Francesco Bonfitto

La scatola rossa

Creato da fwryan il 08/01/2009

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Pensieri sparsi anteprima

Post n°35 pubblicato il 31 Marzo 2011 da fwryan
 
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 L'essere vulnerabile


Non abbiamo molto tempo, sprecarlo in sciocchezze, lo restringe ulteriormente.

                                               F.Bonfitto.


Non ci sono parole per descrivere alcuni eventi della vita, perché a volte sono talmente improvvisi e inaspettati, che bisogna viverli per comprenderne il significato.

Gli accadimenti ciò che succede fino a che non tocca personalmente sembra sempre essere lontano, distante, di qualcun’altro.

La storia è sempre la stessa se cerchi di spiegare a un tuo simile come stai e come ti senti non lo comprenderà mai fino in fondo, se quell’esperienza non è stata vissuta anche da chi ascolta.

La nostra vulnerabilità viene spesso presa sotto gamba e non considerata a volte, ma questi accadimenti improvvisi e inattesi, cambiano la visione delle cose e del senso della vita stessa.

Quando si progettano programmi futuri si vive nell’ottimismo puro, ed è un bene conservare nel proprio intimo un futuro, solo così si ha la possibilità di avere degli obbiettivi da perseguire e raggiungere.

Se però, qualsiasi sia il progetto messo in cantiere per il futuro, improvvisamente ci si ritrovasse con una visione della vita completamente stravolta nel giro di pochi secondi?

Non pensandoci sembra impossibile, invece il cambiamento, il cambio di scena, la nuova pellicola da far girare sul rullo del film della nostra vita è lì a un millimetro da noi, inesorabilmente in agguato.

Questo pensiero sparso è il risultato di una vicenda successa solo pochi giorni fa, che in qualche modo ha cambiato la mia visione della vita e cambiato il rullo del film del protagonista dell’evento, in un solo secondo.

Proviamo a prenderla di petto.

Ci si vede al mattino, tutto bene.

Ci si saluta e ci si da appuntamento per la sera, tutto bene.

Si fa una bella gita fuori città , nella serenità di una giornata d’estate e di sole, tutto bene.

Si torna alla base dopo ore passate fuori, tutto bene.

Un biglietto cambia la visione della tua vita e il film della persona coinvolta direttamente nella vicenda.

“Siamo in ospedale papà è caduto mente era in montagna, avviso io quando so qualcosa di più” tutto male.

Il biglietto fermo sul tavolo scritto con decisione non aveva altro da aggiungere.

La persona che la stessa mattina ci aveva salutato dandoci appuntamento alla sera, era ora in una sala operatoria rischiando di non farcela, di non vedere un nuovo giorno.

Lì qualcosa scatta e quel biglietto inerte sul tavolo si anima di mille parole che nella mente esplodono.

“E’ stato operato d’urgenza e gli hanno dovuto togliere un rene, aveva un’emorragia interna, dobbiamo aspettare quarantotto ore perché sia fuori pericolo”.

Fuori pericolo? Asportazione di un rene? Caduto in montagna? Emorragia interna? Che cosa stanno dicendo?

Stamattina ci ha salutato dandoci appuntamento a stasera, non può essere successo tutto questo, stanno sicuramente scherzando.

Questa è la reazione a un evento che non ci si aspetta, che non è stato pianificato.

Forse proprio perché nulla è pianificabile.

Siamo abituati a credere che le cose accadano solo agli altri e finché non arrivano a toccarci, continuiamo a credere che mai lo faranno.

La vulnerabilità è dietro l’angolo il non pensare a quanto siamo fragili ci fa fare, a volte, cose sconsiderate, senza valutare che anche un semplice scivolone in montagna o una stupida caduta dalle scale potrebbe esserci fatale.

Certo non possiamo chiuderci in casa per evitare questo tipo di problema, magari servirebbe un po’ di umiltà in più nel riconoscere i propri limiti di esseri altamente a rischio d’incidenti. Scendere dal piedistallo d’immortalità considerando ogni tanto che siamo mortali quanto il moscerino che si uccide per il fastidio che può dare.

