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Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

Messaggi di Luglio 2012

STO CON I TARTASSATI, NON E' DEMAGOGIA

Post n°222 pubblicato il 30 Luglio 2012 da red67ag

La macelleria sociale continua senza dare segni di stanchezza. Lo spread, che non dipende dalle volontà politiche dei governanti di oggi, fa un po’ quello che gli pare, prediligendo il comportamento ciclotimico tipico dei flussi speculativi. Così facendo tiene sotto ricatto Stati e governi perché non venga loro in mente di decidere e di legiferare contro l’interesse dei mercati. I feroci costi di questo stato di cose, si scaricano, come sempre, su lavoratori, pensionati, disoccupati e precari. Ma come potrebbe essere diversamente? Coloro che decidono, in proprio, o sulla base di «autorevoli» sollecitazioni esterne, versano in condizioni economiche molto lontane a volte lontane anni luce, da quelle dei tartassati o massacrati dai provvedimenti dell’austerità. I redditi annui di leader politici e di governo, di manager di banche e istituzioni finanziarie, sono spesso talmente spropositati rispetto al reddito dei cittadini di cui sono chiamati a determinare le sorti economiche, da impedire loro di cogliere la prospettiva della realtà, anche con quella partecipazione personale che permette ad una persona di saper vagliare la verità viva dei problemi che madri e padri di famiglia si trovano ad affrontare. Non voglio con questo dire che per capire i problemi, le frustrazioni e i travagli di un pensionato a settecento euro al mese si debba essere poveri. Quelli attenti al prossimo e alle sue condizioni esistenziali sono in grado di essere solidali a prescindere dalla consistenza del loro reddito. Ma purtroppo tale sensibilità non è così diffusa tra chi non conosce sulla propria carne i disagi e le notti bianche degli afflitti dai morsi delle difficoltà economiche. Forse sarebbe ora di avviare una riflessione seria e ponderata sul livello di reddito di chi è chiamato a elaborare riforme che peggiorano le condizioni esistenziali ed economiche dei meno abbienti. E non ci vengano a dire che questa è demagogia perché dell’uso squallidamente intimidatorio di questo termine fatto proprio dai peggiori demagoghi, ne abbiamo piene le tasche. L’ideologia dell’intimidazione demagogica contro chi chiede giustizia sociale, dignità e diritti, è figlia di una precisa pedagogia che per secoli e secoli ha costruito il mondo a misura dei potenti e dei loro privilegi. Dalla Rivoluzione francese in avanti, questa pedagogia è stata contrastata con crescente forza fino a tutti gli anni Settanta del Novecento, con conquiste significative e con un orizzonte di speranza. Ma dal crollo del cosiddetto comunismo in poi, la demagogia del privilegio si è riaffermata con questo messaggio: «Vi eravate illusi, lo Stato sociale è morto, vi spetta una vita grama, chinate la testa!».

Moni Ovadia    Fonte  Rifondazione Comunista

 
 
 

