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Creato da red67ag il 01/07/2011

Il lavoro

Nell'era della globalizzazione

 

Messaggi del 09/06/2012

LA SOGLIA DELL'ARTICO

Post n°184 pubblicato il 09 Giugno 2012 da red67ag

Stiamo per superare un'altra soglia - un altro passo verso il disastro ecologico. Si tratta dell'atmosfera terrestre: questa primavera diverse stazioni di ricerca - in Alaska, Groenlandia, Norvegia, Islanda e anche Mongolia - hanno registrato per la prima volta almeno 400 parti per milione di anidride carbonica nell'Artico. «Parti per milione», o ppm, è il modo usuale di misurare la concentrazione dei gas: significa quante molecole di un certo gas rispetto a tutte le molecole contenute dell'atmosfera. Dunque una media globale di 400 ppm è vicina - al momento è 396, ma ormai aumenta di circa 2 ppm all'anno. Duecento anni fa, appena prima della rivoluzione industriale, nell'atmosfera terrestre c'erano 274 ppm di anidride carbonica. Poi l'umanità ha cominciato a bruciare carbone, poi petrolio; l'anidride carbonica (e altri gas) ha cominciato ad accumularsi nell'atmosfera, dapprima lentamente poi negli ultimi decenni sempre più in fretta, e la temperatura sul pianeta ha cominciato a salire in modo abnorme. Quale sarebbe una soglia sicura? I trattati internazionali sul clima non sono precisi: il comitato scientifico delle Nazioni unite, Ipcc, fa appello a contenere il riscaldamento terrestre emtro 2 gradi centigradi in media entro la fine di questo secolo, ma non dice espressamente quale concentrazione di CO2 è consigliabile per questo obiettivo. Un numero ormai ampio di scienziati ed esperti dice che 350 ppm è la soglia da non superare «se l'umanità vuole preservare il pianeta in condizioni simili a quelle in cui la civiltà umana si è sviluppata e in cui si è adattata la vita sulla Terra», come aveva osservato James Hansen, climatologo della Nasa, uno degli scienziati che oltre vent'anni fa avevano dato l'allarme sul riscaldamento del clima - e uno dei fondatori del movimento internazionale chiamato appunto 350.org. Oggi il problema è che l'umanità conosce perfettamente i dati della situazione, sa abbastanza bene quali conseguenze avrà l'aumento delle temperature, è consapevole dell'urgenza di diminuire le emissioni di gas «di serra». Però cerca scappatoie e non fa nulla, o troppo poco. Questa settimana l'Agenzia internazionale per l'Energia (Aie) ha riferito che le emissioni mondiali di anidride carbonica nel 2011 sono aumentate del 3,2 per cento rispetto all'anno prima, mentre dovrebbero scendere almeno del 3% annuo per stabilizzare il clima. Eppure, non è impossibile diminuire la nostra produzione di CO2. Tutto parte dall'energia: bruciare meno carbone e petrolio, e usare di più le energie rinnovabili a cominciare dal solare e dal vento, poi proteggere le foreste e migliorare le pratiche agricole, che poi significa anche garantire al Sud del pianeta chances di svilupparsi in modo equo. Le ricette non mancano. Già nel 2010 uno studio tecnico pubblicato da Ecofys, uno studio di consulenza energetica olandese, dimostrava che era fattibile passare all'uso totale di energie rinnovabili entro il 2050. Ieri Greenpeace, insieme al European Renewable Energy Council (Erec) e al Global Wind Energy Council (Gwec), ha diffuso un rapporto che delinea una «rivoluzione» energetica basata su più energie rinnovabili e veicoli più efficienti (cioè che usano meno carburante a parità di lavoro svolto), con una roadmap dettagliata su come ridurre dell'80 per cento il fabbisogno di petrolio da qui al 2050, in particolare nel settore dei trasporti (il rapporto si chiama «Energy evolution: A Sustainable World Energy Outlook»). Dice che le rinnovabili potrebbero fornire fino al 90% dell'energia elettrica e per riscaldamento, o oltre il 70% per i trasporti, investendo circa 1.200 miliardi di dollari l'anno (cioè l'uno per cento del Pil mondiale) e creando milioni di posti di lavoro. Tutto ciò è possibile -manca solo la volontà di farlo.

Marina Forti il manifesto

 
 
 

MORTO, MA IL LAVORO CONTINUA

Post n°183 pubblicato il 09 Giugno 2012 da red67ag

ILVA Al siderurgico di Novi perde la vita un operaio di 31 anni. «L'azienda doveva fermarsi» Il gruppo di Emilio Riva si difende: «Nel reparto il lavoro si è interrotto subito». Ma i sindacati attaccano e scioperano TORINO Nessuno tocchi il mercato, la produzione non si deve fermare. Nemmeno se muore un operaio, un capoturno di 31 anni. Succede all'Ilva di Novi Ligure (Alessandria): sono da poco passate le 21 di giovedì quando, nello stabilimento siderurgico, Pasquale La Rocca perde la vita, schiacciato da un «muletto» sprovvisto di porte di protezione. E l'azienda che fa? «Non blocca la produzione - denunciano i sindacati - per continuare a caricare le lamiere sugli autotreni in attesa di partire». Pasquale giace a terra coperto solo da un lenzuolo bianco. Pochi minuti prima, intorno alle 20.20, stava compiendo una retromarcia spostando un carico. Il carrello che guidava - secondo la ricostruzione dei vigili del fuoco - si è ribaltato, La Rocca viene sbalzato dal mezzo, che successivamente gli cade addosso. I primi a soccorrerlo sono i suoi compagni. Spostano il muletto utilizzando un carro ponte, ma per Pasquale non c'è più nulla da fare, nemmeno quando arrivano i volontari del 118 che tentano di rianimarlo. Muore poco dopo. Il mancato stop della produzione scatena la protesta di lavoratori e sindacati che proclamano subito lo sciopero del turno notte. Le braccia delle tute blu sono rimaste incrociate anche ieri. Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato un'ora in tutto il comparto per «evidenziare la gravità dell'incidente». Nel picchetto a oltranza fuori dallo stabilimento, il dolore si mescola alla rabbia: «Perché ai turnisti, tra l'altro sotto choc, è stato chiesto di continuare a lavorare? Perché nessuno denuncia che lavoriamo senza sponde protettive?». Pasquale La Rocca viveva a Lerma, a pochi chilometri da Ovada, con la moglie Nadia e un figlio di pochi mesi. Lo ricordano tutti come un giovane tenace e volenteroso. Era diventato capoturno in un'azienda storica del territorio alessandrino. L'Ilva, parte del gruppo Riva, conta attualmente 600 lavoratori, un tempo quando era pubblica e si chiamava Italsider arrivava fino a 2 mila dipendenti. «L'Ilva - spiega Fausto Dacio, alessandrino, della Fiom Piemonte - come altre aziende a a parole affronta molto bene il tema sicurezza, ma spesso restano chiacchiere. Quando un incidente mortale viene considerato un effetto collaterale, rispetto alle esigenze dei mercati, non ci sono più giustificazioni. Non vengono rispettate in pieno le norme di sicurezza». La Fiom sottolinea: «Non solo si continua a morire sul lavoro, ma si continua a morire con le stesse e nelle stesse modalità con cui si moriva in passato, perché le norme non vengono applicate o non vengono fatte applicare». Nel pomeriggio di ieri dopo lunghissime ore di silenzio è intervenuta l'azienda, smentendo tutto: «L'attività lavorativa nell'area dove è avvenuto l'incidente si è fermata subito». L'Ilva sottolinea che è avvenuto lo stesso anche nel resto dello stabilimento, esteso per circa un milione e trecentocinquantamila metri quadrati, «non appena la notizia si è diffusa». Lo sciopero delle Rsu, secondo fonti Ilva, sarebbe stato proclamato «per esprimere il comprensibile dolore e sbigottimento dei colleghi e non per protesta contro una inesistente volontà aziendale di non fermare gli impianti produttivi». I sindacati non ci stanno e, mentre infervora la polemica, la Procura di Alessandria apre un'inchiesta sull'incidente: i magistrati hanno disposto l'autopsia. Il muletto su cui si trovava il giovane, quando è capitato l'incidente, è stato messo sotto sequestro. La senatrice dell'Idv Patrizia Bugnano ha annunciato un'interrogazione urgente al ministro del Lavoro Elsa Fornero (silente sull'accaduto): «È inaudito che di fronte a un incidente gravissimo, l'attività della fabbrica non sia stata immediatamente sospesa. A livello nazionale, devono essere riviste le modifiche apportate dal precedente governo al decreto legislativo 81/2008». Eleonora Artesio, capogruppo regionale Fds chiede alla Regione maggiore impegno nella prevenzione: «I servizi Spresal delle Asl devono poter agire con un'adeguata dotazione di risorse professionali e strumenti, senza essere rallentati dai tagli sugli organici del sistema sanitario».

Mauro Ravarino il manifesto

 
 
 

 

 

 

 

 

 

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