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Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

 

COME I MEDIA PREPARANO UN REGIME

Post n°730 pubblicato il 23 Aprile 2014 da red67ag

Ci si chie­deva spesso, decenni fa, nelle scuole e sui media, come fosse stato pos­si­bile che nel 1931, su oltre mil­le­due­cento docenti uni­ver­si­tari, solo una quin­di­cina avesse rifiu­tato di giu­rare fedeltà al fasci­smo; e come fosse stato pos­si­bile che con loro si fos­sero alli­neati migliaia di gior­na­li­sti, di scrit­tori, di intel­let­tuali — la tota­lità di quelli rima­sti in fun­zione — con­tri­buendo tutti insieme a costruire una solida base di con­senso alla dit­ta­tura di Mussolini. Il con­te­sto è sicu­ra­mente cam­biato, ma forse il ser­vi­li­smo è rima­sto inva­riato. Oggi, senza nem­meno l’alibi di un’imposizione da parte di un potere auto­ri­ta­rio e incon­trol­lato, a cui peral­tro anche allora molti erano già ben pre­di­spo­sti, la corsa ad alli­nearsi con il potente di turno, magni­fi­can­done qua­lità e ope­rato, ha assunto da due decenni a que­sta parte un anda­mento a valanga; per poi accor­gersi, una volta usciti tem­po­ra­nea­mente o defi­ni­ti­va­mente di scena i desti­na­tari di tanta ammi­ra­zione, che i risul­tati del loro ope­rare — del loro «fare» in campo eco­no­mico, sociale, isti­tu­zio­nale e, soprat­tutto, cul­tu­rale — erano incon­si­stenti, nega­tivi, o addi­rit­tura dram­ma­tici. Ma rima­neva tut­ta­via, in alcuni angoli riser­vati del gior­na­li­smo car­ta­ceo e tele­vi­sivo, lo sforzo di un vaglio cri­tico delle misure assunte dai governi che lasciava uno spi­ra­glio alla legit­ti­ma­zione di un’opposizione. Da qual­che mese, al seguito della caval­cata sul nulla di Mat­teo Renzi — «dà con una mano per pren­dere con l’altra» (e molto di più) è la sin­tesi del suo ope­rato — il coro delle ova­zioni si è fatto assor­dante; lo spa­zio che gli riser­vano gior­nali e tv è tota­li­ta­rio (come docu­menta l’osservatorio sulle tv di Pavia); i toni sono peren­tori; i rimandi alle sue polie­dri­che capa­cità incon­ti­nenti; il ser­vi­li­smo degli adu­la­tori dila­gante (papa Fran­ce­sco copia «lo stile di Renzi» ci ha infor­mato un noti­zia­rio). Non c’è più un regime fasci­sta a imporre que­sto alli­nea­mento; sono piut­to­sto que­sti alli­nea­menti a creare le solide pre­messe di un «moderno» auto­ri­ta­ri­smo. «Moderno» per­ché è quello auspi­cato dall’alta finanza, che ormai con­trolla la poli­tica e le nostre vite; come emerge anche da un docu­mento spesso citato della Banca J.P.Morgan che si sca­glia con­tro le costi­tu­zioni anti­fa­sci­ste e demo­cra­ti­che che osta­co­le­reb­bero il pro­fi­cuo svol­gi­mento degli «affari». È l’autoritarismo per­se­guito dalle «riforme» costi­tu­zio­nali ed elet­to­rali di Renzi, tese a can­cel­lare con pre­mio e soglie di sbar­ra­mento ogni pos­si­bi­lità di con­tro­bi­lan­ciare i poteri dei par­titi — o del par­tito — al potere: non solo in Par­la­mento, ma ovun­que; a par­tire dai Comuni, non certo aiu­tati a «fare», bensì para­liz­zati dai tagli ai bilanci e dal patto di sta­bi­lità per costrin­gerli ad abdi­care dal loro ruolo, che è for­nire quei ser­vizi pub­blici locali