Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

 

LA MISURA DELLA PIAZZA

Post n°1020 pubblicato il 29 Marzo 2015 da red67ag

Se la misura della piazza serve a far capire la forza delle oppo­si­zioni sociali di un paese, si può dire senza dub­bio che piazza del Popolo a Roma ha dato un grande segnale. Con qual­che novità rispetto a molte mani­fe­sta­zioni degli ultimi anni. La pre­senza di tanti gio­vani, e quindi non solo dei valo­rosi pen­sio­nati della Cgil che di solito riem­piono i cor­tei sin­da­cali; il ritorno di molte ban­diere rosse, non del vec­chio Pci e tan­to­meno di quelle sbia­dite del Pd, ma della Fiom; l’entusiasmo della gente che si è ritro­vata per espri­mere un punto di vista che oggi non ha la neces­sa­ria rap­pre­sen­tanza politica. Natu­ral­mente una piazza non fa pri­ma­vera, anche se la gior­nata era piena di sole e Mau­ri­zio Lan­dini, il pro­ta­go­ni­sta della mani­fe­sta­zione, con la segre­ta­ria gene­rale della Cgil, Susanna Camusso a fare da potente spalla dell’iniziativa, ha voluto sot­to­li­neare che una «nuova pri­ma­vera per il paese è iniziata». Ma la “pro­te­sta” di ieri forse rap­pre­senta l’inizio di un pro­cesso trai­nato da un’idea forte di rin­no­va­mento delle forze sociali e sin­da­cali, poli­ti­che e di movi­mento, un’idea rias­sunta dallo slo­gan della mani­fe­sta­zione, «Unions», tra­du­ci­bile in un ritorno alle radici del sin­da­ca­li­smo. Che il segre­ta­rio della Fiom, nel suo discorso con­clu­sivo, ha rias­sunto con i ripe­tuti rimandi all’idea fon­da­tiva della Cgil di Di Vit­to­rio: di un sin­da­cato delle Con­fe­de­ra­zioni, così diverso da un sin­da­ca­li­smo cor­po­ra­tivo, basato sulla com­pe­ti­zione dei lavoratori. E’ la spinta verso un ripen­sa­mento pro­fondo della natura del sin­da­cato, det­tata sia dalle scon­fitte subite con il pro­getto con­fin­du­striale che mar­cia spe­dito sotto le ali del governo, sia dalla per­dita di rap­pre­sen­ta­ti­vità pro­dotta da una crisi eco­no­mica che ha allar­gato il mare della disoc­cu­pa­zione e pro­dotto un eser­cito di pre­cari fuori da ogni tutela e diritto. Così chi oggi ha ancora un lavoro deve subire il comando pieno dell’impresa (abo­li­zione dell’articolo 18, deman­sio­na­mento, con­tratti nazio­nali pol­ve­riz­zati dalla catena per­versa del sistema degli appalti), e chi un lavoro lo cerca è merce di scam­bio e mano­va­lanza per la feroce guerra tra poveri. Più che una fan­ta­sia, una vel­leità o una scor­cia­toia, la coa­li­zione sociale è una neces­sità vitale per rico­struire la figura del cit­ta­dino lavo­ra­tore (come appunto indi­cava Di Vit­to­rio quando negli anni ’50 già par­lava di uno sta­tuto del «cit­ta­dino lavo­ra­tore»). E coa­li­zione sociale vuol dire una cosa sem­plice: rico­struire le basi di una par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica, dun­que poli­tica, ai destini dell’Italia. Per­ché chi oggi accusa il segre­ta­rio della Fiom di voler fare l’ennesimo par­ti­tino dovrebbe piut­to­sto doman­darsi come è stato pos­si­bile arri­vare a que­sto disa­stro sociale, a un così forte ridi­men­sio­na­mento del ruolo del sin­da­cato, alla nega­zione dei diritti. E anche inter­ro­garsi sulla subal­ter­nità, que­sta sì poli­tica, verso governi o par­titi amici di quel «gia­guaro» che nes­suno ha smac­chiato e in molti hanno nutrito. Ritro­vare una sog­get­ti­vità poli­tica diventa un biso­gno natu­rale e l’alleanza con tutte le realtà asso­cia­tive che non si ras­se­gnano è una via mae­stra per raf­for­zare l’opposizione a un governo ricco di slo­gan almeno quanto è povero di un inno­va­tivo pro­getto di svi­luppo. Per­ché met­tere in pra­tica la linea di Squinzi, o una riforma costi­tu­zio­nale ed elet­to­rale di regres­sione verso forme di ple­bi­sci­ta­ri­smo media­tico non sem­bra dav­vero una grande novità. Né in Ita­lia, né in Europa. Come direbbe Lan­dini «non rac­con­tia­moci di balle». Che fa tra­bal­lare la sin­tassi, ma si capisce. Domani è il com­pleanno di Pie­tro Ingrao. Cento anni applau­diti da tutto il popolo della piazza quando Lan­dini ha ricor­dato il giorno in cui, da pre­si­dente della Camera, si recò, come primo atto pub­blico, alle Accia­ie­rie di Terni per rivol­gersi agli ope­rai chia­man­doli «i costi­tuenti». Un mes­sag­gio a chi ha scarsa memo­ria del paese che pre­tende di governare.

