Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

 

FLESSIBILITA': STORIA DI UNA DISFATTA

Post n°949 pubblicato il 19 Dicembre 2014 da red67ag

Quel luogo che ha accolto brac­cianti, lavo­ra­tori a gior­nata, ope­rai, tra­sfor­man­doli in cit­ta­dini, diven­tando una vera e pro­pria «cit­ta­della del diritto del lavoro», come l’ha bat­tez­zata Luciano Gal­lino, è sotto attacco da tempo. E sci­vola lungo un piano incli­nato sem­pre più sco­sceso. L’ultimo assalto, por­tato avanti dal Jobs act soste­nuto dal governo Renzi, è con­tro uno dei baluardi della cit­ta­della: l’articolo 18. Ma indie­tro non si torna, il pro­blema, allora, è che fare? Se lo chie­dono due giu­dici del lavoro, Carla Pon­te­rio e Rita San­lo­renzo, in E lo chia­mano lavoro… (Edi­zioni Gruppo Abele), in cui abbrac­ciano, lungo 70 anni, la para­bola del diritto. «La rivo­lu­zione pro­messa dalla Costi­tu­zione e il pro­getto del lavoro come prin­ci­pale fat­tore di eman­ci­pa­zione sociale – scri­vono – si scon­trano oggi con­tro una realtà di per­sone senza lavoro e di lavoro sfrut­tato, degra­dato a merce, retri­buito con com­pensi così lon­tani da ciò che occorre per un’esistenza libera e digni­tosa, da aver gene­rato la cate­go­ria wor­king poors».

La Costi­tu­zione, nel 1948, scelse il lavoro come fon­da­mento per la rina­scita dopo le deva­sta­zioni del fasci­smo e della guerra. Ma, prima di entrare nelle fab­bri­che, dovrà aspet­tare oltre 20 anni. Solo con lo Sta­tuto dei lavo­ra­tori si diede con­cre­tezza a diritti e libertà, con­te­nuti all’interno della Carta.
Fu un per­corso lungo e tra­va­gliato, basti pen­sare che il primo a lan­ciarne la pro­po­sta era stato Giu­seppe Di Vit­to­rio nel 1952. Tre anni dopo l’approvazione dello Sta­tuto, nel 1973, fu dise­gnato il nuovo pro­cesso del lavoro, asse­gnando a un giu­dice pro­fes­sio­nale la com­pe­tenza esclu­siva sulle con­tro­ver­sie tra lavo­ra­tori, datori e gli Isti­tuti di pre­vi­denza. In que­gli anni ven­nero scritti volumi di diritto del lavoro. Soprat­tutto, nac­que – scri­vono le autrici – un nuovo modello di giu­dice «più attento alla sostanza dei fatti che alle forme».

Le con­qui­ste non fecero in tempo ad asse­starsi che arrivò la rea­zione dei con­ser­va­tori. Sarà l’autunno del 1980 con l’annuncio di quat­tor­di­ci­mila licen­zia­menti e la mar­cia dei qua­ran­ta­mila a Torino, a far da spar­tiac­que. Fino ad allora il lavoro aveva avuto un’accezione sin­go­lare, che sarà sosti­tuito dal plu­rale «lavori». Com­pare una nuova parola d’ordine: fles­si­bi­lità. Che all’inizio si accom­pa­gna all’aggettivo «felice».

Nel 1984 ven­gono intro­dotti i con­tratti di for­ma­zione lavoro, «un esca­mo­tage alle spalle del con­tri­buente». Intanto, cre­sce il lavoro auto­nomo, o meglio para­su­bor­di­nato, ma né la giu­ri­spru­denza né gli stu­diosi di diritto rie­scono a inqua­drare il feno­meno. Sarà nei Novanta, che il lavoro ati­pico verrà isti­tu­zio­na­liz­zato. Si parte dal Pro­to­collo d’intesa del 23 luglio 1993 tra governo, sin­da­cati e orga­niz­za­zioni impren­di­to­riali, che dà il via alla «moder­niz­za­zione» con l’introduzione, su modello euro­peo, dei con­tratti inte­ri­nali. Nel 1996 è l’ora del «pac­chetto Treu», che segna la frat­tura con la cen­tra­lità del lavoro subor­di­nato. Nel 2001, il libro bianco del mini­stro Sac­coni, con l’intenzione di iniet­tare ancor più fles­si­bi­lità; l’obiettivo, celato ma con­creto, è di ridurre il costo del lavoro per gli impren­di­tori. Un’aspirazione rimane tut­tora sopita: pri­va­tiz­zare la giu­sti­zia del lavoro affi­dan­dola a col­legi arbitrali.

