo.», stavolta era Fischio che s'era fatto sotto Veleno, con fare minaccioso.
Lamè che fino ad allora era stata in silenzio, come sempre aveva fatto anche in vita, mettendo da parte soldi e fingendo d'essere la coda di volpe del marito Veleno, emise una specie di gemito, un frigno, tirò su col naso e fece scendere una lacrimuccia, poi improvvisamente scattò in piedi facendo sbattere la sedia girevole contro la parete in cartongesso. La sedia si infilò fino a metà nel sottile divisorio.
«Basta! - gridò - io non ne posso più. Sono stufa! stufa, stufa, capito? Siete tutti dei bastardi figli di puttana!», s'ammutolì un attimo, forse riflettendo su ciò che le era uscito dalla bocca. Effettivamente aveva tutte le ragioni per dirlo, pensò, guardando il figlio Fischio, un gran bel ragazzo, ma effettivamente un gran bastardo, di nome e di fatto..
I tre uomini dannati rimasero impietriti e stupefatti dal grido di Lamè, ch'era sempre stata in silenzio, in vita e dopo.
«A chi hai dato del bastardo?», domandò il nonno a voce bassa, guardando il pavimento rosso. Era guardando i pavimenti che gli veniva la voglia irrefrenabile di ammazzare. Li vedeva troppo spogli, troppo lineari, sempre troppo puliti. La sua geometria personale includeva sempre un ingombrante cadavere, meglio se sanguinante ed un po' aggomitolato su se stesso, un' inizio di spirale, qualcosa che interrompesse la monotonia delle righe dritte, e poi la riprendesse in un punto oltre. Una bizzarria, insomma. Come una tromba d'aria, o una chiocciola.
Lamè smise di fiammeggiare dagli occhi ed ebbe un tremito.
« A chi hai dato del bastardo? »,  ripetè il nonno a voce più alta, guardando Lamè e tirandosi un ciuffo della barba dalle parti del mento.
Fischio ed il padre Veleno si guardarono. Poi insieme volsero lo sguardo sul vecchio barbuto.
« Come si chiamava tuo padre, nonno Cattiveria?», era insinuante la voce di Fischio, «perchè un padre l'avrai pur avuto, se sei venuto al mondo. O sei un figlio dello Spirito Santo come quello lassù?», ed indicò il soffitto col pollice alzato e facendogli fare su e giù ».
« Ebbene..sì. Se proprio lo vuoi sapere, sono figlio di Nico Nicodemo..cioè, figlio di N.N., figlio di Nessuno...sono stato abbandonato sui gradini d'un convento di suore..», disse il vecchio e s'accasciò sulla sedia girevole, le mani sopra gli occhi e le gambe lasciate là, come se fosse uno sciancato.
A quelle parole Fischio cominciò a saltellare e sghignazzare: si batteva le mani sulle cosce, ed ogni tanto si fermava e se lo ripeteva:«Enne enne enne enne enne enne..».
Lamè, Veleno ed il nonno Cattiveria lo guardavano esterrefatti, come se l'ultimo dannato della loro famiglia fosse impazzito, di punto in bianco.
«Ma come? - disse Fischio con la luce negli occhi - ma non capite? Proprio non avete capito come vanno le cose adesso nell' Inferno?».
I tre sempre più stupiti ed ammutoliti scossero la testa in silenzio, più per compiangere il congiunto che per mostrar diniego.
«Allora siete proprio out..ma è così semplice. Non è colpa nostra se siamo finiti nelle braci dell'Inferno. Il nonno, il nostro capostipite, il Cattiveria, è un bastardo, un vero e proprio bastardo, venuto al mondo senza padre e senza madre, abbandonato sui gradini d'un convento di suore e quindi.. - e rimase un attimo a dito alzato e parole sospese -   la colpa è tutta di enne enne, no? e quindi, considerate le circostanze, nell'interesse del mio cliente.. cioè di noi - e girò il dito indice della mano destra sull'asse verticale -  e nel principio del garantismo vigente nel nostro paese, in genere è meglio concedere il
Riscatto dall' Espiazione Eterna, (chiamando in causa i cambiamenti nel clima sociale), perchè se la Società è reputata innocente, allora qualsiasi persona che non sia colpevole ha vissuto senza significato. Adopereremo l'ammissione di colpevolezza e la bastardaggine a riprova della nostra buona fede. Infine siamo pur sempre figli di questa marcia società, no? Colpa di tutti, colpa di Nessuno. Ergo, siamo innocenti, puri come l'acqua. Liberi, senza nemmeno gli arresti domiciliari...», e alzò gli occhi al cielo simulando un esagerato pentimento.« Grazie, Dio.», poi tornò a guardare i parenti, «Allegri ragazzi. Su con la vita. Tornereemooo...»

