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Zone di cinema, tutte le immagini del Friuli da il manifesto

Post n°3364 pubblicato il 05 Febbraio 2010 da Ladridicinema
 
Tag: news

Zone di cinema, tutte le immagini del Friuli
Chiusa l'edizione 2010
«Ma dove siamo? a Hiroshima e Nagasaki?!» è il modo di sbottare di un personaggio del bel film bucarestino di Radu Jude ignorato dalla giuria del Trieste Film Festival. Momento che basterebbe a renderlo memorabile, evidenziando la geografia mobile del territorio centrosudesteuropeo. All'interno del quale il maggiore dei sei festival triestini ha saputo testimoniare anche la creatività interna all'euroregione che va unendo il Nordest italiano oltre i precedenti confini. La sezione «Zone di cinema» ha infatti riunito alcuni pregevoli documentari qui prodotti, aggiungendovi l'evento con Prime di sere di Pittini, cineasta gemonese che anche nelle sue altre opere, recentemente presentate in una serata al Cine Sociale di Gemona e talvolta premiate alla Mostre del cine furlan di Udine, rivela una sensibilità tutt'altro che limitatamente etnica. Ma è tutto il territorio del Friuli Venezia Giulia a essere percorso dal cinema, complice anche l'impegno della Film Commission, mentre in passato veniva attraversato quasi casualmente, come nel memorabile Gli occhi stanchi di Salani, riproiettato per la presentazione del libro di conversazioni di Giuseppe Gariazzo e confermatosi superiore a tutti i film sulla prostituzione visti al festival.
Il Kinoatelje di Gorizia ha prodotto Il tempo del fiume di Anja Medved e Nadja Veluscek, che dà all'Isonzo il giusto respiro western, e si aggiunge al recente lungometraggio di Alberto Fasulo sul Tagliamento, Rumore bianco. A Trieste Diego Cenetiempo firma Italiani sbagliati, che sulle tracce dell'esodo istroquarnerinodalmata ben trova in La città dolente di Bonnard la ricostruzione della danza balcanica. E Giampaolo Penco in Uomini e vino rievoca i viaggi enologici in regione di Mario Soldati. La Cineteca del Friuli invece affida a Gloria De Antoni e Oreste De Fornari la scoperta dell'esotismo triestino, e La città di Angiolina trova il giusto tono per unire in un certo spirito libertino Svevo, le versioni cinematografiche di Senilità come la città stessa, da Luttazzi alle splendide nuotatrici del passato (mentre oggi è il momento delle schermitrici) alla ragazza punk ignara di mitologie culturali, da Tullio Kezich (omaggiato al festival anche con l'ultimo film di Mingozzi, senza purtroppo evidenziare l'omaggio a quest'ultimo) a un Claudio Magris che rievoca la propria frequentazione da ragazzino sul set di Bolognini senza privarci di un'osservazione acuta sulla mostruosità del corpo sano nel romanzo, che ben motiva le scelte di Claudia Cardinale e Serena Grandi per le versioni cinematografiche.
Le proiezioni di «Zone di cinema» sono state la miglior smentita alla crescente sottovalutazione istituzionale del territorio cinema nella regione, quella che ha portato a far subire il triestino «no se pol» (cioè «we can't») in occasione della chiusura del Cinema Excelsior, contro cui si era inutilmente speso Kezich, e che ora brandisce la crisi come un alibi dell'indifferenza. Lo sanno bene i festival della regione, monopolari a Udine, Pordenone e Gorizia, esapolari a Trieste: iniziative costruite a fatica negli anni con gelosa autonomia politica e con una differenziata ma tutt'altro che immotivata o opportunistica articolazione territoriale. È ingenuo volere che le amministrazioni colgano la ricchezza di quest'autonomia come un dono da potenziare? Non si possono solo dosare finanziamenti senza riconoscere all'intero territorio cinema una dignità pari al Mittelfest o al polo museale di Villa Manin. Per rendere efficace la legge regionale sul cinema bisogna saper valutare l'importanza delle cose.

 
 
 
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