Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

 

MISSIONE POSSIBILE

Post n°976 pubblicato il 26 Gennaio 2015 da red67ag

Per cam­biare il voca­bo­la­rio poli­tico dell’Europa dell’era neo­li­be­ri­sta, per tagliare il ramo secco dell’austerity e tor­nare alle radici euro­pee ori­gi­na­rie, fonte della demo­cra­zia, dob­biamo tor­nare alla scuola di Atene che oggi vive la sto­rica vit­to­ria della sini­stra nuova di Syriza e del suo gio­vane lea­der Ale­xis Tsipras.

Le cro­na­che rac­con­tano che nella piazza Omo­nia di Atene, dove Tsi­pras ha tenuto l’ultimo grande comi­zio della vigi­lia, c’era tanta gente comune, lon­tana dalla poli­tica attiva, senza ban­diere né slo­gan. Era il segnale tan­gi­bile che qual­cosa si era mosso nelle pro­fon­dità della società greca. Del resto i son­daggi delle ultime ore indi­ca­vano che la vit­to­ria di Tsi­pras sarebbe stata ali­men­tata da un voto che arri­vava a Syriza da tutta la popo­la­zione, anche da quei greci che alle ultime ele­zioni del 2012 ave­vano votato per la destra spe­rando di tro­vare così una via d’uscita alle loro sof­fe­renze. C’era chi pre­ve­deva che un 10 per cento dei con­sensi sareb­bero venuti da quella parte di Nuova Demo­cra­zia ostile all’estremismo libe­ri­sta del pre­mier uscente Sama­ras. Gente per nulla di sini­stra, ma che, que­sta volta, voleva punire un governo col­pe­vole di avere decur­tato pen­sioni e sti­pendi por­tan­doli a livelli di sussidi.

D’altra parte quando superi il 35 per cento dei con­sensi vuol dire che i voti ti arri­vano un po’ da tutti i ceti sociali, almeno da tutti quelli che la crisi ha messo con le spalle al muro, da quel 30 per cento di fami­glie ridotte in povertà, da quei cit­ta­dini che in massa fanno la fila per rime­diare medi­ci­nali e cibo.

Se la nostra media della disoc­cu­pa­zione è al 12 per cento e ci fa paura, quella greca ha sfon­dato il 26 per cento, più del dop­pio, e si cal­cola che un milione e mezzo di occu­pati abbia sulle spalle otto milioni e mezzo di con­na­zio­nali ridotti alla sussistenza.

Ormai si orga­niz­zano viaggi di stu­dio per vedere e capire come Syriza sia riu­scita a orga­niz­zare 400 cen­tri di ero­ga­zione di ser­vizi sociali in tutto il paese.

Si resta incre­duli a sen­tire che si può com­prare un appar­ta­mento per 5000 euro, che il cata­sto è inser­vi­bile, ma che gli arma­tori sono ancora i poten­tis­simi padroni di Atene.

Que­sto paese distrutto dalla guerra eco­no­mica e gover­nato dalla Troika oggi trova la forza di riac­ciuf­fare la speranza.

Dando fidu­cia a una forza di sini­stra nuova, impe­gnata in tutto il ter­ri­to­rio nazio­nale a fianco dei più deboli, con un pro­gramma poli­tico che fa della rine­go­zia­zione del debito e la can­cel­la­zione dei Memo­ran­dun la leva a cui aggan­ciare un’agenda di prov­ve­di­menti molto pre­cisi: tetto minimo di 700 euro agli sti­pendi, tre­di­ce­sima per le pen­sioni minime, can­cel­la­zione di tasse sulla casa e blocco delle aste giu­di­zia­rie, ban­che con­trol­late dallo stato, patri­mo­niale sulle grandi ric­chezze cre­sciute all’ombra della crisi.

