Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

 

SERVE SUBITO SCIOPERO GENERALE

Post n°869 pubblicato il 18 Settembre 2014 da red67ag

L’attacco all’articolo 18 per coprire il completo fallimento del governo Renzi/Berlusconi è inaccettabile. E’ tutto l’impianto del Job act che è completamente sbagliato perché basato sull’idea che il lavoro si possa creare togliendo ogni diritto al lavoro. Al contrario per creare lavoro è necessario allargare la sfera dei diritti a tutti i lavoratori – a partire dai precari – senza togliere alcuna tutela a coloro che hanno un lavoro a tempo indeterminato. Per questo riteniamo che sia necessario arrivare subito allo sciopero generale contro la politica del governo Renzi/Berlusconi, contro l’ulteriore manomissione dell’articolo 18 e il blocco degli stipendi di tutti i dipendenti pubblici, per estendere i diritti a tutti i lavoratori e per ottenere immediatamente un piano pubblico per l’occupazione per almeno un milione di posti di lavoro.

Paolo Ferrero  Rifondazione Comunista

 
 
 

IL PAESE CHE AMO

Post n°868 pubblicato il 17 Settembre 2014 da red67ag

Non sem­pre la reto­rica è l’arte dell’occultamento della verità, né l’abilità ora­to­ria è sem­pre lo stru­mento di chi è a corto di con­te­nuti. Lo diventa però quando per 200 giorni il pre­si­dente del con­si­glio con­ti­nua a can­tare la stessa can­zone, o me o il dilu­vio, aggior­nan­dola con il refrain dei mille giorni che cam­bie­ranno l’Italia e l’Europa. E se l’onorevole Renato Bru­netta pole­mizza con «l’aria fritta» del pre­mier, que­sta volta biso­gna cre­der­gli essendo uno dei mas­simi esperti del ramo.

È la reto­rica distil­lata dei luo­ghi comuni della destra. Chi si spacca la schiena e chi man­gia tar­tine ai con­ve­gni. I mana­ger valo­rosi che man­dano avanti l’industria, i magi­strati che non tro­vano di meglio che inda­garli e i gior­nali che ne rife­ri­scono. Fino all’intramontabile slo­gan «que­sto è il paese che amo» da con­trap­porre al lamento del “benaltrismo”.

Nel suo appas­sio­nato elo­gio del ren­zi­smo, Renzi si è rivolto alla «sini­stra più dura» un paio di volte, nel ten­ta­tivo di mostrare che quella vera siede a palazzo Chigi e ha le sue stelle polari nella mini­stra Boschi e nel col­lega Poletti. La ridu­zione della rap­pre­sen­tanza e la pre­ca­rietà a vita costi­tui­reb­bero i due prin­ci­pali pila­stri della costru­zione della città futura. Come se l’abolizione delle pro­vince e il declas­sa­mento del senato fos­sero dav­vero «la più grande ridu­zione di ceto poli­tico della sto­ria». I con­si­glieri pro­vin­ciali, al con­tra­rio, sono sem­pre li, sep­pure eletti dai poli­tici locali (pro­du­zione di ceto poli­tico a mezzo di ceto poli­tico) e così pure i sena­tori, dimez­zati è vero, ma con i poveri “gufi” della «sini­stra più dura» che pro­po­ne­vano di dimez­zare anche i depu­tati senza tut­ta­via toc­care il diritto di eleg­gere il parlamento.

L’occultamento della verità pro­se­gue nel secondo capi­tolo della rivo­lu­zione ren­ziana, quando, nel pas­sag­gio che riguarda la «riforma» del lavoro, il pre­mier non esita e minac­cia «misure d’urgenza» per cam­biare lo sta­tuto dei lavo­ra­tori, cioè per abo­lire l’articolo 18, spac­ciando la cam­pa­gna estiva della destra di Alfano e Sac­coni, e l’obbedienza ai dik­tat di Dra­ghi e Mer­kel, come una «bat­ta­glia con­tro l’ingiustizia».

In que­sto caso la figura reto­rica che avvolge la linea d’attacco ai diritti acqui­siti è quella della gio­vane madre pre­ca­ria che non ha quelle tutele che invece pos­siede la gio­vane lavo­ra­trice dipen­dente. E allora togliamo i diritti a chi ce l’ha e final­mente trion­ferà la giu­sti­zia sociale.

