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Post n°133 pubblicato il 14 Giugno 2013 da cineciclista
La ministra, la santa e la leghista Dolly Velandro, la leghista che ha elevato una così commossa invocazione al cielo, affinché mandi in terra un angelo giustiziere, nelle sembianze di uno stupratore della ministra Cécile Kyenge, ha immediatamente precisato di non essere una persona “cattiva”. No, e come si potrebbe soltanto sospettarlo?! Anzi, al cielo invocato lei indubbiamente salirà come una santa! Magari come una santa figlia che, considerata la fede-idea fissa della sua anima e missione, non potrà che somigliare a Santa Maria Goretti, la martire della palude pontina, concupita e uccisa non da un bruto bracciante foresto, ma dal figlio del più intimo amico di famiglia. |
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Post n°132 pubblicato il 11 Giugno 2013 da cineciclista
Ogni tanto qualche piazza del mondo si accende e brilla su tutto il pianeta come una stella della speranza nel cielo della sera. Subito accorrono i troni e i loro stregoni a spegnerla, occultarla, affinché i cuori dei giovani, anche degli altri popoli e delle altre metropoli, non si aprano alla sua struggente bellezza. E i cuori dei vecchi rimangano il polveroso campo di selce di un falso destino di rimpianto e tristezza. Saluti da Piazza Taksim, Istanbul, Europa, Stella della Sera. (A chi impasta di stelle quelle piazze, Il Cine, rt). |
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Post n°131 pubblicato il 01 Giugno 2013 da cineciclista
Lo schermo cinematografico come velo della bellezza e sedimento della memoria Un flaneur dell’apparenza sul filo narrativo-filosofico di Proust e Benjamin
di Riccardo Tavani Nel suo saggio sulle Affinità Elettive di Goethe, Walter Benjamin scrive che la bellezza è inseparabile dall’apparenza. Il termine apparenza va qui inteso nel suo senso etimologico e filosofico più profondamente originario, ossia del rendersi manifesto, del presentarsi di qualcosa allo sguardo. L’apparenza è allora una sorta di velo che si offre come mezzo diafano sul quale la bellezza si proietta, rendendosi così visibile, ma che allo stesso tempo la cela, per custodirne il segreto inespresso e mai del tutto esprimibile. In questo senso niente come la pellicola e lo schermo cinematografico si offrono in tutta la storia dell’Occidente come quel velo primordiale che manifesta e cela al tempo stesso la bellezza nella sua vibrazione più intensa e struggente. Ciò vale anche per il film di Paolo Sorrentino, ma certamente non solo perché il tema della Grande bellezza è già inciso nel titolo. Beh, buona giornata, continua a leggere qui. |
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Post n°130 pubblicato il 08 Maggio 2013 da cineciclista
Miele, l’angelo della dolce morte Nonostante un tema narrativo forte, certi film italiani rimangono intrinsecamente deboli. Irene è una ragazza che vive su un litorale vicino Roma, ogni mattina indossa una muta e si tuffa nel mare libero a nuotare vorticosamente. Oppure pedala furiosamente sulla bicicletta con la musica nelle cuffiette. Ogni tanto, però, prende un aereo, vola a Los Angeles, sale su un bus turistico, passa il confine con il Messico per comprare lì, senza troppe ricette e difficoltà, un paio di confezioni di un certa marca di veleno per cani. Rientra a Roma e somministra un po’ di questo veleno diluito a malati terminali che glielo hanno chiesto. La sostanza è incolore, insapore e non lascia tracce nei tessuti intestinali. I familiari più stretti sono consenzienti e partecipano attivamente al rito della dolce morte. Viene messa della musica, si beve l’ultimo bicchiere del liquore preferito, poi… via. Lei indossa solo pantaloni scuri, una maglietta chiara e guanti di lattice bianchi. I nomi e gli indirizzi dei malati li procura un suo amico che lavora in ospedale. Una specie di divisa semplice ed asettica. Perché lo fa? Per soldi? Non sembrerebbe, anche se non fa niente altro nella vita: non lavora, non studia, ha interrotto gli studi di medicina al secondo anno. Veniamo a sapere che sua madre è morta qualche anno prima, ma non si dice come, se ha sofferto, se sia stata proprio la prima che Irene ha aiutato ad andarsene. Si vede con un ragazzo, soprattutto per fare l’amore. Niente discorsi su sogni, desideri, progetti futuri in comune. Lui è anche all’oscuro della sua attività di angelo della dolce morte. Il meccanismo perfettamente oliato si rompe quando a voler morire non è più un malato terminale ma un sano e lucidissimo professionista in pensione, l’ingegnere Grimaldi, che soffre di solitudine e disperato vuoto esistenziale. Abbiamo detto tema forte, liberamente tratto dal romanzo A nome tuo di Carlo Covacich, ma film che resta drammaticamente debole, per quanto degnamente realizzato da Valeria Golino e ben interpretato da Jasmine Trinca. Tutti i personaggi sono senza psicologia e personalità, a parte quello di Grimaldi, ma più per capacità interpretativa di Carlo Cecchi che sa riempire i vuoti di copione. Soprattutto manca un sistema di immagini che al di là dei dialoghi e degli sviluppi narrativi sappia far percepire sensibilmente la drammaticità della materia umana in gioco. Non c’è una sola immagine che segni significativamente la vicenda e possa rimanere nella memoria cinematografica futura. Insieme a personaggi caratterialmente indifferenziati, anche gli spettatori rischiano di restare emotivamente indifferenti, di fronte a una sostanza filmica che come quel viatico di dolce morte non lascia tracce.
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Post n°129 pubblicato il 07 Maggio 2013 da cineciclista
E' morto un amico dei mafiosi ma piangono uno statista E’ morto un amico dei mafiosi fino alla primavera del 1980 come accertato nelle carte giudiziarie. E’ morto un bugiardo. Spergiuro davanti alla Costituzione, alla Legge e al suo Dio. Che ha detto al Paese di farlo per il suo bene. E’ morto un uomo che ha svenduto gli ideali politici per le trattative da bottega e ha inventato il compromesso ad ogni costo come pregio da mediatore piuttosto che codardìa intellettuale come sarebbe stato in un Paese normale. E’ morto Giulio Andreotti ma non ha lasciato orfani, perché tutto intorno i suoi allievi sono diventati grandi e camminano con le loro gambe e hanno imparato bene a non mostrare chi tengono per mano. Gli elogi funebri che leggerete oggi sono l’effetto dell’etica erosa negli anni dalla mafia e dal brigantaggio politico. Chissà almeno che lo schiaffeggi Dio. Perché qui ci siamo prescritti tutti per interessi o vigliaccheria L’INNOCENZA DI GIULIO di Giulio Cavalli Prefazione di Gian Carlo Caselli − Perché venne ucciso Giorgio Ambrosoli? − Questo è difficile, non voglio sostituirmi alla polizia o ai giudici, certo è una persona che in termini romaneschi se l’andava cercando. Giovanni Minoli intervista Giulio Andreotti, settembre 2010.
scheda libro con video http://bit.ly/11Nv1Gi |






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il 16/06/2013 alle 19:37
Inviato da: suorjanacerna
il 16/06/2013 alle 14:52
Inviato da: cineciclista
il 16/06/2013 alle 13:31
Inviato da: suorjanacerna
il 15/06/2013 alle 16:54
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il 14/06/2013 alle 22:52