CINEFORUM BORGOI film, i personaggi e i commenti della stagione 2011/2012 |
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Post n°141 pubblicato il 16 Aprile 2012 da cineforumborgo
IL GRINTA
Regia: Ethan Coen, Joel Coen Soggetto: dal romanzo “Un vero uomo per Mattie Ross” di Charles Portis (ed. Mondadori e Club degli Editori, 1969) Sceneggiatura: Ethan Coen, Joel Coen Fotografia: Roger Deakins Musiche: Carter Burwell Montaggio: Ethan Coen (Roderick Jaynes), Joel Coen (Roderick Jaynes) Scenografia: Jess Gonchor Arredamento: Nancy Haigh Costumi: Mary Zophres Effetti: Special FX International, Wolf Stuntworks Inc., Creature Effects, Luma Pictures Interpreti: Jeff Bridges (Reuben J. 'Rooster' Cogburn), Hailee Steinfeld (Mattie Ross), Matt Damon (LaBoeuf), Josh Brolin (Tom Chaney), Barry Pepper ('Lucky' Ned Pepper), Dakin Matthews (colonnello Stonehill), Paul Rae (Emmett Quincy), Domhnall Gleeson (Moon), Elizabeth Marvel (Mattie Ross adulta), Jarlath Conroy (becchino), Roy Lee Jones (Yarnell), Ed Corbin (Bear Man), Leon Russom (sceriffo), Bruce Green (Harold Parmalee), Peter Leung (sig. Lee), Marcello Murphy (Otis), Jake Walker (giudice Parker), Don Pirl (Cole Younger), Nicholas Sadler (Sullivan), Brian Brown (Coke Hays), Joe Stevens (avvocato Goudy), David Lipman (avvocato), Ty Mitchell, Brandon Sanderson, Orlando Smart, Ruben Nakai Campana, Maggie A. Goodman, Candyce Hinkle, Jonathan Joss, Nicholas Sadler, Scott Sowers Produzione: Ethan Coen, Joel Coen, Scott Rudin per Skydance Productions/Scott Rudin Productions Distribuzione: Universal Pictures International Italy Durata: 110’ Origine: U.S.A., 2010
Mattie Ross (Hailee Steinfeld), 14 anni e una determinazione rara, vuole vendicare il padre ucciso vigliaccamente da un balordo, Tom Chaney, che poi si è dato alla fuga. Per farlo deve ingaggiare un bravo cacciatore di taglie. Marshall Cogburn (Jeff Bridges), fama di spietato tiratore, pare l’uomo che fa al caso suo. Ma la ragazza non lo manda solo: anche lei vuole cavalcare nei territori degli indiani, fino a scovare Chaney. Ricercato anche dal Texas Ranger La Boeuf (Matt Damon), di cui né Mattie né Cogburn si fidano troppo. “I malvagi fuggono quando nessuno li insegue”. Con questa frase, tratta dal Libro dei Proverbi (ovvero dalla Bibbia) si apre il nuovo grande film dei fratelli Coen. Che sembra contenere il cuore dei loro ultimi, splendidi, lavori. Rivestendoli in apparenza del lindore del western classico. Che però non è classico per niente. “Il Grinta” è un western parlato, in salsa ebraica, con pochissime azioni e molti dialoghi. “Il Grinta” richiama “Non è un paese per vecchi” ma, incredibilmente, si lega idealmente a quel capolavoro che è “A serious man”. Che si apriva con la frase “Accetta con semplicità tutto ciò che ti accade”. Frase che assieme all’altra, fondamentale, “Accetta il mistero” (elegantemente detta da un personaggio secondario) conteneva la morale dell’impalpabile tragedia del protagonista del film, moderno Giobbe. Mattie Ross, all’inizio de “Il Grinta”, dice qualcosa di complementare. Ovvero che nella vita nulla è gratis, tutto ha un pezzo (monetario o morale) “eccetto la grazia di Dio”. Ecco, la grazia di Dio è quel quid di misterioso che condiziona, poi, lo sviluppo della nostra esistenza generandone gli eventi cruciali. Che, come in un film, sono le azioni portanti. “Il Grinta” dei fratelli Coen, più fedele al romanzo di Charles Portis che al film di Hathaway con John Wayne (che i due fratelli di Minneapolis dicono di non aver neppure rivisto), è un film depistante. Perché, in