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Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

 

I LIMITI DEL PIANETA E DELLA CRESCITA

Post n°818 pubblicato il 28 Luglio 2014 da red67ag

La logica dell'accumulazione capitalistica contrasta con l'etica kantiana di un sistema di regole fondato sui limiti imposti all'uomo dal pianeta Terra. «Anche oggi», notava intorno alla metà degli anni '60 Kenneth Boulding, «siamo molto lontani dall'aver effettuato quei cambiamenti morali, politici e psicologici che dovrebbero essere impliciti nella transizione dalla prospettiva del piano illimitato a quella della sfera chiusa». Eppure, c'è chi fa finta di niente e nega che il pianeta Terra abbia alcun limite (...). Dieci anni prima del collasso del sistema finanziario globale, l'economista statunitense Richard A. Easterlin glorificava nel suo libro la Crescita trionfante. Anche oggi, cinque anni dopo l'inizio della crisi finanziaria globale, le principali pubblicazioni di tutte le maggiori istituzioni internazionali come la Banca Mondiale (Bm), Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), l'Unione Europea (Ue) o l'Ocse individuano la crescita come panacea universale di tutti i problemi economici. In paesi come la Germania o il Brasile l'accelerazione della crescita economica è prevista per legge. Non sono previsti né limiti né alcuna gradualità nella crescita.

Nei consessi di economisti non sembra esserci alcuna tendenza a domandarsi se i gravi problemi economici, sociali e ambientali che vengono discussi quotidianamente sui giornali possano essere il risultato di decenni di crescita capitalistica. E lo stoicismo di tali studiosi non è stato scalfito nemmeno da eventi disastrosi quali quelli di Fukushima e della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, o dalle «condizioni climatiche eccezionali» degli ultimi anni. Quasi tutto il pensiero economico critico è stato soffocato dall' economia mainstream – quasi tutto, poiché alcune isole di pensiero critico sono riuscite a costruire strutture teoriche avanzate, idee alternative solide e visioni lungimiranti che le torbide inondazioni del mainstream non si sono dimostrate in grado di spazzare via.

Le strutture teoriche rilevanti in questo scenario comprendono la termodinamica economica di Nicholas Georgescu-Roegen, una teoria che riconosce il ruolo dello scambio metabolico tra società e natura. Le attività umane e lo sviluppo sociale sono contestualizzati nel tempo e nello spazio e non vivono in un ambiente artificiale privo di qualunque dimensione spazio-temporale, popolato da degli omuncoli quali gli homini oeconomici protagonisti delle teorie mainstream .

I «limiti alla crescita» discendono in termini logici dall'estensione limitata del pianeta e dalle caratteristiche peculiari del processo di accumulazione capitalistica mondiale.

Nel 1870, un secolo prima che il Club di Roma lanciasse il suo grido di allarme, Friedrich Engels discusse i limiti della natura nel suo «La dialettica della natura»: «Non dovremmo glorificare noi stessi contando ad ogni piè sospinto le conquiste del genere umano sulla natura. Per ciascuna di queste conquiste la natura si prende la sua rivincita [...] Cosicché, ad ogni passo, siamo obbligati a ricordare di non essere in grado di dominarla in alcun modo [...] ricordando al contrario di esserne parte integrante con la nostra carne, il nostro sangue ed il nostro cervello e di esistere nel mezzo di essa [...] e tutta la nostra supremazia su di lei deriva dal vantaggio umano sulle altre creature dato dal saper apprendere le sue leggi e dal poterle potenzialmente applicare in modo corretto».

In altre parole, il riconoscimento dei limiti della crescita e dell'accumulazione capitalistica è anche il frutto di un'analisi critica dello scambio metabolico tra società e natura. In un'economia capitalistica questo scambio è espansivo, non solo per il «soddisfacimento dei bisogni-godimento della vita», indentificato da Nicholas Georgescu-Roegen come uno dei motori principali dell'attività economica, ma anche per il ruolo svolto dalla ricerca del profitto e dall'accumulazione compulsiva come Karl Marx notava nel primo libro del Capitale: «Accumulare, accumulare! Questa l'esortazione di Mosè e dei profeti!» (...).

Nell'accumulazione capitalistica, uno stato di crescita stazionaria dell'economia è pressoché impossibile. (...)

Lo stato stazionario potrebbe realizzarsi solo in termini approssimativi e in un orizzonte temporale limitato; presto o tardi collasserà.

A questi argomenti Georgescu-Roegen aggiunge la fondamentale conclusione che, chiunque «creda di poter disegnare un progetto mirato alla salvezza ecologica dell'umanità non ha compreso né la natura dell'evoluzione né quella della storia».

