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Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

 

LA SEMINA DEL PRESIDENZIALISMO

Post n°814 pubblicato il 24 Luglio 2014 da red67ag

Magari siamo già in un sistema pre­si­den­ziale per il ruolo poli­tico del Qui­ri­nale, cer­ta­mente sem­bra di vivere in un paese che ha eletto il capo del governo: o si votano le riforme o andiamo alle ele­zioni avverte Renzi, per­ché «tutti devono sapere che comun­que si vota, o le riforme o le ele­zioni anti­ci­pate» chiosa il pre­si­dente del par­tito demo­cra­tico. O le riforme o il voto è solo l’ultimo ricatto pro­pa­gan­di­stico di chi si rap­pre­senta come il padrone dell’Italia.

L’arroganza del per­so­nag­gio e la tor­sione auto­ri­ta­ria del suo pro­getto di revi­sione della Carta sono noti e ormai dif­fu­sa­mente rico­no­sciuti da una larga opi­nione pub­blica. E tut­ta­via va sot­to­li­neata la fun­zione ideo­lo­gica di que­sta esi­bi­zione di forza, di que­sto atteg­gia­mento oltran­zi­sta e ricat­ta­to­rio (dopo di me il diluvio).

>Lo spiega bene un altro cam­pione di demo­cra­zia, Ser­gio Mar­chionne. Dopo gli inci­ta­menti del Pre­si­dente della Repub­blica sulla neces­sità e l’urgenza di que­ste, pes­sime, riforme, è l’amministratore dele­gato dell’azienda auto­mo­bi­li­stica a spro­nare il pre­si­dente del con­si­glio. Mar­chionne, che è un fan di Renzi, lo invita a «tener duro» (il lin­guag­gio è tutto), e lo ras­si­cura soste­nendo che se per basto­nare gli ope­rai avesse dovuto aspet­tare le riforme sul lavoro sarebbe ancora «impa­lu­dato». (Poi final­mente è arri­vato il mini­stro Poletti e il più è stato fatto). Dun­que le riforme, prima ancora che per i frutti pro­messi ser­vono per la mani­po­la­zione del ter­reno che semi­nano. Non ha avuto biso­gno di riforme Renzi per usare la vit­to­ria alle pri­ma­rie del Pd per recla­mare il governo del paese.

Se il capo del governo fosse arri­vato a Palazzo Chigi dopo ele­zioni poli­ti­che, potremmo rite­nerlo almeno par­zial­mente legit­ti­mato a recla­mare le “sue” riforme. E il con­di­zio­nale è d’obbligo visto che non è il Governo, ma il Par­la­mento il tito­lare della pro­po­sta di riforma costi­tu­zio­nale così come è l’attuale Capo dello stato la carica depu­tata a deci­dere il ricorso alle urne.

Fare la voce grossa, minac­ciare le oppo­si­zioni, mostrare insof­fe­renza per le scelte della seconda carica dello Stato (con­sen­tire il voto segreto su alcuni emen­da­menti), signi­fica esi­bire al popolo il segno del comando. Il pre­si­dente Grasso ieri ha cer­cato di sal­vare capra e cavoli, ostru­zio­ni­smo e rego­la­mento alla fine di un tumul­tuoso via vai tra il Qui­ri­nale e palazzo Madama. Ne ha rica­vato l’ennesimo ammo­ni­mento del Qui­ri­nale che in serata ha dif­fuso un pole­mico comu­ni­cato «sul grave danno che reche­rebbe al pre­sti­gio e alla cre­di­bi­lità par­la­men­tare il pro­dursi di una para­lisi deci­sio­nale sulle riforme». Vale ricor­dare che pro­prio Grasso osò pro­nun­ciarsi con­tro un senato non eletto.

Norma Rangeri  il manifesto

 
 
 

GAZA E IL ROVESCISMO

Post n°813 pubblicato il 23 Luglio 2014 da red67ag

Ho tra­scorso la set­ti­mana in Spa­gna, a Malaga, a una Scuola estiva della Cat­te­dra Une­sco di quella Uni­ver­sità. Il tema della sezione a cui ho par­te­ci­pato come rela­tore era “L’impegno degli intel­let­tuali”. Seguivo, natu­ral­mente, la noti­zie sem­pre più ango­sciose pro­ve­nienti dalla terra mar­tire di Pale­stina, con­sta­tando l’assoluta “distra­zione” del ceto poli­tico, rispetto a quei fatti di scon­vol­gente gra­vità, e il totale disin­te­resse, salvo pochis­sime ecce­zioni, del “mondo della cultura”.

