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Il vero nemico dell'Italia

Post n°32 pubblicato il 25 Febbraio 2011 da associazione.ignis

«Il senatur ascolti De Andrè» - Don Gallo a Bossi: «Nessuno può fermare i migranti» - italia Il Secolo XIX

Aticolo straordinario.Raramente si possono trovare tanti concetti assurdi concentrati in così poche righe.
I fenomeni migratori si possono benissimo fermare,basta usare la forza,sia contro gli invasori che contro i loro alleati.
Se non la si usa è perchè una morale nemica del popolo ci è stata instillata nel corso degli anni.
A cominciare da  quel cristianesimo che nel nome dell'amore e del perdono ha come prima legge stabilito la pena di morte per i pagani.E poi ha usato l'Europa come base per imporre la sua presunta verità universale al mondo intero.
E'stata quella la vera invasione devastatrice che è partita da noi europei.E che ora ci si ritorce contro quando l'intero mondo ha adottato i valori occidentali e quindi si è giudaico-cristianizzato.Immancabilmente le chiese cristiane hanno fatto una scelta assoluta.
Invece che schierarsi in difesa del diritto dell'uomo bianco di mantenere la propria identità etnica si sono schierate in difesa dei migranti e della società multirazziale.
Rivolgendo contro di noi la leggenda nera che ci vorrebbe invasori del mondo mentre la chiesa sta dalla parte dei poveri e si fa il bidet della coscienza con il nostro sangue.
Ma si guarda bene dal mettere a disposizione dei migranti il patrimonio immobiliare accumulato in tante miserabili rapine ai danni dell'ingenuità della gente o in innumerevoli compromessi con il potere.
Cos' come il plurimiliardio De Andrè non si sognava di dividere la sua villa gigantesca,con il parco grande come una collina,con la spazzatura umana di cui cantava le lodi.
Ogni popolo ha conquistato e difeso con la forza il diritto a vivere nella propria terra.
E quelli che non sono stati abbastanza razzisti da difendere la propria specificità etnica sono scomparsi assieme alle false morali che li hanno castrati.
Il cristianesimo ha vinto perchè in un determinato momento storico ha ipocritamente unito la propria morale universalista e buonista con l'interesse dei popoli europei.
Ma adesso che l'alleanza si è spezzata dobbiamo riconoscere in esso lo strumento del nemico per dominarci e distruggerci.
 
 
 
Pubblico ben volentieri questa nota apparsa sull'e-mail di merimar@libero.it ed aggiungo alcune mie brevi considerazioni.
Questo campanello d'allarme era stato agitato con serie considerazioni di carattere storico, filosofico e guridico da Arturo Reghini nel Gruppo di UR ("Della Tradizione Occidentale" (1927) riprodotto in un suo volune pubblicato dall'Associazione Culturale IGNIS (www.associazioneignis.it ).
Sarebbe ora che gli italiani si svegliassero dal colpevole sonno che li ha colpiti e dalla morte letargica in cui versano e prendano seriamente in considerazione il fatto di cui molti stanno già prendendo coscienza che senza l'estirpazione radicale  dalla nostra terra della religione giudaico-cristiana, non ci sarà futuro nè per la nostro stirpe, nè per la nostra civiltà (che non è giudaico-cristiana) e nè per i nostri antichi valori.

 
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IN RICORDO DI ELVIRA TESI, EVY PER GLI AMICI

Post n°31 pubblicato il 26 Gennaio 2011 da associazione.ignis

Assistita dal tuo ottimo medico, dottor Antonio e col conforto di parenti e dei tanti tanti amici che si sono alternati incessantemente al tuo capezzale, te ne sei andata, cara sorella e amica, per l’ultimo viaggio.

Sarai certamente guidata nel difficile traghettamento da un benevolo Caronte che ti lascerà sull’altra sponda senza pesi e senza ambasce.

Sii forte, cara sorella! So che sei dotata di una forte pellaccia e che giungerai integra e vittoriosa sui campi fioriti, dove ti attendono coloro i quali ti precedettero e che seppero affrontare la vita e il periglioso andare con dignità e onore.