Herman E. Daly, uno dei principali difensori dell'economia dello stato stazionario, rappresenta i sistemi economici come dei cicli di produzione e di consumo, di estrazione di risorse dall'ecosistema e di emissioni che vi riaffluiscono. Ma, facendo ciò, egli ignora l'importante intuizione di Georgescu-Roegen sulla base della quale una dinamica analoga a quella disegnata da Daly può forse essere vera dal punto di vista quantitativo ma non può di certo esserlo da quello qualitativo, dal momento che l'entropia tenderà a crescere in modo irreversibile in questi cicli.

Assumendo come valide le leggi della termodinamica, uno stato stazionario è dunque impossibile. Nondimeno, dati i noti limiti delle risorse naturali e l'odierna realizzabilità di numerose tecniche di riduzione delle emissioni, una diminuzione del consumo della Terra in chiave ecologica è oggi un imperativo assoluto.

I movimenti sociali stanno reclamando esattamente questo, basando le loro rivendicazione sul «programma bioeconomico minimo» che si fonda sulle otto massime di Nicholas Georgescu-Roegen, suggerite nel 1975 come una sorta di imperativo ecologico.

Il suo primo punto riguarda il disarmo degli eserciti; nel secondo, egli promuove un sostegno universale rivolto verso l'indipendenza nello sviluppo dei popoli e degli individui capace di garantire a tutti il godimento delle condizioni materiali proprie di una vita dignitosa; nel terzo, viene sostenuta la necessità di una riduzione nelle dimensioni demografiche del pianeta tale da rendere possibile il sostentamento di tutti gli esseri umani attraverso i prodotti dell'agricoltura organica; il quarto, il quinto ed il sesto punto sono connessi al tema della riduzione degli sprechi vertendo rispettivamente sulla necessità di misure volte al risparmio energetico, al blocco della produzione dei beni di lusso ed alla rimozione degli incentivi allo spreco e al sovraconsumo incoraggiati dalla moda. Giunto al settimo punto, Georgescu-Roegen afferma la necessità di una progettazione dei beni che preveda la loro riparabilità e ne riduca al massimo la potenziale obsolescenza.

Infine, contrastando la globale tendenza verso l'adozione di modelli capaci di garantire una costante accelerazione dei processi produttivi, egli propugna l'opposta necessità dell' «imparare a rallentare».

Anche Hermann Scheer ha definito un «imperativo energetico» identificandolo come uno strumento utile allo sviluppo di azioni e obiettivi politici in grado di tener conto e di affrontare i limiti, ormai tangibili, all'utilizzazione delle risorse naturali e le pressioni sulla Terra.

L'ipotesi dell'«astronave Terra» potrebbe essere presa in considerazione, nella logica proposta da Scheer, solo nel caso in cui non prevedesse l'utilizzo di carburanti fossili ma fosse in grado di convertire in energia i raggi solari. In altre parole, il sistema energetico della Terra dovrebbe abbandonare l'attuale schema di alimentazione basato sul consumo delle risorse fossili esauribili, convertendosi altresì ad un sistema aperto dove i raggi solari costituiscano la fonte unica di sostentamento energetico.

Altrimenti, i «passeggeri» potrebbero finire come Phileas Fogg nel Giro del mondo in ottanta giorni di Julius Verne, dove, come notato da Peter Sloterdijk, «...giunto all'ultima tappa della circumnavigazione, la tappa atlantica [...], esaurite le scorte di carbone [...] egli comincia a bruciare la parte superiore della struttura lignea della sua stessa navicella nel tentativo di continuare ad alimentare le camere di combustione del motore. Con questa immagine della navicella di Phileas Fogg in preda all'autocombustione, Julius Verne ha fornito niente di meno che una metafora, su scala mondiale, dell'età industriale».

Qui bisogna aggiungere solo che la rotta e la velocità della barca sono determinate dalla compulsione per l'accumulazione capitalistica; solo con questo vincolo il capitano e il suo equipaggio sono pronti a navigare attorno al mondo e, inoltre, a farlo ad una velocità adeguata a raggiungere lo scopo in un tempo fortemente compresso come gli ottanta giorni di Julius Verne.

Aprire il sistema energetico del pianeta alla potenza del sole è ciò che realmente conta. Tuttavia, per assicurare che tale trasformazione non prenda le sembianze delle teorie economiche dello stato stazionario criticate da Georgescu-Roegen o delle iniziative per la decrescita, la ristrutturazione del sistema energetico planetario dovrà essere connessa con le trasformazioni sociali già in atto in alcune parti del mondo e alla base dell'«economia della solidarietà»: produzione cooperativa, protezione dei beni pubblici, democrazia economica nelle imprese, pianificazione economica dov'è utile e necessaria e reinserimento del mercato nella società (traduzione di Dario Guarascio).

