Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

 

RENZI E SALVINI, LE DUE FACCE DELLO STESSO REGIME

Post n°929 pubblicato il 25 Novembre 2014 da red67ag

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15831857871_1818284ee9_mA me non stupisce che Matteo Renzi esalti il successo del PD alle regionali ignorando, anzi persino valutando con un certo compiacimento, il fatto che in Emilia Romagna abbia votato un elettore su tre. Quando solo poco tempo fa votavano in nove su dieci. Nella concezione autoritaria della governabilità e nel decisionismo di cui il segretario presidente è solo l’ultimo esponente, la partecipazione popolare è solo un incomodo o un fastidio. Se votano solo tre persone e si ha la sicurezza di ottenere il consenso di due di esse va bene, in meno si decide è meglio è. Gli altri dovranno solo ubbidire.

Mussolini sosteneva che lui del fascismo non aveva inventato nulla, lo aveva semplicemente tirato fuori dagli italiani e organizzato. Per Renzi vale lo stesso. Sono anni che i programmi di governo sono vincolati ai diktat dei mercati, della UE, della finanza e anche a quelli del governo di un altro paese, la Germania. Sono anni che i cittadini di questo paese vengono educati alla impotenza e alla inutilità di una democrazia ove le decisioni di fondo son già prese altrove. E quando è lo stesso Presidente della Repubblica che si fa alfiere di questa sottomissione culturale e psicologica, oltre che politica, è evidente che tutto il sistema costituzionale ne risente.

La democrazia a sovranità limitata si è congiunta con due spinte che da decenni agiscono nella società italiana. La prima è la banalizzazione e la spoliticizzazione del confronto politico, di cui è stata espressione la seconda repubblica berlusconiana. La seconda è lo spirito di vandea contro il lavoro e i suoi diritti che da più di trenta anni si scatena ad ogni difficoltà economica. Il governo Craxi negli anni 80 aveva già anticipato il linguaggio ed i comportamenti di Matteo Renzi, ma perché il decisionismo liberista diventasse regime occorrevano tutte e tre le condizioni di fondo e non solo una. Una democrazia ridotta a subire gli ordini esterni sui temi stessi per i quali è nata: il bilancio dello stato. La distruzione della partecipazione e la riduzione del confronto politico a talk show. La guerra tra i poveri come unico sbocco della impotenza popolare verso le decisioni di fondo. È dalla miscela tra questi tre processi degenerativi della nostra società che nasce il successo di Matteo Renzi , e anche quello del suo omonimo Salvini.

I due Matteo si dividono gran parte del consenso dei pochi elettori residui, perché meglio rappresentano l’autodistruzione della nostra democrazia. Essi sono molto simili nel modo di pensare e di proporsi e forse persino intercambiabili. E questo non solo per il giovanilismo di palazzo, la carriera burocratica oscura trasformata in leadership grazie ai mass media mentre crollava il consenso delle vecchie direzioni, la formazione giovanile nei quiz delle Tv di Berlusconi. Il punto vero che hanno in comune è il trasversalismo reazionario.

Renzi è partito volendo battere i pugni in Europa e contro i poteri forti e ora picchia solo contro sindacati, scioperi e diritti del lavoro. Che vengono indicati come i veri ostacoli, o in altre versioni come gli alibi, che fanno sì che le imprese non investano. Per Renzi la ruota della fortuna ha girato a lungo e alla fine si è fermata sul lavoro ancora sindacalizzato e tutelato da qualche diritto residuo. Quello è il nemico dei giovani, dei disoccupati, del merito, della crescita e naturalmente di quelle imprese che finanziano Renzi a 1000 euro a coperto.

Anche Matteo Salvini lancia proclami contro banche, euro, finanza etc. Ma i mass media li buca indirizzando il rebus contro migranti e Rom e alleandosi con forze esplicitamente fasciste e razziste. Renzi e Salvini indicano all’italiano medio l’unico avversario a reale portata di mano, il vicino di casa metalmeccanico, o impiegato pubblico, o migrante. Loro vengono indicati come la causa dei guai e con loro sindacati e centri sociali. Renzi e Salvini alimentano le rispettive guerre dei poveri in competizione l’uno con l’altro, e così si presentano sempre di più come un’alternanza nell’ambito della stessa devastazione democratica. Che la gente non vada più a votare, a parte i loro sostenitori, ai due leader va benissimo. Entrambi sono figli della ideologia liberista e la privatizzazione della democrazia è la madre di tutte le altre.

