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SCAVO ARCHEOLOGICO.

Post n°1 pubblicato il 22 Febbraio 2010 da narogl

Sei ore di auto su piste sconquassate.

Fuori polvere, dentro polvere.

La scatola di kleenex è vuota.

Strada gialla, gialle colline, giallo il cielo nascosto dalla polvere, polvere.

Polvere.

Appena terminato i colloqui con il Sovrintendente, sono partito.

Gli scavi sono abbandonati ai ragazzi, ho fretta di raggiungere il sito.

Fretta di sapere se ci sono novità, di parlare con il capo degli scavatori, urgenza di parlare con lei.

Colline di sabbia più basse su cui si muovono uomini gialli che spingono gialle carriole.

Sono arrivato.

Un piccolo piazzale, cinque auto , qualche baracca due grandi tende e quattro cabine blu, per i servizi igienici.

Il recinto accennato degli scavi.

Persone che vanno, vengono.

Voci calme e voci alterate.

Lì in mezzo una figuretta si muove, la mano sollevata con gesto minaccioso.

Più bassa degli altri, ma li sovrasta col carattere.

Lei Anna, la mia assistente.

Ancora non ho capito come faccia a essere sempre pulita e in ordine in mezzo a tanto caos.

E' l’unica lì in mezzo ad avere la camicia color celeste e i pantaloni azzurri!

Forse anche per questo tutti la temono.

E' diversa...!

Mi vede da lontano e mi saluta con un gesto, sbrigativa...

Già... lei così.

 

Mi dirigo alla baracca che fa da ufficio.

Apro il frigo e prendo una bottiglia d’acqua.

Uno, due bicchieri, per lavarmi la polvere in gola il primo, dissetarmi il secondo.

La porta è chiusa e il condizionatore fa un rumore che sembra un macinacaffè.

Una ventata calda.

In piedi lì in mezzo mi giro.

E' lei.

-Ciao sei tornato finalmente... com’è andata?

- Bene tutto sotto controllo con le autorità... e qui?

Ci dovremmo essere, mi risponde.

Abbiamo trovato la lastra che fa da porta e credo che dovremmo essere al cartiglio.

Se lo puliamo, avremo la conferma.

Si toglie il cappello da pescatore tutto gualcito che porta in testa e una cascata di capelli rossi le cade sulle spalle.

Finalmente. Senza cappello vedo anche i suoi occhi.

Azzurri... la loro vista mi disseta più dell’acqua appena bevuta.

Ha ancora i guanti sulle mani, li tiene sempre per non rovinare la pelle...

Li toglie... lunghe dita e lunghe unghie, curate.

Si avvicina, mi mette le braccia al collo e le nostre bocche sono un unico maelstrom di lingue saliva e cercarsi...  sono sconvolto e sballottato dalla sua foga come una barchetta nel gorgo.. Io immerso in lei, in suo domino.

Sento il suo ventre premere contro il mio...

Ha la capacita di un’odalisca di muovere il ventre.

Moti circolari che ridestano me e lui...

Sei sporco da morire e il viso stanco... vai a fare la doccia... mi dice...

Inoltre sei così sudato.... e lo dice facendomi correre il dito indice sul torace, intrufoladolo tra un bottone e l’altro, facendomi sentire quell’unghia e... con gesto deciso lo sento infilarsi nella cintura dei pantaloni...

La lingua corre sulle sue labbra... si morde quello inferiore e...

Sono la sua preda...

Prendo la borsa con gli oggetti da bagno ed esco, telo sulla spalla e abiti puliti sul braccio.

Vado al container delle docce, entro nel cubicolo.

Due docce affiancate... in un locale illuminato da due finestrelle alte.

Poggio le mie cose in un angolo e comincio a spogliarmi.

La porta si riapre e c’è lei...

Entra, chiude la porta alle spalle e sento lo scatto del catenacciolo...

Siamo lì lei ed io...

Comincia a spogliarsi e mi dice...

Spero tu abbia QUEL tuo bagnoschiuma con te...!

Entro nel vano.

Flacone di QUEL bagnoschiuma in una mano, telo nell’altra e lui che mi rende difficile l’accesso attraverso la stretta porta..

Dentro tanto spazio, ma perché le porte così piccole?

Apro l’acqua... non serve boiler qui...

Il getto mi bagna e sollevo il viso a sentire il getto sulla faccia.

Occhi chiusi mi distendo mentre mi bagno.

Una mano viscida percorre il mio petto, l’altra la schiena... lei è li, con me...

Tieni, mi sussurra, la voce roca... insaponami e niente spugna...

Mi versa il gel sulle mani, lo spalmo e sto per insaponarla quando la sento che lo afferra...

Lui, il mio più vecchio amico nelle sue mani.... sento le dita scivolose percorrerlo lente e decise...

- scivoloso qui, mi dice... ci vuole una maniglia a portata di mano... Uno sguardo da pantera...

 

Le mie mani sono su di lei...

Carezzo le spalle e scendo ai fianchi.

Stupenda la sensazione della pelle sulla pelle, lubrificata da gel profumato come fosse olio...

Sento la pelle d’oca di lei sotto le mani e risalgo... i seni tra le mani, quasi fossero coppe di un plaitex in carne... li avvolgo dal basso e i pollici sfiorano i capezzoli tesi e le areole corrugate... ne sento l’inturgidirsi ulteriore, se possibile... li serro tra due dita ognuno ora, il pollice e l’indice di ciascuna mano serrano come forbici quei frutti, li serrano, mentre la pelle del palmo li avvolge e ruota a sentirne ogni millimetro...