Sbilanciamoci 28/07/2014

 
 
 

LE FORZATURE PERICOLOSE DI NAPOLITANO

Post n°817 pubblicato il 27 Luglio 2014 da red67ag


Accet­tando a malin­cuore il sacri­fi­cio del secondo man­dato che aveva sin lì sde­gno­sa­mente escluso ma che con­si­de­rava un far­dello impo­sto dall’amor di patria, Gior­gio Napo­li­tano disse: resto al Colle per le riforme, me ne andrò non appena si saranno varate. Il suo con le «riforme» è un legame indi­strut­ti­bile, tanto che si potrebbe par­lare di una pre­si­denza a pro­getto. Ma que­sta endiadi sta pro­du­cendo mostri, e spin­gendo il pre­si­dente sem­pre più lon­tano dal ruolo super par­tes, di organo di garan­zia, asse­gnato dalla Costi­tu­zione al capo dello Stato.

L’esca­la­tion di que­sti giorni è impres­sio­nante e non può non destare allarme. Solo una ven­tina di giorni fa, pur sol­le­ci­tando il Senato a comin­ciare final­mente l’esame di una «riforma» defi­nita «sem­pre più urgente» e «matura» e chissà per­ché «vitale», Napo­li­tano aveva assi­cu­rato di non volere «entrare nel merito» del con­fronto sul supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo per­fetto. Le ultime prese di posi­zione sono di tutt’altro segno. Riscon­trata la deter­mi­na­zione a resi­stere dei cri­tici del dise­gno «rifor­ma­tore» e delle fronde interne agli stessi par­titi che dovreb­bero garan­tirne la rapida appro­va­zione, il pre­si­dente non si è più tenuto. Prima ha bol­lato come «spet­tri» quelli agi­tati da quanti scor­gono il rischio di derive auto­ri­ta­rie (non siamo alle «allu­ci­na­zioni» della cor­tese mini­stra, ma poco ci manca). Poi si è rifiu­tato di rice­vere i sena­tori che bus­sa­vano alle porte del Qui­ri­nale per denun­ciare lo scon­cio di un con­tin­gen­ta­mento impo­sto a dispetto di quella Costi­tu­zione che, pure, egli ha il com­pito di custodire.Il fatto è che, pro­prio come il governo, il pre­si­dente giura sulla bontà del pro­getto ren­ziano e ber­lu­sco­niano di un Senato non elet­tivo ma con fun­zioni costi­tu­zio­nali, iper-maggioritario (i 95 sena­tori saranno scelti a mag­gio­ranza da assem­blee regio­nali a loro volta elette col mag­gio­ri­ta­rio) e nel quale il suo suc­ces­sore disporrà di un suo per­so­nale gruppo par­la­men­tare (potendo nomi­nare cin­que sena­tori per la durata del pro­prio settennato).

C’è di che tra­se­co­lare, anche solo con­si­de­rando il con­te­nuto di que­sta «riforma» costi­tu­zio­nale det­tata dal governo, e il suo più per­verso effetto indiretto.

Anche gra­zie al gene­roso pre­mio pre­vi­sto dall’Italicum, l’abbassamento della soglia richie­sta per l’elezione del capo dello Stato per­met­terà al par­tito di mag­gio­ranza rela­tiva – quindi al governo – di eleg­gersi il suo pre­si­dente, quindi di con­trol­lare Con­sulta e Csm. Con uno scopo evi­dente, che è poi lo stesso che ispira la legge elet­to­rale ideata da Renzi e Berl<CW-26>usconi e la nuova disci­plina del refe­ren­dum popo­lare: porre il sistema costi­tu­zio­nale alla mercé del governo, taci­tando le mino­ranze (anzi esclu­den­dole del tutto dalla rap­pre­sen­tanza) e impe­dendo alla cit­ta­di­nanza di inter­ve­nire (di inter­fe­rire) nella for­ma­zione delle deci­sioni. Ovvia­mente que­sta scelta di campo scon­certa e pre­oc­cupa. Non di «spet­tri» si tratta, ma della con­creta minac­cia di una muta­zione gene­tica della forma par­la­men­tare di governo, che viene assu­mendo mar­cati tratti auto­ri­tari e popu­li­stici. Ma il pro­blema non è sol­tanto né prin­ci­pal­mente que­sto. Le cose non sareb­bero meno gravi se le «riforme» in discus­sione fos­sero accet­ta­bili e per­sino ottime.

La que­stione cru­ciale è di ordine costi­tu­zio­nale. Può un pre­si­dente far pesare le pro­prie per­so­nali valu­ta­zioni di merito? Può egli entrare nell’ambito dell’attività e fun­zione sta­tuale che attiene all’indi­rizzo poli­tico, quindi alle pre­ro­ga­tive pro­prie di par­la­mento e governo? La domanda è reto­rica: natu­ral­mente non può. E sic­come non è la prima volta che Napo­li­tano com­pie que­sta scelta ecce­dendo i limiti della pro­pria fun­zione, è venuto il momento di riflet­tere e di chie­dersi – fuori da ogni tabù – per­ché lo fa, e anche che cosa rischia di discenderne.

