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Alessandro Marcianò

Candidato all'Assemblea Costituente Nazionale alle Primarie del Partito Democratico con I Democratici per LETTA, inviato giornalistico e radiofonico, studente in Ingegneria delle Telecomunicazioni presso l'Università Mediterranea di Reggio Calabria. Membro della Presidenza del Forum del Quartiere di Gallico, Commissario comunale giovanile del Comune di Reggio Calabria dell'Mpa

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Il manager di Noemi indagato per prostituzione

Post n°1946 pubblicato il 19 Novembre 2009 da fernandez1983

"Ora vogliamo proteggerla dal gossip e dal pettegolezzo, ha il diritto di costruirsi una carriera". Lo hanno ripetuto come un mantra, negli ultimi tempi, i genitori di Noemi Letizia. E però non c'è carriera, nel mondo dello spettacolo, che non passi dalle mani di un agente. Siccome è in questo campo che Noemi vuole sfondare, era impensabile che la giovane amica del presidente del Consiglio ("Papi") non fosse affidata a un manager capace di gestirne l'immagine, organizzarle "ospitate" in discoteca, insomma di forgiare il personaggio-Noemi.

Il titolare di questo ruolo risponde oggi al nome di Francesco Chiesa Soprani, 40 anni, piacentino. La sua agenzia cura "l'immagine di numerosi artisti tv a 360 gradi". Nello stesso palazzo di viale Monza 6 dove aveva sede la Corona's di Fabrizio Corona (con il quale, da collaboratori di Lele Mora, organizzavano casting per modelle). Benché nel sito dell'agenzia non figurino per ora né volto né nome di Noemi, è Chiesa Soprani che si è preso in carico presente e futuro artistico della ragazza che con il suo diciottesimo compleanno è stata all'origine della rottura tra Silvio Berlusconi e Veronica Lario.

E' lui che la accompagna nelle discoteche dove Noemi è guest star, un po' ospite e un po' pierre ("porto i vip nei locali"). "Me l'ha affidata il padre", ha raccontato Chiesa Soprani a Repubblica la sera del debutto di Noemi al Jet Club di Cermenate, Como. Chissà se Elio Letizia era a conoscenza delle vicissitudini dell'agente (studi in marketing e sociologia). Dell'arresto, avvenuto nel 2007, nell'inchiesta Vallettopoli. Assieme a Corona e a Andrea Carboni (più noto come Marco, figlio del faccendiere sardo Flavio Carboni), Chiesa Soprani è accusato dal pm John Woodcock di aver reclutato la showgirl Barbara Guerra allo scopo (poi fallito) di farla prostituire in un hotel di Vicenza con un manager della Ford Italia. Accusa per la quale è ancora imputato. Dell'organizzazione avrebbero fatto parte - ma per altri episodi - anche il re del porno Riccardo Schicchi e Marco Bonato, collaboratore di Corona.

La ragazza al centro della vicenda attribuita a Chiesa Soprani è Barbara Guerra, una delle 30 ospiti reclutate dal procacciatore di escort, Gianpaolo Tarantini, per le feste del premier. Nell'inchiesta barese è lo stesso Tarantini a chiarire il ruolo della Guerra, ex concorrente della "Fattoria": "L'8 e il 16 ottobre 2008 è stata ospite a Palazzo Grazioli assieme a Ioana Visan. Le pagai in vista di un'eventuale prestazione sessuale. L'8 ottobre passarono entrambe la notte a palazzo".

Due anni prima - stando alle carte di Potenza - a reclutare la Guerra sarebbe stato proprio l'attuale manager di Noemi. "Io le marchette non le faccio", gli rispose la showgirl. Che racconta di un invito dello stesso Chiesa Soprani. A Villa Certosa. "Mi disse: ti va di partire con il mio aereo per andare in Sardegna alla festa di Berlusconi con Matteo Cambi (ex mister "Guru" arrestato per bancarotta fraudolenta nel 2008-ndr)?". La Guerra declinò l'invito alla corte di Re Silvio. Salvo accettare, due anni dopo, quelli di Tarantini.

di PAOLO BERIZZI e DAVIDE CARLUCCI
 
 
 

Schifani: "Elezioni anticipate se la maggioranza non è compatta"

Post n°1945 pubblicato il 18 Novembre 2009 da fernandez1983

Se la maggioranza non è compatta è meglio andare al voto. Anche il presidente del Senato, Renato Schifani si schiera col partito dei falchi del Pdl che vede le elezioni anticipate come unica soluzione alle difficoltà interne ed esterne del governo e che vedono Berlusconi oscillare tra la prudenza e la voglia di rovesciare il tavolo. Immediata (segno di una maggioranza davvero poco compatta) la replica del finianio Granata che rimanda al mittente le accuse e parla di "Pdl che somiglia a una caserma". Dall'altra parte, anche Bersani ricorda a Schifani che "la legislatura non è proprietà del centrodestra". Prudente Maroni (Lega Nord) che chiede coesione "per realizzare il programma".

Schifani ne ha parlato intervenendo all'inaugurazione dell'anno accademico del collegio 'Lamaro-Pozzani': "Compito dell'opposizione è esercitare il proprio ruolo di critica e di proposta alternativa, in coerenza con il proprio mandato elettorale. Compito della maggioranza è garantire che in parlamento il programma del governo trovi la compattezza degli eletti per approvarlo. Se questa compattezza viene meno, il risultato è il non rispetto del patto elettorale. Se ciò si verificasse, giudice ultimo non può che essere, attraverso nuove elezioni, il corpo elettorale".

Per Schifani, questo "è sempre un atto di coraggio, di coerenza e correttezza verso gli elettori. Molti ordinamenti costituzionali da tempo accettano questi fondamentali principi di una democrazia matura. La scelta dei cittadini non va tradita, va rispettata fino in fondo, senza ambiguità ed incertezze. La politica non può permettersi di disorientare i propri elettori".

Il finiano Granata. Il monito di Schifani non sembra preoccupare più di tanto la componente vicina al presidente della Camera: "C'è un clima irrespirabile, ma non per colpa nostra - dice l'ex-An Fabio Granata -. Da parte nostra non c'è una volontà di arrivare alla rottura o alle elezioni, ma nessuno può pensare di evitarle riportando tutto a un pensiero unico. La compattezza non è essere fedeli alla linea come se fossimo in una caserma, ma rispettare i patti sulla giustizia e anche avere compattezza su questioni come quella di cosentino".

Interpellato in transatlantico, Granata non fa alcun passo indietro nè sulla giustizia nè sulla richiesta di dimissioni di Nicola Cosentino da sottosegretario all'economia. Al contrario cita l'esclusione dal processo breve del reato di immigrazione clandestina, il meccanismo "contraddittorio" per reperire risorse a favore della giustizia con la vendita dei beni della mafia, "gli attacchi del giornale e di libero": "c'è un clima irrespirabile, ma non per colpa nostra".

Il deputato 'finiano' spiega che "se c'è la volontà si può ricucire". Per farlo, però, serve appunto "rispettare i patti" a cominciare dal ddl sul processo breve: "Noi vogliamo un provvedimento equilibrato che permetta a Berlusconi di finire la legislatura da premier come è giusto che sia, senza essere stoppato attraverso l'azione giudiziaria, ma senza demolire il sistema giustizia". Certo, "se tutto questo viene visto come un complotto, si vede che c'è un pregiudizio dell'altra parte".

Insomma, è la risposta secca di Granata a Schifani, "compattezza non è essere fedeli alla linea come in una caserma, che poi non si capisce nemmeno chi è che detta la linea perchè non è neanche sicuro che sia Berlusconi...".

Bersani. A stretto giro arriva anche la replica del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: "Il centrodestra e il presidente del Senato non sono i padroni della conduzione della legislatura". Quello che dice Schifani, spiega Bersani, "conferma in modo inequivocabile i problemi della maggioranza. Vogliamo credere che il centrodestra, insieme alla seconda carica della Repubblica Schifani, non si sentano padroni della conduzione della legislatura, questo sarebbe davvero singolare".

Maroni. Il ministro degli Interni, Roberto Maroni non sembra voler polemizzare direttamente con Schifani. Lo preoccupa, principalmente, il rischio che elezioni anticipate ritardino di molto le riforme federaliste che la Lega aspetta: "Noi siamo impegnati a realizzare il
Programma di governo, che prevede importanti riforme. È certo che riforme importanti e impegnative come quelle che vogliamo realizzare richiedono una maggioranza coesa".

Schifani: "Elezioni anticipate se la maggioranza non è compatta"

 
 
 

I magistrati: "Devastante" il ddl sul processo breve

Post n°1944 pubblicato il 13 Novembre 2009 da fernandez1983

E' rivolta contro la riforma del processo breve. Il ddl è stato depositato stamane dal gruppo Pdl al Senato; lo ha sottoscritto anche la Lega. Composto da 3 articoli, prevede la prescrizione dei processi in corso in primo grado per i reati "inferiori nel massimo ai dieci anni di reclusione" se sono trascorsi più di due anni a partire dalla richiesta di rinvio a giudizio del pubblico ministero senza che sia stata emessa la sentenza. Soddisfatto il ministro della Giustizia Angelino Alfano: "Condivido lo spiriro e il senso della riforma, che va nella direzione dell'accelerazione dei processi".

Ma fuori dagli ambienti del centrodestra il progetto - che ha come effetto quello di "tagliare" non solo i processi del Cavaliere, ma anche molti altri dibattimenti - provoca una vera e propria rivolta. In parlamento e tra le toghe, mentre anche costituzionalisti di area di centrodestra, come Antonio Baldassarre, esprimono i propri dubbi.

I magistrati: "Devastante". Durissima la reazione dell'Associazione nazionale magistrati, che parla di "effetti devastanti sul funzionamento della giustizia penale in Italia". "Gli unici processi che potranno essere portati a termine - spiegano i vertici del sindacato dei magistrati - saranno quelli nei confronti dei recidivi e quelli relativi ai fatti indicati in un elenco di eccezioni che pone forti dubbi di costituzionalità".

"Depenalizzazione di reati gravi". L'Anm preferisce non parlare di "amnistia", ma di una "sostanziale depenalizzazione di fatti di rilevante e oggettiva gravità". Ed elenca tutti i reati destinati ad andare in prescrizione: "abuso d'ufficio, corruzione semplice e in atti giudiziari, rivelazione di segreti d'ufficio, truffa semplice o aggravata, frodi comunitarie, frodi fiscali, falsi in bilancio, bancarotta preferenziale, intercettazioni illecite, reati informatici, ricettazione, vendita di prodotti con marchi contraffatti; traffico di rifiuti, vendita di prodotti in violazione del diritto d'autore, sfruttamento della prostituzione, violenza privata, falsificazione di documenti pubblici, calunnia e falsa testimonianza, lesioni personali, omicidio colposo per colpa medica, maltrattamenti in famiglia, incendio, aborto clandestino".


Bongiorno: "Stupisce l'esclusione del reato di clandestinità". Perplessità anche da parte del presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno, "donna di fiducia" di Fini, che commenta: "Suscita un certo stupore la scelta di includere nell'elenco dei reati di grave allarme sociale, come quelli di mafia e terrorismo, l'immigrazione clandestina che è una semplice contravvenzione peraltro punita con una banale ammenda".

Baldassarre e la Carta. Ad alimentare i dubbi sui profili di incostituzionalità del provvedimento, anche le parole del presidente emerito della Corte costituzionale Antonio Baldassarre, ritenuto vicino alla destra, che definisce il ddl sul processo breve "incostituzionale" e "imbarazzante". E spiega, dicendosi "desolato innanzitutto come cittadino", che il provvedimento viola il principio di uguaglianza soprattutto perchè si applica a "reati gravissimi, come quelli di corruzione e concussione" mentre tra quelli esclusi ce ne sono alcuni "lievi".