Voglio più...

Lei ha fatto prima di me...

È ora inginocchiata ai miei piedi.

Chiudo l’acqua e sento..

Le sue labbra sono teneri cuscini che avvolgono e carezzano quel che trovano, scendono e salgono e ne sento la ricerca del fondo... e il movimento è lento, ed esperto e fa sentire il piacere di donare piacere e godere del possedere lui... averlo come gioco, giocattolo, strumento di passione e tramite lui possedere me.

Non è un gesto di amore, ma un affermare: E' mio lui, per avere TE.

La vorrei, la voglio, ma mi lascio andare al suo possedermi, mentre le mani la carezzano ancora...

Le spalle e i seni, miei, nelle mie mani.

I capelli rossi che bagnati le coprono il viso... tra ciuffi umidi vedo i suoi occhi che mi osservano dal basso in alto... ma con aria come a dirmi... sono io a esser sopra a te...

Voglio sentirla averla di più...

Mi chino sgusciando via da lei mentre le mani non lasciano il contatto della pelle... giù a seguirne con una curva della schiena e l’altra a sfiorarne il ventre, intrufolarsi tra le cosce, cercare la pelle morbida e liscia li, serrata tra le gambe serrate.

La mano scorre tra i muscoli contratti grazie all’oleoso contatto del gel.

Il lato della mano trova le labbra, vi si insinua e le gambe si divaricano a mostrarla e a sentire...

Bello serrarle, stringerla, ma se si è sole...

Così è un dire è tua ora, fammi sentire. ACCENDIMI DI PIU’.

 

 

 

Affondo nella sua intimità.

Mentre le lingue s’intrecciano e suggono i reciproci sapori.

Labbra serrate l’ uno su quelle dell’ atra e viceversa. L’aria che respiro è lei.

I suoi denti serrano un labbro e mi trasmettono un solo concetto: passione pura.

Un gemito per una parola sola : PRENDIMI.

Le mie dita cercano baci di bocche e bocche.

Labbra calde che accolgono la mia carezza.

Il gel è come un untuoso invito.

Dita che cercano e trovano labbra che si distendono alla carezza e palpitano al mio sfiorare.

Penetro la sua profondità. Entrambe le mani s’inabissano in calde polle di umidi tormenti o serrate da pulsanti corone.

In una tempesta in cui l’onda è generata da moti istintivi e consapevoli, insieme, a sentire con orecchie il cui unico udire è possedere ed essere posseduti la sento mormorami all’orecchio, mentre un braccio mi costringe la nuca giù e giù e giù…

Baciami amore.

Mi chino e scorgo la mano che poggiata sulla mia circonda il roseo bocciolo.

Mi piego e lo serro tra le mie labbra, la lingua carezza le dita lustre della sua passione.

Devo coricarmi e mi distendo sul piancito bagnato.

E’ voglia di averla, godere del massimo della sua intimità e lei con me.

Avvolti in un vortice a spirale in cui ogni punto è principio e fine, mi disseto del suo nettare, mi nutro della sua carne e lei con me mi accoglie tra le cosce tese nell’incalzare dei ritmi orgiastici, suona il suo e mio strumento con ritmi profondi e intensi.

Un assolo di OBOE le cui note posso udire solamente io.

Sono momenti di passione profonda e con essa le trasmetto anche il mio messaggio: ti volevo, ti voglio, ti vorrò, sei il mio sangue.

Attimi di passione che culmino in caldi zampilli da parte di entrambi e sono caldi zampilli quelli della doccia sotto di cui entrambi ci ritempriamo.

Saremo stati lì dentro più di un’ora e bussano alla porta, voci concitate chiamano:- EFFENDI vieni, ci siamo, corri allo scavo.

Gesti rapidi e confusi a rivestirci.

I capelli di entrambi sono ancora gocciolanti quando usciamo alla luce dorata.

Una schiera di scavatori in polverosi abiti forma un semicerchio dinanzi alla porta della baracca e lui, dinanzi a me guarda con gli scuri occhi brillanti.

Che succede? Dove siamo? Gli chiedo.

-       Effendi la porta è completamente libera ora e si vede bene il sigillo con il cartiglio, corri e anche tu signora.

Mi avvio con lei al fianco. Lui due passi indietro e al seguito una fila di uomini eccitati ma silenziosi insieme.

Mentre camminiamo, si sente solo lo scricchiolio dalla sabbia sotto le suole, il respiro e in alto il richiamo di un falco.

Lo vedo stagliarsi netto contro il riverbero del sole.

Sono circa cento metri da percorrere per arrivare all’incerto recinto in nastri rossi e bianchi e le quattro sfere dell’impianto di allarme.

Un enorme cartello in un lato riporta i dati delle autorizzazioni da scavo e il mio nome in europeo e arabo.

Accanto quello di lei, la mia assistente.

Il mio capo squadra si affretta a farmi strada.

Una ripida scala s’insinua nella sabbia e roccia. Mano male che si scende l’aria si rinfresca.

Fioche lampadine nude mandano un chiarore appena sufficiente e vedere i gradini di pietra gialla. Lui ora e davanti a me, un mazzuolo in una mano e un secchio con alcuni attrezzi nell’altra, lei mi è accanto.

Le nostre braccia si sfiorano, i fianchi premono l’uno contro l’altro. Mi serra la mano con forza e sento il suo respiro affrettato per l’emozione.

Ancora pochi attimi e la lastra in ruvida pietra, polverosa, è dinanzi a noi.