 
 
 

The Counter of Time

Post n°22 pubblicato il 10 Dicembre 2007 da DirezioneInferno

Prendo visione solo ora delle righe lasciate a commento su questa modesta Lavagna dedicata alle Donne, irrinunciabili compagne con cui dividere la nostra esistenza. Mi rammarico di non averlo fatto prima.
Talvolta bastano poche parole per far grande un pensiero e non c’è concetto più grande ed enigmatico di quello legato al mondo della Donna-Luna. 


 
Lo spettro


Simile a un cherubino dal vermiglio
occhio ritornerò nel tuo giaciglio;
scivolerò col favore dell'ombra
tacitamente verso le tue membra;

e poserò sulle tue labbra, o bruna,
labbra diacce com'è diaccia la luna:
carezze ti darò, quasi di liscio
serpe che attorno a una fossa strisci.

Quando verrà il livido mattino,
troverai vuoto il posto a te vicino,
che fino a sera sarà freddo e spento.

Altri ti vinca con tenere armi:
io la tua vita voglio conquistarmi,
e la tua gioventù, con lo spavento.

Charles Baudelaire

 
 
 

Tarot

Post n°21 pubblicato il 10 Dicembre 2007 da DirezioneInferno

Son Donna dai confini del mondo giunta e scalza vò, nello stupor de’ cuori incerti.
E ritrovar sonante la domanda vostra al nostro petto,
Son giunta a tale scopo e s’avverrà,
quel che chiedeste invano, alfin sarà.
à Voi i sudori coraggiosi, e forti e arditi,
A me, alcuna cosa, sì pavida e stanca,
fin che’l Nemico, a piè non ancor vinto, canta.

 


Oggi lo spazio è splendido! Senza morsi né speroni o briglie,
via, sul vino, a cavallo verso un cielo divino e incantato!

Come due angeli che tortura un rovello implacabile oh,
nel cristallo azzurro del mattino, seguire il lontano meriggio!

Mollemente cullati sull'ala del turbine cerebrale,
in un delirio parallelo,

sorella, nuotando affiancati, fuggire senza riposi né tregue
verso il paradiso dei miei sogni.


Charles Baudelaire

 
 
 

Wait IV

Post n°20 pubblicato il 10 Dicembre 2007 da DirezioneInferno

L’uomo non è mai uscito da trionfatore nella sua inutile guerra alle tentazioni. Ne rende testimonianza Ovidio nei memorabili “Amori , II, IV”. In un mondo che vuole per forza dirci cosa dobbiamo mangiare, vestire, guidare, amare, un passo come questo pare abbia la forza di rinfrescare ed imbaldanzire i nostri vizi. I miei di sicuro.

“Non oserei difendere con menzogne i miei riprovevoli costumi,
e servirmi di armi fallaci in difesa dei miei vizi.
Confesso, se pure giova qualcosa confessare le colpe;
ma dopo la confessione ricado folle nelle mancanze.
Le odio, ma non posso non essere desideroso di ciò che odio:
ahi, com’è duro sopportare ciò di cui ci si vorrebbe liberare!
Mi mancano le forze e le capacità di guidare me stesso;
sono trascinato come una nave sospinta da flutti impetuosi”

Giovenale, del tutto esplicitamente, ci ricorda invece nei suoi Epigrammi la libertà dell’amore da cogliere, per così dire, senza ‘impicci’ : non un violino morente ma una fanfara vigorosa.