Il Pd in trincea. Contro il provvedimento insorge anche il Pd. Anna Finocchiaro, capogruppo dei senatori, dopo le interviste di rito con i giornalisti, ha letteralmente sbattuto il testo del disegno di legge contro il muro della sala stampa dicendo: "Il ddl non si applicherà per il furto aggravato. Così per il rom che ruba il processo rimarrà, mentre processi come Eternit, Thyssen, Cirio e Parmalat andranno al macero".

Il provvedimento, secondo il segretario del Pd Pierluigi Bersani, potrebbe essere a rischio incostituzionalità. "Questo ddl è inaccettabile - ha detto, a margine del congresso dei radicali - daremo battaglia. Se arriveremo alla scontro non sarà responsabilità dell'opposizione". E sull'immunità parlamentare ha tagliato corto: "Andiamo avanti così, come i gamberi".

Antonio Di Pietro annuncia che l'Italia dei valori è pronta a chiedere il referendum contro la legge sul processo breve targata Pdl. "Il 5 dicembre con la manifestazione a piazza Navona annunceremo l'impegno a raccogliere le firme per un referendum contro una legge incostituzionale, immorale e contro gli interessi degli italiani. - dice Di Pietro - La legge proposta dice che dopo 2 anni il processo non si deve fare più. Per questo migliaia di processi, tra cui quelli sui maggiori scandali italiani da Parmalat ai bond argentini, andranno tutti estinti: è la più grande amnistia mascherata della storia".

Il Pdl vuole anche il ritorno dell'immunità. Il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto fa sua l'iniziativa di riforma costituzionale per il ripristino dell'immunità parlamentare presentata ieri da Margherita Boniver. "Nel quadro della riforma della giustizia, che comprenderà anche interventi costituzionali - sostiene il capogruppo Pdl - a nostro avviso va anche aperta una riflessione sul tema dell'immunità parlamentare".

L'immunità parlamentare, ricorda Cicchitto, "era un tassello di un sistema concepito per regolare in modo equilibrato i rapporti fra politica e magistratura. Aver fatto saltare nel 1993 dalla Costituzione quel tassello ha contribuito a mettere in crisi il delicato equilibrio fra politica e magistratura. Oggi quell'equilibrio va ricostruito, meglio se nell'ambito di una grande riforma costituzionale e di una globale riforma della giustizia".


Processo breve, il ddl arriva in Senato
 
 
 

In aula solo 8 ore alla settimana, a picco la produttività delle Camere

Post n°1943 pubblicato il 09 Novembre 2009 da fernandez1983

Quel nastro bianco e rosso da cantiere chiuso e sotto sigilli il presidente della Camera, Gianfranco Fini lo reciderà oggi.

Dieci giorni di stop forzato e nel pomeriggio Montecitorio riapre i battenti. Saranno stati sufficienti a debellare lo strano virus che affligge ormai il Parlamento, che ne ha ridotto le capacità, abbattuto la produttività e infine mortificato la funzione, fino alla paralisi di questi giorni?

Le Camere non hanno mai brillato per iperattivismo, d'accordo. Ma negli ultimi sei mesi - complice il progressivo affievolimento dell'iniziativa del governo, ormai unico dominus dell'attività legislativa - hanno rallentato e infine esaurito la loro corsa. Non è solo un problema di quantità, di ore lavorate, come se deputati e senatori fossero operai a cottimo. Il fatto è che le 8,6 ore di seduta a settimana (dal martedì al giovedì pomeriggio) alle quali si sono limitati i senatori dal 1 maggio al 31 ottobre e le 18 dei deputati (dal lunedì al giovedì pomeriggio) nello stesso periodo, raccontano di un arrancare senza precedenti. Denunciato in fondo, con tutta la diplomazia del caso, dalla clamorosa iniziativa del presidente Fini nel momento in cui ha chiuso per mancanza di leggi e di copertura per finanziarle. Messaggio al governo, preceduto da due (inutili) riunioni di richiamo all'ordine coi presidenti di commissione. Al Senato invece si va avanti senza scosse, sebbene proprio lì i numeri parlino di un calo ancora più marcato: dalle 17,7 sedute al mese del primo anno di legislatura si è passati alle 14 degli ultimi 180 giorni, le ore di aula da 11 a 8,6 a settimana.


"Repubblica" ha passato al setaccio proprio gli ultimi sei mesi di attività di Camera e Senato, grazie ai dati ufficiali forniti dal Servizio statistiche di Montecitorio e dal Servizio resoconti e comunicazione istituzionale di Palazzo Madama. Quadro che tiene ovviamente conto della pausa vacanze che ha fermato il Parlamento dal 7 agosto al 15 settembre. Un cammino nella giungla dei numeri per tentare di risalire alla fonte della paralisi. E se delle 47 leggi approvate da maggio ad ora 36 provengono dal Consiglio dei ministri, due miste e solo 9 di iniziativa parlamentare, vuol dire che le Camere ormai ratificano per lo più norme dettate dal governo Berlusconi e che di conseguenza il "legificio" si ferma se la macchina si intoppa. Cordoni chiusi della borsa del ministro Tremonti, ma c'è dell'altro.

L'ingorgo. Il richiamo di Fini ai presidenti di commissione non era casuale. In questo momento (come si evince dalla tabella) sono fermi proprio nelle commissioni ben 579 disegni di legge (297 al Senato e 282 alla Camera). Per non parlare di tutti gli altri ancora da esaminare: allora si tocca quota 1.621 al Senato e 2.606 alla Camera, oltre 4mila leggi al palo. Eppure, la commissione Affari costituzionali del Senato negli ultimi sei mesi si è riunita 37 volte per 25 ore di lavoro (meno di un'ora a seduta), la commissione Giustizia 33 riunioni per 36 ore di attività, Esteri 17 sedute in 14 ore, Difesa 24 sedute per 22 ore, e via così tutte le altre con l'eccezione della commissione Bilancio, 68 riunioni in sei mesi e 79 ore. Alla Camera, dall'1 maggio al 31 ottobre la commissione Affari costituzionali ha esitato 5 ddl in sede referente e 4 in sede legislativa, Giustizia solo 2 in sede referente. Difesa, Finanze, Cultura, Trasporti, Attività produttive zero (0) ddl esitati in sede referente.

La corsia preferenziale. L'attività e soprattutto la qualità del legislatore non si misura col cronometro. Vero. Ma a volte il timing svela qualcosa. Ad esempio (vedi altra tabella), che un disegno di legge di iniziativa parlamentare impiega 123 giorni in media per essere approvato al Senato e 147 alla Camera. Quando invece ai decreti e alle proposte con la firma del premier Berlusconi o di un ministro ne bastano 19 giorni al Senato e 22 alla Camera. Merito/colpa della spada di Damocle della fiducia (25 in 18 mesi, ultima sullo scudo fiscale), ma non solo. Sta di fatto che in 18 mesi di legislatura, su 112 leggi approvate, 97 sono di iniziativa governativa (ma 33 decreti e 45 ratifiche di trattati internazionali) e solo 15 parlamentari.

Dipendenti part time. Il 3 maggio, un'inchiesta di "Repubblica" rivelava che nei due mesi precedenti di marzo e aprile, al Senato, si era lavorato solo per 10 giorni al mese, col record di sole 7 ore di sedute in una settimana di aprile. Sono seguiti impegni solenni sul prolungamento dell'orario lavorativo di coloro che Beppe Grillo si ostina a definire "nostri dipendenti". Cos'è accaduto nei sei mesi successivi, in cui governo e maggioranza sono stati assorbiti anche da vicende non prettamente politiche? Al netto della pausa estiva, in sei mesi la Camera ha tenuto 72 sedute, 14 al mese circa, lavorando per 18 ore a settimana, 4 ore e mezza al giorno nel quattro giorni di attività. Comunque, un incremento rispetto 16,5 ore a settimana dei primi quattro mesi. A Palazzo Madama le cose continuano ad andare peggio. L'assemblea, da maggio al primo novembre, ha tenuto 72 sedute per 173 ore complessive, ovvero 34,6 ore al mese (erano 46 i primi quattro mesi del 2009): dunque 8,6 ore a settimana (erano 11,5). In linea col record negativo di aprile che aveva destato scandalo.

Carmelo Lopapa

 
 
 

Le risposte di Berlusconi e le verità che mancano

Post n°1942 pubblicato il 06 Novembre 2009 da fernandez1983

Silvio Berlusconi risponde alle dieci domande di Repubblica, dopo 175 giorni, 10 ore e 18 minuti (il paziente computo è di un nostro lettore, Michele De Luca). Domande che il capo del governo ha giudicato così diffamanti da richiedere un risarcimento milionario per l'offesa ricevuta. Gli interrogativi erano, come dimostra oggi Berlusconi, del tutto legittimi. Facevano tesoro, peraltro, di una sua convinzione. Questa: credo che chi è incaricato di una funzione pubblica, come il presidente del Consiglio, debba dar conto dei suoi comportamenti, anche privati. (Porta a Porta, 5 maggio 2009).
Repubblica concorda con Silvio Berlusconi. È evidente che, nonostante il frastuono mediatico di questi mesi, non si mai discusso di un divorzio, affare privato di due coniugi, né di pettegolezzi o di vita privata. Come ha avuto subito chiaro il premier, la questione interroga le condotte di "un incaricato di una funzione pubblica".
Berlusconi non ha ritenuto opportuno rispondere direttamente alle nostre domande. Ha affidato le sue risposte a Bruno Vespa, un giornalista della televisione pubblica, collaboratore di un settimanale di proprietà (Panorama) del presidente del consiglio, in un libro edito dalla Mondadori, proprietà di Berlusconi. Qui ricordiamo le domande, diamo conto delle risposte del premier. Si scorge qualche menzogna, più d'una contraddizione, le dissimulazioni e i silenzi cui il capo del governo ci ha abituato.

LO SPECIALE

1) Quando ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia? Quante volte ha avuto modo di incontrarla e dove? Ha frequentato o frequenta altre minorenni?

Berlusconi, oggi: "Non ho avuto alcuna relazione con signorina Noemi. Al riguardo si sono dette e scritte soltanto calunnie". Berlusconi sostiene "di avere incontrato la ragazza soltanto quattro volte". Dove e quando? Il premier autorizza Vespa a raccontare: "La prima, il 19 novembre, quando Noemi fu ospite a Villa Madama... la seconda il 15 settembre alla festa di Natale del Milan... La terza a Villa Certosa, dove la ragazza fu invitata a trascorrere con alcune amiche le feste di fine d'anno... la quarta, alla sua festa di compleanno".
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Repubblica ha documentato, con una testimonianza mai smentita, come il premier abbia conosciuto Noemi Letizia attraverso un book fotografico. Berlusconi dice invece di aver incontrato Noemi in quattro occasioni, dunque nelle uniche circostanze già scovate da Repubblica. Quel che il premier dice oggi è in contraddizione con quanto hanno detto, nel corso del tempo, Elio Letizia, Noemi e lo stesso Berlusconi. Il padre della minorenne ha ricordato che decide di presentare la sua famiglia al presidente del consiglio nel "dicembre del 2001": "A metà dicembre, io e mia moglie andammo a Roma per acquisti e, passando per il centro storico, pensai che fosse la volta buona per presentare a Berlusconi mia moglie e mia figlia". (il Mattino, 25 maggio). Nello stesso giorno il capo del governo ha un altro ricordo. "La prima volta che ho visto questa ragazza è stato a una sfilata" (Corriere, 25 maggio), dunque né a Villa Madama né presentata dal padre. Noemi non racconta quando ha visto per la prima volta "Papi", ma confessa di averlo incontrato in più occasione, in forma privata e non in pubblico. "Gli faccio compagnia. Lui [Berlusconi] mi chiama, mi dice che ha qualche momento libero e io lo raggiungo. Resto ad ascoltarlo. Ed è questo che desidera da me". (Corriere del Mezzogiorno, 28 aprile).

