|
|
Area personale
Tag
Cerca in questo Blog
Menu
Ultimi commenti
Chi può scrivere sul blog
Caro direttore, “Comunque la pensiate, benvenuti a Milano”, è questa la frase che parafrasando il Santoro della fine degli anni Ottanta, dovrebbe accogliere chiunque volesse manifestare nella nostra città. Solo così potremo essere parte di una città che, come ha recentemente detto il sindaco Pisapia, “valorizza la grande risorsa di una società civile aperta e inclusiva”. Dovrebbe essere banale, ma se vogliamo una città che dia il massimo, è ovvio che abbiamo bisogno del contributo di tutti, senza distinzione. L’unico limite dovrebbe essere quello del rispetto delle regole e della tolleranza. In questo senso la parte finale della lettera aperta a Pisapia scritta dal “Comitato contro l’occupazione israeliana di Milano” che manifesterà oggi nella nostra città, è incoraggiante. Soprattutto laddove gli autori parlano della presentazione di “un nostro progetto per illustrare ai nostri concittadini alcuni documenti della vitalità della cultura Palestinese”. Ottimo, è così che si fa. Queste parole rientrano perfettamente nello spirito del dialogo: avere un contributo dalle diverse culture che la animano, per renderci tutti più ricchi. E se è proprio la cultura palestinese ad essere promossa, sono io il primo – da ebreo – ad esserne entusiasta. Ciò premesso, non si può essere d’accordo con il resto della lettera: soprattutto quando gli autori si concentrano non nel promuovere conoscenza, ma nel censurare l’evento “L’Israele che non ti aspetti”. Il fatto che si arrivi a dire che “La loro e la nostra dignità umana e libertà sono minacciate da un evento che la Amministrazione Regionale, e la Amministrazione Comunale () hanno preparato insieme al governo di Israele” è indice di un’inquietante intolleranza, mista a vittimismo. Un pericoloso mix di cui si sono storicamente nutriti i movimenti xenofobi europei.
Chiedere al sindaco di cancellare un’occasione di dialogo e di incontro, vorrebbe dire andare contro la cultura fondante della nostra città. Sono istanze che non boicottano solo Israele, ma i principi della civiltà occidentale. Non è tappando la bocca a scienziati e scrittori israeliani – peraltro i più attenti alla questione palestinese – che si può pensare di risolvere un conflitto. Chi rilascia tali dichiarazioni non conosce l’abc dellacultura del dialogo.
Per risolvere i conflitti del medio oriente non possiamo “giocare” qui in Occidente a fare i pappagalli delle posizioni palestinesi e israeliane, e lo dico da segretario dell’associazione “Amici Di Israele”. Per questo ho spesso organizzato manifestazioni filo-israeliane dove c’era anche una bandiera palestinese. Perché credo che il nostro compito di occidentali sia quello di immaginare e prefigurare il futuro. Invece di importare tensioni e odio dal Medio Oriente, sarebbe più utile proporre ed esportare pace e dialogo, magari tutti assieme, con modalità innovative. La nostra porta è sempre aperta, per chi vuole costruire e dialogare. E la loro?
