Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

 

RENZI E IL FRONTE SGUARNITO DELLA SINISTRA

Post n°1003 pubblicato il 04 Marzo 2015 da red67ag

Prima Lan­dini e poi Ber­sani hanno agi­tato le acque della pax ren­ziana vio­lan­dola pro­prio men­tre la pro­pa­ganda gon­fiava i primi segnali tec­nici di ripresa e li attri­buiva al polso ener­gico del con­dot­tiero di Rignano. Non si tratta di pure sca­ra­mucce. Esi­ste un nodo di fondo che si ripro­pone quasi ogget­ti­va­mente: la man­canza di ogni rap­pre­sen­tanza sociale e poli­tica di un mondo di ban­diere rosse che negli anni set­tanta con­qui­stò il con­senso di quasi il 50 per cento del paese.

Se que­sta carenza di una sini­stra poli­tica e sociale è un pro­blema, anche di sistema, che si intende supe­rare, occorre com­pren­dere le ragioni (cioè i punti di forza) dell’avversario e pene­trare, se ci sono, nelle sue zone di debo­lezza. Con Renzi, il Pd porta alle con­se­guenze estreme delle ten­denze interne verso approdi post-ideologici ope­ranti già al tempo del Lin­gotto. Però quest’anima inter­clas­si­sta e mode­rata, con il suo dise­gno di sfon­dare al cen­tro con la pro­messa di una rivo­lu­zione libe­rale, che con Vel­troni e Rutelli si arenò, ora trova espres­sioni ine­dite che sem­brano rivi­ta­liz­zarla. Per­ché Renzi rie­sce dove Rutelli ha già fallito?

Alla spinta cen­tri­sta e moder­niz­za­trice, con­dita con la salsa di un libe­ri­smo ostile ai diritti, egli aggiunge una magica por­zione di anti­po­li­tica. Met­tendo insieme il nucleo del pro­gramma della Con­fin­du­stria (ridu­zione dello spa­zio pub­blico e sem­pli­fi­ca­zione delle regole del lavoro) e lo stile anti­po­li­tico, Renzi inter­cetta domande di novità e distrugge, con la maschera della discon­ti­nuità radi­cale, il vec­chio ceto poli­tico di estra­zione comu­ni­sta. Muta anche, con l’assalto al sin­da­cato, la com­po­si­zione sociale del par­tito, al punto da pene­trare in aree e inte­ressi sociali delle microim­prese attratte dalla distru­zione delle cosid­dette rigi­dità del mer­cato del lavoro (e dalla enfasi ren­ziana con­tro i con­trolli buro­cra­tici ecces­sivi, che riscon­trano irre­go­la­rità nel 65 per cento delle aziende visi­tate) e che dif­fi­cil­mente avreb­bero guar­dato a sinistra.

Dalla prima anima, quella in senso lato con­fin­du­striale, Renzi ricava media e denaro che coprono le sue gesta con un con­for­mi­smo asso­luto (c’è una sorta di gior­nale unico nazio­nale che da Repub­blica passa per il Cor­riere, La Stampa, Il Mes­sag­gero, Il Sole 24 ore). Dalla seconda anima, quella del capo di governo che è nemico del ceto poli­tico, egli assorbe un desi­de­rio di vit­to­ria (com­pren­si­bile dopo che il Pd si era acca­sciato a terra pro­prio al momento del trionfo) e una invo­ca­zione di nuovo e di rot­tura verso schemi tra­di­zio­nali.
La forza di Renzi (anco­rag­gio ad inte­ressi d’impresa e coper­tura della scena pub­blica con una asfis­siante comu­ni­ca­zione post-politica) è anche la sua debo­lezza. Senza un par­tito strut­tu­rato, privo di un sistema di potere con­so­li­dato che si estenda oltre i meri traf­fici clien­te­lari del giglio magico, senza un vero gruppo diri­gente e una valida classe di governo, privo di un col­le­ga­mento con ampi sog­getti sociali, il grado di auto­no­mia di cui Renzi gode rispetto alle potenze eco­no­mi­che e finan­zia­rie è quasi insus­si­stente.
Sfrutta al mas­simo le loro risorse, le esi­bi­sce in un pub­blico sfarzo alla Leo­polda e ammi­ni­stra spesso con arro­ganza le loro muni­zioni, ma non ne è il padrone. E quindi naviga a vista per­ché il soste­gno dei poteri forti è sem­pre con­di­zio­nato al rapido incasso in moneta sonante. La coa­li­zione sociale che con Monti e poi con Letta ha gestito il potere nella fase di tran­si­zione post-berlusconiana è la stessa, con varie sfu­ma­ture, che sor­regge adesso Renzi.