E arri­viamo ai nostri anni, l’era Mar­chionne. L’azienda si con­fi­gura come sog­getto auto­nomo svin­co­lato da leggi e con­tratti nazio­nali, anzi, fa da legi­sla­tore di se stessa. Ma la con­trap­po­si­zione tra lavoro e diritti, come inse­gna la vicenda Fiat, non porta occu­pa­zione. Bensì, una rior­ga­niz­za­zione della società.

Se non è tutto perso, come ridare dignità al lavoro? «La strada – sot­to­li­neano Pon­te­rio e San­lo­renzo – passa attra­verso il recu­pero della con­sa­pe­vo­lezza dei lavo­ra­tori di essere parte di una classe, non più sud­di­visa in ragione del tipo di lavoro». Ripren­dendo le parole dell’economista unghe­rese Karl Pola­nyi, è neces­sa­ria una rea­zione «con­tro uno scon­vol­gi­mento che attacca il tes­suto della società».

Mauro Ravarino  il manifesto

 
 
 

GRECIA ( L'ALTERNATIVA POSSIBILE )

Post n°948 pubblicato il 17 Dicembre 2014 da red67ag

All’arme! I bar­bari sono alle porte, e con essi il caos. Al pro­fi­larsi della pos­si­bi­lità – quasi una cer­tezza – che tra qual­che mese Syriza con­qui­sti il governo di Atene, le Borse sono crol­late. Ed è subito ini­ziata mar­tel­lante la cam­pa­gna poli­tica e media­tica, oltre al lavoro ai fian­chi (si parla di ten­tata cor­ru­zione) dei depu­tati delle mino­ranze del par­la­mento greco affin­ché con­cor­rano a eleg­gere entro fine anno il can­di­dato gover­na­tivo alla pre­si­denza della Repub­blica, scon­giu­rando il rischio di ele­zioni anticipate.

Tsi­pras è dipinto, anche dalla bene­me­rita stampa ita­liana, come l’incarnazione dell’estremismo anti­eu­ro­peo. Come colui che spe­cula cini­ca­mente sulle rovi­nose con­se­guenze dell’austerity: la disoc­cu­pa­zione al 28% (al 60% tra i gio­vani); sti­pendi da fame (un terzo dei lavo­ra­tori greci gua­da­gna 300 euro al mese); una fami­glia su cin­que sotto la soglia di povertà. Eppure Syriza non chiede l’uscita della Gre­cia dall’euro ma la can­cel­la­zione del fiscal com­pact, la ristrut­tu­ra­zione del debito e la revi­sione del «piano di sal­va­tag­gio» impo­sto dalla troika, che in quat­tro anni ha sca­ra­ven­tato il paese all’inferno. Allora per­ché que­ste rea­zioni iste­ri­che? Per­ché l’appello al panico (la Gre­cia – si dice – non sarebbe più gover­na­bile e andrebbe di filato in bancarotta)?

Evi­den­te­mente c’è un rischio che non si intende cor­rere. Che un paese dell’eurozona si ribelli per dav­vero alla morsa dei mer­cati spe­cu­la­tivi e rie­sca a sot­trarsi ai dik­tat della Bce e del Fmi. Dimo­strando che ripren­dersi la sovra­nità è pos­si­bile, che c’è un’alternativa alla dit­ta­tura neo­li­be­ri­sta che sta vio­len­te­mente ridi­se­gnando la mappa sociale e poli­tica del con­ti­nente. Que­sto è il «peri­colo greco» che si vuole in ogni modo scon­giu­rare, intanto mobi­li­tando tutto un arse­nale sug­ge­stivo e reto­rico utile ad allar­mare un’opinione pub­blica sì diso­rien­tata e con­fusa, ma soprat­tutto disil­lusa e risen­tita nei con­fronti di un’Europa matri­gna che dis­se­mina povertà, disoc­cu­pa­zione e ingiustizia.