Pubblicato su La Repubblica-Milano il 18 giugno 2011
Davide Romano
|
|
Mi permetto un commento controcorrente, dopo “la breccia di Pisapia” alle primarie: il centro-sinistra, a Milano, è più forte. Sono impazzito? Tutt’altro. Sento diversi commenti scoraggiati dei cosiddetti “esperti” della politica, che sostengono che mentre con Boeri si poteva vincere, con Pisapia sarà pressoché impossibile. Niente di più sbagliato, e vi spiego perché: se si crede nella democrazia e nell’intelligenza dei cittadini, bisogna credere anche nelle primarie. Senza di esse infatti, la scelta dei candidati sarebbe fatta dalle segreterie dei partiti che – come abbiamo visto in passato – hanno operato male, proponendo personalità miranti soprattutto a raccogliere il consenso di tutti i partiti del centro-sinistra. Non a caso la preferenza andava sempre a uomini di mediazione, ma poco adatti alla campagna elettorale o, come si suol dire, a scaldare i cuori. Per questo si è sempre perso: si trovava sempre il candidato buono per i partiti, ma mai quello giusto per i milanesi. Con le primarie invece, vincono i candidati che emozionano: dagli Stati Uniti di Obama alla Puglia di Vendola. Personalità queste ultime, che difficilmente avrebbero potuto emozionare se avessero dovuto interpretare un programma frutto di alchimie politiche, volte a trovare la media ponderata dei programmi dei loro sostenitori. Ricordo con precisione al proposito un’intervista a Massimo D’Alema durante le primarie statunitensi, in cui sosteneva che pur avendo simpatia per Barack Obama avrebbe votato per Hillary Clinton perché era quella che, essendo più centrista, poteva vincere contro i repubblicani. Lo stesso esemplificativo errore – con le stesse motivazioni, peraltro - che l’ex presidente del Consiglio avrebbe fatto nelle primarie pugliesi appoggiando Boccia contro Vendola. Poi abbiamo visto com’è andata a finire in entrambe le situazioni, a conferma di come spesso e volentieri il popolo sa riconoscere chi ha le caratteristiche del leader, meglio dei cosiddetti “esperti”.
Tornando a domenica scorsa, piaccia o meno i milanesi hanno scelto Pisapia. Guai se la scelta del popolo delle primarie venisse discussa, quando il risultato non è gradito. Onore dunque ai leader del PD lombardo che hanno reso omaggio al voto, mettendo a disposizione il loro mandato. Sia chiaro, il mio non è un riconoscimento rituale: chi accetta il responso del voto traendone le conseguenze dimostra una sensibilità politica rara, nel nostro paese. Il loro gesto contiene il riconoscimento dell’errore nella scelta di Boeri come candidato, e quindi l’investitura incondizionata a Pisapia. Ora tutto il centro-sinistra – come hanno già ammirevolmente fatto i dirigenti del Pd - deve inchinarsi alla volontà del popolo delle primarie e appoggiare l’avvocato milanese. Non solo perché è il candidato del centro-sinistra, ma perché è il migliore per vincere. Lo ha dimostrato sul campo. E solo gli “esperti”, a questo punto, possono frenare la sua corsa.
Davide Romano
Pubblicato su La Repubblica-Milano il 19 novembre 2010
|
|
Non solo Shoah. E’ anche questo il senso della “Giornata europea della cultura
ebraica”, che domenica celebra l’undicesima edizione. Dopo decenni passati a
combattere per affermare la verità della Shoah contro i tanti negatori e
manipolatori della morte di sei milioni di ebrei, le comunità ebraiche di tutta
Europa hanno percepito un rischio: che grazie al continuo accostamento
mediatico dell’ebraismo al genocidio perpetrato dai nazisti la millenaria
cultura ebraica venisse in un certo qual modo “schiacciata” ai soli anni ’30 e ’
40 del ventesimo secolo. Il mondo ebraico vuole con queste giornate evitare che
tra l’opinione pubblica passi il (brutto) concetto di un ebraismo legato alla
sofferenza. Se è infatti vero che di persecuzioni antiebraiche ce ne sono state
tante nel corso dei secoli, è anche vero che il popolo ebraico ha vissuto anche
tanti periodi di pace e di prosperità. Inoltre l’ebraismo è tutt’altro che
triste, ma – al contrario - una religione di gioia. E sarebbe un delitto – e
qui arriviamo al senso della giornata della cultura ebraica – non mostrare al
pubblico il contributo che la cultura ebraica ha sempre offerto al mondo
circostante. Quest’anno in particolare, la giornata è dedicata al prolifico
binomio tra arte e ebraismo: basti pensare al solo mondo della musica, dove il
fruttuoso scambio melodico tra il popolo ebraico disperso nel mondo e le varie
popolazioni limitrofe hanno dato luogo a veri e propri generi musicali quali il
klezmer, la musica sefardita, quella ebraico-yemenita e quella israeliana.