2) Qual è la ragione che l'ha costretta a non dire la verità per due mesi, fornendo quattro versioni diverse per la conoscenza di Noemi?
Berlusconi non risponde a questa domanda. Come si deduce dalla risposta al primo interrogativo, non è in condizione di raccontare la verità a meno di non contraddirsi.

3) Non trova grave che lei abbia ricompensato con candidature e promesse di responsabilità le ragazze che la chiamano "papi"?
Berlusconi: "Ho proposto incarichi di responsabilità soltanto a donne con un profilo morale, intellettuale, culturale e professionale di alto livello".
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La risposta del premier non corrisponde alla verità nota a tutti e peraltro, per la prima volta, svelata dai fogli della destra e addirittura dal giornale di famiglia.
Il primo quotidiano che dà conto della candidatura di una "velina" alle elezioni europee è, infatti, il Giornale. Il 31 marzo, a pagina 12, nella rubrica Indiscreto a Palazzo si legge che "Barbara Matera punta a un seggio europeo". "Soubrette, già "Letterata" del Chiambretti c'è, poi "Letteronza" della Gialappa's, quindi annunciatrice Rai e attrice della fiction Carabinieri", la Matera, scrive il Giornale, "ha voluto smentire i luoghi comuni sui giovani che non si applicano e non si impegnano. "Dicono che i ragazzi perdino tempo. Non è vero: io per esempio studio molto"". "E si vede", commenta il giornale di casa Berlusconi.
Libero (22 aprile) è il secondo giornale che dà conto della "carta segreta che il Cavaliere è pronto a giocare". Notizia e foto di prima pagina con "Angela Sozio, la rossa del Grande Fratello e le gemelle De Vivo dell'Isola dei famosi, possibili candidate alle elezioni europee". A pagina 12, le rilevazioni: "Gesto da Cavaliere. Le veline azzurre candidate in pectore" è il titolo. "Silvio porta a Strasburgo una truppa di showgirl" è il sommario.
I nomi della candidate che si leggono nella cronaca di Libero sono: Angela Sozio, Elisa Alloro, Emanuela Romano, Rachele Restivo, Eleonora Gaggioli, Camilla Ferranti, Barbara Matera, Ginevra Crescenzi, Antonia Ruggiero, Lara Comi, Adriana Verdirosi, Cristina Ravot, Giovanna Del Giudice, Chiara Sgarbossa, Silvia Travaini, Assunta Petron, Letizia Cioffi, Albertina Carraro. Eleonora e Imma De Vivo e "una misteriosa signorina" lituana, Giada Martirosianaite. Le scelte del premier furono apprezzate con entusiasmo nel suo "campo". "Meglio la Sozio di Zagrebelsky" titolò il Foglio (24 aprile).
Molte candidate-veline, una volta escluse, protesteranno con vivacità pubblicamente. Il padre di Emanuela Romano arriverà a darsi fuoco dinanzi al portone di Palazzo Grazioli. La stessa Noemi non nasconde che, avuto accesso a Berlusconi, potrà avere spazio in politica. "[Da grande vorrò fare] la showgirl. Mi interessa anche la politica. Sono pronto a cogliere qualunque opportunità. (...) Preferisco candidarmi alla Camera, al Parlamento. Ci penserà Papi Silvio" (Corriere del Mezzogiorno, 28 aprile).

4) Lei si è intrattenuto con una prostituta la notte del 4 novembre 2008. Sono decine le "squillo" secondo le indagini, condotte nelle sue residenze. Sapeva fossero prostitute?
Come si ricorderà è stata la prostituta Patrizia D'Addario a raccontare (e a documentare con registrazioni sonore e visive) di aver fatto sesso con Berlusconi a palazzo Grazioli. Il premier replica: "C'era una cena con molte persone organizzata dalle militanti dei club 'Forza Silvio' e 'Meno male che Silvio c'è' alla quale "all'ultimo momento si infilò anche Tarantini con due sue ospiti".
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Berlusconi inciampa in poche righe in tre frottole, che possono essere documentate. Non è vero che Tarantini porta con sé soltanto due ospiti. Le ospiti sono tre: Barbara Montereale, Lucia Rossini e Patrizia D'Addario. La circostanza è confermata dallo stesso Tarantini. Interrogato l'8 settembre, dice: "Confermo che il 4 novembre 2008 mi recai a palazzo Grazioli unitamente a Patrizia D'Addario, Barbara Montereale e Lucia Rossini". Non è vero che in quella serata c'erano molte persone e nessuno ricorda la presenza delle militanti dei club "Forza Silvio" e "Meno male che Silvio c'è". Lo racconta subito Patrizia D'Addario: "Quella sera non c'erano altre ospiti. Abbiamo trovato un buffet di dolci e il solito pianista [Apicella]" (Corriere della sera, 17 giugno) Lo conferma anche oggi Barbara Montereale. Gli unici altri protagonisti della serata furono le guardie del corpo del presidente. La loro presenza è agli atti dell'indagine di Bari. In un colloquio registrato, si sente la D'Addario chiedere alla Montereale: "Ti ricordi come ti corteggiava?". L'altra risponde: "Tutto davanti alle guardie del corpo. Uno schifo. Tu sei un'altra come Noemi che gli può fare male". Non è vero che Tarantini si infilò "all'ultimo momento". L'imprenditore barese pianifica la visita almeno 24 ore prima, come risulta dalle dichiarazioni delle ragazze e dalle intercettazioni telefoniche. Le ragazze dei club, come ha riferito ancora ieri la Montereale a Repubblica, erano presenti non a Palazzo Grazioli ma a Villa Certosa il 6 gennaio, quando lei tornò con Tarantini a incontrare Berlusconi.

5) E' capitato che "voli di Stato" senza la sua presenza a bordo, abbiano condotto nelle sue residenze le ospiti delle sue festicciole?
Berlusconi: "La magistratura ha già archiviato la pratica al riguardo. Io non ho mai utilizzato "voli di Stato" in modo non lecito. Inoltre ho cinque aerei privati che posso utilizzare in qualunque momento".
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La risposta è soltanto parzialmente corretta. E' vero che il 20 ottobre il tribunale dei ministri di Roma ha archiviato le accuse di abuso d'ufficio e peculato contro Berlusconi. Va ricordato però che le regole per quei "viaggi di Stato" sono state modificate il 25 luglio 2008 dalla presidenza del consiglio e consentono molta discrezionalità nella composizione della delegazione che accompagna il capo del governo. Ne possono far parte, come accade, come è accaduto, anche musicisti e ballerine. La replica di Berlusconi è soltanto parzialmente corretta perché dimentica che il tribunale amministrativo del Lazio ancora indaga e ha chiesto, il 28 ottobre, a Palazzo Chigi i documenti relativi a cinque voli tra Roma e Olbia (24, 25, 31 maggio, 1 giugno, 17 agosto 2008), la lista delle persone ammesse al volo, le ragioni della loro presenza. Un procedimento è aperto anche presso la Commissione Europea "per verificare la sussistenza di illeciti compiuti dalle nostre istituzioni".

6) Può dirsi certo che le sue frequentazioni non abbiano compromesso gli affari di Stato? Può rassicurare il Paese che nessuna donna, sua ospite, abbia oggi in mano armi di ricatto?
Berlusconi: "La risposta vale per oggi come per il passato, in quanto io non mi sono mai lasciato ricattare da nessuno, né mi sono mai comportato in modo per cui un simile evento si potesse verificare. Quando nei miei confronti sono state avanzate richieste che, secondo il giudizio mio e dei miei legali, si configuravano come ricattatorie, mi sono immediatamente rivolto all'autorità giudiziaria".
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La replica del capo del governo è gravemente insincera per il presente e per il passato. Anche trascurando il recentissimo "caso Marrazzo" (vede il video ricattatorio - "corpo del reato" - avverte Marrazzo, gli consiglia di acquistarlo e distruggerlo), è stato lo stesso premier a denunciare, a La Maddalena, come la notte di sesso con la prostituta Patrizia D'Addario lo abbia esposto a un'imbarazzante e pericolosa vulnerabilità. "Sono stato vittima di una persona che ha voluto creare artatamente uno scandalo. La signora ha commesso quattro reati e rischia una pena edittale di 18 anni, ma non ho ancora deciso se dare il via a queste cause" (Ansa, 10 settembre, 21,01). Per il passato, la sfiducia per l'autorità giudiziaria e la diffidenza per ogni denuncia è addirittura documentata e fragorosa. Nel 1975 esplode un ordigno contro la sua abitazione in via Rovani a Milano. Berlusconi non ne fa cenno alle polizie. Nel 1986, scoppia un'altra bomba contro il palazzo di via Rovani. Berlusconi confessa ai carabinieri di sospettare il mafioso Vittorio Mangano, fattore di Villa San Martino ad Arcore. Aggiungerà: "Se mi avesse chiesto cinquanta, sessanta milioni glieli avrei dati...". Il 7 febbraio 1988, Berlusconi conversa al telefono (intercettato) con un suo amico (l'immobiliarista Renato Della Valle). Dice: "C'ho tanti casini in giro, a destra, a sinistra. Ce n'ho uno abbastanza grosso, per cui devo mandare via i miei figli, che stanno partendo adesso per l'estero, perché mi hanno fatto estorsioni... in maniera brutta". Berlusconi spiega che si tratta di "una cosa che mi è capitata altre volte, dieci anni fa, e... sono ritornati fuori". Poi racconta: "Sai, siccome mi hanno detto che, se entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me e espongono il corpo in piazza del Duomo...". Anche dinanzi a questo terribile ricatto, Berlusconi non si è rivolto né alle polizie né alla magistratura.

7) Le sue condotte sono in contraddizione con le due politiche: lei oggi potrebbe ancora partecipare al Family Day o firmare una legge che punisce il cliente di una prostituta?
Il premier non risponde.

8) Lei ritiene di potersi ancora candidare alla presidenza della Repubblica? E ,se lo esclude, ritiene di poter adempiere alla funzione di presidente del Consiglio?
Berlusconi: "Come molti ricorderanno ho ripetutamente indicato a titolo di suggerimento, affinché dal Parlamento possa essere compiuta la scelta migliore, un candidato (Gianni Letta) che ritengo sia il migliore in assoluto".
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In questo caso, la menzogna è sorprendente. Non c'è chi non sappia che il capo del governo abbia come obiettivo l'ascesa alla presidenza della Repubblica. Lo ha detto lui stesso: "Se passerà la riforma presidenziale, come quella sul modello francese o americano, dovrei automaticamente presentarmi come candidato alla presidenza della Repubblica" (19 luglio 2002). "Uno con la mia storia perché non dovrebbe pensarci " (3 ottobre 2008). Qualche giorno prima Bossi aveva detto: "Berlusconi al Quirinale, noi lo voteremo" (28 settembre 2008).

