Creato da laballerinafelice il 08/03/2011

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Ci sono Sogni a cui puoi solo arrenderti...

 

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... Ci Vuole Una Certa Forza Anche Per Amare...

Post n°240 pubblicato il 15 Maggio 2012 da laballerinafelice

... Si esce, dopo la palestra. Una serata normale, così normale che non succedeva da mesi. Un Lunedì come dovrebbero essere tanti.
Carico il borsone della palestra nel baule e mi avvio verso il locale; entro e mi siedo, sono arrivata per prima, ma non importa. Aspetto, tanto si passa la vita ad aspettare, d'altronde, e poi per cosa? Per morire: pessimismo modalità on, questa sera.
Come ieri sera, la sera prima e quella prima.
Bicchiere mezzo vuoto, perennemente.
E se stasera uno stronzo qualsiasi mi lancia la battuta: "riempilo!", lo uccido a parole. Anzi, con un'occhiataccia, gli elimino permanentemente la stupida possibilità di sparare minchiate a raffica.
Sospiro, meglio che mi calmi. Non sono nemmeno in sindrome pre-mestruale, ergo, la mia cattiveria non è giustificabile. O meglio, sarebbe giustificabile con altre motivazioni, ma meglio non parlarne, altrimenti faccio la figura della cretina.
Il posto è carino, era da molto tempo che non ci venivo, musica commerciale soffusa, tavolini e piccoli gruppetti di persone, ragazzi. Devono essere stati restaurati gli interni, me lo ricordavo diverso, adesso ha un aria un po' retrò.
Il cameriere si avvicina. Con un cenno gli faccio capire che aspetto gente. Un sorriso, qualche convenevole, le solite cose: 'come si fa a far aspettare una ragazza così', 'se vuoi bere qualcosa intanto, offre la casa', ecc. Sa fare il suo lavoro; gli dico che sono a posto così, per il momento e lo guardo allontanarsi.
In quell'istante esatto, la porta scorrevole del pub si apre ed entra il mio amico Gas, accompagnato da un ragazzo. Gas è un trentenne con la faccia da eterno ragazzo: ci conosciamo da circa una decina d'anni, io ero poco più che una bambina, lui poco più che adolescente, accomunati da un'infinita guerra contro un mondo che non ci voleva. Ci siamo conosciuti ballando, pur non avendo mai ballato insieme. Dopo qualche anno lui smise, ma ogni tanto ci si vede ancora.
E' un bel ragazzo, sul generis 'maledetto', che piace molto alle donne di tutte le età: alto, moro, capelli lunghi, naso aquilino e occhi di un'azzurro che fanno male a guardarci troppo a lungo. Mi piace come persona, come lui non ne fanno più, dice sempre quello che pensa e, pur di difendere una causa in cui crede fermamente, anche se è persa in partenza, ci rimetterebbe tutto quello che possiede.
Ne ha prese di legnate sui denti, ne ha viste di porte chiuse in faccia. Forse è anche per questo che ci si intende bene, fra noi.
Anche se lui ogni volta si rialza e ride in faccia al mondo. Con una spavalderia che invidio.
Gas si avvicina, mi alzo, mi abbraccia, lo immagino sorridere. Quando mi vede, mi dice sempre le stesse cose, perché le sente davvero, gli scoppiano dentro e me le deve dire. Gli brillano gli occhi, per lui è una serata importante, l'ho capito appena l'ho visto varcare la soglia ed un po' me lo sentivo, che c'era un motivo particolare per il quale voleva che ci incontrassimo. E magari un motivo che non fosse una disgrazia, una volta tanto.
Il suo amico resta qualche passo indietro a lui e attende di essermi presentato. Luke, si chiama. O meglio, Luca, ma per gli amici Luke. Sono già un'amica, penso, bene. E poi lo guardo meglio, un ragazzo carino. Ti quelli che ti gireresti a guardare alla fermata dell'autobus o da Mediaworld mentre guarda gli ultimi cd usciti. Di quelli che in palestra fanno esercizi con dei pesi così grossi che stai male solo a guardare, eppure non hanno un fisico da culturista.
Non ha niente di bello preso singolarmente - occhi, naso, bocca, mani - ma, nel complesso, è affascinante e attrae gli occhi come calamite.  Si veste ricercato, ha una buona presenza.
Il cameriere torna solerte, loro si prendono vino bianco, io vino rosso, perché non è una serata da spritz, anche se ne avrei una voglia matta.
