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Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

 

L'EQUIVALENZA IMPOSSIBILE

Post n°725 pubblicato il 15 Aprile 2014 da red67ag

Certe volte la memo­ria serve per dimen­ti­care. Se uno cam­bia la scritta sul can­cello di Ausch­witz e ci mette la P2 al posto di «Arbeit», non è una cita­zione, è una paro­dia. Come minimo, è una man­canza di rispetto. In realtà, è molto di più: la pre­tesa iper­bo­lica che i due ter­mini siano inter­cam­bia­bili ottiene il risul­tato non di accen­tuare l’importanza dell’elemento nuovo ma di smi­nuire il senso di quello vec­chio. Dav­vero Shoah e P2 si equi­val­gono? Oppure, ricor­darsi a spro­po­sito della Shoah per le beghe di casa nostra non sarà un modo per non guar­darla in faccia. Per par­lare d’altro fin­gendo di par­larne. Sull’unicità della Shoah dovrebbe non essere neces­sa­rio tor­nare. È una tra­ge­dia unica, per le dimen­sioni e soprat­tutto per il senso: un mas­sa­cro ordi­nato per far spa­rire dalla fac­cia un popolo intero, e milioni di indi­vi­dui rei di essere solo quello che erano. Per decenni, abbiamo addi­rit­tura avuto paura di guar­darla negli occhi e non ne abbiamo voluto par­lare; poi, (anche a forza di gior­nate della memo­ria), ne abbiamo fatto un ter­mine del discorso ordi­na­rio. Ogni nuovo cat­tivo è «un nuovo Hitler», da Sad­dam a Milo­se­vic, da Ghed­dafi ad Ahmadi Nejad fino (lo ha detto Hil­lary Clin­ton) a Putin. Non è una cosa inno­cente: come ha dimo­strato un son­dag­gio del Washing­ton Post, «Evo­care Hitler rende gli ame­ri­cani più dispo­ni­bili all’intervento in Ucraina». L’effetto di que­ste iper­boli stru­men­tali, tut­ta­via, non è di accen­tuare il nostro disgu­sto per dei dit­ta­tori cri­mi­nali, che se lo meri­tano da soli, ma di smi­nuire e bana­liz­zare il disgu­sto per Hitler. Tutte le simi­li­tu­dini fun­zio­nano in due dire­zioni. Cioè, se Ghed­dafi è un Hitler, allora Hitler non era che un Ghed­dafi qual­siasi. E se il nazi­smo è una riforma sani­ta­ria, be’, quasi quasi… L’unico modo per pren­dere per buoni que­sti vaneg­gia­menti è di dimen­ti­carsi che cosa era dav­vero Hitler, tra­sfor­mare il nazi­smo e la Shoah in signi­fi­canti vuoti, usati per desi­gnare qual­siasi cosa, e quindi niente. She­ryll Nuxoll, sena­trice dell’Idaho, è solo una fra i tanti ideo­logi di destra secondo cui la riforma sani­ta­ria di Obama è «just like Hitler», e i cit­ta­dini saranno ridotti «come gli ebrei cari­cati sui treni verso i campi di con­cen­tra­mento». La cosid­detta legge di God­win, ovvero «Legge delle ana­lo­gie col raz­zi­smo», afferma che «più dura una discus­sione online, più alta è la pro­ba­bi­lità che qual­cuno con­fronti qual­cosa o qual­cuno a Hitler o al nazi­smo» (e natu­ral­mente è online anche que­sta, come la mag­gior parte delle spa­rate di Grillo). Oltre all’offesa alla memo­ria delle vit­time, al senso delle pro­por­zioni e alla mate­ria­lità della sto­ria, la spa­rata gril­lina infatti ottiene anche il risul­tato di svuo­tare il suo stesso mes­sag­gio. Come sem­pre, la reto­rica del gril­li­smo con­si­ste nel mesco­lare cose sen­sate a spa­rate assurde, e nell’alzare i toni in modo da ren­dersi inau­di­bile. Un esito dell’improvvida spa­rata di Grillo è anche quello di invol­ga­rire giu­ste pre­oc­cu­pa­zioni per il destino del nostro paese. Anche gente seria come Zagre­bel­ski e Rodotà avverte che cor­riamo il rischio di una deriva auto­ri­ta­ria; ma para­go­narla al nazi­smo signi­fica solo gon­fiare oltre misura, riem­pire di aria (fritta), la per­ce­zione dei rischi reali che cor­riamo e inde­bo­lire i loro solidi argo­menti. Un’ultima nota­zione. È vero quello che dice Grillo: Napo­li­tano (che non sem­pre ha ragione) è vec­chio. Beppe Grillo è del 1948. Com­bina l’ingiustificato gio­va­ni­li­smo dei rot­ta­ma­tori con l’età pen­sio­na­bile. Auguri. Alessandro Portelli - il manifesto

 
 
 

LUPI E SQUALI, ECCO IL PIANO CASA

Post n°724 pubblicato il 13 Aprile 2014 da red67ag

C'era qual­che pre­oc­cu­pa­zione nel pen­sare di aprire il ragio­na­mento sul Piano casa del governo Renzi ricor­dando la figura di Gior­gio La Pira. Temevo infatti che la lin­gua incon­ti­nente del pre­mier avrebbe sepolto il grande sin­daco della Firenze degli anni del dopo­guerra sotto la sequela di insulti che dedica ormai al meglio della cul­tura ita­liana, da Rodotà a Zagre­bel­sky e Set­tis. Un altro pro­fes­so­rone da disprez­zare, o meglio un estre­mi­sta. La Pira lasciò infatti di stucco l’opinione pub­blica dell’epoca per­ché requisì molti appar­ta­menti non uti­liz­zati per asse­gnarli alle fami­glie povere e per i senza tetto. Un adem­pi­mento audace, ma iscritto nella Costi­tu­zione (art. 3) che cono­sceva alla per­fe­zione avendo fatto parte dell’assemblea costituente. Anche oggi ci sono decine di migliaia di fami­glie e di gio­vani che non hanno la pos­si­bi­lità di avere una casa, ma la musica è cam­biata. Nell’articolo 5 del decreto legge n. 47 (final­mente pub­bli­cato pochi giorni fa) «Piano casa per l’emergenza abi­ta­tiva» si afferma che nelle occu­pa­zioni abi­ta­tive che pun­teg­giano molte grandi aree urbane del paese e che riguar­dano, come è noto, edi­fici abban­do­nati da tempo, è vie­tato allac­ciare i pub­blici ser­vizi, acqua e luce elet­trica. La Pira era un cat­to­lico come il pre­mier e come il mini­stro per le infra­strut­ture Mau­ri­zio Lupi e quell’articolo dimo­stra l’abisso cul­tu­rale che li divide. Quest’ultimo ha defi­nito delin­quenti gli occupanti. Ma non è que­sta l’unica ver­go­gna pre­sente nel testo di legge pre­pa­rato con tutta evi­denza dall’ufficio studi dell’associazione dei costrut­tori e dalla pro­prietà edi­li­zia e pron­ta­mente vei­co­lato dal pre­mier. Nei venti anni di can­cel­la­zione di ogni regola, si è costruito molto nel nostro paese: i dati uffi­ciali ci dicono che gli alloggi recenti inven­duti sono un milione e mezzo: da soli potreb­bero ospi­tare quat­tro o cin­que milioni di abi­tanti. Ancora i dati uffi­ciali ci dicono poi che ci sono oltre 200 mila fami­glie in grave disa­gio abi­ta­tivo. Ma figu­ria­moci se chi si è arric­chito oltre misura in que­sti due decenni rinunci ad una mode­sta parte delle pre­vi­sioni di gua­da­gno. Così, all’articolo 10 si per­mette di assi­mi­lare que­gli alloggi, dovun­que siano ubi­cati e qua­lun­que qua­lità abbiano, in alloggi «sociali», che vuol dire otte­nere tutte le age­vo­la­zioni di legge ed eco­no­mi­che per desti­narli a fami­glie in grado di pagarsi un mutuo immobiliare. Se la ven­dita di auto­mo­bili supera la domanda di mer­cato e i piaz­zali delle aziende si riem­piono, si riduce la pro­du­zione e per sal­va­guar­dare i lavo­ra­tori si ricorre a con­tratti di soli­da­rietà o agli ammor­tiz­za­tori sociali. Il com­parto abi­ta­tivo con­ti­nua a sfug­gire alle logi­che del mer­cato tanto osan­nate a parole. Se il mer­cato tira, gli ope­ra­tori immo­bi­liari pos­sono gua­da­gnare ciò che vogliono per­ché lo Stato ha rinun­ciato da tempo a qual­siasi azione cal­mie­ra­trice. Nel decreto legge, ad esem­pio (arti­colo 3) si pre­vede ancora di ven­dere le poche case rima­ste di pro­prietà pub­bli­che. Se il mer­cato entra invece in una crisi epo­cale che neces­si­te­rebbe di ben altre ana­lisi e solu­zioni, si ricorre agli aiuti pubblici. Una volta piaz­zate le case inven­dute, non si rinun­cia nep­pure a costruire ancora nuovi quar­tieri. Sem­pre l’articolo 10 dice infatti che lo stesso trucco che tra­sforma l’edilizia pri­vata in alloggi assi­stiti dal denaro pub­blico si applica anche alle grandi lot­tiz­za­zioni che non erano nep­pure ini­ziate pro­prio per la crisi di mer­cato. Si per­pe­tua dun­que il modello dis­si­pa­tivo che ha por­tato all’attuale crisi di sovraproduzione. La Pira viveva in un pic­colo allog­gio all’interno di un con­vento anche se non gli man­ca­vano certo amici in grado di for­nir­gli una casa a prezzi van­tag­giosi. Renzi quando era sin­daco della stessa città ha scelto di farsi pagare l’alloggio da un facol­toso amico. Un altro segnale elo­quente della distanza morale e cul­tu­rale che ci separa da quel fecondo periodo. La con­se­guenza di que­sta distanza cul­tu­rale stava ieri sotto gli occhi di Roma: decine di migliaia di per­sone e di gio­vani senza casa chie­de­vano prov­ve­di­menti veri in grado di risol­vere dav­vero l’emergenza abi­ta­tiva. Prov­ve­di­menti nep­pure sfio­rati da un decreto legge scritto in con­ti­nuità con le teo­rie eco­no­mi­che respon­sa­bili dell’attuale crisi.  

