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Salvatores presenta la sua famiglia felice da Il manifesto

Post n°3523 pubblicato il 19 Marzo 2010 da Ladridicinema
 
Tag: news

Salvatores presenta la sua famiglia felice
Un'altra famiglia nel cinema italiano. Ma questa è quella consolidata di Salvatores che dopo Los Angeles presenta anche in Italia il suo nuovo Happy Family (esce venerdì 26 marzo distribuito da 01). I precedenti Come Dio comanda, Quo Vadis baby, Io non ho paura abbandonavano le spiagge mediterranee o gli scenari esotici dei suoi primi film per raccontare un crescente stato di tensione, problematiche spirituali e il fatto che ora ci offra una commedia non è per niente rassicurante. Si fa forte della compagnia di attori e delle risate che provocano, lo stato di allerta invece si coglie da struttura e sottotesto. Il film si apre con un monologo sulla paura che, dice Salvatores, è sempre stata usata dai poteri forti per impedire alla gente di vivere. Quando non l'abbiamo ce la fanno venire. Il punto di partenza è la commedia di Alessandro Genovesi finalista al Solinas, messo in scena al teatro dell'Elfo di Milano a lungo frequentato dal regista, così come un ritorno ad anni migliori è la partecipazione al film di Fabrizio Bentivoglio e Diego Abatantuono. Fabio De Luigi rappresenta una sorta di alter ego del regista, in un intreccio pirandelliano che gioca con i personaggi creati da uno sceneggiatore che scrive un film e finisce per entrare anche lui nel suo stesso intreccio. È un tipo un po' frustrato, chiuso in casa, che si rifiuta di vivere. «C'erano tutti gli elementi per non far ridere», dice l'attore, che per avere la parte ha affrontato Salvatores con un diretto: «non lo trovi un altro come me».
Happy family con happy end: «Viviamo in un momento, dice Salvatores, in cui l'happy end sembra non arrivare mai, quindi mi piace evocare il fantasma del lieto fine. La felicità gli americani l'hanno inserita nella loro costituzione, noi no, ma ne abbiamo ugualmente diritto». Cosa dire dell'intreccio pirandelliano? «È faticoso decidere tra realtà e finzione, solo ora sto imparando a sperimentare di più nella vita che sul set» e aggiunge: «La gente non la si può prendere in giro, è il mio credo rispetto al cinema e va bene anche per la politica. Il cinema è un mare enorme, può contenere tutto, dalla commedia alla tragedia, ma non può essere falso. Mi occupo di cinema, ma oggi si dicono troppe bugie, ne parlavo già ai tempi di Nirvana. I telegiornali sono spesso realtà virtuali. Oggi si dicono veramente troppe bugie». «Gabriele, dice Fabrizio Bentivoglio, mi ha invitato a cena e ha detto: voglio rimettere insieme la banda, come fossimo i Blues Brothers. Diego ha osservato che ci abbiamo messo troppo tempo, e infatti sono passati vent'anni da quando abbiamo fatto Marrakech Express. Diego dice che è come quando si è suonato insieme, non c'è bisogno di provare, si suona e basta. Penso che il film incita a mischiarsi, a trovare nel diverso il proprio compagno di giochi. Dovremmo mischiarci di più». Torna nel film una certa aria anni '60: «Io sono nato nel '50, dice Salvatores, e i '60 e i '70 sono state la mia formazione. L'idea di non usare musica da commento è per sottolineare che lui scrive il film con quello che ha in casa, e gli è rimasto solo il disco di Simon and Garfunkel. Scusa se ti faccio tante domande, mi ha detto Simon al telefono, ma è la nostra seconda colonna sonora dopo Il laureato».

 
 
 
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