Si parla un po', le solite cose, per rompere quel lieve velo di imbarazzo che permea l'aria dopo un certo periodo di tempo in cui non ci si vede e in cui Facebook o i cellulari non possono sostituirsi ad un incontro fisico.
"Mi hanno detto del saggio, gran figura hai fatto, donna."
"Sai come la penso, se devi fare una cosa, meglio farla alla grande o non farla per niente."
"Tu sei nata grande... E il resto come va?"
"Domanda successiva. Anzi dimmelo tu, come va il mondo?"
"La solita merda."
"Ecco, rubo la tua risposta."
Ride, mi piace quando ride di gusto. E poi dice: non ti si cava un ragno d'in bocca a te eh, non cambi mai, mica lo vuoi dire cos'è che non ti va giù, gli altri si preoccupano lo stesso, anzi di più quando non parli.
Appoggio la schiena allo schienale della panca di legno intarsiato e sospiro. Poi faccio spostare l'argomento sul suo amico, si starà annoiando.
E allora Gas me lo dice. Ma io lo sapevo già: sesto senso, femminilità, intuito. O forse solo una buona dose di dolore sulle spalle.
Non è un suo amico.
"Cosa c'entra che mi vuoi bene, l'amore è un'altra cosa", cantano i Modà. Lo si percepisce dai gesti, dagli sguardi, dall'intensità, da ogni sospiro trattenuto, se non può essere donato l'uno all'altro.
Si amano. Se non fosse una di quelle serate in cui mio cinismo è ad un livello esponenziale, potrei anche commentare con un 'che bella cosa', ma adesso come adesso, preferisco il silenzio. Sorrido: i sorrisi salvano sempre.
Gas prende le mie mani tra le sue e mi chiede se mi ricordo.
"Te lo ricordi, Chicca, te lo ricordi?"
No, no! Ti prego, non parliamone. Parliamo di Shakespeare, del perché preferiva le tragedie e prediligeva i delitti, parliamo di Hemingway, della necessità di introspezione che richiede un libro come "Il vecchio e il mare". Parliamo dello spread, di Monti, della Grecia, mi riesce meglio, dell'aspetto umano della Fornero.
Inutile.
Il suo sguardo è già assente, perso nei ricordi. L'amico di Gas, Luke, sorride, trasognato, si è perso anche lui.
"Ti ricordi, quella notte in cui ti chiamai e ti dissi che mi ero innamorato? Uno di quegli amori folli e maledetti che, molti, campassero cent'anni, non vivranno mai? Ecco, io ce l'avevo, ma avevo paura. E tu dicesti: non c'è coraggio senza paura. Sì, ma io mi ero innamorato di un uomo.... E lui se n'era andato, via, lontano da me, perché io non ero buono di dimostrargli che l'amavo davvero e che non era solamente il passatempo di qualche notte, altrimenti solitaria. Come potevo ammettermelo senza stare male? I miei cosa avrebbero pensato? Il mondo cosa avrebbe pensato? Avevo passato la vita da emarginato, da asociale, per altri fottuti motivi e da quel momento, se avessi detto la verità, sarei stato marchiato per sempre come diverso.... Diverso. Mi sembrava una parola così sporca, io mi sentivo sporco. La società mi faceva sentire così, perché non amavo una donna, ma un uomo e speravo di trascorrere la vita con lui. Quella notte, in un atto di vigliaccheria estrema, l'avrei lasciato fuggire. Ma sarei morto dentro. E tu mi dicesti: sono a letto, aspetta che mi metto una maglia, qualcosa e vado fuori in giardino, sennò sveglio tutti. Era estate Chicca, me lo ricordo. Ma rimasi stupito, perché volevi uscire e non ne capivo il motivo, io volevo solo piangere al telefono, volevo solo qualcuno che mi ascoltasse. Ascoltai titubante i tuoi movimenti e ti immaginai prendere una maglia lunga dai piedi del letto e mettertela.... No, questo non te l'avevo mai raccontato, ma andò così. Ti immaginai con una mano che reggeva il telefono, l'altra che si stropicciava gli occhi, e poi sospirante, mentre aprivi la porta di casa ed uscivi in giardino. Il fruscio dell'erba, bagnata di rugiada e tu che ti ci sedevi sopra. Un altro sospiro, me lo ricorderò tutta la vita. Ma, quello che mi fece più male, quello ce l'ho stampato sul cuore, fu la tua voce. Era dura, incazzata. 'Sei sempre stato uno stronzo'. Io continuavo a non capire e poi arrivò tutto il resto, iniziasti ad urlare, che ero un coglione, un cretino, che stavo a pensare quello che pensava questo mondo fottuto mentre la vita era così breve, ed io che potevo scegliere, preferivo sciuparla dietro una maledetta insicurezza, una paura così effimera da sembrare terrore, dicesti che a te non te ne fregava un emerito cazzo se era uomo, donna, veccho, giovane, maledetto, solo che ti ritrovavi con un amico che credevi fosse uno con le palle e invece era una mezza calzetta."
