Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

 

LA LEGA PRENDE PIAZZA DUOMO

Post n°900 pubblicato il 19 Ottobre 2014 da red67ag

MILANO. Il tabù infranto, mai nella storia razzisti e fascisti avevano marciato in questa città. Il successo del raduno voluto da Salvini chiama in causa la sinistra che non c’è. Centri sociali e studenti sfilano soli contro la destra

leganord_R400Que­sto disa­gio cos’è? Dif­fi­cile da spie­gare. Forse la sen­sa­zione fisica di essere stati let­te­ral­mente can­cel­lati dalla sto­ria. Pro­prio qui, in piazza Duomo. La «nostra», dice­vamo fino a ieri. Doveva suc­ce­dere. Era nell’aria e adesso si spre­che­ranno le ana­lisi. O forse faremo finta di niente. Ma dove cazzo era­vamo? Già. Troppo tardi ormai. In Ita­lia c’è un nuovo par­tito anti sistema di massa. Il suo lea­der è abile, fur­betto. Il par­tito è di destra. Di estrema destra. Prima o poi farà il pieno di voti. Moderno. Forte, radi­cato nel ter­ri­to­rio, popo­lare, inter­clas­si­sta, pieno di vec­chi e di gio­vani dispo­sti a met­tersi in gioco. Sono orgo­gliosi di esserci, brutti per il nostro stra­bico punto di vista. Ma è il «popolo», lo chia­ma­vamo così.

Eccolo qua. Non sono più sfi­gati, sono minac­ciosi, non par­lano solo ber­ga­ma­sco o bre­sciano, ven­gono dal sud Ita­lia, dalle Mar­che, dalla Cala­bria. Fasci­sti, veri. Per­ché il primo par­tito di massa in Ita­lia è un par­tito a voca­zione nazio­na­li­sta, «da Trento a Palermo» come dice il capo supremo — sem­bra il fra­tello gemello dell’altro Mat­teo. Poi lungo il cor­teo qual­che sim­pa­ti­cone vaneg­gia ancora di seces­sione, ma quella è sto­ria vec­chia, il bor­bot­tare di Bossi che fa pena quando bia­scica dal palco.
La con­fu­sione è tanta sotto anche il cielo leghi­sta, ma il mes­sag­gio è forte e chiaro e garan­ti­sce agi­bi­lità per tutti. Sono raz­zi­sti, can­tano le can­zon­cine con­tro i «clan­de­stini», ridono, e fun­ziona. Pacioc­coni e pic­chia­tori stanno facendo un pezzo di strada insieme. Sono giu­sta­mente con­tro l’Europa delle ban­che e con­tro l’austerity che affama i cit­ta­dini (anche loro, solo che la sini­stra in un solo anno è riu­scita a per­dere per strada un milione di voti con la Lista Tsi­pras). Come mai? Pro­blemi di cre­di­bi­lità? Forse abbiamo urgen­te­mente biso­gno di un altro Mat­teo tutto nostro? L’argomento è spi­noso, e non è ancora comin­ciata l’analisi. Biso­gna rico­no­scerlo. Sal­vini ha vinto. E dopo que­sta gior­nata forse biso­gne­rebbe smet­terla di rac­con­tarsi la sto­riella edi­fi­cante di Milano città meda­glia d’oro della Resi­stenza. Se così fosse non sarebbe successo.

Mai vista una piazza del Duomo così. Se vogliamo rima­nere sul sim­bo­lico, che tanto sim­bo­lico non è, pro­prio in que­sta città, guar­diamo l’ultimo spez­zone di cor­teo che entra in piazza. Fis­sia­molo negli occhi. I vec­chi can­tano le loro can­zoni con un filo di voce, sono com­mossi. Lo sguardo perso. Alle vec­chie vedove non pare vero, si com­muo­vono anche: piazza Duomo, piazza Duomo, «ma allora è vero». Sì. I gio­vani sfi­lano die­tro le inse­gne di Casa Pound, il ser­vi­zio d’ordine è rigo­roso, sim­pa­tico, hanno vinto, sono alle­gri: sono fasci­sti gio­vani, loro hanno sof­ferto meno, arri­vano da tutta Ita­lia (Lazio, Cala­bria, Mar­che, Pie­monte, Abruzzo, Lom­bar­dia) entrano per la prima volta in que­sta piazza. E’ un ingresso trion­fale, pro­ba­bil­mente tre­mano le gambe. Il brac­cio teso. Il tabù è infranto. Saranno due­mila. Pochi? Tan­tis­simi. Intorno a loro c’è la piazza più acco­gliente che esi­sta in Ita­lia: diciamo 80 mila per­sone. Una marea. Ci scap­pe­rebbe la con­si­de­ra­zione enfa­tica, se dices­simo che mai nella sto­ria repub­bli­cana i fasci­sti hanno messo piede in piazza Duomo can­tando le loro can­zoni, per dare forza e lugu­bre sostanza a decine di migliaia di per­sone che per tutta la gior­nata non hanno fatto altro che pren­der­sela con gli stra­nieri, oltrag­giando i morti. Vin­cono e vin­ce­ranno facile, per­ché gio­cano da soli.