Non c’è soluzione facile a tutto questo. Crisi economica e degrado democratico si alimentano reciprocamente e per uscire da entrambi bisogna ricostruire il conflitto con avversari che non sono il vicino di casa. Per questo gli scioperi, i movimenti sociali, le lotte vere fanno così paura ad entrambi i Matteo. Perché se questi dovessero crescere e consolidarsi, loro perderebbero centralità e leadership.

Il voto regionale colloca la maggioranza della popolazione italiana in una posizione extraparlamentare. Oggi è un successo per Renzi e Salvini, domani potrebbe essere la loro condanna. Ma perché ciò avvenga tutto ciò che si oppone al regime dei due Matteo deve trovare la stessa determinazione, la stessa dimensione culturale e volontà di vero cambiamento, della Resistenza e della liberazione dal fascismo.

GIORGIO CREMASCHI

da Micro Mega

 
 
 

AMMALATI DI AMIANTO

Post n°928 pubblicato il 22 Novembre 2014 da red67ag

Palazzaccio. I giudici che hanno applicato nella forma più restrittiva i termini formali della prescrizione devono avere un ben strano concetto del disastro ambientale, per stabilire che esso è terminato in un giorno preciso del 1986, quando cessò la produzione negli stabilimenti italiani

È pos­si­bile, in poche ore di un pome­rig­gio d’autunno, can­cel­lare un cri­mine con­tro l’umanità? Per­ché que­sto ha fatto la Corte di Cas­sa­zione mer­co­ledì 19 novem­bre. Ricor­dia­mola que­sta data: resterà un giorno nero per sem­pre e per tutti. Almeno 3.000 sono le morti in Ita­lia a causa dell’Eternit del signor Ste­phan Sch­mi­d­heiny. Altre pur­troppo ne ver­ranno per­ché il meso­te­lioma pleu­rico non cono­sce la pre­scri­zione, lavora nel tempo, per decenni. E non per­dona. Molti di coloro che se lo por­tano den­tro sono con­dan­nati, prima ancora di sapere di esserne stati con­ta­mi­nati (il picco mas­simo di morti si avrà nel 2025!).

I giu­dici che hanno appli­cato nella forma più restrit­tiva i ter­mini for­mali della pre­scri­zione devono avere un ben strano con­cetto del disa­stro ambien­tale, per sta­bi­lire che esso è ter­mi­nato in un giorno pre­ciso del 1986, quando cessò la pro­du­zione negli sta­bi­li­menti ita­liani, anche se dagli impianti con­ti­nua­rono a spar­gersi le mici­diali micro­fi­bre nell’aria. E si con­ti­nuò tran­quil­la­mente la pro­du­zione mor­tale in Canada e in Bra­sile. Chi ha scritto una così disu­mana sen­tenza deve avere una ben strana con­ce­zione del diritto, se ritiene che esso possa con­trad­dire in forma così pla­teale e feroce l’idea più ele­men­tare di giustizia.

Sarebbe però inge­nuo, e in fondo ras­si­cu­rante, limi­tare il senso di que­sta sen­tenza al vuoto di coscienza di un giu­dice. Pur­troppo c’è, in que­sto ver­detto atroce, la per­ce­zione dello spi­rito del tempo, per quell’innato con­for­mi­smo isti­tu­zio­nale che carat­te­rizza la parte peg­giore della nostra magi­stra­tura. C’è il vento gelido di un nuovo sta­tuto del mondo che da tempo viene avanti nei luo­ghi dove si conta e si decide, nelle Can­cel­le­rie e nei Con­si­gli d’amministrazione, nei think tank e nelle cabine di regia dei media. Un nuovo coman­da­mento, che dice che «il denaro è tutto, il lavoro è niente». Anzi, che la vita delle per­sone, che del lavoro è com­po­nente prima, è niente. Null’altro che una appen­dice, per­ché le scelte, tutte le scelte che con­tano, le fa chi pos­siede. Chi inve­ste. Chi ci mette i capi­tali. E ha la forza di com­prarsi tutto, uomini, par­titi, giu­sti­zia, verità, libertà. Com­presa quella di restar­sene tran­quilli in Sviz­zera, con sulle spalle il peso di migliaia di morti.