Uomini potenti,uomini poveri, uomini disperati, uomini felici, uomini assassini, uomini ladri, uomini generosi, uomini avari, uomini fiduciosi, uomini sfiduciati, uomini inutili , uomini utili o che si credono utili, uomini di potere, uomini di sudditanza, in sostanza uomini e solo uomini,umani e soltanto umani, mortali, fragili e assolutamente vulnerabili.

Pensiamoci e possibilmente torniamo ad essere uomini e soprattutto umani, nel limite delle nostre possibilità, nel limite delle nostre idee, nel limite delle nostre separazioni umanitarie.

Soprattutto ritroviamo il nostro limite fisico cercando di aumentare il nostro massimo spirituale cercando di utilizzare qualcosa che ormai è fuori moda da tempo, l’umiltà.

 
 
 

Pensieri sparsi anteprima

Post n°34 pubblicato il 31 Marzo 2011 da fwryan
 
Foto di fwryan

 E' così


“ Quello che ci appare è ciò che crediamo reale e se cosi non fosse?”

                                                    F. Bonfitto.


E’ così che accade. Non sempre ci si rende conto di ciò che ci succede attorno. Magari perché siamo presi dalla frenesia di vivere, dalla smania di conquistare qualcosa o forse solo perché siamo distratti.

C’è un momento nella vita, per tutti, che quella sorta di magia si rivela.

Se si prova a pensare a quante persone, sfiorano le nostre vite, se ci si sofferma per un istante a riflettere su questa cosa, probabilmente, non si avrebbe tempo sufficiente per conteggiarle tutte.

In quel momento, quello magico, come un lampo nel buio cielo stellato di una notte d’estate, tutto si apre, tutto diventa limpido e chiaro.

Lì ti rendi conto che le persone che sfiorano tutti i giorni la tua vita sono ben altro che semplici sconosciuti.

Sono anime che fanno parte di un unico universo e come a ricongiungersi, ti completano facendoti esordire con una frase tipo: “Mi sembra di conoscerti da sempre”.

In realtà è veramente così, ci si conosce da sempre, tutti.

La nostra percezione degli altri è stata offuscata dalla barbarie dell’essere umano fisico, questo fa si che le relazioni siano sempre meno sincere e sempre più nascoste.

E quando l’ingenuità torna in superficie, quando anche solo per un istante riusciamo a vedere con gli occhi di un bambino e a cogliere realmente chi e cosa ci circonda, nessuno scudo ha il potere di proteggerci.

Le sensazioni si amplificano, le emozioni diventano talmente reali da sconvolgerci, così, senza limiti.

Senti nel cuore ciò che siamo abituati a far passare per il cervello, la razionalità per una volta è battuta dalla passione e da ciò che realmente siamo, Anima.

L’anima non giudica e non chiede nulla se non il fatto di essere ri-conosciuta.

E quando ne incontri un’affine, una che “ ti sembra di conoscere” si unisce a quel tutto cosmico di cui sei composto andando a riempire quel piccolo buco che si era formato dentro di te.

Colma il piccolo vuoto.

Riconosci un’anima al telefono, guardando una foto, ascoltando il suo modo di ridere o di piangere, non c’è bisogno di contatto fisico per riconoscere ciò che fisico non è.

Tutto questo spaventa, atterrisce, destabilizza.

Si ha paura che qualcosa nel proprio ambiente fisico possa essere modificato, cambiato, stravolto.

Pensi incessantemente a una persona che non conosci o che credi di non conoscere ponendoti delle domande: “Ma perché sento queste emozioni?”

E’ più semplice continuare a ripararsi dietro la corazza costruita nell’arco della vita per evitare duri colpi o delusioni che credere al fatto che i ripari non servono a molto.

Così, quando l’anima corre sul filo dell’essere, diventa veramente difficile negare che ciò che si prova nel cuore è più piacevole della paura che si sente nella testa.

Proprio nel cuore…dentro lì improvvisamente qualcosa esplode e non c’è modo di bloccarlo, fermarlo, arginarlo.

Ti manca quell’anima appena conosciuta, ti manca quell’anima appena ri-conosciuta, lasciata tanto tempo fa chissà dove e chissà perché.

L’importante è che se ri-trovi una delle tante anime che ti compongono, che creano chi veramente sei, se la ri-trovi e la ri-conosci non lasciarla andare via più, torneresti a sentire quel piccolo vuoto che aveva colmato dentro di te nel tuo cuore e nella tua anima.