di cui è intes­suta l’esistenza quo­ti­diana dei cit­ta­dini. Renzi, come Letta, Monti e Ber­lu­sconi, vuole costrin­gerli ad alie­narli: come aveva fatto Mus­so­lini sosti­tuendo ai con­si­gli comu­nali i suoi prefetti. Una riprova non mar­gi­nale di que­sto clima è il modo in cui stampa e media seguono la cam­pa­gna elet­to­rale euro­pea, con­fi­nan­dola inte­ra­mente in un con­fronto Renzi-Grillo (con Ber­lu­sconi ormai ai mar­gini) privo di con­te­nuti pro­gram­ma­tici e tutto incen­trato sulle diverse forme di «cari­sma» che i due lea­der esibiscono. In que­sto con­te­sto il silen­zio calato sulla lista L’altra Europa con Tsi­pras, l’unica che si pre­senta con un pro­gramma per cam­biare radi­cal­mente l’Europa (che è l’argomento di cui è proi­bito par­lare) e non per abban­do­narla insieme all’euro, né per con­ti­nuare sulla rotta di quell’austerity difesa e votata fino a ieri come pas­sag­gio obbli­gato per tor­nare alla “cre­scita”. Della lista L’altra Europa stampa e tv hanno seguito e ingi­gan­tito le dif­fi­coltà incon­trate nel corso della sua for­ma­zione, per poi calare una cor­tina di silen­zio totale sulla sua esi­stenza e sui suoi suc­cessi. La venuta di Tsi­pras a Palermo, con un tea­tro pieno, la gente in piedi e mille per­sone rima­ste fuori ad ascol­tare, con una visita all’albero di Fal­cone accom­pa­gnato da cen­ti­naia di soste­ni­tori e con l’incontro con il sosti­tuto Di Mat­teo, non ha meri­tato nem­meno un cenno o una riga. Nem­meno la con­se­gna delle 220 mila firme rac­colte per con­sen­tire la par­te­ci­pa­zione della liste alle ele­zioni, un risul­tato su cui molti media ave­vano scom­messo che non sarebbe mai stato rag­giunto, ha avuto la minima men­zione. L’apertura della cam­pa­gna elet­to­rale al tea­tro Gobetti di Torino con la par­te­ci­pa­zione di Gustavo Zagre­bel­sky e altre cen­ti­naia di soste­ni­tori è anch’essa scom­parsa nel nulla. Quando si accenna di sfug­gita alla lista L’altra Europa, per lo più per deni­grare o sbef­feg­giare i tanti intel­let­tuali di valore che la sosten­gono — ribat­tez­zati “pro­fes­so­roni”; e solo per que­sto se ne parla — il suo pro­gramma viene assi­mi­lato a quello dei no-euro, dei nazio­na­li­sti o addi­rit­tura dei fasci­sti. Per­ché “se non si è con Renzi non si può che essere con­tro l’Europa”. Il bara­tro in cui è pre­ci­pi­tato il gior­na­li­smo ita­liano si vede dal fatto che molti non rie­scono nem­meno a capire che si possa volere un’Europa diversa da quella che c’è; che è quella di Renzi, come lo era di Letta, di Monti e anche di Ber­lu­sconi e Tre­monti quando erano al governo. Eppure non è man­cato agli stessi gior­nali e tele­gior­nali lo spa­zio per occu­parsi del con­gresso del “nuovo” (il 14°) par­tito comu­ni­sta fon­dato da Rizzo, della pre­sen­ta­zione della lista elet­to­rale Sta­mina, della riam­mis­sione dei Verdi alla com­pe­ti­zione elet­to­rale anche senza aver rac­colto le firme (men­tre chi le ha rac­colte non ha meri­tato nem­meno una riga). Il tutto viene com­ple­tato con la pre­sen­ta­zione di son­daggi che danno la lista per morta: sono i tre divul­gati dalle tv di regime, men­tre tutti gli altri son­daggi la danno due o tre punti al di