Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

 

CIO' CHE RENZI DIVIDE, IL 25 OTTOBRE PUO' UNIRE

Post n°903 pubblicato il 24 Ottobre 2014 da red67ag

   

copertinaxtuttiIl rac­conto e all’uso ven­ten­nale che le cul­ture della desta neo­li­be­ri­sta hanno fatto del con­flitto tra lavo­ra­tori garan­titi, gli adulti, e lavo­ra­tori non garan­titi, i gio­vani, la reto­rica ren­ziana ha aggiunto, den­tro la fero­cia della crisi eco­no­mica, un nuovo capi­tolo che si distin­gue per effi­cienza, com­plice «il voi dove era­vate» e le scelte non fatte dalla poli­tica. Il governo sta rea­liz­zando poli­ti­che con­tro il lavoro che non sono la sem­plice pro­se­cu­zione del neo­li­be­ri­smo nell’austerità, per­ché pro­du­cono ancor più di prima divi­sione, mischiando in appa­renza le carte tra poli­ti­che di «destra e sinistra».

Per divi­dere il governo mette insieme gli 80 euro risar­ci­tori, ma non per tutti e soprat­tutto non per i più deboli e i più col­piti nella crisi, gli inca­pienti, i pen­sio­nati al minimo, le par­tite IVA, spesso più subor­di­nate dei lavo­ra­tori subor­di­nati; adotta il decreto Poletti sui con­tratti a ter­mine, la vera riforma del mer­cato del lavoro, che pur di far alzare le sta­ti­sti­che sull’occupazione, aumenta la pre­ca­rietà reale, lasciando su uno sfondo vago e lon­tano nel tempo, affi­dato alla legge delega, il con­tratto a tutele pro­gres­sive che dovrebbe sosti­tuire, forse e solo dopo spe­ri­men­ta­zioni, una parte di non si sa quali delle attuali mol­te­plici forme di con­tratti di lavoro; dichiara con pre­sun­zione di voler esten­dere in maniera uni­ver­sale gli ammor­tiz­za­tori sociali, ma con le risorse stan­ziate riu­scirà a farlo solo per i col­la­bo­ra­tori a pro­getto, e forse nean­che tutti, lasciando fuori le par­tite Iva e tutte le altre forme di lavoro pre­ca­rio e deter­mi­nando una guerra tra poveri visto che le risorse deri­vano dalla cassa in deroga, per la quale ad oggi sono stan­ziati solo 400 milioni di euro, men­tre i sin­da­cati sti­mano che ser­vi­reb­bero almeno 1,7 miliardi di euro per evi­tare ulte­riori licenziamenti.

La vel­leità dei pro­po­siti del governo è rive­lata dal fatto che con­ti­nua a pra­ti­care l’idea che lo Stato si occupi dei nostri con­cit­ta­dini disoc­cu­pati a costi inva­riati. Inol­tre il taglio dell’Irap agirà su un sistema d’imprese che media­mente ha un terzo di capa­cità pro­dut­tiva inu­ti­liz­zato ed un taglio, senza con­di­zioni e vin­coli, che deter­mi­nerà il para­dosso per cui, ad esem­pio, a Terni la mul­ti­na­zio­nale Thys­sen potrà rice­vere dei cospi­cui bene­fici, senza che que­sto fermi i 550 licen­zia­menti avviati, lasciando ai lavo­ra­tori che da ieri scio­pe­rano ad oltranza il com­pito di difen­dere il loro lavoro nel nostro paese.

E, dul­cis in fundo, la defi­ni­tiva sostan­ziale can­cel­la­zione del rein­te­gro con l’abolizione dell’articolo 18 riven­di­cata dal pre­mier, in diretta tele­vi­siva, come fine di ogni alibi agli inve­sti­menti e alle assun­zioni per gli impren­di­tori, ma non espressa in una delega troppo ampia e for­te­mente indi­ziata di inco­sti­tu­zio­na­lità, nella sua inten­zione di togliere dignità e valore al lavoro.

Il governo divide il lavoro e i lavo­ra­tori, si occupa dei più forti, svuota e can­cella diritti. Riduce le tasse ai più forti tra le imprese e aumenta le tasse con i 6 miliardi di tagli a regioni e comuni ai più deboli cit­ta­dini e pic­cole imprese. E allora tocca alla piazza della Cgil e della Fiom, sabato 25 Otto­bre a Roma, riu­nire e ricom­porre i sog­getti e le sog­get­ti­vità del lavoro, rom­pendo le soli­tu­dini, rico­struendo soli­da­rietà, ridando voce diretta a tutti i lavori e a tutti i lavoratori.

Riu­ni­fi­cando le lotte delle tante fab­bri­che e dei luo­ghi di lavoro, a par­tire dalla side­rur­gia, che respin­gono le chiu­sure, che difen­dendo i posti di lavoro e il Paese: dall’Ast di Terni, alla Nokia di Milano, dall’Agnesi di Impe­ria a Ter­mini Ime­rese e alle molte altre aziende che avreb­bero biso­gno di essere con­si­de­rate emer­genza nazio­nale ed inte­res­sate dall’azione diretta della Pre­si­denza del Consiglio.

È il ritorno di un movi­mento di lavo­ra­trici e di lavo­ra­tori che non si fer­merà ad una mani­fe­sta­zione di testi­mo­nianza, che può cre­scere in uno scio­pero gene­rale e che già oggi è riu­scito a rea­liz­zare molti scio­peri, spesso anche uni­tari, e altri ne ha in pre­pa­ra­zione per chie­dere un radi­cale cam­bia­mento delle poli­ti­che del Governo.

