Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

 

ARTICOLO 18, IL VESTITO ANTICO DEL ROTTAMATORE

Post n°883 pubblicato il 01 Ottobre 2014 da red67ag

La domanda è piut­to­sto sem­plice. Stiamo andando oltre lo Sta­tuto dei lavo­ra­tori sti­lato nei lon­tani anni ‘70 o stiamo tor­nando a prima di quell’impianto nor­ma­tivo? Nei rap­porti di forze tra lavo­ra­tori e datori di lavoro sem­brano sus­si­stere pochi dubbi: ciò a cui stiamo assi­stendo è un ritorno all’antico o, quan­to­meno, alla sua imma­gine ingan­ne­vole e idea­liz­zata: il libero mer­cato, la legge natu­rale della domanda e dell’offerta, la con­cor­renza per­fetta, il suc­cesso del merito. Che nel corso di più di 40 anni l’ombrello dello Sta­tuto si sia ristretto al punto da lasciare sotto le intem­pe­rie una massa sem­pre più impo­nente di sog­getti è un fatto poco discu­ti­bile. Che gli stru­menti per aggi­rarlo e limi­tarne l’applicazione fino all’insignificanza si siano gran­de­mente mol­ti­pli­cati e affi­nati, altret­tanto. Ma una cosa è evi­dente: a imporre le attuali con­di­zioni sul mer­cato del lavoro non è certo la legi­sla­zione che lo riguarda o la poli­tica che pre­tende di rifor­marlo o di con­ser­varne i mec­ca­ni­smi dati.

Sono la glo­ba­liz­za­zione e le delo­ca­liz­za­zioni, da una parte, e l’automazione, dall’altra, ad avere segnato il destino dei sala­riati, cui si aggiunge, infine, il crollo dei con­sumi di massa ali­men­tato dalla Grande depressione.

Dire che il destino dei lavo­ra­tori stia nelle mani dei magi­strati è una colos­sale baggianata.

Di con­se­guenza, l’abolizione dell’articolo 18 dello Sta­tuto nella nostra pro­vin­cia ita­liana non deter­mi­nerà né un aumento né una dimi­nu­zione dell’occupazione. La legge e un sistema fiscale ves­sa­to­rio si sono sem­mai pro­di­gati nel garan­tire la debo­lezza e la ricat­ta­bi­lità delle forme di atti­vità pro­dut­tive escluse dalle clas­si­che garan­zie del lavoro sala­riato evi­tando di ela­bo­rare nuove forme di tutela o di inve­stire risorse col­let­tive a soste­gno del lavoro auto­nomo, inter­mit­tente e pre­ca­rio. Un feno­meno con­na­tu­rato all’attuale strut­tura pro­dut­tiva e non certo con­se­guenza di un mode­sto spau­rac­chio come l’articolo 18.

Il disin­te­resse per que­sto mondo in costante espan­sione e la deter­mi­na­zione, di per sé ragio­ne­vole, di difen­dere sem­pre e comun­que le garan­zie, sia pure tra­bal­lanti, di chi ancora le pos­se­deva, si accom­pa­gnava alla fede incrol­la­bile nel ritorno della piena occu­pa­zione. Senza com­pren­dere che quest’ultima già si dava nella forma per­versa che abbiamo sotto gli occhi di una gene­rale “dis-retribuzione” social­mente ed eco­no­mi­ca­mente pro­dut­tiva, ma a livelli mise­ra­bili di red­dito e nulli di garanzie.

Se non si trat­tasse di un “ritorno all’antico” con­ver­rebbe chie­dere ai rifor­ma­tori che cosa di nuovo inten­dano costruire al posto del vec­chio Sta­tuto, ma le rispo­ste si annun­ciano reto­ri­che ed eva­ne­scenti. Del resto la tro­vata degli 80 euro in busta paga (per la limi­tata pla­tea che la pos­siede) indica che il governo si muove entro la logica clas­sica del lavoro sala­riato. Restando nella quale l’abolizione dell’articolo 18 è un obiet­tivo squi­si­ta­mente di destra. Diverso sarebbe il discorso se si volesse affron­tare dav­vero la com­po­si­zione attuale del lavoro vivo (quello che i moderni restau­ra­tori pre­fe­ri­scono chia­mare “capi­tale umano”, tanto per impu­tar­gli la respon­sa­bi­lità esclu­siva della pro­pria ban­ca­rotta), ma così non è, nean­che lon­ta­na­mente. Quanto ai capi­tali (e le capi­tali) euro­pei, che stu­pidi non sono, dif­fi­cil­mente si faranno incan­tare dalla favola degli stra­bi­lianti effetti pro­dotti dall’abolizione dell’articolo 18, in cam­bio della quale con­ce­dere gra­zio­sa­mente più fles­si­bi­lità nella riscos­sione delle pro­prie rendite.