Ti ricordiamo per le tue grandi doti umane e per il tuo fecondo intelletto che ti permise di tradurre in italiano un’opera difficile come la Theicie, tanto cara al nostro fratello e maestro Arturo Reghini.

Quest’opera resta tra le testimonianze più vive del tuo lavoro con noi e che tu portasti a termine non solo in virtù della tua preparazione intellettuale, ma con l’aiuto della tua intuizione spirituale.

Arrivederci cara e buon viaggio. Le tue ceneri siano seme fecondo di virtù e di poesia.

 
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Omaggio al pensiero dei pitagorici del '900

Post n°30 pubblicato il 10 Gennaio 2011 da associazione.ignis

Opera di Christian Palmieri

Avrebbe dovuto avere lo stesso nome la mostra suggerita dalcircolo ‘Tetraktys

Ma i 2500 anni dalla morte di Pitagora sono passati senza chevenisse realizzata

Il libretto rende onore ad Armentano e Reghini, due dei maggiori esponenti

Egosticamente,e con

un pizzicodi narcisismo,

non possoche

ringraziarel’amico Christian

Palmieriper aver risvegliato

allamemoria dei

crotonesiquello sforzo di

approfondimentoculturale

che neiprimi laboriosi anni

del XXIsecolo (soprattutto

per me, cheero appena tornato

da Pisa)conducevano

spesso alavori corposi: a

quattro, asei o a otto mani.

Inparticolare mi riferisco

all’ottobredel 2005, quando

sul numero84 de il Crotonese,

in uno‘speciale’ di ben

quattropagine (“Sulle tracce

deipitagorici”, pp. 11-14)

ripercorrevamola storia

dellaAssociazione pitagorica,

costituitain Crotone nel

solstiziod’inverno del 1983,

nonché deisuoi fondatori e

animatori.

Rileggendoquel dossier a

distanza ditempo, mi rendo

conto diche lavoro fantastico

abbiamoimbastito: tanto

da essermichiesto perché

non l’abbiainserito in toto

nell’appendicedel suo agile

einteressante libretto. E’

vero, nellospeciale si faceva

riferimentoanche a personaggi

e fattidella politica locale

vicini,troppo a ridosso

delprossimo calendario

elettorale.Ma con un’op -

portunaoperazione di

‘omissis’,anche quegli

scritti,‘rivisti e corretti’,

avrebberopotuto arricchire

il testo dispunti per ulteriori

riflessionie ricerche. Ma

tant’è:ogni libro reca in sé

undesiderio (quello dello

scrittore)e delle attese

(quelle deidestinatari), e in

questovanno rispettati e

opera eattori.

................................................................................

L’ideadi una mostra

Questa mianotazione, sia

dettochiaramente, non

vuol esserein nessun modo

‘critica’nei confronti dell’autore,

che mi èmolto caro;

ma è semmaisenile gelosia

per ilfatto di non aver,

prima dilui, ripreso e indagato

a fondoquelle cose. Il

pamphlet(opuscolo, libretto)

diChristian Palmieri, Pi -

tagoricidel Novecento -

Omaggioa Amedeo Rocco

Armentanoe Arturo Reghini

(pp. 47,Crotone, 2010), riprende

“il titoloche, attraverso

ilcostituendo circolo

di studipitagorici ‘Tetra -

ktys’,avremmo voluto dare

a unamostra documentaria

che sisarebbe dovuta tenere

a Crotone(presumibilmente

all’internodel castello-

fortezzadetto di Carlo V)

nella tardaprimavera di

quest’anno2010”.

Ecco chegià nella premessa

il buonChristian solletica la

nostracuriosità di cronisti.

Infattiscrive ancora: “In

particolare,l’iniziativa

avrebbevoluto rendere

omaggio adue dei maggiori

esponentidi quel pitagorismo

d’iniziosecolo XX manifestatosi

attraverso‘Scuo -

le’richiamatesi nei principi,

negliinsegnamenti e nel

metodo allaSchola Italica

delleorigini: Rocco Amedeo

Armentano[…] e Arturo

Reghini”.

