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Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

 

I COSTITUZIONALISTI

Post n°434 pubblicato il 19 Maggio 2013 da red67ag

Una bella società civile. Quella che fa del lavoro e della difesa della nostra Costituzione i due comandamenti laici, da riportare al centro dell'agenda nazionale, ieri si è radunata, ancora una volta, a piazza S.Giovanni. Decine di migliaia di persone, raccolte in una manifestazione nazionale forte politicamente, per i suoi contenuti e per il messaggio lanciato, anche se non straordinaria nei numeri. Donne e uomini in cassa integrazione, esodati, precari, altrimenti soli nella disperazione, nel dramma che ormai diventa funesta cronaca quotidiana, hanno ripreso parola, con la rabbia, la determinazione, la voglia di difendere la democrazia, la dignità di ciascuno e di tutti. Questa carica emotiva interpretata da operai e impiegati della Fiom, accompagnata dalla presenza di quelli di Sel, dei grillini, dei comunisti italiani, tanto più colpisce se paragonata alla paura che il Pd ha persino della propria ombra. Al punto da disertare, con qualche eccezione, la mobilitazione sindacale. Come se in quella piazza non ci fosse il cuore e la ragione della sinistra. E, proprio come ha scritto Maurizio Landini sul manifesto, e ripetuto ieri dal palco, è difficile capire come si può essere al governo con Berlusconi e «avere paura di essere qui». La Fiom combatte una battaglia molto difficile, sull'estrema trincea di un paese che sembra aver smarrito la visione di un futuro civile e democratico. Perché le larghe intese riverberano sulle confederazioni sindacali e c'è il rischio che si torni indietro, su pressione della Confindustria, anche rispetto al diritto di voto sui contratti. Perché il governo di Pd-Pdl, si stringe nelle maglie di una oligarchia che genera sentimenti populisti. Perché sotto il ricatto berlusconiano, il Pd marcia verso riforme istituzionali utili a manomettere i principi di fondo di una pur esangue democrazia rappresentativa. Perché si va verso la separazione tra democrazia e lavoro, dividendo quel che i costituenti unirono nel primo articolo della Carta. E allora non deve stupire se ieri chiunque prendesse la parola dal palco di S.Giovanni per raccontare la sua condizione di cassintegrato o la difficile vertenza della sua fabbrica, collegava crisi economica e perdita dei diritti costituzionali. Così si spiegano gli applausi verso Stefano Rodotà, e la sua nomina di presidente ad honorem dell'associazione no-profit degli operai dello stabilimento Fiat di Pomigliano. Rodotà sta diventando sempre più punto di riferimento a sinistra, proprio perché la sua storia politica è nel segno della difesa dei diritti, tutti, e della carta costituzionale, che oggi qualcuno vorrebbe cambiare, invece di applicare. Con una crisi economica che trasferisce la sede della sovranità popolare dal parlamento al mercato, con la perdita di credibilità dei partiti politici, e di quelli della sinistra specialmente, con la difficoltà dei movimenti a trovare nuove forme di partecipazione capaci di fare massa critica, un obiettivo importante - tenere insieme lavoro e democrazia - può tuttavia traballare, fino a mettere a repentaglio la tenuta del paese. E un sindacato come la Fiom rischia di trovarsi quasi solo nella trincea più scomoda e scoperta. Riprendere il filo a sinistra tra questi pezzi di sindacato, di forze organizzate, da Sel a parti della ex sinistra libertaria e comunista, e quella parte del Movimento 5 Stelle che fa della Costituzione punto di riferimento, è oggi la condizione minima per tenere aperta una prospettiva e far esplodere le contraddizioni del Partito democratico. Anche prima del congresso. Comunque è stato Landini a riassumere perfettamente il senso di un pensiero, di una strategia politica, di una difficoltà: «essere rivoluzionari oggi è fare applicare la Costituzione perché solo da qui potrà partire la ricostruzione sociale e politica del paese». Appunto: un'impresa di questa portata non può pesare solo sulle spalle di una parte del sindacato

Norma Rangeri il manifesto

 
 
 