Cam­bia­mento che parta dal supe­ra­mento dei vin­coli di bilan­cio e dalla messa in discus­sione del Fiscal com­pact, che passi dal taglio delle spese mili­tari e da una patri­mo­niale, che arrivi a met­tere insieme risorse pub­bli­che per un piano del lavoro. Un New Deal che fac­cia “guerra” alla povertà e alla disoc­cu­pa­zione, che non sia affi­dato alla carità com­pas­sio­ne­vole e ad un mer­cato che dà per ine­lut­ta­bili la dise­gua­glianza e la per­dita di cit­ta­di­nanza reale di una parte con­si­de­re­vole di Ita­liani. In que­sta bat­ta­glia, in que­sto cro­giolo la sini­stra può tro­vare signi­fi­cato, ma soprat­tutto può essere utile e incon­trare per­sone in carne ed ossa, uomini e donne, gio­vani e anziani, che oggi non hanno rap­pre­sen­tanza, ma hanno ragioni e pos­sono tro­vare forza.

Tutto ciò è a por­tata di mano alla con­di­zione che si metta in campo una cre­di­bi­lità costruita su com­por­ta­menti coe­renti e sulla con­ti­nuità, a par­tire dal fatto che ciò che cam­mina nelle piazze deve cam­mi­nare anche nelle aule e nei voti in parlamento.

Giorgio Airaudo - il manifesto

 
 
 

IL DENARO E LA STORIA: A COLLOQUIO CON LUCIANO CANFORA

Post n°902 pubblicato il 22 Ottobre 2014 da red67ag

 

 

 

 

                   

8.luciano-canfora500-300x199Classicista di fama internazionale, esponente di spicco della sinistra italiana, docente presso l’Università di Bari, Luciano Canfora è uno degli intellettuali più prestigiosi e controcorrente che il panorama italiano può vantare. Quest’anno ha partecipato, in qualità di condirettore, all’edizione appena conclusasi del prestigioso Festival Storia, ospitata presso i locali dell’Università di San Marino e dedicata al tema “Auri Sacra Fames”. Il denaro, motore della Storia? A lui abbiamo chiesto una riflessione su questo interrogativo che non trova quasi mai riscontro nelle discussioni politiche e culturali sia a livello nazionale che internazionale.

Professor Canfora, fermo restando che, come sosteneva Marx, l’economia è la struttura portante della storia dell’umanità, e con essa il denaro e l’avidità dell’uomo, si può intravedere un’epoca in cui questo aspetto ha prevalso più di altri momenti?

Una storia dell’umanità in sintesi l’ha già raccontata Lucrezio, il poeta latino del tempo di Cicerone e di Cesare, a metà del primo anno Avanti Cristo. Nel quinto libro del “De Rerum Natura”, una pagina formidabile, una specie di storia dell’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, egli afferma che la storia conflittuale dell’umanità, comincia quando viene scoperta la proprietà, “Res reperta”, e l’oro. Sono convinto che Lucrezio sia stato un pensatore originale e molto importante. Comunque l’intuizione che l’intera vicenda umana sia legata a questo fenomeno, alle dinamiche della proprietà e al conflitto che esse determinano, diventa nel suo pensiero molto chiara. Insomma il materialismo storico non ha inventato nulla a riguardo, ha solo preso coscienza di un convincimento già radicato nella realtà.

Anche quando si parla della “guerra motore della Storia” siamo sempre dentro il concetto di “scontro per la proprietà”?

Certo. Che sia conflitto imperiale o conflitto civile, sempre della stessa cosa si tratta. Ci sono però dei momenti in cui tutto questo passa in secondo piano nelle coscienze delle persone, e questo lo abbiamo visto varie volte riprodursi, a seguito della conflittualità a base religiosa. Le religioni scatenano i fanatismi contrappositivi, ovvero: “quello che penso io è vero, quello che pensi tu è demoniaco”; innescano conflitti spaventosi che possono durare secoli. L’Europa fu letteralmente   dilaniata dalle guerre di religione. Sicuramente dietro questi conflitti allucinanti a base religiosa ci sono, anche se non soprattutto, motivi di carattere materiale. Di cui gli stessi protagonisti però spesso non sono consapevoli. Sicuramente il petrolio è alla base della terribile guerra del nuovo califfato contro i paesi vicini, ma i militanti di quella realtà sono convinti di lottare per una religione, per una fede.

Questo vale anche per le guerre di religione europee che prima ha citato…

Certamente anche lì c’era un conflitto tra poteri. Non è che Lutero si ponesse solo il problema del culto dei santi o di altre cose di questo genere. C’era il potere romano implicato con le grandi potenze dell’epoca, la Germania che aveva un ruolo in Europa. Però coloro che seguivano i vari movimenti religiosi credevano di lottare per delle fedi contrapposte. E il potere cercava e cerca ancora di favorire questo equivoco. Per esempio durante tutto il periodo della Guerra fredda, nello scorso secolo, l’Occidente ha cercato di convincere masse sterminate di persone che quella fosse una lotta per la libertà. E tanti si sono impegnati convinti di fare questo tipo di battaglia. In un certo senso la cartina di tornasole ha dimostrato il carattere propagandistico e quindi falso di questa impostazione. E il risultato ce lo abbiamo sotto il naso. Se la Russia di Putin continua ad essere il nemico ed è un Paese governato dalle mafie capitalistiche, allora vuol dire che era una lotta di potenza anche prima. E’ evidente. Però bisognava dire che quella lotta era a favore del mondo libero. E’ un po’ più difficile dirlo per la Cina, perché è un Paese che forse può essere definito nazional-socialista. Ma anche se il capitale comanda, per l’Occidente la Cina resta il nemico giurato. Bisognerà dunque cercare di dimostrare che stiamo lottando per la libertà contro la tirannide anche lì.