Non è forse que­sto lo spi­rito delle cosid­dette misure di «aggiu­sta­mento strut­tu­rale» impo­ste dalle Agen­zie glo­bali? O delle mano­vre «sug­ge­rite» dalla troika euro­pea? Non è la filo­so­fia impli­cita del Jobs Act (rinun­cia a diritti reali in cam­bio di ipo­te­tici inve­sti­menti)? O il mes­sag­gio subli­mi­nare lan­ciato dallo spet­ta­colo gro­te­sque della Leo­polda dove il potere imma­gi­ni­fico del denaro l’ha fatta da padrone?

Lo con­fesso: da mer­co­ledì sera sto male. Fisi­ca­mente male. Come se tutti ci fos­simo amma­lati d’amianto, e per quest’assenza di giu­sti­zia ci man­casse, let­te­ral­mente, l’aria, il mondo si fosse chiuso, e tutto ciò in cui abbiamo cre­duto non con­tasse più nulla. Biso­gnerà ben sfon­darla, per non soc­com­bere alla malat­tia, que­sta gab­bia in cui ci hanno chiusi, che chia­miamo con ter­mine ormai fru­sto neo-liberismo, come se fosse solo un’opzione eco­no­mica. Ma che in realtà è ben peg­gio: è un modello di vita che con­trad­dice e distrugge la vita.

Marco  Revelli  il manifesto

 
 
 

L'INSINDACABILE PROVOCATORE

Post n°927 pubblicato il 21 Novembre 2014 da red67ag


Al pre­si­dente del con­si­glio piace pro­vo­care. E i sin­da­cati sono tra i suoi obiet­tivi pre­fe­riti. Forte del «40 per cento e 80 euro», come sati­reg­gia Crozza nel «Paese delle mera­vi­glie», il capo del governo crede di poter dire e fare tutto quello che gli passa per la testa. Ma Renzi usa i toni arro­ganti, irri­denti, a volte sprez­zanti (e rubati ai luo­ghi comuni del più becero qua­lun­qui­smo), per­ché sa che il carro del vin­ci­tore ha ormai solo posti in piedi e non trova osta­coli nella corsa verso il par­tito unico del centro-sinistra-destra.

Affer­mare che «i sin­da­cati cer­cano scuse per scio­pe­rare» è una pro­vo­ca­zione voluta, però è anche musica per le orec­chie di chi osserva dall’alto con sguardo com­mi­se­re­vole tutti quelli che la crisi col­pi­sce più dura­mente, quelli che vivono e soprav­vi­vono di sti­pen­dio, di pen­sione, di precarietà.

Dire che lui i posti di lavoro «li crea», che in fondo «Camusso e Sal­vini sono due facce della stessa meda­glia» rivela un for­cing che dalla rot­ta­ma­zione della «vec­chia poli­tica» (che in realtà era soprat­tutto emar­gi­na­zione del gruppo diri­gente del Pd), ora pro­cede spe­dito per impau­rire e con­vin­cere i per­denti che se non stanno con lui avranno da per­dere assai di più, in un gioco al rim­balzo del più pre­ca­rio, del più povero. Così si per­mette, sulla scia del lepe­ni­smo in salsa leghi­sta, di sfot­tere i lavo­ra­tori che lo scio­pero lo pagano diret­ta­mente sul magro salario.

Chi dimen­tica que­sto aspetto è un reazionario.

