Creato da EasyTouch il 05/09/2008

LA FATA IGNORANTE

Per chi ignora, le colline sono sempre in fiore.

 

 

Trattatemi come un oggetto

Post n°1108 pubblicato il 11 Maggio 2017 da EasyTouch

(III)

Procedere in ordine cronologico non mi è mai risultato consono. Sicchè, volendo continuare questo racconto, faticosamente, ve lo assicuro, perchè nel frattempo sono impegnato nel mio lavoro quotidiano, ecco che in men che non si dica, quell'uomo eccentrico mi trasformò nel suo business più riuscito.

Cavalcai aerei per raggiungere mete oltreoceano, fui chiamato per conferenze in Nuova Zelanda e anche a Kuala Lumpur. Tutti mi volevano, tutti mi osannavano, tutti mi compravano e mi mettevano in bella mostra nelle loro case. Punto. Si, punto perchè tutto finiva lì.

L'uomo eccentrico divenne milionario ma infelice. Come ci fosse bisogno di un'ulteriore conferma della legge universale che solo i poveri sognano, mentre i ricchi consumano la loro vita.

 

 
 
 

Trattatemi come un oggetto

Post n°1107 pubblicato il 17 Aprile 2017 da EasyTouch

(II)

Non appena riaprii gli occhi, dopo aver visto scomparire mio padre a braccetto con una ballerina di danza del ventre, vidi gli occhi a palla di uno strano personaggio, vestito di rosso e arancione con i capelli sparati in aria. L’immagine mi spaventò a morte ma non ebbi nemmeno il tempo di emettere il primo vagito che il tipo già mi faceva volteggiare in aria, inclinandomi verso una fonte di luce chirurgicamente diretta.

 

Farfugliava aggettivi come "elicoidale", "ritorto" e "a spatola" e si affannava come se fosse in cerca di ispirazioni ulteriori. Avevo freddo e credo comprese presto il mio stato, poiché si affrettò a coprirmi riponendomi nella mia custodia originaria, dove tornai a sentirmi al sicuro. Di tanto in tanto mi approvvigionava di liquidi, tanto che iniziai ad affezionarmi a quello che ormai consideravo il mio papà a tutti gli effetti.

 

 
 
 

Trattatemi come un oggetto

Post n°1106 pubblicato il 14 Aprile 2017 da EasyTouch

(I)
Sin dal momento in cui misi piede in questo vostro mondo, capii che il mio ruolo, compito, posto, posizione, mansione fossero tra i più ingrati sulla terra. Sperare di essere riassemblato e finire su Plutone, era un pensiero quantomeno irrealistico in questo momento di crisi di risorse materiali e umane, dunque cercai di adattarmi il più possibile e il prima possibile.
Mia madre non l’ho mai conosciuta; le voci di corridoio dicono che al momento del parto morì di crepacuore. Mio padre, invece, si diede molto semplicemente alla macchia, senza grossi accorgimenti, dopo avermi visto ed aver esclamato “merda”.
Ma non voglio trarvi in inganno con l'incipit della solita storia strappalacrime dell'orfanello abbandonato. In realtà, la fortuna iniziò a sorridermi proprio nel momento in cui venni abbandonato, come nei migliori romanzi di vita. 
Sarà stato per il periodo di crisi mondiale e della corsa alla sostenibilità ambientale, sarà stato perchè era già iniziata già da qualche decennio l'era dei Verdi e dell'ecologia come salvezza religiosa, ma venire al mondo nel secolo duemila è stata quasi una benedizione. Non immagino come avrei potuto vivere solo qualche secolo prima: anzi, forse non sarei nemmeno mai stato concepito.

