Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

 

AMMALATI DI AMIANTO

Post n°928 pubblicato il 22 Novembre 2014 da red67ag

Palazzaccio. I giudici che hanno applicato nella forma più restrittiva i termini formali della prescrizione devono avere un ben strano concetto del disastro ambientale, per stabilire che esso è terminato in un giorno preciso del 1986, quando cessò la produzione negli stabilimenti italiani

È pos­si­bile, in poche ore di un pome­rig­gio d’autunno, can­cel­lare un cri­mine con­tro l’umanità? Per­ché que­sto ha fatto la Corte di Cas­sa­zione mer­co­ledì 19 novem­bre. Ricor­dia­mola que­sta data: resterà un giorno nero per sem­pre e per tutti. Almeno 3.000 sono le morti in Ita­lia a causa dell’Eternit del signor Ste­phan Sch­mi­d­heiny. Altre pur­troppo ne ver­ranno per­ché il meso­te­lioma pleu­rico non cono­sce la pre­scri­zione, lavora nel tempo, per decenni. E non per­dona. Molti di coloro che se lo por­tano den­tro sono con­dan­nati, prima ancora di sapere di esserne stati con­ta­mi­nati (il picco mas­simo di morti si avrà nel 2025!).

I giu­dici che hanno appli­cato nella forma più restrit­tiva i ter­mini for­mali della pre­scri­zione devono avere un ben strano con­cetto del disa­stro ambien­tale, per sta­bi­lire che esso è ter­mi­nato in un giorno pre­ciso del 1986, quando cessò la pro­du­zione negli sta­bi­li­menti ita­liani, anche se dagli impianti con­ti­nua­rono a spar­gersi le mici­diali micro­fi­bre nell’aria. E si con­ti­nuò tran­quil­la­mente la pro­du­zione mor­tale in Canada e in Bra­sile. Chi ha scritto una così disu­mana sen­tenza deve avere una ben strana con­ce­zione del diritto, se ritiene che esso possa con­trad­dire in forma così pla­teale e feroce l’idea più ele­men­tare di giustizia.

Sarebbe però inge­nuo, e in fondo ras­si­cu­rante, limi­tare il senso di que­sta sen­tenza al vuoto di coscienza di un giu­dice. Pur­troppo c’è, in que­sto ver­detto atroce, la per­ce­zione dello spi­rito del tempo, per quell’innato con­for­mi­smo isti­tu­zio­nale che carat­te­rizza la parte peg­giore della nostra magi­stra­tura. C’è il vento gelido di un nuovo sta­tuto del mondo che da tempo viene avanti nei luo­ghi dove si conta e si decide, nelle Can­cel­le­rie e nei Con­si­gli d’amministrazione, nei think tank e nelle cabine di regia dei media. Un nuovo coman­da­mento, che dice che «il denaro è tutto, il lavoro è niente». Anzi, che la vita delle per­sone, che del lavoro è com­po­nente prima, è niente. Null’altro che una appen­dice, per­ché le scelte, tutte le scelte che con­tano, le fa chi pos­siede. Chi inve­ste. Chi ci mette i capi­tali. E ha la forza di com­prarsi tutto, uomini, par­titi, giu­sti­zia, verità, libertà. Com­presa quella di restar­sene tran­quilli in Sviz­zera, con sulle spalle il peso di migliaia di morti.

Non è forse que­sto lo spi­rito delle cosid­dette misure di «aggiu­sta­mento strut­tu­rale» impo­ste dalle Agen­zie glo­bali? O delle mano­vre «sug­ge­rite» dalla troika euro­pea? Non è la filo­so­fia impli­cita del Jobs Act (rinun­cia a diritti reali in cam­bio di ipo­te­tici inve­sti­menti)? O il mes­sag­gio subli­mi­nare lan­ciato dallo spet­ta­colo gro­te­sque della Leo­polda dove il potere imma­gi­ni­fico del denaro l’ha fatta da padrone?

Lo con­fesso: da mer­co­ledì sera sto male. Fisi­ca­mente male. Come se tutti ci fos­simo amma­lati d’amianto, e per quest’assenza di giu­sti­zia ci man­casse, let­te­ral­mente, l’aria, il mondo si fosse chiuso, e tutto ciò in cui abbiamo cre­duto non con­tasse più nulla. Biso­gnerà ben sfon­darla, per non soc­com­bere alla malat­tia, que­sta gab­bia in cui ci hanno chiusi, che chia­miamo con ter­mine ormai fru­sto neo-liberismo, come se fosse solo un’opzione eco­no­mica. Ma che in realtà è ben peg­gio: è un modello di vita che con­trad­dice e distrugge la vita.

