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“Il compito principale nella vita di un uomo è di dare alla luce se stesso.”


Erich Fromm
 

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L\'INCONSCIO


“L'inconscio è qualcosa che noi realmente non conosciamo, ma di cui siamo obbligati a prendere atto perché spinti da deduzioni irrefutabili.”

Sigmund Freud
 

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LA TERZA MORTIFICAZIONE

“Nell'Introduzione alla Psicoanalisi, scritta tra il 1915 e il 1917, Sigmund Freud dichiara di aver assestato "la terza mortificazione" al narcisismo dell'umanità. Copernico, afferma Freud, aveva inferto la prima, strappando la terra dal centro dell'universo, e Darwin la seconda, illustrando la discendenza dell'uomo da progenitori simili a scimmie. Enfatizzando l'importanza dei processi inconsci nella vita mentale, Freud ritiene di aver assestato la terza e più profonda mortificazione della serie.
Secondo lui le nostre caratteristiche più apprezzate - libero arbitrio, razionalità e senso di sé - non sono che mere illusioni, e noi tutti siamo i prodotti di forze psichiche inconsce e incontrollabili. Naturalmente, Freud incontrò una notevole opposizione.”

F. Talls,
Breve storia dell'Inconscio

 

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Post n°51 pubblicato il 23 Aprile 2014 da Blaze_Zen

E fui tempesta .. e fui vento ..

 
 
 

50

Post n°50 pubblicato il 21 Marzo 2012 da Blaze_Zen

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49

Post n°49 pubblicato il 21 Marzo 2012 da Blaze_Zen

49

 
 
 

Assoluto

Post n°48 pubblicato il 02 Luglio 2011 da Blaze_Zen
 

 

 

"La comprensione non si trova entro i confini del tempo.
La comprensione è adesso o mai più."

Jiddu Krishnamurti


"Il mio luogo è l'Assoluto
"

Nisargadatta Maharaj

 
 
 

Gli Stati Emotivi

Post n°47 pubblicato il 17 Luglio 2009 da Blaze_Zen
 

 

Gli stati emotivi sorgono e si placano in noi proprio come onde .. lunghe, brevi, profonde, superficiali ..
A volte sono moti che nascono dalle profondità abissali e salgono prepotenti e anomali.
Non sono gli altri a scatenarli in noi, ma noi stessi a produrli con la nostra ottusa visione degli accadimenti.
Noi stessi siamo il Nettuno delle nostre profondità.
Ma laddove sorge l'attaccamento ad uno stato emotivo .. esso è come una nostalgia di noi, di ciò che credevamo di essere ed ora scorgiamo come transitorio.
Ed è questa una delle potenti ancore che ci congelano nell'immutabilità della forma, attraverso una scelta rinunciataria.

 

Blaze


 
 
 

Una Fatica Consapevole

Post n°46 pubblicato il 14 Luglio 2009 da Blaze_Zen
 

“Basterebbe che ci dicessero che abbiamo una grave malattia per comprendere che ciò che abbiamo e ciò che siamo ora, adesso, nella sua apparente incompletezza, è già tutto, e che basta. Il benessere è già in noi, è già possibile, la situazione attuale è il terreno migliore per “percepirci”, per sentirci consistere. Ma nella vita ordinaria noi questo non lo vediamo. Ciò che differenzia chi sta bene e chi non sa di star bene - e dunque ne soffre e sta male - è lo sguardo sulla realtà e su noi stessi. Un certo sguardo che non ci hanno insegnato a scuola né altrove. Uno sguardo che avevamo già in noi, da bambini, e che la cultura occidentale ci ha fatto atrofizzare. È uno sguardo che sta lì, con la nostra realtà attuale, istante per istante; la contempla, incantato e rispettoso, e la lascia accadere, come un bambino che guarda una farfalla. Per fortuna questo sguardo c’è ancora. Va solo riscoperto. Perciò non serve lavorare sulle singole parti della realtà, mettendole a posto una a una sperando che un giorno il mosaico sia perfetto per star bene. Accade ciò che deve accadere, ma osservarlo in modo puro, senza intervenire continuamente con giudizi e sforzi di orientarlo dove pensiamo che debba andare, fa accadere ciò che deve accaderci davvero. La contemplazione cedevole della realtà, istante per istante, è l’intervento più profondo, risolutivo e benefico che possiamo fare per agire concretamente su di essa a nostro beneficio.
Ciò non nega la fatica del vivere, perché ogni età ha i suoi draghi da affrontare e da vincere, fino alla morte, ma è una fatica diversa: consapevole, utile, vitale e creativa. Umana.”.