Forse i pre­ce­denti ci aiu­tano a capire. Fummo in molti, in occa­sione delle dimis­sioni del governo Ber­lu­sconi nell’autunno 2011, a scor­gere una for­za­tura nell’insediamento di Monti alla guida di quello che inso­spet­ta­bili espo­nenti di parte «demo­cra­tica» vol­lero chia­mare «governo del pre­si­dente». Si poteva discu­tere. Ma di certo una for­za­tura grave ebbe luogo pochi mesi dopo (marzo 2012), quando Napo­li­tano entrò a gamba tesa nel dibat­tito sulla «riforma» dell’art. 18 dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori per­pe­trata dalla mini­stra For­nero. Per soste­nerla ener­gi­ca­mente con­tro il fronte sin­da­cale, e in sostanza can­cel­lare la garan­zia del rein­te­gro del licen­ziato senza giu­sta causa, sim­bolo dei diritti e delle tutele della sicu­rezza e della dignità dei lavoratori.

Un altro epi­so­dio per dir così incre­scioso, che ha rischiato di inne­scare un duro scon­tro isti­tu­zio­nale, si è veri­fi­cato lo scorso marzo, quando, in qua­lità di pre­si­dente del Con­si­glio supremo di difesa, Napo­li­tano ha cer­cato di estro­met­tere il par­la­mento dalle deci­sioni rela­tive alla maxi-commessa degli F-35, nono­stante una legge del 2012 (da lui con­tro­fir­mata) affidi alle Camere il con­trollo sulla spesa mili­tare. In que­sti due casi emble­ma­tici (ma gli esempi potreb­bero mol­ti­pli­carsi) non si tratta di «riforme» costi­tu­zio­nali o elet­to­rali come quelle ora pro­pu­gnate dal governo Renzi e soste­nute a spada tratta dal pre­si­dente. Ma alla base degli inter­venti esor­bi­tanti di quest’ultimo vige una coe­renza essen­ziale, e squi­si­ta­mente politica.

È dif­fi­cile non rile­vare che Napo­li­tano inter­viene quando sente minac­ciata la tra­sfor­ma­zione del paese in chiave «euro­pea», il che oggi signi­fica ame­ri­cana o, più pre­ci­sa­mente, ame­ri­ca­ni­sta, poi­ché gli Stati Uniti sono in que­sto discorso un modello defi­nito ad hoc. Un modello che si incen­tra su pochi assi car­di­nali: il pri­mato dell’impresa e del «libero mer­cato»; la gover­na­bi­lità (cioè l’adozione di un sistema bipo­lare o bipar­ti­tico basato sulla con­nes­sione diretta elezione-governo); il «rigore» nella gestione della finanza pub­blica (che si tra­duce nella secca e cre­scente ridu­zione della spesa pub­blica e nella com­pres­sione dei diritti sociali); e, natu­ral­mente, la lealtà asso­luta, «senza se e senza ma», alla Nato e ai suoi piani mili­tari. È dif­fi­cile non vedere tutto que­sto, come è impos­si­bile non cogliere una con­ti­nuità di lungo periodo che salda le azioni del Napo­li­tano pre­si­dente alle sue bat­ta­glie di lungo periodo, com­bat­tute già nel Pci, con­tro l’anomalia ita­liana – la pre­senza di una radi­cata forza e cul­tura comu­ni­sta, di un forte movi­mento sin­da­cale di classe, di una con­so­li­data pra­tica della par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica di massa – nel con­sesso delle potenze atlantiche.

Ma quelle bat­ta­glie, legit­time dalle file di un par­tito, il pre­si­dente non può e non dovrebbe più per­met­ter­sele. Che lo fac­cia è gra­vis­simo, non sol­tanto per le con­se­guenze imme­diate dei suoi atti, ma anche per la dege­ne­ra­zione del ruolo che rico­pre. Sul punto la Costi­tu­zione è stata for­te­mente sol­le­ci­tata negli ultimi decenni. Ha influito per­sino una figura cari­sma­tica come quella di Per­tini. A stra­vol­gere le regole provò Cos­siga, che venne tut­ta­via fer­mato. Anche il pro­ta­go­ni­smo di Scal­faro fu una novità, solo in parte giu­sti­fi­cata dai grandi muta­menti seguiti alla cesura sto­rica del 1989–91. Oggi la mag­giore respon­sa­bi­lità di Napo­li­tano sta nell’avere esa­spe­rato la ten­denza alla poli­ti­ciz­za­zione del pro­prio ruolo, oltre che nell’assecondare la cor­ru­zione della forma par­la­men­tare di governo verso la fin­zione dell’elezione diretta dell’esecutivo. Nel qua­dro di un ordi­na­mento che ciò non pre­vede e che ne risulta quindi scom­pen­sato e gra­ve­mente squilibrato.