sopra della soglia di sbar­ra­mento, ma non ven­gono resi noti. Io, che ho lavo­rato anche in una società di son­daggi, so bene come si fa ad orien­tarli (e anche a fal­si­fi­carli) e quanto con­tri­bui­scano a “orien­tare” e a mani­po­lare la realtà. Gior­nali occu­pati dalla stig­ma­tiz­za­zione della casta non fanno un cenno del fatto che siamo l’unica lista ad affron­tare que­sta cam­pa­gna elet­to­rale senza un euro di finan­zia­menti di stato o di pub­bli­cità. E così via. Poco per volta, e a volte imper­cet­ti­bil­mente, si sci­vola verso un nuovo regime e in que­sta tem­pe­rie per­sino le cri­ti­che all’operato di Renzi ven­gono pro­po­ste come ragioni per un soste­gno dovuto e ine­lut­ta­bile. Tipico da que­sto punto di vista, per­ché rias­sume una para­bola che coin­volge un po’ tutti i com­men­ta­tori poli­tici che in qual­che modo devono misu­rarsi con numeri e dati che con­trad­di­cono fron­tal­mente le dichia­ra­zioni del lea­der, è l’editoriale (l’omelia set­ti­ma­nale) di Euge­nio Scal­fari com­parso sul numero pasquale diRepub­blica. In sostanza, vi si dice, gli 80 euro di Renzi sono una bufala senza coper­tura finan­zia­ria, che gli ser­virà per stra­vin­cere le ele­zioni euro­pee, anche se è basata un una serie di imbro­gli con­ta­bili che pre­sto ver­ranno alla luce. Ma — scrive Scal­fari, che pure, in mar­gine a una cri­tica alla riforma del Senato pro­po­sta da Renzi mani­fe­sta, senza sot­to­li­nearla, la con­sa­pe­vo­lezza che la sua riforma elet­to­rale stra­vol­gerà com­ple­ta­mente l’assetto demo­cra­tico del nostro paese — c’è da augu­rarsi comun­que che quell’imbroglio fun­zioni; per­ché così il governo si raf­for­zerà, recu­pe­rerà anche in Europa il pre­sti­gio per­duto e la cre­scita potrà ripar­tire. Il che mostra in che conto Scal­fari tenga “que­sta Europa”: quella a cui stiamo sacri­fi­cando le ormai molte “gene­ra­zioni per­dute” del nostro e di altri paesi, l’esistenza, la salute, la vec­chiaia e la vita stessa di un numero cre­scente di cit­ta­dini, di lavo­ra­tori e di impren­di­tori, e l’intero tes­suto pro­dut­tivo del nostro e paese. E mostra anche che idea abbia — e non solo lui — della cre­scita (il “flo­gi­sto” del nostro tempo, come lo chiama Luciano Gal­lino: tutti ne par­lano e nes­suno sa che cosa sia). Ma soprat­tutto mostra dove porta que­sta teo­ria, o visione, o per­ce­zione, sem­pre più dif­fusa dai media e tra la gente, del governo Renzi come “ultima spiag­gia”. Così, quando si sarà com­piuto il disa­stro eco­no­mico, sociale e isti­tu­zio­nale a cui ci sta tra­sci­nando quella sua caval­cata fatta di vuote pro­messe, di truc­chi con­ta­bili e di nes­suna capa­cità di pro­get­tare un vero cam­bia­mento di rotta per l’Italia e per l’Europa, non si potrà più tor­nare indie­tro. È per que­sto che biso­gna fer­marlo qui e ora, a par­tire da un rove­scia­mento dei pro­no­stici — meglio sarebbe chia­marli auspici di regime — tutti a favore delle destre nazio­na­li­ste e raz­zi­ste masche­rate die­tro la cam­pa­gna anti-euro, o delle lar­ghe intese tra Ppe e Pse, con le quali la poli­tica eco­no­mica, fiscale e mone­ta­ria dell’Unione dovrebbe pro­se­guire indi­stur­bata il suo cam­mino di distruzione.