È vero, la ren­dita di posi­zione è finita per tutti, come avverte il presidente-segretario. Gli indi­ca­tori eco­no­mici che ogni giorno suo­nano la cam­pana a morto non man­cano di ricor­dar­celo: o tagliate i diritti e il costo del lavoro o sarete com­mis­sa­riati. Ma la ren­dita elet­to­rale (quei 10 milioni di elet­tori bene­fi­ciati dagli 80 euro) potrebbe finire anche per que­sto governo. «Non ho paura di andare alle ele­zioni» ha esor­dito Renzi nel suo discorso e «sono dispo­sto a rischiare il con­senso per attuare il mio programma».

In verità si tratta di un peri­colo remoto in ogni caso, ove cedesse alla ten­ta­zione delle urne, se l’opposizione è rap­pre­sen­tata da Bru­netta e se l’informazione con­ti­nuerà ad acca­nirsi (il Tg7 di metà mat­tina: «Il pre­mier ha par­lato in un clima di non pieno con­senso del par­la­mento»), in effetti le ele­zioni potrebbe anche vincerle.

Norma Rangeri il manifesto

 
 
 

BACK TO SCHOOL CON RENZI L'AMERICANO

Post n°866 pubblicato il 16 Settembre 2014 da red67ag

       

Rem tene, verba sequen­tur, si diceva tanto tempo fa. E allora ana­liz­ziamo le parole e rico­struiamo indut­ti­va­mente il para­digma cul­tu­rale sot­teso alla recente pro­po­sta del Governo sulla scuola.

Il docu­mento, da sot­to­porre nei pros­simi due mesi a con­sul­ta­zione online e offline, è tutto un flo­ri­le­gio di angli­smi: la scuola deve uscire dalla com­fort zone e diven­tare l’avamposto del rilan­cio del made in Italy. Dotarsi di inse­gnanti men­tor capaci di pro­porre for­ma­zione online ma anche blen­ded. Pro­durre piat­ta­forme spe­ri­men­tali con un design chal­lenge lan­ciato pre­sto­daun hac­ka­ton mirante alla crea­zione di una app. Attrez­zarsi per sfide di gover­nance policy a colpi di data school nazio­nali, design di ser­vizi e ope­ning up edu­ca­tion, ovvia­mente rife­rita alle best prac­ti­ces.

Ma non basta: final­mente arriva la good law e il nud­ging sbarca al Miur per­ché «assi­cu­rare piena com­pren­sione e chia­rezza su quanto il Miur pub­blica è un’azione di aper­tura e tra­spa­renza di pari dignità rispetto all’apertura dei dati».

La buona scuola pro­muove il CLIL, cioè il Con­tent and Lan­guage Inte­gra­ted Lear­ning, e alle ele­men­tari inse­gna il coding attra­verso la gami­fi­ca­tion. Valo­rizza il pro­blem sol­ving, il deci­sion making e, ove neces­sa­rio, poten­zia l’agri-business. Gli stu­denti diven­te­ranno digi­tal makers, si supe­rerà il digi­tal divide e riu­sci­remo a intrat­te­nere gli early lea­vers, ovvero quei «gio­vani disaf­fe­zio­nati» (sic) che la scuola oggi non rie­sce a tenere con sé. Per fare que­sto adotta il BYOD, bring your own device, ovvero «por­tati il tuo pc da casa». Ma, non paga, la buona scuola del governo pro­porrà school bonus, school gua­ran­tee, cro­w­d­fun­ding, emet­tendo all’occorrenza social impact bonds a bene­fi­cio dei pri­vati che vor­ranno appro­fit­tare del suc­cu­lento ban­chetto dell’istruzione imban­dito da Renzi. Good appe­tite.

Ma l’anglofilia del docu­mento non si esau­ri­sce nella patina les­si­cale e nel regi­stro lin­gui­stico. La buona scuola di Renzi è quella ame­ri­cana, auto­noma nell’organizzazione, nella didat­tica e nei finan­zia­menti. È la scuola intesa non come isti­tu­zione della Repub­blica, costi­tu­zio­nal­mente garan­tita a tutti e che offre pari oppor­tu­nità di accesso cri­tico alla cono­scenza e al sapere, bensì come espres­sione dif­fe­ren­ziata, cul­tu­ral­mente mar­cata e com­pe­ti­tiva, delle realtà e delle comu­nità locali: la scuola che si fa il suo pro­getto for­ma­tivo e si cerca sul mer­cato qual­cuno che abbia inte­resse a pagarlo.

