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CINEFORUM BORGO

I film, i personaggi e i commenti della stagione 2011/2012

 

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Cineforum 2011/2012 - 22 maggio 2012

Post n°144 pubblicato il 21 Maggio 2012 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

THE ARTIST

 

Regia: Michel Hazanavicius

Sceneggiatura: Michel Hazanavicius

Fotografia: Guillaume Schiffman

Musiche: Ludovic Bource

Montaggio: Anne-Sophie Bion, Michel Hazanavicius

Scenografia: Laurence Bennett

Costumi: Mark Bridges

Interpreti: Jean Dujardin (George Valentin), Bérénice Béjo (Peppy Miller), John Goodman (Al Zimmer), James Cromwell (Clifton), Penelope Ann Miller (Doris), Missi Pyle (Constance), Beth Grant (cameriera), Stuart Pankin (Otto, regista), Bitsie Tulloch (Norma), Calvin Dean (signor Sauveur)

Produzione: Thomas Langmann, Emmanuel Montamat, Jean Dujardin per La Petite Reine/Studio 37/La Classe Américaine/JD Prod/France3 Cinéma/Jouror Production/UFilms

Distribuzione: Bim

Durata: 100’

Origine: Francia, 2011

 

Chi sotto Natale non ha alcuna intenzione di abbrutirsi con i cinepanettoni può trovare consolazione e gioia in un film che non sa nemmeno cosa sia la volgarità, e che vuole essere un omaggio tanto al cinema quanto al concetto stesso di eleganza.

Stiamo parlando di “The artist”, diretto da Michel Hazanavicius, interpretato da Jean Dujardin (Palma come miglior attore all’ultimo festival di Cannes) e Berenice Bejo (nella vita moglie del regista), recitato in inglese e ambientato nella Hollywood degli anni Venti.

Proprio mentre Woody Allen fa l’americano a Parigi e ripercorre le glorie della Ville Lumiére negli anni Venti con il suo “Midnight in Paris”, il francese Hazanavicius torna dunque a celebrare nostalgicamente la Golden age del cinema americano e in particolare il muto.

“The artist” infatti è esso stesso un silent movie girato in bianco e nero nel formato 4/3 con la tecnica delle 22 immagini al secondo, la musica di accompagnamento e i cartelli che spiegano quel che succede (anche se si capisce benissimo dalle immagini) e ciò che si dicono gli attori.

La storia fa chiaramente riferimento a “Cantando sotto la pioggia” (anche perché l’attore protagonista ricorda molto Gene Kelly), dato che è ambientata all’epoca del passaggio al sonoro e vede protagonista una star del muto, George Valentin (ovviamente Dujardin), che non sa adattarsi alla trasformazione e rifiuta la novità tecnologica, difendendo stoicamente la sua integrità di artista (di qui il titolo). A suo fianco appare la giovane comparsa Peppy Miller (Bejo) che, invece, si adegua subito al sonoro e comincia la sua brillante carriera.

Fra i due l’attrazione è immediata, ma il gap generazionale, non solo anagrafico ma anche artistico, congiura per separarli. La trama seguirà gli standard narrativi della Hollywood dei tempi d’oro ma anche le sensibilità del pubblico contemporaneo, e condurrà ad un finale pieno di grazia e di humour. Ma come sempre conta più il modo in cui la storia è raccontata che la storia stessa, ed è qui che Hazanavicius compie un piccolo miracolo.

Tanto per cominciare, il regista aveva al suo attivo solo due film comici d’azione che parodiavano una sorta di agente 007 francese, Oss 117, interpretato da Dujardin. Dunque la reputazione del regista e del suo attore protagonista era da comici di grande cassetta: come se oggi Gennaro Nunziante e Checco Zalone proponessero ai produttori una favola in bianco e nero ambientata nella Hollywood dei tempi d’oro.

Inoltre, guardando “The artist”, non si può non pensare che George Clooney sarebbe stato perfetto nel ruolo di, guarda caso, George Valentin: e invece Hazanavicius ha insistito per realizzare un film muto in bianco e nero le cui star principali sono francesi, benché circondate da un cast di ottimi caratteristi americani come John Goodman nel ruolo del produttore e James Cromwell in quelli dell’autista.

Hazanavicius è stato adamantino soprattutto nel concepire uno stile visivo completamente personale, che pur facendo omaggio ad un formato e a un’epoca compie continuamente scelte autoriali assai moderne: dall’uso di un bianco e nero che varia a seconda delle circostanze (netto e luminoso quando la situazione dei protagonisti è positiva, sfumato e carico di ombre quando le cose vanno male), alla scelta di una recitazione naturalistica per gli attori appena colorata da posture e movenze da America anni Venti.