Una pro­po­sta di governo ormai cono­sciuta come il “pro­gramma di Salo­nicco” che Tsi­pras ha pro­messo di per­se­guire a pre­scin­dere da come andrà la trat­ta­tiva con le isti­tu­zioni europee.

Di fronte allo sfa­scio di un paese che nella sua sto­ria recente ha cono­sciuto pagine dram­ma­ti­che fino al colpo di stato dei colon­nelli negli anni ’70, il fatto che Syriza abbia sbar­rato la strada alla destra ever­siva è un risul­tato che sarebbe imper­do­na­bile sot­to­va­lu­tare anche solo sem­pli­ce­mente sotto il pro­filo della difesa democratica.

Una destra sem­pre pre­sente (con i neo­na­zi­sti di Alba Dorata che con­ten­dono il terzo posto al rag­grup­pa­mento di cen­tro­si­ni­stra To Potami), per­ché se Tsi­pras dovesse fal­lire, in Gre­cia arri­verà l’estrema destra. Lo sanno bene le can­cel­le­rie inter­na­zio­nali che si spin­gono a pur caute aper­ture verso una trat­ta­tiva, come dimo­stra la linea aper­tu­ri­sta del Finan­cial Times.

Perché quello che sta vivendo oggi l’Europa, dalla Fran­cia all’Ucraina, con la natura vio­lenta, iso­la­zio­ni­sta, xeno­foba, nazio­na­li­sta delle destre che si stanno rior­ga­niz­zando, potrà essere fer­mato solo da un rapido, bene­fico con­ta­gio del vento greco, da una cosmo­po­lita sini­stra euro­pea di nuova gene­ra­zione (fis­sata nell’immagine, a piazza Omo­nia, dell’abbraccio tra Tsi­pras e Igle­sias, lea­der di Podemos).

Una sini­stra che cita molto Gram­sci, che ha solide radici a sini­stra ma che intende lasciarsi alle spalle le zavorre nove­cen­te­sche, capace di rin­no­vare radi­cal­mente modelli par­ti­tici, lea­der­ship e cul­ture politiche.

La vit­to­ria di Syriza è solo l’inizio di un per­corso pieno di trap­pole, osta­coli, con­trad­di­zioni. Pren­dersi la respon­sa­bi­lità di gover­nare un paese distrutto sem­bra quasi una mis­sione impossibile.

Nel libro di Teo­doro Andrea­dis Syn­ghel­la­kis, “Ale­xis Tsi­pras, la mia sini­stra”, il lea­der di Syriza spiega molto bene che si tratta «di una scom­messa enorme, simile a quella del Bra­sile di Lula» e avverte che «non pos­siamo per­met­terci il lusso di igno­rare che gran parte della società greca, e anche una per­cen­tuale dei nostri soste­ni­tori, abbia assor­bito idee con­ser­va­trici». Dun­que con­sa­pe­vo­lezza della prova che l’attende e deter­mi­na­zione nel per­se­guire l’obiettivo «che oggi non è il socia­li­smo ma la fine dell’austerità».

Ma que­sti sono i momenti della festa, della svolta, della vit­to­ria con­tro­mano, della bel­lis­sima rivin­cita che la Gre­cia si prende dopo sei anni vis­suti come una pic­cola cavia nel grande labo­ra­to­rio tede­sco. Un paese da punire in modo esem­plare per edu­care tutti gli altri: se non volete finire come la Gre­cia ingo­iate l’amara medi­cina dei tagli a salari e pen­sioni (anche noi abbiamo assag­giato que­sta fru­sta e ingo­iato que­sta pil­lola). Il debito vis­suto come colpa (avete voluto vivere al di sopra delle vostre pos­si­bi­lità) con tutto l’armamentario dei luo­ghi comuni che ancora oggi sen­tiamo ripe­tere in tv e leg­giamo sui giornali.

Ora dob­biamo atten­derci un ampio fuoco di sbar­ra­mento con­tro la svolta sociale di Syriza che appunto ribalta la pro­spet­tiva e rimette la realtà con i piedi per terra.