La novità è soprat­tutto il grado di anti­po­li­tica che il fio­ren­tino aggiunge alla com­me­dia e lo sman­tel­la­mento di un par­tito (mai con­so­li­dato) tra­mu­tato in una sua appen­dice per­so­nale. Il domi­nio ren­ziano sem­bre­rebbe incon­tra­sta­bile, con lo spread che si calma, con il tra­sfor­mi­smo del venti per cento dei depu­tati pronti al grande salto nel carro del rot­ta­ma­tore, con l’opportunismo di tanti par­la­men­tari del Pd che hanno fiu­tato che in un non-partito degli eletti sovrano è solo chi decide le candidature.

Eppure, la man­canza di una sini­stra rico­no­sci­bile sol­leva una latente crisi di legit­ti­ma­zione. L’impressione che la poli­tica odierna suscita è quella che rica­vava Toc­que­ville osser­vando la vita par­la­men­tare del suo tempo. In essa «gli affari ven­gono trat­tati fra i mem­bri di un’unica classe, secondo i suoi inte­ressi e i suoi modi di vedere, non è pos­si­bile tro­vare un campo di bat­ta­glia su cui i grandi par­titi pos­sano farsi la guerra». Con il pre­si­dente del con­si­glio «gasa­tis­simo da Mar­chionne» e gran vene­ra­tore della sacra libertà di licen­zia­mento, nel par­la­mento opera un solo inte­resse pre­va­lente, quello dell’impresa.

Per que­sto è dif­fi­cile al momento pen­sare ad una rina­scita della destra su basi diverse dal popu­li­smo di Sal­vini. Una destra libe­rale non ha alcuna pos­si­bi­lità (e neces­sità) di orga­niz­zarsi col­ti­vando ambi­zioni di alter­na­tiva: il suo spa­zio è già ben pre­si­diato da Renzi. E una sini­stra avrebbe le forze per ripren­dere una fun­zione rap­pre­sen­ta­tiva? Nel «paese legale», con­ti­nuava Toc­que­ville descri­vendo l’omologazione dei ceti poli­tici fran­cesi, esi­ste una «sin­go­lare omo­ge­neità di posi­zioni, di inte­ressi e, per con­se­guenza di vedute, che toglie ai dibat­titi par­la­men­tari ogni ori­gi­na­lità e ogni realtà, e quindi ogni vera pas­sione». La stessa sen­sa­zione di tra­monto dell’autonomia della poli­tica la si ricava osser­vando le dispute poli­ti­che odierne.

Auto­nomo, al limite dell’ostilità e dell’ingiuria, dal sin­da­cato e dal lavoro, il Pd è privo di ogni argine effi­cace rispetto alle sol­le­ci­ta­zioni della finanza, dell’impresa, dei media. E que­sto ritorno ad un par­la­men­ta­ri­smo mono­classe suscita anche una sen­sa­zione di impo­tenza, di estra­neità in con­si­stenti fasce di opi­nioni. Nel domi­nio di grandi potenze eco­no­mi­che, diceva Toc­que­ville, «i vari colori dei par­titi si ridu­cono a pic­cole sfu­ma­ture e la lotta a una disputa ver­bale». Non è un caso che, in un clima di simi­li­tu­dine nelle basi sociali rico­no­sciute, avvenga il pro­cesso di uni­fi­ca­zione tra Pd e Scelta civica o che sfu­mino del tutto i con­fini distin­tivi con il nuovo cen­tro destra.