fondo, era molto più un moderno e crudele western “Non è un paese per vecchi” che questo film. Dove nella prima parte, i protagonisti sono impegnati in estenuanti contrattazioni. Mercanteggiano su tutto e non esiste accordo che non passi per un lungo negoziare dialettico, di cui Mattie è incontrastata regina. I personaggi trattano sui soldi, cercano di convincere gli altri ad agire secondo i loro desideri, praticano una continua persuasione. Ma la ‘grazia di Dio’ è nelle premesse e condiziona i risultati. Le premesse sono, in qualche misura, le ‘doti’ dei protagonisti. E in particolare quelle di Mattie (che ricorda tanto la Marge di Fargo): una ragazzina cocciuta, sveglia, che ha capito come gira il mondo e sa misurarsi con la realtà per affermare la propria etica. Ma la grazia di Dio si ripercuote, ovviamente, sugli esiti. Che si devono misurare con i condizionamenti del mondo e hanno, perciò, sempre un prezzo. I due temi, quello del contratto e quello della grazia, quello della causalità e quello della predisposizione, sono intrecciati in questo film estremamente articolato. La bellezza de “Il Grinta” è nel saper passare da questo a quello e di delineare perfettamente le differenze tra l’uno e l’altro. Ci sono momenti, come il finale, in cui i protagonisti si coordinano senza dirsi nulla, ‘si intuiscono’ senza parlare. E altri in cui discutono su tutto. Gli accordi verbali e l’evento - il momento in cui le cose accadono, senza spiegazioni - sono messi in scena nelle loro opposizioni e nei loro nessi. Perché da una parte c’è la grazia, dall’altra il contratto, infine la loro relazione. Raccontando i rapporti tra la ragazzina più tosta del West, l’ormai malandato Grinta e La Boeuf, i Coen ci mostrano quanto il mistero sia fitto ma, a differenza di “A serious man”, sotto certi piani ricostruibile. Per questo il finale, amaro, non risulta imperscrutabile. Ma, come nel film tratto da McCarthy, il mondo è crudele e i pochi istanti di luce sono momenti che interrompono la consuetudine del buio. “Il Grinta” è bello, bello. Grandi attori. E sempre più grandi i fratelli Coen. Elsa Battistini, Il Fatto Quotidiano
Se quello di Hathaway con Wayne era a cavallo della crisi, questo dei Coen è un meraviglioso western che vive di puro cinema, nel rispetto del classico ma di una sconvolgente modernità di stile, con una sceneggiatura da insegnare a scuola. Il cast non fa una grinza: la Steinfeld è una teenager prodigio, Bridges-Damon due assi. Inizio e finale da urlo. Maurizio Porro, Il Corriere della Sera
ETHAN E JOEL COEN Filmografia: Blood simple - Sangue facile (1984), Arizona Junior (1987), Crocevia della morte (1990), Barton Fink - E' successo a Hollywood (1991), Mister Hula Hoop (1994), Fargo (1996), Il grande Lebowski (1998), Fratello, dove sei? (2000), L'uomo che non c'era (2001), Prima ti sposo, poi ti rovino (2003), Ladykillers (2004), Paris, je t'aime (1 ep.) (2006), Chacun son cinéma (1 ep.) (2007), Non è un paese per vecchi (2007), Burn after reading - A prova di spia (2008), Hail Caesar (2009), A serious man (2009), Il Grinta (2010)
Martedì 8 maggio 2012: CORPO CELESTE di Alice Rohrwacher, con Yle Vianello, Anita Caprioli, Salvatore Cantalupo
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Post n°140 pubblicato il 02 Aprile 2012 da cineforumborgo
LA PASSIONE
