Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

 

I SOMMERSI CHE NESSUNO VUOLE SALVARE

Post n°1031 pubblicato il 21 Aprile 2015 da red67ag

 Il corpo del bam­bino che gal­leg­gia con il volto immerso nella densa mac­chia nera di petro­lio che cir­conda il luogo del nau­fra­gio. Un pic­colo fagotto di lana che un pesca­tore passa nelle mani di un altro. Imma­gini, impen­sa­bili e reali, della tra­ge­dia nelle acque del Medi­ter­ra­neo. Morti annun­ciati, senza con­fini, al ver­tice della cru­deltà con cui il mondo, l’Europa, l’Italia assi­stono alla con­danna degli ultimi, dei deboli, dei som­mersi che la culla dell’inciviltà rifiuta di salvare. In que­ste ore, come sem­pre, abbon­dano com­menti e lamenti di ipo­criti e scia­calli, e la reto­rica è merce copiosa pronta a mar­cire nella falsa coscienza dei nostri con­fini, indi­vi­duali prima che nazionali. Da poli­tici e auto­rità nem­meno un cenno al ruolo di tri­bu­nale spe­ciale che l’Europa, e que­sto governo, si sono asse­gnati sei mesi fa con la deci­sione di con­dan­nare a morte bam­bini, donne e uomini can­cel­lando l’operazione Mare Nostrum, l’unica, prov­vi­so­ria zat­tera di sal­va­tag­gio per più di cen­to­mila pro­fu­ghi nel 2014. L’Europa ha bran­dito un nefa­sto Tri­tone capace solo di assi­stere impo­tente all’ultima eca­tombe. Non è finita, le destre invo­cano il blocco navale, il pre­mier chiede droni armati per col­pire gli sca­fi­sti, le diplo­ma­zie arran­cano al seguito delle guerre che i rispet­tivi governi nep­pure dichia­rano ma sem­pli­ce­mente pra­ti­cano. Le opi­nioni pub­bli­che seguono sugli schermi l’inevitabile sob­balzo media­tico, spet­ta­trici di una deriva demo­cra­tica che semina una pro­gres­siva assue­fa­zione all’orrore assor­bito ogni giorno. E un’ecatombe in più o in meno non fa dif­fe­renza, al mas­simo serve, come capita in que­ste ore, a rad­dop­piare l’inutile replica di Tri­ton. Peg­gio di niente.

Il collettivo del manifesto

 
 
 