Come avemmogià modo di

scriverenel dossier citato

sopra,Arturo Reghini, “ma -

tematicofiorentino”, nonché

“studiosodel pensiero e

delsimbolismo pitagorico”,

fondò aRoma, il 18 dicembre

del 1923,“la primigenia

AssociazionePitagorica”; e

AmedeoArmentano, “musi -

cista ecompositore di Scalea”,

era uno deipochi intimi

coi quali“usava trascorrere

alcuni momentidi

concentrazionespirituale”

(appuntonella torre Talao,

su unisolotto nei pressi della

costa diScalea). Dato

l’ormaidiuturno fastidio a

Pitagora eagli studi pitagorici,

e“ricorrendo […], per

convenzione,quest’anno

2010 iduemilacinquecento

anni dallamorte di Pitagora,

tale mostrasi sarebbe

forseinserita a buon diritto

in quellaserie di iniziative

volte asignificare l’impor -

tanza e ilportato del messaggio

pitagorico”.Ma la

primavera ètrascorsa e la

mostra nonsi è fatta, perché,

scrivesibillinamente il

Palmieri,“gli eventi hanno

[…]disatteso tali desideri

opponendoil proprio veto

ai nostriintendimenti”.

Chi o cosasi è opposto al

progetto?Mancanza di fondi?

Qualcunonell’ambiente

esoterico-massonicocrotonese

che vuolemantenere la

proverbiale‘discrezione’ su

certefaccende di famiglia?

Infatti, amemoria mia (che

pregoqualcuno di smentire),

in nessunatto o iniziativa

ufficialeriguardante Pitagora

e ilpitagorismo, si è

mai fattoriferimento a nomi

come quellidi Reghini,

Armentano,Sebastiano Recupero,

GiulioParise, Roberto

Sestito(crotonese, animatore

dellaassociazione culturale

‘Ignis’ diAncona),

ecc.,nonché alla ‘tradizione

metafisico-sacraledi Roma

pagana’ oai collegamenti

colFascismo della prima

ora.

IlCrotonese lo fece la prima

volta, comesi è detto, nell’ottobre

del 2005.Ma una

risposta,seppur velata, la

fornisce lostesso Sestito alla

pagina 11del libro del

Palmieri,quando dice:

“L’indifferenza,per non dire

il disagio,di alcuni ambienti

che erano aconoscenza

degli studireghiniani

sui‘numeri’ dimostrano

quanto siapesata, e ancora

pesi, lacortina di silenzi sollevata

controReghini per

impedirglidi far conoscere

al mondo ilsignificato vero

e maestosodella tradizione

italica,restituita alla sua

pura fontepitagorica e classica”.

................................................................................

 

Sobriopamphlet

Il sobriopamphlet (nell’edi -

zionebrossurata), ‘I pitagorici

delNovecento’, si compone

dunque diuna premessa,

di pugnodello stesso

autore, diuna prefazione ad

opera diRoberto Sestito,

quattrocapitoli (tra cui alcuni

articoliapparsi su il

Crotonese)ed un’appendi -

ce, nonmeno interessante,

contenenteil prologo di Reghini

al suo ‘Deinumeri pitagorici’.

Il libretto,stampato in Crotone

nel 2010,non è in vendita.

MagariChristian Palmieri

vorrà fareomaggio di

alcunecopie del suo lavoro

allabiblioteca comunale

‘Lucifero’,così che anche

l’uomodella strada ne conosca

l’aureocontenuto.

Certo è chenegli ambienti

degliaddetti ai lavori ‘mu -

ratori’,questo scritto susciterà

forse unconfronto e un

dibattito.E, sempre che non

resticonfinato tra le mura

della casaavita, se lo sapremo,

ve nedaremo contezza.