Per­ché, allora, tanto acca­ni­mento intorno a un for­ti­li­zio piut­to­sto sguar­nito? Può darsi che il nostro pre­mier, che non brilla certo per mode­stia, si sia appas­sio­nato alla stro­ria degli “uomini (e donne) illu­stri”. I con­trol­lori di volo negli Stati uniti e i mina­tori in Gran Bre­ta­gna non erano certo rap­pre­sen­ta­tivi della gene­ra­lità della forza lavoro dell’epoca loro. Eppure Rea­gan basto­nando i primi e That­cher i secondi, hanno effet­ti­va­mente impresso una svolta al rap­porto tra capi­tale e lavoro e ai rap­porti sociali più in generale.

Quella svolta già c’è stata e con­fi­gura ancora il nostro presente.

Lo scon­tro ideo­lo­gico si è con­su­mato da un pezzo ed è chiaro a tutti quali sono stati i vin­ci­tori e quali i vinti. Dalla sini­stra si attende ancora invano una rispo­sta a quella con­tro­ri­vo­lu­zione vit­to­riosa. Senza nostal­gia per la cul­tura della miniera, ma nean­che per quella della sua cele­brata car­ne­fice. Assi­stiamo invece alla ripro­po­si­zione far­se­sca e fuori tempo mas­simo di quel memo­ra­bile scon­tro. Come i cul­tori rina­sci­men­tali dell’antico il nostro “inno­va­tore” si sen­tirà come un “nano sulle spalle di giganti”.

Marco Bascetta  il manifesto 01/10/2014

 
 
 

LO SPOT INGANNEVOLE SUL CONSENSO AL 40%

Post n°882 pubblicato il 30 Settembre 2014 da red67ag

L'ottimismo di pla­stica del pre­mier è scosso dalla sco­perta che anche i poteri forti gufano, cer­ti­fi­cando tra l’altro come inu­tili le riforme “epo­cali” già in campo. Renzi veste i panni del cava­liere senza mac­chia e senza paura, e si appella al popolo. Ma il governo è in affanno.

È fal­lita la fon­da­men­tale scom­messa euro­pea, e il seme­stre di pre­si­denza ita­liano scorre nella indif­fe­renza di tutti. Della ago­gnata fles­si­bi­lità non v’è trac­cia, e i fal­chi del nord affi­lano bec­chi ed arti­gli. Arriva invece una stan­gata di una ven­tina di miliardi, che col­pirà anche ser­vizi essen­ziali. La ripresa si allon­tana, i pochi mesi diven­tano mille giorni. Una lunga qua­re­sima, anche per i cre­denti più robusti.

L’Italia del XX secolo, con due guerre mon­diali e 20 anni di fasci­smo, ha saputo affron­tare duri sacri­fici in con­di­zioni ter­ri­bili. E per­fino un son­nac­chioso Prodi ha gal­va­niz­zato il paese sull’entrata nell’euro, bene o male che fosse. Oggi, manca a Renzi un pro­getto com­preso e con­di­viso dal popolo cui si appella. In realtà, un pro­getto Renzi c’è. Ma si volge pri­ma­ria­mente al come man­te­nersi al governo, e non sul che fare con i poteri di governo. Un pro­getto per i gover­nanti, non per i gover­nati. Lo vediamo in fili­grana negli scon­tri sulle riforme isti­tu­zio­nali insieme a quello sul supe­ra­mento dell’art. 18.

Si può mai seria­mente soste­nere che si per­se­guono obiet­tivi di giu­sti­zia sociale ed egua­glianza togliendo i diritti a chi li ha? E per­ché le bar­ri­cate, se l’art. 18 è un pezzo di archeo­lo­gia poli­tica e sin­da­cale che non tutela nes­suno? Se non difende il lavo­ra­tore, nem­meno offende il padrone.