Guido Viale il manifesto

 
 
 

TRIVELLAZIONI, FINO ALL'ULTIMA GOCCIA

Post n°729 pubblicato il 22 Aprile 2014 da red67ag

Cre­sce in una parte rile­vante del nostro paese la pre­oc­cu­pa­zione delle popo­la­zioni per le nuove tri­vel­la­zioni petro­li­fere, in terra e in mare, che dall’Emilia Roma­gna arri­vano alla Cala­bria jonica, ormai senza solu­zioni di con­ti­nuità. Si tri­vella e si avan­zano richie­ste di tri­vel­la­zioni nei siti più peri­co­losi dal punto di vista sismico e rile­vanti sul piano pae­sag­gi­stico. Mal­grado diversi studi geo­lo­gici abbiamo dimo­strato che esi­ste una cor­re­la­zione, in alcune aree sismi­che, tra ter­re­moti e tri­vel­la­zioni, si con­ti­nua a sca­vare e a pro­get­tare nuove tri­vel­la­zioni. Ormai senza più limiti, né sociali, né ambientali. Come in tutto il mondo: dal Polo Artico ai grandi par­chi natu­rali dell’Africa e dell’America Latina, alle riserve di bio­sfera delle regioni più remote dell’Amazzonia, dovun­que si tri­vella, si buca come un for­mag­gio sviz­zero la terra e si scava in pro­fon­dità nel sot­to­suolo dei mari e degli oceani. Dopo decenni in cui si è detto e scritto, a par­tire dal famoso Report del Club di Roma «I limiti dello svi­luppo» (1970), che le risorse natu­rali sono finite, sem­bra che oggi l’umanità riviva il sogno pro­me­teico della cre­scita infi­nita, del nuovo far west legato alle nuove tec­no­lo­gie di estra­zione degli idro­car­buri. Si era detto, agli inizi di que­sto secolo, che a que­sto ritmo di sfrut­ta­mento le risorse di petro­lio e gas della terra si sareb­bero esau­rite in trenta-quarant’anni. Oggi, que­sta pre­vi­sione viene smen­tita dall’uso della tec­no­lo­gia della fran­tu­ma­zione idrau­lica delle rocce — con l’impiego di cen­ti­naia di sostanze chi­mi­che! — per estrarre gas metano, così come da sistemi di tri­vel­la­zione che sca­vano ancora più in pro­fon­dità nel cuore della madre-terra. E poi, con il disgelo del con­ti­nente artico legato ai cam­bia­menti cli­ma­tici, si apre una nuova, immensa, oppor­tu­nità per estrarre petro­lio e gas nel luogo più incon­ta­mi­nato della terra. Insomma, saranno pure limi­tate le risorse di idro­car­buri, ma non sap­piamo più quando avremo finito di sco­prire nuove fonti di pro­du­zione. Il modello di svi­luppo oil–addict ha così ripreso vigore negli ultimi tre anni, e gli Usa entro il 2016 diven­te­ranno auto­suf­fi­cienti , con la pro­spet­tiva di espor­tare il loro gas metano estratto dalle sab­bie e rocce bitu­mi­nose (shale gas). Tec­no­lo­gia che vor­reb­bero espor­tare in Europa con il fami­ge­rato TTIP, il trat­tato di libero scam­bio Usa-Ue. Non c’è quindi da stu­pirsi se sono crol­lati gli inve­sti­menti nelle tec­no­lo­gie rin­no­va­bili (-18 per cento negli ultimi due anni) in tutto il mondo ad ecce­zione della Cina, men­tre cre­scono quelli dell’industria petrolifera. Così è adesso chiaro per­ché tutti i governi occi­den­tali stanno tagliando gli incen­tivi alle ener­gie rin­no­va­bili: gli extra­pro­fitti ritor­nano ad essere legati agli idro­car­buri. Il movi­mento eco­lo­gi­sta è in riti­rata in gran parte del pia­neta, per­ché la crisi eco­no­mica ha dato la prio­rità alla cre­scita ed al debito finan­zia­rio, men­tre il «debito eco­lo­gico» è diven­tato un tabù, anche in que­sta cam­pa­gna elet­to­rale per il Par­la­mento euro­peo (con la sola ecce­zione di qual­che voce den­tro la lista che sostiene Ale­xis Tsi­pras). L’errore di fondo del mondo ambien­ta­li­sta è stato quello di aver sot­to­va­lu­tato la capa­cità del modo di pro­du­zione capi­ta­li­stico di tro­vare nuovi ter­ri­tori e tec­no­lo­gie per sfrut­tare la terra ed il mare fino all’ultima goc­cia di petro­lio. Un movi­mento folle che non si ferma di fronte alla cata­strofe ambien­tale che le tri­vel­la­zioni ed il frac­king delle rocce pro­cu­rano ogni giorno di più. Avremo sem­pre più ter­re­moti, aumen­terà l’impatto del muta­mento cli­ma­tico, nes­sun lembo di terra o di mare si sal­verà se non saremo capaci di fer­mare que­sta corsa verso l’autodistruzione. Per for­tuna cre­sce il movi­mento No Triv, in Ita­lia ed in gran parte del pia­neta, ma non può essere lasciato da solo ad affron­tare uno scon­tro impari, men­tre tutte le forze poli­ti­che met­tono al primo posto la Cre­scita, come se solo dall’aumento del Pil dipen­desse il nostro benes­sere. Certo che un lavoro digni­toso ed un red­dito decente sono prio­rità, ma vanno otte­nute e con­qui­state con una equa redi­stri­bu­zione del red­dito nazio­nale, con una equa ripar­ti­zione del monte ore di lavoro real­mente neces­sa­rio e con un rispar­mio cre­scente delle risorse natu­rali non riproducibili. Dob­biamo pren­dere coscienza del fatto che il finan­z­ca­pi­ta­li­smo, secondo la felice espres­sione di Luciano Gal­lino, è un modo di pro­du­zione in cui la com­po­nente distrut­tiva eccede lar­ga­mente quella costrut­tiva, un modello socio-economico in cui il pro­cesso di mer­ci­fi­ca­zione di «terra-lavoro-moneta» è arri­vato al culmine. È un malato ter­mi­nale a cui con­ti­nuiamo a fare inu­tili tra­sfu­sioni di san­gue, del san­gue della terra (il petro­lio è tale secondo alcune comu­nità native delle Ande) e di quella degli esseri viventi. È arri­vato il tempo di fer­marsi, di non aspet­tare che si arrivi all’ultima goc­cia di petrolio. 