In tutto que­sto, nes­suno di quanti si limi­tano a dif­fon­dere, zelanti, l’allarme con­tro la temuta inva­sione bar­ba­rica trova quel grano di one­stà per svi­lup­pare la più scon­tata delle com­pa­ra­zioni. Per uno Tsi­pras che, nuovo Brenno, minac­cia di ribel­larsi al cape­stro dei mer­cati e delle oli­gar­chie comu­ni­ta­rie, quanti rive­riti poli­tici, archi­tetti di que­sta splen­dida Europa, hanno con­tri­buito al disa­stro più che annun­ciato che, tra Maa­stri­cht, Lisbona e il fiscal com­pact, ha inse­diato uno dei più raf­fi­nati mec­ca­ni­smi di sfrut­ta­mento del lavoro subor­di­nato e di distru­zione dei diritti sociali e dei beni comuni che si potes­sero esco­gi­tare? Ce n’è di osan­nati e di ancora – anche in Ita­lia – in ser­vi­zio per­ma­nente effet­tivo nei più influenti palazzi del potere poli­tico, finan­zia­rio e giu­ri­sdi­zio­nale. Senza enfasi si può affer­mare che essi sono tra i respon­sa­bili di una cata­strofe sociale, poli­tica e morale para­go­na­bile a una (terza) guerra mon­diale. Che non sia di moda soste­nerlo non signi­fica che non sia vero.

Sotto l’attenta regia ame­ri­cana, il pro­cesso comu­ni­ta­rio ha pri­vi­le­giato la ratio eco­no­mica e la logica del neo­li­be­ri­smo. Que­sto è sostan­zial­mente vero sin dai tempi della Cee, ma da Maa­stri­cht in poi si è veri­fi­cato un salto di qua­lità. I ver­tici poli­tici e le tec­no­cra­zie sono inter­ve­nuti con un piglio ipe­rau­to­ri­ta­rio a senso unico: per libe­rare le forze del mer­cato (imprese e finanza) con­tro il lavoro vivo, pre­ca­riz­zato ed espo­sto agli effetti reces­sivi delle poli­ti­che mone­ta­ri­ste e a un for­tis­simo dum­ping all’interno dell’Unione e in seno ai sin­goli paesi. Le società euro­pee sono state tra­sfor­mate in società di mer­cato, nello spa­zio di un’esasperata com­pe­ti­zione per il pro­fitto, libero da tutto ciò che potrebbe osta­co­lare la dina­mica del capi­tale pri­vato: dai diritti sociali alle tutele del lavoro, dai vin­coli di una pro­gram­ma­zione eco­no­mica pub­blica al con­trollo demo­cra­tico sulle auto­rità e le poli­ti­che comunitarie.

Quando, nel 1991, si discusse del Trat­tato di Maa­stri­cht e poi, nel decen­nio scorso, dei Trat­tati di Nizza e Lisbona, vi fu chi mise in guar­dia sulle con­se­guenze che sareb­bero imman­ca­bil­mente deri­vate dall’abdicazione alla sovra­nità nelle mani del mer­cato e da un’unione mone­ta­ria fon­data sui prin­cipi del mone­ta­ri­smo. E vi fu chi invece tirò dritto, dispo­nendo della forza per imporsi. Ora non sarebbe il caso di fare un bilan­cio di quelle scelte, a ragion veduta? E di assu­mersi magari qual­che respon­sa­bi­lità al cospetto della deva­sta­zione sociale, eco­no­mica e poli­tica che que­sta Europa produce?

Niente di tutto que­sto, ovvia­mente. Piut­to­sto, al pro­fi­larsi di una vit­to­ria della sini­stra in uno dei paesi dell’Unione, si bran­di­sce il ricatto delle Borse, si invoca il caos, si cerca di susci­tare il panico nell’opinione pub­blica. Non vi è nulla di nuovo in tutto ciò, tant’è che viene in mente – l’analogia non scan­da­lizzi – il cri­mine che ottant’anni fa, il 27 feb­braio del 1933, spianò la strada al nazi­smo in Ger­ma­nia. Nelle inten­zioni di Hitler e dei suoi l’incendio del Rei­ch­stag doveva evo­care lo spet­tro del peri­colo rosso e spia­nare la strada al regime. Il piano era ben stu­diato, difatti subito ven­nero can­cel­lati i diritti civili e una set­ti­mana dopo i nazi­sti stra­vin­sero le ele­zioni. Gio­care con la paura della gente serve e può deci­dere di una crisi politica.

