Post n°3100 pubblicato il
16 Ottobre 2009 da
Ladridicinema
[di Cristiana Paternò]
Si scaglia contro l'Onu, Danis Tanovic, il regista bosniaco, di Sarajevo, che ha portato al Festival di Roma Triage, film d'apertura, in concorso. E ricorda che stamattina è morto in Afghanistan un altro soldato italiano: "Ognuno di noi reagisce in modo diverso a queste cose, c'è chi non si sente colpito, ma io mi lascio toccare da ogni conflitto e porto il mio contributo, per esempio sono stato a Kabul per aprire lì un cinema, perché mi sembrava la cosa più importante da fare". Lui stesso profondamente segnato dall'esperienza incancellabile dell'assedio di Sarajevo, racconta che qualche giorno fa ha ritrovato una videocassetta girata in quei giorni e istintivamente l'ha buttata nella spazzatura. "Poi mi sono pentito, ma quella è stata la prima reazione".
Di autodifesa. Come capita a Mark (Colin Farrell), il fotoreporter che ne ha viste di tutti i colori, dall'Uganda al Libano, ma quando torna a casa dal Kurdistan non è più lo stesso. Ferito nel corpo e nell'anima da un'esplosione, è vittima di una sindrome post-traumatica. Allora la sua donna (Paz Vega) chiama dalla Spagna il nonno, un anziano psichiatra specializzato nel "salvataggio" dei criminali di guerra franchisti, un uomo capace di scrutare nelle pieghe del bene e del male, di accogliere quella colpa che non vogliamo ammettere neppure a noi stessi. Quello psichiatra è Christopher Lee, attore che non è esagerato definire leggendario con i suoi 87 anni e 230 film all'attivo, star del ''terrore'' in compagnia di Vincent Price e Peter Cushing, Conte Dracula inimitabile per la factory Hammer. Figura allampanata e nobile, barba bianca e impermeabile beige, nel film Lee arriva a Dublino a risolvere il trauma. Nella realtà l'attore, che parla una manciata di lingue tra cui l'italiano ed è stato campione di diversi sport, in guerra c'è stato davvero, decorato al valore come tenente della Royal Air Force. "Non sono mai tornato a casa, neanche una volta, per cinque anni, dal '41 al '46, sono stato anche impegnato nelle indagini sui crimini di guerra ed è stato peggio che combattere. Ho visto davvero un medico sparare ai feriti che non ce l'avrebbero fatta, come accade nel film di Tanovic, uno dei film più belli che ho visto sulla guerra".
Tratto da un romanzo dell'ex corrispondente Scott Anderson, un reporter passato dalla Bosnia alla Cecenia, dall'Africa a Beirut, Triage, che uscirà il 27 novembre con 01 Distribution, inizia quando, nell'88, Mark e il suo collega David partono per il Kurdistan a caccia di scoop: sono i soli occidentali a documentare gli attacchi iracheni contro i curdi, che sfoceranno in un'operazione di pulizia etnica, una delle tante stragi dimenticate di questi decenni. Si installano in un pronto soccorso da campo, dove il dottor Talzani (Branko Djuric) decide in pochi minuti il destino dei pazienti straziati dalle granate: cartellino giallo per chi sarà curato, cartellino blu per chi è spacciato. I moribondi vengono portati su una collina dove è lo stesso medico a sparare il colpo di grazia. "Fu Anthony Minghella, nel 2002, a propormi di fare un film dal libro di Scott Anderson - racconta Tanovic - a quell'epoca avevo appena vinto l'Oscar per No man's land e non avevo voglia di fare un altro film di guerra, ma ho accettato di leggere il romanzo, poi di scrivere la sceneggiatura, alla fine anche di dirigerlo, dopo che anche Sydney Pollack ha insistito con me. Triage mi piace perché parla di come sopravvivere alla guerra e lo fa attraverso dei reporter, persone che non cercano di essere degli eroi, che si preoccupano degli altri e al tempo stesso hanno un certo cinismo. Ma in questa storia è l'amore la cosa fondamentale ed è stato l'amore che mi ha fatto tornare me stesso dopo che sono uscito dall'assedio di Sarajevo e per anni mi sono sentito uno zombie".
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il 21/12/2011 alle 00:08
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