C’è, a que­sto punto, da spe­rare che gli eccessi degli ultimi giorni aprano final­mente gli occhi a molti, un po’ come sta acca­dendo con le «riforme» ren­ziane che Napo­li­tano cal­deg­gia ma di cui viene emer­gendo sem­pre più chia­ra­mente la ratio anti­de­mo­cra­tica. Per­ché que­sto avvenga biso­gna che un sus­sulto scuota anche il corpo largo dei par­titi mag­giori, non sol­tanto le mino­ranze dis­si­denti, alle quali va comun­que il plauso per la bat­ta­glia che stanno con­du­cendo. Che ciò accada oggi è dif­fi­cile, a ragion veduta quasi impos­si­bile; ma non si sa mai. Le strade della virtù civile non sono infi­nite come quelle della prov­vi­denza, ma nem­meno si può esclu­dere che alla fine respon­sa­bi­lità e dignità prevalgano.

Alberto Burgio da il manifesto del 27/07/2014

 
 
 

LA COSTITUZIONE STRUMENTO PIEGATO AL GOVERNO

Post n°816 pubblicato il 26 Luglio 2014 da red67ag

  • Povera Costi­tu­zione. Tra­sci­nata nel gorgo dei tec­ni­ci­smi par­la­men­tari, sbal­lot­tata tra dik­tat e for­za­ture isti­tu­zio­nali, ogni equi­li­brio viene scon­volto. La costi­tu­zione – si dice – viene scritta in tempi sobri per­ché possa valere quando si è ubria­chi. Ma qui tutti appa­iono alco­liz­zati, facendo venir meno il senso del pro­prio agire. Alcuni – si dice dalle parti del governo — sareb­bero addi­rit­tura degli allu­ci­nati. Ma come si può pen­sare di cam­biare una Costi­tu­zione in que­sto clima? Basta riat­ti­vare la memo­ria per ren­dersi conto dello scarto tra ciò che sarebbe neces­sa­rio e ciò che è.

    C’è qual­cuno che può imma­gi­nare Alcide De Gasperi o Pal­miro Togliatti in assem­blea costi­tuente che si con­fron­tano a norma di rego­la­mento, minac­ciando di con­tin­gen­tare i tempi («con­tin­gen­tare»: un’espressione inde­cente figlia di un tempo morto qual è il nostro). Biso­gne­rebbe lasciar discu­tere di Costi­tu­zione chi nella Costi­tu­zione crede. E qui non ci crede più nessuno.

    La Costi­tu­zione sem­bra essere diven­tata solo uno stru­mento per imporre un’immagine e garan­tire una poli­tica di governo. Impo­sta al par­la­mento con la minac­cia del suo scio­gli­mento. Più della disci­plina di par­tito conta il timore di con­clu­dere anti­ci­pa­ta­mente la pro­pria car­riera poli­tica. D’altronde il nuovo ceto diri­gente sta celer­mente pro­ce­dendo alla “rot­ta­ma­zione” (altro ter­mine inde­cente) della vec­chia e col­pe­vole casta. Non limi­tan­dosi ad epu­rare gli espo­nenti della poli­tica, ma un’intera classe diri­gente del Paese. Quel che non fu fatto da Togliatti dopo la guerra è ora rea­liz­zato dai nuovi gio­vani e arro­ganti gover­nanti. In par­la­mento il ter­rore di essere messi da parte ha preso il sopravvento.

    Così assi­stiamo ad una per­dita di dignità dell’istituzione par­la­men­tare. È stato rile­vato che – in fondo – i tempi di discus­sione sono stati ampi. Ma la qua­lità del con­fronto? In un par­la­mento com­mis­sa­riato dal governo la discus­sione è dro­gata. Si pensi alla irra­gio­ne­vo­lezza di quanto è avve­nuto in com­mis­sione e al lavoro dei rela­tori. Dopo un ampio con­fronto, che aveva fatto emer­gere una larga mag­gio­ranza con­tra­ria al dise­gno di legge pre­sen­tato dal governo, s’è fatto finta di nulla e, rimosso qual­che inco­modo, s’è adot­tato come testo base pro­prio quello del governo, mino­ranza in com­mis­sione. Desi­gnati i rela­tori, poi, que­sti – su loro stessa espli­cita ammis­sione – hanno lavo­rato facen­dosi “vistare” dal governo tutti gli emen­da­menti e con­cor­dando con il mini­stro per le riforme ogni pas­sag­gio. Che fine ha fatto l’autonomia dell’istituzione par­la­men­tare e quella dei nostri rappresentanti?

    Ora, in aula, l’arma dell’ostruzionismo appare una con­se­guenza ine­vi­ta­bile. Ma nella lotta tra bloc­chi con­trap­po­sti chi ne uscirà mal­con­cia sarà la Costi­tu­zione. Impo­sta dalla forza dei numeri, ma pri­vata di una legit­ti­ma­zione discorsiva.