La que­stione dell’art. 18 ha due punti focali: l’indennizzo, e il rein­te­gro nel posto di lavoro. Il governo alza la bar­riera sul secondo, e non sul primo. Per­ché? L’indennizzo ha la valenza indi­vi­duale di un ristoro eco­no­mico per il lavo­ra­tore leso nei suoi diritti. Il rein­te­gro va oltre. Can­cel­larlo signi­fica con­sen­tire al padrone di libe­rarsi dei lavo­ra­tori sco­modi, che tur­bano l’esercizio del potere di comando senza giun­gere a com­por­ta­menti che dareb­bero causa per un licen­zia­mento. Chi oserà mai par­lare sulle con­di­zioni di lavoro, le misure di sicu­rezza, lo sfrut­ta­mento? Chi rischierà di orga­niz­zare i com­pa­gni di lavoro nella pro­te­sta? Si coglie allora che can­cel­lare il rein­te­gro è fun­zio­nale all’espulsione del sin­da­cato. Togliendo l’ostacolo all’allontanamento del mili­tante sin­da­ca­liz­zato, è un colpo alle orga­niz­za­zioni dei lavo­ra­tori. Un dise­gno com­ple­men­tare al pla­teale rifiuto gover­na­tivo della concertazione.

Qui vediamo il nesso con le riforme isti­tu­zio­nali. Si col­pi­sce la rap­pre­sen­ta­ti­vità del par­la­mento, con un senato non elet­tivo, e una legge elet­to­rale che con premi iper­mag­gio­ri­tari e soglie altis­sime toglie voce a milioni di cit­ta­dini e pone osta­coli dif­fi­cil­mente supe­ra­bili ai new­co­mer. Ma col­pire il par­la­mento signi­fica col­pire i sog­getti poli­tici che in esso agi­scono, e tro­vano la sede per rivol­gersi al paese. L’esito ultimo è inde­bo­lire le forme orga­niz­zate della poli­tica, che si chia­mino par­titi, movi­menti o quant’altro. E biso­gna con­si­de­rare che altri colpi sono stati già inferti, con la can­cel­la­zione del finan­zia­mento pub­blico, e il ricorso a pri­ma­rie aperte, incom­pa­ti­bili con qual­siasi modello di par­tito orga­niz­zato. Una pri­ma­ria aperta ha dato a Renzi il potere asso­luto sul Pd, facendo pre­va­lere il voto dei non iscritti su quello degli iscritti. E la sto­ria con­ti­nua con la raf­fi­gu­ra­zione del par­tito come luogo in cui una mag­gio­ranza comanda e una mino­ranza obbedisce.

Vanno nel mirino le orga­niz­za­zioni poli­ti­che e sin­da­cali. La par­tita in atto è inde­bo­lire o azze­rare i corpi inter­medi che la Costi­tu­zione defi­ni­sce come for­ma­zioni sociali entro le quali si svolge la per­so­na­lità (art. 2), oltre che stru­menti di par­te­ci­pa­zione (artt. 3, co. 2, 39, 49). Per que­sto è un pro­getto sul come man­te­nersi al governo. Punta a libe­rare i gover­nanti dalla fasti­diosa incom­benza di tener conto di quello che il paese pensa, nelle sedi in cui si forma una volontà effet­ti­va­mente col­let­tiva, e non in ordine sparso, magari attra­verso una mail gabel­lata come con­sul­ta­zione popolare.

Non basta richia­mare, a soste­gno, le colpe di par­titi e sin­da­cati. Ancor meno basta la pub­bli­cità ingan­ne­vole sul con­senso del 40% del 58% degli aventi diritto nelle ele­zioni euro­pee. È in gioco la par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica assunta in Costi­tu­zione a fon­da­mento della Repub­blica, diret­ta­mente con­trap­po­sta al popu­li­smo ple­bi­sci­ta­rio e lea­de­ri­stico. E il dibat­tito sull’art. 18 nella dire­zione Pd potrebbe avere rilievo oltre la spe­ci­fica questione.