Mi si inumidiscono gli occhi, me la ricordo quella notte. Mi ricordo che è facile dire agli altri quello che non sei capace di dire a te stesso. E' semplicissimo spronare un altro, fargli vedere la questione sotto una luce diversa, farlo lottare, fargli capire che se si arrende è un fallito e che non c'è cosa peggiore che non averci nemmeno provato, dell'avere un maledetto rimpianto al posto di questo cazzo di cuore di ghiaccio. Frasi fatte e nemmeno da me. Ma quando le urli in una notte d'estate, in lacrime, seduta sull'erba del giardino, che piange pure lei e hai freddo, freddo dentro, non perché lo sia realmente, ma perché per te è sempre inverno, non lo sai da quando, non te lo ricordi più cosa vuol dire stare bene, ma è così, ecco, è così, allora tutto cambia. Infondi una forza che non hai, ma che fingi di avere, perché se tu fallisci continuamente, è ingiusto che lo facciano anche gli altri ed allora urli ancora più forte. Ed io urlai.
"Mi ricordo tutto. Che singhiozzavi e mi dicevi che nessun luogo è lontano se ami veramente, che c'è solo un luogo da cui non si esce più e a cui non si può accedere, se il cielo non vuole, ma quello non mi riguardava, che dovevo correre, fosse Toscana o Sicilia, Marina di Pietralcina o Canicattì, salire sul primo treno e andare a riprendermi ciò che doveva essere mio. Chicca, quello che stasera voglio dirti, è che se tu non me l'avessi urlato al telefono, in lacrime, la scorsa estate, io non l'avrei mai fatto. Io ero quello che faceva i casini, dappertutto, che ho rischiato di finire in gattabuia per le assorde rivoluzioni che mi metto in testa, ma quello mai al mondo l'avrei fatto, senza la tua voce, le tue urla. Il tuo affetto. Voglio dirti grazie, perché oggi sono un uomo felice. Perché corsi per mezza Italia, ma me lo sono andato a ripigliare, me lo sono portato a casa, ero spinto da una cosa talmente grande che non te la posso spiegare. E non ho più paura del mondo, anzi peggio pensa, meglio sto."
Commosso, sorride, Luke piange, mormorando un grazie, io mi trattengo, devo farlo, non sono debole. Non vorrei esserlo.
Luke alza gli occhi, sospira e commenta che vale più una persona come me che tutta l'Italia. Ma l'Italia è sessista, razzista, omofoba.
Vanno a stare insieme, mi dicono. Si sono presi del tempo, per fare le cose con calma, dall'estate scorsa, ma adesso vogliono sancire il loro amore. E se l'Italia non cambierà - ci metto tutti i miei dubbi - un giorno se ne andranno e adotteranno un figlio, frutto del loro amore. Se sarà femmina le daranno il mio nome. Mi chiedo se si possa dare il nome che si vuole ai figli che si adottano.
Faccio una smorfia che sembra un sorriso. Non ho un nome così bello da esser donato ad una bambina che sarà amata certamente.
Mi alzo, sono felice del loro amore. Li abbraccio, la serata volge al termine, devo tornare a casa. Gli chiedo di tenermi informata e dico a Luke di trattare bene il mio amico, che uno così non credo lo trovi più e che avrà una concorrenza altissima, perché doppia. Mi sorride, mi vuole bene, pur non conoscendomi ed io sono sinceramente felice che un amore, uno ogni tanto, possa andare in porto.
Sono felice che lui abbia avuto le palle.

Che io non ho, tra parentesi.

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Commenti al Post:
abiledisabileallegro
abiledisabileallegro il 19/05/12 alle 16:28 via WEB
ci vuole una una certa forza..... per amarsi :)
 
 
laballerinafelice
laballerinafelice il 20/05/12 alle 14:39 via WEB
Per fare un fosso ci vogliono due argini...
 
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