PINO PANTISANO

 il CROTONESE GIOVEDÌ 6 GENNAIO 2011N. 1

 


 
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Le basi spirituali dell’unità politica della nazione italiana

Post n°29 pubblicato il 07 Gennaio 2011 da associazione.ignis

Il Risorgimento italiano fu un movimento politico e spirituale col fine dichiarato di conquistare l’Unità politica e spirituale dell’Italia. L’unità geografica, politica e territoriale fu realmente ottenuta e proclamata  nel 1861, completata nel 1918 e nel corrente anno 2011 se ne celebra il 150° anniversario.

Ma l’unità spirituale si può dire raggiunta come quella politica?

Per poter rispondere a questa domanda bisognerebbe per prima  cosa conoscere le basi spirituali  su cui avrebbe dovuto poggiare l’unità politica della nazione italiana.

Individuate queste fondamenta, scoprire se le forze politiche hanno operato con fede e convinzione all’edificazione dell’edificio nazionale e se in quest’opera hanno incontrato forze che ne hanno ostacolato il cammino e concludere quindi dicendo se l’impresa è stata portata a compimento oppure no.

In verità noi sappiamo già in partenza che l’unità spirituale in Italia non è stata raggiunta, prima di tutto per il fatto che la religione dominante era ed è legata a forze politiche nazionali ed internazionali che si opposero fermamente all’unità nazionale.

Secondo una visione tradizionale e romana sarebbe ed è impossibile compiere un’impresa di grande importanza come quella dell’unità politica dellap atria, senza il sostegno (in alcuni casi: senza la consacrazione) delle forze civili e spirituali in questa impresa impegnate.

Il fatto che un avvenimento come il Risorgimento si sia sviluppato con l’abbattimento finale dello Stato Pontificio ma non della religione da questo incarnato dimostra semplicemente una cosa: che clero e gerarchia religiosa erano e sono un corpo estraneo all’Italia e che l’avversione che hanno sempre nutrito verso l’unità nazionale e imperiale ne confermano l’estraneità.

Abbattuto lo Stato Pontificio il Risorgimento avrebbe dovuto estirpare da Roma il Papa e la sua corte, come aveva abbattuto il Borbone e gli Asburgo,cosa che non fece; decisione che col tempo si dimostrò errata e gravida di conseguenze per il futuro della nazione italiana che stava per nascere.

I padri della patria furono nemici del Vaticano e anticlericali giurati, alcuni in maniera accentuata e guerriera come Garibaldi, altri in forma più sottile e filosofica come Mazzini; non riuscirono tuttavia nell’impresa più disperata che era nei propositi primari delle sette risorgimentali: liberare Roma dalla presenza ingombrante del Vaticano. In ciò,gli spiriti più acuti videro un’incompiutezza fatale, una sorta di rivoluzione mancata, senza cioè quella resa dei conti necessaria per restituire all’Italiala libertà di coscienza e di religione, oltre la libertà politica, che aveva fatto grande il paganesimo.

Non ci occuperemo delle vicende politiche e militari del Risorgimento che saranno oggetto della maggior parte degli studiosi chiamati alle celebrazioni di quest’anno, ma intendiamo soffermarci sulla parte spirituale (come, per esempio il mito di Roma) che per evidenti motivi di compromessi con il potere clericale tutti eviteranno di affrontare.

Ci faremo aiutare in questa non facile ricostruzione storica da alcuni scritti che Arturo Reghini (1878-1946), l’unico filosofo che a nostro avviso ha individuato e descritto le basi spirituali del Risorgimento, ha dedicato all’argomento.

Fin dai tempi più remoti, seguiti alla caduta e alla disgregazione dell’Impero Romano, qualunque aspirazione per una ricomposizione territoriale dell’impero, avversata ferocemente dal cristianesimo, assunse quasi un carattere occulto ed esoterico e si trasformò, col passare dei secoli, in un sogno unitario con alla base la penisola italica.

Le forze che si erano imposte nella guida degli stati e dei regni in tutta l’Europa temevano soprattutto il risorgere della potenza di Roma e il risveglio del mito di Roma pagana e affidarono alla chiesa di Cristo laf unzione di gendarme anti-romano e anti-imperiale.