Ricordo altre sta­gioni, come l’invasione del Libano e la guerra con­tro Hez­bol­lah, del luglio 2006, o il bom­bar­da­mento di Gaza del dicem­bre 2008-gennaio 2009: sta­gioni in cui fio­ri­rono appelli, e la mobi­li­ta­zione di pro­fes­sori, gior­na­li­sti, let­te­rati, scienziati,artisti fu vivace e intensa. Si denun­cia­vano le respon­sa­bi­lità di Israele, la sua pro­terva volontà di schiac­ciare i pale­sti­nesi, invece di rico­no­scer loro il diritto non solo a una patria, ma alla vita. Oggi, silen­zio. La mac­china schiac­cia­sassi di Mat­teo Renzi , nel suo mici­diale com­bi­nato dispo­sto con Gior­gio Napo­li­tano, si sta rive­lando un effi­ca­cis­simo appa­rato ege­mo­nico.
L’intellettualità “demo­cra­tica”, facente capo per il 90% al Pd, appare alli­neata e coperta. I grandi gior­nali, a comin­ciare dal “quo­ti­diano pro­gres­si­sta” di De Bene­detti, sem­pre in prima linea a soste­nere le nuove guerre, dal Golfo alla Jugo­sla­via, appa­iono orga­ni­smi per­fet­ta­mente oliati di soste­gno al governo da un canto, e di ade­gua­mento alla poli­tica estera decisa da un pugno di signori e signore tra Washing­ton, Lon­dra, Bru­xel­les e Ber­lino (Parigi, caro Hol­lande, ne prenda atto, non conta un fico). Della radio­te­le­vi­sione non vale nep­pure la pena par­lare; come per l’Ucraina, ora, nella enne­sima mici­diale aggres­sione israe­liana a Gaza, si sono rag­giunti ver­tici non di disin­for­ma­zione, ma di sem­plice rove­scia­mento della verità. La cate­go­ria del “rove­sci­smo”, che mi vanto di aver creato, per la sto­rio­gra­fia iper-revisionista, va ormai estesa ai media.

E devo con­sta­tare che mai in pas­sato si erano rag­giunti simili livelli: dove sono le zone fran­che? Fa impres­sione sfo­gliare la bal­bet­tante Unità, che un tempo non lon­tano, con tutti i suoi limiti, accanto a Libe­ra­zione (defunta) e al mani­fe­sto (che resi­ste!), era una delle poche voci cri­ti­che nel depri­mente pano­rama all’insegna del più esan­gue conformismo.

Sulle pagine del mani­fe­sto (15 luglio) Man­lio Dinucci ha spie­gato bene le ragioni reali del “con­flitto” in corso, e non ci tor­nerò. Qui mi preme piut­to­sto evi­den­ziare, con sgo­mento, che il “silen­zio degli intel­let­tuali” che qual­che anno fa Alberto Asor Rosa denun­ciava, deplo­ran­dolo for­te­mente, è dive­nuto non sol­tanto una con­di­zione di fatto, ma una posi­zione “teo­rica” che, accanto a quella dell’equidistanza, sta tro­vando i suoi alfieri. Appunto, rien­trando dalla mia set­ti­mana spa­gnola, di intense discus­sioni sulla neces­sità di impe­gnarsi, a comin­ciare dal mondo uni­ver­si­ta­rio, cado dalle nuvole leg­gendo lacerti di pen­siero che con­fi­gu­rano la nascita di una sorta di “Par­tito del silenzio”.

Il silen­zio non viene sol­tanto pra­ti­cato, sia «per­ché dovrei espormi?», sia per­ché la pres­sione della lobby sio­ni­sta è for­tis­sima e induce a tacere se pro­prio non vuoi espri­mere la tua gio­iosa ade­sione alla “neces­sità” degli israe­liani “di difen­dersi”. Il silen­zio, oggi, a quanto pare, è dive­nuto una divisa, una ban­diera, e una ideologia.

Quei pochi che par­lano, che osano aprire bocca, pre­met­tono il rico­no­sci­mento delle ragioni di Israele e con­dan­nano in primo luogo rapi­mento e ucci­sione dei tre ragazzi ebrei, poi uccisi (si tra­la­scia di dire che si tratta di tre gio­vani coloni, ossia occu­panti, con la vio­lenza dell’esercito, terra pale­sti­nese), e il lan­cio di razzi Kas­sam con­tro le città del Sud di Israele, e cer­cano poi di cavar­sela con un colpo al cer­chio e una alla botte. Ma atten­zione, se il colpo alla botte israe­liana appare troppo sonoro, ecco che si sca­tena l’inferno, non di fuoco come su Gaza, ma di parole.

Molto pra­ti­cato il genere “com­menti” agli arti­coli on line, per esem­pio: sono tutti uguali, anche se varia­mente dosati nel tasso di vio­lenza ver­bale. Men­tre un gran lavo­rio di infor­ma­zione al con­tra­rio, di diretta pro­ve­nienza da fonti israe­liane, viene dispie­gato dagli innu­me­re­voli pic­coli dispen­sa­tori di verità nostrani. Per esem­pio un pur pru­dente arti­colo di Clau­dio Magris sul Cor­riere della Sera (17 luglio) che si per­met­teva di accen­nare alle ragioni dei pale­sti­nesi, ha rice­vuto la sua buona dose di ingiu­rie. Non c’è che dire, il sistema fun­ziona. E fini­sce per indurre al silen­zio, o quanto meno alla pru­denza. Che è l’altro nome del silenzio.

Ma non è que­sto silen­zio, il silen­zio del ricatto, che mi pre­oc­cupa di più. È, invece, il silen­zio della scelta. Il silen­zio teo­riz­zato come terza via, tra coloro che incon­di­zio­na­ta­mente sono con Israele, e gli altri, quelli che sosten­gono la causa pale­sti­nese. Il silen­zio come rispetto del dolore, o come via della ragio­ne­vo­lezza: con­tro gli oppo­sti estre­mi­smi. Esem­plare in tal senso Roberto Saviano, che, quasi com­met­tendo auto­gol, cita Euro­mai­dan per denun­ciare il tar­divo schie­rarsi anche ita­liano dalla parte giu­sta, che per lui, ovvia­mente, è quella dei gol­pi­sti nazi­sti di Kiev. E ora, a suo dire, occorre schie­rarsi non con gli uni né con gli altri, ma «dalla parte della pace»: i “ter­ro­ri­sti” di Hamas sono indi­cati come il primo nemico della pace, ovviamente.

È la linea (solita) di Adriano Sofri (la Repub­blica, 17 luglio), altro guer­riero demo­cra­tico, che ripar­ti­sce torti e ragioni, equi­pa­rando i razzi di Hamas alle bombe israe­liane, e invoca impli­ci­ta­mente silen­zio, discre­zione, rispetto: mette sullo stesso piano tutti. Tutte le vit­time inno­centi. Ma si può con­fon­dere la pietà umana, dove­rosa, col giu­di­zio poli­tico? Si può tra­sfor­mare l’opinione in saggezza?

Sul mede­simo gior­nale, Michele Serra sostiene che occorre tacere, che si devono abbas­sare la voce e gli occhi, davanti alla “tra­ge­dia” della guerra, lo stesso ter­mine usato da Magris. Ma quale tra­ge­dia? Qui abbiamo la poli­tica, e la poli­tica ha degli attori, dei respon­sa­bili: come in pas­sato la divi­sione tra vit­time e car­ne­fici è netta ed evi­dente (so che qual­che anima bella mi accu­serà di sem­pli­fi­care: la cosa è più com­plessa, non si può divi­dere così net­ta­mente, cia­scuna delle due parti ha un pezzo di respon­sa­bi­lità e via di seguito). Serra scrive: «Evi­den­te­mente il ‘ciclo dell’indignazione’ è un mec­ca­ni­smo logoro».

Dal ceto intel­let­tuale mi aspetto assai più che l’indignazione, mi aspetto una rivolta morale: tutti, se non in per­fetta mala­fede, oggi sanno quanta verità ci sono nelle parole di Primo Levi: «Quello che non potrò mai per­do­nare ai nazi­sti è di averci fatto diven­tare come loro».

Quanto biso­gno avremo di sen­tire la sua voce risuo­nare, pacata e ferma, scan­dendo le parole, a voce bassa, ma chia­ris­sima: «La tra­ge­dia è di vedere oggi le vit­time diven­tate car­ne­fici». E se que­sto era evi­dente a lui negli anni Ottanta del Nove­cento, cosa potrebbe mai dire oggi, davanti a quei corpi stra­ziati di bimbi, alla vita can­cel­lata in tutta la Stri­scia di Gaza, davanti a quelle mace­rie che occu­pano, quar­tiere dopo quar­tiere, iso­lato dopo iso­lato, di ora in ora, lo spa­zio affol­lato di case e persone?

Se non denun­ciamo le men­zo­gne dei media, le com­pli­cità dei governi occi­den­tali, con quello di Tel Aviv, in par­ti­co­lare l’oscena serie di accordi (mili­tari, innanzi tutto) dell’Italia con Israele… Se ci con­se­gniamo al silen­zio, oggi, davanti a una ingiu­sti­zia così grave,così palese, così dram­ma­tica, quando par­le­remo? Insomma, non intendo tacere, e ricor­rendo pro­prio alle parole di quel grande uomo, gri­dare: «Se non ora, quando?».

Angelo d'Orsi - il manifesto

 
 
 

L'INDIVIDUO INNANZITUTTO, UNA GRANDE ALLUSIONE

Post n°812 pubblicato il 22 Luglio 2014 da red67ag

Dis-connessi/Un riferimento retorico alla libertà individuale, all’autonomia di ciascuno, prodotta dal capitalismo per mascherare la sua negazione di fatto

L'individuo, la sua idealizzazione quale soggetto sovrano titolare di diritti è il sogno e il segno della modernità, dell'Illuminismo, della Rivoluzione francese. Individuo; ma capace anche, perché individuo e cittadino, di essere in-comune con gli altri.

Ma se l'Illuminismo sognava la liberazione dell'uomo dalle oppressioni del passato in nome del kantiano sapere aude!, il capitalismo moderno e industriale – pure basato sugli interessi individuali e sulla loro libera o magica composizione – ne è la drammatica negazione e il laissez-faire e le retoriche individualiste nascondono un dover fare e una pesantissima mano, cioè produrre, consumare e soprattutto integrarsi nell'organizzazione di mercato, diventando tutti capitalisti (il sogno, oggi realizzato del neoliberismo; l'incubo, per gli altri).

Il «soggetto di diritti» dell'Illuminismo è morto soffocato nella culla perché sopraffatto dal «soggetto economico», a sua volta presto declassato a «oggetto economico» (lavoratore, merce, imprenditore, nodo della rete).

Sempre negando a ciascuno di poter essere soggetto in sé e per sé, ma imponendogli di essere oggetto utile e funzionale al sistema.

Mentre il sovrano assoluto abbattuto dalla Rivoluzione rinasceva sotto forma di mercato, ridefinendosi però abilmente come «legge naturale» e quindi immodificabile, cioè come verità da non contraddire.

E dalla fabbrica di spilli di Adam Smith alla rete di oggi sempre si replica, nella modernità un doppio movimento: individualizzazione da un lato; e poi (come scriveva Foucault) totalizzazione, cioè ricomposizione delle parti, prima separate, nel tutto dell'apparato.

Un sistema tecnico ed economico insieme che per il proprio migliore funzionamento individualizza, isola, separa, rinchiude; de-struttura la società (e la democrazia); liquefa le vecchie classi antagoniste e ora pure il «suo» ceto medio; porta a niente valori e socialità esaltando un individuo e una individualità che sono pure finzioni, utili però a far agire al meglio la totalizzazione del mercato.

Tutto si de-struttura, ma non il sistema, che anzi (proprio perché sistema artificiale, quindi non naturale) struttura, integra, lega insieme, concatena e oggi mette in rete tutti e ciascuno. Grazie a una infinità di poteri e saperi di integrazione e di connessione. Nessun: conosci te stesso. Ma sii imprenditore di te stesso. E allora: questo individuo, questo mito della modernità è in realtà una grande illusione o meglio una Grande Allusione: un'allusione retorica (ideologica) alla libertà individuale, alla soggettività, all'autonomia di ciascuno, prodotta dal capitalismo per mascherare la sua negazione di fatto. F

ino alla rete, al dover essere singolarmente connessi, e alla stessa retorica della rete, che in sé sarebbe non solo democratica ma soprattutto libera. E la pubblicità e il marketing: forme di propaganda del mercato (come diceva Anders) ma che agiscono singolarmente su ciascun individuo, tanto che ormai mettiamo in vetrina anche noi stessi come oggetti economici in competizione con altri individui-merce, perché il nostro capitale umano aumenta se sappiamo es-porci per venderci (individualmente) nel modo migliore.

E mentre consumiamo individualmente prodotti tutti uguali credendo che siano fatti solo per noi, in realtà entriamo sempre più (ancora il doppio movimento) in una brand-community, e il marketing si fa sempre più emozionale e relazionale per far crescere la nostra identificazione con il sistema e divenire meglio funzionali alla sua riproducibilità. Con il sistema che offre pure una compensazione emotiva (la community, il social) all'isolamento che esso stesso produce. E i mass-media. Di massa, ma sempre più individualizzati. Una vecchia storia, perché dalla radio alla tv lo spettatore è sempre isolato e chiuso in casa – e il mondo vi entra solo ri-prodotto e rap-presentato – invece di essere lui il soggetto che esce a conoscere il mondo (e se stesso).Meccanismo che oggi si replica appunto in rete, dove la casa è il personal computer o lo smartphone individuale. Mentre anche i blog sono solo la somma di molte individualità ma isolate.

Se l'Illuminismo sognava un individuo capace di uscire dal girello per bambini in cui il potere lo teneva stretto impedendogli di camminare sulle proprie gambe, oggi in realtà c'è qualcosa (la rete, un social network, i mercati, la pubblicità personalizzata) che pensa per noi e si erge a nostro nuovo tutore. Ma individualmente, per noi. La Grande Allusione continua.

Lelio Demichelis  Sbilanciamoci

 
 
 

SOLIDARIETA' ALLA PALESTINA ( APPELLO )

Post n°811 pubblicato il 22 Luglio 2014 da red67ag

“All’instaurarsi di un rap­porto di oppres­sione, la vio­lenza ha già avuto ini­zio. Mai nella sto­ria la vio­lenza è par­tita dagli oppressi. … Non ci sareb­bero gli oppressi se non ci fosse stata prima una vio­lenza per sta­bi­lire la loro sot­to­mis­sione”.Paulo Freire

Israele ha ancora una volta sca­te­nato tutta la forza del suo eser­cito con­tro la popo­la­zione pale­sti­nese impri­gio­nata, in par­ti­co­lare nella Stri­scia di Gaza asse­diata, in un disu­mano e ille­gale atto di aggres­sione mili­tare. L’assalto in corso di Israele su Gaza ha finora ucciso decine di civili pale­sti­nesi, ne ha ferito cen­ti­naia e ha deva­stato le infra­strut­ture civili, com­preso quelle del set­tore sani­ta­rio che sta affron­tando gravi carenze.

La capa­cità di Israele di lan­ciare impu­ne­mente attac­chi così deva­stanti deriva in gran parte dalla vasta coo­pe­ra­zione mili­tare e com­pra­ven­dita inter­na­zio­nale di armi che Israele intrat­tiene con governi com­plici di tutto il mondo.

Nel periodo 2008–2019, gli Stati Uniti for­ni­ranno ad Israele aiuti mili­tari per un totale di 30 miliardi di dol­lari, men­tre le espor­ta­zioni mili­tari israe­liane verso il mondo hanno rag­giunto la somma di miliardi di dol­lari all’anno. Negli ultimi anni, i paesi euro­pei hanno espor­tato in Israele miliardi di euro in armi e l’Unione euro­pea ha con­cesso alle imprese mili­tari e alle uni­ver­sità israe­liane fondi per la ricerca mili­tare del valore di cen­ti­naia di milioni di euro.

Le eco­no­mie emer­genti come India, Bra­sile e Cile stanno rapi­da­mente aumen­tando il com­mer­cio e la coo­pe­ra­zione mili­tari con Israele, nono­stante il loro soste­gno dichia­rato per i diritti pale­sti­nesi.
Con l’importazione da e l’esportazione verso Israele di armi, insieme al soste­gno allo svi­luppo di tec­no­lo­gie mili­tari israe­liane, i governi del mondo stanno effet­ti­va­mente inviando un chiaro mes­sag­gio di appro­va­zione per l’aggressione mili­tare di Israele, com­presi i suoi cri­mini di guerra e pos­si­bili cri­mini con­tro l’umanità.

Israele è uno dei prin­ci­pali pro­dut­tori ed espor­ta­tori mon­diali di droni mili­ta­riz­zati. La tec­no­lo­gia mili­tare di Israele, svi­lup­pata per man­te­nere decenni di oppres­sione, è com­mer­cia­liz­zata quale «col­lau­data sul campo» ed espor­tata in tutto il mondo.

La com­pra­ven­dita di armi e i pro­getti con­giunti di ricerca mili­tare con Israele inco­rag­giano l’impunità israe­liana nel com­met­tere gravi vio­la­zioni del diritto inter­na­zio­nale e faci­li­tano il radi­ca­mento del sistema israe­liano di occu­pa­zione, colo­niz­za­zione e nega­zione siste­ma­tica dei diritti dei palestinesi.

Facciamo appello alle Nazioni Unite e ai governi di tutto il mondo ad adottare misure immediate per attuare un embargo militare totale e giuridicamente vincolante verso Israele, simile a quello imposto al Sud Africa durante l’apartheid.

I governi che espri­mono soli­da­rietà con il popolo pale­sti­nese a Gaza, il quale subi­sce il peso del mili­ta­ri­smo, delle atro­cità e dell’impunità israe­liani, devono comin­ciare con l’interrompere tutti i rap­porti mili­tari con Israele. I pale­sti­nesi hanno biso­gno oggi di soli­da­rietà effi­cace, non di carità.

il manifesto  22/07/2014

 
 
 

I PERICOLI PER LA DEMOCRAZIA DEL PROGETTO DI RENZI E BERLUSCONI

Post n°810 pubblicato il 20 Luglio 2014 da red67ag

Indi­spet­tito dal per­si­stere della dis­si­denza e dalle accuse di auto­ri­ta­ri­smo rivolte ai suoi dise­gni «rifor­ma­tori», il pre­si­dente del Con­si­glio dà segni d’impazienza. Irride e fa del sar­ca­smo gra­tuito. È tipico di chi mal tol­lera le cri­ti­che, ma in que­sto caso c’è di più. Sta final­mente emer­gendo il senso delle grandi mano­vre in corso: la «cosa stessa» su cui si gioca la par­tita. Si può dire così, in estrema sin­tesi: viviamo (da anni) nel pieno di una crisi demo­cra­tica che ora minac­cia di sfo­ciare in un regime. La for­mula suona estre­mi­stica, eppure è la descri­zione fedele della situa­zione. Vediamo perché.

Da vent’anni a que­sta parte in Ita­lia si opera per mano­met­tere il rap­porto di rap­pre­sen­tanza – essenza di una demo­cra­zia par­la­men­tare – e per ampliare la distanza tra «paese reale» e «paese legale». In una lunga tran­si­zione (lunga ma tutto som­mato rapida, con­si­de­rata la por­tata delle tra­sfor­ma­zioni) si è venuto modi­fi­cando il sistema in senso maggioritario-bipolare al solo scopo di auto­no­miz­zare le isti­tu­zioni poli­ti­che dal ter­reno sociale e dai suoi con­flitti. Que­sta è stata la bus­sola delle «riforme» per la «gover­na­bi­lità» che hanno segnato la via ita­liana alla post-democrazia. Era, per esem­pio, l’obiettivo della dot­trina del «taglio delle ali», for­mu­lata, tra gli altri, da Mas­simo D’Alema.

La cen­tra­lità (anti­co­sti­tu­zio­nale) dell’esecutivo discende da qui, poi­ché, cor­re­lata alle sole posi­zioni domi­nanti, la prassi poli­tica si risolve nell’applicazione del para­digma gover­na­men­tale, con tutti i suoi corol­lari auto­ri­tari e fami­li­stici, com­preso il pro­li­fe­rare delle logi­che mafiose di appar­te­nenza che ormai domi­nano ogni ambito isti­tu­zio­nale. La stessa cor­ru­zione dila­gante è in buona misura ricon­du­ci­bile a que­sto pro­cesso. Per­ché l’autosufficienza inco­rag­gia la deca­denza etica delle isti­tu­zioni, e per­ché un ceto poli­tico che si costi­tui­sce a valle di una bru­tale ampu­ta­zione della rap­pre­sen­tanza (e che di fatto agi­sce come una pro­tesi ese­cu­tiva del governo) si com­pone per­lo­più di attori inte­res­sati a per­ce­pire cachet sem­pre più pro­fu­mati, all’altezza del tra­di­mento per­pe­trato nei con­fronti della demo­cra­zia repubblicana.

Que­sta è la sto­ria degli ultimi vent’anni, la cui chiave di volta con­si­ste nella distru­zione dei par­titi come stru­menti di rap­pre­sen­tanza e come luo­ghi di alfa­be­tiz­za­zione poli­tica e di par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica di massa.

Ma que­sta sto­ria – frutto anche della cro­nica ina­de­gua­tezza di una sini­stra inca­pace di argi­nare l’offensiva rea­zio­na­ria inau­gu­rata dalla Bolo­gnina – approda oggi a un salto di qua­lità. In que­sto senso la crisi demo­cra­tica di lungo periodo minac­cia seria­mente di sfo­ciare nella costru­zione di un regime.

Per un verso, l’eclissi della rap­pre­sen­tanza si tra­duce nell’irresponsabilità del governo di fronte ai deva­stanti effetti della crisi sociale. I dati sulla povertà, la disoc­cu­pa­zione, l’implosione dell’apparato pro­dut­tivo e del sistema for­ma­tivo sono scon­vol­genti. C’è mate­ria per varare un governo di salute pub­blica che subor­dini ogni obiet­tivo al varo di misure straor­di­na­rie per il rilan­cio dell’economia nazio­nale, con tanto di pre­lievo for­zoso e mas­sic­cio sui grandi patri­moni pri­vati per finan­ziare dra­sti­che ini­zia­tive di inve­sti­mento e redi­stri­bu­zione. Niente di tutto que­sto avviene, come ben sap­piamo. Il governo che doveva «cam­biare verso» per­se­vera, con un sovrap­più di popu­li­smo, nelle poli­ti­che pro-cicliche dei pre­de­ces­sori (pre­ca­rizza, taglia la spesa, pri­va­tizza, aumenta la pres­sione fiscale sul lavoro) – per tacere di altre oscene con­ti­nuità, e in par­ti­co­lare dell’oltranzismo filoa­tlan­tico e guer­ra­fon­daio. Per­ciò il ruolo dei media è oggi stra­te­gico, for­nendo l’«informazione» – nei fatti, una rap­pre­sen­ta­zione pro­pa­gan­di­stica – un soste­gno essen­ziale a un’azione di governo sem­pre più lon­tana da ogni base reale di legittimità.

Ma que­sto non signi­fica che la poli­tica stia con le mani in mano, al con­tra­rio. Per l’altro verso, essao­pera feb­bril­mente sul ter­reno delle «riforme», impe­gnan­dosi in un pro­cesso costi­tuente di enorme por­tata. Un nesso orga­nico col­lega tra loro i due momenti – l’eclissi della rap­pre­sen­tanza e l’iniziativa «rifor­ma­trice» del governo – nel senso che le «riforme» mirano a costi­tu­zio­na­liz­zare l’assetto isti­tu­zio­nale più ido­neo alla gestione oli­gar­chica della dina­mica economico-sociale e più capace, al tempo stesso, di pro­teg­gere il sistema poli­tico dai rischi con­se­guenti alla sua autoreferenzialità.

Sarebbe dif­fi­cile in que­sto qua­dro soprav­va­lu­tare la rile­vanza del patto Renzi-Berlusconi. Lo si bia­sima, a ragione, per i suoi obbro­briosi pro­fili etici: per­ché colui che in que­sto ven­ten­nio ha incar­nato la cor­ru­zione della vita ita­liana ne viene innal­zato a padre costi­tuente; e per­ché l’accordo è di certo in qual­che modo con­nesso alle vicis­si­tu­dini giu­di­zia­rie di uno dei con­traenti, serie anche dopo la sua sor­pren­dente asso­lu­zione mila­nese. Ma la sostanza resta tutta politica.

L’intesa serve in primo luogo a garan­tire all’iniziativa «rifor­ma­trice» una base par­la­men­tare suf­fi­ciente (almeno sulla carta: di qui le rea­zioni scom­po­ste del pre­si­dente del Con­si­glio al mani­fe­starsi della dissidenza).

Ma soprat­tutto il patto tra i capi del Pd e di Fi riflette e cementa una con­ver­genza di pro­po­siti anti­te­tici all’ispirazione demo­cra­tica e anti­fa­sci­sta della Carta del ’48. L’idea pidui­sta che acco­muna i due con­traenti è chiara: il par­tito che vince le ele­zioni (cioè la più forte delle mino­ranze poli­ti­che) deve poter pren­dersi tutto. Quando Ber­lu­sconi si lamenta dell’impotenza dei governi, que­sto intende dire. E ha nel gio­vane lea­der «demo­cra­tico» un disce­polo con­corde e diligente.

Come le ana­lisi di Mas­simo Vil­lone mostrano in modo incon­tro­ver­ti­bile, il pro­getto «rifor­ma­tore» mira a sman­tel­lare il sistema costi­tu­zio­nale dei con­trap­pesi: a varare un regime auto­cra­tico nel quale la mag­giore delle mino­ranze (al netto dell’astensionismo, il 20–25% di un corpo elet­to­rale sem­pre più disin­for­mato e diso­rien­tato) possa eleg­gere un pre­si­dente della Repub­blica tra­sfor­mato in pro­ta­go­ni­sta della scena poli­tica (la poli­ti­ciz­za­zione del ruolo costi­tui­sce la più grave tra le gra­vis­sime respon­sa­bi­lità dell’attuale capo dello Stato) e, per que­sta via, con­trol­lare tanto la Con­sulta (e il Csm), quanto il pro­cesso di for­ma­zione delle leggi ordi­na­rie e costituzionali.

Natu­ral­mente quello che oggi è un accordo tra i due padroni della poli­tica ita­liana è desti­nato a tra­sfor­marsi, una volta tagliato il tra­guardo della «riforma», in una com­pe­ti­zione. Ma intanto è que­sto il cuore nero dell’intesa. E la ratio dell’agonia della Costi­tu­zione repub­bli­cana, alla quale ine­vi­ta­bil­mente assi­ste­remo se non si riu­scirà a sabo­tare il dise­gno eversivo.

A que­sto pro­po­sito, un’ultima con­si­de­ra­zione. Data la gra­vità della minac­cia, sarebbe neces­sa­ria la più vasta unità, nell’azione par­la­men­tare, di quanti dis­sen­tono da tale pro­getto «rifor­ma­tore», oltre che il mas­simo sforzo per avver­tire l’opinione pub­blica su quanto si nasconde die­tro il prag­ma­ti­smo del capo del governo. Non è que­sto il momento delle mezze misure.

Tutti gli oppo­si­tori delle «riforme» – dai dis­si­denti demo­cra­tici ai gril­lini, da Sel ai disob­be­dienti di Forza Ita­lia e ai leghi­sti cri­tici – dovreb­bero otti­miz­zare le pro­prie forze in par­la­mento per fer­mare il pro­getto renziano-berlusconiano bene­detto dal pre­si­dente della Repub­blica. Nella con­sa­pe­vo­lezza che la sal­va­guar­dia del sistema costi­tu­zio­nale non è sol­tanto il più impor­tante dei beni poli­tici comuni, ma anche la con­di­zione neces­sa­ria per una dia­let­tica demo­cra­tica nel segno della rap­pre­sen­tanza reale della società.

Alberto Burgio  il manifesto

 
 
 
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