Ma il pre­si­dente del con­si­glio, che intende il governo come eser­ci­zio di un potere senza oppo­si­zione, per­ché chi osa cri­ti­care è solo un gufo, è anche il segre­ta­rio del Pd, cioè di una forza che in teo­ria dovrebbe con­si­de­rare il mondo del lavoro come casa sua. Abbiamo capito, invece, che Renzi si sente a casa quando incon­tra la Con­fin­du­stria di Squinzi.

Non risulta che di fronte a que­sto attacco siste­ma­tico verso il mondo del lavoro si sia alzata una voce di rispo­sta. O che un Ber­sani, mas­simo rap­pre­sen­tante fino a ieri del Pd, si sia sen­tito in dovere di repli­care altret­tanto dura­mente. Que­sto imba­raz­zante silen­zio non deve stu­pire più di tanto, segna una linea di con­ti­nuità con l’acquiescenza con cui il Pd ha accolto e sot­to­scritto, da Monti in poi, tutte le poli­ti­che di sman­tel­la­mento dello stato sociale. Come del tutto con­gruente è la parte in com­me­dia reci­tata da alcuni par­la­men­tari della mino­ranza interna, pro­ta­go­ni­sti di una simil-trattativa sul Jobs Act il cui esito era già scritto nel testo votato dalla stra­grande mag­gio­ranza della direzione.

L’unica con­creta pro­te­sta con­tro le poli­ti­che di sman­tel­la­mento delle tutele e dei diritti resi­dui del lavoro viene oggi dal sin­da­cato di Susanna Camusso e dalla Fiom. Con la mani­fe­sta­zione del 25 otto­bre e ora con lo scio­pero gene­rale, la Cgil ha messo in campo la pos­si­bi­lità di un’opposizione sociale nel paese. E la scelta della Uil di unirsi al 12 dicem­bre, è un altro passo importante.

Anzi­ché sfot­tere, il segretario-presidente farebbe bene ad ascol­tare le cam­pane di una pro­te­sta che suo­nano soprat­tutto per lui.

Norma Rangeri il manifesto

 
 
 

ETERNIT, PRESCRIZIONE E PIETRA TOMBALE

Post n°926 pubblicato il 20 Novembre 2014 da red67ag

 

Amianto. La prima sezione penale della corte di Cassazione annulla senza rinvio la condanna di Schmidheiny. Annullati anche i risarcimenti per le vittime. Reati prescritti al termine del primo grado

La paura era rima­sta lì, ferma, come un groppo in gola, per tutto il viag­gio. Con­ge­lata da un’inossidabile spe­ranza. «Vogliamo giu­sti­zia e siamo con­vinti che l’avremo, dopo 35 anni di lotte», sus­sur­rava Romana Bla­sotti (cin­que cari morti di meso­te­lioma), prima di entrare nei cor­ri­doi del Palaz­zac­cio. Con lei, a Roma per l’udienza in Cas­sa­zione, sono arri­vati tanti fami­liari delle vit­time dell’amianto: da Casale Mon­fer­rato, la città mar­tire (50 casi di meso­te­lioma l’anno), Cava­gnolo, Bagnoli e Rubiera. Ma anche dall’estero: Bra­sile, Fran­cia, Bel­gio, Sviz­zera, Inghilterra.

D’altronde sul maxi-processo Eter­nit, detto «del secolo», sono stati pun­tati gli occhi di mezzo mondo. Per­ché per la prima volta veniva pre­vi­sto il dolo in una causa di morti sul lavoro (per la Thys­sen soprav­vis­suto solo in primo grado), in que­sto caso 3000 vit­time fino al 2008, 2200 morti e 800 malati. Sul banco degli impu­tati, il miliar­da­rio sviz­zero Ste­phan Sch­mi­d­heiny, con­dan­nato, dalla Corte d’appello di Torino, a 18 anni di reclu­sione per disa­stro ambien­tale doloso per­ma­nente. Pur­troppo le strade che por­tano alla giu­sti­zia sono imper­vie e tutt’altro che infi­nite. La realtà è diversa. La Prima sezione penale della corte di Cas­sa­zione ha annul­lato il pro­cesso, acco­gliendo la richie­sta del sosti­tuto pro­cu­ra­tore gene­rale (colui che, qui, rap­pre­senta l’accusa) Fran­ce­sco Iaco­viello, che a fine requi­si­to­ria aveva detto: «Il pro­cesso deve essere annul­lato senza rin­vio della con­danna a Sch­mi­d­heiny per­ché tutti i reati sono pre­scritti». Insomma, una pie­tra tombale.