Quando nel feb­braio dello scorso anno Tsi­pras venne in Ita­lia in vista delle ele­zioni euro­pee, come prima tappa fece visita alla reda­zione del mani­fe­sto (Renzi non trovò il tempo di rice­verlo). Ci parlò a lungo del cam­mino verso una sini­stra unita e di quello che poi sarebbe diven­tato il pro­gramma di governo. Ci regalò una pic­cola barca di por­cel­lana della col­le­zione del museo Benaki, quasi un auspi­cio, un pro­no­stico. Due colo­ra­tis­sime vele gonfie.

Un anno fa il vento in poppa era un auspi­cio e forse un pro­no­stico. Ora è una realtà sulla quale la sini­stra ita­liana dovrebbe riflet­tere molto. E anche in fretta.

Norma Rangeri il manifesto

 
 
 

RENZI, L'USCITA DI NAPOLITANO E L'OMBRA DI B.

Post n°975 pubblicato il 25 Gennaio 2015 da red67ag

L'introduzione dell’immunità per gli evasori fino al 3% dell’imponibile, misura che abbatterebbe la pena a Berlusconi, è passata senza troppi scandali, mentre forte è stato il clamore contro i vigili accordatisi per allungare illecitamente le festività di capodanno. Siamo il paese dei due pesi e due misure. E con un’idea bizzarra dell’etica pubblica e privata

Chi ha introdotto nell’ennesima legge dello stato l’immunità per gli evasori fino al 3 per cento dell’imponibile, misura assai discutibile che abbatterebbe la pena assegnata a Berlusconi? Nessuno, chissà come si è infilata nel testo di un distratto Padoan e nella lettura di un distratto Renzi; quanto agli uffici tecnici che lo hanno passato, devono aver pensato che era una misura da attendersi nella filosofia delle larghe intese.

Più accorti sono stati i giornalisti che hanno scritto peste e corna contro i dipendenti pubblici (e i medici) che si sono accordati per allungare illecitamente le festività di capodanno. I giornalisti si sono indignati ma moderatamente, volete mettere lo scandalo di quella massa di sfruttatori dello Stato di fronte a qualche centinaio di ricchi che hanno evaso in varie forme per decine di migliaia di euro le imposte, o si sono avvantaggiati in vario modo, incluse corruzione e concussione, sulla pubblica finanza?

Colpisce in questo sfoggio di moralità la duplice misura usata verso i poco abbienti e verso l’ex presidente del consiglio e profittatore numero uno d’Italia, Berlusconi Silvio. È l’abitudine nazionale di risparmiare i ricchi e i potenti e usare la frusta con chi non lo è. Siamo un paese con un’idea bizzarra dell’etica pubblica e privata.

Alla quale ha dato un vasto contributo Giorgio Napolitano che ho sotto gli occhi dal 1945 come dirigente del mio stesso partito, il Pci. Lo sapevo antifascista a Napoli e autore di scritti interessanti sulla questione meridionale. Non l’ho apprezzato nella sua sorda (ma non tanto) opposizione all’ultimo Berlinguer e neanche come Presidente della Camera, quando avrebbe avuto occasione di far qualcosa contro la crisi della politica, se l’avesse vista venire dall’osservatorio privilegiato che aveva.

Ugualmente non ho apprezzato che nulla abbia fatto per risanare qualche ferita inferta dal suo partito a innocenti del suo partito nell’emergenza, ma nel merito la pensavamo in modo opposto. Quel che mi ha sorpreso è che, appena il Cavaliere è stato condannato a una pena assai mite ma almeno a stare fuori dalla porta del potere pubblico, si sia affrettato a proporre la formula delle “larghe intese” che significava allargare la maggioranza di fatto a Forza Italia, ogni qualvolta il dissenso da sinistra del Pd potesse minacciare la linea Renzi. Non solo, ma tale operazione è nata negli incontri clandestini presso la sede del Pd in via del Nazareno, dei quali non conosciamo né il numero dei partecipanti, né gli accordi intervenuti. Sappiamo solo ormai che essi hanno regolarmente preceduto le riunioni del Pd, del quale Renzi sarebbe il segretario. Non vedo quale insegnamento sia venuto da questa prassi alla coscienza scombussolata del paese, e perché ne sia derivata al nostro Presidente della Repubblica la fama di “grande italiano”.