La scuola, in Ame­rica, è nata prima degli Stati Uniti, quando i coloni strap­pa­vano le terre ai Nativi e costrui­vano pri­gioni e saloon. Comi­tati locali le orga­niz­za­vano, spesso in case pri­vate, si pro­cu­ra­vano gli inse­gnanti, met­te­vano a dispo­si­zione i libri e la Bib­bia non man­cava mai. Oggi i comi­tati si chia­mano Con­si­gli Diret­tivi, sono com­po­sti da cit­ta­dini eletti e man­ten­gono gli stessi com­piti: adot­tano pro­grammi didat­tici e gesti­scono il bilan­cio. L’autonomia sco­la­stica con­sente alle fami­glie ame­ri­cane il con­trollo sui con­te­nuti dell’insegnamento — in Lou­siana e nel Ten­nes­see, la lobby crea­zio­ni­sta osta­cola tena­ce­mente l’insegnamento dell’evoluzionismo — e per­mette ai fun­zio­nari eletti di imporre con­te­nuti e metodi di inse­gna­mento nei loro distretti scolastici.

La fram­men­ta­zione della scuola pub­blica ame­ri­cana ha pro­dotto e pro­duce risul­tati sco­la­stici così sca­denti da indurre oggi il Con­gresso a forme di con­trollo cen­tra­liz­zato ex post. Stan­dard e obiet­tivi di appren­di­mento nazio­nali da misu­rare con bat­te­rie di test dai cui risul­tati dipende la soprav­vi­venza o la chiu­sura delle scuole. Un rime­dio peg­giore del male, per­ché tra­sforma l’insegnamento in adde­stra­mento e, soprat­tutto, non sol­leva gli stu­denti ame­ri­cani dalle ultime posi­zioni nelle clas­si­fi­che inter­na­zio­nali. La buona scuola di Renzi è quella di un paese, l’America, in cui le scuole migliori sono pri­vate e costo­sis­sime; un paese in cui anche le scuole pub­bli­che, finan­ziate con la fisca­lità muni­ci­pale, pos­sono avere rette molto ele­vate e dove le più acces­si­bili si tro­vano nei quar­tieri depri­vati e accol­gono i poveri, gli svan­tag­giati, i discri­mi­nati. Un paese in cui la dispa­rità eco­no­mica è diret­ta­mente pro­por­zio­nale alla dispa­rità educativa.

C’è un pas­sag­gio, nel docu­mento, in cui si dice che «ogni scuola dovrà avere la pos­si­bi­lità di schie­rare la squa­dra con cui gio­care la par­tita dell’istruzione», ossia la libertà di sce­gliere i docenti che riterrà «più adatti» per rea­liz­zare la pro­pria offerta for­ma­tiva. La meta­fora cal­ci­stica di ber­lu­sco­niana memo­ria, rivela esat­ta­mente qual è la dire­zione del governo: por­tare a com­pi­mento il pro­cesso di pri­va­tiz­za­zione della gestione della scuola intra­preso da Ber­lin­guer con la legge sull’autonomia e, con­tem­po­ra­nea­mente, com­ple­tare il per­corso di arre­tra­mento dello stato inau­gu­rato da Tre­monti, fino alla com­pleta dismis­sione della scuola pub­blica. Il preside-manager, costan­te­mente in cerca di spon­sor per finan­ziare la sua scuola, sce­glierà e licen­zierà discre­zio­nal­mente i suoi docenti, affian­cato in que­sto da un nucleo di valu­ta­zione in cui la pre­senza di esterni garan­tirà forme di con­trollo politico-culturale ma soprat­tutto il ritorno eco­no­mico degli inve­sti­menti pri­vati. L’esperienza di Chan­nel One, che in Ame­rica ha un con­tratto con 12.000 scuole, impo­nendo a milioni di stu­denti in classe dosi quo­ti­diane della sua pro­gram­ma­zione tele­vi­siva e pub­bli­ci­ta­ria, dovrebbe indurre i cit­ta­dini ita­liani a una rifles­sione seria.