Il comi­zio del lea­der è uno show. Una mace­do­nia di popu­li­smo, dema­go­gia, deliri este­ro­fili, raz­zi­smo gua­scone, vio­lenza, con accenti di buon senso che sem­pre arri­vano alla pan­cia di «quelli che non arri­vano alla fine del mese». Il ragazzo è abile. Non ce l’ha con i gay, per esem­pio, mica è scemo, solo che «i gay piut­to­sto che spo­sarsi magari pre­fe­ri­reb­bero avere un lavoro». Esor­di­sce salu­tando Putin, il suo nuovo amico, e sul palco spunta un amba­scia­tore della Rus­sia che gli porge un rega­lino da parte dello zar. Poi spu­pazza un neo­nato, «siamo in que­sta piazza per il futuro dei nostri figli». Liscia il pelo ai pen­sio­nati. Evoca le mele delle Val­tel­lina per dare dei «pirla» a quelli di Bru­xel­les, poi evoca Oriana Fal­lacci. L’ordine dei gior­na­li­sti è «del cazzo» e il canone della Rai non biso­gna più pagarlo. Vuole la castra­zione chi­mica per gli stu­pra­tori, chiama in causa Napo­li­tano per­ché vuole la gra­zia per un tale che ha ucciso un rapi­na­tore. Non vuole nean­che una moschea. E vuole la fine di Mare Nostrum (la vuole anche il governo Renzi-Alfano). Niente di nuovo, ma dirom­pente. Poi chiama la piazza a scam­biarsi un segno di pace «per met­tersi in gioco», ottan­ta­mila per­sone si danno la mano per giu­rarsi non si sa cosa. Ma ieri è nata la nuova destra popo­lare italiana.

Quanto ci riguarda? Molto, eppure in pochi l’hanno com­preso. Il sin­daco Giu­liano Pisa­pia, per esem­pio, non deve essersi accorto di cosa è acca­duto sotto le sue fine­stre se a cose fatte rila­scia solo uno stri­min­zito comu­ni­cato per dire che «Milano è ed è sem­pre stata una città demo­cra­tica che non può accet­tare tali atteg­gia­menti lesivi della dignità dell’essere umano solo per­ché stra­niero». Dav­vero Milano non può accet­tare? Allora non se n’è accorto nes­suno. Gli assenti non hanno scuse, per­ché que­sta non è una volta qual­siasi e tutta la sini­stra ha lasciato campo libero a una offen­siva aper­ta­mente rea­zio­na­ria e raz­zi­sta, men­tre crisi e disa­gio sociale stanno ali­men­tando una peri­co­losa guerra tra poveri. E la Cgil, che ha saputo rimet­tersi in mar­cia sul lavoro, non ha capito cosa signi­fica sot­to­va­lu­tare il raduno leghi­sta e lasciare libera la piazza.

Per que­sto biso­gne­rebbe com­pli­men­tarsi con tutti quelli che ieri pome­rig­gio hanno sen­tito il biso­gno di esserci per dare almeno un segnale. Rin­gra­ziarli uno a uno. Si sono ritro­vati in piazza per un altro cor­teo, con altri pen­sieri. Sta­vano bene insieme, erano troppo lon­tani dal Duomo. Tre­mila per­sone, stu­denti, cen­tri sociali, la solita sini­stra spar­pa­gliata che se non altro non ha perso il rispetto per la pro­pria sto­ria e che man­tiene viva quella sfron­ta­tezza che serve per guar­darsi in fac­cia anche quando la situa­zione butta male. E sta­volta butta male dav­vero. Forse non bastano più i riflessi condizionati.

Luca Fazio - il manifesto

 
 
 

UNA GUERRA DENTRO IL CETO MEDIO

Post n°899 pubblicato il 18 Ottobre 2014 da red67ag

C'è un mondo del non lavoro che com­prende oggi otto milioni di per­sone. Ex-occupati che hanno perso il lavoro, gio­vani che lo cer­cano per la prima volta e non lo tro­vano, donne che, per ristret­tezze fami­liari, lo cer­cano anche se non più giovanissime.

Lo com­pon­gono altret­tante per­sone che non sanno a chi rivol­gersi e, quindi, non lo cer­cano “inten­sa­mente” e, per­ciò, non rien­trano tra i disoc­cu­pati, ma tra gli “sco­rag­giati”, cate­go­ria di per­sone prima psi­co­lo­gica ed adesso, final­mente, anche sta­ti­stica. Lo com­pon­gono anche tanti cas­sin­te­grati, sta­ti­sti­ca­mente occu­pati e psi­co­lo­gi­ca­mente esclusi, ed i “lavo­ra­tori in mobi­lità”, che popo­lano quel pur­ga­to­rio tra un lavoro per­duto ed uno che dif­fi­cil­mente tro­ve­ranno.
Otto milioni di per­sone sono un bel “bacino elet­to­rale”. Ma essi non sono soli. Nella società ita­liana, più che in altri paesi, esi­ste un tes­suto, una rete fami­liare ed ami­cale, che offre un tetto fino ai 35–40 anni, che tra­vasa la bassa pen­sione o lo scarso red­dito, che atte­nua ed ammor­tizza, quando può e come può, il disa­gio sociale che ne sca­tu­ri­sce (a quando una bella mani­fe­sta­zione delle mamme di Piazza del Popolo Precario?).