Ma qui l’analogia si ferma. Oggi in Europa, diver­sa­mente da quanto avve­niva negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, il peri­colo non viene da sini­stra. Nem­meno in Gre­cia, dove pro­prio i nazi­sti lucrano sulla rab­bia e sulla paura gene­rata dalle poli­ti­che anti­so­ciali del governo nazio­nale e delle auto­rità comu­ni­ta­rie. Allora le rea­zioni di que­sti ultimi di due cose par­lano sin troppo chiaro. Di una cieca irre­spon­sa­bi­lità e di un radi­cato disprezzo per la demo­cra­zia. Che del resto è il fon­da­mento su cui è stato costruito e via via «rifor­mato» l’intero edi­fi­cio isti­tu­zio­nale di que­sta Europa matri­gna e senza popolo.

Alberto Burgio il manifesto

 
 
 

MALATTIA OLIMPICA

Post n°947 pubblicato il 16 Dicembre 2014 da red67ag

Di fronte alla crisi eco­no­mica che viviamo, non c’è serio osser­va­tore eco­no­mico che non affermi che le risorse pub­bli­che devono essere uti­liz­zate con poli­ti­che di medio e lungo periodo. Non ser­vono medi­cine estem­po­ra­nee, spe­cie se hanno dimo­strato il fallimento.

La cul­tura delle grandi opere inau­gu­rata da Ber­lu­sconi e Tre­monti nel 2001 con la Legge obiet­tivo ha vuo­tato le casse dello Stato e non ha dato una seria pro­spet­tiva di svi­luppo al paese.

Un fiume di soldi affi­dato al fame­lico car­tello delle grandi imprese — coo­pe­ra­tive com­prese — che non ha fatto aumen­tare di un mil­li­me­tro l’efficienza com­ples­siva del sistema infra­strut­tu­rale e ha depre­dato le casse dello Stato.

A que­sto mador­nale errore di pro­spet­tiva si è aggiunto il malaf­fare ali­men­tato dalla man­canza di regole e di con­trolli. Dall’affidamento dei lavori ogni ruolo dello Stato scom­pare: Corte dei Conti ed auto­rità degli appalti con­ti­nuano a denun­ciare che le grandi opere ven­gono aggiu­di­cate sulla base di pro­getti ini­ziali impre­cisi e vaghi. Ci pen­sano poi un serie inter­mi­na­bile di varianti in corso d’opera (26 solo per la metro­po­li­tana «C» di Roma), arbi­trati per valu­tare gli ine­vi­ta­bili con­ten­ziosi e finan­ziare studi legali amici. Gli scan­dali del Mose di Vene­zia, dell’Expo di Milano, di Infra­strut­ture lom­barde, dell’attraversamento fer­ro­via­rio di Firenze, sono tutte vicende che si col­lo­cano in que­sto qua­dro. Ma pro­prio il caso della metro «C» di Roma apre la terza — tra­gica — con­se­guenza della cul­tura delle grandi opere e della scom­parsa del ruolo dello Stato: l’intreccio tra imprese e mala­vita. Nell’inchiesta romana è emerso, come era stato da tempo denun­ciato da Report, che imprese in mano alla mala­vita par­te­ci­pa­vano all’appalto.

Con lo sbocca Ita­lia di Renzi e Lupi si con­ti­nua su que­sta strada. Al car­tello di imprese che ruota intorno a Vito Bon­si­gnore, spon­sor dell’inutile auto­strada Orte Ravenna Mestre ed espo­nente del Ncd di Alfano, si vogliono affi­dare 6 miliardi di euro. La Tav è sem­pre ai primi posti dello spreco di denaro pub­blico. Di recente anche alcuni soste­ni­tori dell’utilità dell’opera hanno mani­fe­stato dubbi sul pre­ven­tivo dell’opera, ma sono stati zit­titi: si deve andare avanti. Il mini­stro per le infra­strut­ture Lupi pochi giorni fa ha ria­perto addi­rit­tura la que­stione del ponte sullo Stretto di Mes­sina: sa bene che l’opera non è fat­ti­bile ma l’importante è inviare mes­saggi ine­qui­vo­ca­bili al ristretto numero di potenti imprese.