    Fer­ma­tevi, ver­rebbe da dire. Ritor­nate a par­larvi. Senza con­fronto non ci sarà riforma costi­tu­zio­nale, ma solo squi­li­brio, fol­lia, irri­fles­si­vità. Rin­fo­de­rate il revol­ver e tor­nate al con­fronto paci­fico, tor­nate in com­mis­sione sti­pu­lando un accordo: nes­suno alzi i toni e si dia tempo al tempo. Rifor­mare una Costi­tu­zione non è que­stione da poco, né fatto per­so­nale. Si tratta di defi­nire un “ordine nuovo” che si pro­ietti verso il futuro. Oltre gli attuali gover­nanti: oltre a Mat­teo Renzi e a Gior­gio Napo­li­tano, anche al di là di Sil­vio Berlusconi.

    È stato sba­gliato legare la riforma al rilan­cio eco­no­mico (che opera su tutt’altro piano), alla con­clu­sione dell’attuale pre­si­denza delle Repub­blica (che riguarda una scelta del tutto per­so­nale di chi attual­mente rico­pre la carica), alla rile­git­ti­ma­zione di un poli­tico scon­fitto (e afflitto da vicende giu­di­zia­rie del tutto estra­nee). La Costi­tu­zione non è nella dispo­ni­bi­lità dei sin­goli lea­der. Solo se si com­prende che in gioco c’è un bene più alto delle pro­prie ambi­zioni per­so­nali o delle pur legit­time pro­spet­tive poli­ti­che si può cam­biare la Costi­tu­zione. Il punto dram­ma­tico di caduta è che oggi que­sta con­sa­pe­vo­lezza non c’è.

    Gaetano Azzariti  il manifesto

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    COSI' SI STROZZA LA DEMOCRAZIA

    Post n°815 pubblicato il 25 Luglio 2014 da red67ag

    La costituzionalista Lorenza Carlassare: «Contingentare la discussione è contro la Carta. Decisione tipica dei sistemi autoritari»

    lorenza_carlassare-2Pro­fes­so­ressa Lorenza Car­las­sare da costi­tu­zio­na­li­sta come giu­dica la deci­sione di con­tin­gen­tare i tempi della discus­sione sulla riforma?
    E’ una deci­sione con­tra­ria alla Costi­tu­zione. Non mi era mai venuto in mente che nella revi­sione di una legge costi­tu­zio­nale si potesse agire in que­sto modo. Stroz­zare un dibat­tito su una riforma che deve essere votata con una mag­gio­ranza ele­vata pro­prio per­ché sia ragio­nata e con­di­visa. Mi sem­bra una cosa inau­dita. Soprat­tutto con­si­de­rando che risulta impli­ci­ta­mente escluso dalla stessa Costi­tu­zione, che pre­vede appunto mag­gio­ranze molto ele­vate, due distinte deli­bere per ogni camera con uno scopo pre­ciso: garan­tire che la riforma venga medi­tata, discussa e appro­vata da una mag­gio­ranza larga, non da una mag­gio­ranza arti­fi­ciale che forza gli altri, una mino­ranza pre­fab­bri­cata che vuole imporre la sua volontà. Il disprezzo del dis­senso e la volontà di sof­fo­carlo è pro­pria dei sistemi auto­ri­tari. Non è lo spi­rito della Costituzione.

    Il pro­blema forse è all’origine: ci tro­viamo di fronte a una riforma costi­tu­zio­nale che non nasce dal par­la­mento ma viene det­tata dal governo.
    Anche que­sta è un’anomalia. Pur­troppo negli ultimi anni ne abbiamo viste tan­tis­sime. Il governo si è impa­dro­nito di tutte le fun­zioni del par­la­mento e lo ha esau­to­rato. Della fun­zione legi­sla­tiva si è impa­dro­nito total­mente facendo solo decreti legge e ora s’ impos­sessa anche della revi­sione costi­tu­zio­nale. Tutto quello a cui stiamo assi­stendo negli ultimi tempi lascia sgomenti.

    Vede dei rischi in que­sto modo di pro­ce­dere da parte di governo e maggioranza?
    Da tanto tempo vedo rischi, per­ché que­sta for­za­tura deriva dal fatto che non si vuole accet­tare il dia­logo, che si vedono gli emen­da­menti e le pro­po­ste degli altri come un impac­cio, un osta­colo, dei sassi sui binari da rimuo­vere, come ha detto Renzi. Ma gli argo­menti degli altri non sono da rimuo­vere, sono da con­si­de­rare ed even­tual­mente da con­fu­tare con argo­menti ido­nei, altri­menti che demo­cra­zia è? Oltre tutto si tratta di una riforma che fa parte di un pro­gramma più ampio di cui non sap­piamo nulla.