Con­si­de­rando anche loro, quindi, il bacino elet­to­rale si allarga oltre i 15 milioni. Un “mer­cato elet­to­rale poten­ziale” di que­ste dimen­sioni fa gola a molti ed è ter­reno di con­qui­sta. Una volta si pen­sava che que­sto fosse un bacino elet­to­rale “natu­ral­mente” orien­tato a sini­stra e le lotte “per il lavoro e per il sud”, pro­mosse dalla Cgil di Di Vit­to­rio e pro­trat­tesi fino agli anni set­tanta, costi­tui­vano il nesso sociale tra disoc­cu­pa­zione, lavoro e sini­stra. Ma erano vera­mente altri tempi.Negli ultimi decenni gio­vani e disoc­cu­pati hanno votato più Forza Ita­lia che sini­stra ed adesso, col declino di Ber­lu­sconi, que­sto “mondo del non lavoro allar­gato” di cui stiamo par­lando è elet­to­ral­mente “con­ten­di­bile” da tutti.

Que­sto lo aveva capito per primo Grillo, diven­tando la mag­giore forza tra i disoc­cu­pati, e subito dopo lo ha capito Renzi che, par­lando invece che di “piano del lavoro” di jobs act, usando inglese, tweet ed hash­tag e mar­tel­lando sulla fidu­cia nel futuro, cerca di fare di que­sto mondo la sua base di massa.

In que­sto tra­gitto comu­ni­ca­tivo, sin­da­cati, sini­stra e lavo­ra­tori a tempo inde­ter­mi­nato ven­gono addi­tati come respon­sa­bili, difen­sori di pri­vi­legi acqui­siti, capri espia­tori. Da qui a dire che se i gio­vani non tro­vano lavoro è per colpa dell’art.18, il passo è stato breve e scam­biare qual­che diritto in meno, con la spe­ranza di qual­che posto di lavoro in più una con­se­guenza logica e natu­rale.
Sap­piamo bene che nes­suna ana­lisi eco­no­mica seria può aval­lare que­ste affer­ma­zioni ed è evi­dente che esse sono stru­men­tali: hanno il solo scopo di per­se­guire e pro­se­guire lo sfon­da­mento poli­tico al cen­tro ed a destra, com­ple­tare la muta­zione gene­tica del Pd e costruire un neo-centrismo che superi il bipo­la­ri­smo incor­po­ran­dolo al suo interno.
Il vero patto del Naza­reno si sta pian piano disve­lando come un’intesa stra­te­gica volta a ridi­se­gnare il pano­rama poli­tico con un Par­tito Cen­trale che per essere tale deve andare oltre la tra­di­zio­nale divi­sione tra cen­tro destra e cen­tro sinistra.

A me sem­bra che, in que­sto campo, Renzi abbia una pre­cisa stra­te­gia che non è solo comu­ni­ca­tiva, ma poli­tica. Renzi ha una sua idea di redi­stri­bu­zione ed una sua filo­so­fia poli­tica: la glo­ba­liz­za­zione e le poli­ti­che mone­ta­rie domi­nanti lasciano pochi mar­gini per riforme eco­no­mi­che in grado di ridurre le disu­gua­glianze; la redi­stri­bu­zione, per­ciò, non può essere quella teo­riz­zata dalla sini­stra, tra lavoro e capi­tale, dai ceti ric­chi a quelli poveri; essa non può che essere “interna” al mondo del lavoro ed agli strati medio — bassi della società; quindi, niente vec­chi arnesi dell’armamentario di sini­stra come tas­sa­zione dei grandi patri­moni o pro­gres­si­vità, ma idee “nuove”.

Redi­stri­bu­zione dei diritti. Togliere diritti ad alcuni, pro­met­tere lavoro ad altri. Che quello che si toglie sia certo e quello che si pro­mette incerto, conta poco per­ché ci si rivolge a due sog­getti ai quali non si toglie niente: agli impren­di­tori, ita­liani e soprat­tutto stra­nieri, invi­tati ad inve­stire, ai gio­vani, invi­tati a spe­rare. Ci saranno que­sti effetti? Molto pro­ba­bil­mente no, ma l’importante è dimo­strare che Renzi ci crede e man­te­nere que­sto feeling fino alle pros­sime ele­zioni, quando que­sti voti saranno neces­sari per pren­dere in mano il paese per cinque-anni-cinque e ridi­men­sio­nare ogni oppo­si­zione interna ed esterna.