9) Lei ha parlato di un "progetto eversivo" che la minaccia. Puo' garantire di non aver usato nè di voler usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati, giornalisti?
Berlusconi: "I violenti attacchi contro di me, sempre avulsi da ogni attinenza alla realtà e frutto solo di preconcetta ostilità, sono sotto gli occhi di tutti. Ma non ho certo mai pensato di impiegare queste risorse contro alcuno".
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E' già accaduto nella precedente legislatura (2001/2006) che l'intelligence militare, governata da Berlusconi, si mettesse al lavoro contro gli avversari veri o presunti del capo del governo e del suo partito. Il 5 luglio 2006, in un ufficio riservato del direttore del Sismi (Niccolò Pollari), furono sequestrati centinaia di report, dossier su politici, magistrati, imprenditori, giornalisti, alti funzionari delle burocrazie della sicurezza. E soprattutto "un appunto" di 23 pagine che elaborava un programma per "disarticolare con mezzi traumatici" l'opposizione al governo. Il testo spiega come e perché "disarticolare", "neutralizzare", "ridimensionare" e "dissuadere" anche con "provvedimenti" e "misure traumatiche" ogni dissenso, autentico o ipotetico. L'appunto fu trovato nelle carte del braccio destro (e riservato) del direttore del Sismi - Pio Pompa. Pompa, il 21 novembre 2001, aveva inviato un fax a Palazzo Grazioli: " (...) Sarò, se Lei vorrà, il suo uomo fedele e leale...". Il progetto di "disarticolazione" fu attuato "fin dalla prima quindicina di settembre (2001)". Ne faranno le spese, magistrati, giornalisti e, alla vigilia delle elezioni del 2006, il competitore di Berlusconi, Romano Prodi. Contro di lui, e con la collaborazione di giornalisti pagati dagli "spioni", il Sismi scatenerà una campagna di discredito con documenti falsi.

10) Alla luce di quanto emerso in questi mesi, quali sono, signor presidente, le sue condizioni di salute?
Berlusconi: "A questa domanda rispondono i fatti. Da quella data a oggi le mie condizioni di salute, a parte un fastidioso torcicollo ormai debellato e la scarlattina che ho avuto a fine ottobre, sono infatti quelle che mi hanno permesso di proseguire e completare sedici mesi di fittissimi impegni che per brevità così riassumo: 170 incontri internazionali, 25 vertici multilaterali, 9 vertici bilaterali, 80 conferenze stampa, 66 consigli dei ministri 91 interventi e discorsi pubblici a braccio. Cosa avrei fatto se non fossi stato ammalato?".
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La notizia dell'energico e ottimo stato di salute del presidente del consiglio non può che farci piacere, naturalmente. Tuttavia, è necessario qualche ricordo. E' stata la moglie del premier, Veronica Lario, a dire: "Ho cercato di aiutare mio marito, ho implorato coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene. È stato tutto inutile" (Repubblica, 3 maggio). La signora si riferiva alla frequentazione delle minorenni, al vortice di giovani donne (secondo Veronica Lario, "figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica") che rallegrava e rallegra le notti dell'"imperatore". La moglie del premier si riferiva alla sexual addiction che affligge il presidente del consiglio. Della satiriasi, Berlusconi non parla. Parlano per lui il "caso D'Addario" e le conversazioni (intercettate) con l'imprenditore Giampaolo Tarantini.

Giuseppe D'Avanzo

 
 
 

Sicurezza, Maroni avverte il governo: "Pronti a votare con l'opposizione"

Post n°1941 pubblicato il 04 Novembre 2009 da fernandez1983

Se dall'opposizione arriveranno proposte per "dare più soldi alla polizia, la Lega è pronta a sostenerle". Il ministro dell'Interno Roberto Maroni avverte il governo e sottolinea come sulla sicurezza "non possano esserci vincoli di maggioranza". Solo pochi giorni fa migliaia di poliziotti avevano protestato a Roma contro la carenza di risorse. E proprio pensando a questo che il titorale del Viminale ammette che in Parlamento la lotta "sarà dura". Troppo stretti i vincoli fissati dal Governo, troppo poche le risorse a disposizione. "Garantisco che sia da parte mia sia dalla Lega su questi temi faremo una battaglia forte perchè se ci sarà una proposta di dare più soldi alla polizia da parte dell'opposizione noi la sosterremo. E se da ambienti governativi arriva una richiesta di tagli noi voteremo contro" continua Maroni partecipando ad un convegno del Sindacato di polizia.

Perché sulla sicurezza, cavallo di battaglia della Lega, "non possono esserci vincoli di maggioranza". Per questo Maroni rivela di aver chiesto a Berlusconi richieste ''irrinunciabili, inderogabili e irridicibili'' e di aver chiesto un miliardo e cento milioni di fondi in piu' per il prossimo anno. Si parla tanto di scudo fiscale ma la sicurezza deve tornare ad essere al primo punto nell'agenda di governo''.

Poi un accenno sulle ronde, sponsorizzate dalla Lega ma che, alla prova dei fatti, non sembrano decollare. "Si parla di flop e fallimento, ma io inviterei alla prudenza. Ci sono sei mesi a disposizione e poi abbiamo voluto che fossero a carattere volontario". Una scelta che il titolare del Viminale spiega così: "Abbiamo voluto mantenere il carattere di volontarietà delle ronde perchè nessuno vi partecipi aspettando soldi da parte di qualcun altro. In questo modo i rambo, i superman, i pirla ne rimarranno fuori".

Sicurezza, Maroni avverte il governo: "Pronti a votare con l'opposizione"

 
 
 

Il gelo del presidente della Camera: "Con Feltri ci vedremo in tribunale"

Post n°1940 pubblicato il 03 Novembre 2009 da fernandez1983

"Tanto con quello ci vedremo in tribunale". È un Fini arrabbiatissimo quello che butta via dal tavolo la copia del Giornale (un fondo del vicedirettore Sallusti intitolato "C'è un tentativo di fermare l'azione del governo" con, in fondo, una velata minaccia: "E' possibile che nei prossimi giorni ne vedremo delle bele") e archivia con quella battuta l'ennesimo attacco che lo accomuna a Napolitano e dietro il quale, ovviamente, vede la mano di Berlusconi. Sul Colle la reazione non è molto differente. Il presidente legge, s'indigna, ma la sua reazione, dopo una giornata in cui gli arrivano continui messaggi di piena solidarietà, è volutamente e soltanto un "gelido no comment".

Ma nei due palazzi, la Camera e il Quirinale, la lettura dell'articolo è univoca: il Cavaliere, mal consigliato da chi gli sta più vicino, ormai scambia una linea politica, la tutela e la piena difesa di alcuni valori, come quello della legalità, come un atto di infedeltà, come un infido attacco alla sua persona e, soprattutto, come il tentativo di abbandonarlo nel momento più difficile della sua vita politica. Per questo arma la mano del direttore Feltri. Lui, ormai privo dello scudo processuale, deve affrontare il tribunale di Milano. E nei "no" del presidente della Camera e di Napolitano, l'ultimo sulla prescrizione breve e sui processi lampo da infilare con un blitz nel decreto comunitario oggi in aula al Senato, vede solo l'insistente volontà di disarcionarlo. Non sopporta l'asse Fini-Napolitano e interpreta un'affermazione di Fini, che i suoi gli riportano, come la conferma del sospetto che l'ex leader di An lavori contro di lui. Ripete sempre Fini a proposito del capo dello Stato: "Con lui io non romperò mai". E ne seguono attestati di stima e l'irritazione per i continui attacchi al presidente veicolati dal Giornale.

La partita sulla giustizia cammina verso giornate decisive. Il Cavaliere attende nervoso quella "soluzione finale" che, come gli continua a promettere il suo avvocato Niccolò Ghedini, deve salvarlo dalle sentenze Mills e Mediaset. Ma stavolta vuole dietro di sé tutta la maggioranza, non è ammessa alcuna defezione. Quindi impone un'assunzione di alta responsabilità politica. E per questo, ragionano nell'entourage di Fini, scatena le minacce veicolate dal Giornale. Mercoledì o giovedì, salute del premier permettendo, saranno i giorni clou, si vedranno lui con Bossi e Fini per chiudere assieme l'accordo sulle regionali e quello sulla giustizia, compresa "la" o "le" leggine che gli servono per anestetizzare quegli "odiosi dibattimenti".

Fini e i leghisti sono presi d'assalto dai berluscones. "Il Cavaliere deve essere salvato a ogni costo. Non sono ammessi distinguo" dicono e premono. Ma Fini i paletti continua a metterli, e pure ben piazzati. Ripete con i suoi il ragionamento che ha fatto tante volte in questi mesi. Che ruota intorno al nodo politica e giustizia e, all'interno di questo, al peso che assumono i processi di Berlusconi. Il presidente della Camera non pronuncia dei "no" pregiudiziali contro il capo del governo, riconosce che, in generale, la questione esiste e va affrontata. Ma ci sono modi e maniere. C'è un metodo. Ci sono dei valori, la legalità prima di tutto, storico cavallo di battaglia di An. C'è la possibilità di realizzare davvero riforme condivise con l'opposizione, ma a patto che ci sia davvero la voglia di ottenere un risultato comune.

Qui s'incrina il rapporto con Berlusconi che vorrebbe invece un'adesione cieca a ogni suo allarme giudiziario e l'appoggio a qualunque progetto, anche a costo di mandare al macero migliaia di processi. Ma lo stop di Fini, per il passato e per il futuro, è netto. Lo ha pronunciato per lui Giulia Bongiorno quando, l'anno scorso, ha fermato prima la norma blocca-processi e poi le intercettazioni. Un no appena ripetuto per la prescrizione breve, perché per far "morire" un paio di processi non se ne possono mandare al macero altre migliaia. Per questo il finiano Andrea Ronchi ha ferma il blitz sulla prescrizione al Senato. Che ha scatenato la reprimenda del Giornale.

Ma il braccio di ferro continua in queste ore. Ghedini preannuncia che inonderà il Senato di progetti di legge sulla prescrizione e sui processi da contenere in sei anni. Tra questi uno "deve" salvare il suo premier. Ma, anche a costo di sfidare l'ira di Berlusconi, i finiani non mollano. Non passerà nulla che possa distruggere la giustizia. Niente leggi ad personam, se l'impatto è devastante. E niente blitz contro Napolitano.

di Liana Milella

 
 
 

Caso Mills, l'Anm replica a Berlusconi: "Rispondiamo solo alla Costituzione"

Post n°1939 pubblicato il 29 Ottobre 2009 da fernandez1983

"I magistrati non devono essere intimiditi". Arrivano a stretto giro le repliche all'ennesimo attacco portato da Silvio Berlusconi ai giudici nel corso della trasmissione Ballarò. Prima il procuratore aggiunto di Milano, Alfredo Lobredo: "Se le nostre toghe sono rosse, lo sono per il sangue versato dai magistrati che hanno pagato con la vita la difesa della legalità e dei valori costituzionali, a cominciare da Falcone e Borsellino", e di tutti gli altri che "hanno perso la vita in nome della difesa della legalità". Poi l'Associazione nazionale dei Magistrati: "Rispondiamo solo alla legge e alla Costituzione, i magistrati non devono essere intimiditi", ed è ridicolo "descrivere i tribunali come sezioni di partiti politici".

Le nuove accuse del premier, in procura a Milano, hanno suscitato in alcuni rabbia, in altri quasi indifferenza e rassegnazione. "E che cosa dobbiamo dire ancora - sbotta un magistrato che vuole restare nell'anonimato - è sempre la solita storia, trita e ritrita. Noi pensiamo solo a lavorare".

Nel corso della trasmissione Ballarò, Berlusconi aveva affermato che "l'anomalia italiana non sono io, ma i giudici comunisti, che rappresentano, insieme ai giornalisti di sinistra, la vera opposizione nel Paese". E poi: "Ma davvero Silvio Berlusconi è l'imprenditore più criminale della storia del mondo?". Il commento del presidente del Consiglio era giunto nel giorno della conferma, da parte della Corte d'Appello di Milano, della condanna dell'avvocato inglese David Mills.

Caso Mills, l'Anm replica a Berlusconi: "Rispondiamo solo alla Costituzione"

 
 
 

"Un diktat a casa mia, è inaccettabile", sfogo di Berlusconi contro il ministro

Post n°1938 pubblicato il 27 Ottobre 2009 da fernandez1983

"Ma vi rendete conto? Prima mi ha posto un diktat inaccettabile con questa storia del vicepremier, poi mi ha messo con le spalle al muro negando il taglio sull'Irap. Così non si può più andare avanti". Silvio Berlusconi ha perso la fiducia in Giulio Tremonti. Lo hanno capito chiaramente i tre coordinatori del Pdl - Denis Verdini, Ignazio La Russa e Sandro Bondi - saliti ieri ad Arcore per un vertice di tre ore dedicato interamente all'emergenza creata dal ministro dell'Economia.