LA SORDA EUROPA

Post n°1030 pubblicato il 20 Aprile 2015 da red67ag

Fug­gi­vano da guerra e mise­ria anche i 700 dispe­rati dei quali non si ha noti­zia e ancora tanti sono i dispersi in mare, solo 49 risul­tano in salvo. Non c’è biso­gno che lo dica il Vati­cano che fug­gi­vano da guerra e mise­ria per averne una con­ferma. Guar­date la geo­gra­fia dei luo­ghi da dove, ogni santo giorno, arri­vano in fuga: Nige­ria, Mali, Niger, Siria, Soma­lia, Libia, Egitto, Iraq…ecc. ecc. Non c’è una sola realtà che non veda la costante povertà della quale siamo respon­sa­bili – per favore qual­cuno veda come abbiamo ridotto il Delta del Niger, una regione grande come l’Italia in Nige­ria, “gra­zie” ai nostri pozzi petro­li­feri e a quelli delle altre mul­ti­na­zio­nali del petro­lio. Una fogna di bitumi che hanno deva­stato l’ambiente, rima­sto sem­pli­ce­mente senza acqua. Ma que­sto è poco. Ognuno di quei paesi è in preda certo alle scel­le­rate avan­zate dell’Isis, ma gra­zie al ter­reno fer­tile di mace­rie che abbiamo pro­vo­cato con le nostre guerre. E’ stata la Nato a tra­sfor­mare la Libia, il paese con il red­dito più alto dell’Africa, in un cumulo di rovine senza isti­tu­zioni rap­pre­sen­ta­tive con tre governi che si com­bat­tono e ora sicuro san­tua­rio dello jiha­di­smo estremo per tutto il Medio Oriente. O vogliamo par­lare delle magni­fi­che sorti e pro­gres­sive dello sce­na­rio somalo? Senza dimen­ti­care l’uso occi­den­tale stru­men­tale dei jiha­di­sti in chiave anti-Assad per poi sco­prire che così facendo hanno preso piede in due terzi dell’Iraq, paese dove l’occupazione mili­tare sta­tu­ni­tense — come rico­no­sce lo stesso Obama – ha per­messo alla fine l’avvento e le stragi degli ultimi radi­ca­li­smi isla­mi­sti dello Stato islamico. Fug­gono da que­ste guerre e da que­sta mise­ria. Noi siamo per­lo­meno co-responsabili. E invece l’Unione euro­pea dichiara che “non può fare nulla”, annun­ciano gli alti fun­zio­nari dell’immigrazione Ue. E invece, come scri­vono ormai per­fino i gior­nali tede­schi, sarebbe dove­roso, urgente e ripa­ra­to­rio avviare subito una mis­sione di Mare nostrum sta­volta europea. Quando c’era Mare Nostrum il numero delle vit­time è calato improv­vi­sa­mente. Sem­pli­ce­mente li soc­cor­re­vamo: è quello che dob­biamo fare anche adesso. Ma chi paga? E’ sem­pre dai gior­nali tede­schi che arriva il sug­ge­ri­mento: il pros­simo ver­tice del G7 costerà milioni ai paesi euro­pei. Basta pre­miare il nefa­sto ceto polico con­ti­nen­tale con alber­ghi a 6 stelle e con pranzi raf­fi­nati. Impe­gniamo quei soldi per una mis­sione navale che soc­corra e salvi i migranti, subito. E’ tempo di fare spen­ding review in que­sta Unione euro­pea che se non trova ragioni per esi­stere nem­meno per que­sta tra­ge­dia, è meglio che chiuda i bat­tenti. Toc­cherà a noi che siamo inter­na­zio­na­li­sti e per que­sto euro­pei­sti con­vinti, rifon­darne un’altra soli­dale ed eguale. Quanto allo squalo Sal­vini, pro­pone un blocco navale mili­tare — di 150 navi da guerra – per impe­dire che i dispe­rati arri­vino. Come se non fosse mai acca­duto: qual­cuno si ricorda del mas­sa­cro della Kater I Rades con 100 alba­nesi, donne, bambi e vec­chi, spe­ro­nata da una nave mili­tare ita­liana nel 1997? E aggiunge lo sciacallo-squalo che ci vogliono tanti campi di con­cen­tra­mento in Africa per deci­dere lì “chi è dav­vero clan­de­stino e chi ha biso­gno d’aiuto”. Tutti loro hanno biso­gno d’aiuto. Noi non abbiamo certo biso­gno del raz­zi­smo e dell’odio di Sal­vini. Il fascio-leghista pro­mette che andrà a Palermo e si met­terà su un gom­mone. Così lo vediamo che se ne va…su un gommone.

Tommaso Di Francesco il manifesto

 
 
 