Quale per­ce­pi­bile dif­fe­renza iden­ti­ta­ria, e di alte­rità nei rife­ri­menti sto­rici e sociali, si può mai notare tra Gue­rini e Alfano, tra Boschi e Car­fa­gna, tra Picierno e Gel­mini, tra Madia e Lupi, tra Lotti e Ver­dini, tra Faraone e Fitto? Ancora Toc­que­ville: in una poli­tica ad una sola dimen­sione, quella della classe pro­prie­ta­ria, i poli­tici ricor­rono «a tutta la loro per­spi­ca­cia per sco­prire argo­menti di grave dis­senso, senza tro­varne». Con le sue poli­ti­che in tema di lavoro, Renzi si raf­forza per­ché lascia senza scopo una destra di governo. Però, pro­prio con que­sto sci­vo­la­mento, man­tiene sguar­nito un ampio fronte sociale, i cui inte­ressi non coin­ci­dono con il raf­for­za­mento del potere uni­la­te­rale dell’impresa.

Con le sue scor­ri­bande isti­tu­zio­nali, Renzi apre una vistosa vora­gine anche nel campo poli­tico (mal­trat­ta­mento dei prin­cipi dell’antico costi­tu­zio­na­li­smo demo­cra­tico della sini­stra, demo­li­zione dell’idea di un par­tito non per­so­nale). Col­pita sul piano degli inte­ressi sociali di rife­ri­mento e sfre­giata sull’idea di demo­cra­zia e sul senso della poli­tica, è impen­sa­bile che la sini­stra non provi a rea­gire alle umi­lia­zioni di chi si vanta di averla asfaltata.

Non per un senso dell’onore, che già Bodin esclu­deva quale prin­ci­pio della poli­tica, ammet­tendo la liceità del com­pro­messo e della trat­ta­tiva al cospetto di un nemico troppo forte per essere sfi­dato di punto. Ma, alla com­pren­si­bile riti­rata, che ha accom­pa­gnato il celere trionfo ren­ziano, non è cor­ri­spo­sta alcuna azione inci­siva per il recu­pero di forza e capa­cità di com­bat­ti­mento. È man­cata quella che Lenin avrebbe chia­mato una «riti­rata con giu­di­zio». La con­trof­fen­siva, dopo la tem­po­ra­nea riti­rata, non è stata nep­pure accen­nata. E invece andrebbe disegnata.

Con una coa­li­zione sociale di pro­te­sta e ostile alla pro­po­sta poli­tica? La spe­ci­fi­cità ita­liana è che men­tre altrove esi­stono due sini­stre, qui non se ne intra­vede nep­pure una. La mino­ranza del Pd deve avere la con­sa­pe­vo­lezza che il suc­cesso di Renzi, e cioè la sua lea­der­ship alle pros­sime ele­zioni, sarebbe il trionfo di una variante di par­tito per­so­nale a voca­zione popu­li­sta entro cui una com­po­nente di sini­stra risul­te­rebbe schiac­ciata e inutile.

Per­ciò deve imma­gi­nare che qual­cosa può nascere oltre Renzi e non biso­gna dare più come senza alter­na­tive il qua­dro attuale di governo. Se le due sini­stre visi­bili solo in potenza, quella sociale e quella poli­tica, non met­tono in atto un pro­cesso di alter­na­tiva a Renzi, devono ras­se­gnarsi alla rapida deca­denza della qua­lità democratica.

Michele Prospero - il manifesto

 
 
 

LA DEMOCRAZIA CHE ODIA I CITTADINI

Post n°1002 pubblicato il 01 Marzo 2015 da red67ag

Nel suo ultimo edi­to­riale Euge­nio Scal­fari ha sol­le­vato un tema d’importanza cru­ciale: il declino della demo­cra­zia par­te­ci­pata. Rav­vi­san­done la ragione nell’indifferenza dei cit­ta­dini. Che la demo­cra­zia sia in dif­fi­coltà è fuor di dub­bio. Ma forse l’indifferenza non è causa, bensì effetto delle tra­sfor­ma­zioni cui la demo­cra­zia è sot­to­po­sta e che hanno deru­bri­cato da demo­cra­zia par­te­ci­pante a demo­cra­zia respin­gente. L’Italia non è un caso unico. Le demo­cra­zia respin­genti ci sono ovun­que e in Ita­lia la si è comin­ciata a fab­bri­care da un quarto di secolo fa.