Non ci crede quasi Bruno Pesce, coor­di­na­tore della ver­tenza amianto, prende fiato, la rab­bia è tanta. Cerca di con­tat­tare la segre­ta­ria della Cgil Susanna Camusso, poi denun­cia: «Noi, movi­mento con­tro l’amianto insieme al team gui­dato dal pro­cu­ra­tore Gua­ri­niello, abbiamo cer­cato di essere pio­nieri in mate­ria. Invece, non si è avuto corag­gio: nei disa­stri ambien­tali le morti con­ti­nuano oltre alla chiu­sura della fab­brica. Il pol­ve­rino sparso per tutto il ter­ri­to­rio con­ti­nua a ucci­dere. L’amianto – con­ti­nua Pesce – è una bomba a oro­lo­ge­ria a lungo periodo, non è pos­si­bile che coloro che l’hanno inne­scata siano trat­tati come dei gran signori. Come pos­siamo pre­scri­vere tutto? La richie­sta del pg è incom­pren­si­bile. È ora che in Ita­lia si apra un serio dibat­tito sul tema dell’ingiustizia».

I timori aleg­gia­vano da tempo tra le asso­cia­zioni di fami­liari. Gli esiti del caso Cuc­chi e del dibat­ti­mento sull’Aquila ave­vano tur­bato anche i più otti­mi­sti. Nella sua requi­si­to­ria, il pg Iaco­viello ha sot­to­li­neato come «l’imputato Sch­mi­d­heiny sia respon­sa­bile di tutte le con­dotte che gli sono state ascritte». Ma il pro­blema è «che il giu­dice tra diritto e giu­sti­zia deve sem­pre sce­gliere il diritto». Aggiun­gendo: «La pre­scri­zione non risponde a esi­genze di giu­sti­zia ma ci sono momenti in cui diritto e giu­sti­zia vanno da parti oppo­ste». Quasi un déjà vu per un pro­cu­ra­tore gene­rale avvezzo a richie­ste simili. Negli anni ha chie­sto di sal­vare dalla con­danna Dell’Utri, Andreotti, Squil­lante, Man­nino e De Gen­naro. Nel cur­ri­cu­lum ora si aggiunge Ste­phan Sch­mi­d­heiny, classe 1947 magnate sviz­zero (tra i 500 uomini più ric­chi del mondo), in esi­lio volon­ta­rio in Costa Rica, ammi­ni­stra­tore dele­gato del Gruppo Eter­nit dal 1976. Un mana­ger che sep­pur cono­scesse il rischio letale della lavo­ra­zione decise di pro­se­guirla. In Cas­sa­zione, Sch­mi­d­heiny è stato difeso dall’avvocato Astolfo Di Amato e da Franco Coppi, legale di Sil­vio Ber­lu­sconi nel pro­cesso Mediaset.

Il pg Iaco­viello ha sot­to­li­neato le discre­panze nelle sen­tenze di primo grado e appello. In Corte d’assise si è spe­ci­fi­cato come il disa­stro cessi quando ter­mina l’intera boni­fica; in secondo grado dal momento in cui non ci saranno morti. Capo­volto, inol­tre, l’impianto di Gua­ri­niello, giu­di­cato dal pg “pio­nie­ri­stico”. Le morti, per Iaco­viello, non fareb­bero parte del con­cetto di disa­stro. «Per reati come il disa­stro “silente” o “inno­mi­nato” come quello delle morti per amianto che ha una latenza di decenni, o per l’omicidio stra­dale ser­vono nuove leggi e l’intervento del legi­sla­tore per­ché non sono più gesti­bili con le cate­go­rie di reato tradizionali».

