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Il teatro visto da Enrico Fiore

 

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Messaggi del 18/06/2012

Raiuno, Troisi e (forse) la censura

Post n°595 pubblicato il 18 Giugno 2012 da arieleO
 

Non me ne sarei occupato più. Ma poiché sul sito «Amici di Massimo Troisi» e su Lettera43.it trovo dei commenti a quella trasmissione (e in particolare a quanto è capitato a me nel corso di quella trasmissione), mi vedo costretto, adesso, a qualche chiosa circa l'«omaggio» allo stesso Troisi andato in onda su Raiuno, col titolo «Un poeta per amico», il 5 giugno scorso.
   Dunque, succede che la domenica precedente mi telefonino a casa Giorgio Verdelli, uno degli autori dell'«omaggio», ed Enzo Decaro, un altro degli autori nonché conduttore del programma, per invitarmi a partecipare alla trasmissione: visto che, ricordano i due, io fui, in pratica, lo scopritore (giornalisticamente e criticamente parlando) della Smorfia. E, in particolare, Decaro mi invita a rievocare la circostanza singolare - il passaggio in macchina offertomi da lui fino a Castellammare, dove all'epoca vivevo - da cui scaturì il mio primo incontro con il trio, allora sconosciuto, di San Giorgio a Cremano.
   Accetto l'invito, in memoria di Troisi, e lunedì 4 giugno registro nell'Auditorium del Centro di produzione della Rai di Napoli (facendo l'una di notte) l'intervento concordato con Decaro. Ma il giorno dopo, appunto il 5 giugno, rimango letteralmente di stucco davanti al televisore: l'intervento in questione era stato completamente tagliato.
   Di conseguenza, il giorno successivo, alle ore 10,53, mando a Francesco Pinto, direttore del predetto Centro di produzione della Rai di Napoli, la seguente mail:
«Caro Francesco,
mi sai dire che senso ha avuto invitarmi a partecipare a "Un poeta per amico", dichiarare in trasmissione che sono non "un critico" ma "il critico" e, poi, non farmi dire nemmeno una parola? Il risultato è stato che, nel corso del programma, nessuno ha spiegato ai telespettatori perché Massimo Troisi era un grande attore e in che cosa si distingueva dai suoi colleghi. Forse, senza questa omissione, si sarebbe reso alla sua memoria un omaggio migliore».
   Alle 14,52 dello stesso giorno Pinto mi risponde laconicamente, sempre con una mail:
«Caro Enrico,
mi dispiace molto per quello che è successo». Così, senza alcuna spiegazione. E allora provo io, a dare una spiegazione dell'accaduto. Nel corso del mio intervento, io avevo detto, fra l'altro, che il merito principale di Massimo Troisi era stato quello di liberare il teatro napoletano dalla vera e propria palla di piombo che si è trascinato e ancora si trascina al piede: il bozzettismo naturalistico. E magari una simile dichiarazione risultava indigesta, per l'appunto alla rete ammiraglia della Rai che aveva appena finito di mandare in onda - grazie alle commedie di Eduardo De Filippo nella versione di Massimo Ranieri - un autentico trionfo di quel bozzettismo.
   «A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca», dice un certo Giulio Andreotti. E insomma, non è che dobbiamo parlare di censura? Se sì, mandiamo tanti bei saluti alla cultura (fa pure rima) di cui ci si riempie la bocca ad ogni pie' sospinto.

                                                    Enrico Fiore

 
 
 

In famiglia tra Almodóvar e Strindberg

Post n°596 pubblicato il 18 Giugno 2012 da arieleO
 

«La omisión de la familia Coleman (L'omissione della famiglia Coleman)» - il testo di Claudio Tolcachir che il Napoli Teatro Festival Italia ha presentato al Mercadante nell'ambito del «focus» sulla nuova drammaturgia argentina - si basa su un'iperbole surreale che, esasperando fino al parossismo i dati della situazione e della trama proposte, li rovescia esattamente nel loro contrario.
   Siamo di fronte a una famiglia della quale - oltre alla nonna, l'unica lucida - fanno parte la figlia Memé e i quattro nipoti Verónica, Damián, Gabi e Marito: cinque personaggi che definire schizzati è un generoso eufemismo. E a dire dell'atmosfera in cui si agitano e farneticano basterebbe il coro spensierato che, nel giorno del compleanno, rivolgono alla nonna sebbene lei stia per essere ricoverata in ospedale. Esclama Gabi: «Auguri, nonna. L'ambulanza sta arrivando».
   Insomma, davvero «una famiglia normale», come dichiara al dottore Memé: tanto «normale» che, come subito dopo racconta allo stesso dottore Marito, «ieri durante la cena la mia mamma mi ha infilzato un coltello nel braccio». E certo, la comicità dilaga irresistibile: vedi, una per tutte, la sequenza in cui figlia e nipoti si fanno il bagno in ospedale perché a casa gli hanno tagliato il gas. Ma, poi, la nonna muore e si scopre che Marito ha la leucemia. E l'ultima scena - in una circolarità che è quella di un'esistenza immobile e ineffettuale - lo coglie, precisamente come nella prima, seduto sul divano ad aspettare che accada qualcosa.
   Di conseguenza, l'efficace regia dello stesso Tolcachir mette tutti insieme, senza soluzione di continuità, gli ambienti e gli arredi contemplati dal plot: il soggiorno e il divano di casa Coleman accanto alla stanza d'ospedale e al letto in cui giace la nonna. E implodono, naturalmente, gli scoppi di violenza - tanto frequenti quanto futili - tra la madre e i quattro figli.
   Il tutto, in breve, appare calato in una temperie almodóvariana che, però, non è immune dai veleni degli interni/inferni familiari di Strindberg. E a un simile risultato concorre in misura determinante anche la prova eccellente degl'interpreti: da citare, accanto al protagonista Lautaro Perotti (Marito), almeno Inda Lavalle (Verónica) e Miriam Odorico (Memé).

                                  Enrico Fiore

(«Il Mattino», 18 giugno 2012)

 
 
 
 
 

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