Il resto del docu­mento è pura dema­go­gia. La pro­po­sta del ser­vi­zio civile a scuola, la col­la­bo­ra­zione con il terzo set­tore, l’ingresso del volon­ta­riato: un omag­gio dell’esecutivo a certa cul­tura scou­ti­sta e demo­cri­stiana; il rife­ri­mento alla sus­si­dia­rietà, una striz­zata d’occhio a Com­pa­gnia delle Opere e a Comu­nione e Liberazione.

E infine, l’impegno di assun­zione di 150.000 pre­cari nel 2015, accom­pa­gnato dall’ignobile ricatto a milioni di inse­gnanti di ruolo che impone di rinun­ciare al loro attuale sta­tus giu­ri­dico e di restare inchio­dati fino alla pen­sione al loro mise­re­vole sti­pen­dio ini­ziale. Un impe­gno spac­ciato come scelta e come testi­mo­nianza della volontà del governo di inve­stire nella scuola, in realtà ine­lu­di­bil­mente impo­sto dalla pro­ce­dura d’infrazione avviata a Bru­xel­les con­tro l’Italia per la vio­la­zione della nor­ma­tiva comu­ni­ta­ria sulla rei­te­ra­zione dei con­tratti a termine.

Una pro­messa da far tre­mare i polsi in tempi di tagli dra­co­niani e di riforme feu­dali impo­ste dalla Troika: ma forse, l’ennesima vel­leità di chi, assai peri­co­lo­sa­mente, «vuo’ fa’ l’americano».

* Asso­cia­zione Nazio­nale Per la Scuola della Repubblica Anna Angelucci  (il manifesto)

 

 

 

 
 
 

IL CALIFFATO, L'UCRAINA E LA CRISI DI PANICO DELL'OCCIDENTE

Post n°865 pubblicato il 15 Settembre 2014 da red67ag

300 Games HD Wallpapers 1920x1080Siamo sull’orlo di una crisi di nervi? Pare proprio di si: il neo presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk evoca la “grande guerra con la Russia”, invitando implicitamente l’Europa a prepararsi a menare le mani, David Cameron gli va dietro, Hollande assume pose da dittatore romano davanti al Rubicone, il premio Nobel per la Pace Obama va a corrente alternata: un giorno minaccia apocalissi ed il giorno dopo si ritira. E sui giornali si leggono cose impensabili sino a qualche settimana fa. Ezio Mauro legge le crisi contemporanee di Ucraina ed Iraq come un attacco congiunto all’Occidente ed ai suoi valori di libertà, di stato di diritto, al suo stile di vita, anzi, (diciamolo!) alla sua civiltà. Anni cinquanta: il Mondo Libero contro l’Urss. Bello l’accenno al carattere ontologicamente imperialista della Russia che “ha preceduto, accompagnato ed è sopravvissuto al comunismo”: sembra di leggere il “lungo telegramma” di George Kennan.

Nessun dubbio sulle guerre del Golfo e sui 400.000 morti costati agli iraqueni, o sulla gestione demenziale dell’occupazione dell’Iraq, sulle bestialità fatte dall’intelligence americana, sugli effetti politici di quello che fa Israele ai palestinesi: tutti spiacevoli equivoci. E nessun dubbio neppure sul fatto che anche i russi possano avere le loro ragioni. Putin è un dittatore? Si, ma perché a Kiev sono allievi di John Locke e Tocqueville? Oppure a Wall street c’è il club Voltaire? La strage di Odessa? Perché c’è stata una strage ad Odessa? “Quando? Nel 1942?

L’apoteosi arriva con Giuliano Ferrara che invoca la “guerra di religione” con l’Islam: “L’unica risposta è in una violenza incomparabilmente superiore”. Sic! Il che suona semplicemente come un invito ad usare armi nucleari (beninteso: tattiche, piccole, mica roba pesante!). Poi è travolta ogni distinzione fra jhiadismo, fondamentalismo ed islam in quanto tale: tutto un mucchio.