SCUOLA, FERMIAMO IL TRENO IN CORSA

Post n°1029 pubblicato il 19 Aprile 2015 da red67ag

E' stato pro­cla­mato dai sin­da­cati per il 5 mag­gio lo scio­pero gene­rale della scuola, uni­ta­rio come non si vedeva dal lon­tano 2007, che chiede un cam­bia­mento netto del Dise­gno di legge del governo. Forse qual­cuno aveva spe­rato che la velo­cità del per­corso par­la­men­tare sul ddl scuola, impo­sto con­tin­gen­tando in maniera inde­cente i tempi della discus­sione, non desse tempo alla scuola reale di espri­mere riserve e con­tra­rietà. E si è sot­to­va­lu­tato quanto la scuola fosse sem­pre più pre­oc­cu­pata rispetto a un testo molto diverso da quello pre­sen­tato alla con­sul­ta­zione, soprat­tutto sul tema deci­sivo del governo del sistema. In que­ste ultime set­ti­mane si sono mol­ti­pli­cate ini­zia­tive sul ddl, sem­pre più affol­late e sem­pre più com­bat­tive. Insieme alla con­sa­pe­vo­lezza cre­sceva la pro­te­sta. Una prima rispo­sta è stata pro­prio la par­te­ci­pa­zione mas­sic­cia, l’80% dei docenti, alle ele­zioni delle Rsu nelle scuole. La mani­fe­sta­zione di ieri a Roma, affol­lata molto al di là delle pre­vi­sioni, è testi­mo­nianza con­creta di una volontà pre­cisa. La scuola vuole con­tare e dire la sua. E la pro­cla­ma­zione dello scio­pero del 5 mag­gio ne è testi­mo­nianza. I reso­conti par­la­men­tari ci rac­con­tano di audi­zioni dalle quali sono venute cri­ti­che e insieme pro­po­ste di cam­bia­mento. C’è un docu­mento di 32 asso­cia­zioni (di docenti, stu­denti, diri­genti, geni­tori) con­cordi su alcuni punti da cam­biare. Ci sono asso­cia­zioni di diri­genti sco­la­stici che cri­ti­cano un testo «mal scritto, con­trad­dit­to­rio e molto lon­tano dalle esi­genze della scuola». Ci sono richie­ste di gruppi par­la­men­tari che hanno pro­po­sto di stral­ciare dal dise­gno di legge la parte rela­tiva al pre­ca­riato, per per­met­tere le sta­bi­liz­za­zioni dal 1 set­tem­bre, senza ricat­tare il Par­la­mento con la tagliola dei tempi. Mi pare allora che la fretta di arri­vare a una legge seguendo impen­sa­bili scor­cia­toie par­la­men­tari, rifiu­tando ogni con­fronto con le realtà sociali ed asso­ciate della scuola, ma anche con gli stessi legi­sla­tori sia la dimo­stra­zione con­creta che la scuola dise­gnata dal governo è tutt’altro che buona. E che il governo rifugge dal con­fronto pro­prio per­ché sa che quelle pro­po­ste non otter­reb­bero mai, nella scuola, una signi­fi­ca­tiva base di consenso. Per que­sta scuola non è pre­vi­sta nes­suna valo­riz­za­zione, anzi si assi­sterà a un nuovo taglio delle risorse. Il Def, appro­vato dal governo solo pochi giorni fa, pre­vede per l’istruzione risorse pari al 3,7% del Pil, rispetto al 4,5 del 2010 e al 5,4 del 1990. In un con­fronto con gli altri paesi euro­pei saremmo, come al solito, gli ultimi della lista. Insomma, dopo i dra­stici tagli di Tre­monti e Gel­mini che hanno inde­bo­lito la qua­lità della scuola, in par­ti­co­lare della pri­ma­ria, un tempo ai primi posti nelle clas­si­fi­che inter­na­zio­nali, con una pesante ridu­zione di tempo pieno e di inse­gnanti, non si segna nes­suna inver­sione di rotta. Altra que­stione cru­ciale è l’impianto auto­ri­ta­rio su cui si vor­rebbe far leva per rifor­mare la scuola. La scelta degli inse­gnanti da parte dei diri­genti feri­sce in modo grave l’unità del sistema e rischia di pro­muo­vere una peri­co­losa gerar­chia tra scuole. Inol­tre si cree­rebbe una subor­di­na­zione degli inse­gnanti nei con­fronti dei diri­genti — ai quali viene dato il potere di asse­gnare premi e gra­ti­fi­che in denaro -, che mette peri­co­lo­sa­mente in discus­sione la libertà di inse­gna­mento. Segnalo que­sti due pro­blemi per tutti che, insieme alla que­stione della sta­bi­liz­za­zione dei pre­cari, hanno fatto scat­tare un segnale di allarme, impo­nendo di allar­gare una mobi­li­ta­zione sociale da tempo in atto. È l’unica strada per fer­mare il cam­mino di un treno ormai in corsa.

