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Cineforum - 24 novembre 2009

Post n°73 pubblicato il 17 Novembre 2009 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

THE HURT LOCKER

Regia: Kathryn Bigelow
Sceneggiatura: Mark Boal
Fotografia: Barry Ackroyd
Musiche: Marco Beltrami, Buck Sanders
Montaggio: Bob Murawski, Chris Innis

Scenografia: Karl Júlíusson

Arredamento: Amin Charif El Masri

Costumi: George L. Little

Effetti: Richard Stutsman

Interpreti: Jeremy Renner (sergente William James), Anthony Mackie (sergente JT Sanborn), Brian Geraghty (Owen Eldridge), Guy Pearce (sergente Matt Thompson), Ralph Fiennes (caposquadra mercenari), David Morse (colonnello Reed), Evangeline Lilly (Connie James), Christian Camargo (colonnello John Cambridge), Suhail Al-Dabbach (Black Suit Man), Christopher Sayegh (Beckham), Nabil Koni (professor Nabil), Sam Spruell (Charlie), Sam Redford (Jimmy), Feisal Sadoun (Feisal), Barrie Rice (Chris), Justin Campbell (sergente Carter), Malcolm Barrett (sergente Foster)

Produzione: Kathryn Bigelow, Mark Boal, Nicolas Chartier, Greg Shapiro per Voltage Pictures/First Light/Kingsgate Films

Distribuzione: Videa CDE

Durata: 127’

Origine: USA, 2008

Quando la bomba comincia a emergere dal terriccio il sergente maggiore James emette una specie di mugolio di piacere. Le dita scavano esperte e quasi avide, scostano il pietrisco, accarezzano il metallo, dipanano i cavi fino a snidare il detonatore, che in pochi secondi finisce a terra. Missione impossibile. Missione compiuta. Il sergente maggiore James, artificiere in Iraq, fa uno dei lavori più pericolosi del mondo e dei più eccitanti. A casa era solo un redneck, un bifolco, una testa calda. "Spazzatura", come sentenzia il suo secondo, stufo di subire le sue pericolose mattane. Ma lì al fronte è il dio del coraggio. Uno che ha disinnescato più di 800 bombe da quando è in servizio, e colleziona strani pezzetti di plastica e metallo. "Roba che stava per ammazzarmi", dice sarcastico ai compagni, con ogni evidenza più ansiosi di lui di portare a casa la pelle.
«La furia della battaglia provoca una dipendenza fortissima e spesso letale, perché la guerra è una droga», ammonisce una citazione in apertura. E il film fa di tutto per ricreare quella paradossale ebbrezza da adrenalina, con la maestria che ci si può aspettare dalla regista di “Point Break” e “Strange days” che mixa con efficacissima furia tempi morti e accelerazioni fulminee, riprese studiatissime da cinema di guerra e altre convulse in stile reportage.

Intanto però la guerra va avanti. Militari e civili muoiono come mosche. Ogni casa, ogni bancarella, ogni auto che passa può nascondere un nemico o il fantasma di un nemico, anche più pericoloso quando non sei sicuro di nulla. E perfino un povero ragazzino, ormai cadavere, può essere imbottito di plastico e diventare un "corpo bomba" (scena insostenibile che per la prima volta fa vacillare il sergente sordo alla morte, trascinandolo in un crescendo di temerarietà e di errori). Ma cosa vuole raccontare esattamente Kathryn Bigelow con questo film incalzante ed ellittico, adrenalinico e sapientemente ambiguo, ispirato ai reportage sul campo del giornalista sceneggiatore Mark Boal (già coautore di “Nella valle di Elah” di Paul Haggis) e diviso in blocchi indipendenti come "stazioni" di un unico percorso?

In superficie l'itinerario del sergente James segue il classico schema della presa di coscienza.
Dall'invulnerabilità iniziale dalla sua illusione alla cognizione del dolore. Nessuna denuncia increspa il racconto. Per la Bigelow la guerra è un fatto, l'Iraq non è diverso da altri conflitti, quello di “The hurt locker” è un trip anzitutto interiore come si capisce nell'epilogo, quando il sergente incontra la propria natura profonda. Per questo, anche, il film è destinato a scatenare equivoci e discussioni. Dietro lo stile smagliante qualcuno vede retorica patriottarda. Per altri il sergente James è l'iperbole del soldato (del maschio) "condannato" alla guerra. La Bigelow, saggiamente, non spiega nulla, ma mostra un fenomeno (gli dà forma), con forza e coerenza. Come fa il buon cinema, sempre, di qualsiasi colore.

Fabio Ferzetti, Il Messaggero

«La furia della battaglia provoca spesso una dipendenza letale (……) La guerra è una droga». Parole che introducono una “ordinaria” scena di terrore di strada a Baghdad. Tratto dai reportage iracheni del giornalista Marc Boal, “The hurt locker” apre con un’azione militare che pare uno sbarco lunare. Sul set giordano di Amman a ricreare l’Iraq, Thompson (Pearce), capo di una squadra di artificieri dell’esercito statunitense, cerca di disinnescare l’ennesimo ordigno. Tornerà a casa cadavere. Quel che resta di lui è in una scatoletta, tra le tante, in una stanza spoglia. Ai due membri della squadra, Sanborn (Anthony Mackie) e Eldridge (Brian Geraghty) si aggiunge allora il sergente maggiore James (Jeremy Renner, bravissimo): motivato alla follia e incurante delle procedure. La tensione è potente, nonostante l’andamento episodico dell’azione. Bigelow sa come dare grandiosità alla violenza, e grazie al super 16 raggiunge un tocco quasi documentaristico. Ci sono solo due star: una che muore subito e l’altra (Fiennes) spesa come un cameo. Non c’è una storia principale, non c’è uno sventolare di bandiere su cui commuoversi (vedi “Nella valle di Elah”, con soggetto sempre di Boal), né abbastanza teoria sul punto di vista (come in “Redacted”). Quindi è spiazzante, anche per la critica. Molto più facile liquidare con formule precotte («la regista testosteronica di “Point break”») che sforzarsi di guardare (dentro) un film che si conficca nella realtà della guerra. Che è sporca - questo è dato per scontato - ma che qualcuno, con più o meno convinzione, deve fare. Bigelow, per restituirne la verità, assume proprio quel punto di vista. È un’idea, sono immagini, che danno fastidio a priori e inficiano il giudizio. “The hurt locker” invece gioca di continuo sulla sottilissima linea tra l’essere coraggiosi e drogati di adrenalina. E riporta tutto alla questione della scelta. Salvare vite, sparare, persino avere figli (attenzione alle differenze di genere, nelle scelte). E magari, a film visto, votare chi ritirerà le truppe. Altro che Rambo a Baghdad.
Raffaella Giancristofaro, Film TV

KATHRYN BIGELOW
Filmografia:
The loveless (1982), Il buio si avvicina (1987), Blue steel - Bersaglio mortale (1990), Point break - Punto di rottura (1991), Homicide: life on the street (1993), Wild palms (1993), Strange days (1995), Il mistero dell'acqua (2000), K-19 (2002), The hurt locker (2008)

Martedì 1° dicembre 2009:
SACRO E PROFANO di Madonna, con Eugene Hutz, Holly Weston, Vicky McClure, Richard E. Grant, Stephen Graham

 

 
 
 
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Data di creazione: 29/09/2007
 

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