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Blog di cinema, cultura e comunicazione
 

 

Fabrizio De André - Principe Libero

Post n°14233 pubblicato il 23 Gennaio 2018 da Ladridicinema
 

Fabrizio De André - Principe Libero è un film di genere biografico del 2018, diretto da Luca Facchini, con Luca Marinelli e Valentina Bellè. Uscita al cinema il 23 gennaio 2018. Durata 200 minuti. Distribuito da Nexo Digital.

Fabrizio De André - Principe Libero ora in programmazione in 276 SaleTrova Cinema
Poster

Fabrizio De André - Principe libero, il film diretto da Luca Facchini, con Luca Marinelli nei panni del grande cantautore genovese, mette in scena il racconto di una personalità unica che ha segnato la storia della canzone e della cultura italiana. 

"Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare". C'è una citazione del pirata britannico Samuel Bellamy iscritta nelle note di copertina di uno dei dischi più belli di Fabrizio De André, "Le nuvole". E a questa frase si ispira il titolo del film a lui dedicato. "Principe" e "libero", due parole che, accostate, raccontano molto bene De André: il magnetismo e il naturale distacco di un principe, sempre pronto a raccogliere e ad appassionarsi alle storie dei diversi, degli ultimi, dei diseredati, e a farne parabola, canzone, preghiera; la ricerca della libertà e il racconto di un viaggio fatto "in direzione ostinata e contraria", per usare i versi di una sua canzone, che lo hanno reso il testimone e il cantore dell'uomo e della sua divina imperfezione, promuovendone valori come la tolleranza, il perdono, la comprensione, il rispetto, l'amore. 

Se queste sono le caratteristiche universalmente note dell'arte di Fabrizio De André, ciò su cui si concentra Fabrizio De André - Principe libero è l'umana avventura del suo protagonista: dall'infanzia ai capolavori della maturità, passando attraverso il racconto accurato degli anni di Genova, del rapporto con la famiglia e dell'apprendistato formativo svolto nei caruggi della città, contornato da amici vicini come Paolo Villaggio - sarà lui a coniare per De André il soprannome con cui è tuttora noto, Faber - e delicatamente più distanti, come Luigi Tenco. Seguono i primi successi - Mina che porta in televisione la sua "Canzone di Marinella" -, le prime timide esibizioni dal vivo, l'incontro con Dori Ghezzi, la vita da agricoltore in Sardegna fino alle drammatiche pagine del rapimento e al successivo ritorno sulle scene. 

Co-prodotto da Rai Fiction e Bibi Film e distribuito da Nexo Digital, Fabrizio De André. Principe libero è scritto da Francesca Serafini e Giordano Meacci sia per la televisione che per il cinema. Dopo un breve passaggio in sala per soli due giorni a gennaio 2018, il film, diretto da Luca Facchini, si sposta sul piccolo schermo (Rai1) il mese successivo. Le due diverse modalità di fruizione sono state pensate per rendere omaggio prima alla scomparsa del cantautore, avvenuta a gennaio del 1999, poi alla sua nascita, il cui 78esimo anniversario cade il 18 febbraio.


Fabrizio De André, nato a Genova nel 1940 e morto a Milano nel 1999, è uno dei più importanti cantautori italiani. Soprannominato "Faber" dall'amico di sempre Paolo Villaggio, ha inciso 13 album e, in quasi 40 anni di carriera, ha raccontato storie di emarginati, ribelli e prostitute, scrivendo brani di altissima poesia come "La guerra di Piero", "Bocca di Rosa", "La canzone di Marinella" e "Un giudice". A 19 anni dalla sua morte lo ritroviamo al cinema (e dopo in tv) in un biopic che ripercorre i momenti più importanti della sua vita artistica e personale, in particolare gli anni di Genova, i rapporti con i familiari, i primi successi, il grande amore con Dori Ghezzi. 

A dirigere Fabrizio De André - Principe Libero è Luca Facchini, già autore del documentario A Farewell to Beat che racconta l'ultimo viaggio in America di Fernanda Pivano, scrittrice e saggista che, proprio con Faber, firmò il libero adattamento di parte de "L'Antologia di Spoon River" e che definì la voce di De André "La voce di Dio". A interpretare invece il protagonista del film è Luca Marinelli, che, avendo già dato prova delle sue abilità canore in Lo chiamavano Jeeg Robot (dove si era esibito in una versione di "Un'emozione da poco" di Anna Oxa), non ha avuto problemi cantare alcuni brani, primo fra tutti "Il pescatore". 

La scelta di un attore romano ha scontentato i fan irriducibili di un artista che era anche un esegeta dei dialetti e delle lingue minoritarie. Sono bastate poche frasi pronunciate nel trailer a farli infuriare, nonostante l'aderenza dell’attore al personaggio (nei gesti, nelle espressioni del viso, nel modo di parlare) e a spingerli a gridare quasi allo scandalo. 
A difendere l'interpretazione di Marinelli (e a sostenere l'idea di ingaggiarlo) è stata invece la Ghezzi, che ha dichiarato: "Luca si è dimostrato bravissimo pur avendo a disposizione non tanto materiale, perché di Fabrizio, anche visivamente, c'è molto poco. L'archivio è scarso, attraverso poche foto e frammenti di repertorio Marinelli è riuscito veramente a somigliargli. Mi domando dove sarebbe arrivato se l'avesse conosciuto". 
Quanto a Cristiano De André (figlio del cantautore), fin dal principio era contrario all'idea di una fiction (Fabrizio De André - Principe Libero è stato pensato anche per la televisione) e di un film. 
Quando ha accettato il ruolo, Luca Marinelli non immaginava le reazioni antipatiche dei puristi, ma sapeva che l'impresa a cui andava incontro non era facile. "E' un ruolo difficile da interpretare" - sembra abbia dichiarato a inizio lavorazione - "perché De André è esistito, non è una finzione. Quando ho raccontato a un mio amico del film, mi ha detto ‘ma che sei matto? Fabrizio è stata ed è una figura importante che ho conosciuto a 14 anni. Me lo sono portato dietro nella vita". 

Per la parte di Dori Ghezzi, Facchinetti e i produttori hanno optato per Valentina Bellè, che aveva già affiancato Marinelli in Una questione privata dei fratelli Taviani e che si è tinta il capelli di biondo. Completano il cast Valentina Radonicich, Davide Iacopini, Gianluca Gobbi ed Ennio Fantastichini.

 

 

Dal Trailer Ufficiale del Film

Fabrizio De Andrè (Luca Marinelli): Me ne vado 
Discografico 1: No, aspetta De Andrè...aspetta, facci spiegare! De Andrè l'artista tu sei! 
Discografico 2: Che poi ti stiamo chiedendo solo una ritoccatina... 
Discografico 1: Qua nessuno vuole limitare la tua libertà 
Fabrizio De Andrè: A me pare proprio di sì invece! 

Padre di Fabrizio (Enni Fantastichini): Fabrizio, si può sapere cosa c'è che non va? 
Giovane Fabrizio: Non va che devo sempre fare quello che dite voi 

Amico (Gianluca Gobbi): Perchè dietro quegli occhi batte un cuore di neve...è un capolavoro! 

Fratello di Fabrizio (Davide Iacopini): Con la musica puoi spiegare che cos'è la bellezza...dobbiamo provarci almeno 

Fabrizio De Andrè: Perchè essere anarchico è darsi delle regole prima che te le diano gli altri 

Discografico 1: De Andrè! Che ne diresti di parlare di affari? 
Discografico 2: Vogliamo fare un disco! 
Fabrizio De Andrè: E se io non avessi più niente da dire?! 

Voce Off: Sei un genio! È ora del grande pubblico 

Voce Off 2:scrivi e canta la tua musica, se è questo che vuoi veramente

 

Non è la prima volta che la macchina da presa si interessa alla figura di Fabrizio De André. Nel 2008 esce Amore che vieni, amore che vai di Daniele Costantini, tratto dal romanzo "Un destino ridicolo", scritto a quattro mani da Fabrizio De André e Alessandro Gennari nel 1996. Dietro ai personaggi del film, come in quelli del libro, si celano i due autori, mentre le vicende legate all'avvenente istriana Maritza sono una chiara trasposizione letteraria di "Bocca di Rosa", una delle più celebri canzoni di De André. 
Nello stesso anno Rizzoli pubblica il cofanetto "Faber. Vita, battaglie e canzoni di Fabrizio De André", al cui interno sono contenute due opere. 
Il DVD di Faber (1997), film diretto da Bruno Bigoni, ovvero il primo documentario che ricostruisce il percorso artistico del cantautore genovese, strettamente legato ai luoghi, ai volti e agli incontri che hanno segnato la sua vita e la sua poetica, come la Sardegna dell'Agnata, i caruggi di Genova e la moderna Milano. Il film raccoglie anche le testimonianze dei suoi amici più intimi, che si intrecciano alla voce di De André registrata durante alcune esibizioni dal vivo. Un omaggio al cantautore ma soprattutto all'uomo che fu. Il DVD è accompagnato dal libro "Accordi eretici" (Euresis Edizioni, 1997) a cura del giornalista Romano Giuffrida e introdotto da un omaggio del poeta Mario Luzi. Si tratta di una raccolta analitica di saggi che esaminano l'intera opera di De André, dalla poesia alla musica, e il ruolo da lui giocato nell'educazione politica, sociale e culturale dell'Italia del secondo dopoguerra. 

Il 2008 offre un altro prodotto audiovisivo su De André: Faber Nostro, il primo cortometraggio narrativo sul cantautore, ispirato alla sua figura e ai personaggi delle sue canzoni. Scritto e prodotto da Lino Pinna e Rossella Sabato, il film coinvolge molti artisti, tra cui Piero Vanzulli, interprete di De André, Barbara Sirotti (Bocca di Rosa), Gian Paolo Pirato (la Princesa), Renato Redaelli (il suonatore Jones), Omar Gallazzi (Tito) e Sergio Masieri (il padre). 

Passano sette anni prima del successivo film su De André. Nel 2015 esce Faber in Sardegna & l'ultimo concerto di Fabrizio De André, un documentario diretto dal regista sardo Gianfranco Cabiddu - vincitore del David di Donatello nel 2017 per la sceneggiatura de La stoffa dei sogni. Il film racconta i giorni trascorsi da De André nell'Agnata, in Gallura (Sardegna), dove soggiornò e visse, e il suo ultimo concerto del 13-14 febbraio 1998 al Teatro Brancaccio di Roma. 
Il punto di vista adottato dal documentario è intimo e familiare, interessato al De André privato e al rapporto del cantautore con la terra di Sardegna. Inoltre la colonna sonora è costituita da alcune delle canzoni di Faber e da pezzi tratti dal suo ultimo live. 

Fabrizio De André. Principe libero ha dunque alle spalle quattro produzioni, ma se ne discosta per l'ampiezza dello sguardo, che ripercorre l'intera vita di uno dei più grandi poeti della musica italiana: dall'infanzia ai primi successi e alle prime esibizioni dal vivo, dall'apprendistato a Genova alla vita da agricoltore in Sardegna, dalle tormentate pagine del rapimento ai capolavori della maturità, dalla vicinanza di Paolo Villaggio alla delicata amicizia con Luigi Tenco, dal coraggio di esporsi con ostinazione alla solidarietà nei confronti degli ultimi e degli esclusi di ogni tempo e di ogni luogo, dalle prostitute dei caruggi di Genova agli indiani del massacro di fiume Sand Creek.

  • PRODUZIONE: Rai Fiction, Bibi Film

 
 
 

Film nelle sale da ieri e da oggi; e in uscita da giovedi

Post n°14232 pubblicato il 23 Gennaio 2018 da Ladridicinema
 

 
 
 

Luca Marinelli: "Per me Faber era uno di famiglia" da cinecittànews

Post n°14231 pubblicato il 23 Gennaio 2018 da Ladridicinema
 

MILANO - Ha gli occhi e il volto di Luca Marinelli, la celebre frangia di traverso sulla fronte, la sigaretta sempre in bocca e un bicchiere in mano. E la chitarra, compagna di vita fin dall'adolescenza che il padre gli regalò 'perché il violino gli faceva male al mento' e che in una scena commovente, Ennio Fantastichini nei panni del padre Giuseppe De André, dice “il più grande investimento della mia vita”. Fabrizio De André. Principe Libero, il film di Luca Facchini dedicato al cantautore italiano, prodotto da Angelo Barbagallo, Rai Fiction e Bibi Film Tv, sarà in 300 sale cinematografiche il 23 e il 24 gennaio distribuito da Nexo Digital, per poi approdare su Raiuno il 13 e il 14 febbraio. 

La biografia parte dall'infanzia, quando Fabrizio giocava nei carruggi con gli amici, il fratello Mauro (Davide Iacopini) sempre presente, la scuola, l'amicizia e le scorribande con Paolo Villaggio (interpretato da Gianluca Gobbi), il colpo di fulmine per le parole e la poesia adagiata alle sue prime note. L'incontro con Luigi Tenco, il matrimonio con Puny, Enrica Rignon (l'attrice Elena Radonicich), la nascita del figlio Cristiano, i primi dischi, le serate al bar bevendo fino a tardi, la rottura con l'ambiente borghese in cui è cresciuto e l'impulso a dire qualcosa di nuovo senza apparire troppo. 

"Conoscevo De André da ammiratore, Storia di un impiegato era quasi bruciato nel giradischi per quanto lo ascoltavo - racconta Luca Marinelli - Lo sento come uno di famiglia, perché in casa mia era una figura molto presente. Sentivo una responsabilità tremenda nell'interpretarlo, ma quando sono riuscito a superare il terrore per questa impresa, mi sembra di essermi avvicinato a uno spirito migliore e io mi sono sentito elevato in quel periodo". E sulla preparazione così accurata e nello stesso tempo naturale per rappresentare una figura così mitica e intoccabile, Marinelli ha aggiunto: "Mi è servito guardare cosa succedeva dentro agli occhi delle persone, degli amici che mi parlavano di lui". 

In mezzo ad immagini che trovano ispirazione nei testi delle sue canzoni e nutrono il film con le note più celebri e amate, da La canzone di Marinella, Volta la carta, Le acciughe fanno il pallone, La canzone dell'amore perduto ad Anime Salve Bocca di rosa, c'è l'incontro con la cantante Dori Ghezzi (Valentina Bellé). Parte consistente del film, con una storia d'amore che strappa i capelli, la convivenza quasi isolata in Sardegna, la nascita della figlia Luvi, Luisa Vittoria, fino ai terribili mesi del sequestro che, dopo il rilascio, fecero nascere in termini artistici la struggente canzone Hotel Supramonte

Dori Ghezzi ha seguito passo dopo passo il lavoro di preparazione del film con il regista Luca Facchini, portando ricordi, testimonianze, amici, a partire dalla scrittura della sceneggiatura di Francesca Serafini e Giordano Meacci, che avevano conosciuto De Andrè nel 1992. "Mi hanno proposto tantissimi progetti su Fabrizio, ma ho sempre rifiutato finché non si sono presentati loro e ho capito che avremmo avuto la possibilità di fare un film corale e molto vicino a quello che Fabrizio ha rappresentato. E poi abbiamo aspettato che Luca Marinelli fosse disponibile per interpretarlo, perché senza di lui questo film non sarebbe stato possibile".

 
 
 

The Shape of Water fa tredici, Meryl Streep a quota 21

Post n°14230 pubblicato il 23 Gennaio 2018 da Ladridicinema
 
Tag: eventi, news

13 nomination agli Oscar per La forma dell’acqua - The Shape of Water, seguito da Dunkirk con otto; Tre manifesti a Ebbing, Missouri ne ha ottenute sette, L'ora più buia ne ha sei, The Post soltanto due. Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino ha ottenuto quattro nomination, come miglior film, miglior attore, miglior sceneggiatura e miglior canzone originale (ne parliamo in un altro articolo).

La favola d’amore del regista, sceneggiatore, produttore e scrittore messicano Guillermo Del Toro al cinema dal 14 febbraio con 20th Century Fox, che ha già vinto il Leone d'oro all'ultima Mostra di Venezia, è stato candidato nelle seguenti categorie: Miglior film, Miglior regista, Miglior attrice protagonista a Sally Hawkins, Miglior attrice non protagonista a Octavia Spencer, Miglior attore non protagonista a Richard Jenkins, Miglior sceneggiatura originale, Miglior montaggio, Miglior scenografia, Miglior fotografia, Migliori costumi, Miglior montaggio sonoro, Miglior sonoro e Miglior colonna originale.

The Shape of Water intreccia amore e politica sullo sfondo della guerra fredda: la sua protagonista Elisa, una donna muta che lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio dell'esercito americano, ha due soli amici, una energica collega afroamericana (Octavia Spencer) e un vicino di casa gay (Richard Jenkins). Elisa abita in un appartamento decadente che sovrasta un vecchio cinema di Baltimora e le sue giornate sono sempre tutte uguali. Sarà lei, con la sua tenerezza un po' aliena a trovare il modo di comunicare con la creatura anfibia che viene tenuta prigioniera dal governo con l'intenzione di vivisezionarla e ucciderla (il cattivo è un divertente Michael Shannon).

Il film è pieno di colori e invenzioni visive che hanno preso vita grazie alla collaborazione tra il regista e lo scenografo Paul Austerberry: "Guillermo – racconta Austerberry – ripete sempre che per prima cosa occorre creare un luogo ben radicato nella realtà in modo che diventi poi fantastico, quindi abbiamo tenuto conto del periodo storico in cui ha deciso di ambientare la storia. Il laboratorio in cui è situata la piscina coperta che ospita la creatura ha delle influenze high tech mantenendo l’aspetto di una sala degli orrori. Non volevamo un laboratorio sterile e luminoso, piuttosto l’idea era quella di realizzare un ambiente che creasse inquietudine – ha aggiunto - La stanza della creatura è un labirinto di condutture, canali e camere cilindriche”.