Marco  Revelli  il manifesto

 
 
 

L'INSINDACABILE PROVOCATORE

Post n°927 pubblicato il 21 Novembre 2014 da red67ag


Al pre­si­dente del con­si­glio piace pro­vo­care. E i sin­da­cati sono tra i suoi obiet­tivi pre­fe­riti. Forte del «40 per cento e 80 euro», come sati­reg­gia Crozza nel «Paese delle mera­vi­glie», il capo del governo crede di poter dire e fare tutto quello che gli passa per la testa. Ma Renzi usa i toni arro­ganti, irri­denti, a volte sprez­zanti (e rubati ai luo­ghi comuni del più becero qua­lun­qui­smo), per­ché sa che il carro del vin­ci­tore ha ormai solo posti in piedi e non trova osta­coli nella corsa verso il par­tito unico del centro-sinistra-destra.

Affer­mare che «i sin­da­cati cer­cano scuse per scio­pe­rare» è una pro­vo­ca­zione voluta, però è anche musica per le orec­chie di chi osserva dall’alto con sguardo com­mi­se­re­vole tutti quelli che la crisi col­pi­sce più dura­mente, quelli che vivono e soprav­vi­vono di sti­pen­dio, di pen­sione, di precarietà.

Dire che lui i posti di lavoro «li crea», che in fondo «Camusso e Sal­vini sono due facce della stessa meda­glia» rivela un for­cing che dalla rot­ta­ma­zione della «vec­chia poli­tica» (che in realtà era soprat­tutto emar­gi­na­zione del gruppo diri­gente del Pd), ora pro­cede spe­dito per impau­rire e con­vin­cere i per­denti che se non stanno con lui avranno da per­dere assai di più, in un gioco al rim­balzo del più pre­ca­rio, del più povero. Così si per­mette, sulla scia del lepe­ni­smo in salsa leghi­sta, di sfot­tere i lavo­ra­tori che lo scio­pero lo pagano diret­ta­mente sul magro salario.

Chi dimen­tica que­sto aspetto è un reazionario.

Ma il pre­si­dente del con­si­glio, che intende il governo come eser­ci­zio di un potere senza oppo­si­zione, per­ché chi osa cri­ti­care è solo un gufo, è anche il segre­ta­rio del Pd, cioè di una forza che in teo­ria dovrebbe con­si­de­rare il mondo del lavoro come casa sua. Abbiamo capito, invece, che Renzi si sente a casa quando incon­tra la Con­fin­du­stria di Squinzi.

Non risulta che di fronte a que­sto attacco siste­ma­tico verso il mondo del lavoro si sia alzata una voce di rispo­sta. O che un Ber­sani, mas­simo rap­pre­sen­tante fino a ieri del Pd, si sia sen­tito in dovere di repli­care altret­tanto dura­mente. Que­sto imba­raz­zante silen­zio non deve stu­pire più di tanto, segna una linea di con­ti­nuità con l’acquiescenza con cui il Pd ha accolto e sot­to­scritto, da Monti in poi, tutte le poli­ti­che di sman­tel­la­mento dello stato sociale. Come del tutto con­gruente è la parte in com­me­dia reci­tata da alcuni par­la­men­tari della mino­ranza interna, pro­ta­go­ni­sti di una simil-trattativa sul Jobs Act il cui esito era già scritto nel testo votato dalla stra­grande mag­gio­ranza della direzione.

L’unica con­creta pro­te­sta con­tro le poli­ti­che di sman­tel­la­mento delle tutele e dei diritti resi­dui del lavoro viene oggi dal sin­da­cato di Susanna Camusso e dalla Fiom. Con la mani­fe­sta­zione del 25 otto­bre e ora con lo scio­pero gene­rale, la Cgil ha messo in campo la pos­si­bi­lità di un’opposizione sociale nel paese. E la scelta della Uil di unirsi al 12 dicem­bre, è un altro passo importante.

Anzi­ché sfot­tere, il segretario-presidente farebbe bene ad ascol­tare le cam­pane di una pro­te­sta che suo­nano soprat­tutto per lui.