Redi­stri­bu­zione dei red­diti. Rien­tra in que­sta tipo­lo­gia, innan­zi­tutto la scelta degli 80 euro che sul piano macroe­co­no­mico non ha pagato per­ché non ha rilan­ciato la domanda, ma su quello elet­to­rale sì. Che poi essa venga coperta con minori ser­vizi e mag­giori tasse locali conta poco. I “bene­fi­ciari” sono iden­ti­fi­ca­bili e sono stati in buona parte grati. I “sacri­fi­cati” sono molti di più, ma sono spar­pa­gliati. Tra loro ci sono anche i bene­fi­ciari, ma essi non hanno potuto cogliere la rela­zione tra soldi che entra­vano e soldi che usci­vano ed anzi sono stati indotti a pen­sare che quelli che entra­vano sono merito di Renzi, quelli che usci­vano, dopo, a rate e per tasse dai nomi mute­voli, sono colpa degli ammi­ni­stra­tori locali, spre­coni ed inef­fi­cienti. Colpa della poli­tica. Quindi bene ha fatto il nostro ad eli­mi­nare gli eletti al senato ed alle province.

In que­sta stessa tipo­lo­gia di redi­stri­bu­zione “interna”, di una sorta di par­tita di giro, rien­tra l’idea di col­pire i red­diti alti, ma fer­man­dosi ai red­diti da lavoro o da pen­sione e non spin­gen­dosi certo a quelli da pro­fitto o da ren­dita. Que­sta idea è stata affac­ciata e poi riti­rata, è scritta nel libro sacro di Gut­geld (pen­sato con Renzi), potrà essere ripro­po­sta, ma intanto ha lasciato il segno: Renzi vuole col­pire in alto (natu­ral­mente non tanto in alto da col­pire grandi red­diti e grandi patri­moni), ma incon­tra resistenze.

Può rien­trare qui anche l’idea, più recente, di anti­ci­pare l’utilizzo del Tfr. Qui siamo in una nuova cate­go­ria di redi­stri­bu­zione: quella tra pre­sente e futuro. Al primo no degli indu­striali, que­sta idea, è stata ridi­men­sio­nata, ma poco importa: Renzi ha comun­que segnato un altro punto a suo favore dimo­strando che pur di fare aumen­tare la domanda se ne inventa una al giorno, per­lo­meno è in buona fede, ci crede, quindi, fac­cia­molo lavo­rare. Fer­mia­moci qui.
Pos­siamo anche dire che Renzi ha inven­tato “le par­tite di giro sociali”: dare ad alcuni togliendo ad altri che appar­ten­gono allo stesso mondo, senza toc­care “gli altri” veri cioè grandi red­diti, grandi ren­dite, grandi ric­chezze. Pos­siamo anche dire che Renzi ha pen­sato ad una redi­stri­bu­zione interna alla stessa per­sona tra l’oggi e il domani e che ha arric­chito la madre lin­gua toscana con il napo­le­tano “facimm’ammuina”, ma resta un fatto incon­fu­ta­bile: ha risuc­chiato voti a destra e al cen­tro e que­sto era scon­tato, ma anche a sini­stra e que­sto non lo era affatto.

L’operazione è risul­tata finora vin­cente per­ché al disa­gio sociale di cui abbiamo par­lato si offrono due mes­saggi effi­caci: ce la sto met­tendo tutta e ci credo, stiamo pagando gli abusi di ieri, quindi, i “pri­vi­le­giati” deb­bono pagare. Ma chi sono i pri­vi­le­giati? In una società in crisi, indi­vi­dua­liz­zata e fran­tu­mata, ter­ri­bil­mente impo­ve­rita sul piano cul­tu­rale, diven­tano quelli più vicini a noi. Chi ha un lavoro è pri­vi­le­giato per chi non lo ha, chi lo ha fisso è pri­vi­le­giato per chi è pre­ca­rio, chi gua­da­gna due­mila euro lo è per chi ne gua­da­gna mille. E gli altri? I ric­chi veri?
Quelli sono lon­tani e non si vedono. Nella colonna sociale che non mar­cia più in avanti, si guarda al vicino con invi­dia. E se non si rie­sce più a vedere in chi sta molto più avanti il sog­getto al quale togliere qual­cosa per darlo a chi sta sof­frendo, viene natu­rale guar­dare a chi ci sta accanto. E così dalla lotta di classe si scade nell’invidia den­tro la classe.

Aldo Carra  il manifesto

 
 
 

PRENDERE O LASCIARE, LA LEGGE DEL PREMIER

Post n°898 pubblicato il 17 Ottobre 2014 da red67ag

Governo. Un testo “inemendabile”, la manovra non si cambia, al Senato, nonostante l’acquisizione ormai compiuta di un drappello di ex grillini, il rischio che passi qualche emendamento è troppo forte

imageNes­sun emen­da­mento. La mano­vra va presa così com’è, senza cam­biare una vir­gola. Da palazzo Chigi la voce sulla deci­sione di ren­dere ine­men­da­bile la legge di sta­bi­lità fil­tra sin dalla sua pre­sen­ta­zione, mer­co­ledì sera. Nes­suno pro­te­sta. Forse per­ché l’enormità della cosa è tale da ren­derla incre­di­bile. Oppure, più pro­ba­bil­mente, per­ché il par­la­mento si è già arreso ed è pronto a svol­gere il ruolo che Renzi gli ha cucito addosso: quello di un’assemblea di pas­sa­carte, con­vo­cata solo per appro­vare e applaudire.