Guillermo Del Toro voleva trasmettere l’idea di un’officina medioevale, non moderna, un luogo che fosse simile ad una prigione con catene e tavoli chirurgici; a sua volta Austerberry è addirittura ricorso a delle immagini di una casa di cura francese o a delle vecchie foto di architetture portoghesi che riproducevano mosaici di piastrelle verdi e blu, che hanno ispirato il regista anche nelle fasi successive di realizzazione.

Tra le curiosità di questa 90esima edizione degli Oscar la prima candidatura per la fotografia andata a una donna, Rachel Morrison. Greta Gerwig è la quinta donna nella storia ad ottenere una candidatura per la regia, le altre sono state Lina Wertmueller, Jane Campion, Sofia Coppola e Kathryn Bigelow, quest'ultima è l'unica ad aver poi effettivamente vinto l'Oscar. La veterana Meryl Streep ha ottenuto la sua ventunesima nomination, per il suo ruolo da protagonista in The Post, mentre è stato candidato come migliore attore non protagonista anche Christopher Plummer, che ha sostituito Kevin Spacey, travolto dagli scandali sulle molestie, in Tutti i soldi del mondo. L’ex giocatore di basket Kobe Bryant ha ottenuto una nomination per il miglior cortometraggio animato, Dear Basketball. Tra le assenze più vistose quella di Kate Winslet, interprete del film di Woody Allen La ruota delle meraviglie: com'è noto il regista newyorchese è vittima di una campagna di ostracismo in America per le accuse di presunti abusi sulla figlia. Ignorato anche James Franco, che era dato tra i favoriti prima delle contestazioni legate al caso delle molestie. 

I candidati come miglior film sono nove: Chiamami col tuo nome, Dunkirk, Get Out, Il filo nascosto, Lady Bird, La forma dell'acqua, L'ora più buia, The Post, Tre manifesti a Ebbing, Missouri 

Miglior regia

Christopher Nolan - Dunkirk

Greta Gerwig - Lady Bird

Paul Thomas Anderson - Il filo nascosto

Guillermo del Toro - La forma dell’acqua

Jordan Peele - Get Out

Miglior attore protagonista

Daniel Day-Lewis, Il filo nascosto

Daniel Kaluuya, Get Out

Denzel Washington, Roman J. Israel, Esq.

Gary Oldman, L’ora più buia

Timothée Chalamet, Chiamami col tuo nome

Miglior attrice protagonista

Frances McDormand, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Margot Robbie, Io, Tonya

Meryl Streep, The Post

Sally Hawkins, La forma dell’acqua

Saoirse Ronan, Lady Bird

Miglior attore non protagonista

Christopher Plummer, Tutti i soldi del mondo

Richard Jenkins, La forma dell’acqua

Sam Rockwell, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Willem Dafoe, The Florida Project

Woody Harrelson, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior attrice non protagonista

Allison Janney, Io, Tonya

Laurie Metcalf, Lady Bird

Lesley Manville, Il filo nascosto

Mary J. Blige, Mudbound

Octavia Spencer, La forma dell’acqua

Miglior film d’animazione

Baby Boss

Coco

Loving Vincent

Ferdinand

The Breadwinner

Miglior documentario

Abacus: Small Enough to Jail

Faces Places

Icarus

Strong Island

Last man in Aleppo

Miglior sceneggiatura originale

Get Out

Lady Bird

La forma dell’acqua

The Big Sick

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior canzone

“Mighty River”, Mudbound

“Mystery of Love”, Chiamami col tuo nome

“Remember me”, Coco

“Stand Up for Something”, Marshall

“This is me”, The Greatest Showman

Miglior sceneggiatura non originale

Chiamami col tuo nome

Logan

Molly’s Game

Mudbound

The Disaster Artist

I cinque film stranieri candidati sono il russo Loveless, l'ungherese Corpo e anima, lo svedese The square, il libanese L'insulto - per il Libano si tratta di un esordio agli Oscar - e il cileno Una mujer fantastica

Gli Oscar 2018 saranno consegnati il 4 marzo prossimo in singolare coincidenza con le elezioni italiane. 

 
 
 

Potere al Popolo, pioggia di firme. «Non ci serve Tabacci!»

Post n°14229 pubblicato il 23 Gennaio 2018 da Ladridicinema

 

    Potere al popolo, un week di banchetti e di iniziative politiche. La raccolta di firme è già campagna elettorale

    di Checchino Antonini

    Anche in Cgil si muovono settori di sindacalisti, perlopiù delle aree di opposizione alla linea concertativa di Camusso, per sostenere Potere al Popolo. Mentre si tengono un po’ ovunque centinaia di banchetti per raccogliere le firme, un appello di delegate/i e lavoratori chiede di sostenere attivamente le idee e i programmi che stanno dando vita a un processo come quello che sta promuovendo la lista della sinistra alternativa per le politiche, ormai imminenti, del 4 marzo.

    Intanto si tirano le somme del primo week end di raccolta. «Abbiamo un obiettivo ambizioso e importante – spiegano i promotori di PaP – portare dentro al dibattito pubblico nazionale della campagna elettorale nomi, storie, volti del paese reale, che altrimenti sarebbero rimasti nascosti. Possiamo farlo solo se riusciamo a raccogliere 25mila firme in pochi giorni. Ieri in migliaia in tutta Italia si sono messi in fila, hanno scambiato una chiacchiera, sono venuti a darci sostegno e appoggio…ma non basta! Oggi facciamo di più, facciamo quello che sappiamo fare meglio: stare in mezzo al popolo e spiegargli la forza delle ragioni di noi tutti!».

    Nel week end, il risultato è stato sorprendente: oltre 2000 le firme raccolte per la presentazione della lista alla Camera a fronte delle 750 necessarie, e circa 1700 per il Senato. «Il fatto di aver più che raddoppiato a Roma il numero di firme necessarie per la presentazione delle liste è frutto di un forte radicamento sul territorio che Potere al Popolo ha dimostrato nel seguire molte delle vertenze che si sono sviluppate in città»,, commenta Stefania Iaccarino, ex lavoratrice Almaviva, candidata capolista nel listino plurinominale Lazio 2 – la mia candidatura è da questo punto di vista emblematica perché serve a dare voce a migliaia di lavoratrici e lavoratori che vengono ogni giorno sfruttati nei loro luoghi di lavoro». Anche Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione Comunista, candidato capolista nel collegio plurinominale Lazio 1 dichiara: «La raccolta delle firme necessarie per la presentazione delle liste è solo il primo passo della nostra campagna elettorale, il fatto di aver raccolto più del doppio delle firme necessarie ci dimostra quanto fosse sentita l’esigenza di una lista effettivamente di sinistra che innescasse un meccanismo di partecipazione dal basso. Noi non abbiamo bisogno di Tabacci. Saremo la sorpresa di queste elezioni».

    ELENCO COMPLETO DEI BANCHETTI: https://goo.gl/UPVa8X

     

    Ma l'”obbligo di firma” non ha fermato l’iniziativa politica: in n questo fine settimana le bandiere di PaP hanno fatto bella mostra di sé in molte città nel corso di manifestazioni e iniziative. A Ghedi, base militare della Nato a due passi da Brescia, dove si contesta la guerra globale e l’arsenale atomico. A Genova PaP era interna alla mobilitazione antifascista che, il 3 febbraio, avrà un altro momento importante con un corteo.

    A Roma è stata inaugurata la sede cittadina di via San Romano. Sabato, militanti di Potere al Popolo hanno animato, oltre a 29 banchetti di raccolta firme, anche il corteo del Tufello contro gli sfratti nelle case popolari e l’azione diretta che ha riconsegnato la Tiburtina al popolo della periferia Est. La maggiore arteria stradale di un intero quadrante, popolare e industriale, da anni martoriata dai cantieri chiusi perché non ci sono i soldi per pagare gli operai. «Il popolo ha preso l’iniziativa in mano – racconta un video su fb – ed ha aperto un svincolo già completato in via Casale di San Basilio ma chiuso da anni. La sua apertura ridurrebbe enormemente l’incubo della mobilità per decine di migliaia di abitanti della periferia est. Comune e Municipio dormono sonni profondi e la gente impazzisce in mezzo alla strada per andare al lavoro e a scuola. La strada è stata riaperta questa mattina dall’azione popolare. Gli automobilisti, gli autisti dell’Atac, gli operatori dell’Ama, la gente del quartiere applaude, suona il clacson e scorre lunga la strada finalmente aperta. Un’ottima iniziativa organizzata dalla Carovana delle Periferie e dal Nodo Territoriale Tiburtina». 

    Napoli, fila per firmare al banchetto
    Roma, foto di gruppo con firme

     

     

    L’iniziativa del Tufello è stata organizzata dal Csa AstraAsia-Usb TufelloRete sociale III Municipio Roma e Lab Puzzle per dare una risposta significativa a sfratti e sgomberi nel quartiere. Potere al Popolo dice che la soluzione al problema della casa a Roma non può essere lasciare le persone per strada. Vanno sbloccati i fondi, va utilizzato il patrimonio esistente e va approvata la sanatoria per gli aventi diritti. Fatti e non chiacchiere, che stiamo parlando di diritti umani, del diritto ad avere una casa. Prima e dopo il corteo sono state raccolte «tante, ma proprio tante, firme degli abitanti del quartiere».

    Ecco il video di Rosso Fiorentino.

     

    Ieri la ministra Fedeli era a Bologna, per presentare lavagne interattive e droni dentro una kermesse costosissima, mentre le scuole crollano letteralmente a pezzi e 50.000 insegnanti rischiano il loro posto di lavoro. Ma c’erano anche i lavoratori della scuola in presidio con gli attivisti di PaP.

    Eccovi l’appello dei sindacalisti: Noi dirigenti Cgil e lavoratori dei tanti luoghi e non luoghi del lavoro, operanti nelle transizioni delle sempre mutanti prestazioni e condizioni di lavoro, facciamo appello a tutti coloro che nell’aspirazione di trovare, avere e stare in un luogo di lavoro adeguato, nel reddito e nella professione, si ribellano quotidianamente alla condizione imposta dai tanti sfruttamenti. E lo fanno con partigiano impegno, ognuno dal punto di contatto in cui agisce, accomunati dal voler cambiare e superare modelli globali malati, imposti localmente. Modelli deleteri per l’ambiente, la salute, il lavoro e per i luoghi del vivere delle tante lavoratrici e lavoratori, cittadini e cittadine di oggi e del domani.
    A tutti coloro che sono cresciuti con l’aspirazioni dell’uguaglianza, del rispetto della dignità, della sostenibilità e della solidarietà nel lavoro e nella società, chiediamo di sostenere attivamente idee e programmi costruiti dal basso dalle centinaia di assemblee popolari che hanno dato vita a POTERE AL POPOLO.
    Un Movimento che, dalla pratica dell’agire nel cambiamento dello stato delle cose esistenti, ha individuato le condivise candidature, frutto delle esperienze di lotta ed elaborazione alternative. L’obiettivo è attuare e offrire, con quel tanto di follia, leggerezza e di utopia necessari , una visione attuabile di società alternativa, pacifica, inclusiva, proiettata nel futuro, dove i nuovi orizzonti che anche le tante innovative tecnologie offrono, possano essere strumenti e parte dei nuovi diritti strumentali di cui appropriarsi, per ridurre fatica, liberare tempi di vita, preservare le risorse del pianeta, distribuire equamente le ricchezze, lavoro e le conoscenze. Obiettivi altri rispetto al praticato e acriticamente accettato – dai vari livelli istituzionali nazionali e internazionali e da quei smarriti partiti e corpi intermedi della società – mantra dei sistemi di profitto e sfruttamento globali.

    COME ADERIRE ALL’ APPELLO:
    – Commentare il Post con Nome Cognome e provenienza lavorativa.
    – Mandare messaggio pvt alla Pagina.
    – Scrivere sms al numero 3357632219
    – A breve metteremo a disposizione un indirizzo e-mail.

    PRIMI FIRMATARI DELL’APPELLO
    *Augustin Bruno Breda Direttivo nazionale Cgil – operaio – Treviso
    *Michela Crippa Direttivo Nazionale Cgil – operaia – Lecco
    *Carlo Carrelli Direttivo nazionale Cgil – operaio
    *Savina Ragno – Direttivo Nazionale Cgil – commessa- Bologna
    *Daniele David Direttivo Nazionale Cgil – Segretario Fiom – Messina
    *Saverio Cipriano – Commissione Garanzia CGIL nazionale– dipendente pubblico – Palermo
    *Valerio Melotti – Assemblea Statutaria generale Cgil Nazionale – operaio – Livorno *Francesco Locantore – Direttivo Nazionale Flc- Cgil – Docente –
    *Aljosha Stramazzo – Direttivo Nazionale Fisac-Cgil – impiegato – Torino
    *Pasquale Loiacono – Comitato Centrale Fiom – operaio – Torino
    *Nando Simeone – direttivo nazionale Filcams-Cgil
    *Aurelio Macciò – Comitato Direttivo nazionale Funzione Pubblica – dipendente Ministero Salute – Genova

     

     

    Potere al Popolo #Accettolasfida #poterealpopolo #casa #Roma #casepopolari #sgomberi #tufello

     
     
     

    Franco Costa lo vogliamo ricordare così da juventibus

    Post n°14228 pubblicato il 23 Gennaio 2018 da Ladridicinema
     

    Franco Costa è stato attore non protagonista di un calcio dalle poche (giuste?) immagini e dalle innumerevoli icone. Le sue: il corridoio del Comunale, talvolta il muro esterno, la cravatta con il nodo stretto da segretario di stato USA, il soprabito o cappotto con mantello a seconda delle stagioni, sovente il Borsalino “da Far West” (cit.) considerate le rigide regole televisive dei tempi, il sorriso stretto mezzo piemontese e mezzo calabrese, la voce cauta ma sicura, il microfono. In dieci secondi: l’Avvocato e la domanda più pertinente e breve possibile resa eterna dalla risposta. Marginalmente il Torino, giocoforza, anche quando finì il tempo dei grandi derby, e Giampiero Boniperti che, lui no, non come Gianni Agnelli che con la coda dell’occhio in fondo lo cercava. Volpe o segugio, Franco Costa, con la Juventus in casa, era ogni volta il settantesimo minuto di Novantesimo.

     

     

     

    Cronista d’assalto, assicurano i colleghi dell’epoca. Senza la necessità impellente, stilisticamente moderna e illusoria, di paventare scenari e immaginare cosa una sola partita avrebbe potuto rappresentare nel futuro prossimo. Eccolo, testuale, in uno degli ultimi servizi (non più RAI) offerti a Videogruppo:

    “Domenica 2 ottobre, ore 22.26, minuto più minuto meno. Negli studi di Telelombardia va in onda lo show di Marcello Chirico e Pietro Anastasi. Come è giusto che fosse. Dunque 2-0 nel lussuoso Stadium il Milan campione d’Italia si affloscia. I bianconeri balzano in testa alla classifica”.

    Marchisio-Marchisio. D’altronde chi poteva, poi, immaginare?

    In una parola: garbato. Non diverso. Franco Costa apparteneva un’intera scuola di giornalismo che si autodeclinava in base ai luoghi dello Stivale. Iconico anche quando, prima di una delle ultime dirette tv, un’assistente di studio gli cuce il bottone della giacca in men che non si dica: Franco tornerà da lei a mezz’ora dalla fine delle trasmissioni. Le regalerà, per riconoscenza, una rosa di plastica rossa fuori dal tempo.

     

    Un lungo applauso è dovutoNoi, se permettete, lo vogliamo ricordare così“:

     

     

     
     
     

    Netflix annuncia: "Il 16 febbraio in tutto il mondo i primi tre episodi di Prima squadra: Juventus FC"

    Post n°14227 pubblicato il 23 Gennaio 2018 da Ladridicinema
     

    22.01.2018 13:50 di Redazione TuttoJuve 
    Netflix annuncia: "Il 16 febbraio in tutto il mondo i primi tre episodi di Prima squadra: Juventus FC"

    Netflix annuncia l’arrivo il 16 febbraio, in tutto il mondo, dei primi tre episodi di Prima squadra: Juventus FC, una docu-serie originale Netflix sul club calcistico italiano, una delle squadre con più tifosi al mondo. La seconda parte sarà disponibile sul catalogo in estate.

    Prima squadra: Juventus FC segue le storie dei protagonisti del club durante la stagione 2017-2018, offrendo un ritratto intimo dei calciatori con immagini dentro e fuori dal campo, per catturare in profondità le vere esperienze di vita che fanno della Juventus una delle squadre più affascinanti al mondo.

     

    I tifosi di tutto il mondo avranno infatti accesso al "dietro le quinte" del club e si sentiranno più vicini che mai non solo alla squadra vincitrice di sei titoli di campionato consecutivi, ma soprattutto ad alcuni dei più grandi protagonisti come la leggenda Alessandro Del Piero, calciatori quali Federico Bernardeschi, Giorgio Chiellini, Douglas Costa, Gonzalo Higuaín, Claudio Marchisio, Miralem Pjanic, Daniele Rugani, il capitano Gianluigi Buffon e l'allenatore Massimiliano Allegri.

     

     

    © foto di Netflix

     
     
     

    Il Times vede in film russo di fantascienza su invasione aliena la propaganda del Cremlino da itsputnik

    Post n°14226 pubblicato il 22 Gennaio 2018 da Ladridicinema
     

    MONDO
    11:13 21.01.2018(aggiornato 11:23 21.01.2018)URL abbreviato
    10150

    Il quotidiano britannico Times ha pubblicato la recensione del film fantascientifico russo "Attraction", in cui non si parla affatto della pellicola ma in compenso si demonizza il presidente russo Vladimir Putin.

    Nell'articolo in particolare si afferma che il regista Fyodor Bondarchuk è un "sostenitore di Putin" e uno dei protagonisti del film, il colonnello Lebedev, il cui ruolo è interpretato dall'attore Oleg Menshikov, per i giornalisti assomiglia a Putin.