Alba Sasso  il manifesto

 
 
 

IL TRIBALISMO COMMERCIALE

Post n°1028 pubblicato il 18 Aprile 2015 da red67ag

Da anni, il lavoro di Marco Aime si con­cen­tra su alcuni nodi politico-sociali riletti e risi­gni­fi­cati attra­verso la lente dell’antropologia cul­tu­rale e della sua grande espe­rienza che gli pro­viene dai molti viaggi e incon­tri in Asia, Ame­rica Latina e Africa. Anche in que­sto suo ultimo libro, Etno­gra­fia del quo­ti­diano. Uno sguardo antro­po­lo­gico sull’Italia che cam­bia (elèu­thera, pp. 192, euro 15) l’idea è quella di offrire una bus­sola per orien­tarsi intorno ad alcune istan­ta­nee del pre­sente e farne punto di estesa discus­sione. Come nota infatti Jean-Loup Amselle nella pre­fa­zione al volume, la pro­po­sta di Aime che risente sem­pre dell’osservazione par­te­ci­pante con­ferma come poli­tica e antro­po­lo­gia siano in stretto e inscin­di­bile contatto. I temi che Marco Aime ha seguito con mag­giore fre­quenza gli hanno per­messo di sma­sche­rare la cosmesi politico-lessicale entro cui sono stati spesso spac­ciati, quindi prin­ci­pal­mente le reto­ri­che attorno alla cul­tura, all’identità, alla razza e ai mec­ca­ni­smi coer­ci­tivi di potere e pro­fitto cor­ri­spon­denti, ritor­nano anche in Etno­gra­fia del quo­ti­diano mostrando la let­tura di un sistema sociale in bilico fra la dif­fi­coltà della «crea­zione di una coscienza col­let­tiva» e la risorsa – tenace e radi­cale — di pra­ti­che poli­ti­che e di resi­stenza. Lo abbiamo incon­trato per por­ger­gli qual­che domanda. I rituali di rap­pre­sen­ta­zione, come lei stesso spiega, «met­tono in scena» la strut­tura uffi­ciale di una società e, in que­sto senso, sono illu­sioni di cui non si può fare a meno per­ché tra gli ele­menti fon­danti di quella stessa società, pic­cola o grande che sia. A tal pro­po­sito, si sof­ferma sulla parata del 2 giu­gno notando come, nella sua stessa pros­se­mica, risieda una per­fetta rap­pre­sen­ta­zione della gerar­chia politico-militare che governa il paese che spende le pro­prie risorse per riba­dire un posi­zio­na­mento mili­ta­ri­stico, poli­zie­sco e guer­ra­fon­daio a detri­mento di altre scelte e altri sog­getti… Quella parata è un rituale che ostenta e con­ferma il pre­do­mi­nio che tutto ciò che con­cerne l’apparato bel­lico è supe­riore alla società civile e che il potere poli­tico sostiene que­sta gerar­chia. Lo si com­prende non solo dal fatto che a sfi­lare, ad appa­rire nel giorno della Festa della Repub­blica, quella «fon­data sul lavoro», siano solo i mili­tari. Come a dire che quello delle armi è l’unico mestiere degno di essere mostrato, ma lo si evince anche da altri eventi: ai mili­tari morti in quelle forme camuf­fate di guerra che chia­miamo «mis­sioni uma­ni­ta­rie» ven­gono riser­vati fune­rali di Stato con tanto di ban­diera e Pre­si­dente; ai caduti sul lavoro che ogni giorno riem­piono le nostre cro­na­che no. E nel caso dell’aereo che si abbatté sulla scuola di Casa­lec­chio di Reno nel 1990, l’Avvocatura di Stato, essendo