Quattro lampadine la illuminano e vedo chiaramente il cartiglio in rilievo uno stemma che riproduce la dea Hator e accanto un' immagine che mi fa pensare a una semplificazione della F egizia, una vipera cornuta?

Guardo il simbolo e NON capisco…

Mi soffermo e tento di capire quel mistero.

La mia mente va a simboli di civiltà vicine, potrebbe essere un cuneiforme?

No, sembra più etrusco.

Lo faccio notare a lei che mi conferma: è una KH etrusca, ma che ci fa qui? Sulla chiusura della tomba egizia? Osserviamo con attenzione il cartiglio e si vede chiaramente che i due simboli sono stati incisi insieme nell’argilla fresca.

Il caposquadra mi richiama e mi dice con fare riverente:

-       Effendi che faccio la apro?

Ritorno in me e gli rispiego per l’ennesima volta come deve fare per non infrangere la lastra vecchia e friabile, levare tutta la polvere e la malta, distaccare la chiusura dall’incasso della parete e legandola portarla su.

Intanto prendo le misure per far preparare una porta provvisoria che la sostituisca.

-        

 

In pratica inginocchiato a terra, di fronte alla lastra di arenaria prendo l’ultima misura.

Premo il pulsante di metallo e il rumore della fettuccia che rientra stride con il luogo in cui ci troviamo.

Dall’alto non un suono. C’è nell’aria uno strano ansimare però.

Mi giro. Sollevandomi seguo con lo sguardo le gambe di Anna accanto a me.

Un paio di bluejeans stinti e attillati che ne pennellano le cosce tese e sode, la camicia jeans anch’essa, stinta e troppo piccola, ritirata da tanti lavaggi fatti con semplicità, li, sul campo. Poca acqua poco sapone, sol ardente che in un’ora la asciuga.

Tesa sul seno eretto. Se non avesse una T-shirt sotto, lo potrei vedere sodo e bianco spuntare tra un bottone e l’altra. Lo vedo sollevarsi e abbassarsi in un respiro profondo e affrettato.

La guardo non con passione, ma il mio è una carezza d’amore al suo corpo come MIA DONNA. Lo amo da dentro ed è un sentimento che travalica ogni passione.

L’eros è solo il giusto complemento a una parola “ti” AMO.

Il collo, la curva della mascella, la guancia e lei il suo volto fisso.

Un occhio sbarrato che è puntato…. Dove?

Lo seguo. La mano preme sul cartiglio in rilievo. Sembra quasi prema contro di esso per paura che si stacchi e al tempo stesso c'è tensione nelle dita che vedo tese e contratte, bianche.

Torno al suo volto e poi in un gentile mormorio le domando: - Tutto bene Anna? Che succede? Credi si possa rompere ora dopo migliaia di anni?

Sorrido, ma le labbra sono contratte. È un sorriso di convenienza. Sono preoccupato per lei e al tempo stesso sento anch’io una tensione strana nel luogo e nel momento.

Ho pensato, prima, che fosse l’emozione del ritrovamento, ma no… Tutto è stato strano fin dall’inizio della campagna di scavo e ancora prima.

Il ritrovamento della strana mappa in Canada, il riferimento a una pietra runica in Svezia e una mappa, lì sulla pietra che mi ha condotto qui, dopo tre anni di ricerche, dalla Svezia all’Egitto.

-       Gio, mi sussurra, non può essere una KH etrusca, mi dice. – Non ci siamo con i tempi.

-       Già penso io… c’è una discrepanza di circa un millennio…

Al tempo stesso… quello che mi viene in mente mi fa quasi tremare. Se non è la KH. È una Z runica? E se fosse… com’è finita qui? Ritorno col pensiero alla pietra che ho visto, fotografato, disegnato. Di cui ho fatto tanti calchi di gesso e vetroresina e le cui copie in originale e in scala sono nel mio laboratorio a 2 000 chilometri da qui, di cui ho seguito solo le mappe accennate, graffite nel granito e con indicazioni vaghe in scritte ricurve che erano tracciati, sentieri e strade che mi hanno portato qui.

Se fosse una RUNA come si combina anch’essa, con i tempi? E in Egitto? Lì si diceva di un’epopea ma sembrava basata su antiche storie tramandate! Qui e realtà!

Pensieri che mi si accavallano nella mente e sento che vorrei, dovrei fare come Anna, toccare il cartiglio, ma mi assale un’ansia terribile e invece stacco la sua mano da lì e dico all’egiziano…

-       Facciamola finita, apri…

Sento il suo braccio circondarmi la vita, mi giro al solletichio dei capelli. E’ lì al mio fianco, rilassata ora. La testa poggiata sulla spalla, segue il lavoro di pulitura dei margini della lastra e intanto mi sussurra

-       Grazie tesoro, mentre mi attira di fianco accanto a se…

Guardo anch’io il lavoro, attento, mentre sollevo il foglietto su cui ho riportato le misure per la porta che sostituirà la lastra. Un trepestio di passi, uno scavatore è sceso a prenderlo e risale lesto.

So già cosa faranno: Una grata di ferro con pannelli in lamiera a chiudere il tutto… bloccare la luce onde non danneggiare gli interni con muschi e raggi UV e anche eventuali malintenzionati.

Non so cosa c’è lì dietro, ma le speranze sono alle stelle. Un tesoro? Si lo sarebbe sempre.

Nel nostro lavoro il valore non si calcola mai in dollari quanto in conoscenza.

La porta in pietra ha un fremito. Dall’alto mi calano dei ganci in nylon attaccati a robuste cinghie in tela.

