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blog dedicato al concetto di multidirezionalità dell'esperienza relazionale attraverso il pensiero di Maurice merleau Ponty
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Post n°20 pubblicato il 14 Dicembre 2009 da dago130
Nel 1955, a soli 17 anni va via di casa con 10.000 Lire regalategli dal padre. Diplomatosi all'Istituto Magistrale, parte per Londra per visitare la casa dove è nato Charlie Chaplin e in seguito scoprire il mondo. Vive in Inghilterra, in Francia, in Germania svolgendo i lavori più umili e infine parte a piedi, come un pellegrino medievale per visitare tutto il Medio Oriente e l'Africa del nord. Tornato in Italia, nel 1960 frequenta il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e si diploma nel 1962 e con il cortometraggio La veglia, riceve il Ciak d'oro dal Presidente della Repubblica. Nel 1963 è in Russia, a Mosca, dove si specializza in montaggio e studia l'opera di Ejzenstejn. Dopo aver lavorato con Marco Bellocchio (suo compagno di corso al Centro Sperimentale) alla sceneggiatura, i dialoghi e montaggio de I pugni in tasca, nel 1967 esordisce alla regia col lungometraggio Il giardino delle delizie con musiche di Ennio Morricone, film fortemente censurato (18 minuti) in Italia e invitato all'esposizione universale di Montreal. Nel 1970 realizza il film NP il segreto, con Irene Papas, Francisco Rabal e Ingrid Thulin. Nel 1975 dirige Matti da slegare con Marco Bellocchio, Sandro Petraglia e Stefano Rulli, il film è stato girato all'ospedale psichiatrico di Colorno, presso Parma, e propone una nuova interpretazione del rapporto cinema/verità, documento e fiction incentrato sul tema, in questo caso, della questione dell'istituzione manicomiale. Fonda la casa di produzione 11 marzo Cinematografica, cooperativa che produrrà tutti i suoi film. Nel 1976 presenta Nel più alto dei cieli. Nel 1976 viene incaricato come docente di montaggio al Centro Sperimentale di Cinematografia, ma si dimette per incompatibilità con i criteri didattici della scuola. Alla fine degli anni '70 spunta Il pianeta azzurro (girato dall'amico cineamatore Franco Piavoli) che sarà proiettato a Venezia nel 1982. In qualità di produttore Agosti intende distribuire il film in alcune sale romane, ma incontrando difficoltà con gli esercenti, apre un cinema a Roma (Azzurro Scipioni) dove lo programmerà per anni. Il Cinema Azzurro Scipioni, nel quartiere Prati, diviene un punto di riferimento per i film d'arte del passato e del presente, luogo d'incontro di cineasti e appassionati di cinema. Non contento, poco lontano dedica per alcuni anni all'epoca silenziosa (film muti) il caffè Azzurro Melies. Ma a Roma il punto di riferimento per film d'autore diventerà il suo Cinema Azzurro Scipioni. Nel 1983 termina D'amore si vive: personale ricerca sulla tenerezza, la sensualità e l'amore compiuta a Parma nell'arco di due anni. Nel 1987 realizza Quartiere. Seguono Uova di garofano del 1992 e L'uomo proiettile del 1995, tratto da un suo omonimo romanzo finalista al Premio Strega con cui conferma la sua capacità di coniugare l'impegno civile con momenti di poesia e di grande narrazione. Seguono, sempre sulla stessa linea narrativa, Trent'anni di oblio (1998), La seconda ombra del 2000 sempre sul tema dei manicomi e della legge Franco Basaglia con Remo Girone, La ragion pura del 2001. Nel frattempo si dedica a un'intensa attività letteraria i cui frutti sono i romanzi: L'uomo proiettile, Il cercatore di rugiada, Uova di Garofano, La ragion pura, Il giudice, La Vittima, L'assassino, Il semplice oblio, Lettere dalla Kirghisia, Il ballo degli invisibili. La trilogia poetica Nuvole, Incanti, L'estro armonico. I racconti Chiaro di luna e i saggi Breviario di cinema e "Come realizzare un film senza denaro o per capirci meglio senza spendere neppure un euro". Da segnalare anche i documentari C'ero anch'io - Frammenti di lotte di strada (1998), Prendiamoci la vita (dal 68 al 78), Gli incontri filmati con Alessandro Panagoulis - Indira Gandhi - Osho Bhagwan Shree Rajneesh - Alberto Moravia - Marcel Marceau - Dario Fo - Un ritratto (2002). Ha collaborato ad alcuni programmi televisivi di Fabio Volo. Il romanzo "Lettere dalla Kirghisia" è stato tradotto persino in giapponese, edizione che ha adottato un altro titolo ("Il posto dove si lavora tre ore al giorno").