Norma Rangeri il manifesto

 
 
 

ETERNIT, PRESCRIZIONE E PIETRA TOMBALE

Post n°926 pubblicato il 20 Novembre 2014 da red67ag

 

Amianto. La prima sezione penale della corte di Cassazione annulla senza rinvio la condanna di Schmidheiny. Annullati anche i risarcimenti per le vittime. Reati prescritti al termine del primo grado

La paura era rima­sta lì, ferma, come un groppo in gola, per tutto il viag­gio. Con­ge­lata da un’inossidabile spe­ranza. «Vogliamo giu­sti­zia e siamo con­vinti che l’avremo, dopo 35 anni di lotte», sus­sur­rava Romana Bla­sotti (cin­que cari morti di meso­te­lioma), prima di entrare nei cor­ri­doi del Palaz­zac­cio. Con lei, a Roma per l’udienza in Cas­sa­zione, sono arri­vati tanti fami­liari delle vit­time dell’amianto: da Casale Mon­fer­rato, la città mar­tire (50 casi di meso­te­lioma l’anno), Cava­gnolo, Bagnoli e Rubiera. Ma anche dall’estero: Bra­sile, Fran­cia, Bel­gio, Sviz­zera, Inghilterra.

D’altronde sul maxi-processo Eter­nit, detto «del secolo», sono stati pun­tati gli occhi di mezzo mondo. Per­ché per la prima volta veniva pre­vi­sto il dolo in una causa di morti sul lavoro (per la Thys­sen soprav­vis­suto solo in primo grado), in que­sto caso 3000 vit­time fino al 2008, 2200 morti e 800 malati. Sul banco degli impu­tati, il miliar­da­rio sviz­zero Ste­phan Sch­mi­d­heiny, con­dan­nato, dalla Corte d’appello di Torino, a 18 anni di reclu­sione per disa­stro ambien­tale doloso per­ma­nente. Pur­troppo le strade che por­tano alla giu­sti­zia sono imper­vie e tutt’altro che infi­nite. La realtà è diversa. La Prima sezione penale della corte di Cas­sa­zione ha annul­lato il pro­cesso, acco­gliendo la richie­sta del sosti­tuto pro­cu­ra­tore gene­rale (colui che, qui, rap­pre­senta l’accusa) Fran­ce­sco Iaco­viello, che a fine requi­si­to­ria aveva detto: «Il pro­cesso deve essere annul­lato senza rin­vio della con­danna a Sch­mi­d­heiny per­ché tutti i reati sono pre­scritti». Insomma, una pie­tra tombale.

Non ci crede quasi Bruno Pesce, coor­di­na­tore della ver­tenza amianto, prende fiato, la rab­bia è tanta. Cerca di con­tat­tare la segre­ta­ria della Cgil Susanna Camusso, poi denun­cia: «Noi, movi­mento con­tro l’amianto insieme al team gui­dato dal pro­cu­ra­tore Gua­ri­niello, abbiamo cer­cato di essere pio­nieri in mate­ria. Invece, non si è avuto corag­gio: nei disa­stri ambien­tali le morti con­ti­nuano oltre alla chiu­sura della fab­brica. Il pol­ve­rino sparso per tutto il ter­ri­to­rio con­ti­nua a ucci­dere. L’amianto – con­ti­nua Pesce – è una bomba a oro­lo­ge­ria a lungo periodo, non è pos­si­bile che coloro che l’hanno inne­scata siano trat­tati come dei gran signori. Come pos­siamo pre­scri­vere tutto? La richie­sta del pg è incom­pren­si­bile. È ora che in Ita­lia si apra un serio dibat­tito sul tema dell’ingiustizia».