Sono lì pronto a imbragare il monolito su cui Il mio collaboratore fa leva in alto.

Ancora un tremito e la pietra si ribalta cadendo sui ganci e le cinghie.

Un intenso odore di mirra esce dal buio che vedo dietro il velo di polvere e al contempo

-       Gio mi sussurra Anna…. È il simbolo di Baldr incrociato con il Cartiglio di Hator… e non c’è altro cartiglio o scritta…. Ti rendi conto?

 

 

 

 

 

Un intenso odore di mirra come una ventata erompe dalla bocca nera.

E’come se fossi stato travolto da un’improvvisa raffica di bora, ma senza risentirne l’urto, solo la sensazione di essere travolto. Mi piego sulle ginocchia, mi gira la testa. Chiudo gli occhi e me li stropiccio con la mano polverosa.

Occhi così serrati che vedono piccoli lampi multicolori balenarmi alla vista cieca.

Non sento più suoni e questo mi stupisce, perché dovrebbero esserci almeno le voci del caposquadra e di Anna… Sento solo il mio cuore rimbombare negli orecchi e quello che mi stupisce, nel panico del momento il suo battere regolare e lento. Come se il MIO panico non fosse quello del mio corpo…

Vorrei aprire gli occhi e guardare, ma non oso. Mille pensieri si rincorrono nella mia mente, Penso alla lastra che mi è caduta addosso e giaccio sotto di essa, lesionato per tutta la vita. M’immagino con una commozione cerebrale e ho smarrito oltre che i sensi anche le sensazioni.

Mani e occhi virtuali e virtuose percorrono dall’interno ogni millimetro del mio corpo a sentire dove è il danno.

Mi carezzo muscoli e pelle e ogni organo, con delicatezza a cercare un dolore…

Una sensazione. Un brivido… Penso: una botta talmente forte che mi ha lobotomizzato…

Cerco di muovere le dita e sentire il terreno sabbioso sotto di me, ma non lo sento, ma sento!

C’è qualcosa.

Da dietro le palpebre mi appare una luce.

Il corpo che sento da dentro mi sembra integro… Anzi devo dire che lo è più di quanto pensassi e ricordassi.

Mi sento potente, gagliardo e AFFIDABILE, POTENTE.

Devo osare, guardare, capire.

Timidamente sollevo le palpebre, ma le richiudo in un attimo. Panico, panico puro.

Quello che ho visto è inatteso e mi spaventa.

Avevo tre possibilità: La bocca semi illuminata dello scavo, la mia stanza nella baracca, le pareti grigie e magari un volto amico, chino su di me, lei, Anna trepidante…  o un’asettica stanza d’ospedale!

Mi ascolto e sento ancora. Nonostante lo spavento, vero, il mio cuore, come fosse una macchina ben oliata, pompa calmo e potente nelle vene. Se serro i pugni, posso sentirne il battito tra le dita contratte…

E quelle mani che MI sento, sono anch’esse …diverse, da dentro non le riconosco.

Le porta davanti al viso e riapro gli occhi. Un gesto fatto di scatto, come levarsi un cerotto….e le osservo.

Non sono le mie mani quelle! Eppure a ogni ordine del mio cervello eseguono.

Sono mani lunghe e potenti. Vedo la tensione sul palmo, i “monti", di Venere e Luna più tesi e gonfi, le dita sono come piccoli tronchi … e il colore.!

Le giro. Sul dorso, tesi come cavi, i tendini tendono la pelle, quasi candida. Non c’è più nulla dell’abbronzatura. E i peli che ne ricoprono i margini, le falangi, sono assolutamente “canuti”.

Al di la di quelle mani, sconosciute, ma che sento mie e mi obbediscono i teli, veli, tessuti di… una tenda? Cortine di un enorme letto a baldacchino su cui giaccio?

Sono forse nella… tenda di qualche “principe del deserto”, a poca distanza dagli scavi?

La luce è lievemente dorata.

Tessuti pesanti, ma non giustificano lo strano silenzio. Tendo l’’ orecchio immobile e sento il nulla, a parte il mio respiro, strano, ha quasi un eco…

Mi sembra che l’eco del rumore venga da destra, mi giro e vedo lei.

Al mio fianco giace… Anna… la riconosco perché ne ha come un’aura, ha i capelli rossi come lei, ma è un’altra donna. Una donna magnifica.

 
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Post n°2 pubblicato il 24 Febbraio 2010 da narogl