Non abbiamo bisogno di fare citazioni ed esempi perché i maggiori storici europei sono concordi su quest’affermazione. Vediamo comunque cosa scrive a questo riguardo Arturo Reghini:

“… ci sembra naturale l'ammettereche falliti i tentativi di vivificazione della religione pagana, dopo ladistruzione violenta dei santuariiiniziatici, dopo le persecuzioni e gli incendii di Alessandria, questi iniziatipagani, di fronte all'inarginabile dilagare della follia della croce ed allainstaurazione dell'era volgare, abbiano dovuto adottare una di queste due lineedi azione, le quali del resto non si escludono a vicenda in modo assoluto: 

1)ritirarsi ed avvolgersi in sempre più perfetto mistero, in modo affatto analogoa quello tenuto oggi dai centri iniziatici orientali di fronte alla invasioneoccidentale, sebbene questa non sia animata contro tali centri dall'odiodeliberato e feroce che negli sterpieretici percosse nei modi che tutti conoscono; 

2)mascherarsi sotto veste cristiana, infiltrandosi nella Chiesa stessa, inserendonella dottrina elementi esoterici e perpetuando al coperto la tradizioneintegrale. In ogni caso ed in tali circostanze è evidente che gli iniziatipagani debbono prima di tutto essersi preoccupati di assicurare ad ogni costola continuità della tradizione,mantenendo puro ed integro il deposito della scienza sacra, piena e coscientela sua comprensione, vivo seppure segreto il centro.

Sappiamo bene che ai profanisembrerà inverosimile che questa possibilità teorica di sopravvivenza eperpetuazione di un centro iniziatico pagano abbia potuto avere pratica attuazione, senza soffrireinterruzioni, per la durata di quindici secoli. Una tale continuità diesistenza nel più perfetto mistero potrà sembrare inoltre completamenteinutile, condannata dalla necessitàstessa del segreto ad una assoluta inazione, ed equivalente insomma ad unainesistenza di fatto. Ma a chi abbia una qualche idea o nozione dei modi e dellivello di azione e delle possibilità a disposizione della gerarchia iniziaticanon può apparire inverosimile che un centro iniziatico mantenga inalterata lacontinuità della sua esistenza, anche fisicamente, sia pure nelle condizioni piùsfavorevoli, per lo spazio di quindici secoli. Per questa e per altre ragioni,quindi, noi riteniamo tutt’altro che impossibile ed inverosimile che un centroiniziatico pagano sia sopravvissuto allosfacelo dell'impero ed alla distruzione della civiltà antica, mantenendosi sinoa noi con una continuità anche fisica di trasmissione."(1)

Reghini pertanto era certo dell’esistenza di un centro iniziatico pagano occulto che non si era mai arreso allo sfacelo politico e spirituale dell’Italia.

Partiamo da questa considerazione per vedere se alla base dei moti risorgimentali italiani ci possano essere stati degli uomini e dei movimenti consapevoli anch’essi di quest’esistenza ed in caso affermativo in che modo si siano adoperati a favore dell’unificazione della patria.

La figura che per prima si impone alla nostra attenzione è quella di Giuseppe Garibaldi. Garibaldi però va visto e studiato in modo un po’  diverso da quello convenzionale che l’oleografia e la retorica risorgimentali ci hanno tramandato, che se da un lato hanno colpito l’immaginazione di molti ragazzi, dall’altro hanno offerto ai nemici dell’unità nazionale armi polemiche e spunti ironici.

L’impresa di Garibaldi fu qualcosa di miracoloso e solo il suo amore viscerale per l’Italia gli permise di ingoiare gli amari bocconi del compromesso con la monarchia sabauda e con le forze della conservazione piemontese.

Garibaldi sembra il prodotto umano e spirituale di una grande opera palingenetica e lo stesso Reghini ne ha esaltato le qualità semi-divine quando ha ricordato le voci arcane del grande eroe. Era egli l’uomo capace di soggiogare gli altri con la potenza della voce e con la forza dello sguardo.