I timori aleg­gia­vano da tempo tra le asso­cia­zioni di fami­liari. Gli esiti del caso Cuc­chi e del dibat­ti­mento sull’Aquila ave­vano tur­bato anche i più otti­mi­sti. Nella sua requi­si­to­ria, il pg Iaco­viello ha sot­to­li­neato come «l’imputato Sch­mi­d­heiny sia respon­sa­bile di tutte le con­dotte che gli sono state ascritte». Ma il pro­blema è «che il giu­dice tra diritto e giu­sti­zia deve sem­pre sce­gliere il diritto». Aggiun­gendo: «La pre­scri­zione non risponde a esi­genze di giu­sti­zia ma ci sono momenti in cui diritto e giu­sti­zia vanno da parti oppo­ste». Quasi un déjà vu per un pro­cu­ra­tore gene­rale avvezzo a richie­ste simili. Negli anni ha chie­sto di sal­vare dalla con­danna Dell’Utri, Andreotti, Squil­lante, Man­nino e De Gen­naro. Nel cur­ri­cu­lum ora si aggiunge Ste­phan Sch­mi­d­heiny, classe 1947 magnate sviz­zero (tra i 500 uomini più ric­chi del mondo), in esi­lio volon­ta­rio in Costa Rica, ammi­ni­stra­tore dele­gato del Gruppo Eter­nit dal 1976. Un mana­ger che sep­pur cono­scesse il rischio letale della lavo­ra­zione decise di pro­se­guirla. In Cas­sa­zione, Sch­mi­d­heiny è stato difeso dall’avvocato Astolfo Di Amato e da Franco Coppi, legale di Sil­vio Ber­lu­sconi nel pro­cesso Mediaset.

Il pg Iaco­viello ha sot­to­li­neato le discre­panze nelle sen­tenze di primo grado e appello. In Corte d’assise si è spe­ci­fi­cato come il disa­stro cessi quando ter­mina l’intera boni­fica; in secondo grado dal momento in cui non ci saranno morti. Capo­volto, inol­tre, l’impianto di Gua­ri­niello, giu­di­cato dal pg “pio­nie­ri­stico”. Le morti, per Iaco­viello, non fareb­bero parte del con­cetto di disa­stro. «Per reati come il disa­stro “silente” o “inno­mi­nato” come quello delle morti per amianto che ha una latenza di decenni, o per l’omicidio stra­dale ser­vono nuove leggi e l’intervento del legi­sla­tore per­ché non sono più gesti­bili con le cate­go­rie di reato tradizionali».

Tri­ste finale per tutta la lotta all’amianto. Le fami­glie delle vit­time se ne tor­nano a casa e tutto quello che pos­sono fare è gri­dare in Aula: «Ver­go­gna, vergogna».

Mauro Ravarino  il manifesto

 
 
 

IL SUPPORTO "COLTO" AL RAZZISMO DI RITORNO

Post n°925 pubblicato il 19 Novembre 2014 da red67ag

Diritti. La destra xenofoba sfrutta la crisi economica per acquisire l’elettorato deluso delle periferie, ma colpiscono ancor di più le «assoluzioni» del razzismo provenienti dal mondo democratico

razzismo_firenze--400x300L’Italia è un Paese dove il raz­zi­smo è pur­troppo radi­cato. Fa parte di una cul­tura dif­fusa ed è spesso stru­men­ta­liz­zato — da movi­menti e forze poli­ti­che — per rac­co­gliere facili consensi.

In molte città le peri­fe­rie, anche per la scelta di ridurre le risorse a dispo­si­zione degli enti locali, sono sem­pre più abban­do­nate a se stesse e diven­tano luo­ghi nei quali il disa­gio sociale si somma alla soli­tu­dine.
La destra poli­tica che, a dif­fe­renza di altre forze, ha man­te­nuto legami e inse­dia­mento nel ter­ri­to­rio, sta cer­cando di acqui­sire ege­mo­nia nell’elettorato deluso o smar­rito, pun­tando sull’insicurezza, sulle paure, sulla chiu­sura indi­vi­dua­li­stica, sulle cam­pa­gne dif­fa­ma­to­rie nei con­fronti delle mino­ranze e dei migranti. Si gene­rano con­flitti, ali­men­tati dalla costru­zione del capro espia­to­rio, dalle scelte sba­gliate di chi ha respon­sa­bi­lità pub­bli­che e da cam­pa­gne media­ti­che irresponsabili.

La reto­rica raz­zi­sta infatti non è solo carat­te­rizza l’iniziativa poli­tica della destra xeno­foba, ma è soste­nuta anche dalle poli­ti­che sba­gliate sull’immigrazione e in par­ti­co­lare nel campo dell’accoglienza.

L’affermazione alle ele­zioni per il rin­novo del Par­la­mento euro­peo della destra più estrema e xeno­foba, la ripresa di pro­ta­go­ni­smo della Lega, la scelta del Movi­mento 5 stelle di for­mare un gruppo a Stra­sburgo con la destra di Farange sono tutti sin­tomi di quanto stia tor­nando tra i pro­dotti «appe­ti­bili» in poli­tica il razzismo.