le due parti con­ten­denti entrambe isti­tu­zioni sta­tali (Mini­stero della difesa e quello dell’istruzione), scelse di difen­dere il primo. Ancora una volta l’esercito viene prima dei cittadini. Altro ele­mento su cui si con­cen­tra riguarda la Val di Susa e il movi­mento No Tav che lei cono­sce e ha fre­quen­tato in alcune occa­sioni. Sot­to­li­nea la costru­zione del «noi» — in gene­rale con­cetto sci­vo­loso che rischia di neu­tra­liz­zare le dif­fe­renze — che lei qui sot­to­li­nea plu­rale e con­di­viso per­ché non è fon­dato sull’autoctonia bensì risulta frutto dell’adesione alla lotta poli­tica che si sostan­zia nelle pra­ti­che dal basso e in ciò che è «l’assumersi le respon­sa­bi­lità che legano gli uni agli altri»… Il movi­mento No Tav si dif­fe­ren­zia rispetto ad altri movi­menti di oppo­si­zione per­ché ha saputo da un lato gestire la diver­sità al pro­prio interno e dall’altro a non chiu­dersi in una iden­tità locale, esclu­dendo gli altri. Nel primo caso, la spe­ci­fi­cità di que­sto movi­mento è di tenere insieme per­sone di idee poli­ti­che diver­sis­sime, comu­ni­sti e cat­to­lici, anar­chici e leghi­sti, così come indi­vi­dui di età diversa: alle mani­fe­sta­zioni si vedono stu­denti del liceo, anziani par­ti­giani, almeno tre gene­ra­zioni par­te­ci­pano atti­va­mente alla lotta. Sull’altro ver­sante, uno dei punti di forza si può rias­su­mere nello slo­gan «val­su­sini si diventa», che tra­sforma una pre­ro­ga­tiva di appar­te­nenza ter­ri­to­riale, che ine­vi­ta­bil­mente esclu­de­rebbe chi non è del posto, in una scelta ideo­lo­gica, quella di par­te­ci­pare a una lotta in cui si crede. Al con­tra­rio di ciò che fa la Lega, il movi­mento ha pun­tato non sulla natura, ma sulla cultura. Tra i temi che le stanno a cuore da anni c’è quello del tri­ba­li­smo, uno spet­tro che in nuova forma secondo lei «si aggira per l’Europa e soprat­tutto per l’Italia». Rin­trac­cia infatti una rela­zione con l’emergere di nuovi gruppi poli­tici che si fon­dano sulle reto­ri­che dell’autoctonia, dell’identità e delle radici e che hanno della cul­tura una con­ce­zione raz­ziale come dato bio­lo­gico… Appunto, come dicevo prima, molti movi­menti e par­titi euro­pei e in Ita­lia la Lega, stanno pro­po­nendo una società etnica, iden­ti­ta­ria ed esclu­dente. Una società basata sul luogo di nascita e non sulle scelte cul­tu­rali. Un fatto, que­sto, che richiama sini­stra­mente quel Blut und Blo­den, il «terra e san­gue» tanto caro ai nazi­sti. Non a caso nelle loro reto­ri­che spa­dro­neg­gia la meta­fora delle «radici», come se gli umani fos­sero piante che cre­scono solo in un deter­mi­nato posto. Gli uomini hanno però piedi e la sto­ria dell’umanità è fatta di gente in cam­mino. Que­sti movi­menti invece pro­pon­gono una imma­gine sta­tica della sto­ria e per darsi una fac­ciata più moderna, par­lano di difesa della cul­tura, ma l’immagine di cul­tura che hanno in testa è simile a quella della razza: non fatta di scelte, ma deter­mi­nata dalla nascita. Ecco dove si