 
 
 

L'era del Qualsiasi

Post n°1105 pubblicato il 20 Marzo 2017 da EasyTouch

(IV)

“Chi sono tutti?” rispose lei,  “Mi vuoi forse dire che per queste persone non è QA, l’Era del Qualsiasi? Avanti, chiedi alla signora del b and b, che giorno è e che anno è. Avanti”. Giuseppe si zittì ma non per essere stato contraddetto. Si fece cupo e sussurrò: “Come, non dirmi che non lo sai. Oggi, nel vederti in bagno, ho pensato tu lo sapessi, ho sperato tu lo sapessi…”. “Cosa, Giuse, cosa? Potresti essere un po’ più resiliente apertamente più o meno?”. “Smettila di parlare come quei cretini al lavoro! Quaffuori tutti fingono di capirli, perché se si accorge Lui che le cose non girano come vuole…”. “Giuse, lui chi? Stai vaneggiando, farneticando, pullulando, che c’hai?”. Giuseppe si era fatto scuro ma proseguì abbracciando tutto il coraggio che poteva avere: “Nessuno possiede più un giorno, i mesi non esistono più e gli anni sono diventati QA perché non abbiamo più scelta. Anzi, non l’abbiamo mai avuta veramente, se esiste un veramente, se esiste una realtà”. Giuseppe faticava a proseguire e si affidò all’energia di un gesto del braccio verso l’alto per sottolineare le fievoli parole: “Guarda bene il cielo, se ti capita. Se lo osservi per almeno un minuto o quello che ti ricordi essere stato un minuto, puoi scorgere un buco. Facci caso. Stiamo andando verso una fine, dicono i vecchi perdenti e gli ultimi. Alcuni addirittura raccontano di aver visto oltre il buco nel cielo la grossa mano di un infante intenta a ravanare le cime degli alberi e ad incastrarle come si fa con i lego. I rigurgiti di realtà che abbiamo potrebbero essere i sintomi di un inizio di consapevolezza, anzi, lo sono.” Giuseppe non si reggeva più in piedi e si accoccolò seduto sul marciapiede dell’angolo della strada in cui si erano fermati a discutere. Lei lo imitò, rivolgendo lo sguardo al cielo, cercando di non perdere l’equilibrio e al contempo di trovare la misura di un minuto per poter scorgere il varco. In quel momento, al di sopra di ogni traffico stradale, voce, schiamazzo, musica a tutto volume e continuo squillare dei telefonini, risuonò forte un gemito, si sentì un puzzo terrificante di merda e dalla montagna si alzò un tumulto di sabbia e polvere. Era opera di un bambino e doveva averla fatta, la marachella di aver sradicato troppi alberi e la cacca nel pannolino.

 
 
 

L'era del Qualsiasi

Post n°1104 pubblicato il 07 Marzo 2017 da EasyTouch

(III)

Quel timore seguitava ad averlo lei e quando usciva si guardava bene dal proferire qualsiasi parola prima di essersi accertata di conoscere il proprio interlocutore. Mutando le regole del linguaggio, mutavano anche i problemi e gli ordini concettuali legati ad essi, per cui, quando era al lavoro diveniva una questione irrisolvibile riporre la carta igienica nel porta rotolo e quando era a casa, considerare un fatto semplice quello di utilizzare il porta rotolo diventava un vero e proprio cambio di paradigma. Così, le faccende più complicate e assurde, come “scrivere un testo in inglese con termini in tedesco e italiano, ma non troppo” erano diventate cose ordinarie e quasi facili, mentre decidere se fosse più bello un vestito rosso o uno blu era diventato un incarico difficilissimo. A sei co.co.co. di distanza, lei ormai era quasi riuscita ad applicare il codice del lavoro come facevano tutti gli altri anche fuori, e gli altri la stavano riconoscendo come una di loro, salvo ancora qualche momento di rigurgito di realtà di cui lei soffriva di nascosto, ormai quasi anche da se stessa. Uno di quei giorni, qualsiasi, dell’Era del Qualsiasi inoltrata, disse a tutti di dover andare ad evaporare, mentre invece andò a vomitare, per via di quei rigurgiti di realtà. Mentre era china sul water, si voltò verso la finestra aperta per respirare e si accorse che al bagno di fronte Giuseppe era chino sul water con la finestra semiaperta, come lei, e come lei si era voltato a respirare dopo l’affanno. I loro sguardi si incrociarono, Giuseppe inforcò immediatamente gli occhiali e si accertò della visione, mentre lei si affrettò a sistemarsi ed uscì. Quel giorno qualsiasi rischiava di diventare un giorno preciso, lo avevano capito entrambi, si attendeva solo di capire chi dei due avrebbe fatto la prima mossa, rischiosa, appunto. Fu il prode Giuseppe, che attese lei fuori, a fine turno. La rincorse per la strada per un bel pezzo e quando la raggiunse lei si voltò dicendogli: “Allora, mi sembrava di averti consegnato le sedie e le piattole”, volendo fargli intendere di non essere intenzionata a comprendere altro codice. “Smettila, lo sai meglio di me che se qui fuori ci sentono ci prendono per pazzi. Questa è la realtà, ti sei accorta che esiste?”. Lei lo guardò e senza voler dar adito a sospetti di aver capito qualcosa, si voltò per proseguire. Giuseppe le si affiancò e incalzò: “Non è possibile che tutti i giorni mentre vieni qui tu non ti accorga di quello che dice quel vecchio all’angolo della strada che ha perso tutto, non è possibile che non incappi nella questua della signora che un tempo teneva il b and b all’angolo. Li sentono tutti, e ogni giorno ci avvertono che si avvicina una fine”.