    Il Times fa un parallelo con il film russo sull'invasione degli alieni con la pellicola "Trionfo della Volontà" al congresso del partito nazista su richiesta di Adolf Hitler.

    "Naturalmente la propaganda non è sempre così negativa e come ha mostrato il "Trionfo della Volontà" di Leni Riefenstahl può incutere forti impressioni estetiche", scrive il Times. L'autore della recensione considera Attraction "noioso, con l'eccezione di "diverse scene di battaglia".

    Questo articolo non è passato inosservato all'Ambasciata russa di Londra, secondo cui i giornalisti del Times non hanno capito l'essenza del film. 

    "Nel film c'è l'idea della comprensione reciproca". Il pesce non ha visto l'acqua", si legge nel tweet. Inoltre i diplomatici russi hanno consigliato ai cittadini britannici di andare al cinema e farsi da soli un'idea sul film.

    ​Il film "Attraction" è uscito nelle sale questo mese. Il film è incentrato sull'abbattimento da parte dei militari russi di un'astronave aliena che precipita in una zona residenziale di Mosca. 

     
     
     

    Viola Carofalo (Pap): «Leu serve solo ad allearsi col Pd» da popoffquotidiano

    Post n°14225 pubblicato il 22 Gennaio 2018 da Ladridicinema

    Debutto a Montecitorio per Viola Carofalo, capo politico di Potere al Popolo

    di Checchino Antonini

    Il 3% non è un problema per chi ha come obiettivo quello di «costruire un tessuto di lotta» nei territori e mettere insieme «quei milioni di persone che in Italia sono impegnate contro la prevaricazione e lo sfruttamento». Potere al popolo, per la prima volta in sala stampa della Camera, a Roma, conferma che lo sguardo delle e dei militanti, che stanno dando vita alla lista della sinistra alternativa, è rivolto altrove rispetto ai partiti normali come Liberi e uguali e anche rispetto al Movimento 5 stelle, con i quali un’alleanza post voto è impossibile. Parole di Viola Carofalo, capo politico (per forza del Rosatellum) di Potere a popolo, lista nata da un’iniziativa del centro sociale napoletano ex Opg Je so’ pazzo che, dalla prima assemblea del 18 novembre a Roma è stata capace di coinvolgere sia singoli, sia settori organizzati della sinistra politica, sociale e sindacale (da Rifondazione comunista a Sinistra anticapitalista, da Eurostop al Pci ecc…) per un progetto che traguarda oltre il 4 marzo. E allora eccolo il progetto:«Non vogliamo solo ridare la parola a chi non ce l’ha, ma vogliamo avviare un percorso di attivazione politica che vada oltre la partecipazione elettorale e ricostruisca un tessuto di lotta, contrasti la povertà, lo sfruttamento e il razzismo. Vogliamo costruire un discorso che non parli solo alle pance della gente per stimolarla all’odio verso chi sta un po’ peggio, ma parli alla testa e ai cuori e riattivi la volontà di fare», spiega ancora Carofalo, 37 anni, assegnista in Filosofia all’Orientale di Napoli. «In Italia ci sono milioni di persone impegnate contro la prevaricazione e lo sfruttamento e non riescono a mettersi insieme e farsi sentire. Noi vogliamo metterle insieme. Un obiettivo molto più grande del 3% alle prossime elezioni. Noi siamo molto più ambiziosi. Non siamo però una forza populista, abbiamo un progetto chiaro per il paese, portiamo i temi che nessuno affronta, la redistribuzione della ricchezza, la difesa e l’implementazione dei diritti dei lavoratori, siamo, per questo, semplicemente una forza popolare».

    Porte chiuse a LeU con cui pure, alcuni soggetti in Pap avevano condiviso «il percorso del Brancaccio a cui una parte di noi aveva guardato con simpatia, ma la sua evoluzione ha tradito gli scopi iniziali. Sono state prese decisioni tra quattro mura, a porte chiuse, passando sulla testa di chi quel percorso lo aveva anche costruito. In questo senso mi pare evidente chi ha tradito quel percorso e non ci può essere convergenza. Sono gli stessi di prima, non c’è discontinuità. Viola riprende l’intervista al Corriere della Sera di oggi di Massimo D’Alema: «Dice che loro vogliono fare l’alleanza col Pd. È un corteggiamento disperato ormai. Rispondetegli. Alcune coppie sono difficili da separare definitivamente», scherza.

    E sui 5 stelle? «Mai incontrati, non faremo alleanze. Non c’è alleanza possibile con chi non è chiaro sui temi come l’Europa e il razzismo. C’è un’ambiguità radicale su questo. Decidesse Di Maio cosa vuole fare visto che cambia idea ogni giorno». Le liste ci saranno, dicono sicuri gli esponenti di Pap impegnati in queste ore alla raccolta firme. Nomi che escono dalle lotte come Stefania, lavoratrice Almaviva, Lina ex cuoca attualmente disoccupata, «la cuoca di Lenin», la chiama scherzando in conferenza stampa Viola, Suleyman rifugiato senegalese, Peppe, ex operaio attualmente senza fissa dimora, alcuni di loro presenti a Montecitorio. E anche Paolo Pietrangeli, l’autore di “Contessa”, presente anche all’affollata conferenza a Montecitorio assieme ad altri esponenti di Pap, da Giovanni Russo Spena a Paolo Ferrero, da FrancoTurigliatto di Sinistra Anticapitalista e, naturalmente, Maurizio Acerbo, attuale segretario nazionale del Prc. Dalle assemblee nazionali è partita l’indicazione per costruire assemblee territoriali che si sono svolte in più di 150 città scrivendo dal basso il programma e elaborando collettivamente le candidature. Ad oggi i candidati come capilista sui collegi plurinominali della Camera sono 32 donne e 31 uomini, ben oltre il 40% previsto dal Rosatellum per le quote di genere. Se alle politiche si dicono sicuri di esserci, lavori in corso per le Regionali. In Lombardia sicuramente no, «anche per questioni di tempi». Sulle altre Regioni, invece, “ci stiamo lavorando”. Ma anche in questo caso sono escluse alleanze. «Così come non è possibile alle politiche non lo sono nemmeno alle regionali. Non siamo mica schizofrenici», conclude Carofalo.

    «D’Alema torna ad annunciare la disponibilità di Liberi e Uguali a partecipare a un “governo del presidente” dopo le elezioni – dice anche Maurizio Acerbo – con un Parlamento che si dia un compito “costituente”. Altro che ricostruire la sinistra, LeU serve per allearsi col PD dopo le elezioni, cosa già anticipata dall’alleanza nel Lazio. E si prepara un film horror: gli ultimi due governi del presidente, con una maggioranza che andava dal PD a Berlusconi, sono stati quelli Monti e Letta. Entrambi sostenuti dai fondatori di LeU. L’uomo della Bicamerale torna in azione e non possiamo che preoccuparci, visto che i due riusciti stravolgimenti della Costituzione degli ultimi venti anni – modifica Titolo V e introduzione del pareggio di bilancio – sono passati con il voto del “centrosinistra autentico” di D’Alema, Bersani e compagnia. Si conferma la nostra scelta di non mischiarci con i soliti noti e di lavorare per una lista come Potere al popolo che si batterà per la Costituzione senza se e senza ma. Solo votando Potere al popolo si potrà contare su una coerente opposizione di sinistra nel prossimo Parlamento».

     
     
     

    “Potere al popolo”. La lista di sinistra che può far piangere Liberi e Uguali da il fattoquotidiano

    Post n°14224 pubblicato il 22 Gennaio 2018 da Ladridicinema

    Gauche - Un movimento dal basso nato dal fallimento del Brancaccio: per i sondaggi vale già l’1%
    “Potere al popolo”. La lista di sinistra che può far piangere Liberi e Uguali

    Ci sono sindacalisti come Giorgio Cremaschi (ex Fiom) e politici come Maurizio Acerbo (Rifondazione comunista). Un’ex staffetta partigiana ed ex parlamentare come Lidia Menapace e la pasionaria dei No Tav Nicoletta Dosio. Ma anche sostenitori non candidati come l’allenatore Renzo Ulivieri Haidi Giuliani, madre di Carlo, il ragazzo ucciso al G8 di Genova.

    Tutti a pugno chiuso e con una stella rossa da seguire, quella di “Potere al popolo”, nuova forza politica nata a novembre sulle ceneri del movimento del Teatro Brancaccio (Roma), che si presenta alle elezioni da outsider e fuori dalle alleanze, raccolta di firme permettendo (“ma siamo già a buon punto”, dicono).

    Un movimento dal basso, che viene dal mondo dei lavoratori precari, dei disoccupati, dei sindacati di base e dei centri sociali. Ed è proprio da un centro sociale napoletano – Je so pazzo, un ex ospedale psichiatrico giudiziario occupato nel quartiere Materdei – che arriva la sua portavoce, Viola Carofalo, 37enne ricercatrice precaria in filosofia all’Università Orientale. “Vogliamo ridare dignità alla parola sinistra perché di sinistra in Italia c’è bisogno. Io mi definisco comunista, ma non tutti quelli che hanno aderito lo sono: non vogliamo ingessarci dentro un’etichetta o un’ideologia”, spiega Carofalo, che però non sarà candidata.

    “Potere al popolo” nasce, appunto, dal fallimento dell’assemblea del Brancaccio: “Tomaso Montanari è stato coerente: quando ha visto che quel movimento non aveva ossigeno, si è fatto da parte. Anna Falcone, invece, mi pare sia candidata per LeU. Forse era quello che voleva fin dall’inizio…”, continua Carofalo.

    Il 3% che garantirebbe l’entrata in Parlamento a stare alle ultime affluenze è fissato a circa un milione di voti: un’impresa quasi impossibile. Ma se dovesse riuscire il miracolo, poi che succede? “Vogliamo entrare in Parlamento per far sentire la nostra voce, portare nel Palazzo le lotte dal basso. Ma escludiamo a priori qualsiasi alleanza. Il Movimento 5 Stelle è populista e non è di sinistra. LeU, invece, è un Pd 2.0: non c’è differenza, vengono tutti dal partito di Renzi e lì vogliono tornare, come dimostrano le parole di D’Alema”, sostiene la portavoce di Potere al popolo.

    Ma Renzi e Berlusconi pari sono? “Non sono la stessa cosa, ma hanno messo in campo politiche in assoluta continuità e su alcune temi Renzi è stato pure peggio: sul lavoro, con il Jobs act, e sull’immigrazione. La Minniti-Orlando è una legge fascista”, dice Carofalo.

    Uguaglianza sociale, lavoro, welfare, parità di genere (nelle liste le donne sono circa il 40%), difesa dell’ambiente, lotta per i deboli, antifascismo sono le parole d’ordine. Nel loro dna i movimenti antagonisti, la lotta per la casa, l’America Latina, Podemos. Che Guevara e il subcomandante Marcos. “Il mio idolo però è Bertolt Brecht, che ha saputo mettere in poesia e letteratura discorsi altissimi e complessi”, afferma Carofalo. Che poi guarda verso destra. “CasaPound è un movimento fascista che andrebbe messo fuori legge. La Lega è più subdola, ma poi, come nel Dottor Stranamore, la destra che è in loro viene fuori, come si è visto con le dichiarazioni di Fontana”.

    Con Sinistra Italiana finita nelle spire di Grasso, Bersani e D’Alema, un po’ di spazio elettorale gauchiste davanti c’è, specie pescando tra i giovani diretti verso l’astensione. Alcuni sondaggi li danno attorno all’1% già ora: se Renzi deve preoccuparsi di Grasso, insomma, Grasso deve preoccuparsi di Carofalo & C. Power to the people, cantava John Lennon. Ma forse loro preferiscono Adelante, compañeros di Carlos Puebla.

     
     
     

    AMBIZIONE SMISURATA da http://it.ign.com/

    Post n°14223 pubblicato il 22 Gennaio 2018 da Ladridicinema

     

     



    The Man in the High Castle - Stagione 1 (USA, 2015)
    creato da Frank Spotnitz
    con Alexa Davalos, Rupert Evans, Luke Kleintank, DJ Qualls, Joel de la Fuente, Cary-Hiroyuki Tagawa, Rufus Sewell

    Sostenere che ci sia un modo corretto per guardare qualcosa è un po' antipatico ma forse, a volte, è l'unica cosa sensata da dire. La questione è semplice: se ci si avvicina a The Man in the High Castle con il piglio da integralisti del romanzo originale di Philip K. Dick (noto dalle nostre parti come La svastica sul sole, ma anche come L'uomo nell'alto castello), è difficile non uscirne incazzati neri e gridando allo stupro. Frank Spotnitz (braccio destro di Chris Carter su X-Files e derivati negli anni Novanta, poi creatore di diverse serie TV action più o meno riuscite) ha compiuto un lavoro di adattamento piuttosto articolato, prendendo lo spunto, l'ambientazione, diversi personaggi, eventi ed aspetti del libro, ma rimaneggiando tutto a uso e consumo di un'ambiziosa serie televisiva dell'anno 2015. L'ha fatto compiendo scelte anche piuttosto radicali e che, se lo chiedete a me, sono più o meno tutte intelligenti, ma il risultato è un racconto "ispirato a" che potrebbe scontentare chi sperava in un adattamento più fedele. Chi invece non se ne preoccupa (come, ovviamente, chi non ha letto il libro) dovrebbe dare una chance a The Man in the High Castle, perché si tratta di una serie TV ambiziosa, coinvolgente, dal livello produttivo sorprendente e che promette di poter divertire per parecchi anni.

     

    Lo spunto di partenza, come detto, è bene o male quello del libro: l'Asse ha vinto la Seconda Guerra Mondiale e, in buona sostanza, ha conquistato il pianeta, dividendo gli USA, teatro di gran parte delle vicende raccontate nella serie, in tre territori. I giapponesi hanno gli stati del Pacifico, i nazisti si sono presi la costa est e il blocco centrale rimane zona neutrale. In questo contesto si seguono le storie di un bel mix di personaggi, in parte ripescati dal romanzo, seppur modificati nei ruoli e nella sostanza, in parte creati per l'occasione. Ai vari Frank Frink, Ed McCarthy, Juliana Frink/Crain, Nobusuke Tagomi, Robert Childan e Rudolf Wegener si aggiungono quindi diversi nuovi volti, con in testa l'azzeccatissimo John Smith di Rufus Sewell. Le vicende recuperano l'idea della finestra su un ipotetico ulteriore mondo parallelo in cui la guerra è finita diversamente, ma la trasportano dalla parola scritta di un romanzo nel romanzo alle immagini di una serie di film dall'origine sconosciuta. Si tratta di una delle tante modifiche azzeccate nell'adattare al medium televisivo e vede il concetto delle realtà parallele utilizzato come spunto sullo sfondo per muovere le vicende, quasi un MacGuffin che poi pian piano prende corpo e sembra poter diventare qualcosa di più, integrando molto bene il suo spunto fantascientifico con il corpo narrativo centrale, ben più legato a un cupo realismo.

    E le vicende sono quelle di un po' tutte le parti in causa: la resistenza all'occupazione, le due facce degli occupanti e la gente presa nel mezzo, chi vuole solo vivere o sopravvivere in questo nuovo mondo così ostico. Proprio la rappresentazione del mondo, la sua messa in scena, costituisce il maggior pregio della serie, figlio di uno sforzo produttivo incredibile. The Man in the High Castle racconta un'epoca "alternativa" con un'ambizione e un dispiegamento di mezzi notevole, curandone l'estetica, i dettagli e la scrittura delle piccole cose con grandissima attenzione. Ne viene fuori un ritratto credibile e fortissimo di un mondo in cui non vorremmo mai vivere, che tira fuori il peggio dalle persone e che non si abbandona mai, mai, ma proprio mai, all'umorismo, alla battutina, alla sdrammatizzazione. C'è un'atmosfera lugubre che percorre l'intera serie e le imprime un taglio fortissimo, opprimente, agghiacciante.

    Se la forza produttiva, che mostra poi ottimamente i muscoli anche nel suo avventurarsi al di fuori delle location principali, regalando perfino fugaci sguardi in altri continenti, rappresenta il punto alto della serie, nel cast si trovano i suoi principali punti deboli. Il gruppo di veterani impiegato nei ruoli più o meno di contorno fa ottimamente il suo dovere, supportato per altro da personaggi interessanti. E lo sono anche (soprattutto?) quelli inediti, a cominciare dal John Smith citato prima, che frantuma il rischio di macchietta malvagia nel giro di due episodi, tirando fuori un personaggio ricco, sfaccettato e intrigantissimo. Va meno bene col triangolo di giovani protagonisti al centro delle vicende più "sentimentali", che regalano l'antico sapore del gesso. Se Alexa Davalos, pur nella sua legnosità, tutto sommato trova qualche buono spunto, Rupert Evans e Luke Kleintank esibiscono l'espressività e il linguaggio del corpo dei ceppi su cui si taglia la legna. E non vengono aiutati da personaggi scritti in maniera onestamente un po' banale e prevedibile.

    Ma la serie funziona nonostante questi limiti, grazie alla forza dell'ambientazione, all'invidiabile coerenza di tono, all'ottima scrittura e alla capacità di infondere un costante, cupo, implacabile e crescente senso di paranoia. La scrittura è davvero solida, priva di sbavature o buchi evidenti, sempre molto curata negli sviluppi e capace di portare avanti, soprattutto da metà stagione in poi, un crescendo che davvero entusiasma nonostante il ritmo sempre molto compassato. Inoltre, gli sceneggiatori giocano bene con la consapevolezza della visione "a maratona" suggerita dalla distribuzione in streaming digitale e chiudono praticamente tutti gli episodi su un cliffhanger forte, trascinando da una puntata all'altra fino all'ottimo finale di stagione. Finale che, tra l'altro, arriva al momento giusto grazie anche al saggio limitarsi su sole dieci puntate, che permette di schivare quell'allungare e quel girare in tondo che, se lo chiedete a me, tende a colpire le stagioni di praticamente qualsiasi serie Netflix da tredici puntate. Insomma, The Man in the High Castle è una gran bella serie, assolutamente da recuperare... a meno di integralismi.