Coricata di lato ne posso ammirare ogni curva.Sono curve femminili, indubbiamente.Nulla di…esile. Fianchi ampi, seno pieno, cosce tornite…Una figura piena, ma si vedono sotto la pelle ed il leggero strato di adipe, che l’ ammorbidisce, i muscoli atletici che ne fanno una vera valchiria ed una femmina allo stesso tempo.Mi viene da pensare ad una splendida 30 – 40enne che pratica palestra per compiacere il suo uomo.Osservo la curva delle labbra, come due archi tesi e pronti a scoccare dardi infuocati.Zigomi evidenti, ma con curve delicate.I sopraccigli sono lievemente aggrottati, ma non di espressione. Naturali, che le danno una aria un po’ snob.Un viso deciso e consapevole di se anche nel sonno, il naso piccolo, ma deciso con un’ idea di…carnoso.Scendo lento, nell’esame, con più attenzione.Un collo tornito, deve essere lungo per quello che posso giudicare ora e, alla base una fossetta evidente … mi verrebbe di posarci la punta dell’indice e provare… sembra fatto su misura.Il torace e le spalle sono una poesia d’amore. Spalle che sembrano piccoli seni da avvolgere tra le mani. La curva del vero seno, compresso dal peso del corpo quasi supino ora, erompe verso di me.Pelle candida ma non trasparente. Un candore perlaceo, senza interruzioni. Non ha un filo di abbronzatura, ma non si scorge il blu di una vena.Cerco cosa mi fa pensare a lei come Anna.In realtà il fisico è diverso, il rosso dei capelli che nella persona accanto a me è più scuro, solo riflessi!Il viso più pieno, eppure…Mi alzo in piedi e… incredibile la POTENZA che sento nel mio fisico.Sollevare il mio corpo facendo leva su una sola gamba.Mi guardo e so di essere io, ma cosa sono?Vorrei uno specchio per guardarmi, capire, ma il mio corpo, lo sento che è mio, mi ci vedo e sento, è quello di un …colosso.Sono molto più alto. Facile giudicare la mia altezza dalla distanza da lei! Le mie sono braccia da guerriero delle epopee classiche.Avambracci con muscoli perennemente tesi.Il ventre, piatto e muscoloso, sembra una lorica ed appena lo intravedo sotto il torace ampio e prominente.Gambe che sono quelle di un culturista moderato.Ogni movimento è controllato al millimetro, ma sento che con una mano potrei frantumare una boccia e che questa troverebbe spazio nella mia mano.I movimenti che io, ora, faccio lenti potrebbero essere veloci come quelli di un giaguaro.Sento di avere il controllo di un corpo che è MIO, che ha la potenza di una macchina da guerra e la delicatezza e precisione di un orologiaio.Orologiaio.Orologio.Mi guardo di nuovo il polso.Il mio orologio non c’è… ma so esattamente l’ora.Immagini di stelle e pianeti mi si creano nella mente.Il sole, la terra… mi si crea un’immagine del globo,allineamenti di stelle, di pianeti.Mi poso con l’ immaginazione in vari punti e mi si crea il concetto di ora solare in quel luogo.Viaggio con la mente attraverso spazi e tempi e mi trovo lì, in un luogo o un altro.Sento il calore del sole o il freddo contatto della brina sotto i piedi, la luce, il buio…Ovunque la mia mente voglia portarmi ho chiare le sensazioni dell’essere li… e il concetto del tempo locale. Orologi cosmici che mi allineano con luoghi e tempi a distanze incommensurabili e spazio e tempo si annullano, pur essendo io, al contempo, presente al mio essere, qui.Una sensazione che mi colpisce, ma non mi sconvolge. Mi sembra tutto sia dovuto a me… perché sono IO.Chi sono io dunque?Un nome mi risuona nella mente… un nome pronunciato da una voce lontana e vicina nel tempo. Anna aveva detto quel nome…Baldr.… io sono BALDR.E lei è Anna, ma la sua figura me suscita un CONCETTO nella mente.HATOR… e al nome si accavallano nomi diversi, ASTARTE, AFRODITE, lei che dorme e giace ai miei piedi… è lei, quella che hanno definito la dea dell’amore e so che è la mia compagna di avventure, la metà del mio destino.Siamo lì dall’inizio delle ere. Ci hanno chiamati con mille nomi, ora lo so.Arcangelo Michele e Lucifero, Adamo ed Eva, e Paride ed Elena e giù, giù… fino a...Questo poi, solo sulla Terra.Ho nella fantasia immagini e concetti di me, di noi, in mondi dove noi ci siamo, con diversi corpi, ma sempre lo stesso creare e demolire e reinventare situazioni.Causare eventi…Tutto è mosso da quello che secondo i costumi è definito peccato o normalità ma un solo creare che parte da una parola: AMORE.Amore, il motore che muove il mondo e noi ne siamo l’inizio e la fine, gli artefici, i fabbri, che costruiscono anelli di una catena infinita.Un anello si chiude, un altro s’inizia.La catena si svolge nel perenne TRANSEUNTE/IMMANTINENTE come un’immensa spirale cosmica al cui centro siamo noi DUE a creare l’UNO.

 
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cap. 3

Post n°3 pubblicato il 27 Febbraio 2010 da narogl

Un sospiro alle mie spalle.

Con la coda dell’occhio vedo il distendersi d’una gamba, qualche movimento.

Mi volto.

Mi sta guardando occhi azzurri con riflessi viola..

Pupille dilatate.

Un movimento fluido e da quasi prona com’era poco fa si è accucciata. Sembra una pantera pronta a scattare sulla preda.

-       Sei tu, Baldr…

Una domanda e un’affermazione.

Una voce calda di gola. Solo il suono mi fa ingoiare la saliva, la lingua. La glottide mi si contrae. Ho uno spasmo ai muscoli del ventre.

Guardo quel viso, la bocca piena, semiaperta, la lingua un attimo saetta sulle labbra carnose e le vedo diventare da rosa pallido che erano quasi rosso vivo.

Bocca arida di un sonno di ore, giorni, millenni?

Anch’io mi sento così.

-       Caro, mormora, è giunta dunque l’ora di un nuovo Ragnarök?

Yggdrasill… ecco dove siamo… il ventre dell’ALBERO è la nostra casa, sul margine di Vigridt, la piana, dove avverrà lo scontro finale.

Quante volte abbiamo assistito, impotenti, alla fine del tutto. Esseri viventi e dei si sono annullati in un dissennato conflitto in cui corpi di carne e corpi di essenza diventano cibo per il lupo Fenrir libero infine, di nuovo, dalla catena.

Unico vincitore? La vendetta.

-       Credo che i giorni siano giunti le rispondo.