 
 
 

L'era del Qualsiasi

Post n°1103 pubblicato il 19 Febbraio 2017 da EasyTouch

(II)

Il giorno in cui discusse la sua tesi di laurea se lo sognò per molto tempo a venire, molto di più del giorno del suo matrimonio, che invece era caduto nell’Era del Qualsiasi, esattamente il 23 Settembre del QA, unità di misura temporale evoluta rispetto a quella che si sarebbe usata in epoca posteriore, in cui i giorni sarebbero stati indicati con la sigla GG e i mesi erano in via di estinzione. Si ricordava vagamente del tempo in cui le canzoni che uscivano alla radio duravano stagioni intere e il giorno di uscita di un album era quel giorno esatto e non un altro, ed era facilmente riconoscibile perché di album ne usciva uno ogni due anni. Si viveva un giorno alla volta e ogni giorno era memorabile perché si poteva ricordare ogni cosa di esso. Gli uomini riuscivano ancora a contare per uno, dunque i giorni erano numerati e così le ore contavano e si contavano. Quel giorno, il 6 Marzo 2004, quello in cui la proclamarono dottoressa, fu l’ultimo ad avere un numero, un mese e un anno precisi, poi, fuori o dentro, piano piano tutto andò sfumando i propri contorni. Soprattutto qualche tempo dopo aver iniziato a lavorare lì. Alessia era rimasta fissa a guardarla con gli occhioni spalancati, ma lei seguitava a non rispondere e in testa aveva un turbinio di pensieri da cui non riusciva ad uscire per poter proferire qualche parola razionale. Le fece un cenno per accordare una pausa e Alessia, scoraggiata, si voltò e rapidamente uscì dal suo campo visivo. Il primo giorno di lavoro aveva avuto ancora un numero, quelli successivi si confusero presto. Non c’era una ragione razionale in tutto questo e, mentre i giorni passavano, lei imparò dall’esperienza che la sedia per loro si chiamava gomma, che se voleva andare in bagno doveva dire che doveva evaporare, e se le chiedevano un protocollo lei doveva rispondere sempre acca kappa ed evitare di imprimerci sopra un timbro con giorno mese e anno riconoscibili. I primi giorni di lavoro furono un disastro, non aveva capito che lì nessuno faceva qualcosa di preciso o aveva un ruolo: c’era chi arrivava e subito ripartiva per andare a fare la spesa, chi usava andare a pregare a metà mattina, e se per alcuni la metà mattina era il tardo pomeriggio, per altri era mezzogiorno. Solo le giornate intere erano ancora percepite come un tempo, sia per necessità fisiologica sia perché la luce e il buio insistevano ad avvicendarsi ad un ritmo regolare. Quei principi, della gomma e della sedia, per intenderci, valevano solo nell’istante x in cui si varcava quella soglia del luogo di lavoro e tutti là dentro lo sapevano da sempre; così da tanto sempre da non sospettare più che fuori potesse esistere ancora o un altro sistema, tanto facevano valere il loro in ogni luogo, senza alcun timore di essere contraddetti. 