Renzi sta solo met­tendo il tetto all’edificio di una demo­cra­zia che odia i cit­ta­dini. L’odio per i cit­ta­dini si mani­fe­sta anzi­tutto sul ter­reno delle poli­ti­che. L’austerità è comin­ciata tre anni fa. Ma le decur­ta­zioni allo Stato sociale sono in atto da tempo, come da parec­chio si è aggra­vata a dismi­sura la pres­sione fiscale sui red­diti medi e bassi. E sono enor­me­mente peg­gio­rate le con­di­zioni dell’occupazione. Non solo di lavoro ce n’è meno, ma la sua qua­lità sta decli­nando da un pezzo, nel pub­blico e nel pri­vato. In com­penso chi comanda non pensa a dismet­tere lussi inu­tili e dan­nosi, come la Tav e gli F35, né tan­to­meno si mostra dispo­sto a ridurre gli inde­centi pri­vi­legi di cui godono i poli­tici e butta solo fumo negli occhi.

La seconda mani­fe­sta­zione di odio per i cit­ta­dini sta nel respin­gerli come tali. Votare non è un gesto natu­rale. Per molti, spe­cie i gio­vani, è un atto che va inco­rag­giato. Sia tra­mite le per­for­man­ces della poli­tica, che al momento non aprono nean­che più alla spe­ranza, sia sot­to­li­nean­done l’importanza. Sia mediante un’azione costante di col­ti­va­zione del civi­smo un tempo svolta dalla scuola e dai par­titi.
L’istruzione ha pure la fun­zione di socia­liz­zare i gio­vani alla vita col­let­tiva e alla par­te­ci­pa­zione poli­tica. Ben cono­sciamo le con­di­zioni lamen­te­voli in cui la scuola è ridotta e lo spre­gio con cui sono trat­tati gli inse­gnanti. Quanto ai par­titi, il loro sof­fo­ca­mento è stato deli­be­rato. In nome di una demo­cra­zia che decide, li si è disat­ti­vati, pro­met­tendo che a col­ti­vare il civi­smo avrebbe prov­ve­duto la società civile. Solo che la società civile, peral­tro ambi­gua, non com­pensa l’attività di edu­ca­zione e inci­ta­mento che i par­titi di massa svol­ge­vano su vasta scala. Sono rima­sti i par­titi impro­pria­mente detti per­so­nali, che sono cir­co­scritte cosche affa­ri­sti­che, riser­vate ai super­pro­fes­sio­ni­sti della poli­tica, che non sanno nem­meno com’è fatto il mondo e che nutrono uni­ca­mente ambi­zioni di potere.
I cit­ta­dini non sono scioc­chi e osser­vano tutto que­sto. Pos­sono magari illu­dersi, non tutti, ma per un attimo e in realtà sono indi­gnati e arrab­biati. Di quali mezzi tut­ta­via dispon­gono per mani­fe­stare la loro sofferenza?

Ci hanno per­fino pro­vato. Per citare l’esperimento più recente: una quota non irri­le­vante di elet­tori ha pro­vato a ribel­larsi votando per Beppe Grillo. Ma per sco­prire ben pre­sto che il suo incon­te­ni­bile nar­ci­si­smo media­tico è solo ser­vito a ste­ri­liz­zare la loro indi­gna­zione, spia­nando la strada alle bru­ta­lità del ren­zi­smo. Quando non c’è nar­ci­si­smo, com’è suc­cesso in Gre­cia, pare stia andando anche peg­gio. Un popolo intero sta san­gui­no­sa­mente pagando le dis­si­pa­zioni di una ristretta casta di poli­ti­canti e di potenti. Ma tutta l’Europa con­giura affin­ché la sua ribel­lione elet­to­rale, che ha cac­ciato i respon­sa­bili, non pro­duca alcun aggiu­sta­mento. Die­tro la grande nar­ra­zione – let­te­ra­ria, cine­ma­to­gra­fica, media­tica, gior­na­li­stica e spesso anche acca­de­mica – del disin­canto e dell’indifferenza, cova insomma una ribel­lione silen­ziosa, che rischia di avere esiti disastrosi.