Per la prima volta dopo quanto tempo? Sento di nuovo la mia voce, è un caldo timbro baritonale.

Un sorriso le fa contrarre le labbra. Gli occhi si serrano maggiormente e si alza.

-       Di nuovo il nostro momento Baldr… generare nuovi dei e nuovi viventi.

Lì di fronte a me perfettamente glabra, tranne i capelli che le ricadono fino alle spalle e con parentesi curve le incorniciano il volto e un piccolo ciuffo color del bronzo che le ricopre il monte di venere, le pliche assolutamente imberbi.

Avanza verso di me.

Guardo il corpo pieno di donna matura.

Il passo sensuale e felino.

Movenze che sono linguaggio del corpo.

Dicono: Sono bella, ti piaccio, ti voglio….mi vuoi.

La voglio!

Vado a PRENDERLA!

Istanti e siamo avvinti in un abbraccio e i corpi si verniciano uno sull’altro.

Sento il seno premere contro il mio torace, la pressione di globi pieni, morbidi e sodi, la leggera pressione dei capezzoli contro il mio torace.

Il ventre preme contro il mio. Le gambe avvinte intorno ad una mia.

Sento chiaramente i muscoli delle cosce contrarsi contro di me.

La carezzo al volto, lo sollevo verso il mio. Una mano che le serra il mento.

Vorrei baciarla.

Ha gli occhi chiusi ma non serrati.

Gira il viso leggermente e mi afferra due dita che scompaiono nella sua bocca.

Vedo le labbra tese in quello speciale…bacio. Protese.

L’ indice e medio scomparire in quel caldo, umido cratere.

Sento la carezza della lingua che frenetica li avvolge, li esplora. Il respiro profondo, la carezza calda del respiro del naso sul dorso della mia mano e il morbido ondeggiare del suo corpo contro il mio.

Io ho il corpo teso e contratto, il fiato mozzo, il sangue mi pulsa nelle vene, potente e ne sento il rimbombo nella testa, la pressione ai polsi. Il mio membro batte al battito del mio cuore.

Occhi spalancati, ora mi guardano.

Mi libera la mano e posso baciarla.

Come ventose le nostre bocche si serrano, l’una sull’altra.

Lingue avvinte e sciolte al contempo che nell’inseguirsi, nelle bocche emulano il gioco dei nostri corpi, inseguirsi, cercarsi, sentirsi.

Ogni volteggio è un fremito e le bocche, riarse poco fa, si dissetano delle nostre salive.

Le mordo il labbro inferiore, lo serro quasi crudelmente tra denti voraci della stessa voracità che è in me.

Famelico della sua carne le serro le spalle tra le mani.

Un istante e la mia lingua tesa e contratta come uno stantuffo saetta nella sua bocca.

E una e due e tre volte violo le sue labbra avvolte, tese e morbide allo stesso tempo.

La sua lingua cerca me la bocca, le guance, cerca la gola quasi e carezza e penetra.

Un Bacio. Un amplesso di esseri asessuati e bisessuati al contempo ed in cui si possiede  e si è posseduti, insieme.

Occhi azzurro violacei che mi guardano con aria ammiccante.

La sua mano scende a cercarlo, lo circonda.

Il pollice ne cerca la cima, la carezza, ne esplora la circonferenza e in un gesto rapido e deciso solleva una gamba, si solleva contro di me, avvinta.

Il suo grembo come calda bocca si avventa su di lui, lo sommerge del suo calore, lo asperge tutto del suo miele.  

Le mie mani serrano con forza le ampie guancie che costituiscono i glutei, avvinghiano i muscoli ritmicamente contratti e rilassati.

La sollevo tra le braccia e senza interrompere quell’ unione, come un Berserker impazzito la porto al cumulo di cuscini e come su un letto la depongo.

Penetro la sua bocca e sono posseduto dal suo grembo. Corpi che godono di un comune appartenersi e l’ onda di teste, ed anche segue uno stesso ritmo mentre frenetiche e frementi e golose le mie mani esplorano ogni curva del suo corpo, ogni piega, ogni fessura e sentirne il calore, il fremito, l’ umida e setosa vicinanza.

Godo nel sentire i suoi sospiri, gioisco del contrarsi del suo corpo sotto di me, teso ad afferrare di più e di più…

Trovo il labbro lievemente corrucciato, lo tento, lo vezzeggio, gioisco del suo palpito e lui con me, si distende mi avvolge e cerco e cerco ancora e mi immergo in esso con terminazioni che sono anche occhi e antenne a percepirne ogni vibrazione.

Le guardo  il volto, occhi chiusi senza essere serrati, la bocca pressata contro la mia ma odo da essa un urlo silenzioso in cui sento una sola parola la stessa che tutto il mio essere emette in un sublime duetto: PASSIONE.

Ogni suo labbro è carezzato, ogni sua bocca bacia ed è baciata e io sono il possessore e il posseduto.

Mi distacco dal bacio per guardare il suo volto. Gli occhi sono socchiusi. Vedo nitide le perle dei denti biancheggiare tra le labbra che ora sono purpuree.

La sua lingua si carezza l’ arco della bocca, il mio sguardo carezza il suo volto.

 

 
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FESTA DELLA MAMMA - racconto

Post n°4 pubblicato il 22 Maggio 2012 da narogl

Non si era mai recata volentieri dal ginecologo, era una necessità e un dovere, questo sì, ma uno di quei doveri che si eseguono, come un compito...  le volte che andava dal ginecologo si sentiva quasi un’automobile che andasse in officina per fare il tagliando! Se ci vai bene, altrimenti perdi la garanzia, ma lo aveva sempre fatto, meticolosa, ordinata, contrariata, ma...