 
 
 

L’ERA DEL QUALSIASI

Post n°1102 pubblicato il 12 Gennaio 2017 da EasyTouch

[I]

Il giorno che sarebbe arrivato somigliava sempre a quello precedente e quello precedente a quello ancora anteriore, che somigliava terribilmente a qualsiasi altro. Ogni oggi era uguale a ieri e così, a poco a poco, scompariva nelle pieghe dell’oggi ogni domani. Anche il nome non ha grossa importanza in questa storia, potete addirittura sceglierlo, tanto non se la prende e anche io ormai ci ho fatto l’abitudine. I clienti la chiamavano Fraulein quando andava bene, quando invece era giorno di mercato e aprivano le gabbie degli invasati, questi si trasformavano in invasori e i nomi diventavano gesti o urla. L’ultimo urlo capitò un giorno qualsiasi, uno come quello precedente, ma forse anche un po’ peggiore e le fu fatale, ma non morì. Si conficcò in un luogo dentro di lei, a lei fino a quel momento sconosciuto e da lì scaturì l’incontenibile. Andò dritta al camerino e sussurrò all’orecchio del cliente sbraitante un pacato e scandito vaffanculo. Da quel momento il giorno che sarebbe arrivato avrebbe iniziato a non somigliare più terribilmente a quello precedente e nemmeno a quello ancora successivo. Iniziò una serie di eventi a cascata che sembrava dessero il via ad una cosa diversa, ad una scelta o ad una vita o ad una vita scelta, forse. Sull’onda della reazione, si iscrisse ad un corso di studi, cambiò città, stanza, uomo e le facce che incontrava la mattina, e piano piano ogni mattina diventava diversa dalla precedente. “È facile raccontarlo con il senno del poi, il casino è quando ci sei dentro e dentro ci sei sempre, anche quando ti pare di essere nel poi”, tentava di raccogliere tra sé e sé i pensieri per cercare di rispondere assennatamente alle domande che Alessia le poneva a raffica. Stava lasciando il suo posto di lavoro dopo molto tempo e le avevano chiesto di formare la tirocinante che avrebbe svolto le sue mansioni, una volta terminato il suo ultimo dei sei co.co.co. Non sapeva come aiutarla, d’altra parte quelle cose le impari, come si usa dire, con l’esperienza. Si usa dire, appunto, così, per non spaventare i neofiti, e questa era sicuramente la ragione per cui, all’inizio di questo nuovo lavoro, la segretaria chiudeva le cartelle con la password, nascondeva la graffettatrice e rimaneva in pausa caffè un’ora e mezza. Fino a qui, diciamo che si poteva capire e spiegare senza pretese che la cosa venisse accettata, però, almeno, che potesse essere afferrata. Il casino era altro e non si poteva dire e basta. 

 
 
 

12 Luglio quasi 13 anno 2011

Post n°1100 pubblicato il 21 Novembre 2016 da EasyTouch

Retro mode on 1.

A Cervia, Pappafico, io io ed io in imperfetta solitudine, con tutto e quasi niente da non poter rifiutare. Sabbie del Polesine non bonificato, Andrea Costa al violino, Cecilio alla chitarra e basso. 3500 euro. Chi li presentasse, rimane un mistero, una voce urlante da urlo. 

Solo un ultimo pezzo e forse la solitudine si alleggerisce da sulla testa, non preme sul fegato, sano per troppo purismo e osmosi. Pesa, pesa. 

