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Creato da criscaso il 17/10/2005

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PROTESTA

Post n°115 pubblicato il 08 Giugno 2010 da criscaso

Contro le ingiustizie, contro le prepotenze, contro il buco dell'ozono, contro la proliferazione incontrollata degli zampironi che causano la quasi estinzione delle zanzare, contro i soprusi, contro le guerre, contro la mania dell'Ipod, contro il ginocchio della lavandaia e il gomito del tennista, contro tutti i conflitti di interesse!

Uniti, finalmente, italiani, mercoledì diciotto aprile 2013 a Memphis, per la prima

RIVOLTA e PROTESTA senza violenza nè strepito

Per la prima volta un miliardo di partecipanti da tutto il mondo protesteranno silenziosamente ma molto efficacemente mediante

LA SOSPENSIONE DEL RESPIRO

a oltranza. I protestanti si distingueranno per la loro protesta civile, educata, senza alcuna forma di violenza nè coercizione. Semplicemente smetteranno, e inviteranno a smettere, di respirare per almeno trenta minuti, causando così un incredibile calo delle vendite di sigarette, di palloncini di gomma, di candeline per compleanno, di modellini di barchette a vela, e contemporaneamente un AUMENTO del tasso di inquinamento dell'aria atmosferica. Il potente segnale della volontà dell'umanità di porre fine a tutto ciò che non funziona nella civiltà moderna sarà certamente ascoltato dai potenti della terra che dovranno, messi di fronte all'eventualità di un improvviso calo dei contribuenti, porre in atto tutte le direttive che da anni pendono irrealizzate.

Così facendo ci saranno un miliardo di ingiustizie di meno entro un'ora al massimo.

Per partecipare, basta visitare il sito: www.cantbreathenomore.com e cliccare sul pulsante: "join" e fornire le proprie generalità. Sarete contattati dalla segreteria che vi inviterà a un corso di apnea al modico prezzo di settantasei dollari.

Ricevo e riporto per sostenere la filantropica missione.

 

 
 
 

Tecnologia e terza età

Post n°114 pubblicato il 03 Giugno 2010 da criscaso

Mio fratello ed io fummo inviati dal papà a vedere cosa c'era che non andava nella macchina di Don Franco.

Don Franco era entrato una mattina nel nostro ufficiolo e subito si diresse di là, nel laboratorio, cercando mio papà, che trovò immerso in una macchina. Mio papà lo salutò cordialmente e umilmente. Don Franco era stato il parroco che aveva battezzato mia sorella Dori, prima che cambiassimo casa e ci trasferissimo in un altro quartiere di Milano. Don Franco conosceva mio papà da moltissimi anni ma erano comunque molti anni che i due non si vedevano e io proprio non ricordavo di quel prete che mi aveva visto bambino. Così mio papà si pulì velocemente le mani con uno straccio meno sporco degli altri e venne di qua stringendo la mano al sacerdote che entrava vestito piuttosto sportivamente. Nel tempo avrei conosciuto quest'uomo e lo compresi come un vero manager della chiesa.

Don Franco era venuto perchè la Ester, la sua perpetua, non riusciva più a lavorare bene con la vecchia Olympia elettrica e il giornalino della parrocchia veniva sempre peggio. Don Franco voleva assolutamente una macchina per scrivere elettronica, la più bella e moderna che ci fosse in catalogo. Era l'epoca in cui la macchina per scrivere elettronica cominciava a farsi largo negli uffici, soppiantando definitivamente le elettriche a martelletti e stava praticamente togliendo di mezzo anche le macchine elettriche a pallina, già più moderne ma sempre della stessa categoria meccanica. Naturalmente non era ancora il tempo dei computer (1984) che praticamente erano o irraggiungibili per costo e per dimensioni e servivano unicamente per lavori di contabilità. C'erano i primissimi personal computer, ma erano ancora molto primordiali e i programmi erano ancora molto rudimentali e praticamente inutili per le applicazioni creative. Insomma, Don Franco voleva una macchina per scrivere elettronica potentissima, con memoria di testi e automatismi per creare il nuovo giornalino della parrocchia. Mentre i due discutevano amichevolmente, anzi, direi fraternamente, don Franco premeva il dito indice sulla vistosa pancia di mio papà, senza alcun intento offensivo, semplicemente distrattamente, mentre seguiva i suoi pensieri. Io notavo come mio papà non reagisse... se al posto di don Franco ci fosse stata una qualsiasi altra persona, come minimo mio papà lo avrebbe agguantato per il bavero e messo alla porta con male parole. Mio papà mi sorprendeva spesso, in quei primi tempi in cui ero al lavoro con lui. Era tutta un'altra persona.  Diciamo che la professionalità soverchiava gli istinti mantovani, diciamo così.