Nella fase in cui stiamo vivendo, da qui l’attualità del convegno, il denaro la fa da padrone più che nei decenni scorsi. E la democrazia sempre più è diventata una scatola vuota, ammesso che sia mai stata piena. Ma almeno una volta nell’immediato dopoguerra, le grandi socialdemocrazie e in Italia il Pci, ma anche gli stessi partiti di orientamento cattolico, lottavano per difenderla la democrazia. Ma questa fase è poi terminata. C’è stato il fallimento del modello dell’Est con gravi ripercussioni anche all’Ovest, con le sinistre che hanno subito il fascino perverso del liberismo. Le forze più piccole sono rimaste minoritarie e da noi sono di fatto scomparse. L’esperienza del socialismo reale, con tutti i suoi enormi limiti, può essere però rivista come un tentativo per porre un argine a questo predominio del denaro?

Io lo direi senza tante esitazioni. Il fatto che ci abbiano martellato con “l’impero del male” è il risultato dell’operato di una frattaglia giornalistica che deformava la realtà. L’esperienza sovietica è crollata perché non è stata capace di eliminare la disuguaglianza al proprio interno. E quindi non era più credibile per i suoi stessi concittadini. Perché predicare un’ideologia egualitaria praticando la disuguaglianza, sia pure a livello molto più modesto di quello osserviamo nell’Occidente capitalistico, rappresentava un tallone di Achille colossale. La gara spaziale, le guerre stellari, il contrasto militare in tutto il pianeta. Sappiamo queste cose. Però è stata una gloriosa esperienza durata abbastanza, una settantina d’anni del XX secolo. Per cui se ne deve parlare con rispetto e anche con la convinzione che si è trattato di un periodo eroico della storia umana. Ma la constatazione più rilevante secondo me è un’altra: che cioè l’errore di partenza del presupposto stesso che mise in moto allora un processo rivoluzionario di grandissima estensione, perlomeno a livello euro-asiatico, era insito nel fatto che ci si illudeva di essere giunti al punto di arrivo del sistema capitalistico. Si è trattato di un errore capitale. Con gli occhi di oggi, noi possiamo fare la seguente constatazione: l’esperienza del socialismo reale ha modernizzato due gigantesche aree del mondo: l’ex impero russo e la Cina. Trascinandole fuori da una situazione semi feudale, comunque paleo e proto capitalistica, e ha creato le premesse, crollando sul piano politico, per un gigantesco sviluppo del capitalismo in quei tre quarti del mondo che ancora non erano a quel livello. Quindi la Storia del capitalismo è appena cominciata. Il fatto che noi non ne vedremo la fine non ha alcuna importanza. È sciocco non rendersi conto che la Storia non si arresta mai. E nessuna forma economico-sociale è eterna. E così anche il capitalismo non è eterno.

Tornando al tema stringente dell’attualità e del dominio del denaro, come possiamo contrastarlo tenendo conto di quanto abbiamo detto finora e di uno scenario europeo lontanissimo dal prendere atto di questa situazione?

L’Europa, come dice tutti i giorni Sergio Romano che non è un bolscevico, è una piccola articolazione della politica statunitense. E’ comico essere europeisti ed è comico tutto il ciarpame che ci viene ammanito quotidianamente. Che non è neanche oppio della Storia, è una droghetta, mariuana. Il problema magari è come contrastare tutto questo. Secondo me si tratta di porre in essere una battaglia culturale, intellettuale, scolastica, educativa, dovunque ci siano spazi di libertà di parola. Purtroppo le forze politiche nate sull’onda del Novecento sono arrivate al lumicino. E si è realizzato, in forme diverse nei vari paesi, quello che Gramsci aveva intuito, sviluppando in modo originale certe formulazioni del pensiero elitistico tardo-ottocentesco, come quello di Pareto e dello stesso Croce. Ci troviamo cioè in una realtà di partito unico articolato, diversificato al proprio interno ma sostanzialmente unico. Quindi il periodo in cui il movimento operaio riuscì ad essere un soggetto autonomo e fare una sua politica traducendola in opere, in carte costituzionali e conquiste sociali, si è concluso. Quel che resta fa un’altra cosa, fa quello che tradizionalmente fanno i partiti di centro e di destra nei regimi capitalistici, cioè i comitati di affari della borghesia apparentemente divisi tra loro, altrimenti l’inganno elettorale non funzionerebbe. L’aspetto rivoluzionario, potremmo dire, del fascismo era quello di puntare al partito unico. Perché pensava di realizzare una sua propria rivoluzione nazionale, a metà strada tra le due alternative, quella capitalistica e quella sovietica. Una rivoluzione fallita ed anche primitiva dal punto di vista degli strumenti. In realtà il vero strumento è il partito unico articolato, il gioco elettorale, come nel circo di Costantinopoli dove si scannavano azzurri contro verdi. Quindi è inutile contare su quella o quell’altra formazione politica. Poi la storia, si dice heghelianamente, ogni tanto si crea il suo strumento. Il liquidatore definitivo del comunismo italiano è già arrivato. E' un gaglioffo di 40 anni che sta facendo la sua parte e localmente sta attuando il piano di Gelli di Rinascita democratica, cioè due partiti sostanzialmente equivalenti che si dividono il potere. E gli altri scenari europei non sono molto diversi. Certo, ci sono le specificità nazionali, ma la socialdemocrazia tedesca che era maestra di tutte le socialdemocrazie, è ormai lo sgabello della Merkel e non può fare altro. Prendiamone atto e cerchiamo di capire se si intravedono altre possibilità. Ed io vedo a riguardo dei nuclei intellettuali che hanno un referente: il magma gigantesco del mondo della scuola. Perché per fortuna tutto questo sviluppo ha prodotto un’acculturazione di massa, magari scadente, ma diffusissima e con un inevitabile bisogno di capire. Quindi tutti quelli che hanno a che fare con quel mondo si rimbocchino le maniche e cerchino di diffondere chiarezza, di fare controegemonia.