“The artist” è soprattutto una grande storia d’amore, non tanto fra i due protagonisti quanto fra Hazanavicius e il cinema, cui il regista fa continui riferimenti citando, fra gli altri, “L’uomo ombra”, “La regina Cristina” e “Viale del tramonto”, senza dimenticare un classico del cinema francese dedicato al muto, “Il silenzio è d’oro” di René Clair. La grazia e la delicatezza, l’eleganza formale e l’umorismo lieve, la semplicità al limite della naiveté (studiata però in ogni minimo dettaglio, come omaggio ad un’epoca più pura) e la libertà stilistica che colorano (è il caso di dirlo) tutto il film sono l’emanazione diretta di un innamoramento così totale e di un rispetto così profondo per la Settima arte da commuovere più della vicenda di George e Peppy.

Alcune delle gag visive del film, da Peppy che flirta con la giacca di George a George che sovrappone l’immagine di uno smoking al suo riflesso nella vetrina di un negozio, sono già, a loro volta, da antologia del cinema.

Paola Casella, Europa

 

“The artist” del francese Michel Hazanavicius, (……), un magnifico paradosso. E’ un film muto, in bianco e nero, ambientato negli anni Venti. Detto così, può sembrare una di quelle opere destinate a far cadere in deliquio i cinefili, mentre gli altri spettatori si abbandonano invece ad atti di vandalismo. E invece è un film divertentissimo, ironico, intorno a una bella storia d'amore. George Valentin (Jean Dujardin) è un divo del muto che cade in disgrazia con l'invenzione del sonoro. Verrà salvato dall'amore di Peppy Miller (Bérénice Béjo), ex fan diventata nuova star di Hollywood. Alcune scene sono da cineteca, in molti sensi. Divina quella dell’incubo del divo del muto, che è naturalmente un sogno dove si sentono voci e rumori. Omaggi assortiti alla magica Hollywood dei ‘20, da Douglas Fairbanks a Gloria Swanson, da Lubitsch a Murnau. Un gioco meraviglioso, folle, raffinato eppure popolare, con passaggi comici irresistibili, nello spirito delle commedie di Billy Wilder. Attori bravissimi a reggere il gioco difficile, dai protagonisti ai comprimari, del livello di John Goodman e James Cromwell, più un cammeo di Malcom McDowell. Ma la rivelazione è il miglior amico del protagonista, un bastardino che meriterebbe un premio.

Curzio Maltese, la Repubblica

 

MICHEL HAZANAVICIUS

Filmografia:
“Mes amis” (1999), “OSS 117: Le Caire, nid d'espions” (2006), “OSS 117: Rio ne répond plus” (2009), “The artist” (2011), “Gli infedeli” (2012)

 

 

Arrivederci al 9 ottobre 2012!

 

 
 
 

Cineforum 2011/2012 - 15 maggio 2012

Post n°143 pubblicato il 14 Maggio 2012 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

CIRKUS COLUMBIA

 

Regia: Danis Tanovic´

Soggetto: Ivica Dikic (romanzo)

Sceneggiatura: Danis Tanovic´, Ivica Dikic

Fotografia: Walther Vanden Ende

Montaggio: Petar Markovic

Scenografia: Dusan Milavec, Sanda Popovac

Costumi: Jasna Hadziahmetovic Bekric

Interpreti: Miki Manojlovic (Divko Buntic), Mira Furlan (Lucija), Boris Ler (Martin), Jelena Stupljanin (Azra), Milan Strljic (Ivanda, il sindaco), Mario Knezovic (Pivac, amico di Martin), Svetislav Goncic (Savo, capitano dell'esercito), Almir Mehic (Bili), Mirza Tanovic´ (Antisa), Miralem S. Zubcevic (Leon, l'ex sindaco), Mirsad Tuka (Dragan), Ermin Bravo (Fra Ante Gudelj), Slaven Knezovic (Miro), Izudin Bajrovic (Kostelic), Sead Bejtovic (Staklar), Jasna Beri (Marija Ivanda), Vesna Masic (Jelena Dilber), Miro Barnjak (Majstor), Ines Fancovic (Starica), Adnan Besirovic (Zeljko)

Produzione: Amra Baksic Camo, Marc Baschet, Cédomir Kolar, Mirsad Purivatra per 2006/A.S.A.P Films/Autonomous/Studio Maj/Razor Film/Man's Film Productions/Art & Popcorn, in collaborazione con Canal+/Rai Cinema/BHRT/Eurimages

Distribuzione: Archibald Film

Durata: 113’

Origine: Bosnia-Erzegovina, Francia, Gran Bretagna, Germania, Slovenia, Belgio, 2010

 

Quando Lucija viene sfrattata dalla casa dove ha vissuto per vent’anni, non sa che sta per perdere un’intera patria, oltre alle sue quattro mura. Maestro della sineddoche cinematografica, Tanovic´ dieci anni fa ha raccontato l’intero conflitto jugoslavo nei pochi metri quadrati di una striscia di no man’s land. Ora, nel microcosmo di un villaggio bosniaco, racconta lo spaesamento di una nazione alle porte della guerra. È il 1991 e la Croazia si è appena proclamata indipendente, ma alle bombe non ci si crede, la frantumazione del Paese è ancora assurda in una comunità dove l’ex sindaco comunista conserva il busto di Tito in casa propria («così smettono di sputargli addosso»).