Una cosa, in realtà, di Renzi deve essere detta: cono­sce i suoi polli. Sa che una legge di sta­bi­lità come que­sta è desti­nata a diven­tare un campo di bat­ta­glia. La mino­ranza Pd è in realtà pru­den­tis­sima. Cuperlo loda la «linea espan­siva» della mano­vra. Plaude al taglio «degli spre­chi nella spesa pub­blica». Però sot­to­li­nea che una cosa sono gli spre­chi, tutt’altra i tagli lineari, così, insomma, biso­gne­rebbe pre­stare un certo ascolto ai pre­si­denti di Regione. Ci vuole la lente d’ingrandimento per accor­gersi che nel fiume di parole c’è una cri­tica alla mano­vra, però quella cri­tica c’è ed è desti­nata a cre­scere nei pros­simi due mesi. Dun­que biso­gna bloc­care sul nascere ogni vel­leità di modi­fica: pren­dere o lasciare.

Tanto più che anche l’alleato più fedele di Renzi, il par­ti­tone azzurro, non può pro­prio fare a meno di sol­le­vare dubbi. Per­sino uno che nes­suno ha mai potuto defi­nire troppo agguer­rito come Gasparri mette le mani avanti: «Occhi aperti. Die­tro la sedu­zione degli annunci si pro­fila una raf­fica di tasse». Nono­stante la timi­dezza estrema della mino­ranza Pd, insomma, con que­sti venti affron­tare il par­la­mento è poco con­si­glia­bile. Ancora ancora la Camera, dove la mag­gio­ranza è più blin­data di Fort Knox, ma al Senato, nono­stante l’acquisizione ormai com­piuta di un drap­pello di ex gril­lini, il rischio che passi qual­che emen­da­mento è troppo forte. E poi chi l’ha detto che il par­la­mento (spe­cial­mente l’«inutile» Senato) debba avere voce in capi­tolo in fac­cende impor­tanti come una legge di stabilità?

Ma Renzi cono­sce i suoi polli ancora meglio quando si tratta di opi­nione pub­blica. Alle cri­ti­che delle Regioni risponde con una raf­fica di tweet fatti appo­sta per dipin­gere i gover­na­tori come man­gia­pane a tra­di­mento che stre­pi­tano per­ché vedono in peri­colo la loro ten­denza a but­tare via pub­blici quat­trini. «Le Regioni si lamen­tano? Comin­cino dai loro spre­chi». Se poi la sanità verrà tagliata, sia chiaro che la colpa è loro, dei satrapi spre­coni: «Tagliare la sanità è inac­cet­ta­bile. E’ impos­si­bile rispar­miare su acqui­sti o con­si­gli regio­nali?». Insomma: «Non ci pren­diamo in giro: se si vogliono ridurre le tasse tutti devono ridurre spese e pretese».

E’ il gioco di sem­pre: chi cri­tica le scelte del governo lo fa solo per difen­dere i pro­pri pri­vi­legi e la pro­pria inet­ti­tu­dine. Fun­zio­nerà anche sta­volta, per­ché in un Paese nutrito a ran­core e odio per i poli­tici, non c’è niente di più facile che accu­sarli di resi­stere solo per man­te­nere salda la loro posi­zione. Così come fun­zio­nerà (magari con qual­che sba­va­tura caso­mai re Gior­gio dovesse insi­stere per sal­vare la forma,) la tro­vata ine­dita di una mano­vra «pren­dere o lasciare», che non lascia mar­gini all’intervento del parlamento.

Sono altre le cri­ti­che che Renzi teme in que­ste ore, e ven­gono da bestie feroci con le quali i tweet non ser­vono: i cosid­detti «mer­cati». La maz­zata degli ultimi due giorni in borsa, quella sì che è un cam­pa­nello d’allarme che non si può liqui­dare con due parole sprez­zanti. Se gli spe­cu­la­tori non si fanno con­vin­cere dall’imbonitore di palazzo Chigi, il guaio è grosso. La mano­vra a debito è basata sulla pre­vi­sione di uno spread rela­ti­va­mente basso, lon­tano dalla quota 200 rag­giunta ieri. Se dovesse salire ancora, o restare in quei paraggi, i conti andreb­bero rifatti. E que­sto non è ancora il peg­gio: una tem­pe­sta finan­zia­ria for­ni­rebbe ai duri della Ue, che non aspet­tano altro, l’appiglio per­fetto per boc­ciare la mano­vra e com­mi­nare san­zioni severe. Anche loro, i fal­chi del rigore, rara­mente si fanno addo­me­sti­care da qual­che tweet.