Tratto da wikipedia |
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Post n°19 pubblicato il 11 Novembre 2009 da dago130
la sua pelle aveva il carattere e il colore del sole pan grattato e pomodoro vivevano sul suo ventre e la mia bocca non smise di carezzarla sino a pulire ogni traccia di sugo....... |
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Post n°18 pubblicato il 10 Ottobre 2009 da dago130
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Post n°17 pubblicato il 10 Settembre 2009 da dago130
LA STORIA di Elsa Morante
Lo storico romano Tacito affermava che per compiersi un evento storico sono necessari "l'habitus animorum", cioè la predisposizione degli animi e gli "audaces", cioè le personalità grandu che riescono a sfruttare "l'habitus animorum". La storia è comunemente stata scritta considerando solo i fatti compiuti dagli audaces, ma tralasciando tutti quelli di coloro che la vivono e che anonimamente la scrivono: gli umili. Eppure la Storia con la S maiuscola è fatta da tutti i singoli uomini, gli uomini qualunque che partecipano non da spettatori anche quando pensano di non avere alcun peso nel fluire della Storia. Gli storici, coloro che raccontano la Storia, purtroppo dimenticano questo, o lo tengono in poco conto, esaltando soltanto le opere delle grandi personalità. Il romanzo "La Storia" di Elsa Morante, ambientato a Roma durante la seconda Guerra Mondiale, vuole essere appunto espressione della storia vissuta dall’individuo comune. La storiografia ricorda Roma come un centro importante e attivo della resistenza, ma si ferma agli eventi più clamorosi di essa nulla rimane dei singoli sacrifici, delle singole silenziose esperienze personali di chi la guerra la subì senza volerla. E' il caso della protagonista, Ida Ramundo (vedova Mancuso), di madre ebrea e di padre calabrese; insegnante alle scuole elementari, una donna semplice, umile, insicura per certi aspetti, chiusa rispetto al mondo che la circonda e che la spaventa. Passò la sua infanzia a Catanzaro fino al suo matrimonio con Alfio Mancuso il quale aveva comperato un appartamentino a Roma nel quartiere di S. Lorenzo in cui sarebbero andati a vivere insieme dopo le nozze. Purtroppo, pochi anni dopo, Alfio muore di cancro e Ida, avendo perso nel frattempo i suoi genitori, si ritrova sola a dover crescere suo figlio Nino, ragazzino molto vivace e intelligente. La situazione diviene improvvisamente difficile per Ida: a Roma (come nelle altre città italiane) l'appartenenza a famiglia giudaica è simbolo per gli ebrei di cattura e di deportazione nei campi di concentramento. Davanti a ciò Ida non può restare indifferente; il ghetto visto con i suoi occhi dopo i vari rastrellamenti sembra quasi una città fantasma, immerso nella desolazione. Sebbene fosse stata battezzata come cristiana, Ida ha paura di rivelare la propria discendenza e mantiene per se’ questo segreto sempre più "ingombrante", temendo che le leggi razziali potessero ritorcersi sul figlio e per il suo posto di maestra. Fortunatamente, per lei, questo problema angosciante, si risolve senza nessuna conseguenza. Per molti ebrei di Roma, invece, le cose non andarono così bene. Le leggi razziali li avevano condannati a rinunciare alla loro vita lavorativa, alla loro dignità di uomini e di cittadini; ma quello era solo l'inizio: quando la guerra entrò nel vivo gli abitanti del ghetto vennero rastrellati improvvisamente per intero e deportati verso i campi della morte, dove quasi nessuno si salvò. Stuprata nella sua stessa casa da un giovane soldato tedesco che stava per partire per l’Africa, partorì segretamente un figlio, Giuseppe (da tutti chiamato Useppe), di cui tentò in seguito di nascondere al mondo l'esistenza per paura dei giudizi feroci della gente. Ida coraggiosamente allevò questo