A portare scompiglio, più dei bombardamenti, è l’arrivo di Divko, che dopo due decenni torna in patria con una macchina di lusso, una montagna di marchi tedeschi e un’appariscente fidanzata. Fa sgomberare moglie (abbandonata) e figlio (mai conosciuto) e s’installa in casa da padrone. (Ri)conquista il paesello a suon di banconote e sottrae all’ex consorte Lucija ogni cosa: casa, lavoro, dignità. Lei non s’arrende, si tiene stretto il figlio e il suo orgoglio di partigiana, che da sempre la divide da quel marito filocroato e nazionalista: «Siamo come Romeo e Giulietta» le dice Divko quando si reincontrano «solo che ci odiamo». Tanovic´ mette in scena, in miracoloso equilibrio fra dramma e commedia, il mondo prima: quello dell’innocenza, del cielo azzurro e dei bagni al fiume. Quello dell’adolescenza di Martin, figlio dei due protagonisti e simbolo della lacerazione imminente del Paese: conteso fra gli opposti e testardi genitori, diviso tra l’amore per il suo villaggio e il sogno dell’America, sconcertato dalla perdita del migliore amico, che da un giorno all’altro si arruola nelle milizie croate e diviene nemico. La fine è nell’aria, per quanto tersa. Gli abitanti del paesello si tengono occupati cercando il gatto scomparso di Divko, mentre le bombe iniziano a distruggere Dubrovnik. “Casa” non esiste più: fra le macerie di ciò in cui credevano, Lucija (Mira Furlan, attrice croata da noi nota per il ruolo della Rousseau in “Lost”) e Divko (un immenso Miki Manojlovic, che somiglia sempre più a un Walter Matthau dell’Est) si concedono un ultimo giro di giostra.

Ilaria Feole, Film TV

 

(……) Lasciato il Kurdistan di “Triage” (2009), il regista bosniaco torna nell'ex Jugoslavia di “No man's land” (2001), che gli aveva fatto vincere l'Oscar nel 2002 come migliore film straniero.

E in particolare in Bosnia, dove è nato nel 1969. Tanovic´ è originario di Zenica, paese in cui si è compiuta una delle stragi più efferate e meno celebrate dai media durante la guerra che ha diviso i Balcani (1999-2009) e vive a Sarajevo. “Cirkus Columbia”, liberamente tratto dall'omonimo libro (Zandonai, 2008) del giovane giornalista-scrittore Ivica Djikic, racconta il rientro del sessantenne Divko Buntic nel villaggio dove è nato, dopo vent'anni di esilio in Germania.

Siamo nel 2001 alla vigilia dello scoppio del conflitto in Bosnia e il paese lo accoglie come un eroe. Divko infatti non ha mai dimenticato i fratelli, ingrassando con sonanti marchi tedeschi il fronte nazionale. Perciò quando arriva in Mercedes con una giovane pin-up e scaraventa fuori dalla casa la vecchia moglie e il figlio, nessuno dice una parola in pubblico. Ma nelle famiglie la gente si divide per le sorti della vecchia sposa, Lucija, che non ha mai ricevuto una telefonata in vent'anni. Il destino riserva però a Divko brutti scherzi, a iniziare dalla sparizione di Bonny, amatissimo gatto nero, trattato come un principe. Il proprietario offre un lauto premio in denaro per chi gli riporterà l'animale, convinto com'è che tutte le fortune andranno a perdersi senza di lui.

Presto Divko, che passa le sue giornate a bere al bar trascurando Azra, la nuova compagna, diventa lo zimbello del villaggio. Nello stesso tempo gli abitanti si scatenano nella caccia al micio. Tutti, giorno e notte, si aggirano per la strada miagolando, lanciando baci nell'aria. In questa atmosfera surreale la tanto formosa quanto tenera Azra trascorre molto tempo con il figliastro e la vita prende una piega che nessuno immaginava. Scoppia una passione non prevista e pure la guerra. «È un modo romantico, forse malinconico per ricordarci come eravamo prima di dividerci», puntualizza Tanovic´, senza nascondere di essere un nostalgico di Tito, perfino negli aspetti dittatoriali. (……). L'operazione nostalgia sembra riguardare anche gli attori. Divko è Miki Manojlovic e Lucija è Mira Furlan, gli indimenticabili interpreti di “Papà è in viaggio d'affari” (1985), di Emir Kusturica, che con quella pellicola si conquistò la Palma d'oro alla 38esima edizione del Festival di Cannes. «Quel film mi era piaciuto molto, ma la scelta degli attori non è certo un omaggio a Kusturica». (……) «È che nell'ex Jugoslavia non c'è molta scelta per quanto riguarda gli attori», anche se le ultime produzioni dimostrerebbero il contrario, basti ricordare “Il segreto di Esma” di Jazmila Zbanic, Orso d'oro a Berlino nel 2006.