ANDREA COLOMBO

da il manifesto

 
 
 

LEGGE DI STABILITA', L'AZZARDO OLTRE L'OSTACOLO

Post n°897 pubblicato il 16 Ottobre 2014 da red67ag

01eco1f01-renzi-padoan-foto-sintesi-visivaMer­co­ledì notte il con­si­glio dei mini­stri ha varato una «legge di sta­bi­lità» 2015 che segnerà molti anni a venire. Ci sono cose attese, ed altre meno attese, ma quello che non cam­bia è la filo­so­fia e il segno di tutti i prov­ve­di­menti di que­sto governo.

Il Def 2014 di aprile era ancora un retag­gio del governo Letta, anche se il mini­stero dell’Economia era pas­sato dalla Banca d’Italia (Sac­co­manni) diret­ta­mente all’Ocse (Padoan). Il Def abbas­sava di molto le stime di cre­scita del dicem­bre 2013 ma era ancora fidu­cioso per un 2014 di ripresa del Pil, men­tre per l’occupazione si sarebbe dovuto atten­dere un poco di più. Si scom­met­teva tutto su inve­sti­menti pri­vati ed espor­ta­zioni, con con­sumi pri­vati in sta­gna­zione e inve­sti­menti pub­blici in caduta libera.

Sap­piamo invece come sta andando. Pre­vi­sioni errate, come peral­tro Fmi, Ocse, Bce e Ce ave­vano avver­tito: il Pil quest’anno dimi­nui­sce rispetto al 2013, le espor­ta­zioni nette lan­guono, gra­zie peral­tro al con­te­ni­mento delle impor­ta­zioni, inve­sti­menti pri­vati e pub­blici sono in pic­chiata, e i con­sumi pri­vati rista­gnano nono­stante il bonus di 80 euro.

La «nota di aggior­na­mento» al Def ha poi sem­pli­ce­mente foto­gra­fato lo stato di depres­sione, reso cre­di­bili le stime del Pil per il 2014, man­te­nuto però sopra le righe quelle al 2015, tanto che la Banca d’Italia ha osser­vato che la cre­scita pre­vi­sta, pur mode­sta, pecca comun­que di troppo otti­mi­smo. Anche sui conti pub­blici — aggiu­stati verso la soglia deficit/Pil del 3% e spo­stato al 2017 il rag­giun­gi­mento degli obiet­tivi di medio ter­mine — la Banca d’Italia esprime per­ples­sità, data l’entità otti­mi­stica dei risparmi pre­vi­sti sugli inte­ressi del debito. Almeno la Nota è one­sta su un punto: pre­vede una pres­sione fiscale non minore negli anni a venire, anzi nel breve con­ti­nuerà ad aumen­tare. La Nota con­te­sta anche, in modo gar­bato ma deciso, le stime dell’«output gap», ovvero la dif­fe­renza tra red­dito effet­tivo e red­dito poten­ziale, per invi­tare la Com­mis­sione ad essere molto cauta nel valu­tare (tra­duci: «minac­ciare d’infrazione») l’inadempienza del governo rispetto il Fiscal Compact.

Tut­ta­via con la legge di sta­bi­lità 2015, la «verità» gover­na­tiva viene rista­bi­lita, e si rea­lizza una sana inie­zione di otti­mi­smo per l’economia reale.

L’aumento del deficit/Pil al 2,9% con­sente meno tasse su imprese e lavoro (Irap, decon­tri­bu­zione assun­zioni, bonus 80 euro) ma con minori spese per inve­sti­menti pub­blici e auto­no­mie locali, quindi ser­vizi. Il rischio non è solo una redi­stri­bu­zione della domanda piut­to­sto che una domanda aggiun­tiva, quanto una sosti­tu­zione di domanda certa con domanda incerta. Il governo vara una grande azione di fidu­cia col­let­tiva per­ché ora non ci sono scuse: «Con­su­mate e inve­stite a più non posso, che dal pan­tano usci­remo solo gra­zie a voi». Nep­pure si fa leva sulla domanda estera, che il modello bava­rese è in crisi pro­fonda anche nella mani­fat­tura centro-settentrionale.

Tutto si gioca sul ter­reno della ripresa degli «spi­riti ani­mali» degli impren­di­tori che, affran­cati da un governo che intende dele­gi­fe­rare su tutto e di più (dallo Sblocca Ita­lia al Jobs Act). Dovreb­bero inve­stire tutto ciò che hanno rispar­miato e gua­da­gnato negli anni della crisi, magari inde­bi­tan­dosi se neces­sa­rio, ban­che per­met­tendo. E dovreb­bero assu­mere flotte di lavo­ra­tori con il discount, con­tri­buti sociali zero e licen­zia­mento facile entro i tre anni allo sca­dere della pro­mo­zione, garan­tirà il Jobs Act.

