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Un blog creato da cathy63 il 02/12/2005

Kairos & Kronos

Girando sempre su se stessi, vedendo e facendo sempre le stesse cose, si perde l'abitudine di esercitare la propria intelligenza e lentamente tutto si chiude, si indurisce, si atrofizza come un muscolo.

 
 

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« Le parole che non ti ho ...Fumo di Londra »

Il Tempo Mancato

1976

Tredici anni, terza media inferiore: primo approccio con la vita e le emozioni che si mescolano tra l’esser bambina e sentire la giovane donna volere sbocciare. Prima drastica dieta, persi 15 chili e sembravo già donna se non fosse stato per quel visino ancora troppo da bambina con quella espressione ingenua anche quando volevo fare la maliziosa pavoneggiandomi nel mio vestitino di lino bianco a chemisié.
Fuori dalla scuola, ricordo, c’era sempre un tipo che mi fissava, un adulto che non c’entrava nulla con la scuola media che frequentavo: lui mi guardava ed io lo osservavo sottocchio. Mi piaceva e mi spaventava tutta quell’attenzione da parte di un uomo: un po’ flirtavo, lo ammetto, solo che allora non lo sapevo ma poi scappavo per non farmi più vedere da lui. Un giorno non lo vidi più, sparì così come era giunto.

1977

Quattordici anni, primo ciclo, un po’ tardivo, eppure le fattezze eran quelle di una donna!
Ricordo il primo giorno di scuola in quarta ginnasio, la classe era già quasi al completo in aula. Per l’occasione indossavo un tailleur (che oggi sarebbe decisamente alla moda) nero di bouclé, giacchino corto e gonna tubino, un paio di decolté di mia mamma, con un tacchetto appena pronunciato, ed in braccio una agenda come diario, un quaderno ed un astuccio di penne e matite. Mi sentivo molto donna eppure mi tremavano le gambe! Nell’entrare in aula, i miei compagni scattano in piedi: pensavano fossi una insegnante!
Quello fu anche l’anno del mio primo bacio, durante l’estate, dato ad un campeggiatore come me quattordicenne e come me figlio di dipendenti ENEL e quindi di diritto partecipanti a quelle vacanze esclusive! Dopo di quello passarono molti altri anni perché ne ricevessi e ne dessi ancora, di baci.
Quelle erano le uniche vacanze che a quel tempo mi era concesso di passare lontano dalla famiglia, comunque in un contesto di protezione, affidati come eravamo ad istruttori e monitori (oggi si chiamerebbero semplicemente animatori).

1978

Quindici anni, prime malinconie, primi languori, la tristezza era nei miei occhi: sognavo il grande amore che sapevo sarebbe giunto a sedici anni, ne ero sicura! A sedici anni sarebbe sbocciata la donna e con lei una vita felice e serena.
Mi addormentavo ogni notte con la radiolina incollata all’orecchio: erano gli anni delle prime radio private, emittenti pirata che trasmettevano musica inglese, magari rock,  ma anche italiana ed io dormendo sognavo Parigi, Londra e New York, le città dove avrei voluto essere, in quegli anni. Ma non era possibile, ero protetta dal limbo di casa mia, dei miei genitori, in una famiglia monoreddito che poco aveva da concedere come extralusso a tre figli ed i viaggi per adolescenti allora erano un gran lusso, solo per famiglie ricche o per quei ragazzi che “fuggivano” dagli ignari genitori con un unico zaino come bagaglio. Io no. Rimanevo nei miei silenzi un po’ cupi a sognare. Sedici anni.

1979

Sedici anni, prima liceo classico, mi guardo da fuori, in una foto di gruppo della classe e rivedo una ragazza ipocondriaca, studiosa quanto bastava a portare a casa una media da promozione, con la testa piena di romanticherie degna dei romanzi di Liala, di cui divoravo ogni pagina: sognavo il mio aviatore, mentre con malinconia mi lasciavo scorrere la vita guardando le altre coetanee che invece vivevano le loro esperienze dell’età. Leggevo abbastanza, mi piaceva la letteratura latina, Ovidio e la sua “Ars Amatoria”: rimanevo incantata quando il mio prof leggeva in classe, ti faceva sentire a pelle ogni parola!
Io ero un po’ così: se mi piaceva un tipo, e magari era il bellone del liceo, quello cui tutte sbavavano dietro, alla sua vista mi defilavo, sparendo rossa in volto. Invece ero la migliore amica dei mie compagni di classe, di alcuni di loro almeno, sempre la migliore amica di un ragazzo che non sceglieva me per un filarino, ma come amica cui confidare le delusioni, le ansie con la fidanzatina di turno.
Bennato e Cocciante erano proibiti a casa mia, figuriamoci osare mettere sul piatto giradischi della Reader’s Digest musica dei Doors che a malapena erano tollerati i Beatles!
A me piaceva, di Umberto Balsamo il brano “L’angelo azzurro”.
Non erano i sedici anni che avevo sognato, idealizzato e così mi chiudevo ancor più nel mio mondo dei sogni.