Sono que­ste le pre­oc­cu­pa­zioni che con­du­cono gufi e par­ruc­coni a par­lare di auto­ri­ta­ri­smo stri­sciante. Certo, i poteri forti gufano da destra, e per altri motivi. Renzi ne trae l’orgoglio di non avere padroni, o padrini. Pren­diamo atto. Vogliamo solo essere sicuri che non si senta padrone di noi tutti.

Massimo Villari  il manifesto

 
 
 

IL VECCHIO E IL NUOVO

Post n°881 pubblicato il 28 Settembre 2014 da red67ag

Renzi defi­ni­sce con­ser­va­tori i com­pa­gni del suo par­tito, che resi­stono all’abolizione defi­ni­tiva dell’art. 18. Non è la prima volta, negli ultimi anni, che nel dibat­tito poli­tico esplode il motivo del con­flitto tra con­ser­va­tori e inno­va­tori. Con un rove­scia­mento di senso rispetto a quel che nor­mal­mente signi­fi­cano que­sti due termini.

È un col­lau­dato arti­fi­cio reto­rico per met­tere in dif­fi­coltà chi difende diritti e con­qui­ste sociali con­so­li­dati, bol­lan­dolo come oppo­si­tore delle splen­dide novità por­tate dalla sto­ria che avanza. Ci sarebbe da chie­dersi se tutto il nuovo che si rea­lizza nel corso del tempo cor­ri­sponda ad aspi­ra­zioni gene­rali, porti bene­fici per tutti.

Pren­diamo ad esem­pio il campo della scienza, quello che al senso comune appare come il campo trion­fante del pro­gresso. Dav­vero tutto l’avanzamento scien­ti­fico dell’età con­tem­po­ra­nea è andato a bene­fi­cio dell’umanità?

La bomba ato­mica è stata una delle più grandi inno­va­zioni scien­ti­fi­che del ’900. In campo mili­tare si è pas­sato dalle armi per com­bat­tere un nemico sul ter­reno a uno stru­mento di geno­ci­dio, di can­cel­la­zione di tutto il vivente. Mi pare dif­fi­cile ascri­verla tra i pro­gressi dell’umanità.

L’amianto è un magni­fico mate­riale igni­fugo, che ha tro­vato infi­nite appli­ca­zioni indu­striali. È un vero pec­cato che esso induca il tumore mor­tale alla pleura o al pol­mone. Ma quella magni­fica inno­va­zione ci è costata e con­ti­nua a costarci migliaia di morti all’anno oltre alle somme ingenti per eli­mi­narlo da case e aziende.

Anche i gas clo­ro­fluo­ro­car­buri, quelli che ser­vi­vano alla refri­ge­ra­zione, rap­pre­sen­ta­vano una geniale inno­va­zione chi­mica. Com è noto, lace­rano lo strato atmo­sfe­rico dell’ozono ed espon­gono gli esseri viventi a raggi solari che alte­rano la strut­tura del dna. Dun­que, non sem­pre andare avanti signi­fica miglio­rare le cose.

Que­sta idea che cam­biando l’esistente si approdi neces­sa­ria­mente al meglio, che andando più in là si diventi più felici che stando qui, è un vec­chio cascame cul­tu­rale soprav­vis­suto all’illuminismo. È una super­sti­zione pae­sana, e ora dispo­si­tivo reto­rico di un ceto poli­tico senza pro­spet­tive, che crede di cam­biare il mondo cam­biando il senso delle parole.

Ma poi è sem­pre da con­dan­nare la con­ser­va­zione? Chi si oppone a che un ter­ri­to­rio verde venga coperto col cemento di nuove costru­zioni genera un danno alla col­let­ti­vità o crea qual­che van­tag­gio agli abi­tanti del luogo e più in gene­rale ai viventi? Chi lotta per­ché la via Appia non divenga luogo di lot­tiz­za­zione per vil­lette pri­vate è cer­ta­mente un con­ser­va­tore: vuole pre­ser­vare le pie­tre di due­mila anni fa da edi­fici nuovi fiam­manti. Ma chi esprime rispetto per la bel­lezza e la gran­dezza del nostro pas­sato, chi ha una idea di società meno spi­ri­tual­mente gretta, chi pro­pone la visione di un pae­sag­gio irri­pro­du­ci­bile da godere col­let­ti­va­mente, chi si fa carico delle nuove gene­ra­zioni, chi esprime un senso dell’interesse gene­rale e del bene comune: è da met­tere alla gogna? Tutto que­sto distil­lato di civiltà dob­biamo but­tarlo via per­ché è vecchio?