Il governo è con­sa­pe­vole che la crisi che per­corre il paese è pro­fonda, lam­bendo la depres­sione. Per essere one­sti, l’Italia è in depres­sione dal 2008, e gli ita­liani pure son depressi. Nono­stante lo sce­na­rio eco­no­mico accer­tato da tutti gli isti­tuti inter­na­zio­nali, il governo rimane però fidu­cioso su alcune misure, e non potrebbe essere diversamente.

Il pila­stro delle poli­ti­che ren­ziane è quello di sti­mo­lare gli inve­sti­menti. Senza inve­sti­menti (è il refrain di Filippo Tad­dei) il paese non può uscire dalla crisi. Come non essere d’accordo. Ma il pro­blema è chi deve fare gli inve­sti­menti e per­ché inve­stire. Il governo non ha solo sot­to­li­neato che la spesa pub­blica è inef­fi­ciente, sulla qual cosa ci si potrebbe anche lavo­rare, ma è pure inef­fi­cace, quindi più che inu­tile è dan­nosa per­ché drena risorse che il pri­vato use­rebbe al meglio. Quindi se non si ri-avviano gli inve­sti­menti pri­vati non si uscirà dalla crisi.

Ma gli inve­sti­menti pri­vati sono pesan­te­mente con­di­zio­nati dalle aspet­ta­tive. Renzi parla di «fidu­cia», che non è pro­prio un sino­nimo, che il governo intende ali­men­tare via ridu­zione del costo del lavoro, delle tasse e un incre­mento dei con­sumi; financo l’ipotesi di uti­liz­zare il Tfr rien­tra in que­sta logica. Il taglio delle spese e delle tasse pro­duce un effetto limi­tato? Vero. La carta canta, soprat­tutto per le tasse, un poco meno per la spesa, a dir il vero, che è domanda certa.

Ma non è que­sto il punto. Se lo sce­na­rio di ridu­zione delle tasse e del costo del lavoro è cre­di­bile, l’«austerità espan­siva» assieme alla «pre­ca­rietà espan­siva» nel tempo darà i suoi frutti. Come inter­pre­tare, diver­sa­mente, le mira­bo­lanti pro­ie­zioni di cre­scita di lungo periodo della ridu­zione delle tasse e delle pri­va­tiz­za­zioni di par­te­ci­pate pub­bli­che? Un bel problema.

Key­nes è in sof­fitta. La sua idea era che lo Stato inter­venga per fare cose che il pri­vato non fa, e nella crisi sono molte le cose che il pri­vato non fa. Inve­stire, ad esem­pio. Ma per Renzi lo stato si deve riti­rare, anche nella crisi, e lasciar fare al privato.

Nel frat­tempo sono spre­cate risorse pub­bli­che che potreb­bero avere ben altra desti­na­zione, magari favo­rendo quei pic­coli inter­venti di ripri­stino ambien­tale che sareb­bero essen­ziali dato lo stato di salute del nostro ter­ri­to­rio. Si potreb­bero usare le risorse per indu­stria­liz­zare la ricerca pub­blica e pri­vata, per aumen­tare la pro­dut­ti­vità del capi­tale inve­stito, cioè inter­ve­nire sul punto più debole dell’industria ita­liana. Poi inve­stire in cono­scenza, anche nei luo­ghi di lavoro, per­ché l’innovazione non è solo tec­no­lo­gica ma anche orga­niz­za­tiva e riguarda qua­lità e con­di­zioni di lavoro, fles­si­bi­lità fun­zio­nale che sostiene la pro­dut­ti­vità. Ma il governo non si cura affatto di ciò; il lavoro è decli­nato solo in fles­si­bi­lità di mer­cato, quella dei rap­porti di lavoro «usa e getta».

Il pro­blema è la filo­so­fia di fondo che guida l’azione del governo. Lo stesso Jobs Act è lo spec­chio fedele delle policy gover­na­tive. Noi creiamo le con­di­zioni per la cre­scita, voi dateci una mano con gli investimenti.

Ma lasciare oggi la solu­zione dei pro­blemi ai cosid­detti «capi­tani corag­giosi» è un azzardo. Avrebbe anche un senso se aves­simo un capi­ta­li­smo dallo «sguardo lungo», ma l’industria ita­liana da anni ha dato prova di «sguardo molto corto».

Paolo Pini  il manifesto

 
 
 

SOLO IL 3%, ALLE ALLUVIONI, IL RESTO E' UNA GRANDE OPERA

Post n°896 pubblicato il 14 Ottobre 2014 da red67ag

  

        
         

genovadisastroalluvioneColto in fla­grante sull’impostazione dello Sblocca Ita­lia che stan­zia 110 milioni per la difesa idro­geo­lo­gica (comma 8 dell’art. 7) e 3.890 milioni per i cemen­ti­fi­ca­tori e asfal­ta­tori d’Italia (comma 1 dell’art. 3), il primo mini­stro Renzi ha richia­mato su Face­book i pila­stri del suo dise­gno di riforma del paese: «Si chia­mano Sbloc­cai­ta­lia, riforma della P.A., riforma costi­tu­zio­nale, riforma della giu­sti­zia, can­tieri dell’unità di mis­sione le prio­rità per l’Italia che vogliamo». In que­sto modo si è dato la zappa sui piedi per­ché le cifre sono quelle che abbiamo ripor­tato: alla sal­va­guar­dia dalle allu­vioni ven­gono desti­nate risorse pari al 3% di quanto si regala alle con­sor­te­rie delle grandi opere.

