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dago130
   
 
Creato da dago130 il 08/12/2008

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blog dedicato al concetto di multidirezionalità dell'esperienza relazionale attraverso il pensiero di Maurice merleau Ponty

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lei

Post n°19 pubblicato il 11 Novembre 2009 da dago130

la sua pelle

aveva il carattere e il colore del sole

pan  grattato

e pomodoro

vivevano sul suo ventre

e

la mia bocca

non smise

di carezzarla

sino a pulire

ogni traccia di sugo.......

 
 
 

autunno

Post n°18 pubblicato il 10 Ottobre 2009 da dago130
Foto di dago130

Ho lasciato

cadere piano

le ombre delle persone

come foglie

colorate di saccentivirtù

nelle parole

nei gesti

la fatica dei molti..

nei tuoi sguard

il grido muto

di un gesto

tradito dal piacere

assoluto..diretto e violento

di una pioggia

calda di sospinte

attese

magicamente deformate

nell'attesa di una nuova estate

 
 
 

la Storia l'esperienza delle storie....

Post n°17 pubblicato il 10 Settembre 2009 da dago130
Foto di dago130

 

LA STORIA

di

Elsa Morante

 

Lo storico romano Tacito affermava che per compiersi un evento storico sono necessari "l'habitus animorum", cioè la predisposizione degli animi e gli "audaces", cioè le personalità grandu che riescono a sfruttare "l'habitus animorum". La storia è comunemente stata scritta considerando solo i fatti compiuti dagli audaces, ma tralasciando tutti quelli di coloro che la vivono e che anonimamente la scrivono: gli umili.

Eppure la Storia con la S maiuscola è fatta da tutti i singoli uomini, gli uomini qualunque che partecipano non da spettatori anche quando pensano di non avere alcun peso nel fluire della Storia.

Gli storici, coloro che raccontano la Storia, purtroppo dimenticano questo, o lo tengono in poco conto, esaltando soltanto le opere delle grandi personalità.

Il romanzo "La Storia" di Elsa Morante, ambientato a Roma durante la seconda Guerra Mondiale, vuole essere appunto espressione della storia vissuta dall’individuo comune. La storiografia ricorda Roma come un centro importante e attivo della resistenza, ma si ferma agli eventi più clamorosi di essa nulla rimane dei singoli sacrifici, delle singole silenziose esperienze personali di chi la guerra la subì senza volerla.

E' il caso della protagonista, Ida Ramundo (vedova Mancuso), di madre ebrea e di padre calabrese; insegnante alle scuole elementari, una donna semplice, umile, insicura per certi aspetti, chiusa rispetto al mondo che la circonda e che la spaventa.

Passò la sua infanzia a Catanzaro fino al suo matrimonio con Alfio Mancuso il quale aveva comperato un appartamentino a Roma nel quartiere di S. Lorenzo in cui sarebbero andati a vivere insieme dopo le nozze.  Purtroppo, pochi anni dopo, Alfio muore di cancro e Ida, avendo perso nel frattempo i suoi genitori, si ritrova sola a dover crescere suo figlio Nino, ragazzino molto vivace e intelligente.

La situazione diviene improvvisamente difficile per Ida: a Roma (come nelle altre città italiane) l'appartenenza a famiglia giudaica è simbolo per gli ebrei di cattura e di deportazione nei campi di concentramento.

Davanti a ciò Ida non può restare indifferente; il ghetto visto con i suoi occhi dopo i vari rastrellamenti sembra quasi una città fantasma, immerso nella desolazione. Sebbene fosse stata battezzata come cristiana, Ida ha paura di rivelare la propria discendenza e mantiene per se’ questo segreto sempre più "ingombrante", temendo che le leggi razziali potessero ritorcersi sul figlio e per il suo posto di maestra. Fortunatamente, per lei, questo problema angosciante, si risolve senza nessuna conseguenza. Per molti ebrei di Roma, invece, le cose non andarono così bene. Le leggi razziali li avevano condannati a rinunciare alla loro vita lavorativa, alla loro dignità di uomini e di cittadini; ma quello era solo l'inizio: quando la guerra entrò nel vivo gli abitanti del ghetto vennero rastrellati improvvisamente per intero e deportati verso i campi della morte, dove quasi nessuno si salvò.

Stuprata nella sua stessa casa da un giovane soldato tedesco che stava per partire per l’Africa, partorì segretamente un figlio, Giuseppe (da tutti chiamato Useppe), di cui tentò in seguito di nascondere al mondo l'esistenza per paura dei giudizi feroci della gente. Ida coraggiosamente allevò questo bambino con l'amore che ogni madre rivolge ai propri figli, aiutata e sollevata dal primo figlio, Nino, il quale accolse il fratellino come un magnifico dono sceso dal cielo (pur non sapendo con chi la madre l'avesse concepito).