Tonino Perna  il manifesto 

 
 
 

LE PAGINE DELLA CRISI

Post n°728 pubblicato il 21 Aprile 2014 da red67ag

E insomma qui da noi non c’è nes­suno che scriva un romanzo sulla crisi eco­no­mica? Il dis­se­sto del ceto medio, l’eclissi delle spe­ranze, la rovina psi­chica che segue quella sociale, non c’è nes­suno capace di tesau­riz­zare sulla pagina que­sta fase di depres­sione, come capita, come è sem­pre capi­tato – pen­siamo a Stein­beck e Faul­k­ner dopo il ’29, pen­siamo ai nostri Piran­dello, Verga e De Roberto con la crisi di fin de sie­cle, pen­siamo chessò all’esplosione arti­stica dell’Argentina post-Menem… E in Ita­lia, nel 2014, per­ché non si avvera quella pro­fe­zia tutto som­mato facile che Mario Var­gas Llosa for­mu­lava nel 2008 allo scop­piare della bolla finan­zia­ria: «La crisi eco­no­mica avrà almeno un effetto posi­tivo, quello sulla let­te­ra­tura»? È una domanda che si è fatto già nel gen­naio 2012, in un arti­colo simile a que­sto, Ales­san­dro Beretta. Sull’inserto cul­tu­rale del Cor­riere della Sera con­clu­deva che in Ita­lia nes­sun nar­ra­tore pren­deva sul serio que­sta sfida. E sem­bra vero: dopo la massa – se non la moda – di libri sul pre­ca­riato (inchie­ste, romanzi, memoir, saggi, Mur­gia, Nove, Falco, De Siati…), il pas­sag­gio man­cante è quello che porta dalla denun­cia testi­mo­niale alla ela­bo­ra­zione di un’opera-mondo, di un grande affre­sco, di una meta­fora illu­mi­nante. Anche le nar­ra­zioni sul declino indu­striale – come La dismis­sione di Ermanno Rea, Sto­ria della mia gente di Edoardo Nesi, Acciaio di Sil­via Aval­lone, Invi­si­bile è la tua vera patria di Gian­carlo Liviano D’Arcangelo… – rac­con­tano sol­tanto un pezzo della crisi ita­liana e pon­gono un tema che è almeno tren­ten­nale: come non sen­tirsi tur­bati da un Nove­cento ope­raio che va morendo? Men­tre la crisi inau­gu­rata dal crollo dei mutui sub-prime, lo sap­piamo bene, evoca un oriz­zonte più fosco anche del pae­sag­gio spet­trale popo­lato di fab­bri­che abban­do­nate: come comu­ni­carlo que­sto senso di “crisi per­ce­pita”, come pen­sare di rac­con­tare una società come quella ita­liana dove invece di coscienze di classe, scio­peri estesi, con­flitto dif­fuso abbiamo a che fare con una sorta di implo­sione del males­sere, lotte sin­da­cali sosti­tuite dall’uso mas­sivo di psi­co­far­maci? Se qual­cosa può la let­te­ra­tura è uti­liz­zare i suoi mezzi, che sono la lin­gua e l’immaginazione. Per que­sto i lavori recenti più inte­res­santi sono quelli che insi­nuano un ele­mento di assur­dità, di distacco, di iro­nia, che invece di essere ade­sivi nella denun­cia di un disa­stro ope­rano un rove­scia­mento. Pren­diamo Per­ciò veniamo bene nelle foto­gra­fie di Fran­ce­sco