Che sta succedendo? E’ l’effetto delle macchie solari? Oltre che quello di ebola c’è in giro il virus della demenza? Niente di tutto questo: per la prima volta si sta manifestando una crisi di panico delle classi dirigenti occidentali, di fronte all’evoluzione imprevista della globalizzazione, che si era immaginata come la marcia trionfale dei valori dell’Occidente nel Mondo e si sta trasformando in un incubo. “Perché ci sparano addosso quei popoli che dovrebbero ringraziarci, visto che gli portiamo la libertà, il benessere, la democrazia, la cultura? E’ chiaro: è colpa dei Putin, degli Osama, dei despoti che hanno paura della nostra libertà ed aizzano i loro popoli per mantenersi al potere”.

L’Occidente (cioè gli Usa con il solito codazzo di lacchè europei, australiani e giapponesi) ama consolarsi della sua sconfitta politica raccontandosi la favoletta della congiura dei tiranni contro di sé. Si sente assediato da una Cina che cresce (e si arma) troppo in fretta, da una Russia che è l’orso imperialista di sempre, all’Islam che è la solita armata di pidocchiosi sanguinari, dai sudamericani che sono ingrati, incapaci e non vogliono pagare i loro debiti ed anche da quei sornioni degli Indiani che non si sa mai da che parte stiano.

Il Mondo odia l’Occidente: e non vi dà nessun sospetto? Il fatto è che l’Occidente ha innescato la sua decadenza con le delocalizzazioni, per non pagare tre centesimi in più i suoi operai, con la totale deregolamentazione finanziaria, che ha sottratto i capitali al fisco producendo la voragine dei debiti pubblici, con il ritorno di spaventose diseguaglianze sociali interne, che compromettono la stessa efficienza del sistema, con una selezione demenziale delle classi dirigenti, sempre meno capaci di gestire l’enorme potere affidatogli, con la corruzione, che fa crollare la legittimazione del sistema. Ora raccoglie i risultati di questa semina disastrosa, si accorge che la sua egemonia traballa sempre più e, invece di avviare un serio esame dei propri errori, mette mano alla fondina della pistola.

Questo non vuol dire che gli altri non abbiano i loro torti, che l’Isis faccia bene a decapitare i suoi prigionieri e Putin a cercare di risolvere la crisi Ucraina a schiaffoni o i cinesi a tenere forzatamente basso lo yuan renminbi; ma le responsabilità preminenti sono certamente degli Usa e dei loro scagnozzi, che rifiutano ostinatamente di prendere in considerazione l’ipotesi di un diverso ordine mondiale. Non sono tanto utopista da pensare ad un ordine mondiale idillico e senza egemonie, né tanto ingenuo da pensare ad un potere che si spoglia da sé. Ma il momento storico che stiamo attraversando richiederebbe maggiore saggezza: l’egemonia costa, ha dei costi. L’“Occidente” se li può ancora permettere?

La situazione mondiale dei debiti sovrani è tale che i debiti degli stati occidentali (Usa in testa, poi Giappone, Italia, Inghilterra, Francia, ed anche la virtuosissima Germania) hanno superato la soglia del 90% del Pil e, pertanto non sono più restituibili, tanto più a ritmi di crescita che, quando va di lusso, arrancano fra il 2 ed il 3% ed in diversi casi hanno il segno meno davanti. Dunque, diciamocelo una buona volta, i nostri stati sono quasi tutti tecnicamente falliti, perché il momento in cui non si riuscirà a pagare gli interessi non è lontano, se è vero, come è vero, che gli interessi sul debito ormai eguagliano ed in diversi casi superano l’incremento del Pil.

In una situazione del genere, non sarebbe il caso di discutere una ristrutturazione mondiale del debito, compensandone una parte con i reciproci crediti ed un’altra con lo scambio fra moratoria e quote di potere mondiale? Può l’Occidente, nelle condizioni attuali, pretendere il monopolio delle posizioni apicali nel Fmi, nella Bm, nel Wto?

Un ordine mondiale, sia monetario che politico, fondato sull’egemonia di un gruppo di 7-8 grandi potenze (Usa, Giappone, Cina, Brasile, India, Russia, Sud Africa e, se riesce ad esistere, Ue), sarebbe sicuramente più equilibrato e, attraverso un efficiente sistema di regolazione dei conflitti internazionali, consentirebbe una riduzione bilanciata della spesa militare. Sarebbe il declino dell’egemonia occidentale, ma non per il passaggio ad un’altra egemonia monopolare, bensì ad una egemonia bilanciata e condivisa.