Ma, quando la guerra di cui giungeva notizia solo dai giornali o dalle radio diviene una cosa reale, nella sua drammaticità distrugge la vita quotidiana lasciando segni indelebili in chi vi è sopravvissuto. Nino, impaziente di crescere lascia gli studi e parte per il fronte con cinturone e camicia nera abbandonando la povera Ida. Durante i bombardamenti che dilaniano Roma e che costringono molti romani a vivere da sfollati nelle "case-stanzoni" che il regime aveva messo a disposizione anche la povera Ida perde la casa. Così, con il piccolo Useppe, è costretta a vivere per un periodo nello stanzone comune a Pietralata assieme ad altre persone, alcune provenienti addirittura da lontano, come i Mille (anche loro senza tetto) che arrivavano da Napoli e come Davide Segre, ebreo mantovano di famiglia borghese. Davide è un intellettuale anarchico, poi eroe partigiano al fianco di Nino e infine suicida involontario per overdose.

Come ci fa notare Cesare Garboloi, “è un ospite nel romanzo, e nello stesso tempo ne è il deus-ex-machina. Davide è un po’ la coscienza intellettuale e problematica del romanzo, un personaggio di sottosuolo, uno che si interroga, che si tortura, si arrovella, a cui la Morante ha dedicato tutta se stessa e tutte le sue idee”.

Ida cercò di non far pesare al piccolo la situazione precaria in cui si viveva nello stanzone dove si stava tutti insieme senza un po’ di riservatezza e con servizi igienici quasi inesistenti. Ma il peggio doveva ancora arrivare, perché, finché Ida poteva far uso del suo stipendio, in qualche modo sul mercato nero riusciva a comprare alimenti "nobili" come la carne, indispensabili per la crescita di Useppe; quando la cassa degli stipendi venne chiusa Ida si ritrovò senza una casa, senza un reddito fisso e soprattutto con una giovane bocca da sfamare.

Privandosi essa stessa del cibo, nell’ultimo periodo della guerra, Ida fu costretta a mangiare erbe bollite pur di poter nutrire il figlio. L'istinto materno e protettivo era l'unica ragione che le dava la forza per continuare a vivere e che in alcuni casi la costringeva a compiere atti di cui non si sarebbe mai creduta capace (durante una rivolta di donne, per esempio, ruba della farina da un carico tedesco urlando imprecazioni contro i soldati e il regime).

Una delle parti più belle del romanzo è quella in cui la dura realtà è vista con gli occhi del piccolo Useppe a cui pare che sia tutto uno scherzo come sembrano rivelargli gli uccellini quando cantano: “è uno scherzo, è uno scherzo, è tutto uno scherzo uno scherzo uno scherzo!”, gli sembra di vivere in una sorta di gioco. La guerra agli occhi di un bambino non è quella che appare agli adulti e la vita precaria nello stanzone dove uomini e animali (gatti, canarini, cani, topi) condividono uno spazio comune limitato diventa per il piccolo Useppe un momento di crescita, di gioia e di scoperta della vita in cui la guerra funge solo da scenario. Il tono stesso del romanzo è vitale e spesso ironico ma mai sarcastico.

Pochi mesi prima della fine della guerra, Ida lascia lo stanzone di Pietralata. Durante la guerra molte famiglie romane furono private dei loro giovani e taluni neanche tornarono a casa, ma perirono sul campo, come accadde al il figlio della famiglia Marrocco, presso cui Ida trovò ospitalità pagando un piccolo affitto per la camera destinato al ragazzo che la madre aspettava invano.

Poi, finita definitivamente la guerra, grazie anche agli aiuti di Nino passato dalla parte dei partigiani e contrabbandiere, Ida compera un piccolo appartamento nel quartiere del Testaccio. Riprende anche ad andare a scuola e i primi giorni porta con se’ anche Useppe.

E' proprio qui che il piccolo comincia a dimostrare segni sempre più evidenti di quella strana malattia fisica e psicologica iniziata già quando vivevano a casa dei Marrocco, gli attacchi epilettici si fanno sempre più frequenti e mettono Ida in estrema preoccupazione.

E’ questo il momento più toccante e profondo del romanzo: “c’è un luogo di erbe e di acque lungo i bordi del Tevere dove cantano gli uccelli,un luogo di pace, quasi fuori dal tempo. Qui, protetto da una capanna d’alberi, Useppe passa le sue giornate in compagnia di una pastora maremmana (Bella) ereditata da suo fratello; qui fa nuove amicizie (Scimò), guerreggia con i pirati, incontra e scopre il mondo. O meglio, l’originale del mondo, di cui la Storia è solo la copia indecente e volgare”.(C.. Garbali)

Anche Nino, che nel frattempo si guadagnava da vivere facendo il contrabbandiere, illuso da quel mito della ricchezza che non poteva non attirare un giovane che per cinque anni aveva vissuto la guerra al fronte e poi la resistenza, sempre in condizioni misere, muore a causa di un incidente stradale.