Un po’ più di atten­zione andrebbe pre­stata ai dati sull’astensione. Il nostro gar­bato capo del governo si fa forte del 40% di con­sensi otte­nuti alle euro­pee. Che è però solo il 40% del 60% che ha votato. Ovvero: su 10 elet­tori hanno votato in 6, tra cui 2 e mezzo hanno dato al Pd il loro con­senso. Non è poco per riven­di­care un grande con­senso popo­lare? E non c’è per caso il rischio che se un paio di elet­tori arrab­biati smet­tesse di aste­nersi e cedesse alle lusin­ghe di uno dei tanti lea­der popu­li­sti che ci sono in giro ne sca­tu­ri­sca un esito elet­to­rale che chiuda per­sino la depri­mente bot­tega della demo­cra­zia respingente?

Alfio Mastropaolo  il manifesto

 
 
 

ROMA RIFIUTA SALVINI CASA POUND E LA LORO MARCIA SU ROMA

Post n°1001 pubblicato il 28 Febbraio 2015 da red67ag

Roma rifiuta Mat­teo Sal­vini, Mario Bor­ghe­zio, i loro came­rati di Casa Pound e la loro nuova mar­cia su Roma. È impor­tante che sia un rifiuto di massa, che dica chiaro e forte e in tanti che Roma è un’altra cosa.

Li rifiuta la memo­ria di «Roma città aperta», meda­glia d’oro della Resi­stenza, la città ribelle e mai domata di Carla Cap­poni e Rosa­rio Ben­ti­ve­gna. E li rifiuta il pre­sente di Roma, metro­poli aperta, città metic­cia da mil­lenni popo­lata di migranti e viag­gia­tori del mondo intero.

Se è mai esi­stita quella «Roma ladrona» di cui tuo­na­vano in tempi non dimen­ti­cati Mat­teo Sal­vini e i suoi padrini leghi­sti, è la Roma che più somi­glia a loro: quell’intreccio di raz­zi­smo e cor­ru­zione, fio­rito soprat­tutto con la destra al governo della città, che attiz­zando xeno­fo­bia e paura dei migranti ha fatto più soldi coi Cie che con la droga. Rifiu­tando Sal­vini e i suoi acco­liti, Roma dice di no anche a que­sta parte cor­rotta di se stessa.

In que­sto senso, il raduno di vec­chi e nuovi fasci­sti del terzo mil­len­nio è qual­cosa di più di una mobi­li­ta­zione poli­tica: è un attacco all’anima di que­sta città e, attra­verso essa, del paese di cui è capitale.

Come la prima, anche la nuova mar­cia su Roma viene da Milano, e punta a inva­dere tutto il paese. È già pas­sata per la Sici­lia, e a Roma cerca la san­zione defi­ni­tiva della sua tra­sfor­ma­zione da sepa­ra­ti­smo scio­vi­ni­sta del Nord a un nuovo scio­vi­ni­smo rea­zio­na­rio di dimen­sione nazio­nale e col­le­gato con il peg­gio delle destre euro­pee. La Roma che non vuole que­sta gente parla per il resto del paese e dell’Europa nelle loro espres­sioni più demo­cra­ti­che e civili.

L’esempio ce lo hanno già dato le donne di uno dei quar­tieri più com­pli­cati e mesco­lati di Roma, Tor­pi­gnat­tara. Quando Mauro Bor­ghe­zio si è pre­sen­tato a mega­fo­nare i suoi slo­gan raz­zi­sti davanti alla Pisa­cane – una scuola che ha ben più del gel­mi­niano trenta per­cento di bam­bini di ori­gine migrante — sono state le mamme ita­liane e immi­grate di Tor­pi­gnat­tara a dire insieme che lì davanti non ce lo vole­vano e a man­darlo via.

Se a rifiu­tare gli xeno­fobi e i fasci­sti sono Roma della memo­ria e Roma del pre­sente, quel giorno a respin­gerli era Roma del futuro – la Roma di quei bam­bini sia arabi, ben­ga­lesi, ucraini, alba­nesi, sia tutti quanti romani di quar­tiere, di bor­gata e di peri­fe­ria – che hanno detto ai pala­dini delle “iden­tità” con­ge­late e arti­fi­ciali che la nostra vera iden­tità è un’identità mol­te­plice, in cam­bia­mento e in cre­scita. Impa­riamo da loro chi siamo e chi vogliamo essere, e diciamo di no al vec­chio e nuovo fasci­smo che scende oggi a Roma.