IL NOSTRO TEMPO E' SCADUTO

Post n°433 pubblicato il 18 Maggio 2013 da red67ag

In questi giorni mi è capitato spesso di trovarmi a tenere assemblee nel corso della giornata e a sera a dover discutere in televisione con rappresentanti politici, economisti e giornalisti. Mi sono fermato a pensare agli atteggiamenti arroganti, alle parole offensive o di sufficienza che spesso vengono utilizzate nei confronti di chi lavora o è disoccupato. Mi capita di arrabbiarmi, nonostante entri in studio con tutta la voglia di non farlo, nell'ascoltare le parole di chi arriva a disprezzare chi paga le tasse, chi lavora per produrre l'economia su cui si regge il paese, o peggio è andato in pensione e rischiando di rimanere senza casa perché non ce la fa a pagare l'affitto. Come mi colpisce la descrizione dei giovani, accusati di essere responsabili di avere contratti di lavoro precari e di essere per il 40% senza un lavoro. Come se le persone decidessero di impoverirsi, o di morire sul posto di lavoro, o di uccidersi per la disperazione di non farcela. Avrà o no una rapporto con quello che sta accadendo il fatto che il 10% della popolazione italiana detiene il 50% della ricchezza? Dal 2008, anno d'inizio della crisi, ad oggi quanti sono quelli che evadevano ed eludevano il fisco ed oggi pagano le tasse? In molti dibattiti televisivi spiegano che siamo tutti sulla stessa barca ma non è così, anzi. La crisi finanziaria ed economica è stata usata per mettere sul mercato il welfare e, giorno dopo giorno, stanno mettendo in discussione anche gli ammortizzatori sociali. Basta pensare alle dichiarazioni sulla copertura economica della cassa integrazione in deroga fino al contratto di solidarietà per finire con la cancellazione della mobilità. Quanti posti di lavoro ha prodotto la cancellazione dell'art.18 e la deroga dai contratti nazionali e dalle leggi? Le politiche di austerità europee stanno contribuendo alla crisi e si va diffondendo un senso di colpa tra chi di responsabilità sullo stato dell'arte non ne ha neanche mezza. Per «senso di responsabilità» le rappresentanze sociali sono chiamate ai tavoli allo scopo di usarle per spiegare a chi la crisi sta pagando la crisi che bisogna convincere giovani, donne, lavoratori e pensionati ad accettare la precarietà come una opportunità, che debbono cedere salario, orario, diritti per salvare il paese dalla catastrofe. Naturalmente chi licenzia, chi evade, chi vive della rendita finanziaria e fondiaria, può continuare a farlo. Il nostro paese, secondo alcuni avrebbe una bassa produttività per colpa dei giovani che non sono preparati, per gli operai che sono lenti e si ammalano, per le donne che non sono abbastanza flessibili e gli anziani che avrebbero pensioni da capogiro. Tutto questo è inaccettabile, come è inaccettabile che la Fiom-Cgil sia rappresentata come il sindacato del «no». In realtà per il rinnovo del contratto nazionale la Federmeccanica convoca un tavolo separato e negli stabilimenti la Fiat discrimina gli iscritti. Abbiamo deciso di rompere l'isolamento che si stringe ogni giorno intorno a operai e impiegati. Abbiamo lanciato un appello a chi vive nella crisi e ringrazio chi sarà con noi in piazza. Vogliamo cancellare le leggi sbagliate dei governi precedenti (come l'art. 8), vogliamo sanità e scuola pubblica. E leggi che rispettino i risultati dei referendum come quello sull'acqua pubblica, che abbiano il coraggio di redistribuire il lavoro e cancellare il ricatto del precariato e della disoccupazione con un reddito. Per la Fiom-Cgil la democrazia è l'unico antidoto al veleno che chiude i cancelli delle aziende, che prepara le valigie, che suicida le persone. Quando la Fiom-Cgil ha deciso di scendere in piazza la politica non aveva ancora eletto il Presidente della Repubblica e Enrico Letta era un deputato come gli altri. In questi giorni abbiamo chiesto di incontrare i gruppi parlamentari e abbiamo chiesto ai partiti del centro sinistra di partecipare alla nostra manifestazione. Alcuni hanno risposto di si, altri hanno risposto col silenzio. Abbiamo deciso di non poter più aspettare, oggi sabato 18 maggio, cominciamo a Roma un cammino che inizia in piazza della Repubblica, arriva a San Giovanni, ma chiederà a tutti di non fermarsi.