Tar­ghetta quando aggiorna il romanzo in versi di Paglia­rani e Ber­to­lucci per immor­ta­lare un una con­di­zione che da gene­ra­zio­nale si è fatta cro­nica – il tempo post-universitario – eva­ne­scente, lim­bica, rin­chiusa in un’ambra atem­po­rale che solo la poe­sia, con la sua capa­cità asso­cia­tiva, può ren­dere. Pren­diamo Nes­suno è indi­spen­sa­bile di Peppe Fiore quando si mette nel solco della tra­di­zione della let­te­ra­tura indu­striale (Vol­poni, Ottieri, Bale­strini) ripen­san­dola in una chiave trash: ecco un’azienda per­fetta dove però all’improvviso si assi­ste a una serie inspie­ga­bile di sui­cidi cruenti. Pren­diamo L’uomo d’argento di Clau­dio Morici quando costrui­sce un romanzo gene­ra­zio­nale cam­biato di segno e crea un’utopia inquie­tante di un nean­che troppo fan­ta­scien­ti­fico mondo della post-crisi: il lavoro non esi­ste più, non c’è più uno strac­cio di benes­sere, ma la birra è gra­tis dovun­que e le rela­zioni – mutate gene­ti­ca­mente – non gene­rano più quei pro­blemi legati alla pro­get­tua­lità o alla ricerca di senso per cui met­tiamo in gioco i nostri sen­ti­menti. Accet­tiamo il futuro possa essere iden­tico al pre­sente, ed ecco con un ango­sciante tocco di bac­chetta magica anche le nostre intem­pe­ranze, le nostre delu­sioni, e – viene da dire – “tutto ciò che è solido si dis­solve nell’aria”. E, come chio­sava sem­pre Marx, ognuno sarà costretto “a guar­dare con occhio disin­can­tato la pro­pria posi­zione e i pro­pri reci­proci rapporti”. Ma se que­sti tre esempi sono ten­ta­tivi con­sa­pe­voli, anche forse dei bat­ti­pi­sta per una let­te­ra­tura che verrà nel momento in cui la crisi non sarà più un trauma ma una pato­lo­gia ormai gene­tica; sarebbe impor­tante anche foca­liz­zarci su un’altra pro­du­zione let­te­ra­ria, quella più main­stream, ma anche quella ama­to­riale, andare a rico­no­scere nei romanzi pub­bli­cati con il sel­fpu­bli­shing, nei diari in rete, nei mano­scritti inviati alle case edi­trici, quali sono i sin­tomi di muta­menti gene­rali, e rico­no­scere forse il crollo anche di un’attesa nei con­fronti di cosa può fare l’arte. È signi­fi­ca­tivo, per fare l’esempio più scioc­cante, in que­sto senso la riscrit­tura rab­ber­ciata che qual­che giorno fa Beppe Grillo ha fatto della poe­sia che è all’inizio diSe que­sto è un uomo. Non è tanto scan­da­loso per me pie­gare le pagine sull’Olocausto a un altro fine bas­sa­mente poli­tico, ma è ter­ri­bile farlo in un modo così pede­stre. Se Grillo si con­cede di farlo è per­ché sente come la let­te­ra­tura anche oggi, nel paese in cui vive, abbia perso la sua forza uto­pica, la sua dimen­sione di alte­rità pro­fonda, la sua capa­cità di com­piere sem­pre l’ultimo giro di vite.