Regia: Carlo Mazzacurati Soggetto e sceneggiatura: Umberto Contarello, Doriana Leondeff, Marco Pettenello, Carlo Mazzacurati Fotografia: Luca Bigazzi Musiche: Carlo Crivelli Montaggio: Paolo Cottignola, Clelio Benevento Scenografia: Giancarlo Basili Costumi: Francesca Sartori Interpreti: Silvio Orlando (Gianni Dubois), Giuseppe Battiston (Ramiro), Corrado Guzzanti (Abbruscati), Cristiana Capotondi (Flaminia Sbarbato), Stefania Sandrelli (sindaco), Kasia Smutniak (Caterina), Maria Paiato (Helga), Marco Messeri (Del Ghianda), Giovanni Mascherini (Jonathan), Fausto Russo Alesi (Pippo) Produzione: Domenico Procacci per Fandango, in collaborazione con Rai Cinema Distribuzione: 01 Distribution Durata: 106’ Origine: Italia, 2010
Una banda di disgraziati, un'accozzaglia di cialtroni, un raccogliticcio gruppo di tipi votati alla sconfitta. Ma qualcosa in fondo a loro li fa sentire uniti e uomini, li costringe almeno per il soffio di un momento a riscattare la propria dignità. Vi suona? È quello che avete già visto, riso e pianto, parecchie volte nel cinema italiano. “I soliti ignoti”, “La grande guerra”, “I compagni”, “L'armata Brancaleone”. I film di Mario Monicelli. Carlo Mazzacurati, come Paolo Virzì, cura con la passione (già, “La Passione”, recita il titolo: più ‘parola chiave’ di così) di un figlio riconoscente ma anche deciso a fare di testa sua l'eredità che gli è toccata. Che si è scelta. Silvio Orlando è (come ne “Il Caimano”) un regista fuori corso e fuori mercato, fuori tutto e insomma alla canna del gas. Si chiama Gianni Dubois. Mentre spunta la miracolosa e pietosa offerta di ideare una storia per una divetta televisiva (Cristiana Capotondi) decisa a farsi nobilitare dal grande schermo, succede che Dubois deve scapicollarsi nel bel paesino toscano dove, chissà come lui così spiantato, possiede una bella casetta antica. L'impianto idrico fatiscente della bella casetta confina purtroppo con la parete affrescata del duomo. Con il più disarmato dei sorrisi e le più accattivanti professioni di ammirazione per lui, la sindachessa (Stefania Sandrelli) e l'assessore (Marco Messeri) lo ricattano: o "il maestro" si presta ad allestire l'annuale e consueta sacra rappresentazione del Venerdì Santo oppure parte una denuncia alle Belle Arti. Mancano cinque giorni. Disperato, Dubois, dice sì. Arrampicandosi sugli specchi con quelli che aspettano la storia per la divetta e che lo trattano come una merda. Il materiale umano a disposizione è quello che è. Il più cane di tutti è la star della tv locale (Corrado Guzzanti), attore cane che recita da cane anche le previsioni del tempo, suo cavallo di battaglia. Dovrà essere lui (ma, colpo di scena finale, non sarà) Gesù. La svelta camerierina polacca del bar (Kasia Smutniak) teneramente attratta dallo sgualcito Dubois, farà la Maddalena. Fido assistente sarà Ramiro (Giuseppe Battiston più grande che mai), ex galeotto conosciuto da Dubois quando il regista ha tenuto un seminario in carcere, provvidenzialmente incontrato mentre gira da queste parti con un suo miserevole spettacolino di strada. Si può immaginare il vortice di malintesi. E si può immaginare il sentimento di Dubois, schifato per essere finito tanto in basso. Ma ci siamo. La processione deve partire, le strade e le stazioni dove la processione si fermerà per rappresentare i vari quadri, inclusi ovviamente l'Ultima Cena e il Golgota, sono gremite di gente. L'attore cane è fuori uso dopo un incidente. C'è da sostituire Gesù. L'abbraccio tra Orlando e Battiston porta in sé la commozione e la solidarietà dell'ultimo estremo gesto che affratella i fanti infingardi Busacca e Jacovacci. Non cambieranno le loro vite, tantomeno cambierà la Vita e la Storia. Ma una luce, un lampo di riscatto c'è stato e resterà indimenticabile. Non è un ‘film serio’, è tutto per scherzo. Ed è tutto così mediocremente rinchiuso dentro la futilità del fare spettacolo, oltretutto a livelli meno che bassi. Ma “Il Grande Dittatore” non era uno scherzo? E “Vogliamo vivere” di Lubitsch non era una pagliacciata? Un bel film dedicato a tutti coloro che ‘ci mettono l'anima’. Di qualsiasi cosa si tratti, è una questione di principio. E di dignità. Paolo D’Agostini, La Repubblica