Alessandro Portelli  il manifesto 28/02/2015

 
 
 

LA MARCIA TRIONFALE DEI RICCHI GLOBALI

Post n°1000 pubblicato il 27 Febbraio 2015 da red67ag

Analisi. Una società divisa tra subalterni dentro lo Stato e plutocrati nei confini del loro potere globale

Per i clas­sici, la tiran­nia era il solo vero rischio anti-democratico, nella forma indi­vi­duale o di pic­coli gruppi (di oli­gar­chi). La licenza e l’ingordigia per il potere erano le pas­sioni a rischio di sov­ver­tire l’ordine, spesso con il soste­gno del più poveri, mesme­riz­zati dai dema­go­ghi. Lo sce­na­rio che ci pos­siamo atten­dere oggi è diverso: non masse anar­chi­che e in ebol­li­zione, non guer­rieri e oli­gar­chi di ceto; ma masse di indi­vi­dui iso­lati negli stati-nazione e oli­gar­chi della finanza nei vil­laggi glo­bali. Una società divisa tra subal­terni den­tro i con­fini sta­tali e plu­to­crati den­tro i con­fini del loro potere globale.

Alla base, una con­ver­genza di tutti i poteri che ori­gi­na­ria­mente ope­ra­vano sepa­ra­ta­mente, secondo il modello libe­rale clas­sico: il potere eco­no­mico, quello reli­gioso e quello poli­tico. Shel­don Wolin ha chia­mato que­sta nuova società un «tota­li­ta­ri­smo inver­tito», nel quale pub­blico e pri­vato diven­tano sim­bio­tici e per­dono la loro spe­ci­fica distin­ti­vità. «Inver­tito» non signi­fica che una sfera prende il posto dell’altra (come col patri­mo­nia­li­smo). Signi­fica che l’una e l’altra sono in un rap­porto di inte­gra­zione totale (come la scuola sta­tale e quella pri­vata pari­fi­cata che sono dette appar­te­nere a un sistema pub­blico inte­grato). Con­ver­gono e danno luogo a qual­che cosa di nuovo, una incor­po­ra­zione di forme che erano sepa­rate. E que­sto spiega il lamento per il declino dei corpi inter­medi: una società totalizzante.

Men­tre alle ori­gini della moder­nità, l’economia di mer­cato aveva pro­mosso decen­tra­liz­za­zione e fran­tu­mato i mono­poli (Adam Smith) sti­mo­lando la libertà eco­no­mica e indi­ret­ta­mente l’espansione dei diritti, civili e poli­tici, nella nostra società assi­stiamo a un pro­cesso molto diverso. Qui, impren­di­tori e capi­ta­li­sti finan­ziari ali­men­tano il loro potere nella misura in cui can­cel­lano la decen­tra­liz­za­zione e creano una società orga­nica e incor­po­rata, sia a livello nazio­nale che internazionale.

Si tratta di un ritorno al mono­po­lio, non più nella forma di un biso­gno tiran­nico di accu­mulo, come nel pas­sato, ma nella forma orga­niz­zata da norme e abiti com­por­ta­men­tali che gene­rano una classe di ric­chi glo­bali; una società a sé stante di per­sone che sti­lano tra loro con­tratti matri­mo­niali, che non hanno nazione e vivono nelle stesse città e negli stessi grat­ta­cieli. Che si moni­to­rano a vicenda, cer­cando di cap­tare i muta­menti di for­tuna. E creano isti­tu­zioni inter­na­zio­nali loro pro­prie con le quali deter­mi­nare la vita degli stati, ovvero della classe dei senza-potere, che vivono den­tro gli stati e se var­cano i con­fini lo fanno per emi­grare andando a rioc­cu­pare la stessa classe nel nuovo paese; una classe di milioni di disag­gre­gati, illusi di essere liberi per­ché parte di social net­work.
Que­sta let­tura mostra la tra­iet­to­ria della moder­nità dall’individualismo all’olismo, da una società che ripo­sava sul con­flitto tra eroi indi­vi­duali o di casato, e poi tra le classi orga­niz­zate in par­titi, a una società che è un vero corpo omo­ge­neo e uni­ta­rio, sia negli strati bassi che in quelli alti. E se e quando i con­flitti esplo­dono, si tratta di eventi peri­fe­rici (alcune fasce di pre­ca­riato, que­sta o quella regione con­tro il cen­tro, ecc.) che non cam­biano il carat­tere dell’ordine glo­bale e non ne incri­nano l’organicità.