Si può chiedersi se anche la norma del condono sia un frutto di questo guasto. Vedremo se Renzi la corregge. Intanto il governo ha dichiarato che non se ne era accorto: “Peso el tacon del buso”, come si dice dalle mie parti. Il governo intero lo ha avuto sotto gli occhi per un’intera seduta, ma non ha protestato. È vero che era stato convocato dal frettoloso premier la vigilia di Natale, ma non è da grandi figure l’avere condotto il paese in questo modo e tantomeno favorire gli evasori fiscali, soprattutto uno di essi condannato per aver fatto diverse porcherie in materia fiscale, corruzione e concussione. Già la giustizia è stata particolarmente indulgente sul resto delle sue imputazioni; per non parlare di un parlamento che ha considerato normale le sue menzogne telefoniche alla Questura di Roma per tirar fuori di guardina la denominata Ruby rubacuori.

Sono enormità imperdonabili. Non ho mai apprezzato le galere, quindi pace al vecchio e ormai ridicolo profittatore, ma se si vuole essere decenti bisogna tenerlo fuori dalla politica.

Penso di rientrare nella categoria dei gufi e rosiconi, anche se ignoro quali animali siano questi ultimi nell’italiano approssimativo del nostro presidente del Consiglio; ma preferisco essere un rispettabile uccello notturno, o anche forse un meno rispettabile topo, che un suddito silenzioso e ipocrita.

Rossana Rossanda  www.sbilanciamoci.info

 
 
 

L'ORIZZONTE PERDUTO DELLA TRASFORMAZIONE

Post n°974 pubblicato il 22 Gennaio 2015 da red67ag

Le parole della polis. «Democrazia cercasi» di Stefano G. Azzarà per Imprimatur editore. Bonapartismo, esaltazione acritica dell’individualismo. Quanto la sinistra aderisce al liberismo

La para­bola che sale con imme­dia­tezza alla mente è quella rac­con­tata da Kafka nel suo Il pro­cesso. In que­sto libro si narra di un uomo che giunge davanti alla porta della verità e della giu­sti­zia, e mal­grado essa sia aperta egli decide di rivol­gersi al custode (il potere fre­nante) chie­dendo il per­messo di poter entrare. Si può dav­vero chie­dere il per­messo per acce­dere a ciò che è nel diritto di ogni essere umano?

Ma tant’è. Il custode nega quel per­messo e l’uomo decide di sedersi per aspet­tare. Con­ti­nuando perio­di­ca­mente a richie­dere un per­messo che gli viene pun­tual­mente negato, sem­pre con la solita spie­ga­zione per cui non è ancora il momento.

Passa un tempo lun­ghis­simo, tanto che l’uomo ha potuto stu­diare le carat­te­ri­sti­che del custode con pre­ci­sione cer­to­sina, fino a cono­scere per­sino il numero delle pulci pre­senti nel suo collo di pel­lic­cia. Il tempo è sovrano, forse l’unico dio di cui dispo­niamo in que­sta terra (e di cui vediamo e subiamo effetti ben tangibili).

Cosic­ché l’uomo giunge in punto di morte, e volen­dosi con­ce­dere almeno il lusso della curio­sità, rivolge la domanda fati­dica al custode: «Come mai in tutti que­sti anni sono stato l’unico a chie­dere di poter entrare?». La rispo­sta è ful­mi­nante: «Nes­sun altro poteva entrare per­ché que­sta era la vostra porta. E adesso andrò a chiu­derla per sempre!».