Ma la reto­rica con­tro i con­ser­va­tori ha avuto come ber­sa­glio pre­va­lente le tutele dei lavo­ra­tori. Tanto il centro-sinistra quanto il centro-destra hanno aperto una vasta brec­cia di inno­va­zione nel mondo del lavoro: hanno inau­gu­rato l’era del lavoro precario:lavoro in affitto, a pro­getto, inte­ri­nale, som­mi­ni­strato, ecc. Un flo­ri­le­gio mai visto di inno­va­zioni legislative.

In Ita­lia la For­nero è riu­scita a creare una figura unica nel suo genere: gli eso­dati, lavo­ra­tori senza sala­rio e senza pen­sione. Nes­suno può dire che non si tratti di una inno­va­zione. Sta­bi­lire a van­tag­gio di chi è altra questione.

Anche il pre­si­dente della Repub­blica, nella discus­sione intorno all’articolo 18, ha por­tato un rile­vante con­tri­buto di inno­va­zione. Lo ha fatto sul piano del lin­guag­gio. Ha esor­tato il governo e i suoi ad avere più corag­gio. Corag­gio a ren­dere più facil­mente licen­zia­bili ope­rai e impie­gati, coloro che ten­gono in piedi l’economia e i ser­vizi del paese, spesso per un misero sala­rio, coloro che talora entrano ed escono dalla cassa inte­gra­zione, che si infor­tu­nano, che sul lavoro ci muoiono,che rinun­ciano alla mater­nità, che vivono nell’angoscia di un licen­zia­mento che può get­tarli in strada da un momento all’altro. Non siamo di fronte a una innovazione?

Chi è, nel senso comune uni­ver­sale, corag­gioso? Cer­ta­mente colui che affronta un avver­sa­rio più forte, che alza la voce con­tro chi sta in alto. Ad esem­pio chi mette in atto una poli­tica fiscale con­tro le grandi ric­chezze, chi cri­tica l’arrogante poli­tica bel­lica degli Usa, chi cerca di limi­tare l’arricchimento pri­vato di tante pub­bli­che pro​fes​sioni​.Il pre­si­dente della Repub­blica capo­volge la verità sto­rica e anche quella delle parole e si schiera con­tro i lavo­ra­tori del suo paese. A favore degli impren­di­tori, che così potranno disporre in piena e com­pleta libertà della forza– lavoro. Come fac­ciamo a non con­si­de­rarlo un innovatore?

Ma que­sta inno­va­zione ci porta “avanti”? Inde­bo­lire la classe ope­raia, dun­que il lavoro pro­dut­tivo non sem­bra che fac­cia avan­zare le società del nostro tempo. La vasta ricerca di T.Piketty, (Il capi­tale nel XXI secolo, Bom­piani) mostra al con­tra­rio come l’ineguaglianza che si va accu­mu­lando, stia facendo ritor­nare indie­tro la ruota della sto­ria. Misu­rando il peso cre­scente che l’eredità va assu­mendo nelle società indu­striali odierne, egli ricorda che «il pas­sato tende a divo­rare il futuro:le ric­chezze pro­ve­nienti dal pas­sato cre­scono auto­ma­ti­ca­mente, molto più in fretta – e senza dover lavo­rare – delle ric­chezze pro­dotte dal lavoro, sul cui fon­da­mento è pos­si­bile rispar­miare. Il che, quasi ine­vi­ta­bil­mente, porta ad asse­gnare un’importanza smi­su­rata e dura­tura alle disu­gua­glianze costi­tui­tesi nel pas­sato, e dun­que all’eredità».
Le mort sai­sit le vif
, si diceva un tempo, il morto tra­scina il vivo, il pas­sato ingoia il pre­sente. I nova­tori che avan­zano innal­zando i loro ves­silli cor­rono in realtà verso il pas­sato. L’innovazione dei corag­giosi capo­volge non solo la verità morale delle parole, ma anche il corso, pre­teso pro­gres­sivo, della sto­ria del mondo.