Tri­ste finale per tutta la lotta all’amianto. Le fami­glie delle vit­time se ne tor­nano a casa e tutto quello che pos­sono fare è gri­dare in Aula: «Ver­go­gna, vergogna».

Mauro Ravarino  il manifesto

 
 
 

IL SUPPORTO "COLTO" AL RAZZISMO DI RITORNO

Post n°925 pubblicato il 19 Novembre 2014 da red67ag

Diritti. La destra xenofoba sfrutta la crisi economica per acquisire l’elettorato deluso delle periferie, ma colpiscono ancor di più le «assoluzioni» del razzismo provenienti dal mondo democratico

razzismo_firenze--400x300L’Italia è un Paese dove il raz­zi­smo è pur­troppo radi­cato. Fa parte di una cul­tura dif­fusa ed è spesso stru­men­ta­liz­zato — da movi­menti e forze poli­ti­che — per rac­co­gliere facili consensi.

In molte città le peri­fe­rie, anche per la scelta di ridurre le risorse a dispo­si­zione degli enti locali, sono sem­pre più abban­do­nate a se stesse e diven­tano luo­ghi nei quali il disa­gio sociale si somma alla soli­tu­dine.
La destra poli­tica che, a dif­fe­renza di altre forze, ha man­te­nuto legami e inse­dia­mento nel ter­ri­to­rio, sta cer­cando di acqui­sire ege­mo­nia nell’elettorato deluso o smar­rito, pun­tando sull’insicurezza, sulle paure, sulla chiu­sura indi­vi­dua­li­stica, sulle cam­pa­gne dif­fa­ma­to­rie nei con­fronti delle mino­ranze e dei migranti. Si gene­rano con­flitti, ali­men­tati dalla costru­zione del capro espia­to­rio, dalle scelte sba­gliate di chi ha respon­sa­bi­lità pub­bli­che e da cam­pa­gne media­ti­che irresponsabili.

La reto­rica raz­zi­sta infatti non è solo carat­te­rizza l’iniziativa poli­tica della destra xeno­foba, ma è soste­nuta anche dalle poli­ti­che sba­gliate sull’immigrazione e in par­ti­co­lare nel campo dell’accoglienza.

L’affermazione alle ele­zioni per il rin­novo del Par­la­mento euro­peo della destra più estrema e xeno­foba, la ripresa di pro­ta­go­ni­smo della Lega, la scelta del Movi­mento 5 stelle di for­mare un gruppo a Stra­sburgo con la destra di Farange sono tutti sin­tomi di quanto stia tor­nando tra i pro­dotti «appe­ti­bili» in poli­tica il razzismo.

Si è poi pale­sato, in que­sti mesi, un attacco par­ti­co­lar­mente vio­lento e orga­niz­zato sul piano poli­tico (come dimo­strano le ultime sor­tite di Sal­vini) con­tro le comu­nità Rom e Sinti che, sem­pre più iso­late den­tro spazi urbani sepa­rati e degra­dati, sono le mino­ranza che subi­scono di più gli effetti nega­tivi delle scelte sba­gliate – o delle non scelte – delle ammi­ni­stra­zioni locali.

Anche gli intol­le­ra­bili errori del Mini­stero dell’Interno nell’occuparsi dell’accoglienza hanno con­tri­buito a far aumen­tare i feno­meni d’intolleranza e raz­zi­smo. La per­vi­ca­cia con la quale si con­ti­nuano a costruire grandi cen­tri e ad ali­men­tare un sistema d’accoglienza paral­lelo allo Sprar (Sistema d’Accoglienza per Richie­denti Asilo e Rifu­giati), gestito dalle Pre­fet­ture (Cen­tri d’Accoglienza Straor­di­nari – Cas), che in molti casi ricorre a strut­ture enormi gestite da sog­getti incom­pe­tenti, oltre che a una distri­bu­zione ter­ri­to­riale senza alcuna regia e pro­gram­ma­zione, non fa altro che pre­di­sporre sul ter­ri­to­rio cen­ti­naia di «incu­ba­tori di razzismo».