Una vicenda dall'esito non scontato, aperta a ogni possibile soluzione. Compresa quella più traumatica delle dimissioni (o del dimissionamento) del ministro e dell'assunzione dell'interim per lo stesso Berlusconi. O la sua sostituzione con un tecnico. Perché lo sfogo del Cavaliere contro colui che, fino a qualche mese fa, veniva definito "il geniale Giulio" è stato davvero tale da sorprendere persino gli avversari interni del ministro. "Tremonti viene a casa mia a dettare condizioni? Ma io prendo un Draghi, un tecnico qualsiasi, e lo mando a casa". Certo, è stato uno scatto d'ira dovuto alla frustrazione accumulata in questi giorni. Certo, sarà anche vero, come ripete uno degli uomini più vicini al premier, che nei confronti di Tremonti "per il momento la linea è questa: nessuna promozione e nessuna punizione". Ma ormai nel Pdl, nei circoli più ostili al superministro, già si ragiona sui possibili sostituti. Magari un tecnico competente ma dal basso profilo, così da chiarire definitivamente, in Italia e all'estero, che "la politica economica del governo la fa il presidente del Consiglio". O magari un politico come Maurizio Sacconi, che nel Pdl riscuote molti consensi. Oppure persino un leghista come Giancarlo Giorgetti.


Il fatto è che tutti, dentro il partito di maggioranza relativa, ormai considerano Tremonti non solo un "ministro leghista" ma proprio un corpo estraneo. "Sullo scudo fiscale - racconta un ministro - ci ha giocato l'ultima beffa. Faceva schifo e ci ha convinto a votarlo con la promessa che i soldi sarebbero andati a coprire i progetti dei nostri ministeri. E invece adesso i proventi dello scudo li gestisce lui". Non sarà così, ma è indicativo del clima che si respira nel Consiglio dei ministri. A fare muro ormai non sono soltanto quelli di provenienza ex An, ma il dissenso si è allargato a tutto il Pdl. La prima decisione quindi è stata quella di non premiare il ministro affidandogli anche la vicepresidenza del Consiglio. D'altronde il lamento salito da tutto il partito verso il Cavaliere, di cui ieri si sono fatti ambasciatori anche i tre coordinatori, è risuonato forte e chiaro ad Arcore: "Ma come, Tremonti ha fatto arrabbiare tutti e adesso vuole pure essere premiato?".

Tra Berlusconi e Tremonti dunque si è assottigliato fino a rompersi il filo della fiducia. A far da detonatore, da ultimo, la polemica sull'Irap, che ha costretto il governo a un balletto incomprensibile. E Berlusconi se l'è legata al dito: "Tremonti mi aveva assicurato che quella tassa in Europa nessuno pensa di ridurla. Poi abbiamo capito che Sarkozy e la Merkel la ridurranno eccome". Insomma, la situazione è questa. E sullo sfondo c'è anche la trattativa sulle candidature alle regionali, perché l'irritazione di Berlusconi nei confronti di Tremonti e dei leghisti ieri lo ha portato anche a rimettere in discussione il Veneto al Carroccio. "Queste polemiche - sintetizza uno dei tre coordinatori - di sicuro non favoriscono il dialogo. Se la Lega si impunta, se c'è un clima di sfiducia, allora tutto ritorna il ballo. Compreso il Veneto".

Nel Pdl cominciano anche a nutrire il sospetto che questa "strana" difesa di Bossi di un posto da vicepremier per Tremonti in realtà altro non sia che una mossa tattica per alzare il prezzo nella trattativa sulle regionali. Il Carroccio, al momento giusto, lascerebbe andare Tremonti al suo destino, in cambio di due regioni pesanti - Veneto e Piemonte - oppure del boccone più grosso, la Lombardia per Roberto Castelli. Guarda caso ieri l'unico leghista che non si stracciava le vesti per il ministro dell'Economia era proprio l'ex Guardasigilli: "Ho stima per Tremonti, ma l'importante è che il governo rimanga stabile". Così le voci sulle dimissioni del ministro e il totonomi per la successione sono state il rumore di fondo della giornata. E lo stesso Tremonti, da qualche tempo, andrebbe chiedendo in giro: "Ma secondo voi Draghi scalfirebbe la sua immagine super partes andandosi a mettere con Berlusconi?".

Francesco Bei

 
 
 

"Fammi vicepremier". "No, ora basta", lite al telefono tra Berlusconi e Tremonti

Post n°1937 pubblicato il 25 Ottobre 2009 da fernandez1983

"Io le dimissioni le ho presentate. Stanno sulla tua scrivania di Palazzo Chigi. Tocca a te decidere. Ma per quanto mi riguarda, un modo per arrivare al chiarimento c'è. Nominami vicepresidente del consiglio con deleghe piene". "Vicepremier? Non esiste. E poi cosa dico a quelli di An? Stai esagerando. Con te non ce la faccio più". La linea tra Roma e San Pietroburgo è rovente. Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti sono ai ferri corti.

I colloqui tra i due sono tesissimi. A tratti scorbutico. Chi ha assistito alle due telefonate intercorse sulla direttrice Italia- Russia, le definisce drammatiche. Con un elemento che mai era emerso in passato: il deterioramento dei rapporti personali.
E a poco è servita la mediazione di Gianni Letta. Le incomprensioni restano. Il capo di Via XX Settembre vuole "un chiarimento definitivo" e ai suoi ha confidato: "Non so se la prossima settimana sarò ancora ministro". Così, la rabbia del Cavaliere è arrivata al punto di dover inventare una scusa meteorologica (la neve in Russia) pur di non partecipare al consiglio dei ministri di ieri mattina e di non incontrare "l'amico Giulio". "Se vado adesso - ha spiegato a Letta - succede il finimondo. Parleremo a freddo. Ma il Chiarimento, a questo punto, lo pretendo io". Oggi dovrebbe esserci un faccia a faccia nella villa di Arcore. Ma l'appuntamento, secondo l'inquilino di Via del Plebiscito, deve avere una condizione: avvenire senza la "scorta" leghista. Senza, insomma, la difesa di Umberto Bossi.

Le parole lanciate dalla dacia di Putin verso la Capitale, sono durissime. "Ormai - si è lasciato andare con un ministro - Giulio assomiglia sempre più a Padoa-Schioppa. Non ce la faccio più. Sembra quasi che stia remando contro. Se potessi, lo manderei via subito". Ecco, il punto di svolta. L'ipotesi di un "licenziamento" non è più esclusa. Una sacrificio da consumare sull'altare di quello che ormai viene chiamato il "Predellino fiscale". Ma quel "se potessi", fa capire che la scelta non è per niente facile. Una "voglia" mai manifestata nemmeno nei momenti più bui, quelli del 2005. Eppure qualche nome, per la successione, già circola dalle parti di Palazzo Chigi. Quello di Renato Brunetta, ad esempio. Per ammansire la Lega e separarne il destino da quello di Tremonti, un altro candidato è stato suggerito al Cavaliere: Giancarlo Giorgetti, il presidente lumbard della commissione Bilancio della Camera.


Un pressing, insomma, che ha trasformato il "chiarimento" in un passaggio "imprescindibile" per il capo dell'Economia. "Il Pdl organizza la fronda contro di me. Molti ministri tramano alle mie spalle. E soprattutto si prospetta una politica economica ben diversa da quella sostenuta in questi mesi. Diversa da quella "sostenibile"". Il riferimento è all'intenzione di tagliare l'Irap. Prima annunciato dal ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, e poi confermato dal sottosegretario Letta. Un intervento non concordato. Tant'è che ieri arrivavano i report delle agenzie di rating con un comune denominatore: giudizio negativo sul taglio delle tasse. Non è un caso che per rasserenarlo, Letta - davanti alla Conferenza Stato-Regioni - abbia definito "impossibile" la soppressione di quell'imposta.

La mediazione del sottosegretario, però, è un'iniziativa autonoma. Per il Cavaliere, invece, non è affatto "impossibile". Non solo. Il premier si è fatto scappare un progetto che ha letteralmente terrorizzato l'Economia: la riduzione dell'Irpef. L'imposta sulle persone fisiche. E già, perché Berlusconi si sente in un angolo. In vista delle regionali - che considera un voto sull'esecutivo - spinge per una sorta di "Predellino fiscale". Una svolta maturata dopo le elezioni in Germania. Quando il Cancelliere Merkel, una volta formata l'alleanza con i liberali, ha annunciato il taglio delle aliquote. Da sempre, del resto, il Cavaliere vagheggia una sistema con due solo aliquote: al 23% e al 33%.

Il titolare del Tesoro, allora, si sente sempre più isolato. Con tanti ministri del Pdl infastiditi dall'atteggiamento del "collega", con Gianfranco Fini irritato per la scarsa propensione a alimentare i consumi, con la Confindustria decisa a sostenere le proprie ragioni "fiscali" e con il mondo delle banche pronto al regolamento dei conti. La mossa di ieri, poi, di mettere sul tavolo delle Regioni ben 3 miliardi per la spesa sanitaria ha colto di sorpresa un po' tutto l'esecutivo. "Fino a ieri non c'era una lira - si lamenta un ministro Pdl - e ora spuntano tre miliardi. Non è che c'è un tesoretto nascosto che Giulio vuole usare per il futuro? Per il suo futuro politico?". Un dubbio che avvolge pure Berlusconi: "Se qualcuno pensa di farmi fuori, la risposta saranno le elezioni anticipate". Forse il vero obiettivo del premier.

Claudio Tito

 
 
 

Tremonti e l'ombra del Governatore: "I cani abbaiano e fiutano il sangue"

Post n°1936 pubblicato il 23 Ottobre 2009 da fernandez1983

Giulio Tremonti ormai si sente accerchiato. L'allarme rosso al ministero dell'Economia è suonato quando le agenzie hanno iniziato a battere l'ultima proposta di Silvio Berlusconi, quella riduzione dell'Irap su cui Tremonti, anche di recente, era stato invece estremamente cauto. E il fatto che l'annuncio della riduzione sia stato anticipato (su Repubblica di ieri) proprio dal suo rivale interno, Claudio Scajola, non ha fatto altro che rafforzare il sospetto del ministro di essere stato "scaricato" dal Cavaliere. Anche a Tremonti infatti deve essere giunto all'orecchio l'ultimo sfogo di Berlusconi, pronunciato a palazzo Grazioli di fronte ai tre coordinatori del Pdl e allo stesso Scajola una settimana fa, quando il premier - a chi gli chiedeva come finanziare il taglio dell'Irap senza toccare la sanità regionale - rispose a muso duro: "Stavolta Tremonti i soldi li deve trovare, useremo i proventi dello scudo. Ci serve un segnale forte verso le imprese, subito".

E non è un caso allora se ieri sera, di nuovo, siano iniziate a circolare voci di un Tremonti infuriato, messo in angolo, deciso a un chiarimento definitivo oggi in Consiglio dei ministri, con la minaccia di un'uscita immediata dal governo. "I cani hanno fiutato il sangue e si sono messi ad abbaiare", dice un forzista leale a Tremonti per spiegare il clima di accerchiamento del ministro dell'Economia. Per spezzare l'isolamento ieri Tremonti ha chiesto un incontro a Gianni Letta. E, insieme al sottosegretario, hanno chiamato in viva voce Silvio Berlusconi in Russia. Pochi minuti, ma che sono serviti al ministro per esternare tutta la sua irritazione e pretendere dal premier un faccia a faccia per stamane, prima del Consiglio dei ministri.