In “Cirkus Columbia” affiora continuamente l'ironia balcanica e quel fatalismo che spinge Divko e Lucija ad azionare una giostra e farci un giro mentre piovono le bombe. Una scena quasi felliniana. «L'ironia è la nostra arma di sopravvivenza e Fellini certo, per me è un maestro. Come lo sono Antonioni e Bertolucci».

Cristina Battocletti, Il Sole 24 Ore

 

DANIS TANOVIC´

Filmografia:

No man's land (2001), 11 settembre 2001 ("Bosnia Erzegovina") (2002), L'enfer (2005), Triage (2009), Cirkus Columbia (2010)

 

Martedì 22 maggio 2012:

THE ARTIST di Michel Hazanavicius, con Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman, James Cromwell

 

 
 
 

Cineforum 2011/2012 - 8 maggio 2012

Post n°142 pubblicato il 07 Maggio 2012 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

CORPO CELESTE

 

Regia: Alice Rohrwacher

Sceneggiatura: Alice Rohrwacher

Fotografia: Hélène Louvart

Musiche: Piero Crucitti

Montaggio: Marco Spoletini

Scenografia: Luca Servino

Costumi: Loredana Buscemi

Interpreti: Yle Vianello (Marta), Salvatore Cantalupo (don Mario), Pasqualina Scuncia (Santa), Anita Caprioli (Rita), Renato Carpentieri (don Lorenzo)

Produzione: Carlo Cresto-Dina, Giorgio Gasparini per Tempesta Film/Jba Production/Amka Films/Rai Cinema, in coproduzione con Arte France Cinéma/RSI Radiotelevisione Svizzera/SRG SSR Idèe Suisse

Distribuzione: Cinecittà Luce

Durata: 100’

Origine: Italia, Francia, Svizzera, 2011

 

A Cannes non c’erano solo i film di Moretti e Sorrentino. All’interno di una Quinzaine des Réalisateurs quest’anno meno stimolante del solito, c’era anche il film d’esordio di Alice Rohrwacher, sorella minore dell’attrice Alba: si intitola “Corpo celeste” ed è, a memoria non solo mia, il più bell’esordio cinematografico di una regista italiana. Racconta il contrastato ritorno di una tredicenne a Reggio Calabria insieme alla madre, dopo dieci anni e più passati da emigrante in Svizzera. Un ritorno subìto più che voluto (e già questa è una novità per il nostro cinema: il tema degli emigranti di ritorno, e delle emigranti donne, sempre più numerose per la crisi) che qui si trasforma in meccanismo narrativo. Lo sguardo ‘innocente’ di una ragazza costringe lo spettatore a osservare con occhi diversi quello a cui forse non faremmo molto caso: le ritualità collettive, il corrompimento messo in atto dalla modernizzazione (televisiva e non solo), l’intreccio tra ‘sacro’ e ‘profano’, tra ‘alto’ e ‘basso’.

Alice Rohrwacher usa così gli occhi dell’adolescente Marta (Yile Vianello) come gli strumenti per una ‘spontanea’ indagine antropologica, non ancora soffocata da certezze o teorie preconcette. Guarda con sorpresa ma anche con amore e soprattutto innocenza chi dovrebbe diventare la sua nuova ‘famiglia’, il suo nuovo ‘gruppo’, a cominciare da quello dei cresimandi a cui Marta viene iscritta «perché è il modo migliore per farsi nuove amiche».

E proprio per conservare integra la forza di questo sguardo non ci viene detto niente di davvero concreto sulle ragioni del suo ritorno a Reggio, non ci spiegano i legami con la comunità, le necessità economiche (la madre lavora in un panificio), persino le coordinate geografiche restano vaghe (è Reggio ma potrebbe essere ovunque nel Sud). Dobbiamo limitarci a immaginare.

Quello che interessa alla regista e al film è il modo in cui le persone interagiscono tra di loro, si pongono rispetto ai fatti concreti della vita quotidiana: la parrocchia più che la Chiesa, il catechismo più che la Religione, il voto più che la Politica. È qui, sulle cose di tutti i giorni, che si posa lo sguardo di Marta e con lei quello dello spettatore, alla scoperta di una mutazione che dall’interno non saremmo probabilmente capaci di osservare ma che agli occhi di un ‘alieno’ (come in effetti è Marta) appare chiara e incontrovertibile.

Nessuno altrimenti si scandalizzerebbe del fatto che la preparazione alla cresima avvenga per quiz multiple choice, che il ‘ballo delle vergini’ (per accogliere il vescovo) scimmiotti quello di qualsiasi siparietto televisivo, che la fede dei catecumeni si possa esprimere cantando «Mi sintonizzo con Dio/è la frequenza giusta/mi sintonizzo proprio io/e lo faccio apposta» oppure che don Mario sia più preoccupato di assicurare l’adesione dei parrocchiani al candidato della Curia (ci sono in vista delle elezioni regionali) che di verificare la religiosità dei ragazzi...