Norma Rangeri il manifesto

 
 
 

DAVIDE CONTRO GOLIA

Post n°1019 pubblicato il 28 Marzo 2015 da red67ag

 I libri di sto­ria com­men­te­ranno que­sti giorni come l’abbaglio e l’eclissi della ragione. Ricor­date il film Orwel 1994? Qual­cosa del genere sta acca­dendo. Cre­scita eco­no­mica, nuovo lavoro e con­so­li­da­mento delle isti­tu­zioni sono rias­su­mi­bili nello slo­gan “cam­biare verso”. Pur­troppo dob­biamo vivere il nostro tempo, ed è un tempo duris­simo. Prima il pre­si­dente dell’Inps Boeri, poi il mini­stro Poletti e da ultimo il pre­si­dente del con­si­glio Renzi annun­ciano la crea­zione di nuovi 79.000 posti di lavoro a tempo inde­ter­mi­nato tra gennaio-febbraio 2015 e gennaio-febbraio 2014. A noi tocca ancora una volta scar­di­nare il castello di solide e dure pie­tre di fan­do­nie con fionde ed archi. Davide con­tro Golia non è pro­prio una meta­fora. I con­su­lenti del lavoro, per­sone più serie della com­pa­gine gover­na­tiva, financo del pre­si­dente Boeri, ricor­dano che nell’80% dei casi si tratta di rego­la­riz­za­zioni di col­la­bo­ra­zioni a pro­getto, par­tite Iva ed altra inu­tile pre­ca­rietà. Quindi solo il 20% è “nuovo lavoro”. Se poi con­si­de­riamo il natu­rale tur­no­ver del mer­cato del lavoro, gli 8.060 euro di con­tri­buto pub­blico per i nuovi assunti, a cui dovreb­bero aggiun­gersi 1,5 mld di euro per il piano Youth Gua­ran­tee, un insuc­cesso epo­cale, abbiamo un effetto nullo. Alla fine il lavoro aggiun­tivo è in realtà lavoro sosti­tu­tivo, pagato con i soldi pub­blici. Alla fac­cia del rischio di “intra­presa”. Dare ragione a Bru­netta è dura: «I nuovi con­tratti non sono neces­sa­ria­mente posti in più ma tra­sfor­ma­zione di vec­chi rap­porti di lavoro». Ma non è tutto. Uno stu­dio di Medio­banca esa­mina l’impatto del Jobs Act e della legge di Sta­bi­lità, sgra­vio Irap e più, sul sistema delle imprese. Nel docu­mento si legge: quelle che più bene­fi­ce­ranno del Jobs Act sono Rcs, con un incre­mento atteso dell’utile per azione del 19,7% in tre anni, l’Espresso (+17,8%) e Mon­da­dori (+13,5%) tra tlc, media e tec­no­lo­gici. Seguono Fin­mec­ca­nica (+7,7%) e Ital­ce­menti (+5,5%) tra i ciclici, Banco Popo­lare (+6,5%) e Bpm (+5%) tra le ban­che e Hera (+9%) tra le utility. L’informazione è sosti­tuita dalla noti­zia. I gior­na­li­sti hanno cer­ta­mente delle colpe, men­tre l’occhio vigile di chi vede la realtà è cam­biato. Il tasso di occu­pa­zione, già molto basso rispetto alla media euro­pea, è calato del 5% dal 2008 al 2014, rispet­ti­va­mente 58,6% e 55,7%; il tasso di disoc­cu­pa­zione dal 2008 al 2014 cre­sce dell’88,6%, rispet­ti­va­mente 6,7% e 12,7%; il tasso di inat­ti­vità rimane sta­bile al 36%. Com­ples­si­va­mente abbiamo più di 6 milioni tra disoc­cu­pati e inat­tivi che non lavo­rano e ci accon­ten­tiamo di far pagare meno lo stesso lavoro alle imprese? Sei milioni di senza lavoro vi sem­brano pochi? Davide con­tro Golia e la ragione con­tro la calun­nia sono qual­cosa di più di una sem­plice provocazione.