Tutto questo non è ritenuto degno di considerazione da parte delle nostre classi dirigenti che, piuttosto che cedere il loro vacillante monopolio di potere, pensano di passare alle armi. Non è il “mondo dei tiranni” ad avere paura delle libertà occidentali. E’ l’Occidente ad avere paura della propria decadenza, che legge nello specchio della crisi.

Aldo Giannuli  Essere comunisti

 
 
 

LE TECNICHE ASFISSIANTI DELLE FORZE DELL'ORDINE

Post n°864 pubblicato il 13 Settembre 2014 da red67ag

Quanto emerge dalla peri­zia sul corpo di Ric­cardo Maghe­rini è l’ennesima con­ferma, e non ce n’era biso­gno, che esi­ste un enorme pro­blema di for­ma­zione, intesa nei suoi ter­mini più con­creti e ope­ra­tivi. Ovvero che esi­ste un modus ope­randi, uti­liz­zato dagli appar­te­nenti alle forze dell’ordine per effet­tuare i fermi, deci­sa­mente peri­co­loso per l’incolumità del fer­mato. Lo si è visto nelle vicende della morte del tuni­sino Bohli Kayes a San Remo e di Aldro­vandi, Rasman e Fer­rulli; e in chissà quanti altri casi che non hanno por­tato alla morte del fer­mato o che, pur cau­san­done il decesso, non sono diven­tati noti.

La tec­nica è la seguente: si immo­bi­lizza la per­sona, la si rove­scia prona a terra, si por­tano le brac­cia die­tro la schiena e si bloc­cano i polsi con manette. Quindi, un numero varia­bile di agenti, anche quat­tro, gra­vano sulla sua schiena per impe­dirne qual­siasi movi­mento. Si deter­mina qual­cosa che pos­siamo chia­mare com­pres­sione tora­cica e che porta all’infarto o all’asfissia.

Com’è pos­si­bile che dopo una serie di decessi in simili cir­co­stante, una moda­lità del genere venga ancora uti­liz­zata? Sì, è pos­si­bile, per­ché è quella che risulta più facile e più imme­diata. Ma che denun­cia, appunto, un incre­di­bile defi­cit di com­pe­tenza. Quando ho chie­sto al gene­rale Leo­nardo Gal­li­telli, coman­dante dell’Arma dei Cara­bi­nieri, e al pre­fetto Ales­san­dro Pansa, capo della Poli­zia di Stato, se esi­stano pro­to­colli pre­cisi su ciò che è pos­si­bile fare e ciò che va asso­lu­ta­mente evi­tato, al fine di bloc­care un indi­vi­duo che si ritiene peri­co­loso, mi è stato rispo­sto che que­sto tipo di tec­ni­che e di regole sono tut­tora in corso di definizione.

A me sem­bra ter­ri­bil­mente tardi. O meglio, ogni giorno che passa, a seguire le cro­na­che, è sem­pre più tardi. Senza affron­tare il com­pli­cato capi­tolo della morte di Davide Bifolco a Napoli, anche da lì emerge una domanda non troppo diversa: com’è pos­si­bile che per affron­tare due gio­vani, pale­se­mente privi di armi da fuoco o da taglio, almeno fino a prova con­tra­ria, un cara­bi­niere spiani una pistola con il colpo in canna e senza sicura? È pen­sa­bile che qual­cuno gli abbia inse­gnato che quella fosse la tec­nica più oppor­tuna? O , al con­tra­rio, non dove­vano spie­gar­gli che era pro­prio la moda­lità più inu­tile e più peri­co­losa? Come si vede, il pro­blema della for­ma­zione è enorme. E della for­ma­zione cul­tu­rale (quali sono i diritti e le garan­zie dei cit­ta­dini) e della pre­pa­ra­zione tec­nica: come si affronta una mani­fe­sta­zione, come si ferma un indi­vi­duo armato e come uno disar­mato, come si opera un inse­gui­mento. Mi sem­bra che, su tutto ciò, il ritardo sia addi­rit­tura di molti decenni. Ed è un’autentica tragedia.

Luigi Manconi ll manifesto

 
 
 
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