E poi... quel giorno, dopo circa un mese o due di tentennamenti, si decise e andò dal medico al di fuori delle regolari visite.

Fece la sua coda, seduta in sala di attesa, sfogliando distrattamente due o tre riviste che parlavano delle solite cose, pettegolezzi, cure, foto di luoghi esotici in cui sembrava che l’Eden esistesse ancora e finalmente venne il suo turno.

Entrò nell’ambulatorio, si sedette di fronte alla scrivania e cominciò, piangendo, a parlare.

Accorata, disse che dopo 3-4 anni di vita coniugale, nel corso dei quali aveva fatto l’amore in modo sfrenato con il marito ma sesso protetto, da qualche mese aveva cessato di prendere la pillola e dopo un periodo di estrema attenzione ora, da un po’, facevano sesso con lo scopo di avere un figlio ma NULLA... era preoccupata, addolorata, nervosa... e si domandava se ci fosse qualcosa di sbagliato in lei...

VOLEVA UN FIGLIO! lo desiderava, aveva diritto ad averlo, voleva il piacere di essere chiamata mamma da un affarino che fosse uscito dal suo ventre, un BAMBINO da crescere, da curare, da accudire, da istruire, vestire, coccolare che fosse la sua eredità al mondo!

Ora singhiozzava mentre parlava con quel medico che a momenti vedeva e a momenti intravedeva, l’immagine resa confusa dalle lacrime.

Lo sfogo durò un po’... lunghi minuti di monologo, in cui unico suono oltre alla sua voce era il suo tirar su col naso e il rumore lieve dei fazzoletti di carta che alternativamente portava al naso e agli occhi...

Si sentiva prosciugata, esausta... e si abbandonò contro lo schienale imbottito della sedia fissando il volto della dottoressa di fronte a lei e pregandola oramai, solo con lo sguardo di dirle: COSA FARE?

 

La dottoressa la guardava ora fissa negli occhi… seduta sulla sua poltrona, poggiata all’ indietro, le mani raccolte in grembo con i pollici che giravano l’ uno attorno all’ altro in una vana caccia…

Occhi socchiusi dietro i cerchi neri degli occhiali, labbra serrate ed un respiro che era lento ma profondo e poi uno, più profondo di tutti, nell’ attimo in cui si sollevava per poggiare i gomiti sulla scrivania, avvicinarsi a lei e guardarla da più vicino…

Sempre quella caccia del pollice all’ altro… che non si sapeva quale cacciasse e quale la preda!

Sedere li, su quella sedia, dopo quello sfogo e pianto e… grido di dolore e vedersi fissata in silenzio in quel modo!

Ripasso tutte le immagini dall’ arrivo al portone… l’ ascensore, la porta dello studio, la targa… c’ era scritto solo ginecologa e non neurologa o psichiatra o altro… meno male… anche se…

Per un momento si senti una matta!

Poi la bocca della dottoressa si aprì… ma prima di parlare portò alla bocca una sigaretta…

Il click dell’ accendino in quel silenzio innaturale sembrò quasi uno sparo di pistola…

Una nuvola di fumo soffiata da una parte…

Ora frugò anche lei nella borsetta alla ricerca delle sue sigarette… porca miseria ci voleva… e intanto mica era incinta!

Ora erano in due a fumare… un tiro una, una boccata l’altra, l’una si rilassava e l’altra si vedeva chiaramente che rifletteva, mettendo in ordine le idee e valutava la donna che le sedeva di fronte… le implicanze di quello che le avrebbe detto?

Poi il medico tirò un sospiro e una tirata di sigaretta e le prime parole uscirono come fumetti dalle sue labbra.

 -          Ti conosco da quanti anni? So che sei una donna ponderata e sebbene scossa, ora, sei pur sempre quella che conosco. So che il tuo sfogo ora è dovuto a un tuo travaglio interiore e a una serie di timori che riguardano anche il tuo stato di donna/madre, di procreatrice e al tempo stesso pensi che il non poter avere un bambino sia una tua malattia.

- Ca pisco tutto questo e al tempo stesso da “amica”, da medico e da donna non voglio farti sostenere esami inutili.

- Quello che ora ti confido è un segreto che non moltissimi conoscono e se te lo rivelo, è perché mi fido di te e perché la mia etica m’impone, ora di non fare cose non necessarie.

- Da circa un anno Gli uomini, i maschi stanno diventando tutti sterili.

- Puoi fare tutte le prove che vuoi, sono certa che tu sia normalissima! Il problema è tuo marito, esattamente come quasi tutti gli altri uomini/maschi. E’ un problema dovuto all’inquinamento che va a colpire esclusivamente le gonadi maschili… Al momento non tutti gli uomini hanno questo problema ma nel giro di un anno al massimo non ci sarà più un solo MASCHO FECONDO! Ti prego di tenere la cosa per te… come avrai notato, non se n’è scritto nulla da nessuna parte per non creare inutile panico e se fossi stata un uomo, certamente non ti avrei detto nulla e ti avrei fatto sottoporre a decine di prove e test inutili… Dopo di che spense la cicca nel posacenere e contemporaneamente ne sfilò una nuova dal pacchetto sulla scrivania, si appoggiò di nuovo con la schiena alla spalliera, click… una nuova sigaretta accesa… Ecco cos’ era quella puzza di fumo nello studio medico…così forte da non essere coperta dal solito odore di disinfettanti e medicinali, caratteristico di ogni ambulatorio!