Non bastassero ministri e parlamentari del suo partito, ieri comunque anche Mario Draghi ha messo alla berlina il ministro dell'Economia. Il quale si vanta spesso di aver visto la crisi prima degli altri, un dato contestato dal Governatore con una punta di sarcasmo: "Se grida d'allarme non sono mancate, non si è però diffusa una vera consapevolezza dei rischi che si correvano". Senza contare che Tremonti aveva bollato come "maghi" gli economisti che non avevano previsto la gelata, mentre ieri Draghi li ha difesi perché grazie al loro lavoro "si sono evitati errori, quali il ricorso a misure protezionistiche, che si erano rivelati letali in altre occasioni". E proprio su un inedito feeling tra Berlusconi e il suo rivale Draghi si sono appuntate di recente le attenzioni di Tremonti. Non è sfuggito infatti che il premier e il governatore si siano visti già quindici giorni fa all'Aquila, in un colloquio riservato a margine della consegna della prime case per i terremotati. E la scorsa settimana, quando il Governatore della Banca d'Italia aveva lanciato l'allarme sulla necessità di aumentare l'età pensionabile, ricevendo smentite da mezzo governo, il Cavaliere a sorpresa aveva confermato che "le pensioni saranno presto all'ordine del giorno del governo".

Ma le spine per Tremonti non sono solo queste. Dentro al Pdl la guerriglia contro di lui si è trasformata in scontro aperto quando una manina ha passato al sito "notapolitica.it" un documento in 10 punti (partorito da uno dei tre coordinatori per farlo vedere al premier) di sconfessione generale della politica fin qui seguita dal ministro. Senza contare che oggi in Consiglio dei ministri si preannuncia un altro scontro tra Tremonti e Maria Stella Gelmini sulla riforma del sistema universitario. Mentre nel pomeriggio tornerà a riunirsi dopo quattro mesi di stallo la conferenza Stato-Regioni, alla presenza del premier e del ministro Raffaele Fitto, che ormai a Tremonti non ne lascia passare più una. Sul tavolo la questione dei Fondi per le aree sottoutilizzate (Fas), le risorse da destinare al "patto per la salute" per gli anni 2010-2012.

I governatori di destra e di sinistra vogliono da Tremonti garanzie certe e fino all'ultimo ieri hanno trattato con il coltello tra i denti con il ministero di via XX Settembre. Con il completo sostegno di Fitto.
Impegnato a schivare imboscate, Tremonti è convinto tuttavia di poter contare ancora sul sostegno della Lega. Non di tutta la Lega in verità, ma sicuramente di Umberto Bossi e Roberto Calderoli. Proprio Calderoli è l'alleato più saldo che Tremonti ha dentro al governo. Tanto che quando si è trattato di attaccare Gianni Letta, colpevole agli occhi di Tremonti di aver incontrato a palazzo Chigi il presidente dell'Abi, Corrado Faissola, nei giorni caldi dello scontro sul ruolo delle banche, l'incarico se l'è preso Calderoli. In un'intervista al Corriere il ministro leghista ha parlato di un "gran Visir dei poteri forti" all'interno del governo e tutti, a partire da Letta, hanno compreso benissimo a chi si riferisse.

Francesco Bei

 
 
 

Patissimo al Bernabeu

Post n°1935 pubblicato il 22 Ottobre 2009 da fernandez1983

Un Didastro, poi un lampo di Pirlo e la prova della maturità di Pato, che fa piangere il Santiago Bernabeu con una doppietta. Il Milan vince in casa Real. Paga la scelta di Leonardo di schierare una formazione d'attacco: per un tempo le punte non sfondano, nelle ripresa, anche grazie agli errori del Real, c'è la metamorfosi e la grande vittoria dei rossoneri, che potrebbero aver svoltato nella stagione. Real Madrid raggiunto in classifica: i presunti galattici sopno un abbozzo di squadra, con giocatori fermi e pochissime idee offensive. Kakà deve giocare da solo, e non basta il solito Raul.

E' tornato Didastro. E lo ha fatto in grande stile: al Santiago Bernabeu, in Champions, contro il Real Madrid. Un errore incredibile del portiere brasiliano apre la porta al Real Madrid e concede a Raul, forse l'unico nello stadio a credere che Dida potesse perdere quel pallone, il gol dell'1-0. Il racconto della partita non può prescindere da quello che accade al 19': tiro debolissimo e centrale di Granero, il brasiliano praticamente lo blocca, senza apparenti difficoltà (non ce n'erano, del resto), poi si lascia sfuggire il pallone che carambola sul ginocchio e ritorna giocabile per Raul, che lo raccoglie, si allarga e fa 1-0. Nella ricca collezione di papere del portiere milanista questa rischia di salire di corsa al numero 1: dopo la tutto sommato positiva prova contro la Roma, Dida conferma di essere una totale incognita. Il Milan, che ha già i suoi problemi, forse non può permettersi di rischiare di fare questo genere di regali.

Lo schieramento a tre punte del Milan, con Pato e Ronaldinho larghi dietro a Inzaghi, nel primo tempo non porta a una partita d'attacco, né crea grandi grattacapi per Casillas: Ronaldinho entra in campo come se dovesse "spaccare il mondo", prova con successo qualche giochino, ma poi la sua partita è all'insegna del "vorrei ma non posso". Parte largo a sinistra, riceve sempre palla spalla alla porta non riesce mai ad andar via dalla morsa Sergio Ramos-Lassana Diarra. Più pericoloso Pato sulla destra, perché nell'uno contro uno con Marcelo dà l'impressione di poter avere la meglio: lo farà nella ripresa. Il debutto al Bernabeu di Inzaghi non è quello sognato: mai pericoloso, mai sul pallone. La squadra non lo aiuta (0 tiri in porta nel primo tempo), ma Pippo si fa notare solo per alcuni offside. Il cambio con Borriello è inevitabile. Nel primo tempo manca Pirlo, nella ripresa si cambia assetto, e Pirlo cambia marcia: suo il primo lampo, con un tiro da 35 metri che sorprende Casillas. Poi il lancio di Ambrosini, che accende Pato: sull'uscita di Casillas lo salta e realizza il 2-1, sul cross di Seedorf, a 2' dalla fine, trova il piatto vincente per il 3-2. Se serviva una conferma delle doti del brasiliano, ecco il teatro giusto.

I nuovi galattici perdono Higuain, che non va nemmeno in panchina, e così sono con le scelte forzate in attacco. Insieme al monumento Raul, 363 gol complessivi, c'è Benzema, che però corricchia per tutta la gara senza costrutto, e ci prova al massimo da fuori. Il Real però non ha nemmeno un abbozzo di gioco fluido, ma si affida a giocate personali, per lo più di Kakà. Il grande ex ci prova, ma deve giocatre praticamente da solo: Granero latita a sinistra, Senza Cristiano Ronaldo le idee sono pochissime. Xabi Alonso dovrebbe essere il regista, ma con la palla fra i piedi non ha mai un compagno da cercare. Squadra blanca spesso ferma, con ritmi bassissimi. La fase migliore è quella difensiva, con Albiol su tutti, ma poi si sfalda anche il settore arretrato. Le spese di Florentino Perez non possono aver portato solo a questo, tanto più che a provare a salvare il Real sono il solito Raul e Drenthe, l'olandese che a Madrid hanno provato a cedere a chiunque. Senza Cristiano Ronaldo è durissima.

Vince il Milan, senza dominare ma approfittando delle debolezze degli avversari e colpendo come solo una squadra d'alto "rango" sa fare. Perde il Real, il cui progetto è ancora in alto mare. Finisce in parità sugli peisodi da moviola: c'era un rigore chiaro per Benzema nel primo tempo (fallo di Zambrotta), ma era buono il gol di Thiago Silva nel finale. Poi una manata di Ronaldinho a Raul, non vista e a rischio prova tv.

Valerio Clari

 
 
 

Il siparietto: D'Alema show in Transatlantico: «Fioroniiii! È vero che te ne vai?»

Post n°1934 pubblicato il 21 Ottobre 2009 da fernandez1983

Beppe Fioroni dixit: «Ma che ci sto a fare nel partito di D'Alema?». La frase diventa il pretesto per un gustoso siparietto nel Transatlantico di Montecitorio. L'ex ministro degli Esteri, dopo un lungo colloquio con Annagrazia Calabria del Pdl, affronta i cronisti: «Presidente, Fioroni dice che non resta nel Pd se diventa il suo partito...». D'Alema ci pensa meno di un secondo. Poi si affaccia dalle colonne che sporgono sul Transatlantico e a gran voce chiama l'interessato: «Fioroniiii, Fioroniiii... qua si dice che tu vai via dal partito...».

LA REPLICA - Il responsabile formazione del Pd prova a spiegare: «Ma no Massimo. Io avevo solo paura che tu ti portavi via gli iscritti. Se tu e Bersani mi garantite che restate e con voi pure gli iscritti... resto anche io...». D'Alema chiosa rivolto ai cronisti: «Ecco, era 'na cazz... La dovete smette d'annà in giro a dì cazz... Ormai c'avete una certa età...».

Il siparietto

 
 
 

Alle primarie il pugno del partito che non c'è

Post n°1933 pubblicato il 20 Ottobre 2009 da fernandez1983

OGGI ci occuperemo del Partito democratico. Finora in questi articoli domenicali il tema è stato volutamente trascurato, ma ora è diventato di stringente attualità: domenica prossima, 25 ottobre, ci saranno le primarie che decideranno chi sarà il segretario nazionale del Pd, un evento importante non solo per quel partito ma per l'intera opposizione e anche per il sano funzionamento della democrazia italiana.

Il tema è complesso, perciò bisognerà esaminarlo nei suoi vari aspetti. Comincerò da Veltroni, insediato alla segreteria nell'autunno del 2007, pochi mesi prima delle elezioni che portarono alla vittoria di Berlusconi.
L'altro ieri in un "talk show" dell'emittente La7 qualcuno dei presenti in studio ha detto che Veltroni e D'Alema non soltanto sono politicamente irresponsabili, ma anche "due cretini". Proprio così: cretini.

C'è sempre una prima volta e questa è infatti la prima volta che un epiteto del genere è stato affibbiato ad un uomo politico. Non era mai stato usato. Se ne dicono tante sui politici, anche più sanguinose di questa, ma cretino non si era mai sentito in un salotto televisivo. Ma ormai gran parte dei salotti televisivi sono diventati dei "saloon" dove tutti i clienti portano le pistole nella fondina e il coltello nascosto nel risvolto degli stivali. Così va il mondo.

Nella campagna elettorale del 2008 il partito di Forza Italia arrivò al 37,5 per cento; il Pd guidato da Veltroni ottenne il 33,5 e tutti, fuori e dentro di esso, decretarono una solenne sconfitta. Invece non era stata una sconfitta: una formazione politica riformista con alle spalle pochi mesi di vita era arrivata a superare i risultati del Pci che, dalla segreteria di Natta in poi, non era mai riuscito ad andare oltre il 30 per cento. Senza dire che i riformisti italiani di ispirazione liberal-socialista in cent'anni di storia prima monarchica e poi repubblicana non sono mai usciti da un ruolo di pura testimonianza.


Non era dunque una sconfitta ma un punto di partenza più che rispettabile. Non fu vissuta così e questo è stato un grosso errore del quale non fu responsabile quel cretino di Veltroni.
Oggi i sondaggi sulle intenzioni di voto danno il Pd al 30 per cento. Non è molto ma è qualcosa se si pensa che un mese fa la più antica socialdemocrazia europea, l'Spd tedesca, ha ottenuto meno del 23 per cento; i socialisti francesi sono a pezzi; il Labour inglese è in piena tempesta e neanche Zapatero se la passa molto bene. Sembra un paradosso, ma un partito del quale tutti dicono che non esiste più o che è allo sbando, risulta quantitativamente il più forte della sinistra europea. Non è certo consolante per i rapporti di forza nel Parlamento di Strasburgo, ma è un dato di fatto dal quale dobbiamo partire.