“Corpo celeste” (che nel titolo cita un libro di Anna Maria Ortese, ma per affinità di sentire, non per qualche tipo di ispirazione narrativa) diventa così il ritratto di una piccola comunità umana e dei suoi mutamenti antropologici e culturali, raccontati più per contrasti che per accadimenti romanzeschi. La parrocchia e le lezioni di religione con la loro fasulla modernità si contrappongono al degrado delle periferie che Marta osserva dal terrazzo di casa; il calore e la concretezza materna (affidati a Anita Caprioli) risaltano ancora di più di fronte alla scoperta fragilità dell’insegnante/perpetua Santa (l’attrice dilettante Pasqualina Scuncia, un’autentica rivelazione); la religione come carriera e professione di don Mario (Salvatore Cantalupo) finiscono inevitabilmente per entrare in conflitto con la spiritualità ruvida ma sincera di don Lorenzo (Renato Carpentieri).

Così che alla fine il percorso di Marta non può essere che quello di un progressivo ‘allontanamento’, verso un mondo meno contaminato anche se più sporco e povero (la fiumara e i ragazzi che vi giocano è citazione diretta del precedente lavoro della regista, il corto che faceva parte di “Checosamanca”) ma anche di un avvicinamento istintivo e urgente verso una spiritualità vissuta e non imposta (l’attraversamento finale della pozza d’acqua sembra rimandare al battesimo nel Giordano degli apostoli). Un percorso che la Rohrwacher filma con un pudore pari alla maturità dello stile, con una macchina da presa molto mobile ma mai gratuitamente ondivaga e che scegliendo con istinto sicuro quello che è veramente importante da inquadrare obbliga lo spettatore a prendere una posizione di fronte alle cose. Come fanno gli occhi di Marta e come dovrebbe fare sempre il cinema.

Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera

 

Dire che “Corpo celeste” è un film sulla chiesa oggi sarebbe rinchiuderlo in un'etichetta molto limitante. La chiesa c'è, c'è quella parrocchia, ci sono i sintomi della sua inadeguatezza rispetto al presente, come accade a Santa la catechista piena però di buone intenzioni e allo stesso parroco con le sue ambiguità, ma sembra anche l'ultimo luogo rimasto in cui trovarsi e 'inscenare' il rito collettivo della comunità con cui opporsi all'anonimato. Quel microcosmo racconta il nostro tempo, parla di noi, del presente, è l'Italia in cui viviamo (e non solo) fatta di tv e indifferenza - agghiacciante la spiegazione di una zia di Marta che compra il pesce dell'Atlantico perché quello del Mediterraneo potrebbe mangiare i cadaveri dei migranti, ma l'allenamento di cui dicevamo fa sì che Alice Rohrwacher non sia mai programmatica, il suo parlare del tempo è cinema, è un personaggio, che ama senza identificazione, con una scelta anche qui molto chiara di ruoli e di narratività.

Cristina Piccino, Il Manifesto

 

ALICE ROHRWACHER

Filmografia:

 

Corpo celeste (2011)

 

 

Martedì 15 maggio 2012:

CIRKUS COLUMBIA di Danis Tanovic, con Miki Manojlovic, Mira Furlan, Boris Ler

 

 

 
 
 

Cineforum 2011/2012 - 17 aprile 2012

Post n°141 pubblicato il 16 Aprile 2012 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

IL GRINTA

 

Regia: Ethan Coen, Joel Coen

Soggetto: dal romanzo “Un vero uomo per Mattie Ross” di Charles Portis (ed. Mondadori e Club degli Editori, 1969)

Sceneggiatura: Ethan Coen, Joel Coen

Fotografia: Roger Deakins

Musiche: Carter Burwell

Montaggio: Ethan Coen (Roderick Jaynes), Joel Coen (Roderick Jaynes)

Scenografia: Jess Gonchor

Arredamento: Nancy Haigh

Costumi: Mary Zophres

Effetti: Special FX International, Wolf Stuntworks Inc., Creature Effects, Luma Pictures

Interpreti: Jeff Bridges (Reuben J. 'Rooster' Cogburn), Hailee Steinfeld (Mattie Ross), Matt Damon (LaBoeuf), Josh Brolin (Tom Chaney), Barry Pepper ('Lucky' Ned Pepper), Dakin Matthews (colonnello Stonehill), Paul Rae (Emmett Quincy), Domhnall Gleeson (Moon), Elizabeth Marvel (Mattie Ross adulta), Jarlath Conroy (becchino), Roy Lee Jones (Yarnell), Ed Corbin (Bear Man), Leon Russom (sceriffo), Bruce Green (Harold Parmalee), Peter Leung (sig. Lee), Marcello Murphy (Otis), Jake Walker (giudice Parker), Don Pirl (Cole Younger), Nicholas Sadler (Sullivan), Brian Brown (Coke Hays), Joe Stevens (avvocato Goudy), David Lipman (avvocato), Ty Mitchell, Brandon Sanderson, Orlando Smart, Ruben Nakai Campana, Maggie A. Goodman, Candyce Hinkle, Jonathan Joss, Nicholas Sadler, Scott Sowers