Frutti di una contaminazione culturale che ha arricchito l’umanità intera. Un
discorso a parte andrebbe invece fatto per le arti figurative, laddove il
divieto religioso di riprodurre l’immagine divina e umana ha in realtà dato
luogo a disobbedienze assai fruttuose: pensiamo solo al pittore impressionista
Camille Pissarro che raffigurava nelle tele non l’immagine reale, ma quella che
la luce che cade sui soggetti rifrange. Poi ci sono stati giganti come Marc
Chagall, Amedeo Modigliani e Roy Lichtenstein, che hanno invece proposto un
modo nuovo di guardare alla realtà umana, trasfigurandola attraverso i filtri
dettati dalle loro rispettive visioni creative.
A Milano avremo l’opportunità di ascoltare presso la sinagoga di via Guastalla
gli interventi su Arte ed Ebraismo di persone di spessore: Andrée Ruth Shammah,
Haim Baharier, il rabbino Roberto Della Rocca, e il rabbino capo della nostra
città, Alfonso Arbib. Solo guardando ai loro cognomi, tre su quattro di chiara
origine non italiana, appare già chiaro come a parlare di arte ed ebraismo e
delle contaminazioni culturali saranno persone esse stesse profondamente
contaminate. A dimostrazione che se invece che farci impaurire dalle diversità
sappiamo abbracciarle, e farle almeno in parte nostre, allora avremo fatto un
passo in avanti: non solo nella direzione della tolleranza, ma soprattutto dell’
arricchimento di noi stessi.
Davide Romano
Pubblicato su La Repubblica-Milano il 5 settembre 2010
|
|
Oggi inizia il Ramadan, uno dei cinque pilastri su cui si fonda l’Islam. Si ricorda infatti la rivelazione del Corano avvenuta – secondo la tradizione islamica - 14 secoli fa. A partire da oggi e per trenta giorni i musulmani osservanti – e spesso anche quelli laici – rinunciano a mangiare, bere, fumare e fare sesso durante il giorno. Spesso a sentire tutti questi precetti, i non musulmani sono portati a pensare che questo sia un periodo di sacrifici, e quindi di tristezza. Il Ramadan invece è una festa gioiosa. I divieti valgono solo per chi è in salute, e ne sono dunque esentate donne in gravidanza, anziani, bambini e malati. Questo è bene ripeterlo per chi – non conoscendo l’Islam – vede nel Ramadan una pratica pericolosa; ma giova ricordarlo anche a coloro che – islamici – vogliono comunque sottostare ai divieti anche se non stanno bene.
Durante il Ramadan si prega e si leggono parti del Corano, si mangia tutti
insieme dopo il calare del sole, ed è un periodo particolarmente raccomandato
per le buone azioni in favore dei meno fortunati. Se conoscete qualche
musulmano, sorprendetelo positivamente: porgetegli un "Ramadàn karìm", l’
augurio tipico di questa festa. Ma Ramadan karim va augurato anche a tanti
altri musulmani milanesi: a tutti coloro che non hanno ancora una moschea dove pregare, per esempio. Ramadan karim a chi costruisce le case e gli uffici in cui viviamo, ricevendo paghe da fame, senza sicurezza, e ha già visto da vicino cosa significa rischiare o addirittura perdere la vita per pochi euro all’ora.
Ramadan karim a tutti quelli che lavorano onestamente nella nostra città,
regolari e non. Ramadan karim a quelli che stanno in prigione, magari solo
perché non hanno avuto un interprete decente. Ramadan karim ai tanti
ristoratori musulmani che tengono aperto anche ad agosto. Ramadan karim ai
tanti padri che si spaccano la schiena nel nostro paese e mandano tutto quello
che possono a moglie e figli a casa. Ramadan karim alle donne islamiche, alla
loro difficile quanto commovente lotta per l’emancipazione. E uno speciale
Ramadan karim anche al mio amico senegalese Nary - laureato in giornalismo a Dakar, ed emigrato in Italia per mantenere i figli in Africa - che vende libri
a chi passeggia in Corso Vittorio Emanuele: un esempio di tenacia ed umiltà
anche per tanti nostri connazionali. Ramadan karim ai tanti che, come lui,
spendono cinque euro al giorno per chiamare casa solo per poter sentire le voci dei propri figli, che mi raccontano di come il sacrificio maggiore sia proprio non essere lì a vedere i propri bambini crescere, giorno dopo giorno. E infine Ramadan karim anche al sindaco e De Corato: perché sappiano essere i rappresentanti di tutte le comunità della nostra città, islamica compresa.