A pro­varlo basta pen­sare a que­sto: molte delle stra­te­gie svi­lup­pate nella società moderna per ren­dere pos­si­bile la resi­stenza indi­vi­duale a que­sta logica oli­stica stanno pro­du­cendo l’effetto oppo­sto. Per esem­pio, i par­titi di sini­stra del ven­te­simo secolo ave­vano lo scopo di riven­di­care i diritti dei molti con­tro l’abuso del potere dei pochi potenti; e usa­vano la sola arma che i deboli hanno da sem­pre: l’alleanza, l’unione, l’integrazione delle forze sparse. In que­sto modo riu­sci­vano a resi­stere all’oligarchia industriale.

Ma il risul­tato, che sta sotto i nostri occhi, è molto diverso dalle aspet­ta­tive o dalle inten­zioni ori­gi­na­rie: i par­titi che si nomi­nano di sini­stra ope­rano con­tro i diritti sociali e la dignità poli­tica delle mol­ti­tu­dini men­tre svol­gono il ruolo di con­vin­cere i senza-potere che quel che occorre fare è asse­con­dare la logica del sistema, quindi lavo­rare nel rischio e senza diritti e pro­cu­rarsi una for­ma­zione fun­zio­nale alla loro ogget­tiva pre­ca­rietà. La favola del merito è il nucleo di que­sta ideo­lo­gia della subalternità.

La con­ver­genza delle forze nel campo sociale e in quello eco­no­mico ha vinto sulle resi­stenze e come esito abbiamo una massa di senza-potere senza orga­niz­za­zioni di resi­stenza. A que­sto punto resta ai deboli il popu­li­smo, che ripro­pone il vec­chio mito col­let­tivo del vox populi vox dei, salvo usarlo, come face­vano gli anti­chi dema­go­ghi, per attuare un cam­bio di lea­der­ship che non cam­bia la con­di­zione dei molti. È ipo­crita gri­dare allo scan­dalo con­tro il popu­li­smo, che non è il feno­meno sca­te­nante ma il sin­tomo, retto sull’illusione data ai senza-potere di mutare la loro sorte.

Nadia Urbinati  il manifesto

 

 

 
 
 

ROMA, SABATO ANTIRAZZISTA CONTRO LA "MARCIA" DELLA LEGA

Post n°999 pubblicato il 25 Febbraio 2015 da red67ag

Cre­sce l’attesa per la mani­fe­sta­zione leghi­sta del 28 feb­braio a Roma e la con­te­stuale oppo­si­zione dei movi­menti e delle orga­niz­za­zioni demo­cra­ti­che alla sfi­lata xeno­foba. Insieme a Sal­vini saranno pre­senti a Piazza del Popolo non solo i neo­fa­sci­sti di Casa­Pound, nelle cro­na­che in que­sti giorni per il ten­tato omi­ci­dio a Cre­mona di un mili­tante del cen­tro sociale Dor­doni, quanto soprat­tutto le orga­niz­za­zioni xeno­fobe di mezza Europa, dando al ritrovo leghi­sta la par­venza di una rin­no­vata inter­na­zio­nale nera.

Ad affian­care Sal­vini saranno anche l’organizzazione raz­zi­sta tede­sca «Pegida», nota in que­sti mesi per le con­ti­nue marce anti-islamiche pro­mosse a Dre­sda, non­ché il «Bloc Iden­ti­taire», par­tito dell’estrema destra fran­cese anti-immigrazione. Senza con­tare la pro­messa mani­fe­sta­zione di aprile, dove Sal­vini pro­verà a por­tare a Roma Marine Le Pen dando vita ad un vero e pro­prio coor­di­na­mento poli­tico delle destre europee.