* * *

Un altro dato di fatto ancora più significativo emerge dalla....

 

continua

Eugenio Scalfari, La Repubblica 18 ottobre 2009

 
 
 

La prima pietra del Ponte? Un'opera prevista dal 2006

Post n°1932 pubblicato il 19 Ottobre 2009 da fernandez1983

L'hanno presentata come la prima pietra del Ponte sullo Stretto. Hanno annunciato l'apertura dei cantieri per il 23 dicembre prossimo. Ma il regalo di Natale che Silvio Berlusconi, sta preparando per calabresi e siciliani, col Ponte in quanto tale, non ha quasi nulla da spartire. In realtà si tratta dello spostamento del binario che collega Cannitello a Villa San Giovanni, previsto (anche se non in questa forma), indipendentemente dal Ponte.

La ferrovia, secondo lo stralcio, sarà traslata a monte dell'attuale sede con una curva di un chilometro e 700 metri. Un intervento inserito tra le "opere compensative", concordate nel 2006 con la Giunta comunale di Villa, e accettato dall'ente locale in quanto "autonomo rispetto la realizzazione o meno dell'attraversamento stabile dello Stretto" e comunque "utile a prescindere da essa". Insomma, quei lavori si sarebbero comunque fatti, anche se in origine il progetto era stato approvato anche da Provincia e Regione, in quanto "programma integrale" e non lo "stralcio" di cui si parla da alcune settimane.

Allo stato, dunque, è possibile parlare solo della realizzazione di un intervento, inserito in un complesso di opere di compensazione, rispetto ad un progetto (quello del Ponte) che non esiste ancora nella sua stesura definitiva. Tanto più che, per come pensato, la sua singola realizzazione non sarebbe migliorativa, ma peggiorativa del sistema infrastrutturale locale. Si tratta infatti di sostituire un rettilineo ferroviario con una curva, nella quale i treni sarebbero costretti a frenare prima dell'ingresso in stazione. Senza considerare che -in caso di costruzione della grande opera - andrebbe realizzata un'altra linea ferroviaria "in quota" da innestare al Ponte.

"In ogni caso, la prima pietra annunciata costa 30 milioni di euro, quasi 18 milioni a chilometro" spiega il professor Alberto Ziparo, Università di Firenze, coordinatore dei gruppi che studiano l'impatto ambientale della Grande Opera.

Attualmente, come scrive oggi il Quotidiano della Calabria, il progetto è di Rfi (Rete ferroviaria Italiana), ma in quanto appartenente "al più grande programma Ponte, sia pure come opera collaterale e propedeutica", sarà passato alla Stretto di Messina/Anas, che aprirà i cantieri "propedeutici", in questo momento al nulla.

Nei fatti, l'annuncio del premier Berlusconi e del ministro alle Infrastrutture Altero Matteoli, sono l'ennesimo annuncio. Infatti sul capitolo Ponte mancano sia i soldi che il progetto esecutivo - come scrive Antonello Caporale - essendo l'iter procedurale nella fase di approvazione del progetto preliminare-definitivo.

In questo momento il progetto Ponte è ancora bloccato. E solo una volta ultimato il percorso burocratico del progetto preliminare-definitivo, si dovrebbe procedere con la progettazione esecutiva. Su quest'ultima però gravano le pesantissime critiche alla costruibilità avanzate dagli stessi tecnici e consulenti della Stretto di Messina (oggi quasi tutti "ex") e del Ministero.

Le contestazioni riguardano ad esempio "il posizionamento di pilastro e contrafforte di parte calabrese". Il professor Remo Calzona, ex consulente della Stretto di Messina, oltre che del Ministero, ha ammesso che per proseguire nella progettazione, si dovette "totalmente ignorare" la circostanza che il pilastro (proprio quello per il cui ingombro si sposta il binario di Cannitello) e il contrafforte di parte calabra sono situati "sulla fase più critica della faglia sismica più attiva esistente nello Stretto, la numero 50".

Le indagini successive hanno confermato che questa circostanza è pregiudizievole per la progettazione esecutiva. Calzona ed altri tecnici sostengono per questo che il Ponte va traslato di almeno 500 metri rispetto al sito attuale.

E non finisce qui. perché il dato, che costituisce un nodo tecnico ineludibile su cui prima o poi ci si dovrà confrontare, è lo scivolamento degli stati superficiali e di media profondità dei terreni del versante calabrese verso lo Stretto. Per ovviare allo slittamento bisognerebbe, secondo i tecnici, "inchiodare" pilone e contrafforti fino ad una profondità di oltre 2000 metri, con strutture che però potrebbero andare in crisi per altri motivi. Alcuni ex consulenti tecnici sostengono poi che il progetto della struttura principale (fune portante - pendini - trave - cassone - reticolare) prevede materiali (peraltro i migliori disponibili oggi in commercio) incompatibili con le prestazioni di portanza e resistenza richieste al manufatto, in presenza delle condizioni ambientali dello Stretto.

Lo stesso Calzona ha dimostrato nel suo saggio "La ricerca non ha fine", che il progetto attuale presenta una "trentina di punti di potenziale crisi a rottura, di cui almeno la metà insormontabili allo stato". Conclusioni contestate dalla Stretto di Messina e dal Ministero.

Resta aperta anche la questione dei finanziamenti. Il Cipe/Infrastrutture del 6 marzo e il Cipe/Anticrisi del 29 luglio scorsi, non hanno poi erogato gli 1,3 miliardi annunciati dal Governo per il Ponte. Ambedue i provvedimenti per le risorse dell'opera si chiudevano con l'espressione: "viste le compatibilità di bilancio". Il Governo dunque non ha ancora messo un euro per il Ponte. E anche i riferimenti del ministro Matteoli agli investitori privati, "project financing", sembrano registrare alcune crepe.

Le due relative istruttorie formali effettuate nel giugno-luglio 2005 e nel gennaio- febbraio 2006 sono ambedue andate a vuoto ("zero investitors"). Così pure l'istruttoria informale dei mesi scorsi. E persino i 100 milioni di euro annunciati da Lombardo, per le "prime opere collaterali siciliane", per adesso non ci sono. Tant'è che il presidente della Regione Siciliana è in difficoltà, viste le reali drammatiche necessità di quel territorio.

di GIUSEPPE BALDESSARRO, La Repubblica

 
 
 

Mentana: "Con me quel servizio non ci sarebbe stato"

Post n°1931 pubblicato il 18 Ottobre 2009 da fernandez1983

"Spero solo che si tratti di un episodio isolato. Nella Mediaset che conosco io, dove ho lavorato per diciotto anni, un servizio come quello sul giudice Mesiano non sarebbe mai andato in onda. Spero che il presidente Fedele Confalonieri prenda in mano la situazione". Enrico Mentana ha fondato e diretto il Tg5; e come milioni di spettatori ha visto a "Mattino 5" le immagini del pedinamento del magistrato autore della sentenza che condanna in primo grado la Fininvest a risarcire con 750 milioni di euro alla Cir.

Mentana, cos'ha pensato vedendo il servizio?

"Non riesco né a fare la faccia finto indignata né compiaciuta, ma ritengo che sia ingiustificabile. Guardiamoci da quelli che dicono: "Quando c'ero io...", ma stavolta posso affermare che non sarebbe mai successo nella Mediaset che ho conosciuto, nel comparto giornalistico dove ho lavorato. Davvero non era pensabile".

Oggi è avvenuto: cos'è cambiato?

"Non sono uno sfascista, spero sia un episodio isolato. Per quanto sia una vertiginosa caduta di stile e professionalità, potrebbe rappresentare uno choc salutare. Quel filmato, con quel commento, non c'entra col giornalismo ma appartiene a un'altra cosa".

Suona come un avvertimento vagamente mafioso.

"È uno schiaffo su commissione. Un'azione che serviva a offendere una persona che si era resa nemica dell'azienda per la quale si lavora. Ora, non nascondiamoci dietro un dito, le pagine dei giornali sono piene in queste settimane di avvertimenti "mors tua vita mea", con gente che difende le rispettive ditte".


Però pedinare un magistrato, farlo passare per "stravagante" perché fuma aspettando di andare dal barbiere, o perché indossa calzini turchesi...

"Anch'io posso andare in giro con quei calzini, posso fare su e giù aspettando di entrare dal barbiere. Non fumo, ma conosco amici che nell'attesa altro che tre sigarette... Ma non tollero che per questo si dica che uno è stravagante, non capisco perché dovrebbe essermi nota la sua stravaganza. Ecco, non vorrei che si passasse da una comprensibile, legittima contestazione di una sentenza particolarmente dura e avversa, a una contestazione, non della sentenza, ma del privato di chi l'ha promulgata".

Non pensa che Mediaset stia usando l'informazione come una clava?

"Non sono né un prete spretato che parla male della chiesa, né una persona che non ricorda la sua storia e le persone che ha conosciuto. Mi auguro che i vertici, a cominciare dal presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, prendano in mano la situazione. Conviene a tutti che la dialettica, già così dura e compromessa, sia condotta nel perimetro di aziende in cui la bussola sia quella del corretto giornalismo. So bene che non è stata solo Mediaset a debordare, dal mio punto di vista anche Repubblica può aver esagerato, ma Mediaset, proprio perché è l'azienda dell'attuale presidente del Consiglio, ha un dovere in più di essere equilibrata".

Ormai è in corso una guerra con i magistrati.

"So che c'è una specularità che viene esibita per il trattamento subito da Berlusconi, ma la logica di dire "a brigante brigante e mezzo" non deve appartenere a un grande gruppo con quelle responsabilità. E comunque non è lo spirito che ho imparato a conoscere a Mediaset. Per questo come giornalista e come italiano, spero che si tratti di un episodio tanto sgangherato, anzi stravagante, anzi "brachino", quanto isolato".
Silvia Fumarola
 
 
 

L'assurdo comportamento Mediaset finisce al Csm

Post n°1930 pubblicato il 17 Ottobre 2009 da fernandez1983

Scoppia il caso Mesiano. Il servizio mandato in onda ieri da Canale 5 sulla vita privata del giudice della sentenza Fininvest-Cir, scatena una bufera. Far seguire il magistrato dalle telecamere mentre si fa radere dal barbiere o fuma una sigaretta seduto su una panchina di un giardinio pubblico, è "una vergogna", per il segretario dell'Associazione nazionale dei magistrati, "un'intollerabile intromissione nella privacy di una persona". Parla di "pestaggio mediatico" anche il presidente della Federazione Nazionale della Stampa e presto scenderà in campo il Csm: una quindicina di consiglieri hanno chiesto alla prima commissione di aprire una pratica a tutela del giudice milanese. Molte toghe chiedono addirittura di rispondere all'attacco con uno sciopero.

Mediaset: "No alle bacchettate". Claudio Brachino, conduttore di Mattino 5 si difende sostenuto dal direttore generale News di Mediaset: "Non accettiamo bacchettate", ha detto Mauro Crippa. "Facile prendersela con Brachino, quando l'informazione giornalistica è dominata da curiosità morbose, spionaggio a senso unico dal buco della serratura".

Anm: "Inqualificabile". La trasmissione di ieri ha scatenato una bufera. Giuseppe Cascini, segretario di Anm, si dice "esterrefatto e indignato. E' una vergogna. Dove arriveremo? Definire stranezze il fatto che una persona fuma o sottolineare il colore dei suoi calzini. Distruggere così l'identità di una persona è inqualificabile", continua il segretario di Anm. "Abbiamo scritto al presidente della Repubblica, che è anche presidente del Csm, per segnalare questo episodio di denigrazione senza precedenti. Intervenga anche il Garante della privacy". E il Garante per la protezione dei dati personali accoglie l'invito e annuncia che "valuterà la segnalazione di Anm e l'apertura di un'istruttoria".