    Si rife­ri­sce al patto del Nazareno?
    Que­sto patto Berlusconi-Renzi, che poi è Berlusconi-Verdini-Renzi che cosa signi­fica? E’ un patto fra sog­getti dei quali uno non aveva e non ha fun­zioni poli­ti­che isti­tu­zio­nali di alcun genere; ha per­duto anche il titolo di sena­tore. Allora la domanda è: cosa c’è in que­sto patto? Un patto tra due par­titi si può anche ammet­tere se è tra­spa­rente, ma un accordo segreto di cui ogni tanto tra­pe­lano alcune noti­zie ma del quale si esige che sia asso­lu­ta­mente rispet­tato alla let­tera, no. Mi chiedo ancora: siamo in un Paese demo­cra­tico o no?

    Però il mini­stro Boschi di fronte alle accuse di auto­ri­ta­ri­smo risponde che si tratta di allucinazioni.
    Penso che il mini­stro Boschi, della cui buona fede non dubito, non abbia nes­suna idea di cosa è la demo­cra­zia e soprat­tutto che cosa è la “demo­cra­zia costi­tu­zio­nale”, che non vuol dire domi­nio della mag­gio­ranza. Quello che offende è la men­zo­gna, con­ti­nua­mente ripe­tuta, che chi pro­pone modi­fi­che non voglia le riforme: tutti vogliono la riforma del bica­me­ra­li­smo attuale! Ma molti non vogliono la solu­zione impo­sta. Per­ché il governo non vuole il Senato elet­tivo come negli Stati Uniti, con un numero ristretto di sena­tori eletti dai cit­ta­dini delle diverse regioni? Per­ché no?

    Lei che rispo­sta si dà?
    Si vuol togliere la parola al popolo. Quanto sta acca­dendo va messo insieme alla legge elet­to­rale con l’8% di sbar­ra­mento; si vuole chiu­dere la bocca alle mino­ranze, e non solo a mino­ranze esi­gue: la soglia dell’8% non è certo leg­gera. Si vuole fare una Camera inte­ra­mente domi­nata dai due par­titi dell’accordo, due par­titi che poi sono pra­ti­ca­mente uno per­ché lavo­rano insieme, in stretto accordo, quindi siamo arri­vati al par­tito unico.

    O magari al par­tito nazio­nale di cui parla Renzi.
    Una cosa che mi fa venire i bri­vidi. La demo­cra­zia costi­tu­zio­nale è neces­sa­ria­mente plu­ra­li­sta, per­ché gioca anche sull’articolazione poli­tica del sistema e del par­la­mento, sulla pos­si­bi­lità di un dia­logo e di un dis­senso. Qui invece si parla di par­tito nazio­nale. Credo che per qual­cuno si tratti di scarsa cono­scenza e di scarsa dime­sti­chezza con il costi­tu­zio­na­li­smo, per qual­cun altro pur­troppo no.

    In que­sto rien­tra anche la deci­sione di innal­zare da 500 a 800 mila le firme neces­sa­rie per pro­porre un refe­ren­dum abrogativo?
    Siamo sem­pre nella stessa logica di ridu­zione del peso del popolo, che evi­den­te­mente dà fasti­dio e biso­gna taci­tarlo. La gente chiede lavoro, è pre­oc­cu­pata per la chiu­sura delle fab­bri­che e i gover­nanti si impun­tano esclu­si­va­mente su que­ste cose. La riforma costi­tu­zio­nale serve cer­ta­mente al fine di poter eser­ci­tare il potere con le mani libere, senza gli impacci della demo­cra­zia costi­tu­zio­nale. Però c’è anche un’altra ragione di fondo, ed è che la riforma è un bello schermo per nascon­dere il fatto che sugli altri piani non si fa niente. L’economia è andata più a rotoli che mai, finora si è fatto solo un gran par­lare, un chiac­chie­rare arro­gante e asso­lu­ta­mente inutile.