Maurizio Landini il manifesto

 
 
 

PERCHE' L'ANTIPOLITICA AIUTA IL CAPITALISMO

Post n°432 pubblicato il 17 Maggio 2013 da red67ag

Nelle classifiche mondiali del Pil, tra i primi 100 attori internazionali oltre la metà sono aziende private, non Stati. Il populismo contro la politica giova alle corporation Nel Colosseo mediatico in cui siamo quotidianamente immersi si è affermata un'unica posizione in grado di raccogliere consenso diffuso: l'odio per la politica e per i politici. Questa nuova «egemonia culturale» è però segno di barbarie, sia riguardo al vertice della piramide (con le continue vicende di corruzione e peculato che riempiono le cronache) sia riguardo alla base (sfortunato quel popolo che crede di potersi liberare dalla politica democratica, oltre la quale c'è solo la tirannide). Il problema segnalato da questo odio, naturalmente, esiste: un paese civile non può tollerare un livello così basso di etica pubblica e un livello così alto di illegalità, tanto più se la crisi economica abbatte i redditi di milioni di cittadini ridotti ormai alla pura sopravvivenza. Di fronte a tale situazione è tuttavia inutile continuare a formulare discorsi «etici» sui peccati della casta o sui limiti dell'anti-politica, in un ennesimo dialogo tra sordi, tipico prodotto del bipolarismo all'italiana. Anche perché il problema non è solo italiano, bensì esteso a tutti i paesi occidentali (sebbene l'Italia, come al solito, qui funga da laboratorio politico "avanzato", come con il berlusconismo). Più utile sembra invece provare a riflettere sui mutamenti strutturali che hanno determinato questa nuova forma di odio per la politica e per i politici: si tratta infatti di una caratteristica peculiare della società della comunicazione, nella quale le reali relazioni di potere sono abilmente nascoste dietro l'apparato simbolico-ideologico prodotto dal «mercato». Con l'affermarsi dei processi economico-finanziari globali è emersa sempre più prepotentemente la crisi della politica, rappresentata in particolare dalla crisi dello Stato inteso come unico depositario della sovranità. Sono così apparsi nuovi soggetti «privati» (banche e multinazionali) che, in modo non trasparente e al riparo da ogni assunzione di responsabilità pubblica, determinano tutte le nuove forme di potere, al riparo di una sovrastruttura ideologica che mantiene in piedi gli organi formali della democrazia, svuotandoli però di reale efficacia. I soggetti economico-finanziari che compongono questa «struttura» operano formalmente come «poteri indiretti» ma nella sostanza delocalizzano la conflittualità politica sul terreno apparentemente «tecnico-neutrale» della conflittualità privata (per esempio, il diritto del lavoro). È sotto gli occhi di tutti la loro straordinaria potenza «contrattuale», non solo nei confronti dei singoli individui e delle organizzazioni locali e nazionali, ma anche degli stessi Stati: è sufficiente ricordare che, nelle classifiche mondiali del Pil, tra i primi 100 attori internazionali oltre la metà sono aziende private, non Stati. Non dovendo rispondere di responsabilità politiche, questi soggetti economico-finanziari controllano dall'esterno (attraverso il mercato dei titoli di stato che influenza le politiche di bilancio) le finanze pubbliche degli Stati, che non sono più in grado di rispondere alle sfide poste dai nuovi rapporti di potere. Si producono allora radicali trasformazioni della sovranità: oggi infatti i centri decisionali - che nel dibattito pubblico spesso vengono definiti organismi tecnici, ma che invece sono del tutto tipici della nuova «politica senza rappresentanza» - non sono più i parlamenti o i governi, ma i «soggetti privati» di rilevanza internazionale (le corporations multinazionali e le banche d'affari) e organismi intergovernativi (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea ecc.). Questa inversione di supremazia tra Stato e capitalismo - che nel suo carattere epocale ricorda l'inversione tra potere ecclesiastico e potere civile della prima età moderna - non è senza conseguenze sul piano della struttura sociale. Nei paesi occidentali essa risulta essere organizzata in cinque classi gerarchicamente disposte, all'interno di un quadro complessivo che determina una condizione di frammentazione sociale favorita anche dalla fruizione passiva dei media (compreso internet). In primo luogo abbiamo la classe cosmopolita - invisibile e «senza luogo» - dei proprietari globali dell'economia finanziaria e industriale. Caratteristica fondamentale di questa classe consiste nell'essere un «potere indiretto», particolarmente efficace in quanto opera in assenza del vincolo di rappresentanza, di trasparenza e di territorialità. Organicamente collegata alla classe dominante si è strutturata una classe intellettuale composita - organizzata sia su base nazionale che transnazionale - che gestisce la «sovrastruttura» ideologica del capitalismo contemporaneo: questa classe comprende giornalisti, pubblicitari, scrittori per i media, scienziati e professori universitari, il cui compito consiste nella produzione e diffusione di una sfera simbolico-culturale funzionale alla riproduzione del sistema economico. A un livello inferiore troviamo la classe degli alti funzionari, che comprende una pluralità di soggetti sociali addetti al funzionamento del sistema: dagli amministratori delegati ai manager della produzione, dai diplomatici ai funzionari statali, ivi compresi gli uomini politici. Agli ultimi gradini della scala troviamo due categorie sociali divise solo da un diverso stato giuridico (la cui rilevanza sul piano delle vite individuali in termini di progettualità e di benessere è tuttavia evidente): da un lato, impiegati dello Stato, operai delle grandi organizzazioni industriali e commerciali, dipendenti del mondo finanziario; dall'altro lato, gli «ultimi» del mondo, cioè i lavoratori delle piccole imprese, i precari, i disoccupati e i migranti. Alla luce di questo nuovo quadro sociale non è lontano dal vero affermare che oggi i capitalisti comandano, i tecnici governano, i politici canalizzano il consenso e gli intellettuali rendono desiderabile il sistema, tanto da rendere evidente la vittoria teorica del marxismo dopo la crisi del marxismo. Se questa analisi è giusta, il ritorno a una prospettiva di giustizia sociale non consiste nel coltivare sentimenti di odio per la politica e per i politici, che fungono proprio da capro espiatorio, cioè da velo di copertura rispetto ai veri detentori del potere. È necessario soprattutto lo smascheramento e il riconoscimento delle reali relazioni socio-economiche in cui oggi si riproducono le catene di servitù del nuovo «quarto stato». Senza questo smascheramento ogni discorso sulla democrazia e sull'autonomia, sulla libertà e sull'eguaglianza, rimane vuota cornice ideologica tesa a perpetuare le attuali condizioni di dominio basate su un controllo onnipervasivo, ma suadente e consolatorio, del consenso sociale attraverso la costruzione di un immaginario collettivo funzionale alla riproduzione del sistema capitalistico (nella forma della pubblicità e della moda, per esempio). All'interno di questo quadro si capisce allora che l'attuale odio populista per la politica e per i politici non è casuale o contingente, ma è funzionale alla riproduzione del sistema di sfruttamento attraverso la creazione di una «falsa coscienza» riguardo alle cause che hanno determinato l'aumento delle povertà e delle diseguaglianze. Per il capitalismo contemporaneo, infatti, è più facile mantenere il potere se il nemico individuato da un popolo ridotto a massa siede in un'assemblea politica screditata e si chiama Scilipoti o Fiorito.