Si è poi pale­sato, in que­sti mesi, un attacco par­ti­co­lar­mente vio­lento e orga­niz­zato sul piano poli­tico (come dimo­strano le ultime sor­tite di Sal­vini) con­tro le comu­nità Rom e Sinti che, sem­pre più iso­late den­tro spazi urbani sepa­rati e degra­dati, sono le mino­ranza che subi­scono di più gli effetti nega­tivi delle scelte sba­gliate – o delle non scelte – delle ammi­ni­stra­zioni locali.

Anche gli intol­le­ra­bili errori del Mini­stero dell’Interno nell’occuparsi dell’accoglienza hanno con­tri­buito a far aumen­tare i feno­meni d’intolleranza e raz­zi­smo. La per­vi­ca­cia con la quale si con­ti­nuano a costruire grandi cen­tri e ad ali­men­tare un sistema d’accoglienza paral­lelo allo Sprar (Sistema d’Accoglienza per Richie­denti Asilo e Rifu­giati), gestito dalle Pre­fet­ture (Cen­tri d’Accoglienza Straor­di­nari – Cas), che in molti casi ricorre a strut­ture enormi gestite da sog­getti incom­pe­tenti, oltre che a una distri­bu­zione ter­ri­to­riale senza alcuna regia e pro­gram­ma­zione, non fa altro che pre­di­sporre sul ter­ri­to­rio cen­ti­naia di «incu­ba­tori di razzismo».

Da anni ripe­tiamo che l’accoglienza va fatta den­tro strut­ture pic­cole e inse­rite nel con­te­sto urbano (appar­ta­menti per gruppi di sin­goli o fami­glie in numero non diverso dalla media delle pre­senze «nor­mali»), per con­sen­tire pro­cessi di inclu­sione sociale e un impatto posi­tivo sulle comu­nità locali. Solo que­sto tipo di acco­glienza pro­duce con­di­zioni di vita digni­tose e un rap­porto costi bene­fici ade­guato all’obiettivo dell’inserimento sociale dei rifugiati.

C’è poi, come è sem­pre suc­cesso nei periodi più bui della nostra sto­ria, il sup­porto teo­rico al raz­zi­smo dei «colti» e degli ammi­ni­stra­tori demo­cra­tici. Basta pen­sare al caso di Bor­garo (peri­fe­ria di Torino), dove la scelta annun­ciata dal sin­daco dell’autobus «sepa­rato» per i Rom, soste­nuta da auto­re­voli inter­venti di per­sone colte e di fama indi­scussa, ha finito per ali­men­tare com­por­ta­menti discri­mi­na­tori, spesso sfo­ciati in vio­lenza raz­zi­sta, sia di sin­goli cit­ta­dini che di gruppi organizzati.

Leg­gendo i com­menti di un gior­na­li­sta noto come Mas­simo Gra­mel­lini, e di un giu­ri­sta altret­tanto cono­sciuto come Vla­di­miro Zagre­bel­sky (magi­strato, fra­tello del più noto Gustavo, e giu­dice della Corte Euro­pea dei Diritti Umani per 10 anni) sulla annun­ciata deci­sione del sin­daco di Bor­garo, tor­nano alla mente epi­sodi e com­menti ana­lo­ghi del recente pas­sato. Rinun­ciando a porsi le domande giu­ste, que­sti inter­venti assol­vono di fatto chi ha respon­sa­bi­lità pub­bli­che per attri­buire la colpa del dila­gare del raz­zi­smo alle vit­time e non agli aguzzini.

Così come rac­conta Han­nah Arendt nel sul libro «La bana­lità del male», in cui le vit­time sono gli ebrei, si com­pie un ribal­ta­mento delle respon­sa­bi­lità con un impor­tante con­tri­buto del «raz­zi­smo dei colti» e di quello istituzionale.

Saranno ovvia­mente movi­menti e par­titi xeno­fobi a pas­sare all’incasso. Que­sta volta in maniera più espli­cita e decisa, forse pro­prio in ragione della grande con­cor­renza del popu­li­smo post moderno rap­pre­sen­tato da Renzi da una parte e da Grillo dall’altra.