nascon­dono le nuove forme di tribalismo. Rav­visa un legame tra il modo in cui si rap­pre­senta il mer­cato finan­zia­rio e la stre­go­ne­ria. L’incertezza, il rischio ma anche il lin­guag­gio uti­liz­zato diven­gono ele­menti che si scon­trano con la com­pren­si­bi­lità con­sen­tita a tutte e tutti rispon­dendo piut­to­sto a un’esigenza che si muove tra azzardo e cre­denza. Cosa intende? Mi sono un po’ diver­tito a gio­care sulla incre­di­bile somi­glianza che inter­corre tra la pra­tica della finanza e la stre­go­ne­ria dei popoli che ho stu­diato. In entrambi i casi ci si affida a qual­cuno che si sup­pone abbia più poteri di noi e che sia per­tanto in grado di mani­po­lare forze a noi sco­no­sciute, al fine di otte­nere un qual­che risul­tato van­tag­gioso. Il tutto senza alcuna cer­tezza del risul­tato: non è un caso, infatti, che in ita­liano, in inglese, in fran­cese il verbo usato per indi­care l’attività in borsa sia «gio­care», verbo legato all’azzardo. Non si dice «lavo­rare in borsa», per­ché quella è una pra­tica estra­nea al lavoro, quello vero. Anche il lin­guag­gio crip­tico infar­cito di ter­mini miste­riosi ai più come sub­prime, deri­vati, future, stock options sono il segno di un mondo a parte, che non vive nella realtà quotidiana. Arri­viamo al suo rico­no­sci­mento di un mer­cato prov­vi­sto di un chi — quindi incar­nato da donne e uomini. A riprova del suo inte­resse ne ha scritto anche per la col­let­ta­nea Davide e Golia. La pri­ma­vera delle eco­no­mie diverse (AA. VV., Jaka Book, 2013) e c’è da chie­dersi se il rife­ri­mento sia alla pos­si­bi­lità di buone pra­ti­che e quali… Pro­prio dal con­ti­nente della stre­go­ne­ria per eccel­lenza ci arri­vano pra­ti­che che, al con­tra­rio della stre­go­ne­ria, che agi­sce per divi­dere e spez­zare legami, ten­tano di raf­for­zarli e di con­so­li­darli. Per esem­pio, sono stati mutuati modelli di «resi­stenza» afri­cani al mer­cato, adot­tati in metro­poli euro­pee come Parigi e Lon­dra. Una sorta di nemesi sto­rica, pro­prio nelle due prin­ci­pali capi­tali del colo­nia­li­smo afri­cano, si sono dif­fusi quei cir­cuiti di scam­bio locale, chia­mati Sel (Systè­mes d’échanges locaux) o Lets (Local Exchange Trade Systems). Con forme e orga­niz­za­zioni diverse, que­sti sistemi locali ten­dono a spo­stare l’accento dallo scam­bio com­mer­ciale a uno scam­bio che pre­vede una forma di mora­lità. L’ispirazione per la rea­liz­za­zione di que­sti sistemi è stata tratta da realtà simili ope­ranti a Grand Yoff, un quar­tiere di Dakar. Cosa è acca­duto in Sene­gal? Che per fare fronte a un sistema eco­no­mico di mar­chio occi­den­tale, amato dalle élite dei fun­zio­nari ma troppo lon­tano dalle esi­genze della gente comune, si è ten­tato di ripro­porre in chiave moderna quella che gli antro­po­logi defi­ni­scono «l’economia degli affetti». Niente di più natu­rale che recu­pe­rare le tra­di­zio­nali rela­zioni paren­tali, strut­tura fon­dante della società afri­cana, e farle fun­zio­nare come rete di scambio.