 
 
 

Pensieri sparsi anteprima

Post n°33 pubblicato il 31 Marzo 2011 da fwryan
Foto di fwryan

La vita è strana

 

“In fondo la vita non è altro che un lungo sogno…o incubo”.

                                            F. Bonfitto.


Spesso non ci si rende conto di cosa accade e il frastuono dei rumori ci porta a vivere senza una vera consapevolezza.

Ci sono paure che condizionano in continuazione l’esistenza, il nostro stesso essere.

A volte si ha la sensazione di non avere nessuna meta, alcun obiettivo e la cosa da fastidio.

Ci sono sogni irrealizzati in tutte le vite del mondo, anche per chi ha denaro a sufficienza per viverne cento.

Alla fine si comprende, lentamente, che il denaro forse non è tutto.

Certo fa la differenza, ma non è l’unica cosa.

Ogni volta che un essere umano giunge al suo obiettivo, sempre che ci riesca nell’arco della sua vita terrena, se ne stanca in poco tempo e si concentra subito verso un nuovo scopo e così via a circolo chiuso.

La nascita è l’inizio di tutto, da quell’istante in poi è una continua ricerca, una continua domanda.

Poche le risposte che arrivano molte le incognite che restano.

L’infanzia è sicuramente uno dei momenti più belli come anche l’adolescenza, per chi ha avuto la fortuna di viverli nella propria esistenza.

Momenti fatti di spensieratezza, di divertimento, di nuove esperienze e di prove varie, indispensabili a crescere ed evolversi.

Quando poi l’amore inizia a entrare nelle esistenze, le cose a volte, possono prendere una piega diversa.

Dapprima tutto sembra celestiale e perfetto, in seguito con il passare degli anni, con la perdita della semplicità, della sincerità e della trasparenza, tutto cambia.

Ci si ritrova in un vortice che non ha senso, una sorta di spirale che tira giù fino a spingerti a una spaccatura inevitabile.

Fortunatamente esiste anche il contrario di questo scenario.

Ci si confronta con i poteri dell’uomo, supremazie dettate da uno status sociale che divide le persone, le razze, i ceti.

Tutto è pesato in base alla quantità di denaro che si accumula e del potere che esso può conferire.

Comprare qualsiasi cosa, potersi permettere qualsiasi oggetto diventa l’ambizione principale dell’uomo.

Infatti, tutti accumulano.

La necessità dell’uomo di ostentare il suo progresso civile attraverso l’accumulo di oggetti è in pratica di vitale importanza.

Facciamo un esempio estremo considerando una persona che vive per strada, senza una residenza fissa e i soldi necessari per potersi permettersi il lusso di vivere in mezzo a quei ceti sociali che si ritengono “civilmente” emancipati.

Nonostante tutto anche lì con l’evidente precarietà di vita si accumula.

Già poveri economicamente si riempiono di sacchetti e scatole varie contenenti oggetti raccolti in giro, nei cestini, nelle discariche, ovunque.

Accumulare è quindi la principale attività umana.

A cosa serve tutto questo?

Probabilmente non lo sapremo mai, almeno fino a quando l’apparire sarà più importante dell’essere.

Fino a che tutto ciò che accumuliamo, nell’arco della nostra vita, sarà più importante di ciò che realmente siamo e fino a quando il nostro confine sarà delimitato dal territorio che tiene a distanza di sicurezza tutte le persone che incrociamo nel percorso della nostra vita, non avremo possibilità di sapere cosa significa, essere.

Certo le persone si conoscono, si frequentano, si divertono insieme, ma c’è un limite, un confine che non deve essere superato, una linea invisibile che solitamente è marcata con ciò che si è conquistato materialmente.

Per fare un esempio pratico: vi è mai capitato di vedere a una festa di gala arrivare qualcuno vestito male o con un’automobile utilitaria?

Al contrario, qualcuno vestito elegantemente, con una macchina lussuosa e di grossa cilindrata fermarsi davanti a un modestissimo locale frequentato da persone normali per passarci insieme la serata?

Non credo. Se è accaduto, è l’eccezione che conferma la regola.

Questo crea la differenza tra i ceti e la diversità tra gli uomini.