1980-1981

Dei diciassette e diciotto anni ricordo poco, erano la prosecuzione dei sedici: studiavo, ma leggevo e sognavo di più ed aspettavo. Come manna dal cielo aspettavo che la mia vita mi cascasse tra le braccia, che un giorno per caso avrei avuto l’incontro magico e la mia vita si sarebbe colorata di intenso, di immenso, come la canzone che Mina cantava e che io ascoltavo innumerevoli volte in un sol giorno.
Non capivo quello che ora so: era il mio atteggiamento ad allontanare la mia vita da me.
Volevo sempre andare via dalla mia cittadina, ogni occasione era buona, ma le occasioni erano solo le visite alla zia che abitava a Foggia o le brevi vacanze estive che i miei genitori riuscivano a donarci ed io partivo ogni volta come se quel viaggio fosse risolutore delle mie pene e ritornavo ogni volta piangente nel ritrovare quel che avevo lasciato, la mia emarginata solitudine, il mio languore.
Avevo costruito un mondo dentro me, fatto di Amore puro, dedito e sublime, avevo fatto di me la principessa che deve attendere il suo principe che la sposa e le dona una vita fatta di felicità e bellezza, perché così mi era stato inculcato… intanto mi perdevo gli anni della giovinezza, prendendo con me solo in disagio e lasciando il resto alle altre. Ma le “brave ragazze” così dovevano comportarsi, le “cattive ragazze” invece crescevano vivendo davvero la loro vita.
A diciotto anni ho conseguito il diploma: deludente esperienza anche quella, come deludente fu la festa per la mia maggiore età: pochi amici, qualche amica che approfittava del contesto per mettersi in mostra mentre io servivo rustici e cambiavo dischi nello stereo, che ora era un compact della Pioneer.

Insomma, una camminata tra i ricordi di anni comunque per me belli, quelli dell’adolescenza che ti porta a diventare un giovane adulto. I condizionamenti di una educazione morale rigida, di una condizione economica di agio, frutto però di enormi sacrifici, hanno lasciato il segno per molto tempo, hanno determinato le scelte del futuro, le conoscenze, le esperienze che hanno formato la donna che sono oggi.
Spesso ho scelto strade impervie, complicandomi ancor più la vita, ma ora so che sceglievo in quel modo che a me sembrava obbligato, per sfidare un destino che infondo avevo segnato molto tempo prima.
Dai diciannove anni in poi la ribelle che c’è in me ha mostrato di avere una volontà, di essere capace non più di aspettare ma di agire. Alle volte l’azione è stata dirompente, altre fortunata, qualche volta di capacità.
Mi manca però il non avere vissuto le semplici ma complicate esperienze da adolescente, le uscite con le amichette e quegli ingenui filarini che solo fra ragazzetti han ragione d’essere, magari aver vissuto mi avrebbe insegnato ad affrontare diversamente quel che sarebbe stato della mia vita di donna.

Coi condizionali però non si crea nulla, non è stato, ma è stato, non potrò recuperare nulla degli anni andati, la consapevolezza che ho oggi, spero, mi mette nella condizione di guardare all’oggi, seme di domani.



 

 
 
 
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IL GIORNO IN PIù

"E ADESSO CERCHI L'UOMO PERFETTO?"
"Spero di no. Sai, credo che l'uomo perfetto giustamente cerchi la donna perfetta. Non avrei chance"
"Allora cosa cerchi?"
"Non lo so. Forse niente, forse tutto. Magari adesso, più che cercare, voglio vivere quello che mi capita, quello che la vita mi dà. Amo giocare. Essere libera.  Non devo discutere. Sono indipendente. Difenderei questa condizione con tutte le mie forze. Sempre. Eppure anch'io a volte avrei bisogno di un abbraccio, di arrendermi e perdermi tra le braccia di un uomo. Un abbraccio che mi faccia sentire protetta anche se so proteggermi da sola. Sono in grado di fare le cose di cui ho bisogno, ma a volte vorrei far finta di non esserlo per il piacere di farle fare a qualcun altro per me. Ma non voglio stare con un uomo per questo. Non posso scendere a compromessi, e non posso rinunciare a tutto quello che ho, alla mia libertà, per quell'abbraccio che poi spesso con gli anni non c'è nemmeno più. Vorrei un uomo con cui stare bene. Vorrei incontrare una persona con la quale condividere delle prospettive. Non voglio dire per forza un matrimonio, figli eccetera. Ma nemmeno uno di questi uomini che si spaventano quando chiedi una cosa più lontana di due giorni. Mi sono rotta degli uomini bambini. Sono vecchia per fare quella giovane e sono troppo giovane per fare la vecchia".


Il giorno in più - Fabio Volo

 

 

 

 
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