    Però sei­mila emen­da­menti sono tanti. L’opposizione non sta esagerando?
    L’opposizione non ha altre armi per­ché il dia­logo la mag­gio­ranza non lo vuole, ha detto subito che “chi ci sta, ci sta”. E gli altri, evi­den­te­mente, se “non ci stanno” a votare ciò che il governo vuole “se ne faranno una ragione”! In tale situa­zione chi vor­rebbe una riforma diversa non può fare altro che ren­dere fati­coso il per­corso per indurre la mag­gio­ranza a riflet­tere su quello che fa e, per non veder fal­lire tutto, ad accet­tare qual­che modi­fica. Ripeto ancora ciò che più volte ho detto: se vogliono fare un Senato con i rap­pre­sen­tanti delle regioni e degli enti locali non eletti dal popolo, lo fac­ciano pure, però non pos­sono attri­buire a quest’organo fun­zioni costi­tu­zio­nali. Non pos­sono dar­gli la pos­si­bi­lità di legi­fe­rare al mas­simo livello. A un simile Senato, fatto da per­sone che non ci rap­pre­sen­tano, domi­nate dai capi par­tito, si vuole invece asse­gnare il potere di revi­sione costi­tu­zio­nale, di par­te­ci­pare all’elezione del pre­si­dente della Repub­blica e di altri alti organi costi­tu­zio­nali. E’ assurdo. Faces­sero allora un Senato che è espres­sione delle auto­no­mie con fun­zioni limi­tate alle neces­sità di rac­cordo con le auto­no­mie locali. Altri­menti, se gli si vogliono attri­buire fun­zioni costi­tu­zio­nali, deve essere elet­tivo. Ma, se non è pos­si­bile discu­tere di que­sto e di altri punti signi­fi­ca­tivi, allora non resta altro da fare che pro­porre emen­da­menti a raffica.

    CARLO LANIA

    da il manifesto

     
     
     

    LA SEMINA DEL PRESIDENZIALISMO

    Post n°814 pubblicato il 24 Luglio 2014 da red67ag

    Magari siamo già in un sistema pre­si­den­ziale per il ruolo poli­tico del Qui­ri­nale, cer­ta­mente sem­bra di vivere in un paese che ha eletto il capo del governo: o si votano le riforme o andiamo alle ele­zioni avverte Renzi, per­ché «tutti devono sapere che comun­que si vota, o le riforme o le ele­zioni anti­ci­pate» chiosa il pre­si­dente del par­tito demo­cra­tico. O le riforme o il voto è solo l’ultimo ricatto pro­pa­gan­di­stico di chi si rap­pre­senta come il padrone dell’Italia.

    L’arroganza del per­so­nag­gio e la tor­sione auto­ri­ta­ria del suo pro­getto di revi­sione della Carta sono noti e ormai dif­fu­sa­mente rico­no­sciuti da una larga opi­nione pub­blica. E tut­ta­via va sot­to­li­neata la fun­zione ideo­lo­gica di que­sta esi­bi­zione di forza, di que­sto atteg­gia­mento oltran­zi­sta e ricat­ta­to­rio (dopo di me il diluvio).

    >Lo spiega bene un altro cam­pione di demo­cra­zia, Ser­gio Mar­chionne. Dopo gli inci­ta­menti del Pre­si­dente della Repub­blica sulla neces­sità e l’urgenza di que­ste, pes­sime, riforme, è l’amministratore dele­gato dell’azienda auto­mo­bi­li­stica a spro­nare il pre­si­dente del con­si­glio. Mar­chionne, che è un fan di Renzi, lo invita a «tener duro» (il lin­guag­gio è tutto), e lo ras­si­cura soste­nendo che se per basto­nare gli ope­rai avesse dovuto aspet­tare le riforme sul lavoro sarebbe ancora «impa­lu­dato». (Poi final­mente è arri­vato il mini­stro Poletti e il più è stato fatto). Dun­que le riforme, prima ancora che per i frutti pro­messi ser­vono per la mani­po­la­zione del ter­reno che semi­nano. Non ha avuto biso­gno di riforme Renzi per usare la vit­to­ria alle pri­ma­rie del Pd per recla­mare il governo del paese.

    Se il capo del governo fosse arri­vato a Palazzo Chigi dopo ele­zioni poli­ti­che, potremmo rite­nerlo almeno par­zial­mente legit­ti­mato a recla­mare le “sue” riforme. E il con­di­zio­nale è d’obbligo visto che non è il Governo, ma il Par­la­mento il tito­lare della pro­po­sta di riforma costi­tu­zio­nale così come è l’attuale Capo dello stato la carica depu­tata a deci­dere il ricorso alle urne.

    Fare la voce grossa, minac­ciare le oppo­si­zioni, mostrare insof­fe­renza per le scelte della seconda carica dello Stato (con­sen­tire il voto segreto su alcuni emen­da­menti), signi­fica esi­bire al popolo il segno del comando. Il pre­si­dente Grasso ieri ha cer­cato di sal­vare capra e cavoli, ostru­zio­ni­smo e rego­la­mento alla fine di un tumul­tuoso via vai tra il Qui­ri­nale e palazzo Madama. Ne ha rica­vato l’ennesimo ammo­ni­mento del Qui­ri­nale che in serata ha dif­fuso un pole­mico comu­ni­cato «sul grave danno che reche­rebbe al pre­sti­gio e alla cre­di­bi­lità par­la­men­tare il pro­dursi di una para­lisi deci­sio­nale sulle riforme». Vale ricor­dare che pro­prio Grasso osò pro­nun­ciarsi con­tro un senato non eletto.

    Norma Rangeri  il manifesto

     
     
     
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