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dalle contrade al

Post n°571 pubblicato il 23 Aprile 2017 da e_d_e_l_w_e_i_s_s
 

























C'erano donne che invasavano gerani e dalie e si raccontavano di ricette e di fertilizzanti; c'erano uomini che battevano il fante e sorseggiavano qualcosa di alcolico. Qualche bambino tirava il pallone in una porta che era una rete dell’orto non ancora arato.
Si respirava un'aria fresca, ieri, attraversando le contrade  con i fiori che abbellivano i davanzali e  percependo quel ritmo lento che poco aveva a che fare con la frenesia della città.
*Che meraviglia -  diceva lei -  Momenti di condivisione, altro che l’incomunicabilità del mio condominio in cui non sai nulla del tuo dirimpettaio e che dal sì al no sull'androne ci si dica "buongiorno!"...come vorrei vivere così: sentirei meno la solitudine. Quella brutta bestia che ti attanaglia dentro.*

Gli replicava lui: *Un esempio bucolico di cohousing.*

Era il 1964, quando un architetto danese,  Jan Gødmand Høyer,  creò in città la prima comunità di cohousing. L' idea piacque e prese piede nei paesi dell'Europa del nord, poi negli Stati Uniti e in Australia. Passarono anni e anche Inghilterra e Germania ne furono affascinate.
 Da qualche tempo il cohousing sta facendo capolino da noi:  anche le istituzioni pubbliche cominciano a interessarsene.
Si dice che  il cohousing comporti degli indubbi vantaggi sia in termini sociali che collettivi, sia in termini personali per i singoli individui o le singole famiglie.

























Ma che cos'è concretamente il cohousing?

E' una coabitazione solidale  con tante abitazioni private complete di tutti i servizi a cui però si affiancano spazi come palestra, piscina, asili, cucina, lavatrici, asciugatrici, orti, auto  comuni.
In poche parole è un modo di abitare e vivere che unisce l' indipendenza e la privacy della propria abitazione con la possibilità di condividere spazi e servizi di e per tutti.
Lo scopo è  di recuperare la socialità coniugandola con il risparmio.
Parrebbe che buona parte degli interessati abbiano un'età compresa fra i 40 e i 50 anni e siano famiglie con tanta voglia di ritrovare relazioni personali che i tempi moderni rischiano o stanno rischiando  di soffocare.
Una piccola comunità autogestita in cui ogni abitante partecipa direttamente e personalmente alla costruzione del 'villaggio'.
Non esistono geriarchie, né lungaggini burocratiche ma solo spirito di gruppo.

Detta così è un' isola felice il cui motto suonerebbe :

                            la felicità è data soprattutto dal senso di comunità e appartenenza.



Verità o utopia, che ne pensate?

Voi ci vivreste in un cohousing? 

 

 
 
 
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