Forse Renzi ha sof­ferto l’attivismo del mini­stro ciel­lino e ieri è riu­scito a supe­rare se stesso. Ad una Roma che sta affon­dando nel fango di un inchie­sta che ha fatto emer­gere il con­trollo degli appalti pub­blici da parte della mala­vita orga­niz­zata, ha pro­messo altri sei miliardi di euro da spen­dere in nella rea­liz­za­zione delle Olim­piadi del 2024, l’apoteosi della discre­zio­na­lità. Uno degli uomini più entu­sia­sti dell’annuncio è stato Malagò, che di dero­ghe deve inten­dersi abba­stanza avendo par­te­ci­pato alla scan­da­losa vicenda dei mon­diali di nuoto del 2009. Il secondo in ordine di entu­sia­smo è il sin­daco Marino che pro­prio oggi por­terà in un con­si­glio comu­nale l’approvazione della più gigan­te­sca deroga urba­ni­stica degli ultimi dieci anni: un milione di metri cubi in aperta cam­pa­gna rega­lati a James Pal­lotta con la scusa del nuovo sta­dio di cal­cio delle Roma.

Invece di defi­nire poli­ti­che di rilan­cio indu­striale, di met­tere in sicu­rezza del ter­ri­to­rio che frana ad ogni piog­gia e rico­struire regole, chi governa il paese con­ti­nua a per­se­guire l’effimero e per­pe­tuare il porto delle neb­bie. Tanto saranno le fami­glie ita­liane a pagare. Con l’azione di Ric­cardo Man­cini, fede­lis­simo di Ale­manno, quale pre­si­dente dell’Eur sono stati sper­pe­rati cen­ti­naia di milioni di euro in errori e malaf­fare. Con l’ipotesi delle Olim­piadi del 2024, il ver­mi­naio che sta distrug­gendo il paese viene rilanciato.

Paolo Berdini  il manifesto

 
 
 

LE MADRI CATTIVE ESISTONO: LE PRODUCE L'IGNORANZA DI SE

Post n°946 pubblicato il 15 Dicembre 2014 da red67ag

       

Le madri cattive esistono: le produce l’ignoranza di sè

di Monica Lanfranco

Molto in questi giorni di tragedie familiari si sta scrivendo per stigmatizzare come la stampa stia dando pessima prova di sé nello speculare sulla vicenda della madre, forse colpevole, del piccolo Loris.

Passando per la città ho visto esposti nelle edicole gli strilli di alcuni quotidiani che promettevano ‘tutti i particolari’, anticipando così i plastici ricostruttivi che presto Vespa esporrà in trasmissione alimentando la consueta banalità del male, mediatica e sociale.

Nei media, come al bar, si oscilla tra la santificazione della maternità e la ‘moderna’ tendenza all’insulto sessista: la ministra al giovedì è una madonna rinascimentale ma di venerdì si può di lei dire quanto sia esperta nell’arte della fellatio: eccoci dunque nella scanzonata era del ‘post’ (soprattutto post femminismo), epoca gossipara, fiera della sua amoralità  e sessualmente libera di adorare apertamente il porno e il mercato che produce.

Una società che si sveglia inorridita alla notizia di una madre (forse) assassina e si corica digerendo la fiera dei padri utilizzatori finali di adolescenti.

Si può, allo stesso tempo, sostenere che la 194 è un delitto e poi pretendere che le bambine abbiano spazi dedicati nelle beauty farm per truccarsi da donne ed essere pronte all’uso. A Genova, in un salone di bellezza, il pacchetto con sconto che va per la maggiore è l’offerta mamma-figlia (adolescente) per (finalmente) liberarsi dai peli superflui, per non parlare dei programmi in rosa confetto di alcune spa in Emilia Romagna dedicate alle bambine sotto i 10 anni.

Che madri sono quelle che accettano scenari simili per le figlie (e i figli)? Credo che la domanda sia falsata dalla considerazione del materno come di una categoria astorica e apolitica.

Le donne e gli uomini sono figlie e figli delle loro famiglie, che a loro volta sono anche il risultato del clima sociale e culturale del luogo dove vivono.

Non tutte le donne e non tutti gli uomini dovrebbero riprodursi: mettere al mondo e prendersi cura, educare, insegnare ad assumersi responsabilità adulte non dovrebbe essere un obbligo, ma la cultura diffusa vede nella maternità la forma più matura di espressione della femminilità.