    Al momento è disponibile solo per gli abbonati Amazon Prime nel servizio Amazon Instant Video, che è a sua volta disponibile solo negli USA, in Gran Bretagna e in Germania. Considerando, però, che negli scorsi mesi Sky ha portato dalle nostre parti Transparent, sempre di Amazon, si può sperare in un adattamento italiano.

     

     
     
     

    Benedetta follia è primo per il secondo weekend di fila

    Post n°14222 pubblicato il 22 Gennaio 2018 da Ladridicinema
     

    Gran weekend per il cinema italiano che porta tre film ai primi tre posti della classifica anche nella giornata di domenica. Benedetta follia (guarda la video recensione) resta primo per il secondo weekend di fila e arriva ad un interessante totale di 6,3 milioni di euro. Rovazzi e Il vegetale, dopo una pessima partenza infrasettimanale, hanno recuperato parzialmente il pubblico delle "famiglie" e tra sabato e domenica si sono portati a 1,4 milioni di euro.
    Sopra al milione di euro finiscono anche Ella & John - The Leisure Seeker (guarda la video recensione) e L'ora più buia (guarda la video recensione) e soprattutto per il secondo film è un dato straordinario. 

    Nel weekend hanno recuperato anche i film natalizi o usciti nel periodo festivo: Jumanji: benvenuti nella giungla (guarda la video recensione) è arrivato a quota 9 milioni di euro, superando Thor: Ragnarok e piazzandosi al settimo posto della classifica assoluta stagionale, Coco (guarda la video recensione) è arrivato a 10,1 milioni mentre Wonder ha passato gli 11 milioni.

    Come un gatto in tangenziale, anche se in discesa, ha raggiunto gli 8,8 milioni e superato Dunkirk (guarda la video recensione), tornando ad occupare la nona posizione della classifica assoluta stagionale (unico film italiano presente, per ora). 
    Chiudono Tre manifesti a Ebbing, Missouri (guarda la video recensione) e Insidious: L'ultima chiave: il primo in calo, ma ancora capace di generare buone medie, il secondo molto deludente, passato dal quarto al nono posto nel giro di pochi giorni. 

    Questa settimana arrivano in sala, tra gli altri, Made in Italy di LigabueDownsizing (guarda la video recensione), L'uomo sul treno - The Commuter e Chiamami col tuo nome (guarda la video recensione), nessuno dei quali dovrebbe generare delle cifre particolarmente significative, ma le soprese sono sempre dietro l'angolo. 

     
     
     

    Speciale P.K.Dick da http://andromedasf.altervista.org

    Post n°14221 pubblicato il 22 Gennaio 2018 da Ladridicinema
     

     

     

     

    Speciale P.K.Dick – “La svastica sul Sole” | “L’uomo nell’alto castello” (The Man in the High Castle, 1962)

     

     

    Il fascino del romanzo non deriva solo dalla costruzione di un’America divisa in tre stati controllati dalle potenze vincitrici (sul modello di quel che accadde alla Germania dal 1945 alla riunificazione), ma dal gruppo di personaggi memorabili attraverso i quali viviamo in quel mondo rovesciato e inquietante: primo tra tutti il mite e onesto funzionario giapponese Nobosuke Tagomi, lodato da Ursula K. Le Guin come prima figura della letteratura fantascientifica che potesse tener testa al Leopold Bloom di Joyce o alla signora Dalloway della Woolf.

    MNHCSTL1964Ma insieme a Tagomi spiccano Juliana Frink, donna inquieta e tormentata, istruttrice di arti marziali; il suo ex-marito Frank, brillante artigiano ebreo che vive sotto falso nome nel terrore di essere rintracciato e catturato dai nazisti; Robert Childan, antiquario che vive un complesso rapporto di ammirazione servile e odio razziale nei confronti dei dominatori giapponesi; il signor Baynes, uomo d’affari svedese che in realtà è un agente dei servizi segreti tedeschi incaricato di contattare un alto ufficiale delle forze armate giapponesi. Attraverso le trame multiple di questo romanzo sfaccettato, vediamo i fatti della grande storia dal basso: la morte del cancelliere del Reich Martin Bormann, erede di Hitler, e la lotta tra i gerarchi nazisti per assumere il potere, legata al piano segreto per un attacco nucleare a sorpresa sulle isole giapponesi, tramite il quale eliminare il vecchio alleato e diventare padroni del pianeta.

    Ma la storia del piano “Dente di leone” contribuisce solo in parte al fascino del romanzo. Questo perché nel mondo alternativo circola clandestinamente La cavalletta ci opprime, un romanzo scritto dal misterioso Hawthorne Abendsen (che sarebbe l’uomo nell’alto castello); il libro è vietato perché descrive un mondo dove Stati Uniti e Impero Britannico (si badi bene, non l’Unione Sovietica) hanno vinto la guerra, la Germania è in rovina, e il Führer viene processato a Norimberga (e questo, come il precedente dettaglio, fa capire che il romanzo di Abendsen non descrive il nostro mondo dove Hitler si è suicidato per evitare l’onta della cattura).

    THMNNTHHGH1976Tra la nostra storia, quella del romanzo e quella del romanzo-nel-romanzo si crea un complesso e disorientante gioco di specchi che mette in questione ciò che noi pensiamo di sapere sull’evento che ha generato il mondo in cui viviamo, cioè la seconda guerra mondiale. Nel 1945 ha veramente trionfato il bene ed è stato sconfitto il male, oppure quel che è avvenuto è la vittoria di un male minore, che ha comunque portato alla guerra fredda, alle atrocità staliniste, alla spartizione spietata e alla distruzione di interi paesi del terzo mondo? Non a caso nel romanzo di Dick si accenna alla distruzione dell’Africa da parte dei nazisti in un folle progetto di bonifica, e non si può dire che la nostra economia tardocapitalistica abbia fatto molto bene al continente nero.

    Il romanzo è forse quello più analizzato dello scrittore californiano. Si è studiato il ruolo dell’I Ching nell’opera, il cinese “Libro dei mutamenti” che viene usato da tutti i personaggi per orientarsi nelle scelte difficili che si trovano ad affrontare. Ma l’I Ching, come si scopre alla fine è stato usato da Abendsen per scrivere il suo romanzo; e come hanno accertato i biografi, venne impiegato anche da Dick stesso per strutturare la trama dell’Uomo nell’alto castello. Abendsen allora è Dick? Probabile. Resta da capire, al di là delle celebrazioni stile Soldato Ryan di Spielberg, chi o cosa abbia vinto veramente quella guerra che si comincia a dimenticare (provate a parlarne con qualche adolescente italico…), ma la cui presenza nella nostra coscienza spiega gran parte del fascino che questo romanzo ancora ha per tutti noi.

    Umberto Rossi

    Philip K. DickL’AUTORE

    Philip Kindred Dick (Chicago, 16 dicembre 1928 – Santa Ana, 2 marzo 1982) è stato uno scrittore statunitense. La fama di Dick, noto in vita esclusivamente nell’ambito della fantascienza, crebbe notevolmente nel grande pubblico e nella critica dopo la sua morte, in patria come in Europa (in Francia e in Italia negli anni ottanta divenne un vero e proprio scrittore di culto), anche in seguito al successo del film Blade Runner del 1982 liberamente ispirato a un suo romanzo. In vita pubblicò quasi solamente opere di narrativa fantascientifica – un genere all’epoca considerato “di consumo” – ed è stato successivamente rivalutato come un autore postmoderno precursore del cyberpunk e, per certi versi, antesignano dell’avantpop. Gli sono stati dedicati molteplici studi critici che lo collocano ormai tra i classici della letteratura contemporanea. Temi centrali dei suoi visionari romanzi sono la manipolazione sociale, la simulazione e dissimulazione della realtà, la comune concezione del “falso”, l’assuefazione alle sostanze stupefacenti e la ricerca del divino.

    Nato a Chicago, con la sorella gemella Jane, in una famiglia dai legami burrascosi (la madre, da lui descritta come nevrotica, divorziò dal padre pochi anni dopo la nascita dei gemelli), Philip Dick trascorse un’infanzia e un’adolescenza solitarie e tormentate: la sorellina morì a poche settimane dalla nascita (Dick le rimase sempre legato, e decise di essere seppellito accanto a lei); dopo il trasferimento in California, frequentò l’Università di Berkeley, ma non concluse gli studi a causa della sua militanza nel movimento contro la guerra di Corea e del suo pacifismo(per continuare gli studi universitari avrebbe dovuto sostenere un corso di addestramento – ROTC – come ufficiale della riserva, all’epoca obbligatorio), che lo portarono ad avere problemi col maccartismo di quegli anni. Iniziò a lavorare in un negozio di dischi dove conobbe la prima moglie, Jeanette Marlin (il matrimonio durò da maggio a novembre ’48). Le sue affermazioni secondo cui in quel periodo avrebbe lavorato in una radio locale non sono mai state provate, anche se è possibile che abbia scritto testi pubblicitari per qualche emittente di Berkeley. Sicuramente la nascita della sua conoscenza e del suo amore per la musica classica precedette gli anni in cui lavorò come commesso nel negozio di dischi.

    L’incontro con la fantascienza avvenne, forse per caso, e forse nel 1949 (ma il suo primo racconto, “Stability” Stabilità, pubblicato postumo, fu scritto nel 1947), quando invece di una rivista di divulgazione scientifica ne acquistò per sbaglio una di fantascienza (la circostanza non è certa). Esordì nel 1952 sulla rivista Planet Stories. Lasciata la prima moglie, si risposò con Kleo Apostolides (dal 14 giugno 1950 al 1959), militante comunista di origini greche. In questo periodo pubblicò i primi romanzi e una notevole quantità di racconti. Il matrimonio con Kleo andò in crisi quando Dick si trasferì nella zona rurale di Point Reyes, a nord di San Francisco, in quella Marin County che fu l’ambientazione di diverse opere (tra tutte Cronache del dopobomba). Lì conobbe Anne Williams Rubinstein, che diventò la sua terza moglie (rimasero sposati dal 1º aprile 1959 all’ottobre 1965). Era una donna colta e di forte personalità, vedova e madre di tre figlie, che gli diede una figlia: Laura Archer (25 febbraio 1960). Dick si trasferì a casa di Anne, e per mantenere la famiglia e il tenore di vita della moglie abbandonò la fantascienza, poco remunerativa e per niente prestigiosa, per tentare di occuparsi di narrativamainstream. Ma Dick visse ciò come una sconfitta, di cui considerò responsabile la moglie. Il fallimento come “nuovo” autore fu la goccia; il matrimonio andò a pezzi, Dick si convinse che la moglie avesse assassinato il precedente marito e che avrebbe fatto lo stesso con lui. Divorziarono nel 1965, e Dick si trasferì a San Francisco.

    Dick assumeva anfetamina fin dai primi anni Cinquanta, sostanza che gli era stata prescritta dallo psichiatra che gli aveva diagnosticato una lieve forma di schizofrenia; l’anfetamina era usata per combattere gli stati depressivi di cui lo scrittore soffriva occasionalmente. Man mano Dick sviluppò una vera e propria tossicodipendenza dalla sostanza, che lo agevolava nella stesura delle sue opere. L’abuso di stimolanti raggiunse livelli allarmanti durante la seconda metà degli anni Sessanta, proprio mentre l’autore scriveva due dei suoi romanzi più importanti (Il cacciatore di androidi e Ubik). La rottura con la quarta moglie, Nancy Hackett (sposata dal 6 luglio 1966 al 1972), che lo abbandonò assieme alla figlia Isolde Freya (ora Isa Dick Hackett ) (15 marzo 1967), e la morte del suo carissimo amico Jim Pike, mandarono Dick alla deriva; lo scrittore si trovò a vivere in una casa di sbandati, e la situazione arrivò al punto critico quando, in sua assenza, la sua abitazione subì un’effrazione durante la quale sconosciuti forzarono il suo schedario blindato (Dick fece innumerevoli ipotesi sulla loro identità, arrivando a sospettare che fossero agenti dell’FBI; a tutt’oggi la questione non è stata chiarita). In seguito Dick partecipò a una conferenza sulla fantascienza a Vancouver, in Canada, e decise di stabilirvisi. Anche l’esperienza canadese fu però un fallimento, dovuto al consumo eccessivo di psicofarmaci e alla mancanza di denaro. Dick si fece ricoverare in una comunità di recupero pertossicodipendenti, la X-Kalay, un’esperienza breve che però lo aiutò chiudere con le anfetamine. Molti eventi e situazioni risalenti al suo percorso esistenziale di questo periodo ebbero un ruolo importante nel suo romanzo Un oscuro scrutare. Tornato in California, Dick si stabilì alla periferia di Los Angeles e nel 1972 riprese a scrivere, anche in seguito all’incontro con Leslie (Tess) Busby (18 aprile 1973-1977), la quinta moglie, dalla quale ebbe il terzo figlio, Christopher Kenneth (25 luglio 1973). Tra il febbraio e il marzo del 1974 Dick iniziò a sentire voci e avere visioni in sogno e da sveglio. Convinto di vivere un’esperienza mistica, Dick prese a scrivere l’Esegesi, una vasta raccolta di appunti a carattere teologico-filosofico a partire dai quali scrisse la celebre Trilogia di Valis, punto d’arrivo della sua esperienza letteraria.

    Morì a Santa Ana, in California, per collasso cardiaco, nel 1982, proprio quando i diritti delle sue opere cominciavano a dargli per la prima volta una certa sicurezza economica, e mentre era in lavorazione il primo film basato su una delle sue storie: Blade Runner, di Ridley Scott, che Dick non poté vedere completato, anche se riuscì a visitarne il set. (Biografia tratta da Wikipedia)

     
     
     

    Heath Ledger: uno sguardo alla sua vita dall’obiettivo di una camera da ciakclub

    Post n°14220 pubblicato il 22 Gennaio 2018 da Ladridicinema
     

    A dieci anni dalla sua morte, la sua carriera e le sue fantastiche interpretazioni non sono state dimenticate. Ecco la sua vita vista dai film più famosi di Heath Ledger.

    heath ledger

     

    “L’UNICO MODO SENSATO DI VIVERE IN QUESTO MONDO, È SENZA REGOLE”

    Questo è stato il modus che ha adottato Heath Ledger nella preparazione e nell’interpretazione del film che lo ha reso immortale. La verità è che Heath una regola l’aveva: vivere per la sua passione.

    La sua carriera decolla nel 1999 all’età di 20 anni, quando ottiene il ruolo da protagonista nel film “10 cose che odio di te”. Questo ruolo gli porta una discreta fama. Il pubblico lo ama per la sua interpretazione in questa rivisitazione di una commedia Shakespeariana. Il mondo del cinema inizia a notare questo talentuoso giovane e i meccanismi di Hollywood iniziano ad attivarsi per sfruttare al meglio questa nuova perla. Ma Heath Ledger dimostra subito di aver in mente molto chiaramente cosa vuole fare della sua carriera da attore. È così che aspetta un anno prima di entrare in una produzione. La sua paura era di essere etichettato come il nuovo giovane belloccio.

    Con l’inizio del nuovo millennio, arriva per lui la possibilità di mostrare la sua tempra nella produzione di un film drammatico: Heath si presenta alle audizioni per partecipare al film “Il Patriota” con Mel Gibson. Ottiene la parte confrontandosi con altri 200 candidati, e inizia le riprese del film che lo portano a vincere un riconoscimento  allo Showest Award come Male Star of Tomorrow. Nel film interpreta il figlio di Mel Gibson, che si arruola in guerra.

    Dopo il successo ottenuto da “Il Patriota”, Heath Ledger continua alla ricerca di nuovi personaggi da studiare e in cui calarsi. Arriva la volta di “Il destino di un cavaliere”, un altro film ad alto budget di produzione Hollywoodiana. Questo ruolo gli permette di sgonfiare la tensione dovuta alla parte nel film di Mel Gibson. Il film è una commedia ambientata in un Medioevo anacronistico che vede un giovane scudiero dalle umili origini, cavalcare verso il proprio sogno: diventare un cavaliere.

    L’attore non rimane mai totalmente fermo, partecipa a film minori e continua a entrare nella produzione di grossi film. Nel 2001 viene scartato per il ruolo di Christian nel musical Moulin Rouge! ma le audizioni gli permettono di conoscere un altro grande artista con cui collaborerà in futuro nel pluricandidato film “I segreti di Brokeback Moutain”: Jake Gyllenhaal, attore con cui lega una forte amicizia. Nel 2003 però la strada per il successo comincia a salire quando il regista  Brian Helgeland, con cui Heath Ledger aveva già collaborato, gli propone una parte da protagonista nel film “La setta dei dannati”. Heath si trova a lavorare in Italia, a Roma. E l’Italia rimane la sua casa per la maggior parte delle riprese di questo film, ma non sarà l’unica volta in cui l’attore ci lavorerà. Circa due anni dopo infatti, Heath si stabilisce a Venezia, dove interpreta la parte di Casanova nel film di Lasse Hallström, presentato alla 62° mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Quell’anno Heath Ledger si aggiudica il record di attore più proiettato alla mostra, comparendo in ben tre film:  I fratelli Grimm e l’incantevole strega, Casanova e  I segreti di Brokeback Mountain, film che vince il Leone d’oro.

    Proprio questa pellicola è quella che porta maggior successo a Heath, fino a quel momento. Il suo lavoro sul personaggio è magistrale. Nel film l’attore interpreta un cowboy omofobico che si innamora di un altro uomo (l’amico Jake Gyllenhaal). La sua interpretazione mostra a tutto il mondo, compresa la critica, la stoffa dell’attore, capace di modificarsi e adattarsi alla parte cucendosi perfettamente le vesti del personaggio addosso. Candidato al Golden Globe, al BAFTA e al premio Oscar, riceve una menzione dalla critica Newyorchese e Californiana che lo nominano “attore dell’anno”.

