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Freeman: "Il mio Mandela, meglio di Obama e del Papa" da L'unità

Post n°3363 pubblicato il 05 Febbraio 2010 da Ladridicinema
 
Tag: news

 

Freeman: "Il mio Mandela, meglio di Obama e del Papa"

di Alberto Crespitutti gli articoli dell'autore

Nelson Mandela ha visto il film? «Sì». Le ha detto qualcosa? «No. Ma durante la proiezione sorrideva. Ne abbiamo dedotto che il film gli sia piaciuto». Morgan Freeman e Nelson Mandela si conoscono da quasi 15 anni. «L’ho incontrato per la prima volta nel 1996. Qualche anno dopo, al terzo incontro, posso dire che siamo diventati amici. Sentivo che prima o poi, quando fossi arrivato all’età giusta, l’avrei interpretato. Diciamo che sono vent’anni che raccolgo le munizioni per questa impresa».
L’impresa di cui parliamo è Invictus , il nuovo film di Clint Eastwood in uscita in Italia il 26 febbraio. Freeman, a 72 anni, ha l’età giusta per interpretare Mandela nel ’95, quando il leader sudafricano ha una delle grandi intuizioni politiche della sua carriera: usare la Coppa del Mondo di rugby, e la squadra degli Springbocks – le «gazzelle», la nazionale del Sudafrica – come strumento di unificazione e riconciliazione. Nel Sudafrica dell’apartheid il rugby era lo sport dei bianchi: Mandela, sostenendo la squadra, riuscì a trasformarlo nello sport della «rainbow nation», delSudafrica-arcobaleno. Freeman è un signore imponente con un senso dell’umorismo laconico e curiosamente «british».

Dall’alto di una carriera gloriosa, con 5 nominations all’Oscar (e una vittoria, per Million Dollar Baby ), sembra osservare tutto dalla cima di un monte. Le risposte a monosillabi che state per leggere sono rigorosamente autentiche. Ma quando dice qualcosa a cui tiene, a Freeman non mancano le parole.
Signor Freeman, nella sua gioventù ha subito episodi di razzismo? «Sì. Sono nato a Memphis. Il razzismo era dovunque, anche in gesti quotidiani apparentemente non dovuti al colore della pelle».

C’è qualche episodio che le va di raccontare? «No. La memoria cancella le cose cattive».

Al di là dell’amicizia personale, cosa rappresenta per lei Mandela? «Madiba è un’icona (quando parla di Mandela, Freeman usa il nome tribale del suo clan, ndr ). Rappresenta quanto di meglio c’è nell’uomo. La prima volta che l’ho incontrato, ero molto intimidito. Non ho mai incontrato il Papa, ma non credo che mi farebbe la stessa impressione. Lui è generoso, spiritoso, cerca di metterti a tuo agio. Ma tu lo guardi, pensi alla vita che ha fatto, e ti dici: Dio mio, sto parlando con Nelson Mandela!»

È possibile un paragone con Obama? In fondo, anche lui è il primo presidente nero di un grande paese con un passato razzista. «Capisco la domanda. Non ho mai pensato ad Obama durante la preparazione di Invictus e credo che l’unica cosa in comune fra lui e Madiba sia il colore della pelle. Obama è molto più giovane e non ha avuto nemmeno lontanamente le esperienze di vita di Madiba. Non ha passato 30 anni in prigione, non ha avuto a disposizione tutto quel tempo per pensare. Quando Madiba prendeva certe decisioni, lo faceva con una certezza morale che rendeva difficile resistergli. In più, era la testa monolitica di un partito, l’African National Congress, altrettanto monolitico. Nessuno dei suoi collaboratori aveva la forza di opporglisi. Obama ha fieri oppositori anche all’interno del suo partito».

Pensa che le riforme volute da Obama, in particolare quella sanitaria, potranno essere realizzate? «Vorrei risponderle di sì. Ma ci sono persone potenti che si oppongono. Gli Usa sono coinvolti in una guerra che costa miliardi e miliardi di dollari. Obama propone l’assistenza sanitaria per i poveri, e metà Congresso dice: non ce lo possiamo permettere. Nessuno dice la stessa cosa delle spese militari».

Quindi «Invictus», che è una parabola sulla riconciliazione in Sudafrica, non è necessariamente un messaggio agli Stati Uniti. «Direi che è un messaggio per tutto il mondo».

Cosa sapeva del rugby, prima di girare il film? «Nulla».

Preferisce il football americano? «In realtà amo il golf. Meno contatto fisico».

Per la seconda volta è candidato all’Oscar per un film di Eastwood. La prima volta ha vinto. È un vantaggio o uno svantaggio? «Sì».

«Sì» in che senso, scusi? «È un vantaggio e uno svantaggio. È sempre bello ricevere una pacca sulla spalla da gente che se ne intende, ed essere candidato per il ruolo di Mandela è doppiamente bello. Ma le faccio io una domanda: quest’anno le candidature al miglior film sono diventate dieci, e Invictus non c’è. Secondo lei, non ci poteva stare?»

Avendo visto molti di quei dieci, diremmo di sì. «Vede? Questo è lo svantaggio».

Lei e la sua produttrice di fiducia, Lori McCreary, pensate a questo film da anni. Come siete arrivati a Eastwood? «Gli ho telefonato. Era in casa, ha risposto, ha detto sì. Clint è il migliore. Dopo Gli spietati e Million Dollar Baby , abbiamo un’intesa naturale. Io amo lavorare e lui rende il lavoro rilassante. È il regista più veloce in circolazione. Non ti dice mai nulla sul tuo personaggio. È fantastico lavorare così».

Lei conosceva la storia di Mandela molto meglio di lui. Non è che stavolta è stato lei a dirigere Clint, in qualche caso? «Guardi, io sono piuttosto arrogante, ma non al punto di provare a dirigere Eastwood. Clint non è il tipo al quale ti puoi rivolgere schioccando le dita e dicendo ‘ehi, ragazzo, ti devo parlare’. Ci siamo confrontati, certo. Diciamo che è stata una perfetta collaborazione». Farà un altro film con lui? «Se sarò estremamente fortunato».

 
 
 
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