Ciò che si possiede crea il nostro ambiente di frequentazione e il ceto a cui, in teoria, apparteniamo e in più questo determina a grandi linee chi possiamo o non possiamo frequentare.

Abbiamo dei meccanismi perfetti nella loro funzione ma imperfetti nel loro funzionamento.

Ci chiudiamo nelle nostre case confortevoli per trovare un momento di riposo, in realtà, il riposo è avere una comunione con il resto dell’essere con il resto del mondo, con il resto dell’umanità tutta, di qualsiasi estrazione razziale o di ceto.

Il nostro spazio, la nostra zona di sicurezza, i nostri averi, creano l’illusione di aver raggiunto uno status e di aver tagliato un traguardo, la chimera di essere arrivati in un punto preciso della vita.

In realtà non siamo arrivati da nessuna parte, perché in verità non ci siamo spostati in nessuna direzione, abbiamo solo accumulato più soldi e oggetti di altri individui, ecco l’unica differenza.

Per la seconda volta mi pongo la stessa domanda: a cosa serve tutto questo?

La direzione è quel momento di decisione irrazionale che consente di sperimentare qualcosa che va all’esterno della zona di sicurezza, fuori dal nostro giardino ben curato, dalla nostra macchina di lusso, dal nostro congruo conto in banca. Quello non è il vero vivere.

Vivere è un momento che dura un solo istante, l’unico attimo da poter vivere nel momento reale, nel presente, nell’adesso.

Fra un istante potrei non essere più, non esistere più, non vivere più materialmente, questo significa che posso e devo vivere solo istante per istante.

Vivere non significa avere, come avere non significa vivere.

Questo mette in discussione tutto ciò che ho di “mio” che mio non è.

Sarebbe bello, veramente incredibile, poter vivere nell’adesso senza doversi preoccupare di cosa possiedo per confrontarmi e sopravvivere in un mondo separato tra ricchi e poveri, dove i ricchi in realtà sono poveri e i poveri vorrebbero essere ricchi.

Per citare un luogo comune: Forse la verità sta nel mezzo.

Un giorno, spero di poter vivere così senza dover vedere le differenze che l’uomo ha inventato per essere e sentirsi differenti.

Mantenendo, la stessa integrità e trasparenza di un bambino appena nato senza nessun inganno, senza essere costretti nonostante tutto a volte ad usare la furbizia, per non finire nella trappola della meschinità umana.

Sarebbe veramente fantastico, una vita così vissuta in un nuovo mondo.

 
 
 

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Post n°32 pubblicato il 31 Marzo 2011 da fwryan
Foto di fwryan

                               La radio

 

Mi ero fermato davanti a quella vetrina moltissime volte.

Era un piccolo negozio di antiquariato, gli oggetti esposti emanavano vibrazioni e sensazioni.

Vecchi tavolini, lampade, quadri... ma un oggetto in particolare catturava da molto tempo la mia curiosità.

Un'antica radio di legno appoggiata su una scatola rossa.

Il prezzo a dir poco proibitivo mi aveva sempre fatto desistere dall'acquistarla, ma quella volta non fu così.

Avevo risparmiato fino a raggiungere la cifra necessaria per far sì che quel prezioso oggetto diventasse mio.

Feci un lungo respiro ed entrai.

La porta aprendosi con un acuto cigolio segnalò la mia presenza, ma nessuno mi accolse, ebbi così il tempo di osservare buona parte degli oggetti.

Il negozio era zeppo di cose, in fondo all'angusta stanza riuscivo a intravedere un bancone.

C'era una pace quasi irreale, nessun rumore; l'unica cosa che si riusciva a percepire era l'odore del legno e del metallo che trasudava storia di secoli.

Una voce alle mie spalle mi fece sussultare.

“Posso aiutarla ?”.

“Mi ha spaventato!”risposi girandomi di scatto.

Non so bene da dove fosse sbucato quel basso e minuto uomo ma era lì.

“Non volevo spaventarla”disse.

“Non si preoccupi”risposi.

Senza dirmi nulla si avviò verso il piccolo bancone, sparì per un attimo dietro e riapparve dall'altro lato. Rimase in silenzio mentre mi osservava.

Dopo un piccolo istante d'imbarazzo e silenzio compresi che toccava a me parlare.