    Il ruolo successivo inizia a essere provante per Heath. Una produzione Australiana lo chiama per un ruolo da protagonista nel film “Paradiso + Inferno”, in concorso al festival di Berlino 2006. Nel film Ledger interpreta un ragazzo tossicodipendente tormentato dalla sofferenza e da una travagliata storia d’amore. Dopo il film  “Io non sono qui”, in cui lavora con Christian Bale, Heath riceve una proposta dal regista Christofer Nolan, il quale gli chiede di partecipare al suo film con il ruolo d’antagonista.

    heath ledger

    Heath Ledger inizia nel 2007 a prepararsi per la parte più complicata che gli sia mai stata commissionata. Il ruolo che lo farà poi entrare nella storia e diventare una leggenda: Joker. L’idea lo stuzzica da subito. Heath dichiara di essere eccitato dalla parte e inizia a preparare  meticolosamente il personaggio, dovendo anche tenere conto dell’interpretazione fatta dal suo predecessore Jack Nicholson. Heath si chiude per 6 settimane in una stanza d’albero. Ne esce cambiato, turbato, profondamente disturbato e pronto per girare. I suoi colleghi lo ricordano durante le riprese dicendo che era un’altra persona, sembrava mosso da uno sconforto proveniente da dentro. Nel giugno 2008 Il film viene proiettato nelle sale di tutto il mondo e la critica considera Joker il vero protagonista del film. È un successo incommensurabile.

    Alla fine del 2007 terminano le riprese de “Il cavaliere oscuro”. Subito dopo Terry Gilliam affida a Heath Ledger il ruolo da protagonista per il suo nuovo film “L’uomo che voleva ingannare il diavolo”. Nel gennaio 2008 iniziano le riprese e il 22 gennaio dello stesso anno Heath viene trovato privo di vita nella sua stanza d’albergo. Il mondo è sconvolto dalla notizia. Terry Gilliam decide di finire il film per commemorare l’artista. Nelle scene mancanti, l’attore viene sostituito da tre colossi della recitazione che vogliono omaggiare Heath prendendo la sua parte nel film: si tratta di Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell.

    heath ledger

    Oggi, a distanza di 10 anni dalla sua scomparsa, Heath Ledger è diventato una vera e propria leggenda. Il mondo del cinema continua a riconoscerlo come un attore capace di entrare nella mente dei personaggi, e di tirarne fuori una creatura vera, palpabile che inevitabilmente emozionerà il pubblico del mondo. L’eccellenza di questo attore è molto rara e difficile da emulare, ciò che ci rincuora è poter rivedere la sua grandezza dietro a uno schermo in ogni occasione possibile.

     
     
     

    Viola Carofalo ci spiega cos’è e dove vuole arrivare Potere al Popolo

    Post n°14219 pubblicato il 21 Gennaio 2018 da Ladridicinema

     

    Intervista a Viola Carofalo, ricercatrice precaria di 37 anni e portavoce di Potere al Popolo, lista di sinistra che correrà alle prossime elezioni politiche: “Enormi ricchezze sono in mano a pochissime persone. Occorre prendere quei soldi e redistribuirli verso il basso”.

    POLITICA ITALIANA 16 GENNAIO 2018  16:48 di Davide Falcioni

     

    Uno spettro si aggira per l'Italia, e se sarà destinato a rimanere tale o acquisirà corpo e concretezza dipenderà dalle prossime due settimane e dall'esito della raccolta firme necessarie per la presentazione della lista. Lo "spettro" – per citare il Manifesto del Partito Comunista, saggio scritto da Karl Marx e Friedrich Engels tra il 1847 e il 1848 – si chiama Potere al Popolo: un progetto di sinistra, elettorale ma non solo, nato due mesi fa da un appello del centro sociale napoletano Ex Opg "Je So Pazz": una pazzia, per l'appunto, che però ha avuto conseguenze che probabilmente neppure i promotori si aspettavano, con centinaia di riunioni in tutta Italia, due "sold out" in altrettante assemblee nazionali nei teatri romani e soprattutto una lista costruita effettivamente dal basso. Di Potere al Popolo fanno parte realtà di movimento, partiti come Rifondazione Comunista e PCI e realtà come Eurostop. A capo della lista una donna napoletana di 37 anni, Viola Carofalo.

     

    – Chi è Viola Carofalo, "capo politico" di Potere al Popolo?

     

    – Una persona come tante, che vive una condizione comune a molti della nostra generazione. Quella della precarietà lavorativa ed esistenziale, quella del non sentirsi rappresentati dalla politica attuale, che non dà risposte ai nostri bisogni, che non interviene sulle ingiustizie, anzi, le rinforza. Io ho 37 anni, una passione per lo studio che mi ha portato a fare due dottorati in filosofia, oggi lavoro con contratti precari all’università. Cerco ogni giorno di portare avanti i miei valori: l’onestà, la solidarietà, il rispetto dell’altro. In quanto donna e meridionale sento sulla mia pelle certe forme di oppressione e di discriminazione che mi sembra assurdo ancora vigano nell’Italia del 2018. E le vorrei cambiare. Per questo, più che un “capo politico”, mi sento una “capa tosta”. Perché come tanti non mi rassegno a questa situazione e da più di vent’anni faccio politica nei movimenti sociali per cercare di migliorarla, anche a partire da piccole cose. All’Ex OPG “Je so’ pazzo” di Napoli, il centro sociale che due mesi fa ha lanciato il video-appello per costruire “Potere al popolo!”, mi occupo di mutualismo, di attività per il quartiere, di antirazzismo. Forse per questo mi hanno scelto per essere portavoce del movimento. Dico “portavoce” perché ciò che ci contraddistingue è di essere innanzitutto un collettivo, di rifiutare i personalismi, di mettere al centro le idee e le pratiche, e soprattutto i bisogni delle persone.

     

     

    – Perché avete scelto questo nome – Potere al Popolo – in una fase storica in cui il populismo di destra è egemonico anche nelle classi sociali popolari?

     

     

    In realtà “Potere al popolo!” è solo la traduzione letterale della parola democrazia. Oggi molti lo hanno dimenticato, e pensano che democrazia sia andare a votare una volta ogni cinque anni partiti tutti uguali, e per il resto subire le decisioni che vengono prese altrove, non solo in parlamenti che ormai non rispecchiano più il paese, non solo da governi che sono macchine sempre più autoritarie, ma magari in qualche incontro riservato fra banche, finanza, associazioni di impresa, in qualche riunione di tecnocrati dell’Unione Europea…

     

    Con “Potere al Popolo!” vogliamo innanzitutto mandare un messaggio: le decisioni sulla nostra vita e sui nostri territori spettano a noi. Oggi non decidiamo nemmeno dove passeremo la nostra esistenza, visto che per trovare un lavoro andiamo ovunque. Non decidiamo quando avere un figlio, perché dipende dal contratto che qualcuno ci farà. Non decidiamo come gestire il bilancio di una municipalità o di una città, anche perché ce lo tagliano. Figuriamoci se decidiamo su questioni di politica economica e internazionale… Ecco, noi pensiamo che una democrazia sia tale se non è formale ma sostanziale, se è radicale nel senso che parte dalle radici; se le classi popolari possono effettivamente contare ed esercitare il potere. “Potere” può essere anche una bella parola, è la possibilità di fare, di creare. Pensiamo che non debba essere negata ad alcun essere umano, che sia bianco o nero, povero o ricco.

     

    Poiché diciamo queste cose che non dice nessuno, non temiamo di essere confusi con la destra che oggi, nelle varianti di PD, 5 Stelle e Lega/Forza Italia, è di fatto l’unica forza politica. Nessuno di questi partiti vuole una partecipazione reale dei cittadini, nessuno vuole mettere in discussione le basi economiche di questa società, o la disuguaglianza. Quando anche sembrano parlare nell’interesse del popolo, è per ingannarlo, per dividerci e governarci meglio.

     

    Il 4 marzo milioni di persone vedranno sulla scheda elettorale i soliti partiti che fanno gli interessi di vari gruppi imprenditoriali in lotta fra loro. E poi vedranno un movimento nuovo, che manda un messaggio di rottura, non ha dietro nessuno se non le persone che lo stanno costruendo. Ci sembra una bella novità!

     

     – Mai come oggi il "popolo" sembra propenso ad accettare un discorso razzista e securitario: i cittadini comuni sono disposti a scendere in piazza contro inesistenti invasioni di migranti e riscontrano pieno successo petizioni come quelle sul possesso di armi e la "legittima difesa". Che "popolo" è quello di Potere al Popolo?

     

    – Guarda, noi non pensiamo che il razzismo sia maggioritario in Italia. In generale la barbarie ci sembra più diffusa dall’alto che provenire dal basso. Sono i media e i politici che cavalcano le peggiori pulsioni di questo paese. E questo per uno scopo ben preciso: bisogna dare alle persone qualcuno o qualcosa da odiare. Bisogna creare falsi problemi per distogliere l’attenzione da quelli reali. Così il sistema si può conservare a vantaggio dei pochi.

     

    È chiaro che un popolo terrorizzato, diviso, rassegnato, arrabbiato spesso senza nemmeno sapere perché, finisce poi effettivamente per ammalarsi di odio. E però noi che viviamo i quartieri popolari facciamo anche esperienza del contrario. Il nostro popolo esiste: è quello che resta umano, che anche se è in difficoltà economica aiuta il prossimo, quello degli sfruttati che si riconoscono, dei lavoratori che sui posti di lavoro non abbassano la testa, delle insegnanti che continuano a dare valori ai ragazzi anche quando altri li distruggono, dei cittadini che intervengono quando vedono consumarsi un’ingiustizia, di chi resiste alle mafie e alle prepotenze, di chi ha il coraggio di denunciare…

     

    I razzisti, i fascisti, i mafiosi, sono una minoranza, solo che è una minoranza rumorosa e coccolata dall’alto, che si sente forte e protetta, mentre i buoni si sentono isolati, frammentati. Dobbiamo spezzare questo circolo vizioso che sta portando questo paese al decadimento, dare forza alle energie giovani, alla creatività, alla gentilezza, alle lotte.

     

     

     – Nel vostro programma vi sono l'abrogazione della riforma Fornero e del Jobs Act, oltre a un grande piano di messa in sicurezza del territorio e la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario. Si tratta evidentemente di un programma molto ambizioso: dove prendereste i soldi per realizzarlo?

     

    – I soldi ci sono. In dieci anni di crisi sono anche aumentati. Il problema è che sono finiti nelle mani di sempre meno persone. Tutti i dati dicono che se da un lato aumenta la povertà, da un altro lato è aumentata la concentrazione delle ricchezze: l'1% degli italiani detiene il 25% della ricchezza nazionale. Questi soldi non vengono dal cielo, sono il prodotto del lavoro di cui qualcuno si appropria in vari modi (non corrispondendo il giusto salario, con una tassazione iniqua etc). Se vogliamo fare una società più giusta e salvare questo paese, si tratta quindi innanzitutto di andare a prendere questa massa di capitali e redistribuirla verso il basso.

     

    Immaginiamo una serie di misure concrete innanzitutto sulla fiscalità generale, che oggi si configura come un vero furto ai danni della maggioranza. Vogliamo colpire l’evasione fiscale, a partire da quella delle grandi multinazionali, delle rendite e dei capitali finanziari: l’evasione sottrae oltre 130 miliardi ogni anno ai salari e alla spesa sociale. Poi vogliamo una vera tassazione progressiva, come previsto dalla Costituzione. L'Irpef, quando fu introdotta, prevedeva 32 scaglioni di reddito, con l'aliquota più bassa al 10% e la più alta al 72%, mentre ora gli scaglioni sono 5, con la prima aliquota al 23% e l'ultima al 43%.

     

    Ancora, vogliamo il recupero dei capitali migrati verso i paradisi fiscali. E vogliamo una patrimoniale, che è davvero una misura minima di civiltà mentre troppi dei nostri concittadini fanno la fila alla Caritas per mangiare…

     

    Esiste inoltre, come sottolineano anche Podemos, France Insoumise etc, una reale necessità di disobbedire al Fiscal Compact e al pagamento del debito finanziario che ci stritola – di fatto, anche se da anni siamo in pareggio di bilancio, continuiamo a pagare interessi infiniti, una vera e propria usura.

     

    In più, le politiche dei governi Renzi e Gentiloni non hanno fatto altro che regalare risorse alle imprese, oltre 40 miliardi solo negli ultimi tre anni. Questi soldi non sono stati usati per lo sviluppo del paese, tantomeno per garantire stabilità ai lavoratori, ma sono finiti nelle tasche dei datori di lavoro, già ricchi. Per non parlare dei soldi regalati alle banche… Ecco, noi immaginiamo, con tutti questi soldi, di creare lavoro stabile e sicuro, di mettere in sicurezza i territori e gli edifici, di assumere nel pubblico, visto che il servizio pubblico italiano è inferiore quantitativamente e qualitativamente a molti dei più importanti paesi europei.

     

    Infine vogliamo tagliare le spese militari o i programmi inutili e costosi come “strade sicure”. Parliamo di miliardi di euro all’anno usati per riempire le tasche di industrie belliche, di vere e proprie fabbriche di morte. Noi vogliamo la vita, non la morte.

     

    Ripetiamo: i soldi ci stanno, dobbiamo solo toglierli a chi oggi ne ha troppi e metterli a disposizione delle classi popolari per lavorare, studiare, crescere in un paese più funzionante e coeso. In fondo chiediamo soltanto che sia finalmente attuato l’articolo 3 della Costituzione: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

     

     

     – Perché non avete deciso di confluire in Liberi ed Uguali e rappresentare, in quella lista, l'anima più di sinistra? Non avreste avuto maggiori possibilità di eleggere?

     

    – Non si è mai posto il problema. Non puoi cambiare le cose con chi è parte integrante del sistema. Liberi e Uguali è un PD2: ci sono D’Alema, Bersani, tutti quelli che hanno gestito gli ultimi venti anni di potere, che hanno votato il Governo Monti, il Governo Renzi e le peggiori schifezze, dalla partecipazione alle guerre alla liberalizzazione degli orari di lavoro, dal Fiscal Compact a riforma Fornero, Jobs Act, Sblocca Italia e Buona Scuola… Per non parlare di Grasso, che è andato, fino alla fine, d’amore e d’accordo con Renzi, non ostacolando mai la sua azione. Che credibilità avremmo se per cambiare le cose ci associassimo a questa gente? Che alternativa potremmo mai praticare?

     

    Noi, per età, per genere, per appartenenza sociale, siamo un’altra cosa. Per contenuti e metodi politici, Liberi e Uguali è la continuità con tutto un mondo che ha portato avanti politiche antipopolari. Noi non vogliamo unire il ceto politico della “sinistra storica”, di cui ormai si salva poco o nulla. Noi vogliamo unire le persone, chi sta in basso, le associazioni, i collettivi, i comitati territoriali e ambientali, le reti di solidarietà, le esperienze di lotta sui posti di lavoro e nel sociale. Il nostro problema prioritario non è tanto eleggere qualcuno, ma far partecipare le persone, ricostruire una comunità, un senso di appartenenza, un sentire di essere dallo stesso lato della barricata. Essere utili al nostro popolo, diffondere la pratiche che funzionano, mettere in connessione le competenze e metterle a disposizione di chi ne ha bisogno, per migliorare la loro vita.

     

    Questo è un lavoro che non è iniziato ora, che dentro la crisi è enormemente cresciuto, adesso si tratta solo di farlo vedere a milioni di persone e di organizzarlo sempre meglio. Tutto questo potrebbe produrre anche l’elezione di parlamentari, espressione di un movimento che sta davvero dalla parte del popolo. Ma non abbiamo ansie da prestazione: se anche così non dovesse essere – e sarebbe comprensibile: abbiamo solo due mesi di vita, le persone sono molto disilluse, i nostri mezzi per raggiungerle sono pochi, non abbiamo soldi o grandi nomi… – non è decisivo ai fini del progetto, perché dal 5 marzo continueremo ugualmente, a federare, a crescere, a stare nei territori e nelle strade. E quando le persone vedranno che non eravamo un cartello elettorale, ma una comunità e un’idea di società, non potranno che partecipare, contribuire, e far crescere. E i risultati, anche sul piano della presenza nelle istituzioni, non tarderanno ad arrivare.

     

     – Come sono state composte le liste?

     

    – Con un metodo antico e innovativo: le assemblee aperte e orizzontali. In due mesi sono nate ben 150 assemblee su tutto il territorio nazionale, per un totale di 20.000 partecipanti. Il nostro principio è radicalmente democratico: decidono i territori. E anche nella provincia più sperduta le candidature sono state decise dalla base del movimento, con il metodo del consenso o, dove non fosse possibile, per voto ad ampia maggioranza. I requisiti per le nostre candidature sono diversi da quelle degli altri partiti: non conta quanti soldi o conoscenze hai, che pacchetto di voti porti, ma quanto ti sei dato da fare per difendere i nostri valori. Per noi era importante la parità tra i generi, la bassa età, il radicamento sul territorio, la coerenza tra curriculum del candidato e il programma elettorale…

     

     – Donne, giovani, precari: Potere al Popolo sembra parlare soprattutto a questi soggetti…

     

    – Esatto. D’altronde chi subisce di più gli effetti della crisi sono proprio loro. Sono quelli tradizionalmente esclusi dalla politica. Eppure sono quelli che avrebbero più da dare, proprio perché – da esclusi – sanno cosa vuol dire includere. Il nostro programma parla di questo, e queste figure sono in prima linea. C’è bisogno di rottura e rinnovamento, di levarsi di dosso il “morto” di questo paese. Non è facile, noi pensiamo di aver solo iniziato. Abbiamo ancora migliaia di persone da coinvolgere, per far tornare a fare della politica uno strumento e non una cosa sporca, una possibilità di trasformazione e di riappropriazione della propria vita.