La povera Ida stressata e disperata, avendo perso ogni ragione di vita, morirà in una clinica psichiatrica poco tempo dopo la morte di Useppe (1947), ormai diventata pazza da anni, sconvolta da quell'evento, ma soprattutto da una guerra che ha tolto la vita pur non avendola uccisa… a lei, come a tante altre persone.

Al suo primo apparire, il romanzo fu considerato d’ispirazione anarchica, la Morante venne anche accusata di speculare sulla sofferenza e di vendere disperazione. Ma il romanzo è permeato da una metafora ben più profonda.

In realtà quella della Morante è semplicemente una critica alla Storia, questa sorta di mostro vorace e indifferente che divora la vita delle persone che sono costrette a subirla. Per lei  non esiste l’apparente legame tra i destini individuali delle persone e un progetto, uno straccio qualunque di disegno provvidenziale, di “trascendenza storica”. I personaggi della Storia sono esseri dal destino insignificante e la Storia in tal senso appare come uno scenario che non li riguarda, lontano e incomprensibile come i primi sogni del piccolo Useppe. Se manzoniana si può definire l’attenzione all’uomo qualunque travolto dalle vicende di una storia ufficiale le cui trame rimangono ignote a chi la subisce e che è dominata dall’egoismo e l’ingiustizia, siamo lontani, però, dalla fede manzoniana in un piano provvidenziale di cui gli umili divengono lo strumento che si oppone alla storia ufficiale.

Dal punto di vista narrativo si nota un certo distacco tra l’autrice e i fatti narrati. La narratrice raccoglie delle notizie intorno ad un fatto accaduto a Roma di cui si finge sia rimasta memoria al Ghetto e a Testaccio e di cui lei stessa sarebbe stata in parte testimone oculare. E’ in tal senso che utilizza il tipico stile della cronaca. Tale scelta stilistica deriva dalla convinzione secondo cui siamo troppo lontani dalla Storia per raccontarla; ed ecco che la narrazione allora prende la forma cronachistica della semplice elencazione d’eventi seguendo un preciso ordine cronologico.

dedicato a Elsa Morante..donna completa e piena,libera da ideologie..drammatica e intensa sino in fondo

 
 
 

ciò che non ritorna poems 2

Post n°16 pubblicato il 08 Settembre 2009 da dago130
Foto di dago130

non era niente
solo lei
che cantava
davanti ad uno specchio
privo di riflesso

non era nulla
era solo
il tormento del suo desiderio
che macinava il grano in farina
attraverso i boccoli
di una lunga criniera

era cosa da poco..
solo la sua mano
il palmo della sua mano
che invano cercava domande prive di risposta...

il tentativo di sbucciare la vita

facendone cadere a terra il sapore

era tutto..la sua voce il suo sguardo..era lei

 
 
 

il porno......il sottofondo di ciò che sta sopra

Post n°15 pubblicato il 08 Settembre 2009 da dago130
Foto di dago130

il film " guardami " , mi è piaciuto per la descrizione degli ambienti in cui il desiderio è azione meccanica e visceralmente  "altra..ispirato liberamente alla storia di Moana Pozzi, il film racconta i luoghi di piacere della protagonista, alternandoli alle scene di lavoro sul set...

tratto dal libro :

Pagina 9

INTRODUZIONE
OVVERO [I CAN'T GET NO] SATISFACTION


E' stato a Budapest, su un set porno.

La locatíon era un castello, in una sera di giugno, tiepida. Davanti a me, sei o sette corpi intrecciati. Leccavano, spingevano, pompavano l'uno nell'altro. Sospiri e gemiti uscivano ogni tanto dal groviglio, fustigati dal regista che voleva maggiore energia nella scena.

"Fei! Fei! Expression!".

Io guardavo. Sì, facevo esattamente questo: guardavo, né più né meno. Dentro di me, nel mio inconscio, nel mio sistema desiderante, nel mio istinto basico, nulla. Non un moto o uno stimolo. Non una pulsione erotica. E' difficile eccitarsi durante la lavorazione di un film hard, così come è assolutamente noioso starsene sul set di un film vero.

Però.

Però appena l'occhio - e fu meno di un secondo - passò dalla scena vera giù, a osservare il display della telecamera digitale che avevo in mano e che usavo per prendere appunti di ripresa, tutto cambiò. Quell'attività sessuale così poco interessante nella realtà a due metri da me, mutava natura all'improvviso dentro il piccolo monitor.

Un membro stantuffante.

Una fronte imperata di sudore.