il manifesto  18/04/2015

 
 
 

L'ITALIA SPENDE 80 MILIONI DI EURO AL GIORNO PER SPESE MILITARI

Post n°1027 pubblicato il 14 Aprile 2015 da red67ag

La spesa mili­tare ita­liana, cal­co­lata al tasso di cam­bio cor­rente dollaro/euro, è salita da 65 milioni di euro al giorno nel 2013 a circa 70 nel 2014. Anche nell’ipotesi che resti inva­riata nel 2015 (cosa impos­si­bile per­ché la Nato preme per un aumento), la spesa annuale del 2014 equi­vale, all’attuale tasso di cam­bio, a 29,2 miliardi di euro, ossia a 80 milioni di euro al giorno. Ciò emerge dai dati sulla spesa mili­tare mon­diale, pub­bli­cati ieri dal Sipri. Più pre­cisi di quelli del Mini­stero della difesa, il cui bud­get uffi­ciale ammonta nel 2014 a 18,2 miliardi di euro, ossia a circa 50 milioni di euro al giorno. Ad esso si aggiun­gono però altre spese mili­tari extra-budget, che gra­vano sul Mini­stero dello svi­luppo eco­no­mico per la costru­zione di navi da guerra, cac­cia­bom­bar­dieri e altri sistemi d’arma e, per le mis­sioni mili­tari all’estero, su quello del Mini­stero dell’economia e delle finanze. L’Italia è al 12° posto mon­diale come spesa mili­tare fonte: Sipri Net­ta­mente in testa restano gli Stati uniti, con una spesa nel 2014 di 610 miliardi di dol­lari (equi­va­lenti, all’attuale tasso di cam­bio, a 575 miliardi di euro). Stando ai soli bud­get dei mini­steri della difesa, la spesa mili­tare dei 28 paesi della Nato ammonta, secondo una sua sta­ti­stica uffi­ciale rela­tiva al 2013, ad oltre 1000 miliardi di dol­lari annui, equi­va­lenti al 56% della spesa mili­tare mon­diale sti­mata dal Sipri. In realtà la spesa Nato è supe­riore, soprat­tutto per­ché al bilan­cio del Pen­ta­gono si aggiun­gono forti spese mili­tari extra bud­get: ad esem­pio, quella per le armi nucleari (12 miliardi di dol­lari annui), iscritta nel bilan­cio del Dipar­ti­mento dell’energia; quella per gli aiuti mili­tari ed eco­no­mici ad alleati stra­te­gici (47 miliardi annui), iscritta nei bilanci del Dipar­ti­mento di stato e della Usaid; quella per i mili­tari a riposo (164 miliardi annui), iscritta nel bilan­cio del Dipar­ti­mento degli affari dei vete­rani. Vi è anche la spesa dei ser­vizi segreti, la cui cifra uffi­ciale (45 miliardi annui) è solo la punta dell’iceberg. Aggiun­gendo que­ste e altre voci al bilan­cio del Pen­ta­gono, la spesa mili­tare reale degli Stati uniti sale a circa 900 miliardi di dol­lari annui, circa la metà di quella mon­diale, equi­va­lenti nel bilan­cio fede­rale a un dol­laro su quat­tro speso a scopo militare. Nella sta­ti­stica del Sipri, dopo gli Stati uniti ven­gono la Cina, con una spesa sti­mata in 216 miliardi di dol­lari (circa un terzo di quella Usa), e la Rus­sia con 85 miliardi (circa un set­timo di quella Usa). Seguono l’Arabia Sau­dita, la Fran­cia, la Gran Bre­ta­gna, l’India, la Ger­ma­nia, il Giap­pone, la Corea del sud, il Bra­sile, l’Italia, l’Australia, gli Emi­rati Arabi Uniti, la Turchia. La spesa com­ples­siva di que­sti 15 paesi ammonta, nella stima del Sipri, all’80% di quella mondiale. La sta­ti­stica evi­den­zia il ten­ta­tivo di Rus­sia e Cina di accor­ciare le distanze con gli Usa: nel 2013–14 le loro spese mili­tari sono aumen­tate rispet­ti­va­mente dell’8,1% e del 9,7%. Aumen­tate ancora di più quelle di altri paesi, tra cui: Polo­nia (13% in un anno), Para­guay (13%), Ara­bia Sau­dita (17%), Afgha­ni­stan (20%), Ucraina (23%), Repub­blica del Congo (88%). Ogni minuto si spendono nel mondo a scopo militare 3,4 milioni di dollari, 204 milioni ogni ora, 4,9 miliardi al giorno I dati del Sipri con­fer­mano che la spesa mili­tare mon­diale (cal­co­lata al netto dell’inflazione per con­fron­tarla a distanza di tempo) è risa­lita a un livello supe­riore a quello dell’ultimo periodo della guerra fredda: ogni minuto si spen­dono nel mondo a scopo mili­tare 3,4 milioni di dol­lari, 204 milioni ogni ora, 4,9 miliardi al giorno. Ed è una stima per difetto della folle corsa alla guerra, che fa strage non solo per­ché porta a un cre­scente uso delle armi, ma per­ché bru­cia risorse vitali neces­sa­rie alla lotta con­tro la povertà.

Manlio Dinucci  il manifesto

 
 
 
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