     

    – Sostenete che le elezioni politiche saranno solo un passaggio obbligatorio da attraversare, ma che il progetto andrà avanti a prescindere dal risultato elettorale. Ecco, qual è il vostro progetto politico? 

     

    – Un paese lo si cambia innanzitutto se si è presenti in ogni aspetto della società. Se si sa rispondere ai bisogni materiali ma anche costruire un immaginario, fare musica, teatro, cinema. Se si sanno sviluppare pratiche che modificano il funzionamento delle istituzioni. Noi andremo avanti perché non basta un’elezione a fare tutto questo, ma è un lavoro che va portato a fondo, per anni. Le elezioni sono un passaggio che ci permette di fare “massa”, di iniziare a contarci, di uscirne rafforzati. Poi dopo si continua sui territori, a costruire un “partito sociale”.

     

    Qui il mutualismo ha un’importanza fondamentale. Se lo Stato non è in grado di risolvere i nostri problemi, perché ostaggio di interessi di pochi e strutturalmente pensato per difenderli, noi cominciamo ad agire subito con un metodo d'intervento che parte dalle necessità del popolo e che, insieme al popolo, sviluppa coscienza e partecipazione. Mettere su un doposcuola sociale, uno sportello contro il lavoro nero, una palestra, ti permette di fare tante cose: inchiestare la realtà, avvicinarti a soggetti non politicizzati, non fornirgli solo un servizio ma spiegare i motivi, imparare con loro e lottare insieme, sviluppare quindi quegli embrioni di coscienza e di autogoverno senza cui la democrazia non si regge. Non facciamo assistenzialismo, ma protagonismo. Il mutualismo, come il controllo popolare, ci permettono di uscire da quella terribile retorica da eterni sconfitti di cui siamo stufi: ci dimostra che se ci si attiva in maniera intelligente e creativa si può vincere, si può dimostrare materialmente che le istituzioni non fanno abbastanza e quindi possono essere sostituite dal popolo che si organizza, vigila e propone. Chi meglio di chi vive le condizioni di lavoro, di chi usa un servizio, di chi abita un territorio, può dire come intervenire e come migliorare quel servizio?

     

    Queste pratiche non sono solo utili, sono anche molto divertenti. Tirano fuori il meglio delle persone. Le spingono a riflettere e a fare comunità. Ecco, in chiusura possiamo dire che la nostra principale differenza con tutto o scacchiere politico sta tutta qui: anche se siamo esclusi, poveri, e ancora deboli, noi ci divertiamo, sappiamo ridere e gioire, sappiamo pensare e sognare.

     

    continua su: https://www.fanpage.it/viola-carofalo-ci-spiega-cos-e-e-dove-vuole-arrivare-potere-al-popolo/

    http://www.fanpage.it/

     
     
     

    Il nuovo Partito della sinistra radicale spaventa Grasso e M5S

    Post n°14218 pubblicato il 21 Gennaio 2018 da Ladridicinema

    La lista Potere al popolo punta a erodere voti a LeU e grillini, soprattutto al Sud

    Viola Carofalo, 37 anni, è il capo politico di Potere al popolo. (Foto tratta da Facebook)

    Pubblicato il 17/01/2018
    ANDREA CARUGATI, ILARIO LOMBARDO

    Le citazioni più frequenti sono di Marx, Lenin, Fidel Castro, Hugo Chavez, Antonio Gramsci, Salvador Allende. L’obiettivo dichiarato è la “liquefazione delle tolleranze morali verso i governanti”. Sembra complicato, ma è quel “punto di rottura” in cui le masse di proletari e sfruttati si ribellano fino a sovvertire lo status quo. 

     

    Parliamo di Potere al popolo, la lista di ultrasinistra che nasce dalle ceneri del movimento del Teatro Brancaccio dello storico dell’arte Tomaso Montanari: una lista che parte da un video-appello notturno di un centro sociale occupato di Napoli “Je so pazzo”, nato nell’ex ospedale psichiatrico del quartiere Materdei. A novembre l’appello su Facebook, pochi giorni dopo un’affollata assemblea a Roma. Il capo politico è stato individuato in Viola Carofalo, 37 anni, assegnista in Filosofia all’Orientale di Napoli, una vita nei movimenti antagonisti, una che già alla parola “capo” inorridisce.  

     

    La lista sta nascendo da assemblee territoriali, mette insieme No Tav, No Triv, No Mose e tutto quello che sa di ribelle all’ordine costituito. Una lista che guarda al mutualismo di Podemos e della prima Syriza (prima che Alexis Tsipras chinasse il capo all’Europa), e ha ottimi rapporti anche con i francesi di France Insoumise guidata da Jean-Luc Melenchon, che ha mandato un rappresentante all’ultima assemblea romana. 

     

    Il traguardo del 3% resta un miraggio, ma il tentativo è quello di ricostruire delle reti dal basso e rosicchiare voti al M5S, soprattutto al Sud, sui cavalli di battaglie dell’ambientalismo e del no alle grandi opere. Puntano sui delusi del grillismo che tornerebbero a votare un partito di sinistra radicale invece di affollare le fila dell’astensionismo. L’altro bacino possibile di voti è quello di Liberi e uguali, considerati una sorta di “Pd-2”, un partito “ambiguo”. “Molti di loro hanno votato il fiscal compact e la legge Fornero”, una delle accuse. Carofalo non usa gira di parole verso i big di Liberi e uguali: “D’Alema, Speranza, Bersani sono i responsabili del collasso della sinistra e dell’arretramento delle nostre condizioni di vita, odiati da tutti». Qualche timido tentativo di contatto c’è stato nei mesi scorsi, sponsorizzato da alcuni ex Sel confluiti sotto le insegne di Pietro Grasso. Ma la scelta come leader dell’ex pm ha contribuito alla rottura: Pap (l’acronimo usato dagli attivisti di Potere al popolo) contrasta ogni logica securitaria, propone l’abolizione dell’ergastolo e del 41 bis. Non vuole magistrati al potere. 

     

    Al di là della partecipazione spontanea, che pure c’è, l’ossatura arriva dalla vecchia Rifondazione comunista, che ha totalizzato circa 60mila donazioni con il 2 per mille, oltre 600mila euro. Un risultato record per una forza che da tempo è fuori dal Parlamento. Rifondazione resta un po’ defilata, per scelta: nel simbolo non c’è traccia della falce e martello rimasti in custodia dopo la fine del Pci. Al loro posto una stella rossa. Il segretario del Prc Maurizio Acerbo sarà uno dei candidati, mentre sono stati posti paletti invalicabili verso chi è stato già eletto in qualche istituzione: stop dunque a Paolo Ferrero ma anche a Paolo Cacciari, fratello antagonista dell’ex sindaco di Venezia. E tuttavia alle assemblee si sono viste vecchie glorie della sinistra come Franco Turigliatto (il senatore che voleva far cadere Prodi), Giorgio Cremaschi, e poi Haidi Giuliani, l’eurodeputata della Lista Tsipras Eleonora Forenza. Ci sono stati endorsment di peso come quello della ex staffetta partigiana Lidia Menapace, ma anche di sportivi come il tecnico Renzo Ulivieri e del cantautore e autore di “Contessa” Paolo Pietrangeli. 

     

    Schierati i sindacalisti di base dell’Ubs, si attende una lettera -appello firmata da alcuni dirigenti della Cgil. Col sindaco di Napoli Luigi De Magistris un rapporto dialettico. “Lo sosteniamo, ma non a scatola chiusa”, spiega Carofalo. Che lo invita, la prossima volta, a “candidarsi con noi”. Per il momento, a Napoli correrà con Pap lo storico Giuseppe Aragno, molto vicino al sindaco di Napoli. Ma i punti di riferimento di Pap sono soprattutto stranieri. E’ all’estero che i nuovi marxisti italiani cercano le ricette per “riannodare il dialogo con le masse popolari”. Come? “Camminare domandando”, come dicono gli zapatisti. E così facendo abbiamo imparato tantissimo”. 

     
     
     

    Giorgio Cremaschi vota Potere al popolo

    Post n°14217 pubblicato il 21 Gennaio 2018 da Ladridicinema

    Giorgio Cremaschi: "Potere al Popolo è l'unica forza politica che ha in programma la rottura con l'Unione Europea e la NATO"

    Giorgio Cremaschi: Potere al Popolo è l'unica forza politica che ha in programma la rottura con l'Unione Europea e la NATO
     
    La nostra intervista a Giorgio Cremaschi, ex Segretario Fiom e candidato a Napoli e Bologna per la Lista Potere al popolo. "Lavoro, Welfare e diritti sociali possono tornare protagonisti in questo paese solo con la rottura chiara con Bruxelles".
    di Alessandro Bianchi 


    Partiamo dalla sua candidatura. Perché dopo 50 anni di militanza attiva, come ha ricordato in un suo recente scritto, ha scelto di candidarsi alle elezioni al Parlamento italiano solo ora? E cosa l’ha convinto di Potere al Popolo?
     
    Mi hanno convinto la crisi drammatica che vive la politica nel nostro paese e il coraggio e l'entusiasmo dei giovani di Je So Pazzo. Qualcosa dobbiamo fare e dobbiamo farlo ora. Il delirio mediatico, economico e culturale che espelle tutto ciò che non è conforme al pensiero unico dominante è stata sicuramente la spinta decisiva. Vorrei essere molto chiaro su questo punto: siamo tornati al livello della politica borghese ottocentesca in cui il mantra del sistema verso le classi meno abbienti era: “Non si può far nulla”. Prendete la decisione ultima votata ieri sul Niger auspicata dall’UE e voluta da Macron.  Abbiamo deciso di mandare i nostri soldati all’ordine di Macron in un’iniziativa neo-coloniale per difendere il governo più corrotto dell’Africa, responsabile di disastri economici che spingono tante persone ad emigrare, e, pensate, lo hanno votato insieme centro destra e centro sinistra, che poi alla sera fanno finta di litigare in TV. Ecco se la Politica oggi in Italia si è trasformata in un’enorme e perenne fake news, mettersi in gioco è un dovere ed è per questo che ho accettato la sfida.
     


    Perché Potere al Popolo?
     
    Tanti motivi assieme mi hanno convinto a compiere questa scelta. E ad essi aggiungo anche il disgusto per una competizione elettorale che vede tre diverse forze liberiste scontrarsi, in attesa di governare assieme, se nessuno avrà i voti sufficienti per farlo da solo. E contro queste forze una finta sinistra, in realtà una corrente esterna del PD, che già prima del voto comincia ad accordarsi con quel partito. Non ci sarebbero stati appelli al voto utile, al meno peggio, a turarsi il naso, che mi avrebbero convinto a votare uno di questi.  Nasce una lista diversa da tutte le altre, che si propone di organizzare il popolo oppresso e sfruttato ben oltre la scadenza elettorale. La passività di fronte alle ingiustizie è davvero l’elemento più forte della società attuale. Ed è proprio su questo che vorrei essere molto chiaro: il voto non è che un primo passo di per sé del tutto insufficiente. Serve modificare i rapporti di forza che oggi si sono strutturati nella nostra società e  per farlo dobbiamo riorganizzare la lotta popolare contro i padroni interni ed esterni. Per questo è nata Potere al popolo.
     


    A proposito di fake news. In questi giorni i giornali sono invasi dalla retorica renzista della “ripresa economica”, della “ripresa dell’occupazione”... Se guardiamo i numeri però in questo paese sono milioni e milioni i poveri e coloro che ci stanno diventando, i disoccupati, i precari, coloro che decidono di non curarsi più perché inadempiente. Sono centinaia di migliaia le persone senza una casa. Sono queste persone il vostro riferimento elettorale? 


    Siamo un’autoconvocazione in cui chiunque può sentirsi coinvolto e portare la propria esperienza di lotta. Da questo punto di vista è veramente un piccolo miracolo. Nato da un appello dell’Ex Opg di Napoli, in cui sono confluite forze organizzate è vero, non ha un centro. Vive di proposte di lotta quotidiane e di assemblee territoriali. Ad oggi siamo l’unica forza politica che ha un programma chiaro per punti e che ha identificato con altrettanta chiarezza quali sono i nemici che si devono combattere per applicarlo: le corporazioni transnazionali, l’Unione europea e la NATO. Da loro non chiediamo legittimazione perché sono i nostri nemici.
     

    In molti vi stanno associando a Syriza. Che ne pensa?
     
    Personalmente ritengo l’esperienza di Syriza un fallimento e un tradimento delle richieste popolari espresse con il famoso referendum anti-austerità disatteso da Tsipras. Il nostro punto di riferimento più vicino, anche se sono contrario sempre a fare paragoni con l’estero, è la France Insoumise di Melenchon.


    La piattaforma Eurostop negli ultimi mesi aveva coraggiosamente messo al centro tre NO chiari: Ue, Nato e euro. Leggendo il programma di Potere al Popolo manca all’appello l’euro. Perché? E qual è la posizione della lista verso le organizzazioni sovranazionali europee?
     
    Deve essere chiaro come premessa che noi siamo l’unica forza politicha che nel programma indica la rottura con l’Unione Europea.  Certo mi capita di essere d’accordo con esponenti del Movimento Cinque Stelle in alcune loro dichiarazioni e perfino con l’economista della Lega Claudio Borghi che ha posizioni addirittura socialisteggianti quando parla dell’Unione Europea. Ma poi si ritrova alleato di Berlusconi e il Cinque Stelle ha ormai chiarito che non ha  nessuna intenzione di fare la guerra a Bruxelles. Quindi, e questo lo voglio ribadire con forza, noi siamo gli unici a porre la rottura dell’Unione Europea come cardine del nostro programma. Del resto - come ci ha ricordato da ultimo Moscovici facendo capire che il prossimo governo sarà concordato con la Troika - lavoro, Welfare e diritti sociali possono tornare protagonisti in questo paese solo con la rottura chiara con Bruxelles.
    E’ vero che sull’euro nella Lista non c’è una posizione  chiara come quella di  Eurostop. Ci sono forze che hanno una posizione diversa e che pensano che sia possibile concordare nuovi parametri in vista di un maggior coordinamento dei paesi dell’Europa del sud. Questo chiaramente in un contesto in cui l’Unione Europea e le logiche mercantiliste non esiteranno più. Io, al contrario, rimango fermamente convinto che sia necessario ritornare alla sovranità monetaria. Del resto, il nostro programma economico pone al centro la nazionalizzazione della Banca d’Italia, la modifica dell'art.81 della Costituzione che ha introdotto il pareggio di bilancio e il ritorno ad un forte controllo pubblico dell’economia.
     
     

    Nazionalizzazioni, diritti sociali e lavoro. Il programma di Lista Potere al Popolo è di fatto l’antitesi dell’Unione Europea e della zona euro. A proposito di Melenchon e prendendo a riferimento anche Linke e il nuovo corso laburista di Corbyn, sempre più forze a sinistra in Europa non hanno più molte remore nell’attaccare frontalmente queste organizzazioni. In Italia invece si è sempre molto timorosi. Perché?
     
    Noi siamo gli unici che facciamo finalmente chiarezza e che facciamo un discorso molto preciso anche sul debito. Mentre Pd e Forza Italia - che hanno lo stesso programma anche su questo - pensano a svendere ulteriormente il nostro patrimonio pubblico noi diciamo basta. Noi diciamo con forza che non ripagheremo più i 70 miliardi di euro di usura che ogni anno diamo alle banche come paese. Questi soldi verranno utilizzati per istruzione, sanità e lavoro. Non per le banche.  
    Il nostro è il programma più sovrano che esiste sul panorama politico italiano. Non c’è niente di più sovrano nell’affermare il ritorno della sovranità popolare contro i poteri esterni come facciamo noi. E’ vero c’è ancora troppa timidezza nel dirlo.
    Viviamo, del resto, nei fallimenti della sinistra e ne paghiamo le conseguenze. Noi come Lista lo abbiamo nel programma. Gran parte delle candidature sono storie personali e politiche che nulla hanno a che vedere con i fallimenti della sinistra. Tante persone candidate hanno vissuto con la loro esperienza diretta di lotta la malvagità del peggiore dei sistemi possibili, quello dell’Unione Europea. Ma sono d’accordo, la richiesta di rottura deve essere gridato con più forza. Bisogna essere meno timidi nel dire che l’Unione Europea, insieme alla Nato, sono oggi il nostro principale nemico contro cui combattere. Spero che la nostra crescita possa essere da stimolo per rompere questa timidezza.

     
    A proposito di sovranità. In Europa diverse forze a sinistra iniziano a interrogarsi sul concetto di nazione e sulla costruzione di un programma di immigrazione meno utopico.  Potere al popolo che posizioni sta maturando?
     

    La nazione è il popolo. E la sovranità appartiene al popolo come chiarisce la nostra Costituzione. Solo in quello strano paese che è l’Italia tutto questo ha assunto connotati di destra. Noi siamo per rifare della sovranità popolare sancita dalla Costituzione il perno di riferimento del paese. Rifiutiamo qualunque connotato etnico o razziale. Per me il riferimento è il popolo senza distinzione alcuna di razza. Sono gli oppressi, i lavoratori sfruttati…
    Sull’immigrazione c’è il punto di rottura più forte con le destre. Il punto di partenza dell’analisi che manca sempre quando si affronta la questione è che il sistema attuale ha reso l’Italia un paese in cui i giovani scappano. C’è un’emorragia di gente che scampa. Secondo punto che manca sempre nel dibattito: basta alimentare questa perenne guerra contro i poveri.  E’ l’assenza di parità di diritti che crea l’emarginazione e lo scontro. Quando ci sono pari diritti, pari dignità non c’è scontro tra poveri.
    Il vero razzismo è quello contro i poveri. Quando lo sceicco di turno compra la squadra di calcio non c’è razzismo, anzi. Il razzismo è contro la povertà.  Quindi iniziamo ad aggredire la povertà, iniziamo a puntare sui diritti, e iniziamo ad interrompere le politiche imperialiste di guerre e sfruttamento economico contro quei paesi da cui sono costretti a sfuggire in migliaia e migliaia. Il neo-colonialismo e l’imperialismo ad esempio di Minniti con la Libia alimentano i problemi non li risolvono.  Prendiamo poi a riferimento il Niger e la nuova scellerata decisione del Parlamento italiano. Cosa andiamo a fare in quel paese esattamente? E se le popolazioni di quei paesi scappano dalle miserie, dalle guerre e dallo sfruttamento delle multinazionali di chi è la colpa? Fermare la migrazione aggredendo la povertà e le politiche imperialiste. Le migrazioni si fermano quindi, anche qui, attaccando i veri nemici: Unione Europea e Nato.
     