Dove sei? E mi cerco dentro ad un'unica domanda, sempre quella, ma cambiano i soggetti. Eppure ci sei, eppure c'è. 

Il coro di voci bianche e la metodica di Illuxit, li avevo pensati per un pezzo mai concluso, incompiuto, come me. Ma non è questo il punto. Siamo niente.

Sto bene dentro una tenda con pieghe mai stese. Forse è non dove sei, ma cosa cerco. Cerco, cerco e cerco, annuso, schiudo gli occhi e piango lacrime in modalità retro. Ho la consistenza di una pietra sorda.

 

 
 
 

Lasciare andare

Post n°1099 pubblicato il 19 Settembre 2015 da EasyTouch

 

 

Insieme a Pictures of you e A Forest metto anche questa. Gli addii non mi piacciono.  Non sono mai stata capace di lasciare andare, ma sei stato il primo ad insegnarmelo, n anni fa a parole, proprio qui e ora nei fatti, nella nostra vita. Non ho mai scritto cose personali e questa cosa non ti farà piacere di certo. Nemmeno a me, ma non so proprio come fare, sono inetta totalmente.

Ho imparato anche a moderare i toni tragici, anche se come vedrai, qui non sono cambiata per nulla. Ma chi vuoi che vada a leggere.

Questo è l'ultimo post.

è l'ultimo.

Arrivederci

 
 
 

Mi permetta

Post n°1098 pubblicato il 13 Settembre 2015 da EasyTouch

Le decisioni vengono prese altrove. E' una bella frase d'effetto. A me le frasi così fanno quell'effetto per poco, poi le sminuzzo le mastico e le risputo. Non è cattiveria ma il mio marchio di fabbrica. La ragione riposa nella ragione imposta, cioè non poter permettersi il lusso di credere in frasi; subisco la maledizione dell'attitudine alla scoperta ma non posso permettermela. La posta non è il sangue dell'anima o la ferita di un affetto mal o ben riposto. La vita mi punisce ad ogni deviazione dalla sua precostituita strada, e questa è una certezza eppure ogni volta mi salta in testa di imboccare la route 66 quando ho un moribondo da trasportare al policlinico più vicino.

 

 
 
 

MIAO

Post n°1097 pubblicato il 11 Settembre 2015 da EasyTouch

L'impressione che le decisioni vengano prese altrove è fallace, ma rimane un'impressione. Non mi dò particolari crucci di questo, tanto il corso delle cose è per definizione un corso, non ci si può fare nulla, se non annegare nelle sue acque o tentare di nuotare.

Ci sono giorni in cui si prendono decisioni e si è pure convinti. Si dice si, ed è un si non è un ni o un so, è quella cosa lì. Un secondo dopo crolla il soffitto e ci si ritrova bianchi di polvere senza capire cosa e da dove sia originata l'ecatombe.

Il guaio è che la polvere mi annoia e ora ho la chiave per chiudere dentro gli impicci.

Miao

(me ne fotto)

 

 
 
 

Sole d'agosto ti può bruciare

Post n°1096 pubblicato il 28 Agosto 2015 da EasyTouch

Nella penombra degli ombrelloni infuocati dal sole di un tardo agosto, pensava: "Basta uccidermi e smembrarmi per scoprire un segreto dietro le rovine. Nessuna dottrina né maestro mi potrà più istruire, né alcuna scuola". Si guardò attorno come fosse la prima volta. Il cielo qui era azzurro, là giallo, più oltre verde e la sabbia si mischiava nelle narici irritate dal tabacco. Tutto ciò, il giallo e azzurro, tabacco e sabbia penetrava per la prima volta la sua vista. Non era più l'incantesimo e il velo di Maja, non era più insensata e accidentale molteplicità del mondo delle apparenze da superare con il pensiero filosofico della relativizzazione dell'io: l'azzurro era l'azzurro, ma anche giallo e questo andava bene e s'accordava con la vista e le narici. Il libro era letto e le pagine ingiallite.