Raffaele Morelli

 
 
 

La Lettura Sonora

Post n°45 pubblicato il 09 Luglio 2009 da Blaze_Zen
 

“Tra i Greci, la lettura ad alta voce costituiva la forma originaria della lettura. L’eroe greco sognava, morendo, di conoscere il kleos, la “gloria” - ma kleos significava anche “suono”; e dunque egli desiderava che le sue gesta venissero declamate, recitate davanti ad un pubblico immenso, e così diventassero gloriose. Allora il testo non era, come per noi, una pura sequenza di segni: ne faceva parte la lettura sonora; esso era composto da un ordito scritto e da una trama vocale. Solo la voce completava lo scritto, dandogli l’atmosfera e l’eco musicale di cui aveva bisogno. Leggere veniva spesso indicato come cantare, e canora era la voce che interpretava. Chi leggeva, in Grecia e a Roma, stava in piedi: la voce era accompagnata da gesti e movimenti della testa, del torace e delle braccia; e questa lettura espressiva influenzava a sua volta la stesura del testo, che doveva obbedire alle intonazioni, cadenze e ritmi della tradizione orale. Il libro veniva ascoltato; e scritto per venire ascoltato. 
Dopo secoli di lettura silenziosa, l’abitudine alla lettura ad alta voce ci riesce quasi incomprensibile. Siamo abituati a credere che il culmine del leggere stia nella nostra facoltà di capire, interpretare e identificarci col test; e come era possibile capirlo, se una voce straniera parlava dal di fuori, con gesti e inflessioni che non erano i nostri? Come era possibile interrogare il libro, fermarlo, percorrerlo all’indietro, meditarlo in un attimo fuori dal tempo? Anche i Greci ebbero dei dubbi sulla pratica della lettura sonora, come racconta Jesper Svembro. Ma è probabile che, in buona parte, i nostri dubbi siano fuori luogo. L’abitudine della lettura ad alta voce si fondava sulla costruzione della memoria, e sulla capacità della memoria di avere presente tutto il testo, che noi abbiamo perduta. Platone, o Cicerone, comprendevano il libro come noi, anche se lo ascoltavano dalla voce di uno schiavo.” 


Pietro Citati, Sulla Lettura

 
 
 

La Maturità

Post n°44 pubblicato il 08 Luglio 2009 da Blaze_Zen
 

“Crediamo di conoscere la giovinezza e la vecchiaia: ma la maturità – la lunga e fugacissima età di mezzo, alla quale dovremmo affidare la parte migliore di noi – continua a rimanerci incomprensibile. Tutti i grandi poemi e romanzi raccontano come un uomo attraversi le soglie che introducono nell’età matura: talvolta senza sforzo e senza pensieri, talvolta dopo incertezze e terribili prove. Nessun libro ci rivela, forse, l’atmosfera, lo spessore, il clima che regnano in quel tempo.
La lingua quotidiana assicura che la maturità è un culmine. Qualcosa di gracile si colma e diventa perfetto: resta per qualche anno in questa condizione, prima di decadere lentamente; come se la maturità fosse una fase fra due movimenti, un arresto tra una crescita e una decadenza.
Giunge quando e come vuole, nelle età più diverse, nei modi più inaspettati, accompagnata dalla felicità o dalla sventura. Tamino e Pamina diventano maturi nella giovinezza, dopo aver attraversato l’ardore delle fiamme e lo strepitio delle acque; Don Chisciotte un istante prima di morire, quando abbandona le illusioni che lo hanno fatto vivere; Ulisse quando torna a casa, dopo essere rimasto nove anni rinchiuso in un’isola e aver domato il suo istinto di fuga; Marcel appena comincia a scrivere il grande libro che forma attorno a lui un’isola chiusa del più invalicabile degli oceani; Wilhelm Meister e Lucine de Rubempré non varcheranno mai la soglia… In ognuno di questi casi, la maturità è insieme una conquista e una rinuncia. La perdita di un’incertezza, di un’illusione, di uno slancio, di un vagabondaggio, di un dubbio: mentre lo sguardo apprende a vedere, l’intelligenza a cogliere il nucleo delle cose, il cuore a sopportare le cose tollerabili e quelle intollerabili.”

Pietro Citati, La Maturità


 
 
 

Soltanto ciò ..

Post n°43 pubblicato il 06 Luglio 2009 da Blaze_Zen
 

 

"I sogni non mi hanno mai mostrato che cosa dovessi pensare di una persona, ma soltanto ciò che io pensavo effettivamente di lei… "

J.E.Erdmann, Phychologische Briefe


 
 
 

L'Angelo della Conversazione

Post n°42 pubblicato il 03 Luglio 2009 da Blaze_Zen
 

 

Quando scriviamo, la gioia di esprimerci sembra più pura: cogliamo un pensiero, afferriamo un’immagine, e cerchiamo di fermarli per sempre – netti, definitivi. Sappiamo bene che la gioia maggiore non è nella precisione: ma nella voce lontana che parla in noi, nel remoto vento che ci trascina, giungendo da chissà dove, e ci obbliga a dire cose che non sapevamo. Quando parliamo questa voce è meno forte, ma non è spenta. A volte discorriamo per ore, posatamente, all’esterno di noi, comunicando notizie e informazioni. Ma se siamo con amici, o anche con persone estranee che vogliamo divertire e affascinare, allora quale vento si leva dentro di noi. La voce lontana si risveglia, e all’improvviso diciamo cose che ignoravamo, gorghi di immagini felici vengono alla luce, accecanti intrichi sintattici ci attraversano, scopriamo pensieri che non avevamo mai pensato, e che dimenticheremo cinque minuti dopo. Qualcuno ha detto che la conversazione è soltanto un esercizio superficiale. Non è vero: perché nei momenti di vera ebbrezza dialogica, le parole escono dalle profondità, prorompono dalle tenebre, esattamente come nella letteratura. Allora, diceva Barbey d’Aurevilly, “l’Angelo della conversazione ci prende per i capelli come un profeta”.


Pietro Citati, L’Arte della Conversazione


 
 
 
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"Essere completamente onesti con se stessi è un buon esercizio."

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