«Userò la stessa deter­mi­na­zione per spaz­zare via il fango della mala buro­cra­zia», ha poi affer­mato Renzi. Die­tro que­sta frase c’è la filo­so­fia che ha ispi­rato lo Sblocca Ita­lia con la can­cel­la­zione di regole e con­trolli. È una cura fal­li­men­tare: i ricorsi con­tro gli appalti per la ridu­zione del rischio idro­geo­lo­gico di Genova non sono stati infatti pre­sen­tati da «comi­ta­tini o pro­fes­so­roni». L’impresa che si è vista sfug­gire l’appalto è infatti di pro­prietà di una tra le mag­giori imprese di Genova. E se un impren­di­tore arriva a denun­ciare una gara è per­ché a furia di sem­pli­fi­care, gli appalti in Ita­lia ven­gono asse­gnati nella più asso­luta discre­zio­na­lità da parte della poli­tica. Per importi fino a 500 mila euro è suf­fi­ciente una gara infor­male ed è evi­dente che un sin­daco può far vin­cere chi vuole. Negli ultimi venti anni si sono alte­rate le regole del gioco eco­no­mico e della tra­spa­renza in favore della discrezionalità.

Del resto, è stato pro­prio Renzi che — in seguito agli scan­dali che hanno fatto emer­gere la faci­lità con cui i pri­vati pote­vano agire in piena discre­zio­na­lità e rubare cifre gigan­te­sche nella rea­liz­za­zione delle grandi opere — ha nomi­nato uno straor­di­na­rio magi­strato come Raf­faele Can­tone a capo della Civit, l’autorità nazio­nale anti­cor­ru­zione, e com­mis­sa­rio alla rea­liz­za­zione dell’Expo 2015. Il governo “com­mis­sa­ria” le grandi opere per rico­struire le regole e con lo Sblocca Ita­lia estende il modello discre­zio­nale a tutte le opere pub­bli­che. Non c’è chi non com­prenda la fol­lia di que­sta prospettiva.

La tra­ge­dia di Genova dimo­stra che lo Stato dovrebbe con­cen­trare tutte le risorse nell’opera di risa­na­mento idro­geo­lo­gico del paese. Dall’inizio del 2014 le grandi allu­vioni sono state 10, hanno cau­sato 11 morti e immense deva­sta­zioni. Se il governo avesse a cuore il destino dell’Italia dovrebbe cam­biare agenda e impie­gare tutte le intel­li­genze che abbiamo in campo tec­nico per l’immensa opera di risa­na­mento idrau­lico e geo­lo­gico di un paese che sta fra­nando sotto i colpi del cam­bia­mento climatico.

In que­sto campo, la fretta e la sem­pli­fi­ca­zione non sono le migliori con­si­gliere. Nel campo idro­geo­lo­gico è neces­sa­ria una visione di lungo periodo per rico­struire l’equilibrio del ter­ri­to­rio, così come era pre­vi­sto nella legge sulla difesa del suolo (183/89) che impo­neva di fare i piani di bacino idro­gra­fico in Ita­lia. È stata la poli­tica a non volerla attuare, la difesa del suolo è stata scon­fitta dai cemen­ti­fi­ca­tori e per que­sto le nostre città sono spaz­zate via dalla furia delle acque. Altro che burocrazia.

Franco Gabrielli, capo della pro­te­zione civile, cono­sce per il ruolo che svolge l’insostenibilità dello stato del ter­ri­to­rio: qual­che mese fa, dopo l’ennesima allu­vione, aveva azzar­dato l’ipotesi della mora­to­ria del cemento per rimet­tere in ordine l’ambiente. Se Renzi vuole dav­vero cam­biare verso al paese lo nomini mini­stro per la Cura del Ter­ri­to­rio e licenzi Mau­ri­zio Lupi, il con­vinto amico del cemento.

E infine le risorse. Per uscire dalla mise­ria dei 110 milioni pre­vi­sti nello sblocca Ita­lia (solo per ripa­rare i danni di Genova ne dovremo spen­dere 400) il primo mini­stro ha azzar­dato che uti­liz­zerà al più pre­sto i 2 miliardi per la difesa del ter­ri­to­rio non spesi «per colpa della buro­cra­zia». Non è vero, ma non fa nulla: per cam­biare verso stanzi dav­vero cifre pari a quelle che regala alle grandi opere. Con i 4 miliardi pre­vi­sti per i tanti inu­tili Mose, si potrebbe ripor­tare in pochi anni la sicu­rezza nel ter­ri­to­rio ita­liano. È l’ultima occa­sione per sal­vare l’Italia dal fango che la sta sommergendo.

Paolo Berdini - il manifesto

 
 
 
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