Per que­sto, dopo aver perso ter­reno sia sul piano della cre­di­bi­lità che della visi­bi­lità, cam­biano i pro­ta­go­ni­sti, ma si con­ti­nua a fomen­tare odio e raz­zi­smo, per ricon­qui­stare con­senso nell’opinione pub­blica.
In un periodo nel quale la crisi col­pi­sce in modo sem­pre più pesante gli indi­vi­dui e le fami­glie, i raz­zi­sti di pro­fes­sione (Sal­vini) e i neo­fiti (Grillo) ricor­rono al vec­chio gioco del capro espiatorio.

A tutti e a cia­scuno spetta rea­gire e non con­sen­tire che la marea raz­zi­sta si insi­nui negli spazi che la crisi e la disoc­cu­pa­zione aprono.

Alle orga­niz­za­zioni sociali demo­cra­ti­che spetta il com­pito di lan­ciare l’allarme e di chia­mare tutti alla difesa della con­vi­venza civile. Le isti­tu­zioni si assu­mano fino in fondo le respon­sa­bi­lità che gli com­pe­tono, dando prova di saper gover­nare i pro­cessi deter­mi­nati dal disa­gio e dal males­sere sociale. Evi­tiamo che, come in pas­sato, l’ignavia apra la strada a un nuovo periodo buio nella sto­ria della nostra democrazia.

Filippo Miraglia - il manifesto

 
 
 

LA GUERRA DEL DISSESTO IDROGEOLOGICO

Post n°924 pubblicato il 18 Novembre 2014 da red67ag

Le cifre che stanno venendo fuori a pro­po­sito dei disa­stri ter­ri­to­riali di que­sti giorni – con eventi meteo esa­spe­rati dai cam­bia­menti cli­ma­tici che si abbat­tono su un ter­ri­to­rio inde­bo­lito dalla iper­ce­men­ti­fi­ca­zione – sono da auten­tica guerra.

Un Rap­porto Cresme/Ance ricorda che nel periodo 1985–2011 si sono regi­strati quasi mille morti da dis­se­sto idro­geo­lo­gico, per oltre 15 mila eventi cala­mi­tosi e un danno eco­no­mico da circa 3,5 miliardi di euro all’anno. Se si com­puta dagli anni ses­santa, a par­tire dal disa­stro del Vajont e dalle allu­vioni di Vene­zia e Firenze i morti diven­tano più di 4 mila.

L’Italia paga le con­se­guenze di decenni di incu­ria e di sostan­ziale attacco alle sue stesse carat­te­ri­sti­che eco-paesaggistiche. Esse, fino a qual­che decen­nio addie­tro, ave­vano cor­re­lato vir­tuo­sa­mente ambiente e inse­dia­menti; di più, ave­vano sem­pre con­no­tato que­sti ultimi secondo le carat­te­ri­sti­che eco­lo­gi­che e cul­tu­rali dei con­te­sti. Da cui il sopran­nome di Bel­paese.
Negli ultimi decenni, la grande tra­sfor­ma­zione ha signi­fi­cato grande cemen­ti­fi­ca­zione: il Bel­paese si è tra­sfor­mato in «città dif­fusa»; con salti di senso comune, e anche seman­tici e les­si­cali. Le grandi com­po­nenti eco-paesaggistiche del ter­ri­to­rio ita­liano sono state via via rino­mi­nate nelle logica dell’urbanizzazione: la Val Padana è diven­tata «mega­lo­poli padana»; la «grande conur­ba­zione costiera» ha occu­pato l’intera cimosa lito­ra­nea adria­tica; e ana­lo­ga­mente sono nel tempo emerse «la città estesa dell’Emilia», «la media città toscana», «la cam­pa­gna urba­niz­zata romana» e «Gomorra», l’infernale mar­mel­lata inse­dia­tiva del napo­le­tano, inqui­nata, con­ge­stio­nata, ad alto tasso di illegalità.

E ancora la città costiera con­ti­nua cala­bra, a fronte dello svuo­ta­mento dell’interno; gli orridi abu­sivi sici­liani – che offen­dono un pae­sag­gio altri­menti note­vole; le «grandi mac­chie urbane» delle città sarde.