Fnsi: "E minacciano ritorsioni sul canone Rai". Anche il presidente della Fnsi è altrettanto duro nei confronti dei giornalisti di Canale 5, e si domanda, "visto che il presidente del Consiglio continua a deprecare l'uso criminoso della tv, ancora una volta tirando in ballo a sproposito Annozero, come considera l'uso della tv che è stato fatto ieri mattina dalla più importante rete Mediaset?" Roberto Natale spiega: "Mattino 5 ha mandato in onda un servizio su Raimondo Mesiano che rassomiglia molto ad un pestaggio mediatico. Ci sembra un tema ben più rilevante che non le minacce di ritorsione sul canone Rai al solito segnate dal suo clamoroso conflitto di interessi".

Il giudice che ha condannato la Fininvest. Lo scoop di Canale 5 si basa su un video di pochi minuti sulla vita privata del magistrato che, non più tardi di due settimane fa, ha condannato il gruppo Fininvest a risarcire alla Cir di Carlo De Benedetti 750 milioni di euro, per l'annullamento del lodo Mondadori risolto nel 1990 a favore del gruppo Fininvest in cambio di mazzette versate ad alcuni giudici romani.

A spasso con il magistrato. Il video ritrae di nascosto l'interessato, mentre esce di casa e passeggia per le vie di Milano. Le immagini si soffermano sul giudice seduto sul seggiolone del barbiere, con la schiuma da barba sul viso. Il reporter commenta: "Forse non sa ancora che il Csm lo sta "promuovendo". Il riferimento è all'avanzamento di carriera ottenuto da Mesiano, due giorni fa, dal Csm. Un naturale avanzamento di carriera in base all'anzianità che però il centrodestra ha subito tradotto come "la ricompensa per l'attacco a Berlusconi".

Il calzino. "Lui va avanti e indietro", ripete, ancora, la voce fuori campo della giornalista. Poi, poco prima di concludere il servizio, la scena cambia e si concentra su "un'altra stranezza: guardate il giudice seduto su una panchina. Camicia, pantalone blu, mocassino bianco e calzino turchese. Di quelli che in tribunale non è proprio il caso di sfoggiare".

La difesa del conduttore. Claudio Brachino, conduttore di Mattino 5 e direttore di Videonews si difende: "Sono io l'unica vittima di pestaggio mediatico. Nel servizio non c'era alcuna malizia, volevamo solo dare un volto a un personaggio che la gente non conosce. E poi Canale 5 non ha pedinato nessuno", sottolinea il conduttore. "Ci siamo occupati del caso del giorno, esercitando il diritto di cronaca. Il pezzo non ha valutazioni politiche né di altro tipo. C'è solo la parola "stravagante", di cui si può parlare ma non mi sembra un insulto. Poi possiamo discutere anche se il calzino è di buono o cattivo gusto. Ma non mi sembra una cosa per cui ricevere accuse di aggressione mediatica", conclude il conduttore.

Giudice Mesiano, il caso al Csm
 
 
 

La rivincita dei portaborse, condannata la Carlucci

Post n°1929 pubblicato il 13 Ottobre 2009 da fernandez1983

Evviva Celestina! Da oggi tutti i collaboratori degli onorevoli che lavorano in nero, oppure in grigio con stipendi da fame, hanno la loro eroina. Nessuno prima di lei aveva osato tanto: fare causa al deputato datore di lavoro e ottenere un risarcimento. Ma la sentenza con la quale il giudice Michele Forziati ha condannato Gabriella Carlucci a pagare 10.170 euro e 39 centesimi più interessi a Celestina (la chiameremo semplicemente con il nome di battesimo) che per quasi due anni, dal luglio 2004 al giugno 2006, aveva lavorato nella sua segreteria, va ben oltre. Perché stabilisce il principio che tra la parlamentare del Popolo della libertà e la sua assistente «è intercorso un rapporto di lavoro subordinato». Insomma, il classico buco nella diga.

Il caso che, analogamente a quanto è successo nel mondo del calcio dopo la famosa sentenza Bosman, potrebbe scatenare la rivoluzione dei portaborse, è stato scoperto dalle Iene, che lo racconteranno questa sera su Italia 1. Erano state proprio le Iene, del resto, a far scoppiare lo scandalo degli assistenti parlamentari pagati in nero: un servizio scioccante andato in onda nel marzo del 2007 rivelò che soltanto 54 fra i 683 collaboratori dei 630 deputati con in tasca il tesserino per accedere alla Camera erano in regola. Un vergognoso 8 per cento di mosche bianche. Vergognoso, perché i parlamentari fanno le leggi. Vergognoso, perché ogni deputato, oltre alla propria indennità con annessi e connessi incassa 4.190 euro al mese per i collaboratori: indipendentemente dalla paga che gli dà. Vergognoso, perché alle ripetute inchieste della Iena Filippo Roma e alle denunce che ne sono seguite molti, nel Palazzo, rispondevano con un'alzata di spalle.

Per farla breve, due anni dopo quel terremoto della primavera del 2007 e la minaccia di uno spaventoso giro di vite (che si trasformò in poco più che un buffetto sulla guancia), i collaboratori in regola erano arrivati appena al numero di 194. Su un totale di 516. E gli altri 322? Oltre ai «regolari», il tesserino per l'accesso al parlamento spettava anche a giovani o meno giovani che svolgono «tirocinio formativo», pensionati, o ancora persone che collaborano con i parlamentari «a titolo non oneroso». Altri modi per chiamare lo stesso colore. Anche se il nome e il cognome di un solo deputato che pagasse in nero il proprio portaborse, quello non si era mai saputo. Sospetti tanti, ma certezze assai poche. «Collaboratrice parlamentare non onerosa» era stata classificata anche Celestina. In realtà, secondo quanto ha scritto il suo avvocato, Gabriella Carlucci le dava all'inizio 500 euro al mese, poi 1.000 euro dal settembre del 2004 al giugno 2006. «Retribuzione», ha specificato nel ricorso, «che le veniva erogata direttamente» dalla parlamentare. Senza che però, ha precisato, fosse stato mai «sottoscritto né visionato alcun contratto» né fosse stato stipulato «alcun accordo formale». Ma quali erano i compiti che Celestina aveva nella segreteria di Gabriella Carlucci presso la sede di Forza Italia in via dell'Umiltà a Roma? Nel ricorso il legale ha spiegato che programmava la giornata della parlamentare, le organizzava gli appuntamenti «relativi all'attività nel settore dello spettacolo, principalmente contatti con la redazione e la produzione della trasmissione televisiva Melaverde», prenotava gli alberghi e i biglietti aerei, rispondeva al telefono, seguiva le iniziative di legge, la campagna elettorale e il collegio pugliese dove era stata eletta, e coordinava gli altri addetti alla segreteria. Ricostruzione che il giudice non ha messo in discussione, avendo ascoltato le testimonianze rese da una quindicina di persone, fra cui pure alcuni «stagisti» occupati negli uffici del partito di Silvio Berlusconi.

A suffragio della tesi che «le mansioni assegnate» alla collaboratrice «possono agevolmente ricondursi a quelle di una vera a propria segretaria personale ed inquadrate nel livello terzo di cui al contratto collettivo nazionale per i dipendenti di studi professionali», la sentenza cita poi diffusamente anche le dettagliate disposizioni che Gabriella Carlucci impartiva via mail alla sua assistente. Del tipo: «Dare a mio cognato la mail di Caldoro viceministro della pubblica istruzione... Avverti Manzi che sono a Trani... Manda il progetto di Borgia a Genchi per Fitto... Mi serve il testo che hai mandato al sottosegretario Cota... Richiama per conferma Bettamio... Fai avere a Dilascuo, Armao, Monaci il calendario della commissione... Cerca lo spettacolo di Paolo Poli, ti ricordo che Bondi vuole andare il 22 o il 23 insieme alle Marinelle... Devo entro questa sera parlare con Bud Spencer...»

Sergio Rizzo

 
 
 

Observer: "Europa codarda con Berlusconi, una dittatura dei nostri tempi"

Post n°1928 pubblicato il 12 Ottobre 2009 da fernandez1983

Nel giorno in cui il presidente del Consiglio torna ad attaccare la stampa estera ("Sta sputtanando l'Italia"), sui giornali domenicali britannici compaiono ancora articoli e commenti molto critici.

Particolarmente duro, nei confronti dell'Europa oltreché del presidente del consiglio italiano, il commento dell'Observer. Sotto il titolo "La risposta dell'Europa a Berlusconi è stata la codardia" Nick Cohen ricorda come i paesi europei abbiano superato gli anni del totalitarismo con "convenzioni sui diritti umani e trattati di pace". "Ma lo scambio non vale più. Le dittature dei nostri giorni si presentano in forme diverse, ma quella dominante è un capitalismo di stato o un'oligarchia in cui il capo controlla la cosa pubblica e le sinecure che ne derivano. Non si può parlare di dittature in senso stretto. I capi tollerano le elezioni a patto che i risultati possano essere manipolati e permettono le critiche, basta che non raggiungano le masse". Cohen sta parlando "non della Russia di Putin o del Venezuela di Chavez, ma dell'Italia di Berlusconi". I tentativi dei socialisti europei di portare a Strasburgo il tema del rotten state italiano si sono scontrati contro la mediazione dei conservatori. "Il silenzio dell'Europa democratica su Berlusconi - conclude l'Observer - mette seriamente a rischio la sua abilità di ergersi contro qualsiasi tipo di politica corrotta in Europa. Per la prima volta nella sua storia, la reputazione dell'Europa come forza del bene appare precaria".


Sempre sull'Observer, una breve nota satirica legata alla vittoria del Nobel per la pace da parte di Barack Obama. Il presidente Usa, si legge nell'editoriale del domenicale, ha un'opportunità per mettere a tacere i critici: "Garantire a Berlusconi, il più perseguitato di tutti i tempi, asilo politico negli Usa. Ma perché fermarsi qui? Berlusconi dice di non sentirsi inferiore a nessuno nella storia. Un candidato per il premio Nobel 2010?".

Torna sulle vicende giudiziarie del premier italiano anche il Sunday Times. In un lungo e approfondito articolo sulla sentenza Mills - l'avvocato condannato a 4 anni e mezzo per essere stato corrotto dal premier per prestare falsa testimonianza - Camilla Long ricostruisce passo passo le frequentazioni tra il premier e l'avvocato. Il quale "dovrebbe languire in un carcere italiano invece di starsene languidamente sdraiato sul divano... Dovrebbe? Chi lo sa. La giustizia italiana è così tortuosa che sembra che Mills non dovrà andare in prigione finché due appelli non siano completati... Per il momento è libero dall'amo. Forse lo stesso non si può dire del suo compare Berlusconi". Dopo la dichiarazione di incostituzionalità del Lodo Alfano, continua la giornalista britannica, "Papi tornerà processo per corruzione e truffa fiscale. O no?".

Il Sunday Times rincara poi con un secondo articolo, sempre dedicato alle vicende del premier italiano: "Le speculazioni sulla sua vita privata continuano... Le sfortune politiche del generalmente esuberante Berlusconi sembra lo stiano trascinando al fondo".

Observer: "Europa codarda con Berlusconi, una dittatura dei nostri tempi"

 
 
 

Art. 3

Post n°1927 pubblicato il 10 Ottobre 2009 da fernandez1983

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese"

 

Questo è l'articolo 3 della nostra Costituzione. Chi ancora ha da ridire per me è solo un lecchino.

 
 
 
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