“Sono interessato a quella radio antica esposta in vetrina appoggiata sulla scatola rossa”dissi.

Senza rispondermi si avviò verso la vetrina. L’uomo zoppicava trascinandosi la gamba.

Prese la radio dalla vetrina e tornò al bancone.

Srotolò il filo elettrico infilando la spina in una presa elettrica posta sotto il bancone.

“La lascio da solo mentre la prova” disse sparendo nel retro.

La cosa mi sembrò strana, ma sinceramente, tutto in quel luogo aveva un non so che di strano e ambiguo.

La radio era davanti a me appoggiata sulla scatola rossa. Aveva una forma a campana con due grosse manopole frontali poste in basso una a sinistra, l'altra a destra, una serviva per il volume l'altra per la ricerca delle stazioni.

L’accesi, una luce fioca illuminò il quadrante che evidenziava le frequenze disponibili.

Iniziai a cercare una stazione, forti sibili e rumori di sottofondo fino a che qualcosa iniziò a sentirsi.

Riuscì a centrare la stazione in modo perfetto, il suono era ovattato ma molto nitido.

Sembrava un comizio, l'oratore con voce alta e sicura parlava alla folla che lo incitava e lo applaudiva ad ogni pausa.

Ero sempre stato affascinato dall'idea che con una radio si potessero fare migliaia di km in pochi secondi, bastava girare di pochissimo il cursore delle frequenze e mi sarei spostato di chissà quanti km ancora, e tutto da questo piccolo negozio.

Apprezzai in quel momento il gesto del minuto uomo zoppicante che mi consentì di rimanere da solo con la radio.

Mentre assaporavo quel magico momento il pavimento cominciò a tremare , tutt’intorno  gli oggetti cominciarono a vibrare sempre più forte.

Il tremore fu seguito da un’assordante rumore , sembrava il rombo di molti motori.

Nel negozio gli oggetti iniziarono a cadere da ogni punto e il rumore  diventò insopportabile.

Sentivo a stento la trasmissione radio, l'oratore gridava senza sosta e la folla urlava incontenibile.

Corsi verso la vetrina e ciò che vidi mi lasciò a bocca aperta.

Mi precipitai in strada, lunghe file di carri armati, panzer tedeschi, sfilavano nella stretta via.

La casa di fronte era ridotta a un cumulo di macerie come tutto il resto lì intorno.

Affissi ai muri rimasti in piedi alcuni manifesti raffiguranti un disegno che non lasciava dubbi.

Collegai tutto... la radio, l'oratore, i manifesti .

Berlino, Hitler, la svastica!

Credevo d'impazzire o di essere in preda ad allucinazioni. Guardai nuovamente per un istante quell'immagine incredibile e tornai all'interno del negozio.

D'istinto spensi la radio e tutto immediatamente cessò.

Con estrema cautela tornai verso la vetrina, tutto sembrava tranquillo, normale.

Nessun manifesto, nessuna svastica, niente carri armati o macerie, nulla di nulla.

Sconcertato da quanto era accaduto, tornai ad accendere la radio e cercai un'altra stazione.

Trasmetteva musica era un flamenco.

L'idea che tra la trasmissione radio e ciò che si materializzava all’esterno del negozio ci fosse un collegamento, si fece strada nella mia mente.

Trovai conferma affacciandomi di nuovo in strada.

Nella stretta via ovunque qualcuno ballava a ritmo di musica.

Era chiaro quella radio era magica, creava ciò che trasmetteva!

Quando rientrai nel negozio, il basso zoppicante uomo era dietro il bancone.

La radio non c'era più rimaneva sul banco solo la scatola rossa.

“Scusi, dove ha messo la radio?”

chiesi irritato.

“Si avvicini giovanotto, la radio non conta, la magia è creata da questa scatola rossa, è lei che compie il miracolo” disse.

“Stai cercando di fregarmi vecchio?” gridai, afferrandolo per il bavero.

“Si calmi, prenda quella piccola radiolina su quello scaffale in alto a destra"disse indicandomela.

Non del tutto convinto lo lascia e presi l’apparecchio.

“L’appoggi sulla scatola e verifichi se le sto mentendo”disse.

Era vero, una volta accesa ciò che trasmetteva si materializzò all'esterno del negozio.