Chiudiamo affrontando sia pure rapidamente una questione, vale a dire quella relativa al condizionamento che la cultura e l’arte, in particolare, subiscono da parte di un sistema fondato sul denaro e sul profitto. Ne hanno parlato, durante il Festival, Roberto Gramiccia, che ha annunciato l’imminente uscita del suo ultimo libro “Arte e potere. Il mondo salverà la bellezza?” (Ediesse) che proprio di questi temi si occupa, e la francese Isabelle Garo. Che cosa pensa di questa tematica?

Pindaro diceva “l’uomo è denaro”. E se i signori della Grecia del nord lo pagavano di più, lui parlava volentieri in versi del valore dei cavalieri e dei ginnasti. Il fatto che il denaro compra tutto e che la sublime poesia pindarica di fatto sia un prodotto del denaro non suscita stupore. Sul fatto che adesso ci sia un salto di qualità non saprei. Probabilmente è così. Ma se uno leggesse Balzac forse si renderebbe conto che, in misura minore, era già così. L’altruismo, come l’antirazzismo o il pacifismo sono conquiste mentali, ma il punto di partenza è un altro e queste conquiste sono punti di approdo di un immane sforzo mentale. Altrimenti l’istinto va naturalmente dove abbiamo detto. Hobbes diceva “homo homini lupus”: è la realtà, purtroppo. Dopo la fine del fascismo, la fase che potremmo definire “dei buoni propositi”, per la generosità di tanti che si sono gettati nella mischia e hanno dato la vita per questo, si è esaurita. E il grande capitale ha finito per governare direttamente. E’ stufo di mediazioni politiche: la democrazia, la costituzioni da difendere, i diritti, i principi fondamentali e via dicendo. E questa è un’esperienza che a rigore non è nuovissima. Basti ricordare la Francia di Luigi Filippo e dei banchieri e quella di Pompidou dopo la crisi della quarta repubblica, che, dopo la parentesi bonapartista di De Gaulle, riporta i banchieri al potere.

Vittorio Bonanni IL MANIFESTO 22 / 10 /2014

 

 

 

 

 
 
 

UNA PRECARIETA' CHE PLASMA LA VITA

Post n°901 pubblicato il 21 Ottobre 2014 da red67ag

La pre­ca­rietà, stando alle reto­ri­che neo­li­be­ri­ste pre­va­lenti e agli sforzi di tutti governi ita­liani amma­liati dai fari alti della fles­si­bi­lità e dell’insicurezza sociale, sem­bre­rebbe rap­pre­sen­tare lo sta­tus incon­te­sta­bile della società con­tem­po­ra­nea. Supe­rare que­sta reto­rica è dove­roso. La socio­lo­gia può con­tri­buire a denun­ciare le grandi ipo­cri­sie del neo­li­be­ri­smo. Già Ulrich Beck denun­ciava l’irruzione della discon­ti­nuità, della fles­si­bi­lità, dell’informalità all’interno dei bastioni occi­den­tali della società della piena occu­pa­zione quale variante dello svi­luppo capi­ta­li­sta, in costante espan­sione all’interno delle più mature società del lavoro occi­den­tali. Sono milioni in Europa i lavo­ra­tori e le lavo­ra­trici costretti ad una mul­tiat­ti­vità nomade, ossia a svol­gere più lavori per riu­scire ad otte­nere le risorse eco­no­mi­che neces­sa­rie per vivere. La con­se­guenza è la tra­sfor­ma­zione della società del lavoro nella società della pre­ca­rietà e il con­so­li­darsi di uno stato di insi­cu­rezza ende­mica quale ele­mento distin­tivo del capi­ta­li­smo avan­zato.
Il sag­gio Stra­te­gie di con­ci­lia­zione famiglia-lavoro per i lavo­ra­tori ati­pici. Una ras­se­gna della let­te­ra­tura di Cava­letto e Musmanno, pub­bli­cato sul n. 1/04 de «La Rivi­sta di Ser­vi­zio Sociale dell’Istituto per gli Studi sui Ser­vizi Sociali» appro­fon­di­sce l’analisi spo­stando il focus dalle tema­ti­che eco­no­mi­che clas­si­che del lavoro e dei diritti a quella delle inter­fe­renze tra le tra­iet­to­rie pro­fes­sio­nali e la quo­ti­dia­nità. Ciò ha per­messo di met­tere in luce le con­se­guenze dello sman­tel­la­mento del sistema di garan­zie che ha gover­nato il con­flitto tra lavoro e capi­tale nel XX secolo e le dif­fi­coltà del wel­fare ita­liano a rifor­marsi per garan­tire le nuove classi sociali dal bara­tro della povertà. La ricerca ana­lizza in par­ti­co­lare i per­corsi esi­sten­ziali dei gio­vani, delle donne e delle fami­glie, e le con­se­guenze su di essi pro­dotte dal Pac­chetto Treu del 1997, Legge Biagi del 2003 e dalla riforma For­nero.
I neo diplo­mati e neo lau­reati ita­liani, ad esem­pio, risul­tano desti­nati ad entrare nel mer­cato del lavoro con forme con­trat­tuali ati­pi­che, spesso impie­gati in occu­pa­zioni fru­stranti e non for­ma­tive, per periodi di tempo non pre­ve­di­bili e senza alcuna garan­zia della loro con­ver­sione in for­mule con­trat­tuali pro­tette. Que­ste con­di­zioni spo­ste­reb­bero in avanti il loro ingresso nel lavoro retri­buito a causa dell’allungamento del periodo for­ma­tivo, fatto di con­ti­nui master, stage e corsi di for­ma­zione. La con­se­guenza è il paral­lelo allun­ga­mento del periodo di dipen­denza dal nucleo fami­liare d’origine insieme a gravi dif­fi­coltà nel rag­giun­gere l’autonomia abi­ta­tiva, eco­no­mic. Si mani­fe­sta un atteg­gia­mento open-end in cui indi­pen­den­te­mente dalla situa­zione esi­stente si man­tiene una via di uscita che evita l’impegno a lungo ter­mine, a fronte di pro­get­tua­lità di corto respiro che accen­tuano la pro­pria pre­ca­rietà, sci­vo­lando nella spi­rale discen­dete del lavoro ati­pico. Venendo meno la pos­si­bi­lità di costi­tuire una fami­glia, si allon­tana paral­le­la­mente la pos­si­bi­lità di «inve­stire nella geni­to­ria­lità». Ana­liz­zando i tassi di nata­lità dei paesi euro­pei negli ultimi dieci anni le due autrici regi­strano una duplice ten­denza. Da una parte si tro­ve­reb­bero i paesi con ele­vata occu­pa­zione fem­mi­nile e wel­fare «amico» delle fami­glie, in cui la nata­lità è aumen­tata o almeno rima­sta sta­bile. Dall’altra si tro­ve­reb­bero i paesi, come l’Italia, in cui ad un basso tasso di occu­pa­zione fem­mi­nile si regi­stra un wel­fare resi­duale e tassi di nata­lità tra i più bassi a livello mon­diale. Emer­gono così tutti i limiti strut­tu­rali del wel­fare ita­liano che resta fram­men­ta­rio, scar­sa­mente finan­ziato e con un sistema di soste­gno al red­dito quasi ine­si­stente.
Il sag­gio pub­bli­cato dall’Istisss si con­cen­tra anche su una delle reto­ri­che giu­sti­fi­ca­zio­ni­ste più dif­fuse del pre­ca­riato secondo la quale esso garan­ti­rebbe sup­po­sti van­taggi alle donne. L’assunto risie­de­rebbe nella strut­tu­rale insta­bi­lità che carat­te­rizza da sem­pre l’attività occu­pa­zio­nale fem­mi­nile, così giu­sti­fi­cando la loro dispo­ni­bi­lità natu­rale alla pre­ca­rietà lavo­ra­tiva. Si tratta di una rap­pre­sen­ta­zione ideo­lo­gica. Si con­si­deri ad esem­pio che per una donna pre­ca­ria la scelta di avere un figlio genera l’involontaria uscita dal mer­cato del lavoro, peral­tro spesso non tem­po­ra­nea. Inol­tre, se anche la cop­pia è pre­ca­ria, diventa inde­ro­ga­bile la neces­sità di avere red­diti sta­bili, com­por­tando il rin­vio della geni­to­ria­lità ad un momento di mag­giore sta­bi­lità. La pre­ca­rietà modi­fi­che­rebbe anche l’organizzazione tra­di­zio­nale del tempo, impe­dendo la rou­tine utile per l’esercizio dei ruoli geni­to­riali. I pre­cari sono infatti più espo­sti alla fles­si­bi­lità d’orario e a cam­biare sede di lavoro.
All’aumento della pre­ca­rietà, con­tro la quale biso­gne­rebbe inau­gu­rare una nuova sta­gione di lotta, non è seguita in Ita­lia una revi­sione delle poli­ti­che di sicu­rezza sociale. Il sistema di «flex-security» ita­liano ha pro­dotto drammi sociali ai quali si somma l’incapacità del wel­fare di ade­guarsi alle mutate con­di­zioni occu­pa­zio­nali, gene­rando un sistema di flex-insecurity sociale. È dav­vero il caso di dire, pre­cari di tutto il mondo uniamoci.