Mio papà passò del buon tempo per predisporre la fornitura al parroco e incaricò mio fratello di elaborare l'offerta. Mio fratello era elettronico e da diversi anni si dava da fare con le macchine elettroniche e ormai le conosceva tutte molto profondamente. Quindi eseguì un prospetto di comparazione delle caratteristiche tecniche di diversi modelli e stilò il preventivo di spesa, ovviamente con uno sconto particolarmente alto dato il particolare committente. Don Franco pochi giorni più tardi scelse la macchina appena appena inferiore a quella più costosa, una macchina prestigiosa che di listino era a circa tre milioni più IVA. La macchina arrivò in capo a una settimana e la portammo a casa del religioso.

Mio fratello e io portammo l'ingombrante e pesantissimo scatolone pieno di simboli tecnici e con il logo del celebre fabbricante tedesco di macchine per scrivere, anche più antico dell'Olivetti. Ci aprì la porta la signora Ester, allora settantenne. Era LEI che scriveva con la Olympia elettrica ed era lei che attendeva con impazienza molto giovanile la nuova macchina. La sballammo e la preparammo, un vero gioiello pesantissimo e scintillante, dotata di un ampio display a cristalli liquidi. Mio fratello cominciò a spiegare le funzioni basilari della macchina e passammo circa un'ora e mezza insieme a Ester. Nel frattempo era arrivato anche don Franco che si mostrava molto interessato e orgoglioso per l'acquisto. Era una macchina molto costosa e non ne giravano tantissime, ed era anche molto complicata. La Ester prendeva appunti su fogli di carta per paura di non ricordare le tante manovre e i tanti comandi. Mentre la faccenda era in corso la mamma di don Franco, anzianissima, diciamo intorno ai cento anni, faceva capolino curiosa. La vecchissima vecchietta era molto in là con la testa e non capiva molto della tecnologia odierna. La Ester sottovoce ci disse di non dire alla "signora mamma" che quella cosa nuova era una macchina molto sofisticata e costosa. La "signora mamma" era rimasta ai tempi di quando un cavallo costava cinquemila lire e sentire che suo figlio aveva comprato una cosa inutile e stupida come quell'ammasso di ferraglia per due milioni di lire poteva essere un colpo difficile da sopportare... A parte il fatto che la signora mamma era anche sorda e non era per nulla facile intendersi se non a gesti, la cosa non fu particolarmente difficoltosa e la signora mamma ben presto si ritirò nelle sue stanze seguita da un'altra badante. Verso sera la Ester appariva chiaramente affaticata quando ci congedammo. Noi lo eravamo anche di più e avemmo l'impressione che quella macchina ci avrebbe dato molti grattacapi.

Il giorno seguente ricevetti una telefonata. Era Ester. Non si ricordava più come si mettevano i margini. Facilmente glielo spiegai... o almeno ci provai, dato che al telefono non è facile spiegare come si cambiano i margini. La povera Ester continuava a trattare la macchinona elettronica come se ancora si trovasse sulla sua vecchia Olympia e non ricordava minimamente le manovre spiegate il giorno prima. Era impossibile intendersi e quindi risolsi di andare da lei subito per metterla in condizioni di cominciare a scrivere. Andai da lei e ci rimasi "solo" tre quarti d'ora per ripassare le manovre principali. Me ne andai stanchissimo per lo sforzo di essere il più possibile semplice e chiaro e fui sicuro che lei fosse in grado di accendere la macchina, di inserire un foglio, di scrivere e di cancellare i caratteri sbagliati.

Il giorno dopo dovetti ritornare per ripetere le nozioni di introduzione del foglio e di ribadire l'importanza di introdurre il foglio sempre nello stesso punto sul rullo: ovviamente erano concetti del tutto identici a quelli che lei seguiva da trent'anni sulla sua vecchia Olympia... ma naturalmente su una macchina tanto diversa pareva un'operazione complicata. La Ester manifestava i primi dubbi sull'opportunità di usare quella macchina e già mostrava nostalgia per la "sua" macchina che avevamo ritirato come rottame. Le dissi che se voleva sentirsi tranquilla avrei potuto benissimo riportarle la sua macchina ma era ovviamente molto più opportuno che si sforzasse di usare la nuova.