Una sto­ria che ricorda molto da vicino la para­bola della sini­stra con­tem­po­ra­nea. Una sini­stra che ha avuto la sua occa­sione nel 1989, ma l’ha spre­cata affo­gando nella furia di rin­ne­gare tutto il pro­prio pas­sato, dismet­tere i pro­pri valori e ade­rire, con lo zelo ecces­sivo del neo­fita, a quelli di un libe­ra­li­smo che nel frat­tempo stava indos­sando nuo­va­mente la veste ultraliberista.

In que­sto senso trova una spie­ga­zione il trionfo odierno del Pd e del suo nuovo lea­der Mat­teo Renzi: «Altro che vit­to­ria schiac­ciante della sini­stra: l’uscita di scena del Cava­liere ha favo­rito e con­fer­mato in realtà il con­so­li­da­mento di un’unica vastis­sima destra!».

È que­sto il ritratto duro e impie­toso che emerge dalla let­tura del nuovo libro di Ste­fano G. Azzarà, Demo­cra­zia cer­casi. Dalla caduta del Muro a Renzi: scon­fitta e muta­zione della sini­stra, bona­par­ti­smo post­mo­derno e impo­tenza della filo­so­fia in Ita­lia (Impri­ma­tur edi­tore, pp. 333, 16 euro).

Ma non è ovvia­mente tutto. Per­ché secondo l’autore non è sol­tanto che la sini­stra oggi può final­mente gover­nare e distri­buire un bonus di ottanta euro ai pro­pri elet­tori, rinun­ciando a se stessa e inte­stan­dosi il pro­gramma altrui. Il fatto prin­ci­pale, piut­to­sto, è che con la disfatta della sini­stra biso­gna pren­dere atto dell’estinguersi della democrazia.

Que­sta infatti, come ogni feno­meno che com­pare nel pro­sce­nio della vicenda umana, ha un ini­zio e pur­troppo anche una fine. Secondo Azzarà depe­ri­sce quando i rap­porti di forza in una società sono ecces­si­va­mente squi­li­brati e, di con­se­guenza, le parti più forti pre­val­gono in maniera schiac­ciante sulle altre. Senza nes­sun biso­gno di chia­mare in causa la P2 o chissà quali trame oscure, ciò che sta avve­nendo è la nor­ma­lità del pro­gramma e della prassi poli­tica libe­rale nel momento in cui gli inte­ressi delle classi domi­nanti non tro­vano più un’efficace rispo­sta nel con­flitto orga­niz­zato delle classi subalterne.

In que­sto senso, pos­siamo e dob­biamo smet­tere di par­lare di un con­te­sto democratico.

Secondo Azzarà, infatti, abbiamo assi­stito e stiamo assi­stendo a muta­menti impo­nenti che hanno svuo­tato gli stru­menti della par­te­ci­pa­zione popo­lare, favo­rendo una forma neo­bo­na­par­ti­stica e iper­me­dia­tica di potere cari­sma­tico e spin­gendo molti cit­ta­dini nel limbo dell’astensionismo o nell’imbuto di una pro­te­sta rab­biosa e inef­fi­cace. Al tempo stesso, in nome dell’emergenza eco­no­mica per­ma­nente e della gover­na­bi­lità, gli spazi di rifles­sione pub­blica e con­fronto sono stati sacri­fi­cati al pri­mato di un deci­sio­ni­smo improvvisato.