Produzione: Ethan Coen, Joel Coen, Scott Rudin per Skydance Productions/Scott Rudin Productions

Distribuzione: Universal Pictures International Italy

Durata: 110’

Origine: U.S.A., 2010

 

Mattie Ross (Hailee Steinfeld), 14 anni e una determinazione rara, vuole vendicare il padre ucciso vigliaccamente da un balordo, Tom Chaney, che poi si è dato alla fuga. Per farlo deve ingaggiare un bravo cacciatore di taglie. Marshall Cogburn (Jeff Bridges), fama di spietato tiratore, pare l’uomo che fa al caso suo. Ma la ragazza non lo manda solo: anche lei vuole cavalcare nei territori degli indiani, fino a scovare Chaney. Ricercato anche dal Texas Ranger La Boeuf (Matt Damon), di cui né Mattie né Cogburn si fidano troppo.

“I malvagi fuggono quando nessuno li insegue”. Con questa frase, tratta dal Libro dei Proverbi (ovvero dalla Bibbia) si apre il nuovo grande film dei fratelli Coen. Che sembra contenere il cuore dei loro ultimi, splendidi, lavori. Rivestendoli in apparenza del lindore del western classico. Che però non è classico per niente. “Il Grinta” è un western parlato, in salsa ebraica, con pochissime azioni e molti dialoghi. “Il Grinta” richiama “Non è un paese per vecchi” ma, incredibilmente, si lega idealmente a quel capolavoro che è “A serious man”. Che si apriva con la frase “Accetta con semplicità tutto ciò che ti accade”. Frase che assieme all’altra, fondamentale, “Accetta il mistero” (elegantemente detta da un personaggio secondario) conteneva la morale dell’impalpabile tragedia del protagonista del film, moderno Giobbe.

Mattie Ross, all’inizio de “Il Grinta”, dice qualcosa di complementare. Ovvero che nella vita nulla è gratis, tutto ha un pezzo (monetario o morale) “eccetto la grazia di Dio”. Ecco, la grazia di Dio è quel quid di misterioso che condiziona, poi, lo sviluppo della nostra esistenza generandone gli eventi cruciali. Che, come in un film, sono le azioni portanti. “Il Grinta” dei fratelli Coen, più fedele al romanzo di Charles Portis che al film di Hathaway con John Wayne (che i due fratelli di Minneapolis dicono di non aver neppure rivisto), è un film depistante. Perché, in fondo, era molto più un moderno e crudele western “Non è un paese per vecchi” che questo film. Dove nella prima parte, i protagonisti sono impegnati in estenuanti contrattazioni. Mercanteggiano su tutto e non esiste accordo che non passi per un lungo negoziare dialettico, di cui Mattie è incontrastata regina. I personaggi trattano sui soldi, cercano di convincere gli altri ad agire secondo i loro desideri, praticano una continua persuasione.

Ma la ‘grazia di Dio’ è nelle premesse e condiziona i risultati. Le premesse sono, in qualche misura, le ‘doti’ dei protagonisti. E in particolare quelle di Mattie (che ricorda tanto la Marge di Fargo): una ragazzina cocciuta, sveglia, che ha capito come gira il mondo e sa misurarsi con la realtà per affermare la propria etica. Ma la grazia di Dio si ripercuote, ovviamente, sugli esiti. Che si devono misurare con i condizionamenti del mondo e hanno, perciò, sempre un prezzo.

I due temi, quello del contratto e quello della grazia, quello della causalità e quello della predisposizione, sono intrecciati in questo film estremamente articolato. La bellezza de “Il Grinta” è nel saper passare da questo a quello e di delineare perfettamente le differenze tra l’uno e l’altro. Ci sono momenti, come il finale, in cui i protagonisti si coordinano senza dirsi nulla, ‘si intuiscono’ senza parlare. E altri in cui discutono su tutto. Gli accordi verbali e l’evento - il momento in cui le cose accadono, senza spiegazioni - sono messi in scena nelle loro opposizioni e nei loro nessi. Perché da una parte c’è la grazia, dall’altra il contratto, infine la loro relazione.

Raccontando i rapporti tra la ragazzina più tosta del West, l’ormai malandato Grinta e La Boeuf, i Coen ci mostrano quanto il mistero sia fitto ma, a differenza di “A serious man”, sotto certi piani ricostruibile. Per questo il finale, amaro, non risulta imperscrutabile. Ma, come nel film tratto da McCarthy, il mondo è crudele e i pochi istanti di luce sono momenti che interrompono la consuetudine del buio. “Il Grinta” è bello, bello. Grandi attori. E sempre più grandi i fratelli Coen.