    Veniamo finalmente alla NATO da Lei citata più volte. Potere al Popolo è per la rottura? E perché nel programma non si fa riferimento ai criminali interventi compiuti in ex Jugoslavia, Libia, Siria, Ucraina e da ultimo l’attacco al Venezuela?
     
    La rottura con la NATO come quella con l’Unione Europea è il cardine del nostro programma. Rottura immediata senza se e senza ma. Ma nel nostro programma è spiegata bene  la motivazione con i contenuti e con i riferimenti alla condizione di servitù cui il nostro paese è costretto e per cui è costretto a delinquere. Ad esempio il 20 saremo a Ghedi per dire basta alle armi nucleari nel nostro paese. Quello che non si sa perché non si dice è che l’Italia è un paese canaglia per colpa della NATO, violiamo il nuovo Trattato Onu installando armi atomiche di nuova generazione, costruite per essere utilizzate ecco la novità rispetto a quelle presenti in passato. E’ una politica di criminali. Quante volte ho ripetuto di criminali in quest’intervista? Legalità in campagna elettorale la sento nominare all’infinito, ma quando la politica legale è criminale la ribellione è l’unica strada.
    Sui riferimenti ai paesi della domanda, questi esempi di crimini della Nato del passato e del futuro sono sempre presenti nei nostri dibattiti e nelle assemblee che hanno prodotto il problema. Sono quegli esempi che hanno maturato le nostre linee guida e che ci differenziano totalmente da Liberi e Uguali, al cui interno, al contrario, ci sono diversi fautori di “imprese umanitarie” passate e future.
     

    Vorrei finire con il Lavoro. Dopo la tragedia di Milano, anche oggi dobbiamo registrare l’ennesima morte di un giovane diciannovenne a Brescia.  Il mondo del lavoro in Italia che livello ha raggiunto? E quali le proposte di Potere al Popolo?
     
    Il Lavoro è in una situazione di disastro totale. Ogni linea rossa è stata superata. Si vede nella faccia di quegli operai di quell’azienda di Milano che avevano paura di dire che i loro colleghi erano stati assassinati barbaramente per paura di perdere il loro posto. Il lavoro è stato trasformato in schiavitù materiale ed etica. Si permette che si muoia di cancro, di gas, ci si ammali. La responsabilità non è mai delle vittime, ma dei carnefici. E provo ribrezzo ascoltando quegli economisti che ancora oggi, nonostante tutto, parlano di produttività o ad Agorà, trasmissione TV, in cui si mostrava per l’ennesima volta la storia dei furbetti del cartellino quando anche nel pubblico ci sono infermieri che muoiono per troppo lavoro. Siamo di fronte ad una società culturalmente fascista verso il lavoro. Il lavoro è oggi oppresso come non lo è mai stato a mia memoria. I diritti nel passato li abbiamo conquistati, persi ma mai come oggi la situazione è  in mano ad un pensiero criminale che produce morti. Tanti morti.
    Cosa propone la lista del popolo? L’abbattimento totale del sistema attuale con la cancellazione immediata di una serie di provvedimenti: Legge Fornero, Buona scuola con l'alternanza scuola lavoro gratis, il Jobs Act e i suoi precedenti (dalla legge Treu). Il punto di partenza immediato è la lotta allo sfruttamento. Gli sfruttati devono riprendersi  in mano le loro vita. Anche e soprattutto questo è Potere al popolo.
     
     
    Sempre sul lavoro. Non crede sia giunto il momento di allargare la sfera all'interno dei quali si considerano gli sfruttati? Mi spiego meglio, l’artigiano, le Partite Iva che non arrivano a fine mese, i piccoli imprenditori che lavorano 15 ore al giorno per salvare i posti di lavoro dei loro dipendenti e che conservano un salario minimo dignitoso per le loro famiglie non devono rientrare oggi in questa categoria? E se per “padroni” nel 2018 sono da considerare le corporazioni economiche e finanziarie transnazionali, non è il momento di allargare gli strati sociali di persone a cui rivolgere la proposta di rottura dalle catene attuali?

    Assolutamente si. Bisogna costruire un blocco sociale d’intesa che sappia unire gli sfruttati tutti, i poveri e coloro che subiscono le oppressioni di questo sistema. Badate bene: questo sistema per mantenersi in vita ha bisogno di mettere uno contro l’altro il pensionato con l’artigiano, la partita Iva con il dipendente pubblico. Il popolo insieme  può uscire da questa gabbia e per questo bisogna lavorare per un blocco sociale.

     
     
     

    La mente è una prigione da intellettualedissidente

    Post n°14216 pubblicato il 21 Gennaio 2018 da Ladridicinema
     

    La quarta stagione di Black Mirror arriva sugli schermi di Netflix con una carica di provocazione forse minore del solito, ma con una coesione tematica significativa che fa perdonare volentieri anche le sviste in un paio di episodi.
    di Andrea Tremaglia - 17 gennaio 2018   

    Noi siamo la nostra mente e, come tali, siamo trasferibili e replicabili? Cosa accadrebbe se qualcuno potesse guardare con i nostri occhi, vedere i nostri ricordi? In un mondo in cui tutto è simulabile, a cosa può condurre la mancanza di empatia? E cosa c’entrano i robottini killer con tutto il resto? Queste le domande che attraversano la quarta stagione di Black Mirror; e questi, uno per uno, i suoi episodi. Buona lettura e buona visione.

    01. USS CALLISTER

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    Cosa succede ai personaggi dei videogiochi quando non sono videogiocati? Nel primo episodio della quarta stagione di Black Mirror, Toy Story incontra Matrix. L’ambientazione è un videogioco online in stile Star Trek nel quale un nerd incattivito e malvagio imprigiona i cloni, coscienti e digitali, delle persone che lo trattano male nella vita reale, sottoponendo le copie virtuali a sadiche angherie quando gli disobbediscono. Nulla di differente da ciò che facevamo da bambini con i soldatini (almeno, chi è abbastanza vecchio) gettati nei prati, incollati ai razzi, fatti esplodere con i petardi; o dalle più recenti vicissitudini con i videogiochi simulativi tipo Sim City (quanti hanno provocato volontariamente disastri naturali nella propria città?) e The Sims. Salvo ovviamente che, nella finzione filmica di Black Mirror, i personaggi digitali sono senzienti.

    Cosa succede dunque se il (naturale?) sadismo preadoloescenziale, il desiderio di sentirsi padroni assoluti del proprio mondo immaginario si incontra con un’adolescenza quasi eterna e con simulazioni sempre più realistiche? L’esito deteriore è un’assenza di empatia online che rischia di tramutarsi in un incattivimento offline.  Le persone fabbricano un proprio mondo che media la realtà attraverso social e multiplayer, salvo scoprire di esser chiusi dentro, piuttosto di aver chiuso fuori gli altri. Fino a che punto può insinuarsi nella quotidianità il sadismo online? I cloni digitali, le intelligenze artificiali, hanno vere identità anche se sono semplici righe di programma? A queste due ultime e interessanti suggestioni la prima puntata di Black Mirror non risponde, rimanendo nei toni molto più leggera e molto meno inquietante di quanto la serie ci abbia abituato in passato.

     

    Episodio natalizio.

    02. ARKANGEL

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    Edipo si cavò gli occhi perché troppo aveva visto, ovvero troppo aveva saputo; troppo poco, almeno per buona parte della sua vita, è invece quanto ha visto la giovane protagonista di Arkangel. Questo secondo episodio, diretto da Jodie Foster, ci riporta nelle atmosfere distopiche che hanno fatto il successo della serie, presentandoci un programma, Arkangel appunto, che permette di installare un gps/visore nella mente dei bambini affinché i genitori letteralmente non li perdano mai di vista, arrivando addirittura alla possibilità di filtrare ciò che i figli vedono. Il tema principale è da ormai vent’anni uno dei più centrali nella instabile civiltà occidentale: qual è l’equilibrio tra libertà e sicurezza, tra controllo e censura? Essere umani d’altronde significa anche sbagliare, farsi male, ingannare, cosa succederebbe se togliessimo alle persone ogni possibilità di fare e farsi del male? Sarebbe un mondo perfetto, o sarebbe un inferno? Le due differenti posizioni sono incarnate nell’episodio da madre e figlia, la prima simbolo di un impossibile controllo amorevole, ma eccessivo e invadente, la seconda di un desiderio di libertà necessario per crescere, anche a costo di farsi male. Le dinamiche tra le due differenti visioni sono schematicamente ma efficacemente mostrate nei 50 minuti che ci lasceranno, come è giusto che sia, con più domande che risposte.

    È perciò facile accusare la madre di soffocare la figlia, ricordando come un tempo i figli fossero gettati nella mischia senza troppi complimenti; ma nel mondo in cui viviamo oggi tutti hanno accesso a una quantità senza precedenti di informazioni pericolose. Già giovanissimi si può accedere a film horror d’incredibile violenza e realismo, esecuzioni per mano dei terroristi, ogni genere di pornografia. In un mondo del genere la paranoia della madre è poi tanto incomprensibile? Censurare, per brutto che istintivamente appaia il verbo, è così sbagliato? Voler evitare ai figli di ripetere i nostri stessi errori, di vivere esperienze che noi a nostro tempo abbiamo vissuto, è da ipocriti o da bravi genitori? Le risposte non possono che essere aperte e filosofiche. Per la Foster il tema è quello del libero arbitrio: se non siamo liberi di scegliere, non possiamo far nulla di giusto. L’etica è l’applicazione concreta dei concetti astratti di bene e male, è la decisione tra fare e non fare, perciò non può esistere in capo a chi non abbia la possibilità di determinarsi. Sceglie quindi la libertà riuscendo però a non condannare (sarebbe stato troppo facile) la madre, simbolicamente accecata come Edipo, e a non cadere celebrare come idilliaca una libertà che, per necessaria che sia, è nel mondo di oggi sempre più pericolosa.

     

    Episodio esistenzialista.

    03. CROCODILE

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    Due ragazzi, ubriachi e innamorati dopo una notte in discoteca, investono un ciclista e lo ammazzano. La coppia decide di disfarsi del cadavere; ma nel paesaggio freddo e deserto dell’Islanda un macchinario in grado di leggere i ricordi delle persone, utilizzato dalla polizia e dalle assicurazioni per raccogliere prove di crimini e incidenti, verrà a tormentarli, provocando una reazione a catena di violenza crescente.

    Di nuovo la colpa, di nuovo il guardare come partecipazione: se tutto è registrato, vedere o non vedere può fare la differenza anche tra vita e morte. Sembra impossibile liberarsi dei propri ricordi e se non è possibile dimenticare non è possibile nemmeno perdonare e perdonarsi. L’episodio può esser letto come contraltare e sviluppo di “Arkangel”: in un futuro nel quale sarà sempre più difficile farla franca con la legge, la gente sarà più o meno buona? In questo episodio si osserva a cosa una singola persona, buona ma che ha sbagliato, può essere portata. Più che la tecnologia ad essere protagonista dell’episodio è l’istinto di conservazione umano. Tappa minore dell’antologia di Black Mirror, che non ci lascia nulla di particolare se non un amaro colpo di scena finale e gli spettacolari scenari dell’eterno gelo islandese.

     

    Episodio freddo.

    04. HANG THE DJ

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    L’amore è rivolta anti-sistema, questo potrebbe essere il riassunto del quarto episodio, nel quale siamo catapultati in un mondo quasi asettico, “Il sistema” appunto, nel quale un programma accoppia le persone dando alle loro relazioni una durata predeterminata, così da metterle alla prova e trovargli l’anima gemella. I due teneri protagonisti si trovano, si perdono e si ritrovano come nelle migliori commedie romantiche, si domandano come fosse possibile prima del “sistema” creare relazioni stabili, si fanno domande sul mondo in cui vivono e sull’onnipotenza del programma che li unisce, quasi equivalente al destino.  A un livello superficiale la suggestione più interessante è data dalle relazioni con la data di scadenza: sapere in anticipo quanto durerà una storia è un bene o un male? Ritorna il tema del libero arbitrio, dell’uomo che non vuole sentirsi macchina, ma irrazionale e istintivo, e che dunque non è in grado di accettare meccanicamente ciò che un programma gli ordina di fare.  Ma il ragionamento può essere condotto oltre: in un mondo nel quale abbiamo potenzialmente accesso a milioni di persone, partecipi della quotidianità di amici e conoscenti con un’intimità che era impensabile anche solo pochi anni fa, è ancora possibile conoscere e scegliere? Tanto più se a ciò si accompagna un’educazione emotiva sempre più approssimativa, un’attitudine sempre minore al contatto diretto e all’empatia.

    Il risultato è il ricorso diffuso non solo al dating online, ma a agenzie/programmi che “accoppiano” matematicamente, levandoci il dubbio della scelta. L’assunto dell’uomo istintivo e irrazionale cade, sostituito da un uomo docile che è stanco di sbagliare continuamente e si accontenta volentieri di quello che gli viene offerto. Il dubbio della scelta diviene così paradosso. Lo verifichiamo nell’acquisto: dal negozio sotto casa in cui le disponibilità erano poche decine di prodotti e andavano alle volte prenotate, fino ai grandi siti online con milioni di prodotti consegnati a domicilio, l’escalation di offerta commerciale rende più o meno facile scegliere? Avere accesso a milioni di prodotti, come a milioni di persone, ci spinge in un primo momento a non accontentarci di ciò che c’è, sembrandoci legittimo all’interno di una così vasta offerta pretendere il prodotto/persona ideale e perfetto. Perciò, non possiamo essere davvero mai soddisfatti. Non solo. Le possibilità sono tante e tali che è virtualmente impossibile scorrerle tutta: finiamo allora per affidarci alla pubblicità (del prodotto o della persona, autopromossa sui social), al consigliato o correlato. Insomma, è lo strumento di mediazione a scegliere statisticamente per noi, valutando tutte le nostre esperienze precedenti (sentimentali e d’acquisto) e sulla base delle nostre scelte ci consiglia (leggi: impone) nuove scelte coerenti con le precedenti. Che sia un algoritmo, il destino o un interesse a muovere questi suggerimenti è una domanda aperta.

     

    Episodio spikejonziano.

    05. METALHEAD

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    In una campagna scozzese post-apocalittica, un gruppo di sopravvissuti fugge da un robot assassino che dà loro la caccia. Questo è quanto. L’episodio ha molto diviso i fan per la sua totale assenza di contesto, spiegazioni, interpretazioni. Ci sono ottime ragioni per detestarlo e ottime ragioni per amarlo. Partiamo da queste ultime: è girato, fotografato, montato e gestito in maniera incredibile. Ottima recitazione. Ottime animazioni digitali. Dal punto di vista puramente artistico, è probabilmente il miglior episodio della serie, non solo di questa stagione. Pressoché nessun dialogo, presenza scenica della protagonista continua e convincente, livello di tensione sempre molto alto, quest’episodio sarebbe in realtà pronto per il cinema – se solo avesse un senso. Sembra la metà di un bellissimo film, che consiglierei volentieri a tutti di vedere: solo che la metà mancante è quella importante. Ci si può abbandonare al godimento estetico di quest’episodio, ma non siamo più all’interno di Black Mirror, il cui obiettivo è quello di far riflettere, provocare, attraverso distopie tecnologiche di un futuro prossimo.

    Quindi certo, il robottino che insegue la protagonista può essere un riferimento ai cani robot sviluppati dallaBoston Robotics, qualcosa quindi che già esiste e “ci minaccia”. Ad aver ancor più fiducia in Slade e Brooker, regista e sceneggiatore, potremmo pensare alla nascita di un genere, lo slayer-robotico, con al posto di Michael Mayers il malvagio cane bionico (che a un certo punto si dota anche di un coltello, nella migliore tradizione del genere). Ma mentiremmo a noi stessi. È come se avessero messo un ottimo episodio di Breaking Bad dentro How I met your mother: bello che sia, non sarebbe giusto definirlo avanguardistico, ma semplicemente nella serie sbagliata. Auguriamo agli autori di contestualizzarlo e farne un film di 100 minuti perché sarebbe, probabilmente, un bellissimo esperimento.

     

    Episodio divisivo.

    06. BLACK MUSEUM

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    Finale col botto con una sorta di antologia di episodi dentro l’episodio. Una ragazza in viaggio per il deserto degli Stati Uniti Occidentali si imbatte in un curioso museo e nel suo ancor più particolare curatore-proprietario; gli oggetti esposti sono l’occasione per racconti dal contenuto etico via via più controverso, fino a un finale a sorpresa che non è proprio il caso di rovinare a nessuno. Con riferimento anche ad episodi precedenti, ci è fatta una sorta di panoramica di quello che la scienza del distopico futuro di Black Mirror è in grado di combinare con la coscienza umana. L’intelligenza, la voce nella nostra testa, diviene così definitivamente un hard disk, un flusso di dati. Condannata ad essere solo sequenza di uno e di zeri è in questo modo plasmata, trasferita, ricombinata, clonata: nel momento in cui iniziamo a decodificare il funzionamento cerebrale, ecco che questo – e dunque, l’uomo – diviene da soggetto a semplice oggetto. Tante volte è stato affrontato il tema dell’intelligenza artificiale, in molte maniere differenti ci siamo posti la questione di come e con quali conseguenze questa possa prendere vita e consapevolezza; in questo geniale episodio le domande saranno di segno opposto: quando un’intelligenza umana cessa di essere tale e diventa puramente artificiale, priva di un’anima? Se fossimo in grado di scollegare definitivamente un’identità dal suo supporto fisico, cosa diventerebbe?