Ritornai regolarmente dalla Ester per approfondire il funzionamento di quella macchina per i successivi quindici anni. E non andammo MAI più in là del normale funzionamento parola per parola, senza mai sfruttare le duecento possibilità di quella macchina. Arrivai a scriverle io stesso interi paragrafi del giornalino e anche a mettere in memoria le frasi più ricorrenti... salvo il fatto che quando le servivano, ero io a correre per farle stampare sui moduli da mandare in tipografia.

La Ester imparò in quindici anni a usare quella macchina allo stesso livello di come usava la sua vecchia Olympia. Don Franco era piuttosto imbarazzato, e talvolta anche arrabbiato con lei, perchè non si sforzava di imparare la nuova macchina. Ma io compresi i problemi della anziana signora e usai questa esperienza per consigliare bene i compratori di macchine molto sofisticate... diciamo che ho imparato a capire bene CHI dovesse usare le macchine, anche a scapito di una vendita più lucrosa.

* * * * *

Orbene, quella volta la Ester lamentava un problema della macchina che era certamente di natura elettrica o meccanica e non colpa sua. La macchina cominciava a scrivere ma improvvisamente il carrellino di stampa, nel bel mezzo della scrittura, partiva verso sinistra e si riposizionava al passo 10, come se fosse stata spenta e riaccesa. Era un tipico problemino delle macchine tedesche che venivano vendute in Italia. I tedeschi si lamentavano con noi italiani perchè avevamo una "220 sporca", ovvero la macchina soffriva anche minuscoli sbalzi di tensione e il gruppo di filtraggio della tensione di rete, precisissimo quanto poteva esserlo un filtro tedesco (cioè MOLTO preciso e delicato) andava spesso in protezione, spegnendo e riaccendendo la macchina. Infatti arrivavano i bollettini tecnici che suggerivano alcune modifiche da apportare ai circuitil tedeschi per... far loro accettare la pessima corrente italiana.

Arrivammo dalla Ester e mio fratello aprì la macchina e smontò la carrozzeria superiore. La Ester osservava ammirata mio fratello che smontava con perizia e nello stesso tempo era ansiosa per la salute della sua macchina, con l'aria di chi assiste impotente alle cure del medico a una persona di famiglia.

Mio fratello cominciò a far lavorare intensamente la macchina, riempiendo un foglio di carta. Lo scopo era di determinare esattamente in quali condizioni la macchina si resettasse e cominciasse il programma di riaccensione. La macchina funzionava meravigliosamente bene (come fanno sempre le macchine quando c'è il tecnico: quando vai dal dentista non senti più il mal di denti, le macchine, uguale...) e non dava il minimo segno di malfunzionamento. La Ester era un po' indispettita. Mio fratello aveva fatto lavorare la macchina al massimo della velocità di stampa utilizzando sia i programmi di simulazione, di test di stampa e di servizi. Proprio dietro il rullo era posta la piastra logica di governo, molto grande e piena di componenti elettronici. Mio fratello volle controllare se ci fosse per caso un allentamento del connettore di potenza ai motori del carrellino di stampa. Mise la mano destra sulla piastra. Io, che assistevo e intanto intrattenevo la Ester spiegandole cosa faceva mio fratello e come funzionasse la macchina, vidi un filo di fumo bianco salire proprio dove mio fratello aveva messo la mano. Mi allarmai un secondo, ma solo un secondo, perchè mio fratello tolse fulmineamente la mano dalla piastra e si strinse il pollice destro con l'altra mano. Aveva appoggiato il pollice proprio sulla resistenza di potenza che regolava la corrente all'integrato che pilotava il velocissimo martelletto elettromagnetico. Quello che aveva appena finito di stampare duemila caratteri in cinque minuti. La resistenza era rovente e parte della pelle del pollice era rimasta praticamente appiccicata e bruciata all'istante. Potei immaginare il dolore che mio fratello provava in quel momento e contemporaneamente mi veniva da ridere e... mi agghiacciavo al pensiero. Ma dovevo assolutamente minimizzare e dissi alla Ester, che si era accorta che Max aveva fatto una smorfia di dolore, che non era successo nulla, almeno sulla macchina. Per quanto riguardava il pollice di mio fratello, beh, nulla di grave, tanto ne aveva un altro nell'altra mano. Con i clienti bisogna sempre minimizzare gli imprevisti. Mio fratello minimizzò anch'egli l'accaduto e continuò a provare la macchina, evitando accuratamente di rimettere la mano nei pressi di quella resistenza.