Nella mezza penombra, lui giaceva in dormiveglia. Presto i suoi piedi si trovarono al sole e lei glieli coprì con un lembo di asciugamano che le avanzava. Ogni tanto lui si ridestava per il passaggio di qualche donna in topless. In numerosi momenti della giornata, lei avrebbe voluto fermare il suo tempo con un gesto pacato e volontario, ma la bellezza delle onde che si infrangevano sulla spiaggia le farfugliava di lasciare andare. Sempre, lasciare andare.

 
 
 

Noia vera

Post n°1095 pubblicato il 21 Agosto 2015 da EasyTouch

Che mi venisse stracciato il fegato con una filosofia dell'amore non mi era ancora capitato. Dopo questo credo di avere visto tutto e troppo. Mi annoiate, non sapete affrontare i problemi.

 
 
 

tu tu tu tu tu tu tu du du

Post n°1094 pubblicato il 18 Agosto 2015 da EasyTouch

Guardo le foto di te e ci credo così forte che quei momenti sono qui, mentre quando erano lì non c'ero io. Ogni istante che da vivere era pesante ritorna attraverso i tuoi occhiali e un mojito o forse non eri tu ma l'idea di te: e ora invece sei proprio te.

Riguardo le tue foto e ci credo ancora di pù, forse ci mancava la musica ma tra la gente e  noi quale colonna sonora poteva starci? Ci rivedo ma ora danziamo tra la folla.

Se solo potessi tornare su quel sedile, attraverso tutte le foto che potevamo scattarci, ma preferivamo baciarci. Le guardo da due ore, il sapore delle tue labbra è rimasto incollato là. Sempre un pò più in là.

 

 
 
 

Vallarca

Post n°1093 pubblicato il 15 Agosto 2015 da EasyTouch

Correggo la rotta continuamente e ricado nei medesimi errori. Per non ricaderci non mi devo concentrare a non ricaderci ma dimenticare conservando il ricordo. Le foto servono a questo.

Sono egoista più di ieri e meno di domani, di te ricordo solo le cose belle che rimandano a me stessa e ai miei atteggiamenti. Ti ricollego a momenti legati ad altri e le foto sono su sfondo lontano di sensazioni passate e sedimentate. A cui torno e sono tornata in quei momenti in cui facevi clic.

Cosa conta? Forse è il quando che fa la differenza? Tutte le esperienze entro i trentacinque anni segnano e rimangono, quelle dopo sono copie di quelle passate con appiccicati dei tentativi di miglioramento.

Addio addio, rido

 
 
 

No

Post n°1092 pubblicato il 30 Luglio 2015 da EasyTouch

il concetto di noia è qualcosa di diverso ultimamente. Lo stato di malessere che sfocia in autolimitazioni e mutilazioni deriva dalla noia. Non so se sia tedio o noia, so che è il cancro più diffuso e mal diagnosticato dei nostri tempi. Per noia si picchia, per noia si gioca con la vita, per noia e per noia. Incapaci di carpire le nostre necessità, finiamo per soffrire la noia.

La noia va riconosciuta e superata.

La noia crea la maggior parte delle patologie psicologiche e psichiatriche del nostro tempo.

Per noia subiamo la maggior parte delle situazioni.

Non so se sto capendo bene, ma cambiare aria fa sempre bene.

Devo scrivermi un appunto e fissarlo su frigo e stomaco.

 

 
 
 

alibi

Post n°1091 pubblicato il 24 Luglio 2015 da EasyTouch

E mentre tutto va a scatafascio, oltre a voltarmi dall'altra parte, mi preoccupo che non scrivo più da un pò o forse ho paura di non aver più nulla da dire. Ma si, c'è sempre una piadineria aperta. Il boccone mi fornirà l'alibi.