Roberto Romano  il manifesto

 
 
 

VOLARE INERTI CONTRO IL MURO DELL'IMMOBILITA'

Post n°1018 pubblicato il 27 Marzo 2015 da red67ag

 Alla fine la più amara delle spie­ga­zioni pos­si­bili. Il ter­ri­bile disa­stro aereo in Pro­venza è stato cau­sato da un atto deli­be­rato del copilota. Non per motivi di ter­ro­ri­smo, una tra le ipo­tesi ini­ziali, ma per un «buio nella mente». Per un vuoto di emo­zioni e di pen­siero, per un buco nella sua rap­pre­sen­ta­zione del mondo e della pro­pria esistenza. Andreas Guen­ter Lubitz, tede­sco di 28 anni, aveva otte­nuto il cer­ti­fi­cato d’eccellenza della Faa, l’organismo sta­tu­ni­tense della sicu­rezza del volo. Gli pia­ceva cor­rere e ascol­tare musica elet­tro­nica. Gli amici lo descri­vono come «discreto e felice». Le regi­stra­zioni, recu­pe­rate con la sca­tola nera, lo immor­ta­lano impe­gnato con il primo pilota in 20 minuti di chiac­chiere, che gli inqui­renti hanno defi­nito «nor­mali, gio­cose, cor­tesi». Nulla fa pre­sa­gire la cata­strofe, che arriva a «ciel sereno». Nel momento in cui il coman­dante è uscito per andare in bagno, Andreas ha agito. Si è chiuso nella cabina di pilo­tag­gio e ha con­dotto l’aereo verso la mon­ta­gna. Otto minuti di volo durante i quali le invo­ca­zioni del coman­dante, che cer­cava di sfon­dare la porta, hanno otte­nuto come rispo­sta il suo silen­zio: la morte psi­chica aveva anti­ci­pato la morte del suo corpo. Non esi­stono inter­pre­ta­zioni del suo gesto che lo riguar­dano, l’avrebbe com­piuto in modo ano­nimo, impersonale. Non si può par­lare di pre­me­di­ta­zione (per quanto sia pos­si­bile che abbia pro­get­tato l’incidente) poi­ché non c’è stata deci­sione. Lubitz ha agito come un inci­dente mec­ca­nico (con la stessa inu­mana con­cre­tezza del fatto), all’interno di una con­ca­te­na­zione di eventi. Di que­sta con­ca­te­na­zione, che ha aperto un buco nella sua sog­get­ti­vità, non è stato che un ingranaggio. Nella fol­lia l’altro può essere ucciso per l’odio deter­mi­nato dalla pas­sione, quando la pas­sione fini­sce in un vicolo cieco e non ha altra scelta che distrug­gere ciò che ama. L’atto dispe­rato non afferma che l’oggetto amato non può essere di un altro, ma che non può disporre di sé, non può appar­te­nere a se stesso. È il fal­li­mento umano come ce lo descri­vono i poeti tra­gici: finire nel vicolo cieco di dover sce­gliere tra l’altro e la pro­pria auto­re­fe­ren­zia­lità e uscirne ucci­dendo l’altro e/o se stessi. Nella psi­cosi l’altro può essere ucciso per­ché per­ce­pito come minac­cia per la pro­pria esi­stenza, nell’ambito di un’interpretazione deli­rante della realtà e/o in uno stato di allucinazione. Lubitz non era folle, né psi­co­tico: non è la pas­sione, ridotta a odio, né un’arbitraria e piena d’angoscia interpretazione/percezione del mondo ad aver deter­mi­nato il suo agire. La pas­sione, che nella psi­cosi soprav­vive come deli­rio, aveva da lungo tempo smar­rito il suo allog­gio den­tro di lui, facen­dolo pre­ci­pi­tare fin dalla sua prima infan­zia in un ter­rore silen­zioso, che restato inci­stato nello spa­zio psi­chico è sfo­ciato nella «psi­cosi bianca». Della «psi­cosi bianca» nulla avver­tiamo, nelle rela­zioni con­ven­zio­nali deter­mi­nate dal «falso Sé» sociale che sosti­tui­sce i veri rap­porti di scam­bio e ci estra­nea dai nostri sen­ti­menti. Se si andasse sotto la super­fi­cie ci si accor­ge­rebbe di un vuoto, per­ce­pito come silen­zio irreale, che fa sen­tire che la coe­renza e la coe­sione com­patta dei com­por­ta­menti e delle parole nasce da una sot­tra­zione di emozioni. Tra il gesto del gio­vane pilota tede­sco e il gesto dei ter­ro­ri­sti arabi che sono andati a schian­tarsi sulle Torri gemelle di New York, il con­fronto è d’obbligo e ci inse­gna molto. A New York è andata in scena una cata­strofe in cui l’odio e la pas­sione con­tro l’altro riu­sci­vano a dare un senso, folle e deli­rante quanto si vuole ma ricon­du­ci­bile a un con­flitto, alla vita, per­fino nel mostruoso agire di car­ne­fici spietati. In Pro­venza l’inerzia psi­chica, la ricerca di un senso di sicu­rezza basato sull’immobilità, la malat­tia mor­tale che si sta espan­dendo nel mondo intero a par­tire dall’Occidente, ha reso evi­dente, con un segnale che si spera non passi inos­ser­vato, che molto peg­gio del ter­rore, che è odio este­rio­riz­zato, è il ter­rore interno asso­ciato al vuoto che ci abita per inca­pa­cità di vivere le nostre passioni. Non c’e via di fuga che non fini­sca nel muro d’inerzia che ha preso il posto della vita.

il manifesto

 
 
 