Passarono cinque minuti e Max si era ripreso e aveva riassunto l'aria professionale del tecnico che sta cercando il problema e vuole trovarlo a qualunque costo.

La sua mano sinistra si portò vicino ai meccanismi di rotazione. C'era un grosso motore passo-passo, un vero gioiello della meccanica di precisione tedesca, di potenza sufficiente a spostare un'automobile. Max voleva controllare se per caso ci fosse un impedimento o un impigrimento del motore. Azionò il tasto di andata a capo e il carrellino fece il suo lavoro fulmineamente. Altrettanto fulmineamente mio fratello tirò via la mano sinistra dal motore e capii che il pignone, dotato di denti affilatissimi, lo aveva tagliato proprio sul polpastrello. La Ester vide e capì che mio fratello si era fatto nuovamente male. Ma Max minimizzò ancora. Due pollici sinistrati in cinque minuti, un nervoso sufficiente a prendere la macchina intera e farla volare giù dalla finestra, ma minimizzò.

La macchina funzionava meravigliosamente bene e Max disse che per il momento non potevamo portargliela via perché non ce ne era alcun motivo. L'unica cosa saggia da fare era continuare a usarla fintantochè il problema non si fosse ripresentato. Max rimontò la carrozzeria impiegando due mani prive di pollice e la cosa fu un po' laboriosa. Salutammo la Ester e uscimmo, promettendo di ritornare da lei non appena il problemino si fosse ripresentato.

Appena fuori Max cominciò una serie di "giaculatorie laiche" che ancora oggi ce le ricordiamo. Arrivati in ditta si ripulì i pollici e li disinfettò per bene. Due cerotti guarnirono i suoi pollici per la giornata successiva, dato il fatto che la bruciatura al pollice destro era probabilmente del secondo grado, mentre il taglio sul pollice sinistro era molto profondo e il sangue sgorgava allegramente. Ma nulla che un tecnico rude e scafato non possa sopportare.

La Ester ebbe ragione solo mesi più tardi, quando finalmente il problema ricomparve e lo potei notare anche io. La sezione di alimentazione di quella macchina fu modificata secondo i bollettini tecnici e finalmente la macchina teutonica funzionò come imponeva la fantasiosa e casinista tensione di rete italiana.

L'ultima volta che rividi la Ester fu circa una decina di anni fa. Don Franco era andato in pensione e aveva cambiato casa. Lei aveva ottantacinque anni e non scriveva più, ma quella macchina era ancora lì. Salve, vecchia SE 1030. Ciao Ester, sei ancora nei miei pensieri.

 

 
 
 

Scuola di professionismo

Post n°113 pubblicato il 25 Maggio 2010 da criscaso
Foto di criscaso

Dovevo cominciare a comportarmi da “imprenditore”, anche se mi trovavo ancora, nei primi mesi di lavoro continuo nella piccola azienda familiare, diciottenne alle prime armi. Mio papà naturalmente cercava di delegare a me e a mio fratello qualunque attività allo scopo di farci crescere e quindi ogni volta che c’era un problema dapprima ci faceva vedere come lo risolveva lui e una seconda volta lo avrebbe fatto gestire a noi. Naturalmente a lui le cose più delicate sembravano facili, mentre per noi quasi ogni giorno era l'invenzione di un nuovo disastro. Macchine rimontate senza pezzi essenziali, lavaggi di parti meccaniche che non avrebbero mai più funzionato come prima, spreco di materiali e consumabili dovuto alla nostra inesperienza. Insomma, il duro apprendistato dalla gavetta. Così una bella mattina papà disse che era ora di pensare di stampare le bolle di consegna e le fatture, dato che le scorte erano agi sgoccioli. Sapevo che il nostro fornitore era una piccola ditta composta da due anziani signori, veri gentiluomini d’altri tempi, con cui mio papà era in rapporti di lavoro da quando era arrivato a Milano nel 1961. Io stesso li conoscevo da una vita e i due signori mi avevano visto bambino.