 

 
 
 

prima dello zero e dell'uno

Post n°1090 pubblicato il 10 Luglio 2015 da EasyTouch

L'entanglement, il teoricamente senza alcun limite, l'infinitamente piccolo e l'infinitamente grande, il rilevare a livello teorico fenomeni paradossali, ecco, sono tutte cose inutili. Inutile non significa inesistente o inconsistente, ma il contrario sviluppato all'eccesso, sino a divenire l'unica e incontrovertibile realtà esistente. Sulla realtà ho già detto. Lo stadio del prepensiero come fondante la realtà non esclude una posizione icastica sulle questioni intellettuali- il reale mediato dalla razionalità- o empiriche- il reale sperimentato. La mia posizione non è nell'intelletto razionale, nè nella parte emozionale e non è una sintesi di questi due: ogni operazione di posizionamento che potrei pensare sarebbe sempre frutto di una razionalizzazione o di una reazione emotiva o di una riflessione post- emozione. Il livello è ulteriore perchè è prima di tutto ciò, fondo la mia esistenza ed essenza sul perchè esisto senza conferire il primato di un elemento che utilizzo-pensiero o emozione o riflessione- sull'altro. E senza appellarmi ad un leader.

Non è facile, mi perdo continuamente, soprattutto con le emozioni, anche se ne ho un'ottima padronanza. Mi perdo nei particolari, nei gesti, nei moti quotidiani, nelle secche delle mancanze, ma lotto per non farmi fagocitare. Sono agganciata ad un altro pianeta che forse non c'è, ma non mi appoggio a nessuna teoria quantistica. So che ci sei anche se non esisti, piango tutti i giorni la tua mancanza, ma il mio destino è scritto. I "so che" che ci scambiamo di tanto in tanto non mi procurano sollievo e nemmeno il mio atteggiamento disincantato di fronte alle parole non dette, che dovrebbero suggerire chissà quali cose, non mi procura nessun alleggerimento.

Nemmeno la tua presenza. Nemmeno la tua assenza.

E' lo stadio immutabile del prepensiero, dove non c'è il non e la presenza, dove non si può dire che non ci sia niente, dove si assiste al divenire di pensieri e cose, da dove si vede tutto da dentro, imperturbati, essendone turbati.

 

 
 
 

realtà

Post n°1089 pubblicato il 24 Maggio 2015 da EasyTouch

Cosa o chi decide cosa sia reale? Il corpo? Le sensazioni? E quando ci si interroga se un sentimento sia reale o meno, non è questa stessa un'aporia? Se lo produci tu, il sentimento, come può non esistere e, se te ne interroghi, ci dovrà pur essere un oggetto. E allora, se ti interroghi sull'esistenza di un sentimento o di qualsivoglia altra cosa, non fondi, con questa operazione, l'esistenza stessa di questa cosa? Già solo nel momento in cui si usa il "tu" si oggettivizza, ma ancor prima, nel momento in cui si pensa, si rende oggetto un qualsivoglia oggetto, anche quello più astratto. Ho sempre bisogno di usare il tu; questo prova una certa primitività del mio pensiero, ancorato al livello uno, che intimamente continuo a legittimare. La forza dei miei anni ancora floridi mi porta a questo.

Vorrei non pensare per oggetti e arrivare a pensare senza indirizzare, arrivare ad avere un pensiero pensante che non si riflette ma che vive di per sé. Non accade semplicemente "vivendo", l'errore è sempre quello, ricado nella pragmaticità e non sviluppo il pensiero non riflesso. Bipensiero, forse sta tutto qua, ad un certo punto la coscienza si deve stabilire prima del pensiero stesso e deve orientarlo. Può significare l'annientamento o annullamento di ogni forma di opposizione critica, ma considerato da un altro punto di vista potrebbe essere una prefase, cioè arrivare prima ancora del pensiero stesso, dove il pensiero critico di opposizione non serve più: il pensiero critico e il pensiero divengono un'entità unica. Questo può accadere solo e solamente se assumo che la realtà è quella che decido sia, non quella che pensavo di vedere con i miei occhi. Dire a questo punto "non lo so" o "boh" serve a poco.