Una lingua che si estenuava su una clitoride.

Non appena la realtà diventava inquadratura, immagine, movimento, suggestione, storia - ogni cosa mutava di segno. E dentro, in qualche posto che aveva a che fare in parte con i miei testicoli ma soprattutto con la mia testa, partiva come un brivido, una scarica elettrica lungo il midollo. Le cose prendevano senso solo lì, in quei pochi centimetri quadrati di cristalli liquidi. E avevo scoperto quello che ero venuto a cercare, la ragione intima per fare Guardami.

Personalmente, non sono né un consumatore di materiale pornografico né un erotomane. Non lo dico per salvarmi l'anima. Innanzitutto perchè all'anima non ci credo. E poi perchè la pornografia è un fatto di massa, non certo un vizio che si tiene nascosto.

Anni fa, forse il '91, in tempi non sospetti, feci un documentario sui leghisti. Non la pensavo certo come loro, ma vivevo a Bergamo e sentivo che quello che succedeva intorno mi riguardava. Il documentario servì prima di tutto a me per capire.

Più o meno la stessa cosa è successa per Guardami. la pornografia è un fenomeno importante, taglia trasversalmente ogni cultura e religione. Parla di sesso, che è una cosa che riguarda tutti, compresi quelli (soprattutto quelli) che ne sminuiscono l'importanza. La si può condannare, ma non se ne può fare a meno. Infatti in Italia è - teoricamente - vietata: ma questo è lo stesso paese che ha mandato Cicciolina in Parlamento.

Un film su una donna che fa i film porno, dunque. Uno dei pochi personaggi femminili a cui - come uomo - riuscivo a pensare con qualche interesse e senza troppa ideologia. Forse perchè la pornostar è un'icona che mette in crisi la cattiva coscienza postfemminista degli uomini maturati, come me, nel gran casino degli anni settanta. Ma appunto perchè la pornografia non è il mio pane quotidiano avevo bisogno di documentarmi, conoscere, vedere, incontrare. Spero che il senso profondo di questo lavoro di ricerca sia finito nel film - e non sotto forma di documentazione sociologica. Ma, man mano che preparavo Guardami, mi rendevo conto che c'era una quantità di episodi, situazioni, fatti, persone e pensieri che non sarebbero potuti entrare nella storia, e che però meritavano di essere conosciuti. Ecco il senso di questo libro, allora. Una specie di diario di bordo pre/para/metacinematografico, di cui le immagini di Attilio Concari, amico e complice, sono parte integrante, la spina dorsale stessa.

Ma, prima di tutto, fatemi chiarire una cosa.

Se qualcuno pensa che il mondo dell' hard sia un universo trasgressivo, si sbaglia di grosso. L' hard è uno degli ambienti più borghesi che si possano immaginare. Nel profondo dell'animo - e dei corpo - è lo specchio della società "normale", ma senza ipocrisie né alibi moralistici. Nel porno contano solo i soldi, la fama e il potere che ne consegue, esattamente come in tutti gli ambiti della civiltà occidentale avanzata. Ma mentre nel capitalismo tutto questo si regge su un'impalcatura ideologica che contempla principi morali e/o etici in vario grado invocati (e disattesi), nel porno tutto è reificato al grado zero della legge del profitto. Il corpo è una merce e come tale viene trattato da tutti, secondo la classica regola della domanda e dell'offerta: sia dagli imprenditori del settore che dalla manodopera.

Per esperienza personale, non c'è "tristezza" su un set hard. Non più (certo meno) di quanta ce ne sia in una linea di montaggio o in un ufficio. E', in modo assoluto, un lavoro come un altro. E il fatto che l'articolo in vendita sia il sesso rende tutto più semplice e meno ambiguo: qui nessuno ha secondi fini. Mentre altrove il sesso viene quotidianamente usato da uomini e donne per fare carriera o come strumento di gestione del potere, qui lo scambio è alla luce del sole. E se un'attrice va a letto con il regista per ottenere una parte non fa altro che confermare la regola.

Da questo punto di vista, la cosa che dà maggiore soddisfazione ai performers del porno è "fare un lavoro fatto bene". E' una delle cose che più mi ha colpito, prigioniero com'ero della sciocca curiosità che fa capolino a ogni intervista con Selen o Jessica Rizzo: "Ma si gode davvero durante le riprese?". La mia impressione è che il piacere non stia nella meccanica del sesso, ma nell'idea che la prestazione ínterpretata in una certa scena sia "uscita bene".

Certo, la componente esibizionistica di maschi e femmine è essenziale: ma non molto più che per qualsiasi altro attore o attrice regolare. Chiedete a questi ultimi se, sotto i riflettori o davanti a una macchina da presa, non provano anche una forma di piacere erotico.

 
 
 
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