Elsa Battistini, Il Fatto Quotidiano

 

Se quello di Hathaway con Wayne era a cavallo della crisi, questo dei Coen è un meraviglioso western che vive di puro cinema, nel rispetto del classico ma di una sconvolgente modernità di stile, con una sceneggiatura da insegnare a scuola. Il cast non fa una grinza: la Steinfeld è una teenager prodigio, Bridges-Damon due assi. Inizio e finale da urlo.

Maurizio Porro, Il Corriere della Sera

 

ETHAN E JOEL COEN

Filmografia:

Blood simple - Sangue facile (1984), Arizona Junior (1987), Crocevia della morte (1990), Barton Fink - E' successo a Hollywood (1991), Mister Hula Hoop (1994), Fargo (1996), Il grande Lebowski (1998), Fratello, dove sei? (2000), L'uomo che non c'era (2001), Prima ti sposo, poi ti rovino (2003), Ladykillers (2004), Paris, je t'aime (1 ep.) (2006), Chacun son cinéma (1 ep.) (2007), Non è un paese per vecchi (2007), Burn after reading - A prova di spia (2008), Hail Caesar (2009), A serious man (2009), Il Grinta (2010)

 

Martedì 8 maggio 2012:

CORPO CELESTE di Alice Rohrwacher, con Yle Vianello, Anita Caprioli, Salvatore Cantalupo

 

 

 
 
 

Cineforum 2011/2012 - 3 aprile 2012

Post n°140 pubblicato il 02 Aprile 2012 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

LA PASSIONE

 

Regia: Carlo Mazzacurati

Soggetto e sceneggiatura: Umberto Contarello, Doriana Leondeff, Marco Pettenello, Carlo Mazzacurati

Fotografia: Luca Bigazzi

Musiche: Carlo Crivelli

Montaggio: Paolo Cottignola, Clelio Benevento

Scenografia: Giancarlo Basili

Costumi: Francesca Sartori

Interpreti: Silvio Orlando (Gianni Dubois), Giuseppe Battiston (Ramiro), Corrado Guzzanti (Abbruscati), Cristiana Capotondi (Flaminia Sbarbato), Stefania Sandrelli (sindaco), Kasia Smutniak (Caterina), Maria Paiato (Helga), Marco Messeri (Del Ghianda), Giovanni Mascherini (Jonathan), Fausto Russo Alesi (Pippo)

Produzione: Domenico Procacci per Fandango, in collaborazione con Rai Cinema

Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 106’

Origine: Italia, 2010

 

Una banda di disgraziati, un'accozzaglia di cialtroni, un raccogliticcio gruppo di tipi votati alla sconfitta. Ma qualcosa in fondo a loro li fa sentire uniti e uomini, li costringe almeno per il soffio di un momento a riscattare la propria dignità. Vi suona? È quello che avete già visto, riso e pianto, parecchie volte nel cinema italiano. “I soliti ignoti”, “La grande guerra”, “I compagni”, “L'armata Brancaleone”. I film di Mario Monicelli. Carlo Mazzacurati, come Paolo Virzì, cura con la passione (già, “La Passione”, recita il titolo: più ‘parola chiave’ di così) di un figlio riconoscente ma anche deciso a fare di testa sua l'eredità che gli è toccata. Che si è scelta. Silvio Orlando è (come  ne “Il Caimano”) un regista fuori corso e fuori mercato, fuori tutto e insomma alla canna del gas. Si chiama Gianni Dubois. Mentre spunta la miracolosa e pietosa offerta di ideare una storia per una divetta televisiva (Cristiana Capotondi) decisa a farsi nobilitare dal grande schermo, succede che Dubois deve scapicollarsi nel bel paesino toscano dove, chissà come lui così spiantato, possiede una bella casetta antica. L'impianto idrico fatiscente della bella casetta confina purtroppo con la parete affrescata del duomo. Con il più disarmato dei sorrisi e le più accattivanti professioni di ammirazione per lui, la sindachessa (Stefania Sandrelli) e l'assessore (Marco Messeri) lo ricattano: o "il maestro" si presta ad allestire l'annuale e consueta sacra rappresentazione del Venerdì Santo oppure parte una denuncia alle Belle Arti. Mancano cinque giorni. Disperato, Dubois, dice sì. Arrampicandosi sugli specchi con quelli che aspettano la storia per la divetta e che lo trattano come una merda. Il materiale umano a disposizione è quello che è. Il più cane di tutti è la star della tv locale (Corrado Guzzanti), attore cane che recita da cane anche le previsioni del tempo, suo cavallo di battaglia. Dovrà essere lui (ma, colpo di scena finale, non sarà) Gesù. La svelta camerierina polacca del bar (Kasia Smutniak) teneramente attratta dallo sgualcito Dubois, farà la Maddalena. Fido assistente sarà Ramiro (Giuseppe Battiston più grande che mai), ex galeotto conosciuto da Dubois quando il regista ha tenuto un seminario in carcere, provvidenzialmente incontrato mentre gira da queste parti con un suo miserevole spettacolino di strada. Si può immaginare il vortice di malintesi. E si può immaginare il sentimento di Dubois, schifato per essere finito tanto in basso. Ma ci siamo. La processione deve partire, le strade e le stazioni dove la processione si fermerà per rappresentare i vari quadri, inclusi ovviamente l'Ultima Cena e il Golgota, sono gremite di gente. L'attore cane è fuori uso dopo un incidente. C'è da sostituire Gesù. L'abbraccio tra Orlando e Battiston porta in sé la commozione e la solidarietà dell'ultimo estremo gesto che affratella i fanti infingardi Busacca e Jacovacci. Non cambieranno le loro vite, tantomeno cambierà la Vita e la Storia. Ma una luce, un lampo di riscatto c'è stato e resterà indimenticabile. Non è un ‘film serio’, è tutto per scherzo. Ed è tutto così mediocremente rinchiuso dentro la futilità del fare spettacolo, oltretutto a livelli meno che bassi. Ma “Il Grande Dittatore” non era uno scherzo? E “Vogliamo vivere” di Lubitsch non era una pagliacciata? Un bel film dedicato a tutti coloro che ‘ci mettono l'anima’. Di qualsiasi cosa si tratti, è una questione di principio. E di dignità.