Gli entu­sia­smi per la moder­niz­za­zione antro­piz­zata del Paese si sono da tempo tra­sfor­mati in pre­oc­cu­pa­zioni per le con­se­guenze di un inse­dia­mento abnorme e quanto dan­noso e para­dos­sale: oggi in Ita­lia abbiamo, oltre a qual­che miliardo di volumi indu­striali e com­mer­ciali e tante incom­piute infra­strut­tu­rali spesso inu­tili, un edi­fi­cio ogni 4 per­sone, ma un allog­gio su 4 e oltre 20 milioni stanze risul­tano vuote; tut­ta­via fanno noti­zia i disa­giati, tut­tora senza casa, e tra di essi, il migliaio di occu­panti, pro­ba­bil­mente legit­ti­mati da tale situa­zione). Con costi ambien­tali e sociali che infatti sono cre­sciuti sem­pre più.

Oggi, la cri­ti­cità di que­sta con­di­zione irrompe in tutta la sua dram­ma­tica evi­denza. Da Genova a Milano, dal Pie­monte al Veneto, da Roma alla Sici­lia, i tem­po­rali cau­sano disa­stri: rilievi e ver­santi abban­do­nati fra­nano sugli inse­dia­menti sot­to­stanti; la piog­gia rigon­fia fiumi, tor­renti e ruscelli, che diven­tano con­dotte for­zate, tro­vano le aree di pro­pria per­ti­nenza tra­sfor­mate in brani di città e rom­pono alla fine gli argini, anche per­ché le costru­zioni hanno bloc­cato le vie di fuga dell’acqua. Si regi­strano così i feno­meni dei «vasconi urbani», den­tro cui anne­gano oggi quar­tieri di Genova e Milano, come di Roma e, qual­che mese fa, di città e paesi emi­liani, veneti o sardi.

Il Governo tenta adesso di sca­ri­care ogni colpa sui pre­de­ces­sori o sulle Regioni; ma – fino alla dram­ma­tica emer­genza di que­sti giorni – ha per­pe­tuato e addi­rit­tura ali­men­tato le cause del disa­stro. Lo dimo­strano il Ddl Lupi –che pre­ten­de­rebbe di accen­tuare ulte­rior­mente la dere­gu­la­tion e svuo­tare la pia­ni­fi­ca­zione di potere nor­ma­tivo e descrit­tivo – e lo «Sblocca Ita­lia». Quest’ultimo prov­ve­di­mento è teso a pro­muo­vere altre atti­vità ad alto impatto ambien­tale: dalle tri­vel­la­zioni, a nuovi impianti a rischio, alle auto­strade, a nuova Alta Velo­cità. Al suo interno, prima degli eventi tra­gici degli ultimi giorni, la lotta al dis­se­sto idro­geo­lo­gico era appena una cita­zione di oppor­tu­nità: 3 miliardi dichia­rati per 200 milioni real­mente disponibili.

E a fronte dei quasi 5 miliardi stan­ziati per le ope­ra­zioni ad alto impatto; tra cui si resu­sci­tano pro­getti di auto­strade da tempo supe­rati, come la biz­zarra Mestre-Orte o la Pi-Ru-Bi cara alla mas­so­ne­ria filo­de­mo­cri­stiana. Nelle ultime ore – sull’onda emo­tiva degli eventi — l’esecutivo annun­cia lo sblocco di 2,2 miliardi anti­dis­se­sto, e quindi un piano di 9 miliardi in 7 anni.

Serve che gli impe­gni si tra­du­cano in risorse reali e per un pro­gramma molto più ampio: è neces­sa­rio un piano di risa­na­mento del ter­ri­to­rio da 50 miliardi di euro nei pros­simi dieci anni; di cui almeno il 10% da impie­gare subito. Se si pensa di ricor­rere per que­sto ai «300 miliardi di euro di inve­sti­menti euro­pei pro­messi da Jun­ker» si rischia di restare agli annunci o di dila­zio­nare troppo le ope­ra­zioni. Lo «Sblocca Ita­lia» – come hanno già pro­po­sto gli ambien­ta­li­sti – deve diven­tare «Salva Ita­lia», fina­liz­zando le risorse PER INTERO E SOLTANTO al risa­na­mento del ter­ri­to­rio, e can­cel­lando tutte le altre opere inu­tili e dan­nose con­te­nute nel provvedimento.

Deve essere ripri­sti­nata una stra­te­gia invisa al nostro attuale pre­mier: le poli­ti­che devono basarsi sulla pia­ni­fi­ca­zione di ter­ri­to­rio e paesaggio.

il manifesto 18/11/2014

 
 
 
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