Christian Raimo il manifesto

 
 
 

AL QUADRARO UNA STORIA CHE ILLUMINA IL PRESENTE

Post n°727 pubblicato il 18 Aprile 2014 da red67ag

Quando all'alba del 17 aprile 1944 prese avvio l'«Operazione Balena» la città di Roma era già stata sot­to­po­sta alla stra­te­gia mili­tare nazi­sta del «ter­rore preventivo». La capi­tale aveva infatti assi­stito alle depor­ta­zioni nei lager — il 7 e il 16 otto­bre 1943 — di oltre due­mila cara­bi­nieri, di 1.024 ebrei e alla strage delle Fosse Ardea­tine del 24 marzo 1944, vivendo, inol­tre, l'incubo delle camere di tor­tura di via Tasso e delle pen­sioni Jac­ca­rino e Oltremare. Tra i tanti dram­ma­tici sfregi inferti alla città durante i nove mesi di occu­pa­zione nazi­fa­sci­sta quello subito dal quar­tiere del Qua­draro — circa 2.000 uomini rastrel­lati e 947 depor­tati nei campi in Ger­ma­nia per i lavori for­zati — rap­pre­senta un fatto che sto­ri­ca­mente rie­sce a rac­chiu­dere le tante, dif­formi iden­tità della resi­stenza romana sin­te­tiz­zate dalla affer­ma­zione dell'allora con­sole tede­sco Frie­drich Eitel Moel­lhau­sen secondo cui vi erano a Roma due soli luo­ghi di rifu­gio per par­ti­giani, anti­fa­sci­sti o reni­tenti alla leva: il Vati­cano ed il Qua­draro appunto. E fu pro­prio que­sta la ragione di fondo che spinse gli coman­danti mili­tari tede­schi, Her­bert Kap­pler e Albert Kes­ser­ling, ad agire con­tro quel «nido di vespe», così veniva defi­nito il Qua­draro, dove gran parte delle for­ma­zioni par­ti­giane — dai Gruppi d'Azione Patriot­tica a Ban­diera Rossa, dalle bri­gate Mat­teotti a Giu­sti­zia e Libertà — orga­niz­za­vano la lotta di liberazione. Il «ter­rore pre­ven­tivo» era una con­sueta stra­te­gia mili­tare dalle truppe tede­sche, come testi­mo­niano le stragi di Mar­za­botto o di Sant'Anna di Staz­zema. E pro­prio nell'ottica di fare terra bru­ciata intorno ai par­ti­giani prese forma, il 17 aprile 1944. l'azione di rastral­la­mento nella bor­gata ribelle. A settant'anni dai fatti, le domande che la sto­ria pone al pre­sente richia­mano l'onere della respon­sa­bi­lità pub­blica di fronte al fatto che molti dei testi­moni di que­gli avve­ni­menti sono morti. E que­sto, nono­stante la meda­glia d'oro al valor civile con­fe­rita dal Pre­si­dente della Repub­blica Carlo Aze­glio Ciampi nel 2004 e la pub­bli­ca­zione di diversi volumi come Qua­draro una sto­ria esem­plare di Fran­ce­sco Sir­leto e La Bor­gata ribelle di Wal­ter De Cesaris. Per que­sto venir meno della sto­ria orale costi­tuita dai rac­conti dei testi­moni di allora, va affer­mata la neces­sità di un supe­ra­mento delle for­mule retorico-celebrative per ricom­porre quelle vicende sto­ri­che, con tutto il loro por­tato di com­ples­sità e cri­ti­cità. Un'operazione tesa a ela­bo­rare una chiave di let­tura che rico­strui­sca e ridia un senso alla sto­ria, in una realtà con­tem­po­ra­nea che afferma come postu­lato asso­luto la cen­tra­lità di un eterno pre­sente che isola i sin­goli dai vis­suti collettivi. La vicenda del Qua­draro parla di uno spac­cato civile capace di pen­sarsi e sen­tirsi col­let­ti­va­mente in alte­rità con un ordine ostile e dit­ta­to­riale: per que­sto non può né deve essere ricon­dotta entro gli stretti con­fini del para­digma vit­ti­mi­stico, che troppo spesso sot­tende alle rico­stru­zioni pub­bli­che delle avve­ni­menti sto­rici dell'Italia del 1943–1945; né rima­nere vin­co­lata alla sola memo­ria del «non dimen­ti­care», anti­ca­mera di quelle nar­ra­zioni sosti­tu­tive incen­trate esclu­si­va­mente su imma­gini empa­ti­che modu­late sui cri­teri delle fic­tion televisive. Oltre che a «non dimen­ti­care» la sto­ria di un pezzo della città ribelle può inol­tre ser­vire anche «a fare», affin­ché il rastrel­la­mento puni­tivo di un quar­tiere della capi­tale nel lon­tano 1944 non rimanga sol­tanto memo­ria di «chi c'era» ma rap­pre­senti la radice del pre­sente per «chi c'è».