“Moglie, o t’adatti ai miei bisogni, o te ne vai. Io non sono né Numa, né un Curio, né un Tazio.
Tu godi al buio : a me piacciono i giochi d’amore con la lampada,
e rompermi le ossa al sole del mattino.
Reggipetto, camicia, sopravveste nera. Una fortezza, sei :
per me la donna non è mai nuda abbastanza a letto.”

 
 
 

The Announcement

Post n°19 pubblicato il 09 Dicembre 2007 da DirezioneInferno

Frequentemente la donna svolge il confronto con un qualunque oggetto desiderato seguendo una parabola.
C’è un momento in cui tutto ha inizio, un proemio in salita in cui vengono fissati quei punti che saranno pilastri solidissimi su cui si reggerà il turbine dell’infatuazione : in questa fase la donna crea per l’oggetto un desiderio crescente e totalizzante che epura ogni altro argomento terreno e metafisico. La nostra dolcissima parla solo di questo.
Il giorno dell’acquisto è raggiunto il vertice del luogo geometrico. L’occhio riecheggia uno stato d’animo trionfante, gaudente, energetico.
L’inversione, da questo punto di equilibrio instabile, avviene dopo un minimo di ventiquattro ore ad un massimo di una settimana : l’oggetto giace inanimato, inespressivo, dimenticato in un qualunque angolo della dimora. Parla di tutto tranne che di questo.
Già Wilde sottolineava che ci sono due tragedie nella vita: non riuscire a soddisfare un desiderio e soddisfarlo. Quanto mai vero per una figlia d’Eva.

 
 
 

Second circle

Post n°18 pubblicato il 09 Dicembre 2007 da DirezioneInferno

Quanto è difficile usar la penna per scrivere di Donne … mi avventuro su strada molto insicura ed il pennino trema.
La paura di franare in crepacci mi fa tacere su tanti aspetti ma non su quello che, a mio vedere, è il centro di un rapporto con Lei : l’amore. Non amerei tanto il Bello se non fossi innamorato.
Teniamo lontano il romanticismo, spettro di molli legami, ma guardiamo alla sacralità di un rapporto con la propria donna. In questo la forza straordinaria di Eros colma la lacuna tra i due regni, quello terreno e quello divino. Nella bellezza di un quadro antico, nelle eleganti vie di una città, nel rumore di un auto, nell’attesa di un fenomeno, dappertutto c’è Lei. Parlavo di amore : ebbene, io penso che solo l’amore possa comprendere le cose. Amore di qualunque cosa : amore per la scienza, per l’arte, per la natura, per il proprio lavoro. E solo la passione possa farle vivere.
Sento spesso parlare uomini che come pavoni sventolano la loro coda costellata di decine di conquiste e di avventure. Quanti di questi uomini hanno veramente conosciuto queste donne ? Pensate che abbiano veramente ed intimamente goduto ? Io credo di no. Hanno visto la nave da lontano, da molto lontano. Il sesso è sacro perché rappresenta un momento privilegiato, isolato, prezioso dell’esistenza. Resi sensibili dall’eccitazione e dalla passione sfrenata si diventa, attraverso la propria amante, permeabili all’esterno, pronti all’incontro con la nostra natura più nascosta. Lei, redentrice, apostolo, angelo venuto a “miracol mostrare”.
Dante riconosce alle sue dame il dono di fare da tramite con la divinità. Ma nei suoi versi lascia intendere che la grandezza, l’immanenza di Dio, possa essere trovata solo rinunciando al sesso. Cercano l’assoluto con una negazione. Cercano l’affermazione suprema, Dio, partendo da una negazione. E’ un paradosso.
Un sonetto letto in un libro canta :
“ S’io m’indovassi, Donna, nel tuo seno:
tra le mammelle belle il viso, molle,
ponessi e pel guardo curioso, folle
d’amor, il senno mi venisse meno…
…s’io m’indovassi, Donna, ne morrei.”
Quando vengo è come morire, ma non ti perdo o amata, poiché ti riacquisto libero dal legame del mio corpo.

Mi accorgo di essere ampiamente uscito dal seminato, se mai ve ne fosse uno.

 
 
 
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