Ad «acco­gliere» il ten­ta­tivo leghi­sta di radi­carsi al centro-sud attra­verso la costi­tu­zioni di liste civi­che e par­titi col­le­gati alla casa madre, la varie­gata sini­stra romana, che da mesi tenta di tro­vare una qua­dra attorno alle moda­lità di oppo­si­zione alla piazza di Sal­vini. Nei giorni scorsi è stato defi­nito il per­corso della mani­fe­sta­zione che par­tirà alle 14 da piazza Vit­to­rio Ema­nuele e ter­mi­nerà in piazza Sant’Andrea della Valle, con l’obiettivo di avvi­ci­narsi, almeno ideal­mente, alla vicina Piazza del Popolo.

La mani­fe­sta­zione è stata orga­niz­zata nel corso di un mese di assem­blee che hanno regi­strato una par­te­ci­pa­zione cre­scente. Il cor­teo non ha ancora rice­vuto il via libera da parte della Que­stura. Si resta in attesa del ver­tice sulla sicu­rezza col Pre­fetto e il Comune. A com­pli­care le cose, la pro­ba­bile par­tenza del gruppo di estrema destra Casa­Pound pro­prio da piazza Vit­to­rio, una pro­vo­ca­zione che gli orga­niz­za­tori della contro-manifestazione riten­gono dif­fi­cile da digerire.

Nume­rose le ini­zia­tive volte a sma­sche­rare il ten­ta­tivo leghi­sta di accre­di­tarsi quale unica oppo­si­zione al governo Renzi dopo essere stato al governo nel ven­ten­nio d’oro del ber­lu­sco­ni­smo. Non solo cen­tri sociali e movi­menti anta­go­ni­sti insomma: da giorni si mol­ti­pli­cano le ade­sioni degli arti­sti vicini alle ragioni dei manifestanti.

Lo scrit­tore Erri De Luca, il fumet­ti­sta Zero­cal­care, gli attori Elio Ger­mano, Moni Ova­dia e Asca­nio Cele­stini, così come molta parte del mondo della sini­stra intel­let­tuale, hanno appog­giato la mobi­li­ta­zione. Nelle ultime ore è stato pub­bli­cato in rete l’appello «Con­tro il raz­zi­smo del terzo mil­len­nio». Scritto da arti­sti, inse­gnanti e lavo­ra­tori della cono­scenza, è rivolto al «mondo del lavoro tra­di­zio­nale per costruire una grande cam­pa­gna» con­tro la mani­fe­sta­zione leghista.

Anche Pasquino, la cele­bre «sta­tua par­lante» di Roma, in que­sti giorni ha ritro­vato il suo antico ruolo di voce del popolo, dando spa­zio al rifiuto cit­ta­dino di vedere attra­ver­sata una città da sem­pre insul­tata dal par­tito di Salvini.

Al di là della causa antirazzista, sono le con­trad­dit­to­rie posi­zioni della Lega di Sal­vini ad unire la com­po­sita sini­stra romana. Un minimo comun deno­mi­na­tore capace di uni­fi­carne le ragioni e i metodi, anche di piazza. In un paese senza memo­ria sto­rica, sem­bra dav­vero troppo dimen­ti­care di colpo l’appoggio leghi­sta all’ingresso nell’Euro, l’approvazione della legge Biagi e della Bossi-Fini, per non par­lare dei recenti scan­dali che hanno coin­volto la pre­ce­dente gestione del par­tito del nord. Un pas­sato troppo recente per accre­di­tarsi oggi a sin­ceri oppo­si­tori di Renzi e di Alfano, un governo per molti versi spe­cu­lare agli stessi par­te­ci­pati dalla Lega.

Al di là dei ten­ta­tivi di cri­mi­na­liz­za­zione del cor­teo, a cui hanno con­tri­buito una parte dei media nazio­nali, il cor­teo di sabato si pre­senta come l’occasione per una sini­stra al momento inca­pace di opporsi al pro­getto leghi­sta di rap­pre­sen­tare le fasce popo­lari delle peri­fe­rie. Un cor­teo che sarà impor­tante anche sul piano sim­bo­lico che si gio­cherà in quella giornata.

il manifesto

 
 
 
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