Da anni ripe­tiamo che l’accoglienza va fatta den­tro strut­ture pic­cole e inse­rite nel con­te­sto urbano (appar­ta­menti per gruppi di sin­goli o fami­glie in numero non diverso dalla media delle pre­senze «nor­mali»), per con­sen­tire pro­cessi di inclu­sione sociale e un impatto posi­tivo sulle comu­nità locali. Solo que­sto tipo di acco­glienza pro­duce con­di­zioni di vita digni­tose e un rap­porto costi bene­fici ade­guato all’obiettivo dell’inserimento sociale dei rifugiati.

C’è poi, come è sem­pre suc­cesso nei periodi più bui della nostra sto­ria, il sup­porto teo­rico al raz­zi­smo dei «colti» e degli ammi­ni­stra­tori demo­cra­tici. Basta pen­sare al caso di Bor­garo (peri­fe­ria di Torino), dove la scelta annun­ciata dal sin­daco dell’autobus «sepa­rato» per i Rom, soste­nuta da auto­re­voli inter­venti di per­sone colte e di fama indi­scussa, ha finito per ali­men­tare com­por­ta­menti discri­mi­na­tori, spesso sfo­ciati in vio­lenza raz­zi­sta, sia di sin­goli cit­ta­dini che di gruppi organizzati.

Leg­gendo i com­menti di un gior­na­li­sta noto come Mas­simo Gra­mel­lini, e di un giu­ri­sta altret­tanto cono­sciuto come Vla­di­miro Zagre­bel­sky (magi­strato, fra­tello del più noto Gustavo, e giu­dice della Corte Euro­pea dei Diritti Umani per 10 anni) sulla annun­ciata deci­sione del sin­daco di Bor­garo, tor­nano alla mente epi­sodi e com­menti ana­lo­ghi del recente pas­sato. Rinun­ciando a porsi le domande giu­ste, que­sti inter­venti assol­vono di fatto chi ha respon­sa­bi­lità pub­bli­che per attri­buire la colpa del dila­gare del raz­zi­smo alle vit­time e non agli aguzzini.

Così come rac­conta Han­nah Arendt nel sul libro «La bana­lità del male», in cui le vit­time sono gli ebrei, si com­pie un ribal­ta­mento delle respon­sa­bi­lità con un impor­tante con­tri­buto del «raz­zi­smo dei colti» e di quello istituzionale.

Saranno ovvia­mente movi­menti e par­titi xeno­fobi a pas­sare all’incasso. Que­sta volta in maniera più espli­cita e decisa, forse pro­prio in ragione della grande con­cor­renza del popu­li­smo post moderno rap­pre­sen­tato da Renzi da una parte e da Grillo dall’altra.

Per que­sto, dopo aver perso ter­reno sia sul piano della cre­di­bi­lità che della visi­bi­lità, cam­biano i pro­ta­go­ni­sti, ma si con­ti­nua a fomen­tare odio e raz­zi­smo, per ricon­qui­stare con­senso nell’opinione pub­blica.
In un periodo nel quale la crisi col­pi­sce in modo sem­pre più pesante gli indi­vi­dui e le fami­glie, i raz­zi­sti di pro­fes­sione (Sal­vini) e i neo­fiti (Grillo) ricor­rono al vec­chio gioco del capro espiatorio.

A tutti e a cia­scuno spetta rea­gire e non con­sen­tire che la marea raz­zi­sta si insi­nui negli spazi che la crisi e la disoc­cu­pa­zione aprono.

Alle orga­niz­za­zioni sociali demo­cra­ti­che spetta il com­pito di lan­ciare l’allarme e di chia­mare tutti alla difesa della con­vi­venza civile. Le isti­tu­zioni si assu­mano fino in fondo le respon­sa­bi­lità che gli com­pe­tono, dando prova di saper gover­nare i pro­cessi deter­mi­nati dal disa­gio e dal males­sere sociale. Evi­tiamo che, come in pas­sato, l’ignavia apra la strada a un nuovo periodo buio nella sto­ria della nostra democrazia.

Filippo Miraglia - il manifesto

 
 
 
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