Carlo Altini il manifesto

 
 
 

SENZA PIU' UN TETTO, SOLO DISPERAZIONE

Post n°431 pubblicato il 15 Maggio 2013 da red67ag

Ha provato a difendere la sua casa, costruita un pezzo dopo l'altro e mai finita. Davanti a quell'edificio - con la facciata senza intonaco, con i mattoni sbreccati e una parete di tufo giallo a murare uno dei due ingressi, chissà, per difendere meglio quel rifugio - Giovanni Guarascio, muratore disoccupato di 64 anni, si è dato fuoco per impedire che il nuovo proprietario della sua abitazione, gli potesse togliere l'unica cosa che gli dava ancora una speranza: un tetto per sé, la moglie e le sue due figlie di 28 e 32 anni, anche loro senza lavoro. La casa di Guarascio è stata venduta all'asta un anno fa per 26 mila euro, a causa di un debito di 10 mila euro con una banca; una rogna che va avanti da 12 anni e che ha finito per condizionare la sua vita e quella della sua famiglia. Oggi era la giornata dello sfratto, reclamato da oltre sei mesi dal nuovo proprietario, un trentacinquenne di Scoglitti, paese poco distante da Vittoria, che non ha l'aria di navigare nell'oro. Guarascio avrebbe dovuto lasciare le sue quattro mura, portare via i pochi mobili e trasferirsi con altre quattro persone. Dove? Sarà stata la domanda che si è posto prima di tentare d'uccidersi. Il quando era già determinato: subito, ieri stesso, come aveva disposto la legge. Ma poco prima delle 14, mentre era in corso una trattativa tra gli avvocati, alla presenza dell'ufficiale giudiziario, Guarascio si è cosparso di benzina e si è dato fuoco. La moglie, Giorgia Famà, sua coetanea, una delle figlie e due poliziotti sono subito intervenuti e sono stati investiti dalle fiamme. Portati all'ospedale Guzzardi di Vittoria, le condizioni di Guarascio (che ha ustioni di secondo e terzo grado sul 60% del corpo) sono subito sembrate gravi, tanto da richiedere il trasferimento in elisoccorso al Cannizzaro di Catania, dove è ricoverato anche uno dei poliziotti, Antonio Terranova, che ha ustioni di primo e secondo grado su braccia e torace. Le condizioni degli altri tre feriti non sembrano gravi. Il braccio di ferro tra Guarascio e la banca era cominciato nel 2001. Il muratore cercava di mandare avanti la famiglia con lavori saltuari e sperando che un giorno avrebbe potuto estinguere il suo debito. Ma le cose sono man mano peggiorate anche dalle sue parti, dove in un tempo non lontano, grazie alla serricoltura, il territorio aveva raggiunto un livello di benessere invidiabile per i canoni del Mezzogiorno. Guarascio, però, non ce l'aveva fatta e non riusciva a perdonarsi che la figlia più piccola, per mancanza di soldi fosse stata costretta ad abbandonare gli studi universitari. Il muratore le ha tentate tutte, ma la banca è stata inflessibile. Dopo ripetuti tentativi di trovare un accordo con l'acquirente, spiega l'avvocato di Guarascio, Giulia Artini, stamane il muratore aveva giocato l'ultima carta, proponendo di continuare a vivere da affittuario in quella che fino a quel momento era stata la sua casa. Almeno per un periodo breve, fino al prossimo dicembre, il tempo per cercare un'altra sistemazione. Ma il nuovo proprietario, che già dallo scorso settembre chiedeva lo sfratto, è stato irremovibile. La discussione si è subito animata, e i vicini di casa hanno pensato di chiamare la polizia, che si trovava sul posto quando Guarascio si è dato fuoco. Gli agenti Marco Di Raimondo e Antonio Terranova sono subito intervenuti per soffocare le fiamme, che invece hanno investito anche loro, oltre alla figlia dell'uomo e alla moglie. Il sindaco di Vittoria, Giuseppe Nicosia, parla di allarme sociale: «E' arrivato il momento di fermare tutte le procedure di recupero dei crediti e avviare una moratoria che possa consentire alla gente di mantenere la propria casa. Di fronte ad una tragedia immane bisogna agire». Sempre che le sue parole attraversino i muri di palazzo Chigi o delle abbazie dove il governo medita attorno al dilemma dei dilemmi che vive il Paese: Imu o non Imu?

il manifesto

 
 
 