Mi documentai per benino sulle precedenti forniture che la ditta Zipo ci aveva prodotto negli anni precedenti, verificai i prezzi e fui pronto per discutere le condizioni. Naturalmente avrei cercato di ottenere un notevole sconto per fare il bene della ditta e per fare contento mio papà. Agguantai il telefono e composi sul disco il numero a sei cifre della ditta Zipo. Dall’altra parte rispose uno dei due gentili signori. Feci finta di essere calmo e tranquillo, in grado di gestire l’affare.

-          Ditta Zipo, buongiorno.

-          Buongiorno, sono C. “figlio”, della XJRK macchine per ufficio.

-          Ah, buongiorno signor C, "figlio"! In che posso servirla?

-          Ecco, mi sono accorto che mi stanno per finire le fatture. E anche le bolle di consegna, non è che me ne rimangano molte.  Tra poco mi serviranno anche quelle.

-          Bene, siamo qui per questo. Quante gliene occorrono?

-          Beh, prima di tutto vorrei sapere alcune cose. Quanto me le fa pagare mille fatture?

-          Eh, il suo prezzo!

Rimasi un attimo interdetto: ero preparato a sentirmi dire una cifra, superiore a quella della precedente fornitura, ma il gentile signore era nostro fornitore da una vita e sapeva benissimo cosa ci poteva servire e avrebbe fatto il solito lavoro di ottima qualità; e non c’era alcun bisogno di discutere di nulla, nemmeno del prezzo perché avrebbe comunque praticato le migliori condizioni per mio papà che era contemporaneamente suo cliente e suo fornitore. In effetti non c‘era alcun bisogno di discutere di nulla e la ditta Zipo avrebbe lavorato benissimo come sempre. Mi accorsi che la pausa lasciava capire all’interlocutore che mi aveva “toccato” e dovevo per forza controbattere in brevissimo tempo per far capire che avevo la situazione sotto controllo. Così per riguadagnare il contatto sparai subito il secondo argomento.

-          Ah… giusto. E… quanto tempo ci vuole per avere mille fatture?

-          Eh, il suo tempo!

Orca, DI NUOVO! Il diabolico vecchietto mi aveva steso un’altra volta. Adesso fui nei guai e compresi che NON avevo la situazione sotto controllo e sapevo anche che il mio interlocutore lo sapeva e si stava divertendo… aveva capito che aveva a che fare con il novellino della ditta. In fin dei conti quello che mi diceva era in pratica che avrebbe fatto il solito lavoro al solito prezzo, che non avrei potuto minimamente discutere di null’altro e che in capo a dieci giorni avrei avuto le mie solite fatture. Capitolai e rinunciai a discutere di prezzi e sconti, tanto chi aveva in mano la situazione era LUI e non io. Vabbè, tutta esperienza… le esperienze costano molto in termini di imbarazzo, i primi tempi, ma al telefono non si sarebbe notato che ero arrossito.

-          Ah. Va bene allora, signor Zipo (e non si chiamava nemmeno Zipo, non mi ricordavo il suo cognome ma ormai volevo solo riappendere il telefono nel più breve tempo possibile). Allora mi dà un colpo di telefono quando sono pronte?

-          Come al solito, gliele porto io appena stampate, signor C.

-          Grazie, allora. Arrivederla.

-          Arrivederla, mi saluti il papà.

E riappesi la cornetta.

Andai di là in officina e rapportai a mio papà il perfetto esito dell’ordinazione. Fui molto vago alla domanda di mio papà su quanto ci avesse chiesto Zipo per la fornitura, e stranamente mio papà lasciò correre; sapeva che Zipo non ci avrebbe fornito roba scadente e che il prezzo sarebbe stato estremamente vicino a quello dell’anno scorso, ma ribadì il concetto che era mio dovere svolgere la trattativa in maniera corretta richiedendo espressamente il nuovo prezzo, confrontarlo con quello precedente e tentare in ogni caso di ottenere uno sconto, accettando ovviamente di non ottenerlo se il fornitore si fosse lamentato della congiuntura, della crisi economica, del rincaro della carta e degli inchiostri e della caduta di meteoriti sulla sua tipografia.

