Creato da maryempatika il 04/10/2013

MOVIMENTO EMPATIKO

un nuovo modo di vivere la nostra esistenza

 

 

LE PERSONE NEGATIVE

Post n°112 pubblicato il 01 Dicembre 2017 da maryempatika
 

 

Nelcorso della nostra esistenza inevitabilmente siamo in contatto con diversetipologie di persone. Il mondo è vario proprio perché sono le persone con leloro caratteristiche, la loro personalità e il loro temperamento che contribuisconoa creare questa varietà. Conoscere l’Altro ci consente di individuare ericonoscere le varie tipologie di persone che popolano il mondo esterno.Inevitabilmente l’Altro è diverso da me ma questo non significa che è daevitare. Anche se ha ideali, modi divedere la vita e la realtà che ci circonda differenti dai miei che noncondivido e che non farà mai miei, imparo a conoscere ciò che è al mondo.

 

Cisono inevitabilmente persone che vanno allontanate e lasciate perdere perchénuocciono alla nostra evoluzione e al nostro benessere. La loro presenza non fabene a noi stessi, ci opprime a tal punto che quando siamo in contatto con loroci sentiamo sopraffatti da una negatività di cui non riusciamo nemmeno a farciuna ragione. Con loro ci sentiamo stanchi, annebbiati; sono questi i cosiddetti“vampiri emotivi” (di cui in passato ho scritto altri post).

 

Inquesto post vi illustro nuove tipologie di persone negative:

 
  • IlVAMPIRO EMOTIVO: è la persona negativa. Vede tutto nero e non èassolutamente capace di riconoscere nemmeno uno spiraglio di Luce in unasituazione. Presterà attenzione solo alle tragedie, alle ingiustizie e aisoprusi. Puoi parlargli di qualcosa di bello ma puntualmente troverà undifetto, qualcosa di negativo anche nella situazione più idilliaca. E’ unapersona che polemizza tutto. Solitamente ha alle spalle un passato infelice manon fa nulla per cambiare la sua condizione di vita attuale. Va spesso incontroall’Inettitudine perché più vede la negatività e più la attrae a sé;

  • IlCRITICONE: ossia chi è bravo a sparare sentenze sugli altri e a puntare ildito contro l’Altro. E’ chi attribuisce agli altri la responsabilità e la colpadella propria infelicità. Le sue critiche sono la conseguenza delle propriefrustrazioni e disillusioni. Le sue critiche sono finalizzate a sminuire esvalutare ciò che fanno gli altri e non hanno nulla di costruttivo.

  • IlMANIPOLATORE: è la persona che si serve dell’Altro per ottenere risultatiper sé. Ha grande spirito di osservazione e analisi dell’Altro. Sa che può ottenerevantaggi utilizzando l’Altro. Tende a fare leva sulle sue debolezze e mancanze.Può diventare pericoloso perché è bugiardo, disonesto e falso. Non fa nulla perniente. Agisce solo per ottenere un tornaconto. Sa incantare la vittima confalse promesse e adulazioni.

  • L’AVIDO:ossia chi sa solo ricevere senza dare nulla in cambio. E’ una persona viziata,arrogante che crede che tutto gli è dovuto e non sa cosa significa lariconoscenza o lo scambio. Tende ad intrattenere rapporti unilaterali in cui agiovare di essi è sempre lui. La sua incapacità di dare solitamente è dovutaalla sua aridità interiore.

  • IL CADAVERE VIVENTE: è l’inetto di questomillennio che affronta la propria esistenza in “modalità off” senza esprimere le proprie opinioni, senza ragionarecon la propria testa. Non ha spirito di iniziativa e si attacca all’Altro comeuna “sanguisuga” facendolo sentireresponsabile della propria felicità innescando sensi d colpa e dipendenza psicologica.