Die­tro que­sti cam­bia­menti c’è però un più cor­poso pro­cesso mate­riale che dalla fine degli anni Set­tanta del secolo scorso ha minato le fon­da­menta stesse della demo­cra­zia: il rie­qui­li­brio dei rap­porti di forza tra le classi sociali, che nel dopo­guerra aveva con­sen­tito la costru­zione del Wel­fare, ha lasciato il campo ad una riscossa dei ceti pro­prie­tari che nel nostro paese come in tutto l’Occidente ha por­tato ad una redi­stri­bu­zione verso l’alto della ric­chezza nazio­nale, alla fran­tu­ma­zione e pre­ca­riz­zione del lavoro, allo sman­tel­la­mento dei diritti eco­no­mici e sociali dei più deboli. Intanto, nell’alveo del neo­li­be­ra­li­smo trion­fante, si dif­fon­deva un clima cul­tu­rale dai tratti mar­ca­ta­mente indi­vi­dua­li­stici e com­pe­ti­tivi. Men­tre dalle arti figu­ra­tive alla filo­so­fia, dalla sto­ria alle scienze umane, il post­mo­der­ni­smo dila­gava, dele­git­ti­mando i fon­da­menti e i valori della moder­nità – la ragione, l’uguaglianza, la tra­sfor­ma­zione del reale — ren­dendo impra­ti­ca­bile ogni pro­getto di eman­ci­pa­zione con­sa­pe­vole, col­let­tiva e organizzata.

Il punto nodale è che è stata la sini­stra, e non Ber­lu­sconi, il prin­ci­pale agente respon­sa­bile di que­sta deva­sta­zione.
Una sini­stra ste­ril­mente aggrap­pata al valore ana­cro­ni­stico dell’«antifascismo», con i par­la­men­tari di Pd e Sel che, esat­ta­mente un anno fa (28 gen­naio del 2014), can­ta­vano «Bella ciao» in par­la­mento per cele­brare l’approvazione di un decreto che (sapien­te­mente blin­dato dalla pre­si­dente della camera) in realtà si rive­lava come l’ennesimo grosso favore alle banche.

E dire che la potenza «anti­fa­sci­sta» per eccel­lenza è in realtà l’America, pronta ed effi­cace nell’affibbiare la patente di «fasci­sta» all’Islam (Daniel Pipes) e di volta in volta ai vari pro­ta­go­ni­sti della poli­tica che osano opporsi alla fab­brica del con­senso made in Usa.

L’economista J. K. Gal­braith scrisse che «sotto il capi­ta­li­smo l’uomo sfrutta l’altro uomo, sotto il comu­ni­smo avviene il contrario».

La sini­stra odierna ha rite­nuto un’operazione par­ti­co­lar­mente sagace sce­gliere con entu­sia­smo la prima opzione.

Paolo Ercolani  il manifesto

 
 
 

LA LOTTA DI CLASSE DELL'1% HA VINTO. ED E' INSAZIABILE

Post n°973 pubblicato il 20 Gennaio 2015 da red67ag

Oxfam. In attesa del Forum di Davos, pub­bli­cato ieri il report «Grandi disu­gua­glianze cre­scono». 92 super-paperoni pos­sie­dono la ric­chezza di 3,5 miliardi di persone

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La ric­chezza oggi è insa­zia­bile. Pre­mia sem­pre di più coloro che hanno già tutto, e toglie ancora di più a coloro che non hanno quasi niente. Alla vigi­lia del World Eco­no­mic Forum di Davos, la Ong Oxfam ha pub­bli­cato ieri il rap­porto annuale «Grandi disu­gua­glianze cre­scono» che aggrava lo sce­na­rio trac­ciato solo un anno fa. All’inizio del 2014 Oxfam aveva cal­co­lato che 85 per­sone pos­se­de­vano la ric­chezza della metà più povera della popo­la­zione mon­diale, un dato choc che è stato ultra-citato in que­sti mesi a con­tro­prova del livello di estrema dise­gua­glianza nella distri­bu­zione della ric­chezza e che oggi la lotta di classe esi­ste, e l’hanno vinta i ric­chi. Le nuove stime, effet­tuati sui dati del Cre­dit Suisse, rical­co­lano il numero dei miliar­dari che nel 2013 pos­se­de­vano la stessa ric­chezza del 50% più povero, e atte­sta che oggi il loro numero esatto è 92 e non più ottan­ta­cin­que. Oxfam fa una pre­vi­sione: nel 2016 la ric­chezza dell’1% della popo­la­zione mon­diale supe­rerà quella del 99%, ren­dendo obso­leto per­sino lo slo­gan del movi­mento di Occupy Wall Street.