Gianni Dubois è un regista in là con l'età e con la creatività. Sono cinque anni che non gira un film e, messo sotto pressione dal produttore, deve farsi venire un'idea brillante che accontenti una capricciosa diva televisiva ingaggiata per l'occasione. Quando un guaio nella sua casa in Toscana lo costringe ad abbandonare Roma per un paio di giorni, troverà il modo per rivestire i panni da regista per una Sacra Rappresentazione recitata dagli abitanti del paese. Con l'aiuto di un ex galeotto e una sorridente barista polacca, riuscirà a ritrovare la forza per una necessaria svolta umana. I segreti della gente comune sono da sempre l'oggetto d'indagine del cinema di Mazzacurati. Dopo aver affrontato con serietà il dramma di un omicidio con “La giusta distanza” riprende in mano le corde della commedia. Il soggetto non spicca per originalità; la storia di un artista in crisi creativa che, di fronte alle avversità, non riesce a trovare una soluzione è un tema molto sfruttato da letteratura e cinema. Qui però abbiamo il contesto italiano a fare la differenza. I potenti del film (il produttore, il sindaco e il geometra) sono insensibili sfruttatori che, di fronte alla debolezza di Dubois, rimangono indifferenti. Da un lato i perdenti, dall'altro quelli che fanno finta di essere vincenti. In mezzo tutti i problemi di un'Italia alla deriva, dove i sogni fanno fatica a sopravvivere e le frustrazioni covano il seme di un'arroganza schiacciante e deleteria. La provincia, così cara al regista, è qui il luogo dove il cinema degli intellettuali è guardato di sbieco e con timore. L'ironia inconsapevole dei personaggi di contorno, dall'ex carcerato Giuseppe Battiston al meteorologo con smanie d'attore Corrado Guzzanti, riporta l'attenzione, di tanto in tanto, sulle contraddizioni del paese in cui viviamo. Esce un'immagine di desolazione e impotenza, dove anche la Passione di Cristo, nella sua dimensione più umana, fatica a realizzarsi. La speranza sembra lasciata in un angolo. Ma quando, durante la recita paesana, un giovane urla sprezzante contro chi deride le debolezze degli altri, ci sembra di poter vedere una piccola luce per il futuro. Il grido ribelle di chi riconosce l'ingiustizia e non vuole tacere riporta tutto ad un senso di rettitudine ammirevole di cui il nostro paese avrebbe tanto bisogno. Nicoletta Dose, MyMovies
CARLO MAZZACURATI Filmografia: Vagabondi (1979), Notte italiana (1987), Il prete bello (1989), Un'altra vita (1992), Il toro (1994), Vesna va veloce (1996), L'estate di Davide (1998), La lingua del Santo (1999), Ritratti - Mario Rigoni Stern (1999), A cavallo della tigre (2001), L'amore ritrovato (2004), La giusta distanza (2007), La Passione (2010), Sei Venezia (2010)
Martedì 17 aprile 2012: IL GRINTA di Ethan e Joel Coen, con Jeff Bridges, Hailee Steinfeld, Matt Damon, Josh Brolin
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Inviato da: patrizio.ta
il 29/09/2011 alle 09:20
Inviato da: laura.seratoni
il 23/09/2011 alle 13:36
Inviato da: videomusic
il 05/02/2011 alle 08:08
Inviato da: videomusic
il 18/01/2011 alle 16:11
Inviato da: ENEMY_STREET
il 08/08/2010 alle 22:44