bambino con l'amore che ogni madre rivolge ai propri figli, aiutata e sollevata dal primo figlio, Nino, il quale accolse il fratellino come un magnifico dono sceso dal cielo (pur non sapendo con chi la madre l'avesse concepito). Ma, quando la guerra di cui giungeva notizia solo dai giornali o dalle radio diviene una cosa reale, nella sua drammaticità distrugge la vita quotidiana lasciando segni indelebili in chi vi è sopravvissuto. Nino, impaziente di crescere lascia gli studi e parte per il fronte con cinturone e camicia nera abbandonando la povera Ida. Durante i bombardamenti che dilaniano Roma e che costringono molti romani a vivere da sfollati nelle "case-stanzoni" che il regime aveva messo a disposizione anche la povera Ida perde la casa. Così, con il piccolo Useppe, è costretta a vivere per un periodo nello stanzone comune a Pietralata assieme ad altre persone, alcune provenienti addirittura da lontano, come i Mille (anche loro senza tetto) che arrivavano da Napoli e come Davide Segre, ebreo mantovano di famiglia borghese. Davide è un intellettuale anarchico, poi eroe partigiano al fianco di Nino e infine suicida involontario per overdose. Come ci fa notare Cesare Garboloi, “è un ospite nel romanzo, e nello stesso tempo ne è il deus-ex-machina. Davide è un po’ la coscienza intellettuale e problematica del romanzo, un personaggio di sottosuolo, uno che si interroga, che si tortura, si arrovella, a cui la Morante ha dedicato tutta se stessa e tutte le sue idee”. Ida cercò di non far pesare al piccolo la situazione precaria in cui si viveva nello stanzone dove si stava tutti insieme senza un po’ di riservatezza e con servizi igienici quasi inesistenti. Ma il peggio doveva ancora arrivare, perché, finché Ida poteva far uso del suo stipendio, in qualche modo sul mercato nero riusciva a comprare alimenti "nobili" come la carne, indispensabili per la crescita di Useppe; quando la cassa degli stipendi venne chiusa Ida si ritrovò senza una casa, senza un reddito fisso e soprattutto con una giovane bocca da sfamare. Privandosi essa stessa del cibo, nell’ultimo periodo della guerra, Ida fu costretta a mangiare erbe bollite pur di poter nutrire il figlio. L'istinto materno e protettivo era l'unica ragione che le dava la forza per continuare a vivere e che in alcuni casi la costringeva a compiere atti di cui non si sarebbe mai creduta capace (durante una rivolta di donne, per esempio, ruba della farina da un carico tedesco urlando imprecazioni contro i soldati e il regime). Una delle parti più belle del romanzo è quella in cui la dura realtà è vista con gli occhi del piccolo Useppe a cui pare che sia tutto uno scherzo come sembrano rivelargli gli uccellini quando cantano: “è uno scherzo, è uno scherzo, è tutto uno scherzo uno scherzo uno scherzo!”, gli sembra di vivere in una sorta di gioco. La guerra agli occhi di un bambino non è quella che appare agli adulti e la vita precaria nello stanzone dove uomini e animali (gatti, canarini, cani, topi) condividono uno spazio comune limitato diventa per il piccolo Useppe un momento di crescita, di gioia e di scoperta della vita in cui la guerra funge solo da scenario. Il tono stesso del romanzo è vitale e spesso ironico ma mai sarcastico. Pochi mesi prima della fine della guerra, Ida lascia lo stanzone di Pietralata. Durante la guerra molte famiglie romane furono private dei loro giovani e taluni neanche tornarono a casa, ma perirono sul campo, come accadde al il figlio della famiglia Marrocco, presso cui Ida trovò ospitalità pagando un piccolo affitto per la camera destinato al ragazzo che la madre aspettava invano. Poi, finita definitivamente la guerra, grazie anche agli aiuti di Nino passato dalla parte dei partigiani e contrabbandiere, Ida compera un piccolo appartamento nel quartiere del