L’1% dei super-ricchi pos­siede oggi il 48% della ric­chezza glo­bale e lascia al restante 99% il 52% delle risorse. Que­sto 52% è, a sua volta, pos­se­duto da 20% di «ric­chi». Il restante 80% si deve arran­giare con il 5,5% delle risorse. Dal 2010, spiega il rap­porto, gli 80 ultra-miliardari della lista sti­lata da For­bes (primo Bill Gates, secondo War­ren Buf­fet, terzo Car­los Slim, quin­di­ce­simo Mark Zuc­ker­berg; primo tra gli ita­liani Michele Fer­rero e fami­glia) hanno visto le loro ric­chezze mol­ti­pli­carsi con l’esplosione della crisi glo­bale. Cin­que anni fa dete­ne­vano una ric­chezza netta pari a 1.300 miliardi di dol­lari. Oggi con­tano su 1.900 miliardi di dol­lari. Un aumento di 600 miliardi di dol­lari, il 50% in ter­mini nomi­nali. Oxfam segnala inol­tre una lotta tra i ric­chi visto che il loro numero è dimi­nuito dai 388 del 2010 agli attuali 92 che deten­gono il volume equi­va­lente alla ric­chezza della metà più povera della popo­la­zione mon­diale. Tre miliardi e mezzo di per­sone si divi­dono dun­que il totale della ric­chezza pos­se­duta da que­ste persone.

Nell’élite elen­cata da For­bes c’erano 1645 miliar­dari nel 2014. Il 30% (492 per­sone) sono cit­ta­dini sta­tu­ni­tensi, oli­gar­chi russi, nuovi ric­chi cinesi, finan­zieri come George Soros e i prin­cipi sau­diti. Più di un terzo di que­ste per­sone ha ere­di­tato, e non pro­dotto, la ric­chezza che detiene, segno che il capi­tale di pro­duce verso l’alto e non allarga la base della pira­mide. Il 20% di que­sti ric­chi ha inte­ressi nei set­tori finan­zia­rio o assi­cu­ra­tivo dove la ric­chezza è aumen­tata da 1.010 miliardi di dol­lari a 1.160 miliardi in un solo anno. Nel frat­tempo sono cre­sciuti i miliar­dari che ope­rano nel set­tore far­ma­ceu­tico e sani­ta­rio. Nel club sono entrati in 29 con un aumento del 47% della ric­chezza col­let­tiva pas­sata da 170 miliardi a 250 miliardi di dol­lari. I campi bio­po­li­tici della cura o della pre­ven­zione delle malat­tia, così come quello dell’assicurazione con­tro i rischi, costi­tui­scono uno dei prin­ci­pali fat­tori dell’accumulazione.

Lo stru­mento prin­ci­pale per otte­nere tale risul­tato è il lob­bi­smo, una moda­lità alla quale la finanza e le imprese ricor­rono per otte­nere bene­fici dalla poli­tica e dagli Stati. Nel 2013, solo negli Usa, il set­tore finan­zia­rio ha speso oltre 400 milioni di dol­lari per fare lobby. Nell’Unione Euro­pea la stima è di 150 milioni di dol­lari. Nel vec­chio con­ti­nente, tra il 2013 e il 2014, i super-ricchi sono aumen­tati da 31 a 39 con una ric­chezza pari a 128 miliardi.