Il manifesto  21/10/2014

 
 
 

LA LEGA PRENDE PIAZZA DUOMO

Post n°900 pubblicato il 19 Ottobre 2014 da red67ag

MILANO. Il tabù infranto, mai nella storia razzisti e fascisti avevano marciato in questa città. Il successo del raduno voluto da Salvini chiama in causa la sinistra che non c’è. Centri sociali e studenti sfilano soli contro la destra

leganord_R400Que­sto disa­gio cos’è? Dif­fi­cile da spie­gare. Forse la sen­sa­zione fisica di essere stati let­te­ral­mente can­cel­lati dalla sto­ria. Pro­prio qui, in piazza Duomo. La «nostra», dice­vamo fino a ieri. Doveva suc­ce­dere. Era nell’aria e adesso si spre­che­ranno le ana­lisi. O forse faremo finta di niente. Ma dove cazzo era­vamo? Già. Troppo tardi ormai. In Ita­lia c’è un nuovo par­tito anti sistema di massa. Il suo lea­der è abile, fur­betto. Il par­tito è di destra. Di estrema destra. Prima o poi farà il pieno di voti. Moderno. Forte, radi­cato nel ter­ri­to­rio, popo­lare, inter­clas­si­sta, pieno di vec­chi e di gio­vani dispo­sti a met­tersi in gioco. Sono orgo­gliosi di esserci, brutti per il nostro stra­bico punto di vista. Ma è il «popolo», lo chia­ma­vamo così.

Eccolo qua. Non sono più sfi­gati, sono minac­ciosi, non par­lano solo ber­ga­ma­sco o bre­sciano, ven­gono dal sud Ita­lia, dalle Mar­che, dalla Cala­bria. Fasci­sti, veri. Per­ché il primo par­tito di massa in Ita­lia è un par­tito a voca­zione nazio­na­li­sta, «da Trento a Palermo» come dice il capo supremo — sem­bra il fra­tello gemello dell’altro Mat­teo. Poi lungo il cor­teo qual­che sim­pa­ti­cone vaneg­gia ancora di seces­sione, ma quella è sto­ria vec­chia, il bor­bot­tare di Bossi che fa pena quando bia­scica dal palco.
La con­fu­sione è tanta sotto anche il cielo leghi­sta, ma il mes­sag­gio è forte e chiaro e garan­ti­sce agi­bi­lità per tutti. Sono raz­zi­sti, can­tano le can­zon­cine con­tro i «clan­de­stini», ridono, e fun­ziona. Pacioc­coni e pic­chia­tori stanno facendo un pezzo di strada insieme. Sono giu­sta­mente con­tro l’Europa delle ban­che e con­tro l’austerity che affama i cit­ta­dini (anche loro, solo che la sini­stra in un solo anno è riu­scita a per­dere per strada un milione di voti con la Lista Tsi­pras). Come mai? Pro­blemi di cre­di­bi­lità? Forse abbiamo urgen­te­mente biso­gno di un altro Mat­teo tutto nostro? L’argomento è spi­noso, e non è ancora comin­ciata l’analisi. Biso­gna rico­no­scerlo. Sal­vini ha vinto. E dopo que­sta gior­nata forse biso­gne­rebbe smet­terla di rac­con­tarsi la sto­riella edi­fi­cante di Milano città meda­glia d’oro della Resi­stenza. Se così fosse non sarebbe successo.