Piero Bevilacqua  il manifesto 28/09/2014

 
 
 

PERCHE' L'ARTICOLO 18 VA DIFESO E RIGUARDA TUTTI

Post n°880 pubblicato il 27 Settembre 2014 da red67ag

Tre considerazioni sull'art. 18. Costruire il lavoro "usa e getta" serve ad abbassare i salari (il massimo sarà 900 euro al mese) e, comprimendo i diritti dei singoli, azzererà quelli collettivi, accentuando lo sfruttamento e l'impoverimento

La que­stione dell’abrogazione o man­te­ni­mento dell’art.18 dello Sta­tuto dei Lavo­ra­tori è più che mai al cen­tro della scena poli­tica e ed è quindi dav­vero oppor­tuno dedi­carle tre sin­te­ti­che rifles­sioni su punti di fondo.

La prima rifles­sione riguarda le con­trad­dit­to­rie argo­men­ta­zioni che si sen­tono da parte dato­riale e gover­na­tiva: da una parte si mini­mizza il pro­blema asse­rendo che riguarda una pic­cola mino­ranza di lavo­ra­tori, visto che le sen­tenze di rein­te­gra nel posto di lavoro ai sensi dell’art.18 sono appena 3.000 all’anno, ma dall’altra si afferma che è invece que­stione cen­trale e vitale, per­ché senza abro­ga­zione dell’art.18 non si avrà ripresa né pro­dut­tiva né occupazionale.

Il vero è — rispon­diamo — che l’efficacia e la fun­zione vera dell’art. 18 è quella di pre­ve­nire i licen­zia­menti arbi­trari: pro­prio per­ché essi pos­sono essere annul­lati, i datori di lavoro devono essere pru­denti e giu­sti nei loro com­por­ta­menti. Quelle 3.000 sen­tenze evi­tano — per dirla in sin­tesi — altri 30.000 licen­zia­menti arbi­trari o più. L’art.18 è, e resta, una fon­da­men­tale norma anti­ri­catto, che ha dato dignità al lavo­ra­tore pro­prio per­ché lo libera dal ricatto del licen­zia­mento di rap­pre­sa­glia, più o meno mascherato.

Quanto poi all’affermazione che l’art.18 costi­tui­rebbe un’ingiustizia verso quella metà circa dei lavo­ra­tori che non ne frui­scono, per­ché lavo­rano in imprese con meno di 16 dipen­denti è, più ancora che con­trad­dit­to­ria, para­dos­sale: se solo la metà di una popo­la­zione ha il pane, il pro­blema è di darlo a tutti, non di toglierlo a chi ce l’ha.

La seconda rifles­sione riguarda l’andamento del mer­cato del lavoro e dell’occupazione: dice la Con­fin­du­stria non­ché Renzi ed i suoi acco­liti che una volta che aves­sero le mani libere di licen­ziare a loro arbi­trio, i datori, potendo «spa­dro­neg­giare», assu­me­reb­bero volen­tieri, e che i lavo­ra­tori subi­reb­bero magari una tem­po­ra­nea ingiu­sti­zia, ma sareb­bero poi com­pen­sati da un sistema di fle­x­se­cu­rityche tro­ve­rebbe loro altro ido­neo lavoro, garan­tendo, nel frat­tempo, il loro reddito.

Si tratta di due cla­mo­rose bugie: le imprese assu­mono se lo richiede la domanda di beni e ser­vizi e non per altri motivi, come è sto­ri­ca­mente dimo­strato, men­tre lafle­x­se­cu­rity è un imbro­glio e una falsa pro­messa in tutta Europa, ed in par­ti­co­lare in Ita­lia per­ché quando la disoc­cu­pa­zione strut­tu­rale supera il 10% repe­rire altro lavoro è dif­fi­ci­lis­simo, e le finanze pub­bli­che non pos­sono cor­ri­spon­dere inden­nizzi se non miseri, e per poco tempo: dal 2016, ad esem­pio, sarà abro­gata la inden­nità di mobi­lità trien­nale, e resterà solo la cosid­detta Aspi, di breve durata e con importi decrescenti.