Un’élite di oli­gar­chi glo­bali con­tro un mondo di wor­king poors e pove­ris­simi. Sono dati che smen­ti­scono, una volta in più, la pseudo-teoria neo­li­be­ri­sta del «trickle-down» (lo «sgoc­cio­la­mento»). La ric­chezza di pochi non ha traina lo svi­luppo capi­ta­li­stico né la redi­stri­bu­zione delle ric­chezze. Anzi, aumenta le dise­gua­glianze. Sono sette le pro­po­ste di Oxfam per inver­tire que­sta ten­denza: con­tra­sto all’elusione fiscale, inve­sti­menti in salute e istru­zione pub­blica e gra­tuita; redi­stri­bu­zione equa del peso fiscale; intro­du­zione del sala­rio minimo e di salari digni­tosi per tutti; parità di retri­bu­zione, reti di pro­te­zione sociale per i poveri, lotta glo­bale con­tro la dise­gua­glianza. Un’agenda in fondo mini­ma­li­sta per pro­vare a rove­sciare la dire­zione della lotta di classe dal basso verso l’alto.

Roberto Ciccarelli il manifesto

 
 
 

IMMONDEZZAIO OGGI

Post n°972 pubblicato il 18 Gennaio 2015 da red67ag

Sopras­salto ieri mat­tina. Sve­gliati dalla let­tura inte­grale da parte di Sky di un edi­to­riale di «Ita­lia Oggi» che per cri­ti­care la pos­si­bi­lità che sia stato pagato un riscatto per libe­rare Greta e Vanessa, ostag­gio dei jiha­di­sti siriani da sei mesi, attacca senza rite­gno Giu­liana Sgrena e il mani­fe­sto.

«Le due ragaz­zotte sono delle oche giu­live — scrive la penna ano­nima del gior­nale che imma­gi­niamo sia il diret­tore — che hanno messo stol­ta­mente in gioco, per nulla, le loro vite ma anche quelle degli altri, come capitò con un’altra oca giu­liva più attem­pata (Giu­liana Sgrena del Mani­fe­sto, che si era pre­sen­tata con il suo regi­stra­to­rino in un covo ter­ro­ri­sta, pro­tetta solo dal suo entu­sia­smo naïf e la cui libe­ra­zione pro­vocò la morte del fun­zio­na­rio del Sismi Nicola Cali­pari, che l’aveva liberata…».

È una pro­vo­ca­zione aber­rante, per almeno una men­zo­gna e una vergogna.

La men­zo­gna è che tutti sanno che Cali­pari fu ucciso a un posto di blocco dal marine Lozano che sparò secondo con­se­gna mili­tare, sulla via dell’aeroporto pro­prio quando la mis­sione di sal­vare Giu­liana era di fatto riu­scita. Una vicenda tra­gica den­tro una guerra alla quale l’Italia par­te­ci­pava atti­va­mente nella «coa­li­zione dei volen­te­rosi» a guida Usa.

E la ver­go­gna è la parola «regi­stra­to­rino»: viene attac­cata l’attitudine pro­fes­sio­nale di una inviata che fa il suo lavoro in una città occu­pata da truppe stra­niere e piena di insi­die (in pieno giorno e all’aperto fu seque­strata, non «in un covo ter­ro­ri­sta»), una gior­na­li­sta sicu­ra­mente non embed­ded come tanti, che dovrebbe essere solo elo­giata. Invece l’editoriale di un gior­nale che non sa nem­meno che cosa sia una guerra, quasi 10 anni dopo inventa una sua vomi­te­vole deon­to­lo­gia sfot­tendo un «registratorino».

Natu­ral­mente abbiamo subito inte­res­sato del grave epi­so­dio la Fede­ra­zione nazio­nale della stampa. E il segre­ta­rio della Fnsi Franco Siddi non ha esi­tato a dichia­rare: «È inde­gno, altro che diritto di cri­tica (…), siamo di fronte a un immon­dez­zaio puro».

Tommaso Di Francesco  il manifesto

 
 
 
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