Donne e uomini hanno cominciato a sganciare la sessualità dalla riproduzione non da molto: questa separazione significa libertà e autodeterminazione per le donne, così dovrebbe essere, ma non lo è sempre, persino nella nostra parte del mondo che si definisce evoluta, perché di questa libertà si ha paura.

C’è ancora una grande pressione, specialmente sulle donne, affinchè si coroni con la maternità un presunto destino femminile che le vuole principalmente mogli e madri, pena l’incompletezza.

Io adoro e onoro mia madre, alla quale devo moltissimo, ma so che se mia madre fosse nata oggi quasi certamente non mi avrebbe messa al mondo: mia madre non è stata forzata alla maternità, ma se avesse avuto le possibilità che ho avuto io, grazie a lei, le sue scelte sarebbero state diverse, e anche il suo contributo al mondo lo sarebbe stato: senza di me, e gli anni che ha dovuto dedicare a crescermi, avrebbe sviluppato i suoi talenti meglio di quanto ha potuto.

Ciò che dovrebbe farci riflettere è che c’è qualcosa di molto pericoloso nel fatto che, nonostante gli enormi passi avanti nella condizione umana, milioni di donne e di uomini facciano scelte riproduttive non meditate, frutto più spesso di ignoranza o immaturità, a volte in modo forzato, ‘errori’ che si incarnano in figli e figlie che non si è pronte a crescere, semplicemente perché è troppo presto, oppure perché non si dovrebbe diventare genitori e genitrici, ma accade.

Quello che cerco di dire è che la decantata ‘famiglia’ è un luogo malato se non trasmette senso del limite, capacità di autodeterminazione, valore dell’ascolto delle proprie aspettative e desideri.

Voglio davvero diventare madre, e padre? Domanda apparentemente semplice, ma non la è.

Mi chiedo se alle donne e agli uomini che uccidono i figli e le figlie sia stata data la possibilità di scegliere davvero in modo consapevole l’unico impegno definitivo dell’esistenza, o se al contrario queste persone abbiano imboccato senza cultura, supporto, chiarezza la strada di responsabilità che non erano in grado di reggere.

L’unico antidoto che vedo, per rendere minime altre tragedie, e per crescere essere umani che possano diventare serene e buone madri (e buoni padri) sta nell’educazione, fin dall’asilo, a non ingabbiare i generi dentro la divisa di future brave mamme e laboriosi papà, insegnando a diventare prima di ogni altra cosa donne e uomini consapevoli. Altrimenti, qualche decennio dopo, il rischio sarà trovare solo mamme cattive e padri cattivi, e noi qui a inorridire senza fare un solo passo avanti.

Rifondazione  Comunista

 
 
 

SALVINI, IL NEMICO DI COMODO

Post n°945 pubblicato il 14 Dicembre 2014 da red67ag

Se si vuole capire come i media costrui­scano in labo­ra­to­rio una lea­der­ship, biso­gna seguire la sca­lata di Mat­teo Sal­vini. In un sistema sem­pre più disar­ti­co­lato, il gra­di­mento dei media basta da solo per inven­tare un lea­der dal nulla. Chi pensa alla Lega come a un sog­getto quasi nove­cen­te­sco, dal denso radi­ca­mento ter­ri­to­riale e dai riti para-ideologici di massa, si inganna.

La corsa di Sal­vini non si svolge affatto nel ter­ri­to­rio. Non ha nulla di solido su cui cam­mi­nare il lea­der dal maglione inter­cam­bia­bile, a seconda del suolo che calpesta.

Il legame con la terra è sfu­mato anche per la Lega, come per gli altri pseudo-partiti esi­stenti, del resto. La pene­tra­zione in Emi­lia, e il soste­gno che sem­bra rice­vere anche in aree del cen­tro e del sud, non rin­via ad alcuna pre­senza orga­niz­zata nel territorio.

Que­sta mito­lo­gia delle radici nel rude pae­sag­gio locale, con un ceto poli­tico a por­tata di mano e sem­pre pre­sente, non vale più per la Lega, che sfonda oltre la Pada­nia solo per­ché è ospi­tata come non mai nei vec­chi media. È con l’occupazione dello spa­zio tele­vi­sivo che Sal­vini pene­tra anche nello spa­zio reale, dove manca con una vera strut­tura orga­niz­zata, come tutti gli altri attori.

