Di fronte a «Fiabe italiane» - lo spettacolo che, prodotto dal Ministero dei Beni Culturali e dagli Stabili di Torino e Napoli, John Turturro presenta al San Ferdinando nella triplice veste di autore (con Katherine Borowitz, Carl Capotorto e Max Casella), regista e interprete - occorre chiedersi che cosa sia la fiaba per lui, Turturro, e che cosa fosse, invece, per Italo Calvino: giacché (salvo qualche prelievo da Basile e dal palermitano Pitré) è all'omonima raccolta pubblicata dallo stesso Calvino nel '56 che l'allestimento s'ispira.
Ebbene, fu per primo Pavese, che lo aveva scoperto, a riconoscere in Calvino un «tono fiabesco». Ed è sintomatica la dichiarazione dell'interessato al riguardo: «[...] io, che fino ad allora non me n'ero reso conto, da quel momento lo seppi fin troppo, e cercai di confermare la definizione». Tanto bastò a Contini per parlare di un rapporto critico con la realtà e di una problematica aperta. E infatti a Calvino la fiaba interessava come possibilità di reinvenzione del conte philosophique settecentesco, ovvero come l'allegoria che consentiva una denuncia fra il satirico e l'ironico della contemporaneità. L'artificialità della fiaba, insomma, nascondeva in Calvino una tensione e un rigore morali che rimandavano a Leopardi, Giordano Bruno e Kant fra gli altri; e partiva, insieme, da Propp e da Lévi-Strauss.
Dal canto suo, nel discorsetto introduttivo allo spettacolo che pronuncia in platea, Turturro, pur citando parole di Calvino riferite al quadro teorico di cui sopra, le accompagna con l'annuncio inequivocabile: «Questa sera facciamo un viaggio attraverso il folclore». E quale idea abbia lui del folclore è presto detto. La scena, di Carmelo Giammello, si presenta come un presepe senza Cupiello ma che, in compenso, accoglie lenzuola stese, reti da pesca, barilotti di vino e persino un tagliere, piazzato al centro della ribalta, con la pasta fatta in casa messa ad asciugare. E le musiche dal vivo, eseguite dalla Paranza del Geco, non lesinano mandolini, scacciapensieri e nacchere.
In breve, il divo americano di ascendenze italiche si è autospedito una bella cartolina del Sud. E peraltro le fiabe prescelte (da «Salta nel mio sacco!» ad «Ari-ari, ciuco mio, butta denari») vengono fuse tra loro, generando incomprensioni e una macchinosità ripetitiva. Certo, qualche idea intrigante c'è: per esempio l'ironica iperbole surreale dei bambini/pupazzo ammonticchiati in una carriola, attaccati in grappolo sulla schiena del padre o appesi a una corda per l'appunto come panni lavati al sole. Si tratta, però, d'idee che non hanno sviluppo, così come assai striminziti e scolastici appaiono gli effetti scenici del mare ottenuto agitando un telo, dell'elevatore che fa emergere taluni personaggi dal sottopalco e del tapis roulant che imita lo scorrere della barca sull'acqua. Ma Turturro l'ha mai visto uno spettacolo di Strehler o di Ronconi?
Concludiamo. Fra gl'interpreti - accanto a Turturro e alla sua famiglia (la moglie Katherine Borowitz, il figlio Diego e la cugina Aida) - i migliori mi paiono Aurora Quattrocchi, Max Casella e Richard Easton. Adottano un misto d'inglese, italiano, napoletano e siciliano. E cantano persino Modugno e Carosone. Ma in fondo il problema non è Turturro. Il problema è che siamo stati viziati: da queste parti di fiabe si è occupato un certo Roberto De Simone.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 5 febbraio 2010)
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