 
 
 

EMPATICI SI NASCE O SI DIVENTA? SECONDA PARTE

Post n°111 pubblicato il 09 Novembre 2017 da maryempatika
 

L’essere umano nasce con la predisposizione, l’attitudine ad essere empatico ma, l’esperienza empatica vera e propria è il risultato di una “maturazione personale”. Fromm la considera come un “nome dell’amore” perché vista come un bisogno vitale. Senza il pieno soddisfacimento di esso condurremmo delle esistenze vuote e spente. Alla base del sentimento empatico vi è l’esigenza di essere riconosciuti e amati da qualcuno speciale che merita le nostre attenzioni e la nostra considerazione. Il bisogno del riconoscimento nasce dal fatto che nessuno nel corso della propria esistenza riesce a percepirsi in maniera completamente nitida. Ci è offerta del nostro essere solo una visione di noi stessi fatta di “ombre” ma, è attraverso l’introspezione che l’uomo impara a “calarsi nei panni degli altri”.

L’introspezione ci aiuta a fare chiarezza su ciò che siamo; ci invita ad ascoltarci. Spesso in questa avventura l’Altro ci fa da Guida e Complice. L’Altro si presenta al nostro cospetto come qualcosa di misterioso ed enigmatico che non possiamo fare a meno di scoprire ed esplorare perché il suo mondo vitale è oggetto di analisi da parte nostra. Questa esplorazione nel mondo dell’Altro ci induce inevitabilmente a fare i conti con noi stessi scoprendo somiglianze o addirittura differenze. Non dobbiamo dimenticare che la nostra esistenza si ciba di affetti, emozioni e sentimenti.

Secondo il pedagogista Antonio Bellingreri la natura dell’empatia è paradossale. L’esperienza empatica può essere analizzata sotto due prospettive. Da una parte l’empatia è ritenuta una “capacità innata” che sembra essere data in dotazione, in eredità. La si può considerare un “dono offerto dalla natura umana”, utile per la propria esistenza. Empatici lo si può anche diventare esprimendo al meglio la dote che riceviamo dalla nascita. Lo si diventa grazie alle esperienze che durante la vita facciamo, alle persone che incontriamo e con le quali costruiamo relazioni significative. C’è chi questa dote la potenzia e la coltiva e c’è chi la lascia dentro di sé inespressa. Spetta a noi farne di essa un dono da potenziare e da consentire di diventare una nostra caratteristica per affrontare l’esistenza in maniera benefica e mirante all’autorealizzazione.

 
 
 

EMPATICI SI NASCE O SI DIVENTA? I PARTE

Post n°110 pubblicato il 25 Ottobre 2017 da maryempatika
 

EMPATICI SI NASCE O SI DIVENTA?

L’empatia è parte di noi, è insita nel nostro DNA anche se spesso non ce ne accorgiamo. L’empatia riguarda la nostra quotidianità perché designa la nostra dimensione umana fatta di pensieri, stati emotivi e affettività. Essa è essenziale per ogni forma di comunicazione e d’incontro. Nasce infatti, all’interno dell’incontro con l’Altro e può attivarsi in diverse modalità e intensità differenti.

Secondo Martin Hoffman, grande teorico dell’empatia, l’essere umano sperimenta nel corso della sua esistenza cinque forme di empatia. Esse sono ripartite in fasi che determinano il suo sviluppo sociale e cognitivo.

Le fasi empatiche sono:

  • Il contagio emotivo: nei primissimi mesi di vita il bambino percepisce le emozioni della madre attraverso il “contatto visivo” e le fa proprie. Se la madre è depressa egli si sentirà depresso perché incapace di percepire la causa esterna di tale sensazione;

  • Il Distress Empatico Egocentrico: intorno al primo anno di vita i bambini cominciano a distinguere il proprio sé da quello dell’Altro anche se in maniera limitata. Essi mettono in atto dei comportamenti che sembrano dei tentativi di aiutare l’Altro ma essenzialmente sono riferiti solo a sé stessi.

  • Il Distress Empatico Quasi Egocentrico: intorno ai due – tre anni il bambino comincia ad attivare comportamenti e gesti miranti a confortare e aiutare gli altri come la carezza e l’abbraccio.