Pagai l'uomo presi la scatola e me ne andai.


                                                ♠

Usai la scatola molte volte viaggiando in posti e luoghi di ogni tempo.

Da dove scrivo ora per esempio, un posto sconosciuto mai visto un luogo così prima d'ora .

Sono qui ormai da cinque anni, quando sintonizzai la radio su questo posto, non conoscevo i rischi.

Iniziai a girarlo in lungo e in largo, fino al punto di comprendere di essermi perso.

In quel preciso momento capii cosa significava la dicitura posta sul fondo della scatola cui non avevo mai dato retta;


"
Non allontanarsi “mai” troppo dalla scatola rossa, ci si potrebbe perdere."

 
 
 

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Post n°31 pubblicato il 31 Marzo 2011 da fwryan
 
Foto di fwryan

                   La stazione

 

Il treno era appena partito, guardavo il paesaggio scorrere fuori dal finestrino, la campagna sfrecciava veloce come in un film che cambia continuamente scena.

Il vagone era quasi vuoto, il dondolio del treno e il rumore dei binari mi conciliarono un profondo sonno e in pochi istanti sprofondai nel buio più assoluto.

Non so veramente per quanto dormii, ma al risveglio il treno era fermo.

La carrozza completamente vuota.

Guardai fuori dal finestrino spostando di poco la tendina, la stazione non mi era nota ;credo che lì il treno non si fosse mai fermato.

Dopo qualche minuto di attesa mi alzai e scesi.

La piccola stazione era completamente deserta e cosa ancora più strana il treno era vuoto.

Decisi di uscire dalla stazione per vedere quale mezzo potevo prendere per continuare il mio viaggio.

Arrivai alla porta e la spinsi per aprirla.

Per un istante la confusione prese il sopravvento.

Ero appena uscito dalla stazione ma ciò che mi ritrovavo davanti era il treno, la banchina e alle mie spalle la porta d'uscita!

Feci altri tre tentativi ma l'esito fu sempre lo stesso.

Ogni volta che tentavo di uscire all'esterno della stazione, mi ritrovavo esattamente all'interno davanti al treno con l'uscio alle spalle!

Forse stavo sognando.

Trovai una panchina e mi accomodai cercando di stare calmo, ero certo che c’era una logica spiegazione a tutto quello che stava accadendo.

Un forte fischio ruppe l'aria immobile, scattai in piedi e sul fondo della banchina verso la motrice del treno c'era il capo stazione.

Ordinava la partenza.

Cercai di prendere al volo il treno aprendo uno sportello, ma non si spalancò, tentai finché non caddi a terra e rotolai in pratica ai piedi del capo stazione.

“Si è fatto male ragazzo?”mi chiese.

“Non è nulla” risposi alzandomi   spolverandomi i pantaloni con le mani.

“Senta che razza di stazione è mai questa? Sono sceso dal treno e ho cercato di uscire dalla stazione ma il risultato e che sono bloccato qui non riesco a uscire da questo luogo!” continuai.

Il capostazione mi guardò e sorrise.

“Mi segua ragazzo venga con me”.

Entrammo in una stanza posta sulla banchina tra la sala d'aspetto e i bagni.

Era molto piccola e spoglia: un tavolo, due sedie, una branda, un fornello con sopra un piccolo pensile, un frigo e al muro uno specchio rotto.

Mi fece cenno indicandomi una delle due sedie e anche se non volevo, mi accomodai.

Il capostazione tirò fuori dal piccolo pensile due bicchieri e una bottiglia di vino rosso.

Li riempì e alzò il suo in segno di brindisi, diede una lunga sorsata e dopo essersi asciugato la bocca con la manica della giacca, iniziò a parlare.

“Da dove viene ragazzo?”domandò.

Invece di rispondergli feci una domanda.

“Dove siamo? E perché sono intrappolato in questa stazione?”

Appoggiò il suo bicchiere sul tavolo e guardandomi fece un lungo sospiro.

“Ragazzo mio lei è nel posto più improbabile e sconveniente, dove le poteva capitare di essere... questo è il nulla!” rispose con fare rassegnato.

Io mi accigliai e nello stesso tempo scoppiai quasi a ridere ma lui continuò.

“Qui tutto è ma nello stesso tempo, nulla è!”