Insomma, non si diventa imprenditori dall’oggi al domani… serve la dura esperienza. Ma la cosa che mi preme sottolineare è come nel 1982 fosse ancora in pratica l'uso della forma del "lei" anche tra persone di età molto diversa. L'anziano artigiano stampatore era nei miei confronti estremamente professionale e rispettoso e io naturalmente ero stato addestrato a trattare con fornitori e clienti sempre con il lei... e talvolta, con alcune figure di eccellenza, avrei anche forse dovuto usare il "voi" come segno di umiltà.

Altri tempi, ma altra educazione, che rimane in chi la esercita da giovane.

Ecco, per oggi sono tornato indietro di quasi trent'anni (come passa il tempo!)

040109

 

 
 
 

primo aprile

Post n°112 pubblicato il 01 Aprile 2010 da criscaso

ghisa sardonico

In gennaio non ci facevo caso. Stavo attentissimo, girando la mattina per mezz'ora e anche tre quarti d'ora, nel cercare un posto per la macchina che non richiedesse l'avviamento del posteggino elettronico e solamente se proprio non c'era posto lo avviavo ripromettendomi di uscire subito per fare un mucchio di commissioni in auto. Insomma, il posteggio in gennaio in Via Washington era un grossissimo problema, come lo è da ormai due anni e più dell'era Ecopass-posteggio a pagamento. In febbraio ormai ero piuttosto rassegnato e cercavo il posto per molti meno minuti e spesso lasciavo la macchina sull'azzurro con il mio bel contrassegno in vista sul cruscotto e il posteggino spento appeso allo specchietto retrovisore. Sapevo che rischiavo la multa. Ma a un certo punto ho cominciato a rendermi conto che non avevo ancora preso nessuna multa per sosta vietata. Inaudito, alla fine di febbraio ancora nessuna multa, nè con la macchina nè col furgone.

Possibile che i vigili non passassero più da queste parti? Eppure era così, ai primi di marzo uscivo più spesso anche a piedi per le commissioni più vicine e anche per quelle fino a un paio di chilometri e non c'era mai un vigile o un "ausiliario della multa" in giro per la mia zona. Li chiamo "ausiliari della multa" invece di "ausiliari della sosta" perchè da quando sono stati istituiti, questi signori dalle fattezze vagamente umane e aggirantesi sempre in numero maggiore di uno, NON mi hanno MAI "ausiliato" a trovare un parcheggio, e invece mi hanno facilitato moltissimo nel fare non voluti oboli al comune di Milano per soste per me necessarie che non davano il minimo fastidio nè alla circolazione nè alle persone.

A un certo punto ho capito che si trattava probabilmente del "piano di riconferma della giunta regionale". La Moratti deve avere ricevuto una telefonata da Formigoni circa l'allentamento della pressione di vigili e "ausiliari alla multa" su Milano e indirizzarli invece verso più tranquilli e imboscanti compiti di ufficio o di salvataggio di gatti sugli alberi. Fatto sta che fino a ieri io non ho MAI visto, da gennaio, un solo vigile in Via Washington.

Stamattina, arrivando da via Trivulzio, ho assistito al rifiorire dei cappelli bianchi da ghisa.

Stamattina è già aprile, e le elezioni sono trascorse e la giunta regionale ha conservato il suo cadreghino. Non servivano proclami, promesse o battaglie civili... no, bastava dare al cittadino un semplicissimo, piccolissimo segnale. Bastava che si accorgesse che stava risparmiando sulle multe. Io me ne sono accorto, che l'anno scorso a questa data ne avevo già prese cinque o sei, pur stando attentissimo. Figurarsi milanesi molto più distratti e molto meno disciplinati di me.

Stamattina ho girato venticinque minuti e ho agguantato un posto sul marciapiede, perfettamente legale e non prenderò la multa. Ma domani sarà un altro giorno, e ricomincerà l'anno e so già che prima di due settimane sarò "premiato" da un vigile o da un "ausiliario della multa". Inevitabile, come la morte.

Ah, lungimiranza dei personaggi politici... sempre attenti ai particolari.

 

 
 
 

Libertà e cultura

Post n°111 pubblicato il 26 Marzo 2010 da criscaso


La Cina è sempre più avanti. E poi è una nazione fatta di tante teste, ma VERAMENTE tante.  Un miliardo e mezzo di teste fanno qualcosa come settantacinque triliardi di neuroni (calcolo "spannometrico", di cui sono un modesto appassionato), qualcosa di inconcepibile.