Media e popu­li­smo con toni da destra radi­cale, que­sta è la miscela che con­sente alla Lega una impen­nata nei son­daggi. La fine della destra di un tempo, affida pro­prio alla Lega uno spa­zio poli­tico che nes­suno coltiva.

Il richiamo dei miti secu­ri­tari, e gli echi della rivolta con­tro l’euro, tro­vano un’onda lunga già in movi­mento. E i leghi­sti la caval­cano, nella spe­ranza di aggre­gare il cosid­detto «capi­ta­li­smo della mar­gi­na­lità» e i ceti popo­lari spaesati.

I media vanno pazzi per Sal­vini. Per varie ragioni. Un po’ per­ché fa comodo pro­get­tare un duello tra i due Mat­tei. E c’è chi cal­cola che, con il Mat­teo lepe­ni­sta come prin­ci­pale anta­go­ni­sta, è assai più age­vole trionfare.

Da una parte la rab­bia, la marea nero-verde che dovrebbe spa­ven­tare i mode­rati e lesio­nare la capa­cità coa­li­zio­nale del lea­der leghi­sta. Dall’altra la spe­ranza, la bel­lezza e ricami ana­lo­ghi che con­di­scono la reto­rica del gio­vin rottamatore.

A bocce ferme, que­sto dise­gno, di aiu­tare la cre­scita di un nemico dal pro­filo esa­ge­rato, per poi infil­zarlo con più como­dità, pre­senta una qual­che razio­na­lità. È già capi­tato con le euro­pee, quando pro­prio la paura di Grillo e del ritorno alla liretta, ha fun­zio­nato come la iden­ti­fi­ca­zione di un nemico utile solo per tirare la volata a Renzi.

Ma in con­di­zioni cri­ti­che, cioè di ulte­riore dele­git­ti­ma­zione della poli­tica, per via degli scan­dali e per l’aggravamento della crisi sociale, que­sto cal­colo di costruire per con­ve­nienza un nemico di comodo è grot­te­sco. In casi estremi, il popu­li­smo forte, che asso­cia la dispe­ra­zione e l’offerta di capri espia­tori facil­mente indi­vi­dua­bili, pre­vale sul popu­li­smo mite, con le sue nar­ra­zioni edi­fi­canti a coper­tura di ricette eco­no­mi­che sem­pre in con­ti­nuità con quelle di Monti.

I poteri forti, ovvero quel poco che rimane di un capi­ta­li­smo in via di espro­pria­zione da parte del vorace capi­tale mon­diale inte­res­sato all’acquisizione di aziende di qua­lità, quando offrono muni­zioni illi­mi­tate a Sal­vini, onni­pre­sente nelle loro tv pri­vate e pub­bli­che, lavo­rano per una radi­cale solu­zione popu­li­sta all’emergenza. Hanno prima appog­giato Grillo, poi soste­nuto Renzi e ora guar­dano a Sal­vini. Spe­rano che fun­zioni la sal­da­tura tra la crisi, che spri­giona un sen­ti­mento di ango­scia dinanzi alla pro­spet­tiva di una per­dita di sta­tus, e la mito­lo­gia della tas­sa­zione unica al 15 per cento lan­ciata come magica rispo­sta al declino.

Anche se nella sua agenda sfuma sem­pre più il tema della dif­fe­ren­zia­zione ter­ri­to­riale interna e l’aggancio al nano­ca­pi­ta­li­smo del nord, la figura di Sal­vini con­serva però dei limiti espansivi.

Non può com­pe­tere come attore prin­ci­pale capace di sfon­dare nelle varie realtà del paese. Deve con­tare su una coa­li­zione ete­ro­ge­nea tanto nell’offerta poli­tica quanto nella coper­tura territoriale.

E qui affio­rano per lui i pro­blemi di con­vi­venza tra una radi­ca­lità anti­si­stema e la neces­sità di nego­zia­zioni con spez­zoni di ceto poli­tico in riti­rata. Il «cen­tra­vanti» ha biso­gno del «regi­sta» ma Ber­lu­sconi, che si è offerto per svol­gere que­sta deli­cata fun­zione, non sem­bra più avere la visione stra­te­gica richiesta.

Michele  Prospero  il manifesto

 
 
 
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