Paolo D’Agostini, La Repubblica

 

Gianni Dubois è un regista in là con l'età e con la creatività. Sono cinque anni che non gira un film e, messo sotto pressione dal produttore, deve farsi venire un'idea brillante che accontenti una capricciosa diva televisiva ingaggiata per l'occasione. Quando un guaio nella sua casa in Toscana lo costringe ad abbandonare Roma per un paio di giorni, troverà il modo per rivestire i panni da regista per una Sacra Rappresentazione recitata dagli abitanti del paese. Con l'aiuto di un ex galeotto e una sorridente barista polacca, riuscirà a ritrovare la forza per una necessaria svolta umana.

I segreti della gente comune sono da sempre l'oggetto d'indagine del cinema di Mazzacurati. Dopo aver affrontato con serietà il dramma di un omicidio con “La giusta distanza” riprende in mano le corde della commedia. Il soggetto non spicca per originalità; la storia di un artista in crisi creativa che, di fronte alle avversità, non riesce a trovare una soluzione è un tema molto sfruttato da letteratura e cinema. Qui però abbiamo il contesto italiano a fare la differenza. I potenti del film (il produttore, il sindaco e il geometra) sono insensibili sfruttatori che, di fronte alla debolezza di Dubois, rimangono indifferenti. Da un lato i perdenti, dall'altro quelli che fanno finta di essere vincenti. In mezzo tutti i problemi di un'Italia alla deriva, dove i sogni fanno fatica a sopravvivere e le frustrazioni covano il seme di un'arroganza schiacciante e deleteria. La provincia, così cara al regista, è qui il luogo dove il cinema degli intellettuali è guardato di sbieco e con timore. L'ironia inconsapevole dei personaggi di contorno, dall'ex carcerato Giuseppe Battiston al meteorologo con smanie d'attore Corrado Guzzanti, riporta l'attenzione, di tanto in tanto, sulle contraddizioni del paese in cui viviamo. Esce un'immagine di desolazione e impotenza, dove anche la Passione di Cristo, nella sua dimensione più umana, fatica a realizzarsi.

La speranza sembra lasciata in un angolo. Ma quando, durante la recita paesana, un giovane urla sprezzante contro chi deride le debolezze degli altri, ci sembra di poter vedere una piccola luce per il futuro. Il grido ribelle di chi riconosce l'ingiustizia e non vuole tacere riporta tutto ad un senso di rettitudine ammirevole di cui il nostro paese avrebbe tanto bisogno.

Nicoletta Dose, MyMovies

 

CARLO MAZZACURATI

Filmografia:

Vagabondi (1979), Notte italiana (1987), Il prete bello (1989), Un'altra vita (1992), Il toro (1994), Vesna va veloce (1996), L'estate di Davide (1998), La lingua del Santo (1999), Ritratti - Mario Rigoni Stern (1999), A cavallo della tigre (2001), L'amore ritrovato (2004), La giusta distanza (2007), La Passione (2010), Sei Venezia (2010)

 

Martedì 17 aprile 2012:

IL GRINTA di Ethan e Joel Coen, con Jeff Bridges, Hailee Steinfeld, Matt Damon, Josh Brolin

 

 
 
 
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Un blog di: cineforumborgo
Data di creazione: 29/09/2007
 

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