Che non si dica che in Cina non c'è libertà. Google annuncia che se il governo cinese non toglierà i filtri censori abbandonerà il grande paese? Beh, in Cina non sono tanti che se ne lamentano, giusto poche centinaia di milioni... tutti gli altri cinesi si stanno dando da fare per costruire un motore di ricerca potente quanto Google, uguale a Google anche nel funzionamento e molto simile nella grafica, che fa tutto quello che fa Google. Certo, poi il governo fa girare disposizioni molto precise in cui si invitano i cittadini a vigilare sui giornalisti e sugli operatori dell'informazione, a qualunque grado e livello, con lo scopo di "proteggere" la libertà e l'indipendenza dell'informazione.

Libertà di censura, insomma. E a quanto pare, al popolo cinese va benissimo. Forse un po' meno a chi assiste dal di fuori. Perchè ce la prendiamo tanto con questa cosa? Non lo sappiamo, forse, che certe nazioni hanno un concetto piuttosto singolare e molto personale di "libertà"? Cosa ci turba? Forse la spinta che abbiamo, dentro di noi, di desiderare il bene del prossimo e di vederlo condividere il nostro stesso grado di libertà? Non posso crederlo, perchè l'uomo, per natura, è piuttosto egoista e furbacchione e tende a fare soprattutto il proprio interesse a discapito di quello degli altri. Se un'intera nazione lo fa apertamente e lo rivendica come la propria "libertà", non vedo proprio perchè qualcuno dal di fuori dovrebbe dolersene: se a qualche cinese non dovesse stare bene, ebbene, gli basterebbe espatriare per sperimentare altri tipi di libertà, diciamo la libertà occidentale di dire esattamente quello che vogliamo, quanto vogliamo e dove vogliamo. Non è vero, che da noi è così? Ma certo che sì.

E non capisco Google: perché parli di libertà? Non è meglio parlare di "opportunità di
business"? Allora sì che ti comprendo. Certo, perdere un miliardo e mezzo diopportunità di business sarebbe una automartellata sugli alluci, non è vero? Ma pensiamo alla Cina come a un paese vastissimo e poco omogeneo. Su un miliardo e mezzo di persone, quante sono quelle dotate di computer e internet? Non una parte preponderante, suppongo. Ma il bello è che questi signori NON hanno bisogno di un signor Gates pre dotarsi di computer e connessione internet. Perchè hanno tutto in casa: hanno la tecnologia per farsi i celebri computer cinesi, che già vendono a noi occidentali sotto forma di macchine e parti di non eccelsa qualità, ma che per loro andrebbe benissimo, esattamente come a noi andava benissimo la Topolino negli
anni Trenta e Quaranta, anche se perdeva spesso una ruota o se cascava per terra la batteria.
A loro va benissimo il computer tenuto assieme con il filo di ferro. E a loro va benissimo internet a singhiozzo, perchè comunque permette a loro di comunicare e di spargere idee e informazioni. I cinesi non lo sanno a livello individuale, ma lo "sentono" a livello globale, come fa uno stormo di centomila storni che produce quelle incredibili forme nell'aria, che stanno procedendo a grandi passi verso il futuro. E stanno bruciando, oltre a un sacco di carbone pochi anni fa, moltissimo petrolio adesso e moltissima energia atomica la prossima settimana, le stesse tappe che anche noi occidentali abbiamo vissuto e che adesso non viviamo perchè siamo decadenti e troppo abituati alle mollezze della vita moderna.

I cinesi hanno cominciato in bicicletta, poi sono passati al motorino, poi all'automobile, poi hanno scoperto l'elettronica che hanno ben copiato e riprodotto in svariatissime varietà... e poi hanno cominciato a fare scoppiare atomiche e a mandare satelliti nello spazio; ed è storia di pochi anni fa la simil-Soyuz di Yang Liwei. I cinesi stanno facendo esattamente quello che hanno fatto gli occidentali, e lo fanno senza fretta e senza dubbi, perchè hanno un cervello composto da un miliardo e mezzo di cervelli e sanno benissimo che ogni singolo cervello può occuparsi di un piccolissimo particolare del grande progetto. Cosa importa di Google, cosa importa della libertà? La libertà è cara, e forse verrà messa in "programma" solo quando altri programmi ben più importanti saranno compiuti. Prima li vedremo agganciare in orbita stazioni spaziali, poi li vedremo saltellare sulla luna e allora sì che dovremo fare i conti con loro e con il loro modo di intendere la "libertà".