UNA STORIA DI VELENI E DI RICORSI

Post n°221 pubblicato il 29 Luglio 2012 da red67ag

Le perizie dei chimici e degli epidemiologi,le morti e le malattie. I magistrati coprono il vuoto della politica «Mi complimento per gli sforzi e i risultati ottenuti da Ilva. Attraverso i recenti dati clinici che ci giungono dalle Asl territoriali, emergono dati confortanti in relazioni alle malattie più gravi, patologie che non risultano in aumento, anche grazie al miglioramento dell'ambiente e della qualità dell'aria». Questo affermava il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, nell'ottobre del 2011 sulla rivista (promossa da Ilva) Il Ponte N.3 , a pagina 19. Poi sono arrivate le due perizie della magistratura, una dei chimici e una degli epidemiologi. Il sindaco è stato clamorosamente smentito dai periti della procura che hanno invece scritto queste cose. 1) Nel 2010 Ilva ha emesso dai propri camini oltre 4 mila tonnellate di polveri, 11 mila tonnellate di diossido di azoto e 11 mila e 300 tonnellate di anidride solforosa (oltre a: 7 tonnellate di acido cloridrico; 1 tonnellata e 300 chili di benzene; 338,5 chili di Ipa; 52,5 grammi di benzo(a)pirene; 14,9 grammi di composti organici dibenzo-p-diossine e policlorodibenzofurani (Pcdd/F). Vedere pag. 517 della perizia dei chimici. 2) I livelli di diossina e Pcb rinvenuti negli animali abbattuti e accertati nei terreni circostanti l'area industriale di Taranto sono riconducibili alle emissioni di fumi e polveri dello stabilimento Ilva di Taranto. Vedere pag. 521 della perizia dei chimici. 3) La stessa Ilva stima che le sostanze non convogliate emesse dai suoi stabilimenti sono quantificate in 2148 tonnellate di polveri; 8800 chili di Ipa; 15 tonnellate e 400 chili di benzene; 130 tonnellate di acido solfidrico; 64 tonnellate di anidride solforosa e 467 tonnellate e 700 chili di Composti Organici Volatili. Vedere pag. 528 della perizia dei chimici. 4) La fuoriuscita di gas e nubi rossastre dal siderurgico (slopping), fenomeno documentato dai periti chimici e dai carabinieri del Noe di Lecce, ammonta a 544 tonnellate all'anno di polveri? Vedere pag. 528 della perizia dei chimici. 5) Sarebbero 386 i morti (30 morti per anno) attribuibili alle emissioni industriali. Vedere pag. 219 della perizia degli epidemiologi. 6) Sono 237 i casi di tumore maligno con diagnosi da ricovero ospedaliero (18 casi per anno) attribuibili alle emissioni industriali. Vedere pag. 219 della perizia degli epidemiologi. 7) Sono 247 gli eventi coronarici con ricorso al ricovero (19 per anno) attribuiti alle emissioni industriali. Vedere pag. 219 della perizia degli epidemiologi. 8 ) Sono 937 i casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie (74 per anno) (in gran parte tra i bambini) attribuiti alle emissioni industriali. Vedere pag. 219 della perizia degli epidemiologi. 9) Sono 17 i casi di tumore maligno tra i bambini con diagnosi da ricovero ospedaliero attribuibili alle emissioni industriali. Vedere pag. 220 della perizia degli epidemiologi. 10) I periti hanno concluso che l'esposizione continuata agli inquinanti dell'atmosfera emessi dall'impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione «fenomeni degenerativi di apparati diversi dell'organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte». Ripercorriamo alcuni passi della vicenda. 2008 Le analisi di laboratorio (commissionate da PeaceLink) sul pecorino evidenziano concentrazioni di diossina e Pcb tre volte superiori ai limiti di legge. L'Asl di Taranto ordina l'abbattimento di 1.300 capi di bestiame allevati a ridosso dell'Ilva 2009 Ventimila persone sfilano a Taranto contro l'inquinamento aderendo all'appello lanciato da Altamarea. 2010 PeaceLink e Altamarea evidenziano troppa diossina nelle carni di ovini e caprini. Un'ordinanza della Regione Puglia vieta il consumo del fegato degli ovini e caprini cresciuti in un raggio di 20 chilometri dall'area industriale di Taranto. 2011 Il Fondo Antidiossina Taranto fa analizzare dei mitili. Emergono valori estremamente preoccupanti. L'Asl di Taranto vieta il prelievo e la vendita delle cozze allevate nel primo seno del Mar Piccolo. I mitili presentano concentrazioni di diossina e Pcb superiori ai limiti di legge. 2012 La magistratura mette i sigilli agli impianti più inquinanti dell'Ilva. Che altro dovevano fare i magistrati?

Alessandro Marescotti  Presidente di Peacelink

www.peacelink.it           fonte il manifesto

 

 
 
 

OBSOLESCENZA PROGRAMMATA

Post n°220 pubblicato il 28 Luglio 2012 da red67ag

Il consumismo non esiste da sempre e non è destinato ad essere il nostro futuro. E' piuttosto una breve, drammatica parentesi nella storia. La civiltà contadina, e anche le città mercantili, non buttavano nulla. Riparavano, riusavano e, soprattutto, non producevano cose inutili. Persino gli abiti lussuosi di aristocratici e ricchi mercanti venivano trasmessi alla generazione successiva. Ancora negli anni Cinquanta in Italia gli alunni delle elementari celebravano con un tema la «giornata del risparmio» e l'Europa era famosa per i suoi prodotti fatti per durare. Quando nasce lo shopping e l'usa e getta? Una radice strutturale è l'enorme capacità produttiva delle macchine, in particolare della catena di montaggio motore con il petrolio della rivoluzione industriale made in Usa, generatrice di una quantità mai vista di beni accessibili anche agli operai e al ceto medio, nuovo ampio mercato interno di consumatori costruito aumentando i salari, ma il consumismo vero e proprio si afferma nella seconda metà del Ventesimo secolo. Un passo indietro, agli anni Venti. I produttori di lampadine fanno cartello perchè funzionino con un tetto massimo di mille ore grazie a filamenti fragili. Negli anni della Grande Depressione un signore che nessuno ricorda, Bernard London, ha un'idea: dare una scadenza a tutti i prodotti per rilanciare l'economia. Scarso successo. Roosevelt e Keynes hanno idee migliori. Anni Quaranta, i chimici della Dupont mettono a punto un filo più che resistente, il nylon, ma le calze durano troppo. Marcia indietro e ricerca di un materiale meno robusto. Nel dopoguerra dal 1947 al 1953 la crescita economica è forte ma non eterna. Ed è allora che l'industria decide la strategia che apre l'era delle cavallette: l'obsolescenza programmata. Vale a dire produrre beni dalla corta durata stimolando un consumo continuo. Come? Lo sintetizza nel 1954 un designer d'auto, Brooks Stevens: «instillare l'insoddisfazione del bene posseduto e il desiderio di comprare qualcosa di più nuovo prima del necessario». La chiave è la pubblicità: felicità e libertà legati al consumo illimitato. Ma basilari sono il credito facile, la scarsa qualità delle merci e il basso costo che rendono non economico riparare, cambiare modelli e mettere fuori produzione i vecchi, inserire dispositivi tecnologici che bloccano il funzionamento del prodotto secondo cicli di vita stabiliti dal management. L'usa e getta colonizza il mondo. 2003, class action contro Apple. L'iPod non ha pezzi di ricambio, la batteria per esempio, per cui finita la garanzia, devi ricomprarlo. Nel processo i tecnici degli avvocati trovano il chip della breve durata. Apple perde la causa. Racconta tutto «Comprar, tirar, comprar. La Historia segreta de la obsolescencia programada», 2011, il premiatissimo documentario della regista spagnola Cosima Dannoritzer disponibile su Internet (anche una bella puntata de «La storia siamo noi», Rai3). Effetti ambientali e sociali: natura distrutta, lavoro duro per avere un reddito adeguato a un consumo ritenuto indispensabile, tonnellate di rifiuti compresi i tecnologici la cui ultima versione superaccessoriata, sempre troppo per l'uso che ne fa la media degli acquirenti, vive solo per un attimo.

Giuseppina Ciuffreda  il manifesto

 
 
 

IL DILEMMA TARANTINO TRA LAVORO E MORTI DI AMIANTO

Post n°219 pubblicato il 26 Luglio 2012 da red67ag

La realtà industriale tarantina è stata quanto mai vessata da plurime morti sul lavoro, per infortuni o malattie professionali. Vi insistono, difatti, da cinquanta anni, a ridosso della città, uno dei più grandi stabilimenti siderurgici di Europa, una importante raffineria di idrocarburi e un cementificio, dai cui impianti si sprigionano notevoli quantità di agenti patogeni. In quasi venti anni di contenzioso legale i lavoratori hanno visto riconoscere da un lato, nei confronti delle imprese, cospicui risarcimenti del danno differenziale a favore delle vittime del lavoro e dall`altro, nei confronti dell`Inail, centinaia di malattie professionali, tra le quali segnaliamo, sul fronte delle neoplasie: mesoteliomi, carcinomi polmonari, della laringe e asbestosi; carcinomi renale, dello stomaco, della vescica, dell`intestino, della prostata; leucemie e linfomi. Gli ambienti dì lavoro e tutta la città di Taranto, come si è avuto modo di appurare ufficialmente nei recenti accertamenti probatori disposti dalla procura, sono difatti pregni di fibre di amianto, idrocarburi policiclici aromatici, diossina, ammine aromatiche, cadmio, metalli pesanti e veleni di ogni genere che costituiscono fattori di rischio specifico per l`insorgenza di tumori. Già con la ordinanza del Gup di Taranto dell`11/5/2009, R. Gip 6392/08, sono stati rinviati a giudizio i più importanti manager della siderurgia pubblica nazionale e i direttori dello stabilimento siderurgico di Taranto che si sono succeduti dalla fine degli anni `60 alla prima metà degli anni `90, in quanto ritenuti responsabili del decesso di sedici lavoratori a cagione delle più varie neoplasie ascrivibili al mix di sostanze cancerogene che si sprigionano dagli impianti di Taranto la prossima udienza si te] rà il 23/11/2012. Il secondo processo «tumori» che concerne quindici decessi solo per mesoteliomi e carcinomi polmonari per esposizione al rischio da amianto, si terrà in sede dibattimentale il 3/10/2012. Il capo di imputazione confermato dal decreto del Gup n. 3390/10 R. Gip è circoscritto al singolo rischio cancerogeno e è stato assistito da una efficace e tempestiva indagine, che perviene sino alla gestione privata dello stabilimento Ilva . L`amianto, in effetti, è ancora presen- te in enormi quantità nello stabilimento siderurgico di Taranto e non è un materiale volatile del quale sia difficile indicarne la provenienza, per cui, diversamente rispetto al primo grande processo di cui si è detto, ove gli oneri probatori sono più complessi, nessuno può contestare che detta esposizione vi sia stata; l`eziologia dei tumori ricollegabili e denunciati, del resto, è ormai scientificamente acclarata. In questo rovente clima giudiziario si inserisce l`incidente probatorio conclusosi il 30 marzo 2012 con il quale si è accertata l`esistenza di un disastro ambientale provocato dallo Stabilimento siderurgico Jonico e la ascrivibilità di centinaia di decessi tra la cittadinanza all`inquinamento industriale. Gli atti di questa indagine sono confluiti, su conforme richiesta della procura e dei difensori delle parti civili, nei due grandi processi che hanno ad oggetto l`imputazione di plurimi omicidi colposi. Si determina così una situazione veramente complessa nell`ottica di un bilanciamento di interessi apparentemente contrapposti: quelli occupazionali, da un lato e quelli di tutela della salute, dall`altro, giacche potrebbe essere emessa una ordinanza cautelare di sequestro dello Stabilimento o di una sua parte al fine di impedire la protrazione delle emissioni inquinanti e del reato. Probabilmente una revisione della autorizzazione ambientale dello stabilimento, la adozione immediata di rimedi come la copertura dei parchi minerali, delle linee dì trasporto dei minerali ed un`accurata vigilanza sul funzionamento e sulla efficacia dei filtri delle ciminiere e del sistema di deflusso dei fanghi di acciaieria consentirebbe invero se non di soddisfarle entrambe, quantomeno di contemperare tutte le esigenze in attesa che sia studiata e approntata una concreta alternativa economica alla produzione siderurgica, i cui impianti oggi invero nessuno stato civile consentirebbe di installare nelle adiacenze delle città. [.]

Massimiliano Del Vecchio il manifesto

 
 
 

POLITICA E MERCATI

Post n°218 pubblicato il 25 Luglio 2012 da red67ag

Una classe dirigente inetta, incolta, arrogante, asservita sta portando alla rovina l’Europa e con essa le principali conquiste che il movimento operaio e la cultura democratica avevano realizzato nel corso di un secolo. Contrattazione collettiva, pieno impiego, diritti sindacali, sanità, pensione, istruzione, ricerca e cultura come diritti universali: promossi per il bene di tutti e non nel solo interesse di chi li paga o ne beneficia. La combinazione di tante manchevolezze nelle nostre classi dirigenti è riconducibile all’adesione, per molti esplicita e per gli altri sottintesa alla teoria liberista che affida il governo della società al mercato. Anzi, ai mercati. Quei mercati sempre meno identificati come un sistema di relazioni tra soggetti indipendenti e sempre più come un insieme di potenze imperscrutabili nelle cui mani è riposto il destino del mondo. Sotto la copertura di questa pseudoteoria che ha impregnato di sé i vertici di imprese, istituzioni finanziarie, governi, partiti e mondo accademico si sono andati realizzando, nel corso dell’ultimo trentennio, l’asservimento totale della vita di intere popolazioni e dei loro governi, da un lato, al potere della finanza (e un gigantesco trasferimento di risorse dal lavoro al capitale) e, dall’altro, a uno spirito proprietario (condito di nazionalismo e razzismo: «padroni in casa nostra») che quelle stesse classi dirigenti sono andate diffondendo per fidelizzare il loro elettorato. La politica è stata così ridotta a mera contabilità: dapprima sostenendo che solo il mercato promuove il benessere; da quando è scoppiata la crisi, terrorizzando la gente con la prospettiva di disastri crescenti se non si obbedisce ai mercati, sacrificando loro ogni volta qualcosa. Sacrifici che non bastano mai: ogni nuova misura viene prospettata come risolutiva per poi scoprire che non basta ancora e che ce ne vogliono altre. In questa rincorsa alle richieste dei mercati anche l’unione politica dell’Europa è stata declassata al rango di mera misura per far fronte agli spread: una misura contabile da affiancare all’unione bancaria, agli eurobond, al fondo salva-stati, alla mutualizzazione dei debiti, alla trasformazione della Bce in prestatore di ultima istanza, ecc. Non c’è progetto, non ci sono valori condivisi, non c’è road-map, non c’è alcuna idea né considerazione per la democrazia. Confrontate questo non-pensiero con gli ideali dei “padri spirituali” o con la cultura dei fondatori della Comunità Europea: avrete una misura della caduta dello Zeitgeist di tutto l’Occidente. Di questa cultura da contabili Monti e Draghi sono oggi gli esponenti di punta, per molti versi intercambiabili. Solo mere contingenze temporali hanno assegnato all’uno il governo dell’Italia e all’altro quello della Bce. Qualche mese in più o in meno avrebbe potuto invertire le loro carriere e i loro ruoli: sono entrambi espressione dello spirito predatorio della banca Goldman Sachs che li ha allevati. Formula, missione e filosofia del governo tecnico di Monti sono la traduzione in lingua odierna di un cartello che ornava gli uffici pubblici del ventennio fascista: «Qui si lavora e non si fa politica». La politica, cioè il governo e l’autogoverno della società, erano stati da tempo aboliti dai partiti che hanno preparato l’avvento di Monti e che oggi ne sostengono il governo. Sappiamo dove ci ha portato quel cartello: cultura soffocata, libertà distrutta, leggi razziali, guerra, milioni di morti, distruzione del paese. Non sappiamo ancora – ma possiamo immaginarlo guardando la Grecia, che ci precede di qualche mese lungo un cammino segnato – dove ci porterà un governo che si adegua ai diktat della finanza internazionale. E’ evidente che lungo questo tragitto non solo la Grecia o la Spagna, ma l’Europa intera, Germania e satelliti compresi, sono votati al disastro. In tempi di globalizzazione non esiste una via di ritorno alle sovranità dei singoli paesi, come non esiste via di ritorno alle valute nazionali che non siano un disastro ancora peggiore. Il mondo è cambiato e ripercorrere le vie battute nei cosiddetti “trent’anni gloriosi” (1945-1975) non è più un’alternativa praticabile. Bisogna convertire il sistema a nuove produzioni compatibili con i limiti ambientali del nostro pianeta; ma anche questo non basta. Perché per poterlo fare ci vogliono una nuova cultura e una nuova classe dirigente che se ne faccia interprete (quelle attuali sono quasi interamente da rottamare); e la corresponsabilizzazione di una vasta cittadinanza attiva a loro supporto. Una svolta epocale. Saremo mai in grado di farcene promotori? Sì, e per molti motivi: Innanzitutto, gli attuali esponenti dell’establishment europeo e occidentale – come l’apprendista stregone che non riesce a controllare le potenze occulte che lui stesso ha evocato – sono incapaci di trovare una soluzione alla strapotenza della finanza a cui hanno sciolto le briglie. L’impotenza della Bce non è il frutto di un errore di progettazione, ma della scelta di sottrarre ai governi il controllo di uno strumento fondamentale della sovranità – la creazione di moneta – per contenere le rivendicazioni salariali e l’espansione del welfare finanziato con la spesa pubblica. In secondo luogo non bisogna sopravvalutare nemmeno le loro competenze: creare un Gas (Gruppo di acquisto solidale) o dirigere un cooperativa sociale o un quotidiano come il manifesto è spesso più difficile che diventare amministratore delegato di una grande banca grazie agli appoggi politici di persone altrettanto incompetenti. E i risultati si vedono! Poi possiamo e dobbiamo ricostituire delle scuole di auto formazione – quel ruolo una volta svolto dai partiti, e da tempo abbandonato – contando su una molteplicità di competenze e di buone pratiche oggi completamente ignorate, se non derise, dalla cultura ufficiale. Ma soprattutto dobbiamo fare nostra l’idea che non esiste democrazia politica senza democrazia economica, cioè autogoverno nei e sui luoghi della produzione e del lavoro. È questo il grande buco nero del pensiero politico del secolo scorso: l’idea che si possa contare nella società anche se le decisioni su cosa, come, dove e per chi produrre vengono sottratte alla comunità che ne dipende. La storia del ventesimo secolo è stata di fatto un percorso di progressiva espropriazione delle classi popolari e lavoratrici dalle componenti più significative della loro esistenza. Da un lato, il fordismo, che dalla fabbrica ha progressivamente investito tutta la società, ha svuotato il lavoro del suo contenuto, della possibilità di far valere i propri saperi e il proprio saper fare nella determinazione dei rapporti con le altre componenti della società e, in particolare, nei rapporti di forza con il capitale. Dall’altro il consumismo ha svuotato la vita quotidiana, la riproduzione della vita sociale, l’insieme del lavoro di cura, riducendole all’acquisto di merci e al consumo di servizi sempre più mercificati: quelli che il mercato offre, che la pubblicità impone e che il nostro reddito consente. Ma da tempo questi processi sono arrivati al capolinea: e milioni di persone si sono già messi alla ricerca di soluzioni alternative, di un mondo diverso. Un recupero di democrazia, di possibilità e capacità di autogoverno, non può basarsi solo su aspetti formali, sulla possibilità di concorrere a decidere sulle leggi e sul loro rispetto, che pure sono aspetti essenziali. Una vera democrazia ha bisogno di affiancare alla rappresentanza formale sedi e strutture di partecipazione sostanziale in tutti gli ambiti: e innanzitutto in quelli della produzione, del lavoro e della cura. Partecipare non vuol dire solo “scegliere”, delegando alle proprie rappresentanze o al mercato il compito di rendere operative le nostre scelte. Vuol dire contribuire, con l’interezza delle nostre persone, dei nostri corpi, dei nostri affetti, dei nostri saperi, della nostra esperienza, alla realizzazione delle nostre scelte. Se l’”uomo artigiano”, che riunisce nella stessa figura competenza tecnica, manualità e affettività – o per lo meno, grande attenzione – nei confronti dell’oggetto del suo lavoro (pensiamo al lavoro di chi ripara o mantiene oggetti o impianti non più funzionanti) è l’emblema di una figura professionale che va oltre – in positivo – al fordismo; e se il consumo critico, nella sua accezione più ampia, a partire dalle forme di condivisione promosse nei gruppi di acquisto solidale, adombra la strada di un modello di cura della vita quotidiana che va oltre la ripartizione tradizionale dei ruoli tra i generi, il cuore di una riconversione ecologica del sistema sarà il processo attraverso cui una intera comunità, coinvolgendo in esso i governi locali, l’associazionismo e l’imprenditoria disponibile, prende in carico le sorti delle produzioni che insistono sul proprio territorio di riferimento, a partire dai servizi pubblici locali, delle aziende in crisi e votate alla scomparsa, dall’agricoltura di prossimità. Certamente una nuova idea di Europa non può prescindere da un confronto a tutto campo con il potere della finanza, imponendo una radicale ristrutturazione dei debiti (una soluzione che ormai cominciano a prendere in considerazione diversi economisti mainstream), prima che sia la finanza a portare allo stremo, una dopo l’altra, le economie di tutti i paesi.

Guido Viale  il manifesto

 
 
 

 

 

 

 

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