  • La Vera Empatia: intorno ai nove anni il bambino acquisisce la “capacità di decentramento”. Egli comprende che il suo volere, le sue emozioni e i suoi pensieri sono diversi da quelli dell’Altro. Comincia a farsi strada “il mettersi nei panni degli altri

  • Il Distress Empatico oltre la Situazione: è solo intorno ai tredici anni che l’individuo trovandosi nel pieno della sua adolescenza sperimenta il vero e proprio compimento dell’empatia. Ci si crea la propria identità e la percezione dell’Altro si fa più stabile e coerente.

    L’empatia consente di creare una dimensione inedita con L’altro. "Io" e "Tu" nell’empatia creano qualcosa di nuovo e originale. È un’avventura continua, difficile da etichettare o definire. Nasce dentro e con noi, ci accompagna, ci aiuta a diventare più umani.

 
 
 

I NEMICI DEL "QUI E ORA"

Post n°109 pubblicato il 17 Ottobre 2017 da maryempatika
 

La dimensione del “qui e ora” è qualcosa di raro e inedito in questa contemporaneità che ci obbliga a vivere vite frenetiche nel tentativo di lottare contro il tempo e di portare a compimento gli innumerevoli impegni che ci prefiggiamo di eseguire. Eppure il “qui e ora” è possibile e può diventare parte della nostra realtà quotidiana solo se lo vogliamo e se ci teniamo al nostro benessere psico-fisico. Spesso sprechiamo energie mentali e vitali che ci portano solo caos e ci impediscono di analizzare le situazioni in maniera nitida e obiettiva.

Sono considerati nemici del “qui e ora”:

  1. L’inseguimento del passato: rimuginare su ciò che è stato e su cui non ci è più concesso di intervenire inevitabilmente ci inabissa. Quando ci ritroviamo a fare la lista degli errori commessi o dei “se” o “ma”, non facciamo altro che aggiungere altra ansia e angoscia a tutto ciò che non possiamo cambiare. Dovremmo chiudere una volta per tutte la porta del passato e, come affermano i filosofi e pensatori orientali, occorre tagliare i rami secchi per permettere ai nuovi di emergere e splendere d’immenso. Solo così è possibile rigenerarsi e incanalare le energie positive che consentono di sentirci meglio;

  2. Perdersi nel presente: spesso ci si ritrova a pensare incessantemente e diventare schiavi dei pensieri stessi. Quando ciò accade, non riusciamo a concentrarci su nulla. Leggiamo un testo ma non riusciamo a cogliere di esso alcun elemento emblematico. Bisogna imparare a mettere a tacere la propria mente in certi momenti perché altrimenti rischiamo di perdere attimi che chiedono solo di essere vissuti pienamente e spetta a noi viverli sintonizzandoci a pieno su di essi;

  3. Pianificare il futuro: il futuro incute ansia perché l’umo di fronte all’ignoto assume atteggiamenti di difesa. L’ignoto è sinonimo di “imprevedibilità”. Tutto ciò che potrebbe sfuggire al nostro controllo spaventa e ci fa sentire in balia delle onde che potrebbero tramutarsi in minacce. Bisogna essere ottimisti quando si pensa al futuro. Occorre munirsi di pazienza e fiducia in sé stessi e credere fermamente che siamo noi i fautori e costruttori di esso attraverso le nostre azioni e scelte nel presente.

     

    La dimensione del “qui e ora” è uno stato mentale che ci può aiutare a vivere meglio e a gestire le nostre esistenze senza farci troppo travolgere dagli eventi. Siamo noi che conduciamo il gioco delle nostre esistenze. Acquisire questa consapevolezza è di vitale importanza.