Il silenzio ora era come una cappa di piombo che le premeva sulle spalle, il collo, la testa e i pensieri si accavallavano l’uno sull’altro e intrecciavano come le dita delle mani che spenta la sigaretta si erano cercate, l’una con l’altra a cercare quasi conforto… e contemporaneamente tentare di fermare il tremito che le agitava… l’ansia che scuoteva da dentro di tutta lei! Si guardò le gambe e vide che anche le ginocchia si agitavano lievemente, incontrollate.

 

- Ma… si sta cercando una cura a questo problema? Chiese

- Non ci sono “cure” rispose il medico…Già verificato tutto, non c’è nulla da fare… almeno con quelle che sono le conoscenze che abbiamo…

- Ma… allora la razza umana è condannata all’estinzione! Siamo gli ultimi esseri umani!

Silenzio di qualche istante, attimi lunghi come secoli…

- Non è così… In realtà la biologia lo sai, ha fatto enormi progressi… Non servono Maschi per fecondare una donna… si può intervenire direttamente sugli ovuli fecondandoli artificialmente… lo spermatozoo è oggi inutile…

- Vuoi un figlio? Non c’è problema… dimmi quando vuoi che nasca e lo avrai.

- A proposito, credo che comunque sarà una bambina… dalle statistiche che stiamo ricevendo da tutto il mondo nascono circa un 90% di femminucce ed un 10% di maschietti… sembra che si stiano estinguendo i maschi!

Mille pensieri e idee le frullavano per la mente mentre si alzava e raccoglieva nella bustina ormai vuota i Kleenex usati.

Sollevò gli occhi per guardare in volto il medico e finalmente dopo chissà quanto potè rivederla chiaramente non la figura distorta ed offuscata dalle lacrime.

- Ciao e grazie, ti farò sapere nel giro di qualche giorno, voglio parlarne anche con lui sussurrò.

- Certo, le rispose la dottoressa, lo capisco, anche se ormai il futuro dell’ umanità è nelle nostre mani, nei nostri corpi come lo è sempre stato ma ora più che mai. L’ umanità per quel che può significare siamo solo noi. Rispose l’ altra donna.

Un abbraccio per saluto, mentre le labbra dell’ una sfioravano la guancia dell’ altra.

Un abbraccio speciale che era solidarietà e complicità insieme.

 

Seduta in auto guidava e la mente era sdoppiata. Le donne sanno fare anche 3 cose contemporaneamente e lei sfruttava ora questa capacità…

Guidava e pensava a cosa sarebbe stato il futuro/FUTURO.

Un mondo senza uomini cosa significava?

E cosa si poteva fare?

Lei era ignara di biologia come scienza… le uniche sue conoscenze erano scolastiche ma già quel po’ che sapeva era un ricercare soluzioni.

Niente più maschi?

Era possibile vivere senza maschi?

Lei era una donna/femmina.

Lei sapeva cosa significa stringere un uomo, carezzarlo, baciarlo, portarlo all’ estasi facendolo volare… dentro di se… avvogerlo della sua femminilità, essere il fodero della spada…

Essere posseduta possedendo_lo…

Il piacere di essere dominata in maniera  metaforica che… chi domina chi?

Il piacere di sent5ire l’ uomo essere maschio, il suo alterego, il completamento dell’ UNO.

Cosa sarebbe stato ora?

Il pensiero vagava al futuro ed al passato ed al futuro e le rimbalzava nella testa come la pallina virtuale di Arkanoid nelle demo… plin-plan… plin-plan… passato… uomo-donna, amore-AMORE, futuro donne e….

Nel passato ricordò il primo bacio, una esperienza saffica… era una “prova” per vedere com’ era… come si poteva, doveva fare, per non essere impreparate.

Un bacio prima delicato, normale, labbra che si sfioravano curiose e poi le lingue che cercavano la profondità della bocca dell’ altra timide all’ inizio, come a rifare scene viste e riviste nei film… e quindi più decise, intriganti, alla ricerca del conoscere, sperimentare capire cosa è un bacio e viverlo cercando la scossa elettrica letta nei libri, sentita dalle amiche più grandi…

L’ abbandono l’ una contro l’ altra mentre le salive si mischiavano, le lingue si intrecciavano… assaporando l’ esperienza nuova fatta di sensazioni, sapori, novità di una cosa così semplice ed antica ma sempre nuova e differente.

Un bacio… l’ unione di due bocche che diventano due organi sessuali ermafroditi, vagina e pene insieme… che si possiedono a vicenda…

Di baci, solo baci si può fare l’ amore ed il cuore batte così potente che le orecchie non odono più altro che il pulsare del sangue che romba nelle vene e la sensazione di unicità  esplode come tante piccole bombe a frammentazione che come schegge infuocate ed impazzite fanno ardere i capezzoli desiderosi di mani e labbra e scendono giù al nido dell’ amore che diventa una sorgente di piacere… che si esalta e diventa il centro della passione e dell’ amore insieme…

Già era successo così anche quella volta, quella prima volta tra ragazze… Eccitazione che avrebbe voluto essere ricerca di soddisfazione ma non c’ era stata…

No, ognuna col fiato corto, lo sguardo acceso aveva guardato l’ altra e sussurrato: è così dunque?

La soddisfazione era giunta dopo, da sola, stesa nel suo letto, la mano che si carezzava pensando ad un LUI che aveva l’ aspetto di mille altri lui concettuali… volti noti di amici, di star, di personaggi virtuali che erano il suo compendio concettuale di uomo/maschio ideale e ora?

 
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