Solo, speriamo che qualche occidentale di governo apra gli occhi e capisca che nella vita non c'è solo il potere e non ci sono solo i soldi, a contare. E speriamo anche che Google capisca che con i discorsi di principio non si va molto lontano, specialmente se li si fanno con persone che non hanno avuto il tempo di studiare e non sanno esattamente il significato di parole che usano molto raramente. Cerchiamo invece di trattare con le diverse persone ponendoci al loro stesso livello, e non su uno sgabello che è il modo peggiore per essere capiti. I cinesi non sanno cosa sia la libertà, forse, e anche per questo non se ne preoccupano. Cerchiamo invece, e piuttosto, di occuparci dei nostri problemi che non sono pochi: abbiamo una nazione allo sbando, sessanta milioni di italiani persi dietro alla televisione e privi di qualunque idea critica riguardo alla politica, al governo, alle problematiche civili e occupazionali, abbiamo tesori naturali e tesori prodotti dai nostri avi che languono in condizioni pietose e non facciamo altro che cercare di fregarci l'un l'altro. E come noi italiani, ciò è anche caratteristico di quasi tutte le altre nazioni di questo occidente che tanto strilla per la mancanza di libertà e democrazia in Cina...

L'altra sera ero a casa di un'amica, in compagnia di amici. C'era una giovane coppia di
trentenni fidanzati, lei sorella della mia amica. Hanno cominciato a parlare degli ultimi
preparativi di matrimonio e chissà come, il discorso è andato sul fatto che lei aveva fatto un regalino a una sua vecchia amica che sarebbe venuta al loro matrimonio (manca un paio di mesi). Lui è saltato su a dire che lei aveva speso troppo per quel regalo, perchè alla cena di nozze quell'amica avrebbe avuto un pasto da ottanta Euro. Tra amici si ride e si scherza ma la cosa è velocemente degenerata in una ferocissima litigata tra i due e sono dovuto intervenire per separarli perchè erano già alle mani. Per fortuna me la sono cavata con solo pochi graffi e io e sua sorella abbiamo riaccompagnato a casa sua la ragazza, lei in lacrime e io con una scopa in mano. Io avevo la scopa in mano perchè "sentivo" che la cosa non era finita e infatti abbiamo trovato il suo fidanzato in attesa sotto casa. Non ho mulinato la scopa ma il fatto è che per una stupidaggine un matrimonio è saltato, e se posso dire la mia devo dire che sia stata una pura fortuna per entrambi, dato che la differenza culturale tra
i due fidanzati era tale e talmente forte che entrambi possono ora dire di averla scampata bella. Lui troverà una donna che accetterà di diventare sua proprietà e lei troverà un altro uomo che accetterà una moglie di elevata intelligenza, che vuole discutere e progettare di tutto. Ma che non succeda che due persone, provenienti da culture ed educazioni troppo diverse, si uniscano con la speranza di percorrere un lungo tratto di strada senza attriti e senza guerre.

Non perdiamo tempo a giudicare i cinesi, che forse sarebbe meglio cercare di guardare ciò che stiamo combinando noi per primi. Per prima cosa dovremmo spegnere i nostri televisori al plasma, smettere di pagare abbonamenti per le tivù a pagamento, guardare meno grandi fratelli e meno calciatori, comprare di meno tutte quelle cose che non ci servono a nulla e invece riaprire quelle buffe cose che abbiamo di là, nel ripostiglio, quelle con tanti fogli di carta appiccicati: ah, sì, i libri!

E' venuta così.

 
 
 
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Buon anno a te Margaux! MI dispiace essere lontano dal mio...
Inviato da: criscaso
il 03/01/2011 alle 09:12
 
Buon Anno! :-)
Inviato da: I_Margaux_I
il 01/01/2011 alle 23:26
 
Ciao Bridi! Mah, può darsi che l'organizzazione...
Inviato da: criscaso
il 25/06/2010 alle 13:35
 
mmhhh... mi sa che dovrò allenarmi parecchio per...
Inviato da: Bridigala
il 25/06/2010 alle 11:27
 
Ciao... beh, io segnalo l'evento, sperando che in...
Inviato da: criscaso
il 09/06/2010 alle 08:58
 
 

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