L’iniziazione di Garibaldi all’antico rito primitivo non va presa come una stravaganza o come il desiderio dell’uomo di compiacere gli affiliati alle logge massoniche che numerosi affluivano nel suo esercito, ma come l’evidenza stessa inconfondibile e sicura della visione spirituale di questo capo e della piena consapevolezza della sua missione universale. Missione universale che si riassumeva nel sacro motto di Roma o morte.

Singolare e affascinante questa presenza di Garibaldi nel rito primitivo su cui lo stesso Reghini mantenne la riservatezza in ossequio a quella regola del silenzio intesa a tutelare l’azione sottile che il centro aveva esercitato sull’azione di Garibaldi e che avrebbe ancora potuto manifestarsi all’epoca di Reghini, quando la storia italiana sembrava aver ripreso quel vigore romano tenuto nel passato dai combattenti delle guerre di indipendenza fino alla prima guerra mondiale.

Una preziosa testimonianza sul rispetto di Garibaldi verso gli dei nazionali è conservata nell’archivio storico del Rito Filosofico Italiano.Subito dopo la proclamazione della Repubblica Romana, il senatore Giuseppe Garibaldi, ritiratosi in una località segreta dell’Urbe con pochi fedelissimi tra cui Quirico Filopanti, il senatore che aveva redatto la costituzione della Repubblica, volle rendere onore al genio del senato romano onde propiziarsene la protezione nelle imminenti battaglie contro il papa e contro l’Austria.

Nello stesso motto sacro Roma o morte si riconobbe Giuseppe Mazzini, un gigante dello spirito.

La sua fede Mazzini l’aveva dettagliatamente fissata nei numerosi scritti dedicati all’unità della patria.Ed egli l’aveva anche sintetizzata nella formula “Pro Ecclesia Sancta Dei et Republica Romanorum” che doveva vivere nel Supremo Consiglio Universale dei credenti, mentre i rapporti civilid ovevano essere  regolati dal Gran Codice Sociale dettato dalla costituente repubblicana. Straordinaria visione del futuro dell’Italia che avrebbe dato al mondo la più avanzata e moderna legislazione sociale, in superamento agli odi di classe del capitalismo e del marxismo.

Questo motto “Pro Ecclesia Sancta Dei et Republica Romanorum” scritto l’8 maggio 1854 da Giuseppe Mazzini nell’album di persona intima, veniva così spiegato ad un amico che gli domandava che cosa con quel motto intendesse precisamente significare:

“Fratello, voi mi chiedetecommento al motto ch’io scelsi per l’album. Guardate un po’ attentamenteattraverso quanto ho scritto e tentato nella mia povera vita, e l’avrete. Romae il Mondo: la trasformazione religiosache il Mondo aspetta ed avrà; e Roma, la città sacra, la città della sintesiunificatrice, la città chiamata fatalmente , dal simbolo della antica fede chetiene fra le sue mura, a guardar di fronte al problema religioso, iniziatricefutura di questa trasformazione: la Chiesa santa di Dio, non del Papa o diCristo o d’altro interprete costituitoed irrevocabile della Legge divina, cioè l’associazione di tutti i credenti inDio, nella sua legge d’educazione, nella rivoluzione continua per tempo espazio di questa legge attraverso l’umanità guidata liberamente dal genio edalla virtù, nell’immortalità della vita, nella santità della terra, come gradonella immensa scala dei mondi, nell’armonizzazione della coscienza individualecolla tradizione, non settaria, ma universale: Roma libera e centrodell’Italia, proclamatrice, in nome del Mondo e per mezzo d’un conciliod’Intelletti virtuosi d’Europa e d’America, dell’Era della nuova fede: è questoil senso delle parole scritte qui sopra. L’avvenire ne darà il commentomigliore”.(2)

Venendo ai tempi d’oggi ed alle celebrazioni che si terranno sull’unità d’Italia ribadiamo che è nell’universalità romana, da non confondere né con l’universalismo massonico, né con l’internazionalismo giudaico-cristiano che occorre cercare le basi spirituali dell’unità nazionale.