Torno alle sensazioni preveglia e di veglia dei giorni prima che tu morissi. Nella preveglia eravamo un'entità unica e sapevo che saresti morta per assumere una forma più definita dentro me. La parte della veglia mi impediva di far emergere a coscienza questi pensieri -sensazioni, ma ormai ora credo che la verità sia questa, visto che la realtà che veramente esiste è qualcosa che stabilisco io, con un metro mio. Quel metro che deriva da te e che niente dall'esterno mi ha potuto modificare, nemmeno la lunga e continua educazione, dalla scuola alle relazioni. L'immutabile me lo hai incastonato tu nel momento del mio concepimento e nel momento in cui te ne stavi andando è riemerso. Lo stato di veglia mi ottundeva la mente, facendomi dimenticare quella sensazione-pensiero. Ma più sotto lo sapevo e da lì la reazione pronta che mi faceva balzare fuori dal letto e affrontare l'inaffrontabile: se tu fossi morta cessava di esistere l'oggettiva presenza che ti rendeva esistente ai miei occhi, fatto che mi obbligava a sovvertire un certo ordine di cose, prima tra tutte che tu fossi cosa fuori di me insieme all'esistenza di tutta la realtà che siamo soliti validare. Rendersi conto razionalmente della fallacità di questo sistema significava farti morire. E ora che sei morta, e fuori di me non ci sei più, è chiaramente e a tutti i livelli così: la realtà non è fuori di me ma dentro di me.

Questi pensieri, che io voglio porre come prepensieri, coscientemente, mi portano a rivalutare tutte le posizioni occupate dalle persone nella mia vita, che iniziano a non esistere più come enti staccati da me. Esistono solo quelle persone che esistono dentro di me e ho una reale percezione di chi sia dentro e chi non esista per nulla. Il fuori non lo nomino nemmeno più, dire che non esiste lo fa esistere, non si nomina più e basta.

Fintanto che scrivo, la parte del pensiero (e non del prepensiero) va a te, che scrivi e oggettivizzi e mi dico che pure io ora sto facendolo. Tu scrivi e sei soggetto al tuo pensiero, o meglio, oggetto. Mi chiedo se tu abbia un posto dentro di me, ma nel momento stesso in cui cerco di formulare la domanda e la scrivo in questi termini, di assegnazione di un posto, mi accorgo che non sei dentro di me. Chissà dove sei, se c'è un confine o se si sia dentro senza che sia mai esistito un fuori, improvvisamente.

Vista dal prepensiero la vita è tollerabile, la sostengo io e la sostengo come mi pare. Tutto quello che mi porto addosso è sempre esistito e sempre esisterà. Renderlo intelleggibile scrivendolo non so a che cosa mi serva, se so che nessuno leggerà queste righe. Sono ancora un essere imprescindibilmente dialogico?

 
 
 

Incontri ravvicinati

Post n°1088 pubblicato il 15 Maggio 2015 da EasyTouch

E ad un certo punto ho incontrato anche te.

Mi sono accorta di cosa avessi di fronte nel momento in cui ho cominciato a non avere più timori. E così si è preparata la strada in discesa: ti sembra di diventare immune, invece diventi insensibile, decadendo. E le dosi per rialzare il pathos non non mi sono più bastate, e sapevo che aumentandole non avrei concluso nulla. Poi, conoscere a cosa si va incontro stanca ancora di più che andarci e attendere lo schianto; che non arriva più. I primi tempi ne ero felice e mi sentivo vittoriosa, avevo sconfitto chissà quale dragone fuori di me, mentre non mi accorgevo che mi aveva messo incinta e cresceva nel mio grembo. Poi ho cominciato ad avere le prime avvisaglie: fine della nausea da pungente ansia, fine della tensione, fine dell'insostenibile voglia di. Fino al parto.

Ad un certo punto ho incontrato de visu la noia, e non ho più saputo che farmene della mia vittoria sulla paura. E di me.

 

 
 
 
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