“Scusi ma lei mi sta prendendo in giro vero?” dissi interrompendolo.

“Senta, facciamola finita mi dica quando passa il prossimo treno !”

chiesi scocciato.

La sua voce si fece sempre più calma e quieta, che arrivò quasi a innervosirmi.

“Si calmi ragazzo...l'unico treno che passa di qui è già transitato ed è quello da dove lei è sceso. Non ci sono altri treni che fermano

in questa stazione” disse appoggiando la sua mano sulla mia.

“Sì ma fino a quando domani, dopodomani tre giorni tra quanto tempo?” chiesi irritato.

“Quando!” gridai, ero veramente al culmine della pazienza.

“Ragazzo mio se ne faccia una ragione non ci saranno prossimi treni se non... “fece una lunga pausa.

“Se non cosa?” domandai.

“Se non...”

 S'incamminò verso la stanza attigua e dopo pochi istanti riapparve,con in mano una scatola rossa.

“Se non... rispondere a tre domande”continuò.

Pensai seriamente di essere diventato folle e che la mia integrità mentale ormai fosse del tutto danneggiata, ma poiché ero in quella situazione dissi che lo avrei fatto, che avrei risposto a quelle stupide domande.

Il capostazione appoggiò la scatola rossa sul tavolo, ne tirò fuori un foglio che cominciò a leggere.

“Tre domande tre sono l’unica soluzione a tutto, tre domande”.

 

Prima domanda:

“Qual è il satellite del pianeta terra?”

“La luna!” risposi senza esitare.

“Tre domande tre sono l’unica soluzione a tutto, tre domande”.

Seconda domanda:

“Quante sono le ore che compongono un giorno terrestre?”

“Ventiquattro”risposi, pensando che le domande erano tanto banali quanto era assurda la situazione che stavo vivendo.

“Tre domande tre sono l’unica soluzione a tutto, tre domande”.

Terza domanda:

“Qual è il tuo nome di battesimo?” disse con fare arcigno.

Beh, questa domanda m’insospettì era troppo scontata, come potevo non sapere il mio nome, c'era qualcosa che non andava come tutto il resto.

Il dubbio, il sospetto, la paura che il capostazione mi stesse tirando un tiro mancino mi fece decidere di mentire sul mio nome.

“Peter... Peter è il mio nome di battesimo”risposi con aria di sfida.

Il capostazione in silenzio chiuse il foglio ripiegandolo in due, si alzò e tornò nell'altra stanza.

Non capivo il perché del suo comportamento e rimasi lì in silenzio,  in attesa.

Dopo pochi istanti tornò da me.

I suoi vestiti ben ripiegati che portava in mano li appoggiò sul tavolo.

Aveva indossato un completo grigio classico con cravatta rossa, sembrava in procinto di andarsene.

Continuavo a non capire.

“Bene il gioco delle tre domande com'è finito?” chiesi con un filo d'ironia.

“E' finito ragazzo mio, questi vestiti ora sono tuoi, sei tu ora il nuovo capo stazione”rispose in modo secco.

Lo guardai attonito, non credevo alle sue parole e non volevo credere ai miei occhi dal primo istante che avevo messo piede in quel luogo.

Feci per parlare ma lui senza fiatare con un gesto mi azzittì.

“Il tuo nome non è Peter ma è Mark”disse.

Aveva ragione era quello il mio nome.

“Bastava un pizzico più di sincerità, che non mentissi sul tuo nome, e saresti stato libero di andartene” continuò.

“Invece ragazzo mio ti sei fatto prendere dal dubbio, dal sospetto, dalla paura di essere imbrogliato e la tua malafede ti ha portato a mentire. Questo ha liberato me dopo molti secoli e imprigionato te non si sa per quanti”.

Rimarrai qui finché la tua fiducia nella gente e nella vita non sarà assoluta .

Quel giorno vedrai entrare in questa stazione un treno con a bordo la persona che ti libererà.

Una persona che come te per sfiducia nella vita mentirà sul suo nome.

Addio Mark” concluse consegnandomi la scatola rossa.

Lo guardai allontanarsi, indossai la divisa e iniziai ad aspettare ... Attendendo quel treno che forse un giorno si sarebbe fermato nella stazione del ….nulla.

 
 
 
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