BIVIO A SINISTRA

Post n°1017 pubblicato il 25 Marzo 2015 da red67ag

Un vento di eufo­ria sof­fia in Europa. La liqui­dità atti­vata dal Quan­ti­ta­tive easing favo­rirà l’erogazione di pre­stiti alle imprese, la paral­lela sva­lu­ta­zione dell’euro le espor­ta­zioni verso le aree del dol­laro, la dimi­nu­zione dei prezzi del petro­lio abbat­terà i costi di pro­du­zione e di tra­sporto. A que­sta straor­di­na­ria com­bi­na­zione di fat­tori espan­sivi, in Ita­lia, si dovreb­bero aggiun­gere gli effetti delle misure di dere­go­la­zione del mer­cato del lavoro e dei forti incen­tivi alle imprese per­ché assu­mano avendo la cer­tezza di poter licen­ziare dopo con grande faci­lità. Qual­cuno arriva a pre­ve­dere una pos­si­bile «bolla di lavoro», tutti pre­ve­dono la ripresa. In realtà la glo­ba­liz­za­zione dei mer­cati, la dua­liz­za­zione del mondo in aree che mar­ciano con ritmi di cre­scita for­te­mente dif­fe­ren­ziati e la fine della ten­denza allo svi­luppo lineare di lungo periodo, hanno reso obso­leti i modelli pre­vi­sio­nali e non a caso essi sba­gliano sem­pre di più e sem­pre per aver soprav­va­lu­tato la cre­scita pre­vi­sta. Ma aste­nersi dalla ten­ta­zione di dare i numeri è dif­fi­cile per­ché essi, nella società della comu­ni­ca­zione in tempo reale, stanno diven­tando sem­pre più impor­tanti. Non tanto per misu­rare «a poste­riori» gli effetti delle scelte poli­ti­che fatte, ma per­ché essi svol­gono due fun­zioni pre­cise: ser­vono ad influen­zare i com­por­ta­menti dei con­su­ma­tori e degli impren­di­tori, a «creare fidu­cia»; ser­vono, soprat­tutto, a creare consenso. E’ per que­sto che si vede in giro una grande voglia di gri­dare alla ripresa prima che essa si mani­fe­sti, per giu­sti­fi­care le scelte fatte, far dige­rire la ridu­zione dei diritti come prezzo neces­sa­rio da pagare, avere, così, mano libera per pro­se­guire sulla strada intra­presa. Insomma è comin­ciata una vera e pro­pria guerra dei numeri nella quale un aumento del Pil del + 0.1% — sola­mente «pre­vi­sto» e quindi con un mar­gine di errore da –0,1 a +0,3 — diventa ripresa ed un aumento di 11 mila occu­pati, pur in pre­senza di un’ulteriore dimi­nu­zione di quelli gio­vani, diventa «la svolta buona». E siamo solo alle prime scher­ma­glie di un bom­bar­da­mento quo­ti­diano che si farà sem­pre più martellante. Come affron­tare que­sta nuova fase? Innan­zi­tutto, penso, facendo un’operazione verità sui numeri dell’economia. Da quando è comin­ciata la crisi l’Italia ha perso il 9% del Pil. Tra i 28 paesi Ue è quella che ha perso di più supe­rata solo dalla Croa­zia che ha perso il 10,6%. Ma la crisi è stata acqua sul bagnato: negli anni pre­ce­denti, dal 2000 al 2007, la cre­scita ita­liana era stata del +8,5%, quella media euro­pea era stata due volte tanto (+17,1%). Quindi un declino che viene da lon­tano: venti anni fa il Pil ita­liano era pari al 14,6% di quello dei 28 paesi Ue, oggi è pari all’11.7%. Il nostro Pil per abi­tante oggi è infe­riore dell’8% rispetto a quello di quin­dici anni fa ed è tor­nato al livello di venti anni fa. E par­liamo di red­dito medio dando per impli­cito che, essendo nel frat­tempo aumen­tate le disu­gua­glianze, alcuni avranno visto aumen­tare i loro red­diti, altri, di con­se­guenza, crollare. Natu­ral­mente gli effetti di que­sto declino eco­no­mico si sono pro­iet­tati sull’occupazione: durante la crisi è dimi­nuita in Ita­lia del –3,5%, il dop­pio di quanto è acca­duto in Europa ( –1,8%). E che dire dei tassi di occu­pa­zione? Prima della crisi era infe­riore a quello medio euro­peo di 6,6 punti, adesso lo è di 8,5 punti. Quello fem­mi­nile era infe­riore di 11,5 punti, adesso il diva­rio è salito a 12,3 punti. Quello dei gio­vani fino a 24 anni era infe­riore di 12,5 punti, adesso lo è di 15,9 punti. I gio­vani occu­pati sono oggi il 16,3% in Ita­lia ed il 32,2% in Europa. C’è, per­ciò, un diva­rio enorme con l’Europa. C’era anche prima, ma è ulte­rior­mente aumen­tato con la crisi. Que­sto vale per l’Italia, ma anche per gli altri paesi del Sud Europa. L’Europa di oggi è molto meno Europa di dieci anni fa e men­tre nel mondo le disu­gua­glianze tra paesi ten­dono a dimi­nuire per­ché le grandi aree prima arre­trate cre­scono più dei paesi svi­lup­pati, que­sto non accade per i paesi del sud dell’Europa. Un feno­meno ana­logo si è regi­strato, poi, all’interno del nostro paese. Gli occu­pati al centro-nord sono, negli anni della crisi, rima­sti sta­zio­nari, quelli al sud sono dimi­nuiti da 6 milioni e mezzo a 5 milioni nove­cen­to­mila. In sostanza tutta la fles­sione di occu­pati si è con­cen­trata nel mez­zo­giorno d’Italia. L’Italia si è allon­ta­nata dall’Europa, il mez­zo­giorno si è allon­ta­nato dall’Italia. A que­ste disu­gua­glianze ter­ri­to­riali si sono affian­cate quelle gene­ra­zio­nali. Gli occu­pati gio­vani erano, nel 2007, 1 milione 500.000, sono adesso solo 900 mila. Natu­ral­mente non tutti sono col­piti allo stesso modo e le disu­gua­glianze, così, si pro­pa­gano con un effetto mol­ti­pli­ca­tore di segno oppo­sto a quello teo­riz­zato da Key­nes. Anche per que­sto le per­sone a rischio povertà sono tor­nate ai livelli di dieci anni fa. Ci siamo sof­fer­mati solo su feno­meni quan­ti­ta­tivi, ma non dob­biamo dimen­ti­care, come dice il Rap­porto Bes– Istat 2014, che «nel campo della salute col pro­trarsi della crisi aumen­tano le malat­tie del sistema ner­voso, peg­giora lo stato psi­co­lo­gico, si dete­rio­rano abi­tu­dini impor­tanti per una migliore salute…e, nel campo sociale, si regi­strano rica­dute nega­tive come la ridu­zione della par­te­ci­pa­zione ad atti­vità cul­tu­rali, la par­te­ci­pa­zione sociale, il peg­gio­ra­mento delle rela­zioni sociali». Que­sta è la situa­zione sociale ed eco­no­mica dell’Italia di oggi. Pro­iet­tando nei pros­simi dieci anni le pre­vi­sioni di cre­scita dei diversi paesi euro­pei se ne ricava che le distanze dall’Europa con­ti­nue­ranno a cre­scere e che saremo ancora lon­tani dai livelli di venti anni fa. Non so se così l’Europa andrà, come ripete Ste­fano Fas­sina, a sbat­tere, noi cer­ta­mente sì per­ché l’Italia si sta muo­vendo all’interno di com­pa­ti­bi­lità e logi­che che non ci per­met­te­ranno di fare il salto neces­sa­rio per avvi­ci­narci, invece di allon­ta­narci, dall’Europa. Ed allora tor­niamo ai numeri ed arri­viamo alla sini­stra, sociale e poli­tica. Dicia­mo­celo cru­da­mente: stiamo subendo una pesante scon­fitta. La gene­rosa resi­stenza a difesa dei diritti è stata pie­gata, l’assetto isti­tu­zio­nale e poli­tico mar­cia verso ten­denze accen­tra­trici che, in nome dell’efficienza, con­tra­stano con l‘idea di demo­cra­zia par­te­ci­pata per la quale abbiamo lot­tato, l’idea di «Piano del Lavoro» della Cgil per affron­tare diver­sa­mente la crisi non ha tro­vato ascolto. Se la dimen­sione dei pro­blemi è quella descritta abbiano davanti a noi due sce­nari. Il primo è cer­care, come si dice nella sini­stra Pd, di ridurre il danno, il che signi­fica limi­tarci a com­bat­tere una bat­ta­glia a colpi di deci­mali, ridurci a gufare o tifare a giorni alterni. Il secondo è fare la mossa del cavallo, com­piere un enorme salto di qua­lità, alzare il livello del con­fronto, imporre un con­fronto sul futuro del paese. Per fare que­sto dovremmo costruire una piat­ta­forma per lo svi­luppo, per il lavoro, per i diritti, per il red­dito, una piat­ta­forma che con­tem­pli anche una redi­stri­bu­zione del lavoro ed un red­dito di cit­ta­di­nanza attiva per andare incon­tro alle situa­zioni più disa­giate. Una piat­ta­forma uni­fi­cante e mobi­li­tante, capace di creare uno schie­ra­mento poli­tico e sociale il più ampio pos­si­bile, e di mobi­li­tare i sog­getti sociali inte­res­sati supe­rando le bar­riere divi­so­rie del lavoro che fu. Una piat­ta­forma capace di guar­dare all’Europa, cer­cando alleanze con i paesi che hanno le nostre stesse dif­fi­coltà e con le forze poli­ti­che pro­gres­si­ste per una nuova poli­tica euro­pea di inve­sti­menti pub­blici corag­giosa. Un com­pito enorme pos­si­bile solo se si svi­luppa coin­vol­gendo i sog­getti, se si avvi­ci­nano ed uni­scono le mille facce del lavoro di oggi, di chi lo pos­siede, di chi lo cerca, di chi non ci prova più, di chi lo cerca per neces­sità vitali e di chi per rea­liz­zarsi e, soprat­tutto, nord e sud, gio­vani e non, uomini e donne. Se il com­pito è que­sto dovremmo innan­zi­tutto rico­no­scere che da soli siamo tutti asso­lu­ta­mente ina­de­guati. Se il com­pito è que­sto dob­biamo farlo tutti, cia­scuno a par­tire da sé, cia­scuno apren­dosi agli altri, tutti con l’entusiasmo ed il corag­gio che la scelta richiede. Se il com­pito è que­sto dovremmo con­cen­trarci innan­zi­tutto sui con­te­nuti della piat­ta­forma e la Cgil, tutta, ha molto da dire in proposito.

Aldo Carra il manifesto

 
 
 

UN NEW DEAL O IL DISASTRO

Post n°1016 pubblicato il 21 Marzo 2015 da red67ag

Workers act/Il governo Renzi non esce fuori dal dogma del mercato capace di autoregolarsi. Senza politiche pubbliche la crisi non finisce. Una volta – per essere competitivi – si svalutava la moneta, oggi si svaluta il lavoro: meno diritti, meno tutele, meno retribuzione. Le politiche neoliberiste si sono basate in questi decenni su quattro pilastri: la riduzione della spesa pubblica e del ruolo dello Stato; le privatizzazioni e le liberazioni (a partire da quella della circolazione dei capitali); gli investimenti privati (il mercato) e la precarizzazione del mercato del lavoro. La riforma del mercato del lavoro è una di quelle riforme “strutturali” cui Renzi affida la speranza di rilanciare l'occupazione e l'economia. In realtà, come sappiamo tutti, in questi anni l'esistenza di oltre 45 forme di lavoro atipico non ha incoraggiato ad assumere di più, ma semplicemente a sostituire i contratti di lavoro con tutele con forme di lavoro precario, senza diritti. Non si sono creati posti di lavoro in più, ma solo più lavori precari. Né queste riforme hanno avuto effetti salvifici sull'economia. Proprio nel DEF si dice che l'impatto del Jobs Act sul PIL sarà minimo: non più dello 0,1%. Si tratta di previsioni; e quelle del governo in questi vent'anni sono sempre state troppo ottimistiche e poi inevitabilmente corrette al ribasso. L'assunto dal quale si parte è noto: bisogna mettere le imprese nelle condizioni di avere meno vincoli e costi possibile. E così potranno assumere. Solo che, probabilmente, i nuovi assunti saranno assai pochi: la maggior parte dei nuovi contratti saranno “sostitutivi”, cioè trasformeranno rapporti di lavoro pre-esistenti più gravosi in quelli più convenienti introdotti dalla legge di stabilità. Tutte le agevolazioni fiscali di questi anni, le imprese non le hanno utilizzate per fare investimenti nell'economia reale, ma in quella finanziaria e speculativa o per arrotondare i loro profitti. La realtà è che i governi occidentali di questi anni (e Renzi, oggi), rinunciano ad ogni politica pubblica attiva: non c'è una politica industriale, non c'è una politica degli investimenti pubblici (che in 20 anni si sono dimezzati), non c'è una politica del lavoro. Non c'è più una politica della domanda (di sostegno, programmazione, investimento), ma solo dell'offerta, dove – per quel che ci riguarda – non è più nemmeno offerta di lavoro, ma offerta di lavoratori alle condizioni più vantaggiose per le imprese. Nel frattempo gli ultimi dati ISTAT ci dicono che la situazione in Italia continua a peggiorare. E già questo dovrebbe indurre i governi ad un serio ripensamento delle politiche sin qui seguite. L'idea di lasciare al mercato la creazione di occupazione non funziona e non ha funzionato mai, se non per la produzione di posti di lavoro precari, effimeri, mal retribuiti, senza tutele. Ma quale sistema economico e produttivo può pensare di sopravvivere grazie ad una idea di lavoro così retriva e padronale? Altro che modernità, qui siamo al ritorno all'ottocento, anche se “2.0”. Un lavoro senza qualità porta con sé una economia senza futuro. Senza un investimento nel lavoro (in termini di risorse, ma anche di formazione, di tutele, ecc.) non ci può essere alcuna economia di qualità, innovativa, capace di “competere”. Un'impresa che si serve del lavoro “usa e getta”, non ha speranze, è di bassa qualità, dura poco: non è più impresa, ma solo business di piccolo cabotaggio (anche se magari di grande ritorno affaristico). Servirebbe invece una politica pubblica per il lavoro: una sorta di piano straordinario del lavoro fondato sugli investimenti pubblici per creare occupazione nella risposta alle grandi emergenze nazionali (lotta al dissesto idrogeologico, edilizia scolastica, “piccole opere”, ecc.) e nelle frontiere delle nuove produzioni della cosiddetta Green Economy (mobilità sostenibile, energie pulite, ecc.). Servirebbe uno Stato che fosse attivo –indirettamente, ma anche direttamente – nella creazione di posti di lavoro, attraverso un'agenzia nazionale come quella (la Works Progress Administration) che fu creata da Franklin Delano Roosevelt durante il New Deal. E servirebbero degli investimenti “pazienti” (che danno riscontro sul medio periodo) in settori fondamentali per creare buona economia e buona occupazione: nell'innovazione e nella ricerca, nel settore formativo ed educativo e nella coesione sociale. E poi, bisognerebbe riprendere un discorso che oggi può sembrare in controtendenza (sicuramente rispetto alle politiche neoliberiste), ma quanto mai attuale e necessario: la riduzione dell'orario di lavoro. Se il lavoro è poco, bisogna fare in modo che il lavoro sia redistribuito il più possibile. Lasciare milioni di persone nella disoccupazione e nell'inattività è economicamente sbagliato, moralmente disumano e socialmente ingiusto e pericoloso.

Giulio Marcon sbilanciamoci

 
 
 
Successivi »
 

 

 

CONTATTA L'AUTORE

Nickname: red67ag
Se copi, violi le regole della Community Sesso: M
Età: 60
Prov: MI
 

 

 

 

 

 

 

 

AREA PERSONALE

 

 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

FACEBOOK

 
 
Citazioni nei Blog Amici: 33
 

ULTIME VISITE AL BLOG

red67agchristie_malrycmwlupusStregaM0rgauseVIETCONG.973sensibilealcuorephilippe.1_2013gratiasalavidaNues.snon.sono.iocinciarella10musa_1978marcello.faraonisignora_sklerotica_2
 

CHI PUÒ SCRIVERE SUL BLOG

Solo l'autore può pubblicare messaggi in questo Blog e tutti gli utenti registrati possono pubblicare commenti.
I commenti sono moderati dall'autore del blog, verranno verificati e pubblicati a sua discrezione.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom