Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

 

IL PARTITO DELLA RESTAURAZIONE

Post n°911 pubblicato il 31 Ottobre 2014 da red67ag

Al ter­mine di una delle prime espo­si­zioni pub­bli­che delle sue ricer­che, Sig­mund Freud si gua­da­gnò un com­mento piut­to­sto vele­noso: «C’è del nuovo e del buono nelle sue teo­rie, dot­tor Freud, pec­cato che il buono non sia nuovo e il nuovo non sia buono!». L’astio con­ser­va­tore che ispirò que­sto giu­di­zio rive­lava bru­tal­mente l’intento di deni­grare ogni inno­va­zione e cele­brare le salde verità della tra­di­zione acca­de­mica. Non­di­meno si faceva forza di una con­trad­di­zione, sem­pre pos­si­bile, sul piano logico come su quello sto­rico, tra il «nuovo» e il «buono». Con­trad­di­zione che l’ideologia pro­gres­si­sta lasciava sva­nire in un otti­mi­smo rara­mente disin­te­res­sato e assai effi­cace nel masche­rare gli squi­li­bri, gli orrori di nuovo conio, le esclu­sioni e le discri­mi­na­zioni com­piute durante il cam­mino verso il «Pro­gresso». Que­sta ideo­lo­gia, un tempo ter­reno pre­di­letto d’incontro tra la cosìd­detta bor­ghe­sia «illu­mi­nata» e il socia­li­smo del movi­mento ope­raio, è stata sot­to­po­sta alle cata­stro­fi­che prove della sto­ria e a una ine­lu­di­bile cri­tica teo­rica e poli­tica, che alla fine ha pre­teso che la «Moder­nità» si facesse «rifles­siva», attenta ai gua­sti che aveva pro­dotto e al blocco delle sue stesse pro­spet­tive. Il «pro­gres­si­smo» inge­nuo e trion­fa­li­sta divenne così un ferro vec­chio che nes­suno voleva più nomi­nare, seb­bene fosse rima­sto, sot­to­trac­cia, l’ultima linfa iden­ti­ta­ria della «sini­stra». La rivo­lu­zione neo­li­be­ri­sta le avrebbe sot­tratto anche que­sto labile anco­rag­gio. Quando fu fatta pas­sare l’idea che dall’ arric­chi­mento dei ric­chi tutti avreb­bero tratto un qual­che van­tag­gio, che l’accentuarsi delle dise­gua­glianze sarebbe stato motore di svi­luppo e il potere incon­tra­stato delle éli­tes il trionfo dell’efficienza, il campo del «Pro­gresso» era inte­ra­mente occu­pato. A sug­gello di que­sta occu­pa­zione i cer­vel­loni del Cor­riere della sera, pote­rono infine decre­tare che «il libe­ri­smo è di sini­stra». Ben con­sa­pe­voli che con l’inversione dei ter­mini il risul­tato non cam­bia. La sini­stra libe­ri­sta si accin­geva a occu­pare la scena all’insegna della «novità».

Il «pro­gres­si­smo» era però alquanto scre­di­tato e per rie­su­marne il nuovo spi­rito ani­male biso­gnava ricor­rere ad altre parole: «inno­va­zione», «cam­bia­mento», «futuro», «nuovo», per­fino «rivo­lu­zione» accom­pa­gnata da qual­che agget­tivo gla­mour. E sospin­gere negli inferi della «con­ser­va­zione» voci cri­ti­che, posi­zioni con­flit­tuali e resi­stenze. Ma per fare que­sto una ulte­riore acro­ba­zia reto­rica si ren­deva neces­sa­ria. Fin dagli albori della Moder­nità, «con­ser­va­zione» ha signi­fi­cato la con­ser­va­zione di gerar­chie e pri­vi­legi e «tra­di­zione» la tra­smis­sione indi­stur­bata dei mede­simi. Si trat­tava a que­sto punto di equi­pa­rare i diritti acqui­siti ai pri­vi­legi di que­sta o quella cate­go­ria, gli ope­rai di fab­brica ai signori col san­gue blu. Ope­ra­zione faci­li­tata dal fatto che quei diritti erano stati nel frat­tempo inde­bo­liti e soprat­tutto negati a una vasta pla­tea di cit­ta­dini, la nuova plebe del pre­ca­riato e dei diver­sa­mente inoc­cu­pati (che, di riforma in riforma, plebe è sem­pre rima­sta). Fatto sta che altri «pri­vi­legi», quelli spet­tanti (per tra­di­zione o per usur­pa­zione) alle alte sfere della gerar­chia eco­no­mica e sociale non dove­vano essere toc­cati. Per­ché esi­gere una cosa del genere ci avrebbe con­fi­nato nelle fila della «con­ser­va­zione» più arcaica, osta­co­lando il pro­gresso (par­don, l’innovazione) fon­data sulla mito­lo­gia della «com­pe­ti­ti­vità» e del «merito». In poche mosse la dia­let­tica tra inno­va­zione e con­ser­va­zione veniva così ridi­se­gnata ad uso e con­sumo della pro­pa­ganda governativa.

Ora, tra le «novità» del tempo pre­sente pos­siamo anno­ve­rare l’erosione dei red­diti e delle con­di­zioni di vita, il blocco della mobi­lità sociale verso l’alto, la deva­sta­zione dell’ambiente, il potere incon­trol­la­bile del capi­tale finan­zia­rio, la per­va­si­vità dei dispo­si­tivi di con­trollo sulla vita quo­ti­diana, la cre­scita smi­su­rata della popo­la­zione car­ce­ra­ria, la bar­ba­rie post­mo­derna e «gio­va­nis­sima» che imper­versa in diverse aree del modo e molte altre sgra­de­voli «inno­va­zioni». Esi­ste un «nuovo» capace di con­tra­stare que­ste «novità»? Un «buon nuovo»? Se esi­ste non sem­bra pro­spe­rare tra gli inno­va­tori per pro­fes­sione e per voca­zione. Dediti, piut­to­sto, a un sostan­ziale ritorno al pas­sato. Il lavoro con pochi diritti e a basso sala­rio è già esi­stito, la «gover­na­bi­lità» senza intralci anche, l’identificazione tra Par­tito e Nazione, disgra­zia­ta­mente, pure. Il gioco con­si­ste nello spac­ciare il nega­tivo pro­dotto nel pre­sente, e secondo i suoi para­me­tri «inno­va­tivi», come retag­gio del pas­sato. Atte­nen­dosi al vec­chio ada­gio secondo cui tutti i mali deri­ve­reb­bero dal fatto di non aver appli­cato le «riforme» con suf­fi­ciente deci­sione e non dal con­te­nuto di quelle «riforme» stesse.

«Tutto è cam­biato», declama l’uomo del futuro, «il posto fisso non esi­ste più» (ce ne era­vamo accorti da almeno due decenni), ragion per cui il suo Jobs act, pro­mette di ampliare e sta­bi­liz­zare il lavoro a tempo inde­ter­mi­nato (e cioè la fin­zione di un «posto fisso» a certe impro­ba­bili con­di­zioni). Serve un chia­ri­mento: se, ten­den­zial­mente, il lavoro stan­dard a tempo inde­ter­mi­nato con­ti­nuerà ine­vi­ta­bil­mente a con­trarsi (vuoi per pro­cessi con­nessi all’automazione, vuoi per l’affermarsi di diverse forme di vita, vuoi per obso­le­scenza sto­rica del lavoro sotto padrone e l’accresciuta auto­no­mia del lavoro vivo) allora la redi­stri­bu­zione della ric­chezza andrebbe ripen­sata su basi più uni­ver­sa­li­sti­che e sgan­ciate dalla spe­ci­fica con­di­zione lavo­ra­tiva; se invece «il posto fisso» esi­ste ancora ed è con­si­de­rato addi­rit­tura la con­di­zione nor­male e auspi­ca­bile, pri­varlo di diritti e di garan­zie sarebbe sem­pli­ce­mente cri­mi­nale. Almeno se ci si pone dal punto di vista della difesa dei lavo­ra­tori e non da quello di chi si giova della loro più estrema ricat­ta­bi­lità, senza dare, nean­che a que­ste con­di­zioni, alcuna garan­zia di nuova occupazione.

Nel frat­tempo si aumenta enor­me­mente la pres­sione fiscale sui lavo­ra­tori auto­nomi (que­sti sì dav­vero nuovi nelle loro grame con­di­zioni di vita) a par­tire dallo stra­to­sfe­rico red­dito di 15.000 euro all’anno. Per un cam­pione del post­for­di­smo di «sini­stra», quale si vor­rebbe il nostro pre­si­dente del con­si­glio, non c’è male.

Pas­sando in ras­se­gna la più avan­zata fron­tiera dell’immaginazione poli­tica con­tem­po­ra­nea tro­ve­remo poi il bonus bebè rateiz­zato, lo sconto penale sul rien­tro dei capi­tali «eso­dati», senza dimen­ti­care gli ate­liers natio­naux delle Grandi opere, la pro­messa di 800mila posti di lavoro e altre inau­dite «inno­va­zioni» del mede­simo tenore. La «luce in fondo al tun­nel» è addi­rit­tura abbagliante.

Il ritorno inno­va­tivo all’antico fu chia­mato, in un tempo feroce ma di for­mi­da­bile fio­ri­tura cul­tu­rale, Rina­sci­mento. In un altro tempo di ritorno delle signo­rie e delle ser­vitù, delle teste coro­nate e dei loro pri­vi­legi, di spie­tata repres­sione di ogni dis­senso e con­flitto, fu invece bat­tez­zato Restau­ra­zione. Que­sta seconda deno­mi­na­zione sem­bra pur­troppo la più adatta a desi­gnare il pano­rama della crisi e del suo governo che ci circonda.

Marco  Bascetta  il manifesto

 
 
 

PD, CHI ASPETTA OBBEDENDO

Post n°910 pubblicato il 30 Ottobre 2014 da red67ag

Ormai di tempo per pren­dere le misure del feno­meno Renzi, la sini­stra Pd ne ha avuto abba­stanza. E, a meno di una con­sa­pe­vole volontà di ras­si­cu­ra­zione che pog­gia però sul niente, dovrebbe aver per­ce­pito che uno spa­zio per la media­zione è impos­si­bile. Renzi peral­tro non lo cerca, si vanta di aver “spia­nato” i reduci, schiaf­feg­giato le loro ban­diere, umi­liato la loro piazza. L’offerta di una tre­gua è una ste­rile invo­ca­zione, quella di non infie­rire troppo, rivolta dagli scon­fitti allo spie­tato castigatore.

Renzi non è inte­res­sato alla costru­zione di un par­tito strut­tu­rato, retto cioè da una logica uni­ta­ria e da una lea­der­ship rispet­tosa delle dif­fe­renze interne. Riven­dica solo una fedeltà per­so­nale, con scene ordi­na­rie di una obbe­dienza con­for­mi­stica al capo. Egli non mostra alcuna pre­oc­cu­pa­zione per i com­piti di coe­sione pro­pri di una dire­zione poli­tica auto­re­vole. Renzi vuole solo coman­dare con col­la­bo­ra­tori dalla schiena curva, non diri­gere una orga­niz­za­zione com­plessa. Chi non si ade­gua alla sua ine­so­ra­bile stra­te­gia di edi­fi­care una variante del par­tito per­so­nale, non più a matrice azien­dale ma non per que­sto sprov­vi­sto di fonti ingenti di approv­vi­gio­na­mento mediatico-finanziario che lo rin­sal­dano al potere, è desti­nato ad essere schiac­ciato, senza pietà.

E’ per lui inu­tile ogni visi­bile segno di auto­no­mia, qual­siasi voce cri­tica farebbe solo ombra alla sacra­lità del capo che in soli­tu­dine inter­preta gli umori pro­fondi del popolo ostile all’élite. La pre­tesa di domi­nio è così asso­luta che non esita a spez­zare ogni sta­bile radi­ca­mento del Pd nella com­po­nente, quella del lavoro, peral­tro mag­gio­ri­ta­ria della sua antica coa­li­zione sociale. Iden­tità, radici sociali, forma par­tito, cul­tura delle isti­tu­zioni: dav­vero tutto separa la sini­stra del Pd da Renzi e pro­prio nulla la uni­sce a un capo che per­se­gue un dise­gno, sem­pre più espli­cito, di edi­fi­care un potere per­so­nale a forte traino popu­li­sta e ben pro­tetto dal quasi totale con­for­mi­smo dei media.

Que­sto espli­cito piano di sem­pli­fi­ca­zione a sfondo cesaristico-mediatico è for­te­mente regres­sivo, incom­pa­ti­bile con la cul­tura della sini­stra e andrebbe per­ciò osta­co­lato, in ogni modo effi­cace. La vit­to­ria di Renzi non coin­cide con il suc­cesso della sini­stra. Certo, la situa­zione è per la mino­ranza assai para­dos­sale, per­ché la obbliga a distri­carsi tra un male mag­giore e un male minore. Se vince Renzi, fini­sce la poli­tica e viene san­cita l’eutanasia di ogni aspi­ra­zione alla rina­scita di una qual­che demo­cra­zia dei par­titi. Se perde, non dopo una bat­ta­glia tra­spa­rente ma per­ché tra­mor­tito dalla forza delle cose, dalle sue mace­rie verrà tra­volta anche la sini­stra interna, rovi­nata dal suo vano atten­di­smo. E’ infatti un’illusione aspet­tare obbe­dienti, e solo con qual­che riserva, dalle retro­vie che il folle piano vada a sbat­tere e imma­gi­nare di ripren­dere a cam­mi­nare a testa alta subito dopo il fra­gore rovi­noso da tutti avvertito.

E’ pre­fe­ri­bile per­ciò un lavoro poli­tico con­sa­pe­vole, un dise­gno espli­cito di rot­tura che accom­pa­gni Renzi alla resa. Nello svuo­ta­mento delle resi­duali divi­sioni poli­ti­che tutte ospi­tate in un indi­stinto par­tito della nazione (in effetti Renzi potrebbe essere, con pari cre­di­bi­lità, lea­der di uno qual­siasi dei tre non-partiti oggi esi­stenti), si con­so­li­de­rebbe altri­menti un sistema informe e retto da un pro­filo pseudo cari­sma­tico dif­fi­cile da scal­fire una volta con­so­li­dato al potere.

Machia­velli notava che in poli­tica «si cava una regola gene­rale, la quale mai o raro falla, che chi è cagione che uno diventi potente, ruina». E nella rapida, quanto sinora incon­tra­stata, ascesa di Renzi alla con­di­zione di «potente», anche i suoi avver­sari interni sono la «cagione» del tanto domi­nio in fretta accu­mu­lato. Prima sol­le­ci­tando in dire­zione un cam­bio di passo rispetto a Letta, e poi votando in aula una fidu­cia “cri­tica” alla delega all’esecutivo per la sop­pres­sione dell’articolo 18, la mino­ranza del Pd ha con­sen­tito al ren­zi­smo di incas­sare dei grandi atte­stati di potenza e con tali incaute mosse rischia forse di aver san­cito la pro­pria «ruina».

Il timore di una crisi di governo ha para­liz­zato qual­siasi dispo­ni­bi­lità alla prova di forza su una grande que­stione iden­ti­ta­ria (diritto di licen­ziare come arma della moder­niz­za­zione e della ridu­zione di ogni dignità al lavoro). Sinora la mino­ranza del Pd ha evi­tato di por­tare lo scon­tro nella sola zona di cri­ti­cità esi­stente per Renzi, cioè nei gruppi par­la­men­tari, non ancora del tutto omo­lo­gati ma anch’essi pros­simi alla resa nel mirag­gio di una rican­di­da­tura. E così ha spia­nato la strada al dise­gno di un potere a con­du­zione per­so­nale senza mai lan­ciare dei sassi, col­pire di sor­presa, ten­dere agguati. Machia­velli avver­tiva che in poli­tica «è meglio fare et pen­tirsi che non fare et pentirsi».

La scis­sione allora? Non è detto che essa accada. La tat­tica pre­vale sulla stra­te­gia in que­ste scelte. Esclu­derla in linea di prin­ci­pio è però di sicuro una castra­zione pre­ven­tiva della pos­si­bi­lità di osta­co­lare un tra­gitto regres­sivo che con­duce verso il domi­nio di una per­sona priva di oppo­si­zioni, limiti, con­trolli e alla sicura archi­via­zione a tappe suc­ces­sive della forma di governo par­la­men­tare. Ogni pra­tica scis­sio­ni­sta deve valu­tare, con distacco, la pre­senza di una con­di­zione indi­spen­sa­bile. Machia­velli chia­ri­sce bene la que­stione, che vale per ogni costrut­tore di una cosa nuova: «esa­mi­nare se que­sti inno­va­tori stanno per loro mede­simi, o se dipen­dano da altri: ciò è se per con­durre l’opera loro biso­gna che pre­ghino, o vero pos­sono forzare».

Insomma, su cosa, su quali forze reali, potrebbe pog­giare l’iniziativa per imporre, nella lotta aperta con­tro la dege­ne­ra­zione del poli­tico, una auto­noma forza della sini­stra? La frat­tura sociale sui temi del lavoro, il pos­si­bile scio­pero gene­rale come radi­ca­liz­za­zione della con­tesa, offrono una occa­sione pro­pi­zia ovvero aprono la giun­tura cri­tica per rom­pere. Il rap­porto orga­nico del nuovo sog­getto poli­tico con il sin­da­cato evoca uno sce­na­rio quasi rove­sciato rispetto al rap­porto tra sog­getto poli­tico e orga­niz­za­zione sociale domi­nate nella sto­ria repub­bli­cana. E però anche una tale for­ma­zione ad ibri­di­smo politico-sindacale (sulla scorta più della vicenda inglese che di quella con­ti­nen­tale) non farà strada senza una grande cul­tura poli­tica, non mino­ri­ta­ria e di mera protesta.

Nella assai fran­tu­mata mino­ranza Pd forse pre­varrà una linea più atten­di­sta (la guer­ri­glia sulle riforme elet­to­rali e isti­tu­zio­nali è però meno dirom­pente e mobi­li­tante come rea­zione allo sfre­gio sim­bo­lico per­pe­trato da Renzi sull’esplosivo tema iden­ti­ta­rio del lavoro). Se comun­que que­sta via della imbo­scata par­la­men­tare pre­varrà, almeno con essa si punti a bloc­care l’unica con­di­zione per il suc­cesso dello sta­ti­sta di Rignano, cioè l’Italicum comun­que ritoc­cato (con il rialzo delle soglie e il voto di pre­fe­renza). Senza il pre­mio di mag­gio­ranza in mano, Renzi ha le ali spun­tate e la sua pistola del ricatto diventa scarica.

Guer­ri­glia aperta sulle riforme, dun­que, e in più un ristretto ma coeso gruppo di con­tatto al senato (che mostri che senza di esso il governo non ha i numeri a Palazzo Madama), pos­sono creare degli osta­coli, sca­vare trap­pole affin­ché “pié veloce” inciampi. Le tat­ti­che pos­sono variare. Quello che non muta è però l’obiettivo. Renzi va scon­fitto. E da sinistra.

Michele  Prospero  il manifesto

 
 
 

ROMA: LA POLIZIA CARICA GLI OPERAI DELL'AST

Post n°909 pubblicato il 29 Ottobre 2014 da red67ag

Pesante carica della polizia ai danni dei lavoratori Ast e dei sindacalisti impegnati a Roma, nel presidio in difesa delle acciaierie ternane sotto l'ambasciata tedesca. I lavoratori, insoddisfatti dell'esito dell'incontro con l'ambasciata, che non ha preso alcun impegno preciso, avevano deciso si spostarsi sotto il ministero dove è in corso un incontro sulla vertenza. 

Ma fatti pochi metri la polizia ha sbarrato il passo ed è partita una pesantissima carica. Manganellate hanno raggiunto diversi lavoratori e rappresentanti sindacali che erano in prima fila, con anche dirigenti nazionali, tra i quali Maurzio Landini e parlamentari (Airaudo). A riportare la conseguenze più serie è stato Gianni Venturi, responsabile della Fiom Nazionale per la siderurgia, che, evidentemente colpito alla testa, si è accasciato a terra in visibile stato di sofferenza ed è stato in seguito portato via da un'ambulanza. E' stato ferito anche Rosario Rappa della Fiom.

Ecco la testimonianza di un operaio: “Eravamo davanti all'ambasciata, i poliziotti pensavano che volessimo entrare. Hanno iniziato a manganellare ovunque, non sappiamo quantificare il numero dei feriti, non hanno guardato in faccia a nessuno. Abbiamo visto alcune persone con sangue alla testa, non si è capito più nulla. Noi non abbiamo mai fatto nulla di violento, bastava che dicessero di fermarci. Stiamo perdendo il lavoro, non siamo delinquenti", conclude.

Dopo le cariche, gli operai, con in testa il leader della Fiom Maurizio Landini, si sono diretti in corteo verso il ministero dello Sviluppo economico dove intorno alle 14 una delegazione è stata ricevuta dai rappresentanti del governo. I lavoratori sfilano con lo slogan "L'operaio non si tocca". Il clima è ancora teso, ma la situazione è molto più calma rispetto a quanto accaduto a piazza Indipendenza qualche minuto prima.

"Vorrei dare un abbraccio e solidarietà ai lavoratori e i dirigenti sindacali caricati dalla polizia". Lo ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, a proposito della manifestazione sull'Ast di Terni. 

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, e Roberta Fantozzi, responsabile nazionale Lavoro di Rifondazione Comunista, dichiarano: "E' di inaudita gravità la notizia della carica violenta della polizia agli operai di Terni e ai rappresentanti sindacali che erano con loro, colpiti perchè dopo un presidio sotto l'ambasciata tedesca volevano spostarsi al Mise. Il governo Renzi invece di intervenire per salvare le acciaierie, impedendo la distruzione di posti di lavoro e del futuro di un intero territorio, interviene manganellando lavoratori e sindacalisti. Il governo Renzi attacca i diritti dei lavoratori, le libertà sindacali e il diritto a manifestare, come mai era avvenuto nella storia recente. E’ un episodio degno dei tempi più bui della nostra storia, incompatibile con la democrazia di un paese. Crediamo che ai lavoratori e ai sindacalisti colpiti debba andare il pieno sostegno di chi ha a cuore i diritti del lavoro e la democrazia".
ControLacrisi

 
 
 

PIU' CASE CHE ABITANTI

Post n°908 pubblicato il 29 Ottobre 2014 da red67ag

La let­tura com­pa­rata del rap­porto della Svi­mez sulle con­di­zioni del Mez­zo­giorno d’Italia e l’analisi dei primi dati di det­ta­glio Istat sulle abi­ta­zioni degli ita­liani svolta da Alberto Ziparo defi­ni­sce un qua­dro scon­vol­gente. Viene fuori un paese che versa in una crisi sem­pre più pre­oc­cu­pante che dovrebbe riem­pire l’agenda di qual­siasi governo degno di que­sto nome.

Dice la Svi­mez che nel 2013 sono emi­grati ancora 116 mila lavo­ra­tori; che le fami­glie povere sono aumen­tate del 40%; che –ancora una volta– il numero dei decessi supera quello dei nati: un evi­dente segnale di un inar­re­sta­bile declino. Nella Cam­pa­nia del quarto con­dono edi­li­zio ci sono 65 mila appar­ta­menti vuoti. In Cala­bria ce ne sono 90 mila e dice sem­pre Ziparo in alcuni paesi dell’Appennino interno ci sono più case vuote che abi­tanti. Il deserto.

Il qua­dro si com­pleta in modo ancora più dram­ma­tico se si leg­gono le dina­mi­che dei valori immo­bi­liari. A parte alcune città mag­giori e i pochi luo­ghi di turi­smo di qua­lità, dall’inizio della crisi del 2008 i valori delle case delle fami­glie sono dimi­nuiti nella misura com­presa tra il 30 e il 50%.

Ci sono fami­glie che si sono inde­bi­tate per com­prare un allog­gio che oggi vale meno di quanto è stato pagato. Una popo­la­zione che diventa sem­pre più povera, senza lavoro e sem­pre più priva della rete del wel­fare, vede sva­nire anche il rispar­mio rap­pre­sen­tato dalla pro­pria abitazione.

Per com­ple­tare il qua­dro del declino del paese aggiun­giamo le due prin­ci­pali linee di azione con cui il governo Renzi intende dare ripo­sta a que­sta scon­vol­gente realtà. Al primo posto tro­viamo le poli­ti­che di pre­ca­riz­za­zione del lavoro dipen­dente del Jobs act. Dice la Svi­mez che gli inve­sti­menti pro­dut­tivi nel sud sono crol­lati del 53% e il dato va letto insieme alla deser­ti­fi­ca­zione umana. Chi mai inve­sti­rebbe nel sud se la mano­do­pera gio­vane emigra?

Non c’entrano dun­que nulla i diritti dei lavo­ra­tori: occor­re­rebbe defi­nire poli­ti­che indu­striali soste­nute da risorse pub­bli­che per rea­liz­zare infra­strut­ture imma­te­riali e ser­vizi alle imprese. Ma di que­sto il governo non parla. È fermo all’articolo 18.

Del resto uno dei più ascol­tati con­si­glieri di Renzi è il pia­gnu­co­loso espo­nente della finanza crea­tiva che si lamen­tava di aver per­duto sei ore per arri­vare da Lon­dra alla Leo­polda. Cono­sco pen­do­lari che ogni giorno per­dono 4 ore della pro­pria vita negli spo­sta­menti per recarsi al lavoro, ma la cul­tura libe­ri­sta ignora que­sti dati con­creti dipin­gendo un mondo che non esi­ste. Peral­tro, la finanza d’assalto non crea posti di lavoro ma solo immense for­tune da rein­ve­stire nella rou­lette finan­zia­ria. Con le poli­ti­che del governo non si cree­ranno posti di lavoro e con­ti­nuerà il declino del sud.

Al secondo posto delle prio­rità del governo Renzi è, come noto, lo Sblocca Ita­lia, che con­tiene gra­zie alla stre­nua azione del mini­stro Lupi e dei poteri che lo sosten­gono, una ulte­riore faci­li­ta­zione alla costru­zione di nuove case. Dai dati Istat viene invece fuori anche un altro numero scon­vol­gente: nel nostro paese ci sono 31 milioni di alloggi di cui 7 milioni vuoti. Ci sono 24 milioni di fami­glie e se anche si con­si­dera la quota delle seconde case (pari circa a 4 milioni) esi­ste una quota inven­duta loca­liz­zata in tutte le aree urbane ita­liane pari ad almeno 3 milioni di alloggi.

Anche nel caso dello Sblocca Ita­lia è stata la finanza spe­cu­la­tiva a pre­ten­dere l’approvazione di alcuni arti­coli. Quello per esem­pio che con­sente di age­vo­lare l’azione delle Società di inve­sti­mento immo­bi­liare quo­tate (Siiq, art 26) e quella che for­ni­sce ampie pos­si­bi­lità di inter­vento alla Cassa depo­siti e pre­stiti di Franco Bas­sa­nini nel poter met­tere le mani nel pre­zioso patri­mo­nio immo­bi­liare pub­blico (art. 10). Siamo pieni di alloggi vuoti? Costruia­mone altri. I valori immo­bi­liari sono ai valori minimi? Sven­diamo alla finanza spe­cu­la­tiva inter­na­zio­nale il patri­mo­nio pubblico.

Il primo mini­stro Renzi diverte spesso il volgo con bat­tute ful­mi­nanti, come quella sui get­toni tele­fo­nici che non pos­sono essere uti­liz­zati per far fun­zio­nare le attuali tec­no­lo­gie. Diver­tente. Provi allora a met­tere in fila i dati Svi­mez e Istat con le poli­ti­che che sta por­tando avanti con tanta deter­mi­na­zione. Se si impe­gna capirà che sta asse­stando l’ultimo deci­sivo colpo all’intero paese men­tre la festa della spe­cu­la­zione finan­zia­ria con­ti­nua senza fine.

Ritiri allora Jobs act e Sblocca Ita­lia e si con­cen­tri nelle azioni ragio­ne­voli pro­po­sta dalla Svi­mez per il sud e, soprat­tutto avvii la messa in sicu­rezza del paese con soldi veri. Non con numeri pro­pa­gan­di­stici senza coper­ture reali.

Paolo Berdini  il manifesto

 
 
 

SPERANZA CONTRO ARROGANZA

Post n°907 pubblicato il 28 Ottobre 2014 da red67ag

La set­ti­mana appena pas­sata, dal 18 al 25 otto­bre, ha segnato un pas­sag­gio deter­mi­nante per la deli­nea­zione del nuovo qua­dro poli­tico e sociale matu­rato nel nostro paese. Ciò che è più impor­tante è che que­sto non è acca­duto nei palazzi isti­tu­zio­nali, ma nelle piazze o in con­ve­gni pub­blici. Milano, 18 otto­bre: la mani­fe­sta­zione «Stop immi­gra­zione» orga­niz­zata dalla Lega Nord con signi­fi­ca­tive ade­sioni extra­lom­barde delle più vivaci orga­niz­za­zioni neo­fa­sci­ste. Firenze, 24–26: la Leo­polda 5, tre giorni di conven­tion orga­niz­zata da Mat­teo Renzi e pro­fu­ma­ta­mente finan­ziata dal peg­gio del capi­ta­li­smo nostrano e non solo. Roma 25 otto­bre: piazza San Gio­vanni, la più grande mani­fe­sta­zione di popolo da almeno dieci anni a que­sta parte (biso­gna risa­lire a quella con­tro la guerra del 15 feb­braio del 2003 per avere un para­gone quan­ti­ta­tivo all’altezza) finan­ziata dai lavo­ra­tori stessi tra­mite le iscri­zioni al sin­da­cato, pre­ce­duta dallo scio­pero dei sin­da­cati di base del giorno prima. Men­tre la meno recente per­for­mance gril­lina del Circo Mas­simo — non pro­pria­mente un suc­ces­sone — sem­bra già sco­lo­rire nei ricordi.

Ognuno di que­sti tre appun­ta­menti ha avuto un segno e un signi­fi­cato pre­ciso dif­fi­cil­mente equi­vo­ca­bili, con i quali biso­gna fare i conti.

Milano: la piazza del ran­core (per rubare un titolo azzec­cato di un libro di Aldo Bonomi). Un ran­core dif­fuso, non più sordo, ma espli­cito che si sfoga con­tro il facile capo espia­to­rio dell’immigrato secondo un rito che risale — direbbe Renè Girard — agli albori dell’umanità e che sem­pre si ripete e si rin­nova. Che prende di mira il potere costi­tuito non solo in Ita­lia, ma in Europa, con la stessa con­fu­sione men­tale e falsa coscienza di sé della rivolta con­tro le plu­to­cra­zie ebraico-massoniche di un secolo fa. Alcune decine di migliaia sul sagrato di piazza Duomo — non saranno stati cen­tou­no­mila come ha detto Sal­vini — sono comun­que una dimo­stra­zione di forza da non sottovalutare.

Ho letto che il para­gone con il fasci­smo è errato, che nep­pure il lepe­ni­smo, cui Sal­vini espli­ci­ta­mente si ispira, potrebbe essere defi­nito tale. Cer­ta­mente Marine le Pen è più accorta e «moderna» del padre. Ovvia­mente nes­sun feno­meno poli­tico sociale si ripete esat­ta­mente; nep­pure la meta­fora mar­xiana della rei­te­ra­zione in farsa è una legge scien­ti­fica. Ma qui siamo di fronte a un fatto nuovo: la deli­nea­zione di un popolo di destra, non sem­pli­ce­mente l’accozzaglia di resi­dui del pas­sato, che sce­glie la sponda della rea­zione pura per con­durre la sua bat­ta­glia alla glo­ba­liz­za­zione e alla crisi. È diverso dal fasci­smo nascente della fine degli anni dieci del secolo scorso? Certo, infatti è peg­gio. Basta con­fron­tare i pro­clami san­se­pol­cri­sti di allora con le parole d’ordine udite nel corso della mani­fe­sta­zione e dal palco milanesi.

Firenze: la con­ven­tion della sup­po­nenza. Dicono 19mila pas­saggi in tre giorni. Non è una cifra da impres­sio­nare nes­suno, in sé e per sé. Si sono incon­trate le nuove éli­tes del paese con un largo con­torno di aspi­ranti tali e di imman­ca­bili ado­ra­tori. Renzi ha addi­rit­tura pre­sen­tato l’incontro come la con­tro­ma­ni­fe­sta­zione rispetto a Roma. Incauto? No, pro­vo­ca­to­rio, ma sin­cero. In effetti la Leo­polda è stata la con­tro­parte della mani­fe­sta­zione romana. Si sono udite cose che ancora dal sen non eran sfug­gite. Non solo l’articolo 18 sarebbe morto e sepolto, ma per­fino il diritto di scio­pero pur nelle sue forme già imbri­gliate. I Serra, che nulla cono­scono della vita e del lavoro, si sono eretti a nuovi inter­preti del mondo. Ex sin­da­ca­li­sti pen­titi — almeno alcuni di que­sti con un po’ di ver­go­gna — ed ex rap­pre­sen­tanti della «sini­stra radi­cale», sono pas­sati sor­ri­denti sotto le for­che cau­dine dei nuovi vin­ci­tori. Le tar­dive dichia­ra­zioni di rispetto di Renzi verso la mani­fe­sta­zione romana, sono solo il pro­dromo per dichia­rarne l’ininfluenza verso un qua­dro e un sistema poli­tico da tempo e oggi ancor più imper­mea­bi­liz­zato alla pres­sione popo­lare. Per Renzi non conta nulla che la stra­grande mag­gio­ranza di quelli che sfi­la­vano in piazza fos­sero elet­tori e per­sino mili­tanti del suo par­tito, poi­ché que­sto non esi­ste più e la Leo­polda ha bol­li­nato la sua spa­ri­zione. Il tent party (il par­tito tenda), come ha detto Nadia Urbi­nati, o come pre­fe­ri­rei il catch all party (par­tito piglia­tutto) — ma non il «par­tito della nazione» dato che siamo di fronte ad una arti­co­la­zione della gover­nance euro­pea — è un non par­tito: tende ad assor­bire la tota­lità non a rap­pre­sen­tare una parte in un indi­stinto che favo­ri­sce, anzi si basa, sul lea­de­ri­smo e la non par­te­ci­pa­zione, sulle cor­date e sulle nic­chie di pic­coli poteri fun­zio­nali alla tenuta del qua­dro, su un sistema auto­re­fe­ren­ziale insen­si­bile ai movi­menti sociali por­ta­tori di pro­po­ste. Il popu­li­smo dall’alto non ammette repli­che dal basso.

Roma: la piazza della lotta e della spe­ranza. Un milione e forse più con­tro la poli­tica di que­sto governo. Di tutte le gene­ra­zioni, con una for­tis­sima pre­senza gio­va­nile. La pla­stica con­fu­ta­zione della pro­pa­ganda ren­ziana secondo cui chi difende l’articolo 18 spe­gne il futuro dei gio­vani e del solito gioco di con­trap­po­si­zione vecchi-giovani, inside-outside nel mer­cato del lavoro, cioè della reto­rica domi­nante anche prima dell’avvento dell’era ber­lu­sco­niana e che ha por­tato alla demo­li­zione del diritto del e al lavoro. Per piazza San Gio­vanni il nuovo re è nudo. Il popolo della sini­stra si è ritro­vato. Ed è alla ricerca di una sini­stra di popolo che ancora non c’è, né si intra­vede, mal­grado alcuni gene­rosi ten­ta­tivi in corso (come quello de L’Altra Europa per Tsi­pras). La mera­vi­gliosa gior­nata di Roma non è quindi una vit­to­ria né sta­bile né tan­to­meno defi­ni­tiva. Molto dipen­derà dalle dimen­sioni che assu­merà l’annunciato scio­pero gene­rale. Pro­prio per­ché sono lustri che non se ne vede uno e nel frat­tempo è mutata la com­po­si­zione del lavoro, la scom­messa è grande. Ser­virà intel­li­genza e capa­cità inno­va­tiva nei con­te­nuti e nelle forme per con­vin­cere in periodo di reces­sione a per­dere una gior­nata di retribuzione.

Ma un nuovo cam­mino è comin­ciato. Se non altro i con­torni delle forze in campo si sono venuti deli­neando, sul piano sociale e su quello poli­tico. Una destra aggres­siva e peri­co­losa, per­ché dotata di radi­ca­mento popo­lare; una elite di governo neo­to­ta­li­ta­ria, che nega la demo­cra­zia dalle sue più pro­fonde fon­da­menta; un popolo di sini­stra che non ama le divi­sioni ma soprat­tutto le false nar­ra­zioni. Il pano­rama è più chiaro. Ognuno può e deve scegliere.

Alfonso Gianni il manifesto

 
 
 
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