    Anche con riferimento alla contemporaneità, forse il rischio maggiore che corre l’umanità è quello di diventare una somma di esistenze esclusivamente mentali. Il nostro pensiero non è più la nostra rampa di lancio verso l’esterno, ma una prigione. Chiusi dentro noi stessi, siamo costretti a guardare senza poter toccare, utilizzando (la percezione delle) sensazioni altrui. I corpi diventano involucri e supporti, la loro funzione è quella di strumenti di dolore e di piacere, nulla di più. Piuttosto che parte del nostro ente, sono estensioni funzionali e fallaci della nostra mente, delle quali liberarci quando inutili. L’eternità, stupenda o diabolica, è irraggiungibile fisicamente, ma può essere garantita al nostro pensare, al nostro sentire, insomma a ciò che noi interpretiamo come noi. L’avevamo visto nel – popolarissimo – episodio San Juniperodella terza stagione, dove ci veniva mostrato un paradiso di coscienze digitali: in questo Black Museum, che ne è una sorta di prequel, ci viene invece illustrato l’inferno. Siamo lontani molto più di un paio di secoli da “io è un altro” del veggente Rimbaud, il quale con la lucidità del poeta adolescente riconosceva la verità degli istinti e dell’irrazionale umano. La nostra mente è ospite del corpo. A renderci ciò che siamo è il nostro essere limitati nel tempo e nello spazio: fuggiamo le sirene dell’immortalità, gustiamoci il mondo fisico, godiamoci la nostra stupida, meravigliosa, difficoltà.

     

    Episodio elettrizzante.

     
     
     

    Togliatti e la democrazia italiana da fuoripagina.it

    Post n°14215 pubblicato il 21 Gennaio 2018 da Ladridicinema
     

    Togliatti e la democrazia italiana

    di Vindice Lecis

    Palmiro Togliatti è stato uno dei fondatori e, successivamente, il capo del più importante partito comunista dell’Occidente e tra i principali padri costituenti dell’Italia repubblicana. A lui dobbiamo l’intuizione della costruzione di una democrazia di tipo nuovo, ancorando i destini del suo partito all’orizzonte della funzione nazionale della classe operaia candidata ad essere classe dirigente “che si fa carico della sorte e dei valori positivi della nazione” (Alessandro Natta).

    E’ vero e confortante che, oggi, la figura di Palmiro Togliatti stia tornando al centro dell’attenzione degli storici. A patto che ci si liberi dall’artiglio perverso della damnatio memoriae imposta dai ceti conservatori e da una certa cultura estremistica e liberaldemocratica in oltre mezzo secolo.

    Fondamentale è, dunque, la ricerca sull’atteggiamento seguito da Togliatti riguardo alla costruzione in Italia di una democrazia di tipo nuovo. Ricerca non astratta ma costruita nel fuoco di lotte e sommovimenti profondi all’interno di epoche storiche differenti e drammatiche (lotta di liberazione e Costituente, Guerra Fredda e repressione interna all’Italia, rapporto col socialismo reale e via italiana al socialismo) e che, tuttavia, fanno emergere Togliatti per originalità.

    In un’intervista all’Unità dell’ottobre 1984, l’allora segretario comunista Alessandro Natta soffermandosi su Togliatti e la Costituente rilevava come egli non si muovesse “come un liberal democratico classico, semplicemente preoccupato di un ripristino di guarentigie statutarie. La sua visione della democrazia andava al di la di quella visione “pura” per cui la democrazia si riduce alla democrazia politica e alle garanzie e agli equilibri procedurali. Nella Costituzione si riverbera il suo pensiero che è quello di un ordinamento politico che consente l’esplicarsi dell’azione per una trasformazione sociale dello Stato, per una democrazia sostanziale che penetra e configura le strutture economiche, i rapporti sociali, l’area delle libertà reali”.

    Da qui partiamo per parlare di “Togliatti e la democrazia italiana”, volume edito da Editori Riuniti nel 2017 che raccoglie gli atti di un convegno svoltosi a Roma nel 2014 organizzato dalla Casa delle culture e dall’Associazione culturale Il Migliore. Gli interventi raccolti nel volume – curato da Alex Hobel – nulla omettono sul percorso politico del leader comunista evitando così di farne una figurina depotenziata nella sua forza, tuttavia respingendo l’immagine falsa costruita in decenni di anticomunismo militante e ossessivo. Nella premessa del volume non a caso il curatore osserva, citando uno scritto di Luciano Canfora di vent’anni fa, che la riflessione su Togliatti “era oggetto di un quotidiano martellamento polemico condotto in spregio ad ogni verosimiglianza o documentazione”.

    Una periodizzazione schematica non sarebbe certo utile. Tuttavia, le varie fasi delle scelte di Togliatti consentono di osservare il vistoso e robusto filo che accompagna le sue analisi e la conseguente azione politica: la svolta di Salerno e la partecipazione dei comunisti ai primi governi; la Costituzione repubblicana; la resistenza alla repressione durante la guerra fredda senza diventare una ridotta assediata dalla quale non si potesse uscire vincitori; la via italiana al socialismo; il memoriale di Yalta; l’attenzione critica al primo centro sinistra.

    Rileggendo i discorsi di Togliatti e legandoli all’azione politica del Pci da lui diretto, si osserva una forza in movimento, non dogmatica, legata alla realtà e alla storia italiana, capace di indicare obbiettivi avanzati senza mai perdersi in un vacuo estremismo parolaio. Dalla sua analisi sul fascismo negli Anni Trenta – il regime reazionario di massa – fino all’ardita riflessione sull’inserimento delle masse nella struttura di uno stato capitalistico, ritroviamo i capisaldi di ciò che è stato il comunismo italiano, fino alla segreteria di Enrico Berlinguer che portò naturalmente il Pci su posizioni ancora più nette, direi fortemente togliattiane, facilitate in questo da una storia che veniva da lontano.

    Oggi anche la lettura più rispettosa della verità non si è liberata da alcune caricaturali impostazioni sul carattere di Togliatti. Ad esempio il suo leggendario realismo, nutrito di cinismo e pragmatismo – annotazioni solo in parte vere – non può essere disgiunte dal fatto che il segretario comunista fosse un autentico capo del movimento comunista italiano ed internazionale e non un, pur rispettabile, riformista socialdemocratico (così come quando si sceglie il Berlinguer che più aggrada alla bisogna: quello della questione morale, ma non quello della lotta agli euromissili, del la critica al craxismo corruttore, della difesa della scala mobile etc).

    Certamente Togliatti parla all’oggi. Anzitutto a chi presume di fare politica a sinistra. Ad esempio nel rifiuto deciso degli slogan, della mancanza di analisi, dell’estremismo, della mancanza dell’orizzonte nazionale. Nel 1946, ad esempio, spiegava come anche nell’Uomo qualunque (il movimento di Giannini) pur legato nel Sud alle forze reazionarie e del latifondo ci fossero elementi di riflessione nell’analisi dei suoi elettori. O quando descrisse in un lungo saggio diviso in sei puntate su Rinascita (tra il 1955 e il 1956) la figura di Alcide De Gasperi, lamentando che la stesa Dc non ne avesse colto l’occasione per riflessioni originali.

    Guido Liguori che analizza la questione dell’eredità gramsciana, vede nel periodo compreso tra il 1947-1948 e il 1953 “una sospensione della politica di Salerno”. La guerra fredda e la conseguente rottura dell’unità antifascista, la sconfitta del Fronte popolare, l’attentato del 1948, la feroce repressione anticomunista portarono a un pericolo reale di ritorno indietro. “Tutta la strategia togliattiana era fondata sull’ipotesi di lungo periodo di collaborazione tra i partiti democratici. L’analisi del fascismo come fase epocale, il suo stesso pessimismo facevano temere a Togliatti la possibilità di un ritorno a forme non democratiche di egemonia borghese” scrive Liguori. Eppure, aggiunge, “l’originalità del Pci in quegli anni di dura guerra fredda non venne meno”.

    Fu grazie alle scelte di Togliatti – politiche ed editoriali – se il pensiero di Gramsci soffiò sull’Italia democratica. Luciano Gruppi nel 1974 scrisse che la pubblicazione dei Quaderni inflisse “un colpo decisivo ad ogni mortificazione meccanicistica del marxismo”. Questo ha consentito al Pci di diventare elemento decisivo della democrazia italiana – fattore incontrovertibile – e di poter continuare anche in frangenti dolorosi (1956) a restare il partito della Repubblica, della democrazia progressisva, della rivoluzione in Occidente.

    Nel volume che stiamo analizzando, vi sono numerosi contributi tematici. Quello di Andrea Ricciardi, ad esempio, prende in esame il “controverso” rapporto con la cultura azionista a partire dalla accettazione obtorto collo della svolta di Salerno da parte dei dirigenti del Pd’A. In effetti quello fu un rapporto perennemente conflittuale: Togliatti nel 1951 rendendo loro l’onore delle armi ritenne che al Pd’A fosse mancata “paziente tenacia e tranquilla costanza” per diventare il partito delle masse lavoratrici. Sottinteso che quel partito fosse invece il suo Pci.

    Nicola Tranfaglia analizza il contributo di Togliatti tra ricostruzione e riforme ricordando che il Pci, pur criticando severamente l’esperienza del primo centrosinistra, parlò di “opposizione diversa”. E tale fu il tratto dei comunisti anche nei decenni successivi. Era già accaduto con l’attenzione forte nel 1949 al piano del lavoro della Cgil di Giuseppe di Vittorio. Scrive Maria Paola Del Rossi che quell’intuizione della Confederazuione “andava nella direzione indicata da Togliatti nel 1948 di avviare un’importante battaglia politica, non solo sindacale, che si sarebbe dovuta basare su un programma di riforme strutturali per limitare il potere padronale in fabbrica in linea con il nuovo corso economico avviato dal Pci nel comitato centrale del settembre 1946”.

    Gli “appunti per una ricerca” sulla via italiana al socialismo sono elencati da Renzo Martinelli. Quando nel 1964 muore Togliatti a Jalta, in Italia risorge un nuovo governo di centrosinistra organico guidato da Moro col Psi di Nenni. Per Martinelli quella è l’ultima battaglia di Togliatti conclusa “con una evidente sconfitta” perché il segretario comunista rivendicava la partecipazione organica dei comunisti al governo. Il “significato periodizzante” della morte di Togliatti costituirebbe infatti “la conclusione di un’intera fase storica nella vicenda del partito nuovo” se non addirittura “una sorte di precoce fine del Pci”. Tesi che Martinelli spiega successivamente addebitando la “sconfitta” (cioè la non partecipazione del Pci al governo) a limiti di strategia mettendo però in ombra i potenti condizionamenti internazionali anticomunisti, che drammaticamente riemersero tre lustri dopo con il terrorismo, strumento contro l’avanzata del movimento dei lavoratori e dell’attacco alla partecipazione dei comunisti al governo.

    Giovanni Gozzini analizza il primato della politica estera nella concezione di Togliatti e quella cultura storicista “che concepisce i partiti come strumenti di intersezione delle masse popolari dentro lo Stato”. Il Pci, assediato anche militarmente nella guerra fredda, si vide costretto a una stretta organizzativa senza perdere, anzi accentuando, le caratteristiche di massa. Lo stesso Togliatti capì che senza di lui il Pci avrebbe rischiato di deragliare e disse no all’invito di Stalin – avallato da un voto quasi unanime della direzione del partito – che lo voleva nel 1951 a capo del Cominform. Tuttavia Gozzini mette in evidenza, nel rapporto con L’Urss “la rinuncia a una critica strutturale”, mantenendo invece una sorta di “vincolo esterno” che coinvolge i militanti.

    Di notevole interesse il saggio di Alexander Hobel sulla traiettoria del Pci, di Togliatti e del movimento comunista internazionale a partire dal 1956 sino al memoriale di Yalta. Otto anni densi che confermarono il dinamismo internazionale dei comunisti italiani alle prese con il XX congresso del Pcus, con la demolizione di Stalin e dello stalinismo, con la critica al “progressivo sovrapporsi di un potere personale alle istanze collettive” (intervista a Nuovi Argomenti). Hobel ricorda il continuo richiamo all’analisi della realtà, a partire dal contesto internazionale necessarie “per affrontare e risolvere in modo nuovo le questioni dell’avvicinamento tra diversi settori del movimento operaio”. Posizioni che i sovietici accolsero con irritazione al punto che Krusciov criticò l’intervista di Togliatti a Nuovi Argomenti “soprattutto per l’uso del termine degenerazione”. Il legame di ferro non modificò, anzi esaltò, l’autonomia del Pci dal Pcus a differenza di altri partiti comunisti, come il Pcf.

    Il mondo bipolare cambia agli inizi degli Anni Sessanta. Con lo sviluppo della decolonizzazione, la crescita del campo socialista e dei movimenti di liberazione, la fallita invasione della Baia dei Porci, la nascita del Muro a Berlino, i contrasti con la Cina e l’unità nella diversità. Il libro si conclude con la riproposizione di un saggio di Salvatore D’Albergo del 1973, pubblicato come prefazione ai Discorsi della Costituente di Togliatti.

    Alex Hobel (a cura di) Togliatti e la democrazia italiana (Editori Riuniti, 2017, pagine 332, 18 euro)

     
     
     

    Minniti e Polizia alla caccia di fake news. Debutta il Ministero della Verità? da osservatoriorepressione.it

    Post n°14214 pubblicato il 21 Gennaio 2018 da Ladridicinema
     

    Nel silenzio assordante dei principali mezzi di informazione, e già questo la dice lunga sul concetto di “verità” che si vuole propagandare, il Ministro dell’Interno Minniti ha annunciato ieri un provvedimento che d’intesa con la Polizia di Stato permetterà a detta del Viminale di intervenire a gamba tesa sulla questione delle “fake news”.

    Di fatto, i cittadini potranno segnalare alla Polizia le notizie che ritengono infondate e quest’ultima potrà intervenire a sua discrezione per segnalare quali siano notizie vere e quali false. E’ tutto vero, potete leggerlo qui, sempre che non sia anche questa una fake news e la Polizia non decida di intervenire contro sè stessa.

    L’esito del provvedimento è l’istituzione di una sorta di Ministero della Verità, che mette in discussione in maniera palese la possibilità di espressione politica in Rete, e che soprattutto introduce chiaramente l’idea per la quale ci possano essere delle istituzioni che la Verità la conoscono e posseggono.

    Uno scenario orwelliano, che è il logico punto di arrivo di un dibattito malato sin dalle origini e che partendo da un problema reale, ovvero la moltiplicazione incontrastata delle notizie palesemente false sopratutto sul web, giunge ad una sorta di censura poliziesca che come ogni censura non può essere animata da un criterio diverso da quello politico.

    Per quanto della politica di Palazzo ci interessi poco, fa sensazione leggere nel suo comunicato che la Polizia di Stato considera evidente “la necessità di arginare, con specifico riguardo al corrente periodo di competizione elettorale, l’operato di quanti, al solo scopo di condizionare l’opinione pubblica, orientandone tendenziosamente il pensiero e le scelte, elaborano e rendono virali notizie destituite di ogni fondamento, relative a fatti od argomenti di pubblico interesse.”

    Chi deciderà se una promessa elettorale è realizzabile o meno? Chi avrà l’analisi giusta e vera dei dati economici? La solerzia poliziesca contro i siti di click-baiting si applicherà in maniera equa con il Tg1 o il Tg4 quando questi diffonderanno ricostruzioni palesemente irreali? Il poliziotto diventerà un giornalista impegnato in un quotidiano lavoro di “fact-checking”? E con quali competenze?

    Ma è un discorso che ovviamente ha ulteriori complicazioni per chi ha ancora meno voce e possibilità di espressione nei mezzi mainstream. La propaganda di un sito di controinformazione o di movimento, se segnalata da centinaia di leoni da tastiera, da quale funzionario verrà giudicata “vera” o “falsa”? E se il solerte funzionario giudicherà in maniera errata una notizia? Come si desume da queste poche domande, un provvedimento del genere ha lati quantomeno oscuri.

    Vedremo come si realizzerà in pratica questa intesa, sperando che si risolva in una boutade pre-elettorale, ma siamo di fronte ad una svolta sicuramente preoccupante nella concezione dell’opinione pubblica da parte di istituzioni sempre più avviluppate in una dimensione reazionaria e che attacca sempre più gli spazi anche semplicemente formali di una democrazia liberale.

    Come scrivevamo già qualche mese fa, “la realtà è che le fake news non portano con sé alcuna novità: sono già tra noi, sono presenti pienamente nelle nostre vite da anni. Sono quelle dell’economia che si sta riprendendo, dello spread che si abbassa grazie alle riforme e alla stabilità, del Jobs Act che porta lavoro, dei voucher che servono a far emergere il lavoro nero, della Buona Scuola che mette al pari gli studenti con l’attuale sviluppo della tecnologia e del mondo del lavoro, dei risparmiatori tutelati dal crack finanziario”.

    La verità è che un fenomeno come quello delle fake news è derivazione di una profonda mancanza di educazione all’informazione digitale che sta a monte della Rete. Intervenire in maniera poliziesca per limitare la libertà, in un nome di una presunta sicurezza informativa, non è altro che blindare ulteriormente gli attuali canali di propaganda unificata, approfittando del caos informativo per stringere ancora di più i cordoni all’informazione indipendente e garantire stabilità ai manovratori.

    da InfoAut

     
     
     
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