Davide Conti il manifesto

 
 
 

ORDINARIA VIOLENZA

Post n°726 pubblicato il 17 Aprile 2014 da red67ag

Il «cre­tino», quello che scam­bia il corpo di una gio­vane ragazza per uno zai­netto impu­ne­mente cal­pe­sta­bile, il poli­ziotto in bor­ghese esi­bito ripe­tu­ta­mente da gior­nali e tele­vi­sioni come sim­bolo media­tico di ogni vio­lenza poli­zie­sca «fuori dalle regole», l’uomo messo all’indice dalla recita dello stato di diritto che «non guarda in fac­cia nes­suno» non dovrebbe sen­tirsi troppo solo. Pas­sano pochi giorni dalle cari­che di piazza Bar­be­rini ed ecco che i suoi col­le­ghi, nel corso dello sgom­bero vio­lento di una palaz­zina nel quar­tiere romano della Mon­ta­gnola, que­sta volta in divisa, si acca­ni­scono a colpi di man­ga­nello su chi giace inerme in terra. Con tutta evi­denza non può essere scam­biato per uno zaino o un sacco della spaz­za­tura. Sono corpi ben rico­no­sci­bili e del tutto inca­paci di difen­dersi quelli che ven­gono ripe­tu­ta­mente, deli­be­ra­ta­mente, col­piti a san­gue da un folto gruppo di poliziotti. È uno sgom­bero di occu­panti, di senza casa, di sfrat­tati, non ci sono Palazzi del potere da difen­dere, zone rosse o piazze da tenere sotto con­trollo. Si tratta solo di fare male e di fare paura. Di una stra­te­gia della deter­renza dif­fi­cil­mente ricon­du­ci­bile al puro e sem­plice pia­cere poli­zie­sco di menar le mani. Il video che ritrae il pestag­gio è, se pos­si­bile, ancora più crudo di quelli girati durante le cari­che di sabato scorso. Non offre «immagini-simbolo» tenere o com­mo­venti su cui fare cat­tiva poe­sia. Solo la testi­mo­nianza di quell’ordinaria vio­lenza che quo­ti­dia­na­mente si eser­cita nelle caserme, nelle car­ceri, per le strade e che, nel corso degli ultimi anni, si è lasciata die­tro un buon numero di vittime. La gra­tuita bru­ta­lità messa in campo alla Mon­ta­gnola non può che signi­fi­care due cose. O che ciò che dicono i ver­tici della poli­zia e il Mini­stero degli interni conta meno di niente, che gli agenti se ne infi­schiano alta­mente. O che, «con­tror­dine ragazzi! Nes­suno vi vieta di pestare a pia­ci­mento, anzi». A dire il vero c’è anche una terza pos­si­bi­lità: che tutta que­sta indi­gna­zione per i diritti (e i corpi) cal­pe­stati dei cit­ta­dini non sia altro che una mise­ra­bile messa in scena. E forse è pro­prio quest’ultima even­tua­lità la più pro­ba­bile. Gli «eccessi» di poli­zia in Fran­cia li chia­mano «sba­va­ture», qui da noi ci si con­sola con la trita sto­riella delle «mele marce». Ma tutti sanno che il pro­blema sta nel frut­teto e, ancor più, nel suo coltivatore.

Marco Bascetta il manifesto

 
 
 
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