Ed è a questa universalità che occorre conformare le leggi della comunità europea e sottrarle totalmente all’influenza e all’arbitrio della globalizzazione e del nuovo ordine mondiale, frutti perversi del materialismo e dell’egoismo economico fieramente combattuti da Garibaldi con le armi e da Mazzini con l’intelletto.

Quale Europa potrà esserci infatti se i capi delle nazioni e i parlamenti dei popoli non si decideranno di riconoscere in Roma, nella Roma sacra vaticinata da Mazzini, il vero faro della futura grande nazione europea? Ed è fatale che ciò avvenga perché altrimenti tutti i tentativi, ancorché nobili ed onesti, di unificare l’Europa saranno destinati a fallire.



(1) Arturo Reghini – Della tradizione occidentale – UR, 1927, riprodotto in “Imperialismopagano e Scuola Italica” www.associazioneignis.it

(2) Fascicolo conservato nell’Archivio storico del RFI.

 
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XX SETTEMBRE

Post n°28 pubblicato il 17 Settembre 2010 da associazione.ignis

            Sembra un’ironia della storia e del destino: nell’attuale vuoto di idee a difendere l’unità d’Italia , i simboli e i valori nazionali sarebbero rimasti i preti, ossia gli antichi e mai rassegnati nemici dell’unità nazionale.

            E’ di oggi la notizia che il papa tedesco ha indossato il cappello dei bersaglieri e che il cardinale Bertone si è recato a Porta Pia per recitare una preghiera in onore dei caduti dell’una e dell’altra parte.

            E’ inutile dire che politici e preti, in questo inusitato abbraccio conciliatorio si sentiranno felici e soddisfatti, e non poteva essere diversamente dal momento che né gli uni né gli altri rappresentano l’Italia di Porta Pia che si celebrava il XX settembre.

            Nella tragica farsa di questi giorni ciascun attore ha indossato una maschera: quella esibita dai preti è la tradizionale faccia di bronzo che ricopre la millenaria loro tendenza al trasformismo, quella dei politici è solo la maschera della vergogna, la vergogna di una classe di uomini che in luogo di rappresentare un popolo ed una nazione è al servizio di potenze e di sette straniere, religiose e pseudoesoteriche, non tanto camuffate.

            Stando così le cose, vediamo oggi sfilare in ricordo dell’unità d’Italia  quelli che in tutte le epoche e in tutte le stagioni l’hanno vilipesa, venduta, tradita.  E se si limitano solo a parlare e gesticolare e non fanno di più e di peggio è solo perché non si sono ancora presentate le occasioni.

            Quest’Italia, unita sotto l’usbergo di una classe politica  rigidamente sottomessa in primo luogo allo Stato della Città del Vaticano ed in secondo luogo ad altre potenze non meno determinate ed esigenti, è quella che fa comodo al papa tedesco e alle gerarchie che gli ruotano attorno.

            Senonché, da questa patetica sfilata, registriamo la significativa assenza dei rappresentanti veri degli Eroi del Risorgimento e dell’Unità nazionale: assenti non perché hanno rifiutato l’invito, ma perché da tempo si sono ritirati in un dignitoso silenzio e riserbo per non vedere infangati i loro nomi e le insegne gloriose di Porta Pia da queste tragiche marionette dell’anti-Italia e perché non possono condividere una preghiera cristiana che suona oltraggio per i morti e furia nei vivi.

            Sappiano, i presunti neo paladini dell’Unità d’Italia, che all'ombra dei vivi i morti tacciono perché non sanno che farsene di questa pace levantina e perché sanno che ci sarà pace romana solo quando il delitto consumato dai nemici della civiltà latina, che non è andato prescritto, sarà prima o poi espiato secondo i canoni della lex e della justitia del popolo romano.

 

 
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