Mai vista una piazza del Duomo così. Se vogliamo rima­nere sul sim­bo­lico, che tanto sim­bo­lico non è, pro­prio in que­sta città, guar­diamo l’ultimo spez­zone di cor­teo che entra in piazza. Fis­sia­molo negli occhi. I vec­chi can­tano le loro can­zoni con un filo di voce, sono com­mossi. Lo sguardo perso. Alle vec­chie vedove non pare vero, si com­muo­vono anche: piazza Duomo, piazza Duomo, «ma allora è vero». Sì. I gio­vani sfi­lano die­tro le inse­gne di Casa Pound, il ser­vi­zio d’ordine è rigo­roso, sim­pa­tico, hanno vinto, sono alle­gri: sono fasci­sti gio­vani, loro hanno sof­ferto meno, arri­vano da tutta Ita­lia (Lazio, Cala­bria, Mar­che, Pie­monte, Abruzzo, Lom­bar­dia) entrano per la prima volta in que­sta piazza. E’ un ingresso trion­fale, pro­ba­bil­mente tre­mano le gambe. Il brac­cio teso. Il tabù è infranto. Saranno due­mila. Pochi? Tan­tis­simi. Intorno a loro c’è la piazza più acco­gliente che esi­sta in Ita­lia: diciamo 80 mila per­sone. Una marea. Ci scap­pe­rebbe la con­si­de­ra­zione enfa­tica, se dices­simo che mai nella sto­ria repub­bli­cana i fasci­sti hanno messo piede in piazza Duomo can­tando le loro can­zoni, per dare forza e lugu­bre sostanza a decine di migliaia di per­sone che per tutta la gior­nata non hanno fatto altro che pren­der­sela con gli stra­nieri, oltrag­giando i morti. Vin­cono e vin­ce­ranno facile, per­ché gio­cano da soli.

Il comi­zio del lea­der è uno show. Una mace­do­nia di popu­li­smo, dema­go­gia, deliri este­ro­fili, raz­zi­smo gua­scone, vio­lenza, con accenti di buon senso che sem­pre arri­vano alla pan­cia di «quelli che non arri­vano alla fine del mese». Il ragazzo è abile. Non ce l’ha con i gay, per esem­pio, mica è scemo, solo che «i gay piut­to­sto che spo­sarsi magari pre­fe­ri­reb­bero avere un lavoro». Esor­di­sce salu­tando Putin, il suo nuovo amico, e sul palco spunta un amba­scia­tore della Rus­sia che gli porge un rega­lino da parte dello zar. Poi spu­pazza un neo­nato, «siamo in que­sta piazza per il futuro dei nostri figli». Liscia il pelo ai pen­sio­nati. Evoca le mele delle Val­tel­lina per dare dei «pirla» a quelli di Bru­xel­les, poi evoca Oriana Fal­lacci. L’ordine dei gior­na­li­sti è «del cazzo» e il canone della Rai non biso­gna più pagarlo. Vuole la castra­zione chi­mica per gli stu­pra­tori, chiama in causa Napo­li­tano per­ché vuole la gra­zia per un tale che ha ucciso un rapi­na­tore. Non vuole nean­che una moschea. E vuole la fine di Mare Nostrum (la vuole anche il governo Renzi-Alfano). Niente di nuovo, ma dirom­pente. Poi chiama la piazza a scam­biarsi un segno di pace «per met­tersi in gioco», ottan­ta­mila per­sone si danno la mano per giu­rarsi non si sa cosa. Ma ieri è nata la nuova destra popo­lare italiana.

Quanto ci riguarda? Molto, eppure in pochi l’hanno com­preso. Il sin­daco Giu­liano Pisa­pia, per esem­pio, non deve essersi accorto di cosa è acca­duto sotto le sue fine­stre se a cose fatte rila­scia solo uno stri­min­zito comu­ni­cato per dire che «Milano è ed è sem­pre stata una città demo­cra­tica che non può accet­tare tali atteg­gia­menti lesivi della dignità dell’essere umano solo per­ché stra­niero». Dav­vero Milano non può accet­tare? Allora non se n’è accorto nes­suno. Gli assenti non hanno scuse, per­ché que­sta non è una volta qual­siasi e tutta la sini­stra ha lasciato campo libero a una offen­siva aper­ta­mente rea­zio­na­ria e raz­zi­sta, men­tre crisi e disa­gio sociale stanno ali­men­tando una peri­co­losa guerra tra poveri. E la Cgil, che ha saputo rimet­tersi in mar­cia sul lavoro, non ha capito cosa signi­fica sot­to­va­lu­tare il raduno leghi­sta e lasciare libera la piazza.

Per que­sto biso­gne­rebbe com­pli­men­tarsi con tutti quelli che ieri pome­rig­gio hanno sen­tito il biso­gno di esserci per dare almeno un segnale. Rin­gra­ziarli uno a uno. Si sono ritro­vati in piazza per un altro cor­teo, con altri pen­sieri. Sta­vano bene insieme, erano troppo lon­tani dal Duomo. Tre­mila per­sone, stu­denti, cen­tri sociali, la solita sini­stra spar­pa­gliata che se non altro non ha perso il rispetto per la pro­pria sto­ria e che man­tiene viva quella sfron­ta­tezza che serve per guar­darsi in fac­cia anche quando la situa­zione butta male. E sta­volta butta male dav­vero. Forse non bastano più i riflessi condizionati.

Luca Fazio - il manifesto

 
 
 

UNA GUERRA DENTRO IL CETO MEDIO

Post n°899 pubblicato il 18 Ottobre 2014 da red67ag

C'è un mondo del non lavoro che com­prende oggi otto milioni di per­sone. Ex-occupati che hanno perso il lavoro, gio­vani che lo cer­cano per la prima volta e non lo tro­vano, donne che, per ristret­tezze fami­liari, lo cer­cano anche se non più giovanissime.

Lo com­pon­gono altret­tante per­sone che non sanno a chi rivol­gersi e, quindi, non lo cer­cano “inten­sa­mente” e, per­ciò, non rien­trano tra i disoc­cu­pati, ma tra gli “sco­rag­giati”, cate­go­ria di per­sone prima psi­co­lo­gica ed adesso, final­mente, anche sta­ti­stica. Lo com­pon­gono anche tanti cas­sin­te­grati, sta­ti­sti­ca­mente occu­pati e psi­co­lo­gi­ca­mente esclusi, ed i “lavo­ra­tori in mobi­lità”, che popo­lano quel pur­ga­to­rio tra un lavoro per­duto ed uno che dif­fi­cil­mente tro­ve­ranno.
Otto milioni di per­sone sono un bel “bacino elet­to­rale”. Ma essi non sono soli. Nella società ita­liana, più che in altri paesi, esi­ste un tes­suto, una rete fami­liare ed ami­cale, che offre un tetto fino ai 35–40 anni, che tra­vasa la bassa pen­sione o lo scarso red­dito, che atte­nua ed ammor­tizza, quando può e come può, il disa­gio sociale che ne sca­tu­ri­sce (a quando una bella mani­fe­sta­zione delle mamme di Piazza del Popolo Precario?).

Con­si­de­rando anche loro, quindi, il bacino elet­to­rale si allarga oltre i 15 milioni. Un “mer­cato elet­to­rale poten­ziale” di que­ste dimen­sioni fa gola a molti ed è ter­reno di con­qui­sta. Una volta si pen­sava che que­sto fosse un bacino elet­to­rale “natu­ral­mente” orien­tato a sini­stra e le lotte “per il lavoro e per il sud”, pro­mosse dalla Cgil di Di Vit­to­rio e pro­trat­tesi fino agli anni set­tanta, costi­tui­vano il nesso sociale tra disoc­cu­pa­zione, lavoro e sini­stra. Ma erano vera­mente altri tempi.Negli ultimi decenni gio­vani e disoc­cu­pati hanno votato più Forza Ita­lia che sini­stra ed adesso, col declino di Ber­lu­sconi, que­sto “mondo del non lavoro allar­gato” di cui stiamo par­lando è elet­to­ral­mente “con­ten­di­bile” da tutti.

Que­sto lo aveva capito per primo Grillo, diven­tando la mag­giore forza tra i disoc­cu­pati, e subito dopo lo ha capito Renzi che, par­lando invece che di “piano del lavoro” di jobs act, usando inglese, tweet ed hash­tag e mar­tel­lando sulla fidu­cia nel futuro, cerca di fare di que­sto mondo la sua base di massa.

In que­sto tra­gitto comu­ni­ca­tivo, sin­da­cati, sini­stra e lavo­ra­tori a tempo inde­ter­mi­nato ven­gono addi­tati come respon­sa­bili, difen­sori di pri­vi­legi acqui­siti, capri espia­tori. Da qui a dire che se i gio­vani non tro­vano lavoro è per colpa dell’art.18, il passo è stato breve e scam­biare qual­che diritto in meno, con la spe­ranza di qual­che posto di lavoro in più una con­se­guenza logica e natu­rale.
Sap­piamo bene che nes­suna ana­lisi eco­no­mica seria può aval­lare que­ste affer­ma­zioni ed è evi­dente che esse sono stru­men­tali: hanno il solo scopo di per­se­guire e pro­se­guire lo sfon­da­mento poli­tico al cen­tro ed a destra, com­ple­tare la muta­zione gene­tica del Pd e costruire un neo-centrismo che superi il bipo­la­ri­smo incor­po­ran­dolo al suo interno.
Il vero patto del Naza­reno si sta pian piano disve­lando come un’intesa stra­te­gica volta a ridi­se­gnare il pano­rama poli­tico con un Par­tito Cen­trale che per essere tale deve andare oltre la tra­di­zio­nale divi­sione tra cen­tro destra e cen­tro sinistra.

A me sem­bra che, in que­sto campo, Renzi abbia una pre­cisa stra­te­gia che non è solo comu­ni­ca­tiva, ma poli­tica. Renzi ha una sua idea di redi­stri­bu­zione ed una sua filo­so­fia poli­tica: la glo­ba­liz­za­zione e le poli­ti­che mone­ta­rie domi­nanti lasciano pochi mar­gini per riforme eco­no­mi­che in grado di ridurre le disu­gua­glianze; la redi­stri­bu­zione, per­ciò, non può essere quella teo­riz­zata dalla sini­stra, tra lavoro e capi­tale, dai ceti ric­chi a quelli poveri; essa non può che essere “interna” al mondo del lavoro ed agli strati medio — bassi della società; quindi, niente vec­chi arnesi dell’armamentario di sini­stra come tas­sa­zione dei grandi patri­moni o pro­gres­si­vità, ma idee “nuove”.

Redi­stri­bu­zione dei diritti. Togliere diritti ad alcuni, pro­met­tere lavoro ad altri. Che quello che si toglie sia certo e quello che si pro­mette incerto, conta poco per­ché ci si rivolge a due sog­getti ai quali non si toglie niente: agli impren­di­tori, ita­liani e soprat­tutto stra­nieri, invi­tati ad inve­stire, ai gio­vani, invi­tati a spe­rare. Ci saranno que­sti effetti? Molto pro­ba­bil­mente no, ma l’importante è dimo­strare che Renzi ci crede e man­te­nere que­sto feeling fino alle pros­sime ele­zioni, quando que­sti voti saranno neces­sari per pren­dere in mano il paese per cinque-anni-cinque e ridi­men­sio­nare ogni oppo­si­zione interna ed esterna.

Redi­stri­bu­zione dei red­diti. Rien­tra in que­sta tipo­lo­gia, innan­zi­tutto la scelta degli 80 euro che sul piano macroe­co­no­mico non ha pagato per­ché non ha rilan­ciato la domanda, ma su quello elet­to­rale sì. Che poi essa venga coperta con minori ser­vizi e mag­giori tasse locali conta poco. I “bene­fi­ciari” sono iden­ti­fi­ca­bili e sono stati in buona parte grati. I “sacri­fi­cati” sono molti di più, ma sono spar­pa­gliati. Tra loro ci sono anche i bene­fi­ciari, ma essi non hanno potuto cogliere la rela­zione tra soldi che entra­vano e soldi che usci­vano ed anzi sono stati indotti a pen­sare che quelli che entra­vano sono merito di Renzi, quelli che usci­vano, dopo, a rate e per tasse dai nomi mute­voli, sono colpa degli ammi­ni­stra­tori locali, spre­coni ed inef­fi­cienti. Colpa della poli­tica. Quindi bene ha fatto il nostro ad eli­mi­nare gli eletti al senato ed alle province.

In que­sta stessa tipo­lo­gia di redi­stri­bu­zione “interna”, di una sorta di par­tita di giro, rien­tra l’idea di col­pire i red­diti alti, ma fer­man­dosi ai red­diti da lavoro o da pen­sione e non spin­gen­dosi certo a quelli da pro­fitto o da ren­dita. Que­sta idea è stata affac­ciata e poi riti­rata, è scritta nel libro sacro di Gut­geld (pen­sato con Renzi), potrà essere ripro­po­sta, ma intanto ha lasciato il segno: Renzi vuole col­pire in alto (natu­ral­mente non tanto in alto da col­pire grandi red­diti e grandi patri­moni), ma incon­tra resistenze.

Può rien­trare qui anche l’idea, più recente, di anti­ci­pare l’utilizzo del Tfr. Qui siamo in una nuova cate­go­ria di redi­stri­bu­zione: quella tra pre­sente e futuro. Al primo no degli indu­striali, que­sta idea, è stata ridi­men­sio­nata, ma poco importa: Renzi ha comun­que segnato un altro punto a suo favore dimo­strando che pur di fare aumen­tare la domanda se ne inventa una al giorno, per­lo­meno è in buona fede, ci crede, quindi, fac­cia­molo lavo­rare. Fer­mia­moci qui.
Pos­siamo anche dire che Renzi ha inven­tato “le par­tite di giro sociali”: dare ad alcuni togliendo ad altri che appar­ten­gono allo stesso mondo, senza toc­care “gli altri” veri cioè grandi red­diti, grandi ren­dite, grandi ric­chezze. Pos­siamo anche dire che Renzi ha pen­sato ad una redi­stri­bu­zione interna alla stessa per­sona tra l’oggi e il domani e che ha arric­chito la madre lin­gua toscana con il napo­le­tano “facimm’ammuina”, ma resta un fatto incon­fu­ta­bile: ha risuc­chiato voti a destra e al cen­tro e que­sto era scon­tato, ma anche a sini­stra e que­sto non lo era affatto.

L’operazione è risul­tata finora vin­cente per­ché al disa­gio sociale di cui abbiamo par­lato si offrono due mes­saggi effi­caci: ce la sto met­tendo tutta e ci credo, stiamo pagando gli abusi di ieri, quindi, i “pri­vi­le­giati” deb­bono pagare. Ma chi sono i pri­vi­le­giati? In una società in crisi, indi­vi­dua­liz­zata e fran­tu­mata, ter­ri­bil­mente impo­ve­rita sul piano cul­tu­rale, diven­tano quelli più vicini a noi. Chi ha un lavoro è pri­vi­le­giato per chi non lo ha, chi lo ha fisso è pri­vi­le­giato per chi è pre­ca­rio, chi gua­da­gna due­mila euro lo è per chi ne gua­da­gna mille. E gli altri? I ric­chi veri?
Quelli sono lon­tani e non si vedono. Nella colonna sociale che non mar­cia più in avanti, si guarda al vicino con invi­dia. E se non si rie­sce più a vedere in chi sta molto più avanti il sog­getto al quale togliere qual­cosa per darlo a chi sta sof­frendo, viene natu­rale guar­dare a chi ci sta accanto. E così dalla lotta di classe si scade nell’invidia den­tro la classe.

Aldo Carra  il manifesto

 
 
 
Successivi »
 

 

CONTATTA L'AUTORE

Nickname: red67ag
Se copi, violi le regole della Community Sesso: M
Età: 60
Prov: MI
 

 

 

 

 

 

 

 

 

AREA PERSONALE

 

 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

FACEBOOK

 
 
Citazioni nei Blog Amici: 31
 

ULTIME VISITE AL BLOG

tobias_shufflered67agIndianaOglalaklipper_lotciro.alNepentheanto_m79StregaM0rgauseSky_Eaglebelladinotte16lost4mostofitallyeahwoodenshiplacky.procinoMadama.Nera
 

CHI PUÒ SCRIVERE SUL BLOG

Solo l'autore può pubblicare messaggi in questo Blog e tutti gli utenti registrati possono pubblicare commenti.
I commenti sono moderati dall'autore del blog, verranno verificati e pubblicati a sua discrezione.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom