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Il teatro visto da Enrico Fiore

 

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Dieci anni senza Bene

Post n°560 pubblicato il 16 Marzo 2012 da arieleO
 

Certo, per rievocare la grandezza di Carmelo Bene - cade oggi il decimo anniversario della sua morte - possiamo citare titoli memorabili come, poniamo, «Edoardo II», «Salomè», «Nostra Signora dei Turchi», «Hamlet Suite», «Macbeth Horror Suite» e così via strabiliando. Ma  - a rendere un'idea compiuta della vertiginosa operazione portata a termine dal gran demiurgo dell'Assenza contro il teatro della rappresentazione - viene piuttosto in primo piano, e davvero non a caso, un evento non propriamente teatrale: il recital centrato sui «Canti» di Leopardi che, fra l'altro, la sera del 6 settembre del '94 il divino Carmelo presentò nella Piazza del Duomo di Casertavecchia per il «Settembre al Borgo».
   Del resto, altrettanto non a caso lui aveva dichiarato: «A me del teatro di prosa non fotte assolutamente nulla, il vero evento non può essere che poesia, poesia della voce, lontana dal testo scritto. Solo questo evento orale è teatrabile, risale alle origini del teatro: le mie serate sono "serate greche"». Ed ecco che cosa successe lassù a Casertavecchia. Ancora una volta Bene si radicava nel tempo dell'irrappresentabile. E la sua voce si traduceva nello splendido e orgoglioso esercizio del «mestiere di morire» dell'attore in quanto tramite di messaggi. In breve, l'immenso e inenarrabile approdo di Carmelo fu l'adoperare la voce non più come semplice veicolo di senso, ma come «meccanismo» esso medesimo (ed anzi, esso soltanto) produttore di senso.
   Con lui, insomma, la parola risultava completamente destrutturata. Carmelo Bene le scavava dentro per cavarne sonorità che erano di per sé idee: un'operazione di altissimi esiti, dietro la quale c'era, certo, l'affermazione sartriana del linguaggio come «corpo verbale», ma, prima ancora, c'erano Nietzsche e la Mitteleuropa, Musil e Wittgenstein: per intenderci, tutte le categorie ermeneutiche del Novecento. E così, per tornare a Leopardi, i suoi «Canti» diventavano essi il vero (e il solo possibile) teatro. Gli «attori» erano, fra gli altri, lo Svanire, la Speranza, la Morte; e chi dava loro la vita era per l'appunto la voce.
   Ma conviene concludere questo breve ricordo con l'immagine della donna che all'Argentina di Roma - al termine di «In-vulnerabilità d'Achille», l'ultima apparizione di Carmelo in palcoscenico - si sporgeva da un palco fin quasi a precipitare giù, e gridava fra le lacrime: «Senza di te il teatro non c'è».

                                         Enrico Fiore

(«Il Mattino», 16 marzo 2012)

 
 
 
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Data di creazione: 16/02/2008
 

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