Paolo Berdini il manifesto

 
 
 

IL POPOLO LONTANO E STANCO

Post n°723 pubblicato il 12 Aprile 2014 da red67ag

Le «riforme» isti­tu­zio­nali tar­gate Renzi (e Ber­lu­sconi) mirano a «creare un sistema auto­ri­ta­rio» in cui il pre­si­dente del Con­si­glio – ai bei tempi noto come capo del governo – avrà «poteri padro­nali». Una «svolta auto­ri­ta­ria» si viene com­piendo senza resi­stenze, forte del coin­vol­gi­mento di Pd e Forza Ita­lia. Un regime sta nascendo sotto i nostri occhi «men­tre la stampa, i par­titi e i cit­ta­dini stanno atto­niti (o accon­di­scen­denti) a guar­dare». L’obiettivo è una «demo­cra­zia ple­bi­sci­ta­ria», estra­nea (anti­te­tica) alla Costi­tu­zione (ancora) vigente. Parole – grosse – dell’appello di “Libertà e Giu­sti­zia” fir­mato, tra gli altri, da Ste­fano Rodotà, Sal­va­tore Set­tis, Gustavo Zagre­bel­sky. Le cose stanno dav­vero così? Di que­sto avviso è Piero Bevi­lac­qua, che (il mani­fe­sto, 5 aprile) ha fatto pro­pria e appro­fon­dito la denun­cia. «Come si fa – chie­deva – a non vedere già oggi la cur­va­tura auto­ri­ta­ria che sta pren­dendo il nostro Stato?» E in effetti su una cosa non pos­sono esserci dubbi: l’acquiescenza della cosid­detta opi­nione pub­blica, che in un paese che ha sem­pre avuto una sfera pub­blica debole, fra­gile e rachi­tica è da sem­pre un problema. Delle due l’una. O la denun­cia di “Libertà e Giu­sti­zia” è fon­data, e allora non si dovrebbe par­lare d’altro, visto che di mezzo ci sarebbe né più né meno che la nostra invero malan­data demo­cra­zia costi­tu­zio­nale. Oppure è un abba­glio preso da chi pro­prio non intende il senso magni­fico e pro­gres­sivo delle ten­denze in atto. E allora pure se ne dovrebbe par­lare, visto che i fir­ma­tari non sono pro­pria­mente dei lil­li­pu­ziani né dei sov­ver­sivi, e qual­che pro­blema ci sarebbe ove un gruppo – par­don, un «mani­polo» – di giu­ri­sti e intel­let­tuali di spicco mostrasse di non capire nulla di quanto sta acca­dendo, e si abban­do­nasse incauta a giu­dizi tanto estremi e gravi, oltre che fuor di luogo. Invece nulla, o quasi. Silen­zio. Acqua sul marmo. Il che, in qual­che modo, dimo­stra di per sé la fon­da­tezza dell’allarme. Se figure tanto auto­re­voli pos­sono dire cose tanto serie nell’indifferenza gene­rale, viene il sospetto che in Ita­lia ormai possa acca­dere di tutto – magari pro­prio quello che l’appello denun­cia – senza che nes­suno rea­gi­sca e forse nem­meno se ne accorga. Ma, a parte que­ste con­si­de­ra­zioni, è sin troppo evi­dente che l’appello segnala peri­coli reali. Peral­tro in campo (ha ragione Bevi­lac­qua) già da alcuni decenni. Il sin­daco d’Italia che, forte di due milioni di voti alle pri­ma­rie (poco più del 4% del corpo elet­to­rale), corre impo­nendo le sue sedi­centi riforme, incarna la pro­pen­sione deci­sio­ni­stica che ha accom­pa­gnato negli anni Novanta l’agonia della prima Repub­blica. E dà corpo al lea­de­ri­smo che ne ha costi­tuito il natu­rale corol­la­rio. Que­ste sue stra­bi­lianti tro­vate san­ti­fi­cano la ten­denza a emar­gi­nare le assem­blee elet­tive e le parti sociali. E a con­se­gnare tutte le chiavi del comando (legi­sla­zione com­presa) all’esecutivo e al suo capo. Esat­ta­mente l’incubo che i padri costi­tuenti ten­ta­rono di allon­ta­nare una volta per tutte dal nostro paese. D’altra parte, per­ché le cose dovreb­bero andare altri­menti? Que­sto modello piace a (quasi) tutti nel Palazzo. È il modello euro­peo, dove in sostanza a deci­dere sono la Com­mis­sione (for­mal­mente 28 mem­bri, in realtà tre o quat­tro, a comin­ciare dal com­mis­sa­rio per gli affari eco­no­mici e mone­tari) e la Banca cen­trale. Ed è il modello della glo­ba­liz­za­zione, dove lo scet­tro è in mano ai deten­tori di grandi capi­tali e alle agen­zie di rating. Non per caso né per destino, come si pre­tende ogni qual volta qual­cuno osi ecce­pire. Al con­tra­rio: per deci­sione poli­tica, giac­ché nulla, in linea di prin­ci­pio, impe­di­sce di rein­tro­durre le regole che in pas­sato vin­co­la­vano il movi­mento di capi­tali, incom­pa­ti­bile, se libero, con la sovra­nità degli Stati e dei corpi sociali. L’appello dun­que lan­cia un allarme più che moti­vato, e il silen­zio che lo ha di fatto accolto mette in evi­denza un pro­blema grave che – lo diciamo da anni – coin­volge la respon­sa­bi­lità pri­ma­ria dell’informazione in que­sto paese. Addo­me­sti­cata, alli­neata o forse sol­tanto fun­zio­nale all’andazzo, quindi inca­pace di svol­gere la fun­zione cri­tica che le competerebbe. C’è però un aspetto che rischie­rebbe di rima­nere fuori dalla visuale, ove ci si limi­tasse al tema dell’autoritarismo, stri­sciante o con­cla­mato, di Ren­zu­sconi e dei suoi alfieri. Come risponde il paese a que­sto nuovo attacco ai diritti e alle garan­zie? Come rea­gi­sce alle minacce che il governo porta alla Costi­tu­zione e ai fon­da­menti della demo­cra­zia repubblicana? Anche qui, silen­zio. Indif­fe­renza. Acquie­scenza. Si capi­sce, inten­dia­moci. Sono, lo si diceva, alcuni decenni (tre, per la pre­ci­sione) che que­sta sto­ria va avanti. Per respon­sa­bi­lità di ambo le parti gover­nanti, e a suon di colpi di mano detti riforme isti­tu­zio­nali. Di leggi elet­to­rali oli­gar­chi­che, di rego­la­menti parlamentari-bavaglio. E di insulti alla con­di­zione mate­riale delle per­sone: all’occupazione, al red­dito, alle con­di­zioni di lavoro, allo Stato sociale. Per forza la «gente», nau­seata e atter­rita, si allon­tana dalla poli­tica (un quarto degli ita­liani non va nem­meno più a votare). Per forza i poli­tici – par­lia­moci chiaro: tutti – sono guar­dati con un misto di ran­core e dif­fi­denza. Con­si­de­rati il brac­cio armato di una crisi che deva­sta vite e pen­sieri. Per forza l’idea che la poli­tica sia una cosa sporca non solo va per la mag­giore, ma si aggrava per il fon­dato timore che sia anche fonte di disastri. Sta di fatto che l’apatia e la ras­se­gna­zione la fanno da padrone. Insieme a un risen­ti­mento senza obiet­tivi, di cui si pascono gli impren­di­tori dei nuovi popu­li­smi. Allora viene il sospetto che il peri­colo non venga solo né tanto dai dise­gni auto­ri­tari dei nuovi inqui­lini del Palazzo, ma anche e soprat­tutto dalla stan­chezza impe­rante in una cit­ta­di­nanza che non resi­ste più e non pro­te­sta più. Che ha ormai accet­tato di tra­sfor­marsi in sud­di­tanza per­ché non crede nella pos­si­bi­lità di farsi in qual­che modo valere. Forse non è il pos­si­bile dila­gare della disob­be­dienza l’assillo di lor signori, né tanto meno il rischio di una rivolta sociale. L’essenziale è piut­to­sto assi­cu­rarsi l’inerzia di noi tutti. O, come diceva il buon Jan­nacci, il nostro omeo­pa­tico rin­co­glio­ni­mento. Il che, a cent’anni dalla rivo­lu­zione russa e a un quarto di mil­len­nio da quella fran­cese, non è quel che si dice un bel risultato. Alberto Burgio - il manifesto

 
 
 

LA SOCIETA' DISCIPLINARE CONTRO L'ESERCITO DI "OZIOSI E VAGABONDI"

Post n°722 pubblicato il 12 Aprile 2014 da red67ag

Non potrebbe essere più oppor­tuna la mani­fe­sta­zione di oggi con­tro la pre­ca­rietà e l'austerità, per il diritto al lavoro, al red­dito, all'alloggio, in defi­ni­tiva alla dignità. La fase attuale, infatti, è mar­cata non solo da disoc­cu­pa­zione, pre­ca­rietà e impo­ve­ri­mento di massa, dalla durezza dell'attacco al sala­rio e alle con­di­zioni di lavoro, dalle pri­va­tiz­za­zioni e dalla dra­stica ridu­zione degli spazi di demo­cra­zia. Ma anche dalla ten­denza a tema­tiz­zare la que­stione sociale secondo un les­sico e una stra­te­gia puni­tivi. Chiun­que riven­di­chi atti­va­mente il diritto a una vita digni­tosa o solo provi a rita­gliarsi spazi di soprav­vi­venza, al di fuori della lega­lità for­ma­li­sti­ca­mente intesa, è un nemico sociale in potenza. Sem­bra quasi che siano di ritorno le otto­cen­te­sche "classi peri­co­lose", a rin­no­vare la tra­di­zione bor­ghese del raz­zi­smo di Stato e della paura dei poveri e dei mar­gi­nali, non­ché il sistema sim­bo­lico che tema­tizza il pau­pe­ri­smo in ter­mini di peri­co­lo­sità sociale. Oggi, in Ita­lia, a essere trat­tati da "classi peri­co­lose" sono pre­va­len­te­mente sen­za­tetto, immi­grati, occu­panti di case, "accat­toni mole­sti o petu­lanti", for­mula spesso usata come sino­nimo di "zin­gari". In una fase di grave crisi eco­no­mica, allor­ché vacilla lo Stato sociale e l'area della povertà si allarga a dismi­sura, per­fino a set­tori di classi medie, pre­val­gono il discorso sicu­ri­ta­rio e l'ordine pub­blico: per simu­lare auto­re­vo­lezza agli occhi dei cit­ta­dini, con­qui­starne il con­senso elet­to­rale, soprat­tutto occul­tare l'incapacità di presa sulle grandi deci­sioni riguar­danti la finanza e l'economia, quindi la que­stione sociale. Torna in auge ciò che Luigi Fer­ra­joli ha defi­nito sot­to­si­stema penale di poli­zia: le garan­zie indi­vi­duali dello stato di diritto non vigono più per mar­gi­nali, stra­nieri e altre cate­go­rie stig­ma­tiz­zate, in pri­mis gli "oziosi e vaga­bondi", per usare un les­sico d'antan. Per cui, anzi­ché col­pire l'infrazione di una norma o la lesione di un bene giu­ri­dico, si san­zio­nano stili di vita, disoc­cu­pa­zione, man­canza di allog­gio, in defi­ni­tiva disa­gio sociale e povertà. Intorno a tutto que­sto, da un buon numero d'anni si è deter­mi­nato in Ita­lia un certo con­senso tra destra e sini­stra, ma mai come in que­sta fase è apparsa così palese la sostan­ziale iden­tità di vedute. Un esem­pio lam­pante è costi­tuito dal Patto di sicu­rezza metro­po­li­tana stretto dai sin­daci di Padova, Vene­zia e Tre­viso, con­tro "accat­toni mole­sti o petu­lanti", con­tro il "rac­ket dell'accattonaggio e per la sicu­rezza dei cit­ta­dini". Stiamo citando Gio­vanni Manildo, sin­daco di Tre­viso, avvo­cato cat­to­lico al quale né la fede né il diritto, ancor meno l'appartenenza al Pd, hanno inse­gnato a pren­dersi cura dei cit­ta­dini più sfor­tu­nati. In modo ana­logo si espri­mono gli altri due sin­daci, quello di Padova, Guido Rossi, un ex Dp, oggi Pd, e Gior­gio Orsoni, giu­ri­sta e del Pd pure lui. Tutti e tre recla­mano una banca-dati rela­tiva ai tre comuni "per rico­no­scere subito i pro­fes­sio­ni­sti dell'elemosina" (è l'ex Dp che parla) non­ché fogli di via ed espul­sioni dal ter­ri­to­rio nazio­nale. Tutto ciò per scon­fig­gere il peri­co­loso eser­cito di "accat­toni abi­tuali", costi­tuito da poche decine di per­sone, come loro stessi ammettono. Gen­ti­lini e gli altri for­ca­ioli leghi­sti non sono pas­sati invano. Finora man­cano le ronde, ma lo stile è quello, le reto­ri­che del tutto simili, iden­tico lo scopo: addi­tare e col­pire il capro espia­to­rio più facile e in tal modo distrarre l'attenzione dei cit­ta­dini dalla dram­ma­ti­cità della que­stione sociale e dall'inconsistenza dell'operato delle loro ammi­ni­stra­zioni, che in due casi, Tre­viso e Padova, inclu­dono anche Sel. La stessa fina­lità si può intrav­ve­dere die­tro il pro­li­fe­rare d'iniziative sicu­ri­ta­rie in altre città ita­liane. Anche Firenze, che non è nuova a tal genere d'imprese (ricor­date la glo­riosa cam­pa­gna del 2007 con­tro il "rac­ket dei lava­ve­tri"?), si è dotata di una task force con lo scopo di fare puli­zia etnica nella sta­zione di Santa Maria Novella: con­trolli ser­rati ai danni di "accat­toni, abu­sivi e sen­za­tetto" e fogli di via per per­sone ree di mani­fe­sta povertà. Quale reato con­fi­gura, infatti, aiu­tare viag­gia­tori mal­de­stri alle prese con le bigliet­te­rie auto­ma­ti­che od offrirsi di tra­spor­tare i loro baga­gli in cam­bio di una man­cia? "Sono tutti cit­ta­dini comu­ni­tari che non sem­pre com­met­tono reati e dun­que pos­siamo solo mul­tarli e allon­ta­narli", si lamenta un agente della poli­zia fer­ro­via­ria, citato il 5 feb­braio da Luca Ser­ranò in un arti­colo della Repub­blica più che allineato. Non è da meno la giunta mila­nese, anch'essa com­pren­dente Sel, che s'illustra per gli sgom­beri d'insediamenti rom e la recente tro­vata di sbar­rare con can­celli la strada che con­duce alla "rici­cle­ria" comu­nale. Scopo dichia­rato è impe­dire ai rom di atten­dere le auto di chi porta a smal­tire i rifiuti per pro­cu­rarsi oggetti da rici­clare e ven­dere. Men­tre si parla di decre­scita e di obso­le­scenza pro­gram­mata delle merci, si finge d'ignorare che l'attività di recu­pero e riu­ti­lizzo dei rifiuti svolta dai rom con­fi­gura "una pra­tica vir­tuosa" e "ogget­ti­va­mente ambien­ta­li­sta", per citare Ale­ramo Vir­gili, della Rete nazio­nale ope­ra­tori dell'usato. Quanto alla Capi­tale, non si può dire che la giunta Marino si distin­gua per netta inver­sione di ten­denza. Di recente Amne­sty Inter­na­tio­nal è tor­nata a denun­ciare la sostan­ziale per­pe­tua­zione del fami­ge­rato Piano nomadi, la poli­tica degli sgom­beri for­zati dei campi detti abu­sivi, la segre­ga­zione etnica in inse­dia­menti privi del minimo com­fort, l'esclusione dei rom dall'edilizia resi­den­ziale pub­blica, la repres­sione di atti­vità infor­mali come i mer­ca­tini dell'usato, spesso unica fonte di red­dito. Se si aggiun­gono le ini­zia­tive repres­sive ad opera di poli­zia e magi­stra­tura- gli sgom­beri di decine di occu­pa­zioni e le misure cau­te­lari inflitte ad attivisti/e del movi­mento per il diritto all'abitare -, si può avere un'idea di quale sia a Roma l'offensiva con­tro le "classi pericolose". A san­cire que­sta ten­denza, un'iniziativa gover­na­tiva recente: il cosid­detto Piano casa, appro­vato dal con­si­glio dei mini­stri, in forma di decreto, il 12 marzo scorso. Quest'insieme di misure, pre­sen­tate come la solu­zione alla que­stione abi­ta­tiva, con­tiene un arti­colo per­fido, il 5, che sta­bi­li­sce l'assoluto divieto, anche retroat­tivo, di con­ce­dere resi­denze e allacci delle utenze agli occu­panti abu­sivi. Il che inter­dice di acce­dere al ser­vi­zio sani­ta­rio nazio­nale, d'iscrivere i figli a scuola, di eser­ci­tare il diritto di voto e così via. Il primo ad appli­carlo è stato il Comune di Parma, gover­nata da un sin­daco e una giunta a 5 Stelle, che s'erano pre­sen­tati come nemici della spe­cu­la­zione edi­li­zia e stre­nui difen­sori dei più deboli. A ben riflet­tere, i pro­fes­sio­ni­sti della società disci­pli­nare danno prova di auto­le­sio­ni­smo e scon­si­de­ra­tezza, poi­ché repri­mono non forme di sov­ver­sione, ma di mutua­li­smo e di Wel­fare auto-orga­niz­zato, in fondo. Quelle che per ora impe­di­scono che la dispe­ra­zione sociale esploda in con­flitti vio­lenti e gene­ra­liz­zati o in sui­cidi di massa alla Jonestown.

Annamaria Rivera il manifesto 12/04/14

 
 
 

L'ARGOMENTO DI CALLICLE

Post n°721 pubblicato il 09 Aprile 2014 da red67ag

"Certo, Socrate, la filo­so­fia è un’amabile cosa, pur­ché uno vi si dedi­chi, con misura, in gio­vane età; ma se uno vi passi più tempo del dovuto, allora essa diventa rovina degli uomini», tanto più se s’intende ammi­ni­strare la città. Così dice Cal­li­cle nel Gor­gia, il dia­logo pla­to­nico dedi­cato alla Reto­rica, e aggiunge che «chi si attar­dasse più tempo del dovuto» su quel sapere astratto, e pre­ten­desse di dir la pro­pria sulle cose della Polis, fini­rebbe per infa­sti­dire e intral­ciare, per­ché ine­sperto delle “cose del mondo”: degli “affari” pri­vati e pub­blici, «dei costumi degli uomini nor­mali», tanto da «ren­dersi ridi­colo allo stesso modo in cui si ren­dono ridi­coli i poli­tici quando s’intromettono nelle vostre dispute e nei vostri astrusi ragio­na­menti». E’, il suo, il primo esem­pio – un arche­tipo – di quel disprezzo per la cono­scenza e per i“sapienti” (per gli intel­let­tuali, appunto) che ritor­nerà infi­nite volte nelle zone gri­gie della storia. Su chi fosse Cal­li­cle si hanno poche infor­ma­zioni. Com­pare come una meteora in quest’unico dia­logo, e poi scom­pare. Di lui si sa solo che era un gio­vane (più gio­vane di Socrate e anche di Pla­tone) molto ambi­zioso. Che mili­tava nel par­tito oli­gar­chico. E che era un sofi­sta nel senso prag­ma­tico del ter­mine, cioè un fau­tore di quell’intreccio tra sapere e affari che si pra­ti­cava nella scuola di Gor­gia (sorta di Cepu dell’età clas­sica), e di quell’idea della Reto­rica come arte della per­sua­sione altrui che teo­riz­zava il pri­mato del Discorso sulla Giu­sti­zia, sfor­nando schiere di pri­mi­ge­nii Ghe­dini ate­niesi. Volendo fare il gioco della tra­spo­si­zione dall’Atene del IV secolo a.c. alla nostra disa­strata Città, potremmo dire che Cal­li­cle incar­nava in sé un po’ di Renzi e un po’ di Berlusconi. Del primo aveva, oltre all’età e all’ambizione, il mito dell’energia e della forza, e l’insofferenza (tipica anche dell’altro) per le regole e le leggi, con­si­de­rate impacci. Peg­gio, inven­zioni di «uomini deboli e del volgo» fatte per fre­nare i forti, i «ben dotati dalla natura», — i “veloci”, potremmo dire, o i furbi — e impe­dir loro di fare «e di pre­va­ri­care» (testual­mente nell’originale) come richie­de­rebbe invece il «diritto di natura», il quale risponde alla regola del fatto com­piuto, del diritto del più forte e del più capace a «scrol­larsi di dosso» e «fare a pezzi… i nostri scritti, incan­te­simi, sor­ti­legi e leggi, che sono tutti con­tro natura». Del secondo (e solo di que­sto) con­di­vi­deva il culto per la sen­sua­lità e l’intemperanza, per la dila­ta­zione del desi­de­rio e del pia­cere come cul­mine della feli­cità, nella con­vin­zione che «colui che intende vivere con ret­ti­tu­dine [«secondo natura»] deve lasciare che i pro­pri desi­deri s’ingigantiscano il più pos­si­bile e non deve met­tervi freno» per «saperli ser­vire, con corag­gio e accu­ra­tezza» una volta che essi abbiano rag­giunto il cul­mine. Pul­sioni, umori, diversi, ma in qual­che misura uni­fi­cati dalla comune osti­lità – dall’odio rive­stito di disprezzo — per la rifles­si­vità, il lavoro, ine­vi­ta­bil­mente più lento e meno ferino, del pen­siero. I suoi moniti e le sue dub­bio­sità. In una parola per il ruolo sto­rico dei cosid­detti “intellettuali”. Sem­bra impos­si­bile, ma è così. Ogni volta che il nostro Paese risco­pre il fascino cupo del cari­sma come extrema ratio, è lì che ritorna, alla velo­cità della luce: a quell’archetipo tos­sico che con­trap­pone l’Azione al Pen­siero. Il Demiurgo al Rifles­sivo. Il Fare al Pen­sare. E addita nell’“intellettuale” il nemico della Patria. Il peda­groso posa­piano che ral­lenta gli arditi. L’ostacolo pignolo al radioso futuro che il piè veloce Achille pro­mette e manterrà. E’ suc­cesso una tren­tina di anni fa con Craxi, nel momento in cui la Prima Repub­blica entrava nella sua fase coma­tosa (ricor­date l’invettiva con­tro gli «intel­let­tuali dei miei sti­vali»?). E si è ripe­tuto una ven­tina di anni or sono, con Ber­lu­sconi, quando nac­que (male, malis­simo) la cosid­detta Seconda Repub­blica, nell’odore di fango e nella mar­cia trion­fale dei media. Era suc­cesso, con aspetti ben più tra­gici, quasi un secolo or sono, con la crisi dello stato libe­rale e l’avvento del mus­so­li­ni­smo. Suc­cede oggi – si parva licet – con Mat­teo Renzi, al suo esor­dio come impro­ba­bile sal­va­tore della patria. Ogni volta si è assi­stito all’esibizione dello stesso les­sico, con poche varia­zioni. E chi richia­mava all’opportunità di sof­fer­marsi sulla pro­ble­ma­ti­cità dell’accadere, sulla sua com­ples­sità non ridu­ci­bile con le parole magi­che, è stato liqui­dato con una catena di ter­mini che vanno dal post­bel­lico ““disfat­ti­sta” e “imbelle”, al deni­gra­to­rio “insulso” («insulso intel­let­tuale» fu la for­mula con cui Mus­so­lini invitò il Pre­fetto di Torino a per­se­gui­tare Gobetti) ai più didat­tici «pro­fes­so­roni» o «pro­fes­so­rini» (in qual­che caso «pro­fes­so­ru­coli»), all’enfatico «Soloni» o «sapien­toni», oltre i quali la crea­ti­vità dei cri­tici della cri­tica non sa andare. Né la cosa stu­pi­sce. Fa parte dell’ordine delle cose il fasti­dio per la fatica del pen­siero e l’affidamento all’uomo che risolve, tanto più quando non s’intravvedono solu­zioni possibili. Quello che può incu­rio­sire, piut­to­sto, è l’estensione della ragna­tela oggi, che giunge a lam­bire figure che si cre­de­vano esenti da que­ste fol­go­ra­zioni sulla via del Naza­reno: non più i soliti Fel­tri e Bel­pie­tro, se pos­si­bile i meno aggres­sivi per esau­ri­mento delle bat­te­rie, ma i Gra­mel­lini, i Meni­chini, le mini­stre­bo­schi, gli edi­to­ria­li­sti dell’Unità e di Europa, gli spin doc­tors di com­ple­mento del Tg3, su lun­ghezze d’onda non dis­si­mili dai vari Gasparri (memo­ra­bile per vol­ga­rità la sua mimica sulla lun­ghezza delle par­ruc­che di Zagre­bel­sky e Rodotà, ma non molto diversa da quella del vice­di­ret­tore della Stampa sulle «vec­chie cin­ture di castità» …), tutti ad acca­nirsi con­tro l’intellettuale fre­na­tore, il disin­can­tato disin­can­ta­tore, lo scet­tico blu che spe­gne i sogni, il fasti­dioso acri­bioso che cerca sem­pre il pel nell’uovo alla mensa dei giganti… E’ molto pro­ba­bile che alcuni di que­sti “per­suasi” pro­ve­ranno un giorno ver­go­gna del pro­prio invol­ga­ri­mento, una volta sva­nito l’effetto della fasci­na­zione. Ma resta l’interrogativo sull’origine miste­riosa di quel fascino improv­viso. Che cari­sma è que­sto, che bypassa ogni lezione della sto­ria, e fa cadere ogni bar­riera all’accesso alle menti, tanto da can­cel­lare decenni di cul­tura cri­tica, razio­na­li­sta e demo­cra­tica per­ché col­pi­sce, ora, anche quei set­tori che si erano fino ad ora difesi dall’“invasione degli Iksos”? Non è il cari­sma guer­riero del Benito Mus­so­lini delle ori­gini, uscito dalle tem­pe­ste d’acciaio e dalle trin­cee di fango. E nem­meno quello del Craxi-rapinatore di passo (Ghino di Tacco), fon­dato sul ricorso a una spre­giu­di­ca­tezza ine­dita nella sto­ria della sini­stra ita­liana nell’assalto alle ban­che e alle dili­genze. O il cari­sma pro­prie­ta­rio e geni­tale del Ber­lu­sconi re del video e delle veline final­mente spo­gliate. Il suo sem­bra più il cari­sma vir­tuale – e impal­pa­bile — della ver­ti­gine. Il trauma della velo­cità come meta­fora (e sur­ro­gato) dell’energia e come tec­nica di con­vin­ci­mento. L’essere ogni volta altrove, rispetto al luogo dei pro­blemi, così da appa­rirne il solu­tore (e il salvatore). E’, in fondo, a ben guar­dare, la tec­nica dell’illusionista. Il segreto del pre­stige, inteso come gioco di pre­sti­gio, in cui la rapi­dità del movi­mento e l’uso del diver­sivo – del gesto che disto­glie l’attenzione – sono la chiave del suc­cesso, e per­met­tono a chi sta sul palco di con­qui­stare la dedi­zione del pub­blico pagante. Renzi in que­sto è mae­stro: fa com­pa­rire, e subito dopo scom­pa­rire, la legge elet­to­rale, una volta veri­fi­cato che di lì non si passa, subito sosti­tuita, coni­glio dal cilin­dro, dal Jobs act e dalle sli­des, esi­bendo gli 80 euro in busta paga men­tre scom­pa­iono in un fou­lard viola pezzi di sistema sani­ta­rio e di ser­vizi sociali o interi bloc­chi di patri­mo­nio pub­blico avviati alla pri­va­tiz­za­zione. Dice di aver abo­lito le pro­vince, come pro­messo, e quelle se ne stanno sem­pre lì, intatte sotto il tap­peto por­pora del tavolo, non più elet­tive ma pur sem­pre inte­gre. Pre­para la Gre­cia, ma sem­bra la Ger­ma­nia. Finge un bat­ter di pugni men­tre in realtà batte i tac­chi. Ma non importa, gli occhi sognanti del pub­blico sono persi nel volo di colombe e guai a chi, restando fermo nel ver­ti­gi­noso movi­mento, scruta sotto il man­tello per cogliere il trucco. L’odiato intel­let­tuale è odiato per que­sto. Per­ché minac­cia di sve­lare il pre­stige. Di disin­can­tare l’illusione. Nemico con­di­viso di tutti gli spet­ta­tori che, inca­paci di par­te­ci­pare alla solu­zione del pro­blema, pre­fe­ri­scono vedersi rap­pre­sen­tata la mate­ria­liz­za­zione della spe­ranza. La sua filo­so­fia è peri­co­losa, come lo fu l’occhio inge­nuo del bam­bino che rive­lava la nudità del re. Pas­serà pro­ba­bil­mente, come tutte le infa­tua­zioni. Ma intanto sarà dura. Unica con­so­la­zione: la con­sta­ta­zione che oggi, dell’“uomo di mondo” Cal­li­cle – che con­tra­ria­mente all’“insulso” e “inge­nuo” Socrate non inse­guiva le nuvole e le idee -, nes­suno ricorda nep­pure più il nome.

Marco Revelli  il manifesto

 
 
 
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