La terza rifles­sione è la più impor­tante: que­sta sma­nia di abro­gare l’art.18 è solo un’antica sfida di potere da parte dato­riale o rien­tra in un ben più com­plesso pro­gramma di «rias­setto» socio-economico?

Tutto dimo­stra ormai che è quest’ultima la rispo­sta esatta per­chè la pre­ca­riz­za­zione totale dei rap­porti di lavoro, che si rag­giunge con i con­tratti a ter­mine «acau­sali» ma per il resto, (e cioè, per quella per­cen­tuale supe­riore al 20% con­sen­tita ai con­tratti a ter­mine), anche pro­prio con con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato non sog­getti a rein­te­gra in caso di licen­zia­mento arbi­tra­rio, è la con­di­zione prima di un esa­spe­rato sfrut­ta­mento del lavoro che sta rag­giun­gendo rapi­da­mente dimen­sioni mai sospettate.

Con il lavoro «usa e getta», esple­tato comun­que sotto ricatto e senza nes­suna cer­tezza del futuro, ben si potrà giun­gere, invero, anche a una dra­stica dimi­nu­zione dei salari sino alla soglia della sopravvivenza.

Il futuro che si pro­spetta è pur­troppo quello di un lavoro non sol­tanto privo di dignità ma anche sot­to­pa­gato per­ché i lavo­ra­tori pre­cari e ricat­tati che diven­te­ranno la nor­ma­lità non potranno più pre­sen­tare riven­di­ca­zioni col­let­tive e quindi, una volta caduti di fatto i con­tratti nazio­nali, lo stan­dard retri­bu­tivo sarà quello del sala­rio minimo garan­tito, che non per nulla il governo Renzi si pro­pone di intro­durre: già si cono­sce il livello di quel sala­rio, si trat­terà di non più di 6 € l’ora al netto del pre­lievo fiscale e con­tri­bu­tivo, il che signi­fica non più di 800 — 900 euro al mese.

Il nostro è già un paese in cui il 10% della popo­la­zione pos­siede addi­rit­tura il 50% della ric­chezza, e per con­verso il 50% della popo­la­zione deve accon­ten­tarsi di divi­dere un misero 10% della ric­chezza stessa, ma que­sto non basta ancora ai fau­tori del neo­li­be­ri­smo e di tutte le altre cosid­dette «libertà eco­no­mi­che», tra cui quella di licen­ziare arbi­tra­ria­mente. Non è sol­tanto un’antica aspi­ra­zione di potere delle classi domi­nanti, ma è anche la con­di­zione di un ancor più accen­tuato sfrut­ta­mento e impo­ve­ri­mento delle grandi masse.

Pos­siamo solo pre­pa­rarci ancora una volta a una grande bat­ta­glia a difesa della dignità del lavoro.

Piergiovanni Alleva il manifesto 27/09/2014

 
 
 

I MANIPOLATORI DEL DIRITTO

Post n°879 pubblicato il 26 Settembre 2014 da red67ag

  

         
                         

pckg_40141169662365208-20140926.jpg.pagespeed.ce.BqXm3o4GUCTabù, fetic­cio, cascame ideo­lo­gico… Con agget­tivi di tal tipo, i can­tori e i cori­sti del capi­ta­li­smo neo­li­be­ri­sta defi­ni­scono l’articolo 18 della legge 20 mag­gio 1970, n. 300 recante «Norme sulla tutela della libertà e della dignità dei lavo­ra­tori». È l’articolo che pre­vede il rein­te­gro nel posto di lavoro di chi è stato licen­ziato senza giu­sta causa. Ribat­tere ai sud­detti apo­lo­geti del potere padro­nale nei luo­ghi di lavoro (ed anche fuori di que­sti luo­ghi) è inu­tile. Ma riflet­tere sul diritto che rico­no­sce quell’articolo e gri­darne il signi­fi­cato ed il valore è doveroso.