Testaccio. Riprende anche ad andare a scuola e i primi giorni porta con se’ anche Useppe. E' proprio qui che il piccolo comincia a dimostrare segni sempre più evidenti di quella strana malattia fisica e psicologica iniziata già quando vivevano a casa dei Marrocco, gli attacchi epilettici si fanno sempre più frequenti e mettono Ida in estrema preoccupazione. E’ questo il momento più toccante e profondo del romanzo: “c’è un luogo di erbe e di acque lungo i bordi del Tevere dove cantano gli uccelli,un luogo di pace, quasi fuori dal tempo. Qui, protetto da una capanna d’alberi, Useppe passa le sue giornate in compagnia di una pastora maremmana (Bella) ereditata da suo fratello; qui fa nuove amicizie (Scimò), guerreggia con i pirati, incontra e scopre il mondo. O meglio, l’originale del mondo, di cui la Storia è solo la copia indecente e volgare”.(C.. Garbali) Anche Nino, che nel frattempo si guadagnava da vivere facendo il contrabbandiere, illuso da quel mito della ricchezza che non poteva non attirare un giovane che per cinque anni aveva vissuto la guerra al fronte e poi la resistenza, sempre in condizioni misere, muore a causa di un incidente stradale. La povera Ida stressata e disperata, avendo perso ogni ragione di vita, morirà in una clinica psichiatrica poco tempo dopo la morte di Useppe (1947), ormai diventata pazza da anni, sconvolta da quell'evento, ma soprattutto da una guerra che ha tolto la vita pur non avendola uccisa… a lei, come a tante altre persone. Al suo primo apparire, il romanzo fu considerato d’ispirazione anarchica, la Morante venne anche accusata di speculare sulla sofferenza e di vendere disperazione. Ma il romanzo è permeato da una metafora ben più profonda. In realtà quella della Morante è semplicemente una critica alla Storia, questa sorta di mostro vorace e indifferente che divora la vita delle persone che sono costrette a subirla. Per lei non esiste l’apparente legame tra i destini individuali delle persone e un progetto, uno straccio qualunque di disegno provvidenziale, di “trascendenza storica”. I personaggi della Storia sono esseri dal destino insignificante e la Storia in tal senso appare come uno scenario che non li riguarda, lontano e incomprensibile come i primi sogni del piccolo Useppe. Se manzoniana si può definire l’attenzione all’uomo qualunque travolto dalle vicende di una storia ufficiale le cui trame rimangono ignote a chi la subisce e che è dominata dall’egoismo e l’ingiustizia, siamo lontani, però, dalla fede manzoniana in un piano provvidenziale di cui gli umili divengono lo strumento che si oppone alla storia ufficiale. Dal punto di vista narrativo si nota un certo distacco tra l’autrice e i fatti narrati. La narratrice raccoglie delle notizie intorno ad un fatto accaduto a Roma di cui si finge sia rimasta memoria al Ghetto e a Testaccio e di cui lei stessa sarebbe stata in parte testimone oculare. E’ in tal senso che utilizza il tipico stile della cronaca. Tale scelta stilistica deriva dalla convinzione secondo cui siamo troppo lontani dalla Storia per raccontarla; ed ecco che la narrazione allora prende la forma cronachistica della semplice elencazione d’eventi seguendo un preciso ordine cronologico. dedicato a Elsa Morante..donna completa e piena,libera da ideologie..drammatica e intensa sino in fondo |
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Post n°16 pubblicato il 08 Settembre 2009 da dago130
non era niente il tentativo di sbucciare la vita facendone cadere a terra il sapore era tutto..la sua voce il suo sguardo..era lei |


Inviato da: Divine_Blonde
il 08/12/2009 alle 11:49
Inviato da: Lady_Juliette
il 06/12/2009 alle 10:52
Inviato da: Fior_di_Spina
il 21/11/2009 alle 18:56
Inviato da: pary573
il 21/11/2009 alle 08:59
Inviato da: nobileanima
il 18/11/2009 alle 14:20