LA LOGICA OMICIDA DEL PROFITTO

Post n°430 pubblicato il 11 Maggio 2013 da red67ag

«Non è stata una fatalità. Ma un omicidio. Quei nove sono stati uccisi dalla logica del profitto, che dimentica i lavoratori»: è stato questo il grido di dolore degli operai genovesi durante il funerale dei loro compagni, morti sul lavoro nel porto del capoluogo ligure due giorni fa. O, meglio, morti di lavoro, come è stato denunciato. Tre persone al giorno, ogni santo giorno, muoiono a causa del lavoro. Ma si muore anche per assenza di occupazione e di reddito. Com’è stato per Romeo Dionisi, che si è ucciso a Civitanova Marche lo scorso 5 aprile assieme alla moglie Anna Maria Sopranzi, subito seguiti dal fratello di lei, Giuseppe. «Omicidi di Stato»: così sono state definite queste tre morti dalla folla che ne seguiva le esequie e che ha contestato l’unica autorità che ha avuto il coraggio di presenziare, la neo presidente della Camera, Laura Boldrini. Proprio mentre i lavoratori genovesi denunciavano che i loro compagni erano stati «sacrificati per la produttività», il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, nell’alta cerimonia che ricorda ogni anno le vittime del terrorismo, ammoniva circa i pericoli di una violenza verbale che porterebbe all’eversione. «La violenza va combattuta, scongiurata e fermata prima che si trasformi in eversione e distruzione», ha detto solennemente Napolitano. L’intento, naturalmente, è lodevole. Si tratta di capire come l’enunciazione possa essere tradotta in pratica, posto che sarebbe giuridicamente arduo (pur se talvolta il tentativo è stato e viene operato) portare sotto la sfera penale la sola, per quanto discutibile, espressione del pensiero. La repressione, peraltro, è illusoria: è stato autorevolmente detto e scritto da decenni, ad esempio per quanto riguarda i fenomeni delle tossicodipendenze, delle migrazioni, ma anche del disagio e del conflitto sociale. La sua efficacia in ogni campo si è sempre rivelata dubbia e spesso anche controproducente. Sempre che chi la invoca, la sceglie e la persegue non abbia il nascosto intento di fomentare anziché di impedire; in tal caso, in effetti, lo strumento ha sempre dato grandi risultati. Le manganellate che quasi quotidianamente vengono distribuite sulle teste degli universitari di Milano, dei lavoratori del San Raffaele o degli studenti napoletani difficilmente possono servire a calmare gli animi. Di fronte ai rischi di violenza la strada migliore sembrerebbe quella di prevenire, evitando alla radice che situazione di disagio, ingiustizia, inosservanza di norme e diritti consacrati persino nella Costituzione, possano arrivare a surriscaldare le parole. E poi magari anche le azioni. Su questo non sembra però esservi alcuna considerazione da parte di chi ha il potere di decidere e indirizzare, media, istituzioni e politica in primo luogo. Di fronte alle quotidiane morti evitabili l’indignazione evapora, la ricerca delle cause nemmeno viene immaginata come possibilità, se non come dovere. Quando a uccidere è la logica del profitto l’impotenza e l’indifferenza (che altri potrebbero leggere come complicità) regnano sovrane. Ha guadagnato solo qualche trafiletto di giornale la tragedia che pochi giorni fa a Dacca, in Bangladesh, ha fatto strage di lavoratori tessili: 1.033 le vittime accertate sinora, ma sono ancora centinaia i dispersi e i feriti gravi. L’edificio in cui era situata la fabbrica mostrava da giorni segni di cedimento, ma l’imperativo della produttività ha prevalso su ogni altra cosa. Bisognava tagliare i tempi, evadere gli ordini, i clienti occidentali hanno sempre fretta. Il bilancio delle vittime è pari a quello di una piccola guerra, a quello di mezzo secolo di terrorismo in tutta Europa. Vederlo e denunciarlo come un crimine (e, come sempre, crimine impunito) è violenza verbale? O non sarà piuttosto che ci siamo abituati a vedere – peggio, a sentire – alcune morti leggere come piume e altre, quelle in cui ci possiamo riconoscere per ceto sociale, per appartenenze culturali e religiose, per radici etniche e provenienze geografiche, pesanti come montagne? Forse è questo radicato meccanismo culturale e politico a produrre violenza verbale e rabbia se non peggio. Forse impedire la violenza, verbale, morale e fisica necessiterebbe il fatto di pensare – di sentire – che la morte di ciascun uomo, di qualsiasi uomo, davvero, ci diminuisce.

Sergio Segio Miccia Corta

 
 
 
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