Ed è dove­roso dimo­strare, rive­lare, indi­care che cosa si nega e si vuole sop­pri­mere con l’articolo 18. Qual è il nemico che Renzi com­batte, per conto pro­prio e dei suoi esi­genti ispi­ra­tori delle isti­tu­zioni euro­pee. Per obiet­tivi pro­pri e nell’interesse della Con­fin­du­stria ita­liana. È dove­roso dire come e da che parte si col­lo­cano i seguaci che Renzi ha arruo­lato con fun­zioni di pro­te­zione o di ese­cu­zione nelle isti­tu­zioni della Repub­blica e che cosa sosten­gono i pro­fes­sio­ni­sti della mani­po­la­zione per­ma­nente dell’opinione pub­blica. A che punto di misti­fi­ca­zione si giunge affer­mando che per assi­cu­rare lavoro vanno abro­gati i diritti dei lavo­ra­tori, sot­to­po­nen­doli alla intan­gi­bi­lità del domi­nio, alla dispo­ni­bi­lità dell’arbitrio.
Rein­te­grare il lavo­ra­tore nel posto di lavoro è attua­zione netta e sicura, anche se par­ziale, del diritto al lavoro rico­no­sciuto dall’articolo 4 della Costi­tu­zione tra i prin­cipi fon­da­men­tali dell’ordinamento repub­bli­cano. Di quei prin­cipi che si pon­gono alla base di una comu­nità a forma-stato come sua ragion d’essere e che devono resi­stere a qual­siasi altra nor­ma­tiva, a qual­siasi potere, a qual­siasi esi­genza. So bene che richia­marsi alla Costi­tu­zione, elusa e vio­lata più volte con insi­stenza per­va­siva negli appa­rati poli­tici della Repub­blica, non è più argo­mento deci­sivo imme­diato. È comun­que un’arma da bran­dire come Carta dei diritti da rispet­tare, eser­ci­tare e da imporre come è in ogni Paese civile un diritto rico­no­sciuto da legge. È infatti dalla mag­giore delle leggi, da quella a cui sono sot­to­po­ste tutte le altre, il diritto che attua la nor­ma­tiva dell’articolo 18 dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori. Un’arma quindi ancora più forte di quella che offre ogni legge che san­ci­sca un diritto.
Il con­te­nuto, la por­tata, il signi­fi­cato del diritto che l’articolo 18 prova ad attuare, rileva al mas­simo di una norma giu­ri­dica. Attiene alla con­di­zione umana nei luo­ghi di lavoro e quindi nella società.
Per­ché libera la lavo­ra­trice e il lavo­ra­tore dall’arbitrio del datore di lavoro, quell’arbitrio che, con l’incombenza del licen­zia­mento ad libi­tum, dispor­rebbe in asso­luto delle con­di­zioni di vita di un essere umano. Libera la lavo­ra­trice ed il lavo­ra­tore nel solo modo pos­si­bile, quello di con­di­zio­nare, ridurre il potere del datore di lavoro. Applica, ese­gue, invera così il prin­ci­pio della limi­ta­zione del potere che il costi­tu­zio­na­li­smo sco­prì e dettò per la civi­liz­za­zione delle forme di con­vi­venza umana e come fonte della legit­ti­ma­zione dello stato con­tem­po­ra­neo.
Non è dubi­ta­bile che, al minimo, ogni forma di demo­cra­zia rico­no­sce come valori inde­fet­ti­bili la libertà e l’eguaglianza dei cit­ta­dini. Libertà ed egua­glianza che com­por­tano almeno qual­che grado di indi­pen­denza. Quella indi­pen­denza che scom­pare nel «rap­porto di lavoro dipen­dente». Limi­tare la dipen­denza del lavo­ra­tore subor­di­nato diventa allora l’unica pos­si­bi­lità di atte­nuare la con­trad­di­zione insa­na­bile tra capi­ta­li­smo e demo­cra­zia. A con­di­zione però che il limite sia esat­ta­mente quello del rico­no­sci­mento del diritto al lavoro attra­verso modi e forme ade­guate a ren­derlo cre­di­bile, ad assi­cu­rarne il digni­toso eser­ci­zio al mas­simo pos­si­bile della sua durata. L’articolo 18 dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori svolge con­cre­ta­mente que­sta fun­zione. È un’arma della demo­cra­zia. A for­giarla non fu il bronzo, il ferro o l’acciaio, ma la ten­sione alla «tutela della libertà e dignità del lavoro». È una con­qui­sta di civiltà. La si vuol rinnegare.

Gianni Ferrara - il manifesto

 
 
 
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