Davide Romano
Pubblicato su La Repubblica-Milano l'11 agosto 2010
|
|
Se si vuole risolvere un problema, la prima cosa da fare è riconoscerne l’esistenza. In viale Monza e in via Padova bisogna dunque dire come stanno le cose: lo Stato ha perso il controllo del territorio. Lo dico da persona che ha abitato in quella zona fino a tre anni fa, e che ha visto a partire dagli anni ’90 un’intera zona degradarsi, anno dopo anno. Prima l’arrivo della prostituzione e dei venditori di sigarette irregolari, poi gli spacciatori di droga che da piazzale Loreto a Pasteur ormai si dividono il territorio in maniera scientifica. E’ così che una bella zona della nostra città, nonostante le proteste dei suoi abitanti, si è vista abbandonare a se stessa dalla politica. Le cause del disastro? Vanno dalla numerosa – e soprattutto rapida – immigrazione, al mancato adeguamento della presenza delle forze dell’ordine alle mutate condizioni del territorio, oltre che ai mancati investimenti nel campo dell’integrazione. Diffidate di chi cerca di dare la colpa ad uno solo di questi fattori. Per questo fanno poco sperare le idee lanciate da taluni politici che chiedono solamente più pugno duro. Mi ricordano i generali di George W. Bush che in Iraq pensavano di risolvere tutto con il solo esercito e le maniere forti. La storia ci ha mostrato come è andata a finire. E infatti gli USA hanno dovuto aspettare l’arrivo del generale Petraeus per cominciare a vincere in Iraq: la formula del generale fu quella di non limitarsi a riprendere il controllo dei territori, ma di conquistare i cuori degli abitanti costruendo infrastrutture e dialogando con la società civile. E’ quello che serve anche alla zona 2 di Milano. Solo un pazzo può pensare che ristabilire la legalità non sia utile. Ma accanto a questo è necessario ricostruire il tessuto di un territorio che si è lacerato. Mi si permetta dunque una provocazione: se si vuole tornare a governare il territorio serve una “dottrina Petraeus” anche per viale Monza. Legalità e coinvolgimento della società civile. Per farlo però, servono coraggio e fantasia. Le istituzioni devono collaborare maggiormente con le realtà civili già presenti: dalle chiese (cattoliche certo, ma anche protestanti, se si vogliono coinvolgere tutti i sudamericani) al centro islamico di viale Padova, con il quale la politica deve fare un maggiore sforzo di dialogo. I centri religiosi infatti vanno aiutati a diventare come le chiese di frontiera: dei luoghi di attrazione verso la legalità e l’integrazione. Poi servono anche iniziative non identitarie ma trasversali: penso al ritorno del maestro Abbado a Milano e immagino quello che potrebbe fare per togliere dalle mani dei giovani i coltelli e metterci uno strumento musicale, così come ha fatto il maestro Abreu in Venezuela per 250 mila giovani. Visto il punto in cui siamo arrivati, il coraggio e la fantasia non sono più un’opzione, ma un dovere.
Davide Romano
Pubblicato su La Repubblica-Milano il 17 febbraio 2010
|
|
| « Precedenti | Successivi » |



Inviato da: maxime50
il 11/04/2010 alle 02:30
Inviato da: franziska_2
il 24/02/2010 alle 22:11
Inviato da: romanodavide
il 24/02/2010 alle 10:20
Inviato da: biomirko
il 06/02/2010 alle 11:21
Inviato da: biomirko
il 06/02/2010 alle 11:19