     

 
 
 

LE TRANSAZIONI SOCIALI AI TEMPI DEI SOCIAL NETWORKS

Post n°108 pubblicato il 09 Settembre 2017 da maryempatika
 

Immersa nei miei studi sull’analisi transazionale, mentre analizzo le componenti della strutturazione sociale elaborate da Eric Berne sono assalita da una serie di riflessioni riguardanti la società odierna e l’uso dei social networks. Il noto psicologo sociale Eric Berne sosteneva che ogni essere sociale ricopre un proprio ruolo ben definito nel contesto in cui vive. Esso serve per creare una serie di dinamiche che consentono una sorta di organizzazione in cui regole, valori ed ideali di riferimento non devono mancare. Le dinamiche si esprimono nel “modello di gioco” che si sceglie di attuare in cui ogni essere sociale si muove nel quotidiano e nella interazione con l’Altro. Anche nei social networks ognuno ricopre un ruolo o meglio, si crea un “personaggio” che in molti casi (sempre più diffusi!) viene costruito con minuziosità eccessiva e cura. Spesso i personaggi che si creano sui social networks non hanno nulla di reale. Sono addirittura contrastanti con la vera personalità del soggetto che lo ricopre.

Sui social networks la gente vuole sentirsi più figa, più forte e potente. Si fa a gara a chi totalizza più “mi piace” ai propri selfie (intanto dilaga la selfiete, una delle nuove dipendenze) o a chi colleziona più followers (di cui concretamente non gliene frega niente di ciò che sei!). Ai tempi di Eric Berne si prestava attenzione a quello che si voleva rappresentare nell’interazione sociale in contesti come il lavoro, la famiglia, la coppia. Chissà se Eric Berne avrebbe continuato a fare le sue ricerche sulle transazioni sociali in quest’epoca scontata in cui tutto è fittizio, costruito, frivolo e superficiale. Qualsiasi azione compiamo è diventata stupidamente social. Dai tempi di Eric Berne e della sua teoria dei giochi sono cambiate molte rappresentazioni sociali. Ciò che non è cambiato è che alla base dei ruoli e dei personaggi che la gente si crea sui social ci sono la fame di stimolo e la fame di riconoscimento.

La fame di stimolo ci ricollega ad una parte infantile che è dentro di noi, una componente che è sempre alla ricerca di “carezze”. Per “carezza” si intende ogni atto che implica il riconoscimento della presenza di un’altra persona. Come direbbe Berne: “senza carezze non si cammina a petto in fuori”. Scatta la continua ricerca dell’approvazione altrui per qualsiasi cosa si faccia. Ciò è mossa dalle insicurezze, dal vuoto che molta gente cela dentro di sé e del quale spesso non ne ha consapevolezza. Più aumentano i contatti sui social e più si è soli e disperati (e vuoti!). Dilaga sempre più la fame di riconoscimento, di sentirsi speciali e presi in considerazione. Si ostentano i cambi di look, i propri spostamenti, le uscite, le foto con le persone con le quali si “passa” il tempo.

 Ma essenzialmente al di là di questi comportamenti sociali, rituali, giochi, ruoli che ci siamo auto-attribuiti chi siamo noi? Questa domanda necessita di una risposta ma sfuggire ad essa è più facile…richiede meno difficoltà di farsi un selfie e racimolare un numero soddisfacente di “mi piace” per farci aumentare l’autostima, per farci sentire accettati in una società in cui anche i rapporti sociali sono così precari e facilmente sostituibili e rimpiazzati dal nuovo “lui” o “lei” che ci fa la richiesta di amicizia e che potrebbe essere un potenziale follower. Si bada più al numero che alla qualità dei contatti. E poi ci si ritrova a vivere un momento difficile della propria esistenza e a prendere coscienza che le persone sulle quali puoi seriamente contare si possono a malapena contare sulle dita di una mano. Ma sì, continuiamo pure a “giocare” (come direbbe Eric Berne), a seguire un copione che prima o poi ci starà stretto, illudiamoci di essere integrati in un sistema che ci rende sempre meno liberi ma schiavi e meno consapevoli di ciò che si è realmente….

 

 
 
 
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